Rid of myself (Fiver # 06.2016)

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La vita è fatta di scelte. Alcune importanti, altre meno. In questi giorni ne sto, ne stiamo, prendendo una di quelle importanti. Scelta della scuola superiore. Una cazzata, pensavo. Perché preoccuparsi? Se anche non va bene possiamo cambiare, correggere il tiro.
Senza rendermene conto ho cominciato a ragionare con la logica dei documenti .doc. Premere canc e ripartire. Eppure questo non dovrebbe essere un tratto distintivo della mia generazione. La mia generazione era quella della penna sul foglio di carta, della carta carbone. Dell’errore non rimediabile con un semplice clic. Bisognava pensarci bene a quello che scrivevi. Presupposto era un pensiero anteriore ben definito o almeno frutto di un ragionamento con basi solide.
La perdita del rigore. Questa logica del poter tornare indietro sempre e comunque senza grosse ripercussioni ha finito per inquinare il modo di ragionare, di comportarsi e, con una delle solite evoluzioni insensate ai più, mi è venuta in mente PJ Harvey.IMG_4652
Più o meno una storia d’amore. Una storia nata esattamente 24 anni fa. Io sulla gradinata della ULU a Londra con in tasca la mia copia fiammante di Dry a tiratura limitata (roba, oggi, da azzerare la salivazione dell’utente medio di Discogs). Lei, creatura timida e affogata in un giubbotto di pelle sul palco in uno di suoi primi concerti. Un veloce sbocciare, testimoniato in varie occasioni, fino alla statura acquisita negli anni successivi di artista importante, se non fondamentale, per noi ascoltatori e, in termini di influenza, per legioni di giovani artiste.
Ricordo nitidamente la seconda volta che la vidi, ad un festival di Reading, poco tempo dopo. Molto meno intimidita. Successe una cosa inaspettata. Partito un pezzo da Rid Of Me, non ricordo quale, Pj interruppe la canzone perché il batterista non la stava suonando come erano d’accordo, come lei voleva. Ripartirono e la interruppe di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora, incurante della marea di gente e dell’importanza dell’evento.
Quel piccolo particolare, che nessuno di noi aveva colto, lei non poteva lasciarlo passare.
Una gran rompicoglioni? Non direi. Etica, rigore, rispetto. Principi che dovrebbero dettare ogni scelta importante o semplicemente essere un indirizzo di massima (che poi tutti possono rivendicare il sacrosanto diritto a fare ogni tanto i cazzoni).
Pj Harvey sta tornando ed il video per The Wheel girato in Kosovo è bello e importante come la canzone, anche se non riserva grandi sorprese. Uno sguardo dritto senza compiacimenti su universi “altri” al di fuori delle cronache quotidiane che stanno devastando e insozzando le nostre coscienze. Per chi ne ha una.
Per gli altri, perché preoccuparsi? Basta premere il tasto canc.

PJ Harvey – The Wheel

Parquet Courts – Dust

Ho un rapporto complicato con i Parquet Courts. Esce il primo disco e lo consumo, lo consiglio, lo urlo a perdifiato. Vado a vedermeli a Milano con tanto di biglietto comprato in prevendita. Mi ritrovo con 30 sfigati come me. Vabbè, sarà uno di quei concerti che potrò raccontare in giro.. Macchè, concerto di merda. Esce il secondo album, mi approccio diffidente. Bang! Grande album ancora. Vado al Bronson a farmi smentire sulle loro capacità dal vivo. Una serata storta come quella di Milano ci sta, giusto? Secondo concerto del cazzo. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra che sono anche decisamente antipatici. Ora siamo alle soglie del terzo album e ci ho quasi messo una pietra sopra. Poi ascolto Dust e…cerco la data live più prossima e vicina. Benvenuto nel club Masoch.

Honduras – Hollywood

Fanno parte della nuova scena di NYC insieme a gente come Sunflower Bean e Wall, già ospiti di Fiver passati. Qualcosina dei Parquet Courts loro ce l’hanno. Un riff circolare e dissonante che sembra imboccare rettilinei melodici per poi sterzare subito dopo e complicarsi, senza perdersi mai. Una strada complessa da seguire ma è indubbiamente la strada giusta verso i nostri cuori.

Sulk – The tape of you

Nei primi anni 90 ogni scusa era buona per passare un paio di giorni a Londra. Scendere a Bayswater e farsi un giro da Rough Trade a Talbot Road, al Nothing Hill Music Exchange, allungarsi da Sister Ray a Berwick Street e farsi un cartoccio di patate non sbucciate con la panna acida sopra. Nme, Melody Maker, Lime Lizard, Selct nelle mie mani insieme a carrettate di singoli di piccole band inglesi che ora non ricordo neanche più chi siano nonostante campeggino nella mia libreria a pochi centimetri da me. Singoli inutili, tutto sommato, ma che all’epoca mi facevano sentire bene, simbolo della leggerezza, dimenticata, di quegli anni. Un po’ lo stesso inutile, effimero benessere che mi regala The Tape Of You.

Brothers In Law – Life Burns

Quando si parla di gruppi italiani, del proprio giro, gente che conosci, con cui magari dividi concerti, tavolate e macchine il rischio è molto grande. La capacità di giudicare in maniera equilibrata può offuscarsi. Ma c’è il rischio contrario. Ignorare per partito preso musicisti che non è un caso se dividono con te locali, concerti, cene e macchine. Semplicemente una questione di medesime sensibilità con la differenza che loro hanno preso in mano uno strumento e hanno avuto la capacità di concretizzare queste sensibilità sotto forma di canzone. Sta uscendo il nuovo disco dei Brothers In Law. Alla mia età se un disco mi fa schifo lo dico. Invece, guarda un po’, Raise è bello, rigoroso, ispirato e da ogni solco traspare un grande amore per quello che si sta facendo. Chapeau.

Massimiliano Bucchieri

Rip it Up and Start Again (Fiver # 5.2016)

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Lo scorso weekend al Covo è stato Inverno fest, una festa più che un festival, organizzato assieme ai ragazzi di No Hope fanzine. Qualcuno mi faceva notare che in questa sorta di testa coda generazionale che è l’ unione fraterna tra Sniffin’ Glucose e No Hope è curioso come i giovani abbiano scelto di esprimersi con un mezzo d’altri tempi fatto di carta, forbici, colla, matite e pennarelli, mentre noialtri che giovani non siamo più da un pezzo utilizziamo internet. Ci avevo già pensato, non so cosa possa significare, ma mi piace. Per il numero di gennaio della fanzine No Hope, distribuito nel weekend di Inverno fest al Covo, gratuitamente come sempre e con splendida copertina disegnata dal Baronciani, ho scritto una cosa sugli Orange Juice. Dovevo stare nelle duemila battute spazi compresi ed è venuto fuori questo, altrimenti ne sarebbe uscito un libro.
Magari una volta lo scrivo un libro sugli Orange Juice, la Postcard Records e il suono della giovane Scozia.

Orange Juice “Rip it Up

Quattro studenti d’arte nati alla periferia di Glasgow nel periodo che collega la fine dell’esplosione punk e l’avvio della successiva infezione post, con un nome ispirato dall’unica bibita di cui era provvista la loro sala prove, un taglio di capelli che nemmeno i Byrds (Ho una frangia come quella di Roger McGuinn, si bullavano nel testo di Consolation Prize) e un immaginario costruito con disegni di gatti che suonano tamburi, delfini avvitati tra cielo e mare e cuori ricamati su pezze di stoffa. Gli Orange Juice, sebbene il verso di una loro canzone (Rip it Up and Start Again) abbia fornito il titolo al miglior libro mai scritto sul post punk (si, Simon Reynolds), in realtà erano la nemesi di ciò che in quei mesi di fine 70’s stava accadendo loro attorno: non si drogavamo, non bevevano alcolici e affidavano le proprie istanze di riforma al recupero di un passato che in quegli anni frenetici e favolosi era stato da altri rifiutato in blocco. Da un lato un suono che recuperava Beach Boys e Buffalo Springfield spianando melodie seducenti, dall’altro un approccio acqua e sapone destinato a marchiare il brit indie pop, avviando una reazione a catena che ancora oggi riverbera effetti. Senza gli Orange Juice e la Postcard Records, etichetta che ne accompagnò gli esordi, gruppi come Smiths, Belle and Sebastian e Franz Ferdinand, per far tre nomi a caso, sarebbero pure esistiti ma certamente avrebbero suonato diversamente. La loro intuizione fu tutto sommato semplice: raddoppiare il numero di giri ai dischi dei Velvet Underground rendendo il suono delle chitarre di Lou Reed e Sterling Morrison simile a quello inventato da Nile Rodgers per gli Chic. “Eravamo convinti che She’s Beyond Good and Evil del Pop Group fosse l’ultimo e definitivo singolo dell’era punk – dichiaravano – e ci piaceva pensare di riuscire a creare qualcosa che stesse a metà strada tra quel funky sovversivo e la disco pura di un pezzo come Spacer di Sheila B. Devotion”. Come fossero un punto piazzato tra Jackson 5 e Swell Maps: in mezzo al nulla, equidistante da tutto.

The Pains of Being Pure at Heart “Hell

L’idea di tornare a scrivere qualcosa sugli Orange Juice mi è venuta la prima volta che ho ascoltato questa canzone nel nuovo singolo dei Pains of Being Pure at Heart. Basta cliccare il play e si capisce al volo il perché. In realtà agli Orange Juice penso ogni volta che mi capita all’orecchio una canzone dei Vampire Weekend, dei Drums e di tanti altri. Ascoltare oggi i Pains non fa figo, lo so, ma a me un tizio come Kip Berman sta simpatico e il fatto che sul lato b di questo ep abbia piazzato una cover dei Felt e una dei James, beh oltre che farmi piacere mi fa quasi tenerezza.

Pop.1280 “Phantom Freighter

Milleduecentottanta era il numero di persone che viveva a Pottsville all’inizio del romanzo di Jim Thompson da cui i Pop.1280 prendono il nome. Un libro che secondo me potrebbe essere stato non poco fonte di ispirazione per gli autori della serie tv Fargo. Già un gruppo che prende il nome da un libro di Thompson mi alzo e applaudo, poi la musica: un cyberpunk virato gotico che in questo pezzo, seconda traccia di Paradise loro terzo album in uscita per Sacred Bones, mi ricorda i migliori Sisters of Mercy. Applausi ancora.

Sunday Painters “Let’$ Be Moderne

Uno dice che della new wave e del post punk ormai sappiamo tutto. E invece no. Dopo i Tronics la What’s Your Rapture mette ancora il dito nella piaga della mia beata ignoranza puntando gli australiani Sunday Painters: si parte dalla raccolta dei loro primi singoli cui a ruota seguono le ristampe degli unici due album pubblicati. Art rock post wave con innesti industriali via via crescenti con lo scorrere del tempo e almeno un paio di hit totali e totalmente sconosciute, almeno a me, sino ad oggi. Questa è una.

The I don’t Cares “Born for Me

Se Julianna Hatfield (le Blake Babies e una carriera di femme fatale dell’indie rock anni ’90 prematuramente troncata da alcol e droghe) e Paul Westerberg (i Replacements!) avessero mai pensato di fare un disco assieme questo sarebbe somigliato esattamente a Wild Stab, primo disco degli I don’t Cares (che nome!). Un pò Blake Babies e molto molto Replacements.

Arturo Compagnoni

Creamy Tales (Big Cream per SG)

 

Big Cream

Big Cream

Non avevo mai sentito nominare i Big Cream fino all’altro giorno. Immagino nemmeno voi, prima di un minuto fa. Niente di male, sarebbe strano il contrario. I Big Cream sono tre ragazzi appena sopra i 20 anni, arrivano da Zola Predosa, paese della periferia ovest di Bologna con cui la mia vita si è stranamente intrecciata a più riprese negli anni e la loro pagina facebook – attualmente ritenuta dai più autorevole unità di misura del pubblico apprezzamento – interessa a 194 persone in tutto. A me li ha presentati Federico, uno dei ragazzi che gestisce la More Letters, etichetta che ha base tra Bologna, Roma e Bari con – cito testualmente – una passione per le lettere scritte a mano, pratica che viene tradotta in musica attraverso la pubblicazione di audio cassette. Qualche tempo fa Federico mi aveva gentilmente spedito due cose fatte uscire da loro, gli ep di Homelette e Barbados. Mi ero prefisso di scrivere qualcosa perché la musica che usciva da quei nastri mi era piaciuta, così come avevo apprezzato la filosofia alla base dell’etichetta. Volevo raccontare una storia che includesse le mie vecchie BASF C90, un disco ogni lato, la Maple Death e la Best Kept Secret, giusto per provare a scoprire che fine abbia fatto oggi Alessandro, solitario ed eroico pioniere vicentino. Ma poi ho lasciato perdere.
A proposito dei Big Cream, Federico mi ha scritto che hanno un suono molto anni ’90. Cito di nuovo alla lettera: fuzz a secchiate, muri di ampli, voce svogliata. Tutto vero, inutile che cerchi altre parole per descriverli. A me non è che gli anni ’90 abbiano lasciato un gran ricordo, l’ho anche scritto qualche tempo fa, ma se ci sono delle cose che conservo care di quel periodo sono proprio queste: fuzz a secchiate, muri di ampli, voce svogliata e – aggiungo – carichi di melodia a pacchi da 6 distribuiti nei punti giusti.
Il titolo della canzone che apre il loro primo disco, un ep a sei tracce in uscita per More Letters su cassetta e MiaCameretta Records su cd, è un palese omaggio ai Dinosaur Jr. Si chiama What a Mess, frase che è il ritaglio di un verso di Freak Scene. Penso che certe canzoni pur legate a filo doppio al tempo in cui sono state scritte in effetti un tempo non ce l’abbiano per nulla e penso anche che quelle canzoni siano dotate di una immensità propria che è tale in rapporto all’importanza che rivestono per chi le ascolta. Meglio ancora: la loro bellezza è totalmente soggettiva. Che è poi l’unica bellezza vera e viva, il valore che ognuno di noi attribuisce ad esse. Mi viene da ridere quando leggo qualcuno che descrive una qualunque musica definendola derivativa. Tutto è derivativo. Potrei tirare in ballo un’ovvietà: la discriminante non è quanto si sia derivativi ma da che cosa si deriva e da come lo si fa. Dipende dalle canzoni. Palese scemenza di cui spesso tendiamo a dimenticarci per correre dietro a qualche cazzo di hype del cazzo.
Ricordo perfettamente la prima volta che ho ballato Freak Scene dei Dinosaur Jr. Ero allo Slego di Viserba, un sabato notte di un’altra era geologica. Freak Scene era una delle mie canzoni preferite di allora ed è una di quelle che nel tempo si sono consolidate nelle mie preferenze, caricandosi di nuovi colori anziché sbiadire. Oggi potrei dire che è una delle mie canzoni preferite di sempre. Figuriamoci se mi preoccupo di trovare derivativi dei ragazzi giovanissimi che oggi replicano a modo loro quei suoni. Freak Scene uscì su singolo per la SST nel settembre del 1988, un mese prima di essere piazzata come pezzo di apertura di Bug e un quinquennio in anticipo rispetto alla data in cui i tre Big Cream nacquero. Secondo Everett True quella è la canzone che ha inventato la generazione slacker.
I Big Cream partono da lì, non so dove arriveranno e nemmeno mi importa. L’effetto che mi fanno ora mi basta. La prima volta che ho ascoltato il loro demo erano le sette e mezza di una gelida mattina di dicembre e come ogni mattina a quell’ora stavo guidando sulla tangenziale nord di Bologna. Arrivato alla terza canzone più o meno all’altezza dell’uscita 5, avrei voluto accostare la macchina sulla corsia d’emergenza, scendere e cominciare a ballare, come quella sera di tanti anni fa a Viserba. Non l’ho fatto perché altrimenti sarei arrivato tardi a lavoro e probabilmente mi sarei congelato sul ciglio della strada.
Le sei canzoni sotto sono l’anteprima di Creamy Tales, disco che troverete tra qualche giorno sui siti di MiaCameretta Records e More Letters Records.
Buon ascolto.

Arturo Compagnoni

Brividi (Fiver # 04.2016)

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DIIV

Quando ho visto le foto promozionali del nuovo album dei Primal Scream ho avuto un flashback. Il cappello da lupo dell’Ontario che porta con nonchalance sul capo Bobby Gillespie da qualche parte l’avevo già visto.
I Primal Scream sono stati i miei Byrds ed anche i miei Rolling Stones. Immaginatevi vivere in provincia alla fine degli anni ‘80. Decidere di leggere Rockerilla, senza nemmeno sapere perché. Saranno state le solite menate di disagio adolescenziale, immagino, che non andavano d’accordo con i Duran Duran e Madonna.
La conseguenza: Smiths sul piatto del giradischi come se non ci fosse un domani. Uno dei pochi gruppi di cui si trovavano i dischi anche qui, dove il nord è estremo per davvero. Rockerilla era la bibbia. Cazzo se lo era.
Mi ricordo che uscì un lungo articolo che favoleggiava di una rinascita psichedelica. Il resto lo fecero le camicie a fiori, gli stivaletti a punta e i pantaloni in pelle. Si parlava dei Byrds (suonavano anche loro una Rickenbecker, si diceva nell’articolo), dei Rolling Stones e dei Seeds ma i protagonisti erano quattro adolescenti di Glasgow, appunto. Quartiere Mount Florida. La casa di Bobby stava a 100 metri da Hampton Park (lo stadio), ma questo lo scopri in seguito e non so perché mi sembra una notizia in qualche modo rilevante. desktop
Ordinai i primi due album dei Primal Scream per posta.
I dischi si ascoltavano in maniera diversa, allora. Non so se fosse meglio o peggio, non m’interessa neppure. Era differente, però. Due dischi ti duravano delle settimane. Non si skippava niente. Non era semplicemente possibile. Insomma, ti toccavano in sorte e in qualche modo dovevi farteli piacere.
I Primal Scream dei primi due album me li sono fatti piacere in quei giorni lì, sul finire degli anni ottanta. I miei Byrds, i miei Rolling Stones. I riferimenti erano quelli per Gillespie e compagni, all’epoca. Erano considerati un semplice gruppo di revival psichedelico, in fondo. Con un pizzico di disprezzo neppure tanto velato che faceva sempre capolino tra le righe.
Dal vivo erano una pena, dicevano tutti. Ricordo il concerto del gennaio 1990, in un capannone che doveva essere un club, dove la periferia bolognese si trasforma in campagna e la nebbia, in quel periodo dell’anno, ti fa perdere l’orientamento. La prima volta che vidi da vicino Bobby Gillespie e il suo cappello da comandante Mark fu invece uno di quei passaggi che segnano il percorso in maniera indelebile. Quella sera i Primal Scream tracciarono una via, mi ci buttai dentro senza pensarci e non sono ancora tornato indietro.
Quando ascoltai per la prima volta Fifth Dimension dei Byrds, alcuni anni dopo quel concerto, pensai che ricordavano davvero i primi Primal Scream. Era un mondo rovesciato, il mio.
Sembra una faccenda quasi esilarante, in fondo. Invece una riflessione sulla riproducibilità dell’arte ha generato un dibattito filosofico ben prima che nascessero i Byrds. La riproduzione è sempre stata parte integrante della pratica artistica, dell’apprendimento e della messa in circolazione delle opere.
Il mondo rovesciato di Bobby Gillespie porta in dote delle combinazioni travolgenti allo stesso modo: Roland S. Howard e Lydia Lunch che rifanno Some Velvet Morning, per esempio. I suoi Lee Hazewoold e Nancy Sinatra, come ha recentemente confidato. Quando i Primal Scream ripresero questa canzone, tanto per completare un cerchio, in testa avevano questa versione.

ROLAND S. HOWARD & LYDIA LUNCH – Some velvet morning

Non è nient’altro che l’infinita bellezza della musica pop, in fondo. In particolare quando è capace di pagare tributi, di lanciare segnali, quando permette di scoprire sempre un piccolo pezzettino di mondo nuovo, in un gioco continuo di rimandi e citazioni che si trasformano in una sorta di filo d’arianna che ci guida nelle nostre giornate. Qualcuno, più importante del sottoscritto, diceva che l’arte salva la vita. È sufficente seguirne il respiro.
Roland S. Howard e Lydia Lunch sono personaggi che meriterebbero ben di meglio che una veloce citazione in un Fiver del lunedì mattina. Gente che ha discografie intere che meritano di essere assolutamente ascoltate e riscoperte. Basta seguire il filo.
BOYS NEXT DOOR – Shivers


La chitarra di Roland S. Howard è un tremito elettrico dissonante che sale e non si controlla come un brivido. Ma questo in fondo è solo uno stereotipo pigro che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera di chitarrista di lusso ma anche di autore. Come se fosse impossibile scrollarsi di dosso quel riff malato di Shivers (vedi alla voce Boys Next Door oppure The Birthday Party) che il pubblico ha domandato fino alla fine dei suoi giorni. La realtà è ben differente, invece. Una discografia di piccole gemme che attendono solo un cuore con la giusta predisposizione. Le Savages, tanto per dire, per scrivere una canzone come questa farebbero follie.

ELEANOR FRIEDBERGER – He didn’t mention his mother

Ci sono tappe che hanno un significato particolare. I primi 40 anni solitamente lasciano il segno. Uno si ferma un attimo e poi continua come se nulla fosse ma due conti, in gran segreto, magari se li fa lo stesso. A maggior ragione se vivi tra Brooklyn e Chicago da più di quindici anni. Hai fatto la cantante in un gruppo indie di moderato successo prima e poi ti sei lanciata in una carriera solista che ti ha regalato attenzioni, soddisfazioni e successo senza esagerare. Hai sempre vissuto in un buco di camera, in un appartamento condiviso che hai fatto fatica a pagare. I tuoi coinquilini sono diventati di anno in anno più giovani. A casa, a mille chilometri di distanza da New York, le tue amiche di un tempo ti massacrano il diario di facebook a forza di figli e famiglia. Senti che il ritmo non è più il tuo, che hai bisogno di uno spazio diverso. Di una luna differente, la notte.
Con gli stessi soldi con cui ti pagavi un affitto per un buco, 200 km più a nord stai in una casa tutta tua, con il giardino e spazio per tutti gli strumenti che hai sempre dovuto sacrificare, e quel piano elettrico della Wurlitzer finisce in bella mostra in soggiorno. Invece che le Perfect Pussy ascolti i Fleetwood Mac. Inizi a scrivere le nuove canzoni e tutto quello che ti è capitato negli ultimi mesi finisce lì dentro.
Se non è un capolavoro poco ci manca.

BONNIE “PRINCE” BILLY – The cross
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Un disco nuovo di vecchie canzoni. Escono dall’archivio di John Peel e regalano momenti impressionanti, in particolare quest’ incredibile versione del famoso brano di Prince. La voce amabilmente scassata, accompagnata da un’acustica improbabile, accellera leggermente il tempo e coglie l’essenza di un gospel disperato e mistico. Si azzera tutto il superfluo: rimane un’invocazione di puro spirito che lascia letteralmente senza fiato. Tutto in poco più di 120 secondi. Brividi.

DIIV – Under the sun

Ad un punto avevo smesso di crederci. Pensavo che al secondo album non ci sarebbero mai arrivati. Troppi scazzi, droghe sbagliate, cliniche di disintossicazione, problemi con la giustizia di mezzo. La lancetta dell’orologio faceva il suo corso inesorabile, intanto e ci ricordava che da quel disco di debutto che ci aveva catturato ormai erano passati quattro anni. Poco meno del tempo che hanno impiegato i LCD Soundsystem a riformarsi. Poi voci di sessioni di registrazione interrotte. Tour incasinati. Interviste concordate e poi saltate.
Invece, un po’ a sorpresa ci ritroviamo un nuovo disco, per giunta doppio, tra le mani. Questa, a mio giudizio se non è la migliore canzone della loro discografia ci va dannatamente vicino ed è proprio il tipo di brano che era lecito aspettarsi da una band che vuole mettere una pietra sopra ad un passato per certi versi drammatico. Il tono è solare, quasi gioioso, decisamente pop. Una grande sorpresa per chi, come il sottoscritto, pensava che potessero al massimo ambire alla realizzazione di un disco che suonasse come una raccolta di b-sides dei Cure (ce ne fossero, detto tra parentesi).

CESARE LORENZI

Una faccenda personale (Fiver # 03.2016)

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David Bowie

Anche se ormai tutto è stato detto e tutto è stato scritto e, immagino, alcuni cominceranno ad essere anche un po’ saturi, può un avvenimento come la morte di David Bowie passare senza lasciare traccia sulle pagine di Sniffin’ Glucose?
No.
ll sottoscritto, dei tre fondatori della pagina, è il vero fan, gli altri ne hanno sempre riconosciuto  la grandezza un po’ più a distanza.
Riguardo il mio rapporto con lui non ho molto da aggiungere alle cose che ho scritto non più tardi di un mese fa qui: http://sniffinglucose.com/2015/11/30/dontt-you-wonder-sometimes-fiver-46-2015/

Anche dalla mia posizione di osservatore molto coinvolto la reazione globale è stata impressionante e mi ha portato ad interrogarmi  sui meccanismi che si innescano quando muore una figura pubblica di questa portata le cui opere hanno significato molto in varie fasi della vita di molte persone.
L’impatto è compatto, poderoso e persistente ma senza la disperazione che può travolgerti quando perdi una persona a te vicina fisicamente come  un familiare, un amico.
C’è sempre qualcuno pronto a ricordarti ..eh ma mica lo conoscevi personalmente.. eh ha fatto sicuramente una vita più bella di tutte le nostre..  eh ma a 69 anni è normale, poi con tutta quella droga alcool e sesso…
Ok, niente di strettamente personale, tutto più facile da superare, giusto?
Proprio per niente. Non passa. Da lunedì un riflesso condizionato mi porta a smazzare vinili, cd, giornali, dvd, foto, libri senza soluzione di continuità e ogni volta è un piccolo colpo al cuore.
Ricordo le esatte circostanze in cui ho comprato quel disco, trovo piccole note a matita sui libri vergate con una calligrafia che non mi appartiene più da tanti anni. La volta in cui feci comprare Let’s Dance ad Arturo, in un negozio che non esiste più da un paio di decenni, perchè ero ammalato. La videocassetta di quello stupido filmetto che era Labyrinth regalata alla ragazza che sarebbe diventata LA mia compagna. I poster sulle pareti della mia cameretta di adolescente con la vecchia zia che si inteneriva pensando che fossero mie fotografie…e mille altri momenti.

E’ che, in definitiva, non riesco a trovare niente di più personale della relazione che si è instaurata con un artista che ha scritto decine di canzoni che, fin dalle prime note, da sempre, catturano la mia attenzione e mi catapultano in periodi esatti della mia vita. Momenti, emozioni. Amici, amori, facce, luoghi…  Certo, è il potere della musica pop, a tutti capita. Bene, a me capita ogni volta che sento la voce di Bowie.
Lui è una parte importante della mia storia. Una guida verso un mondo fatto di amore per l’arte, l’eleganza, la sensibilità…non giocando mai sul sicuro, osando l’impossibile.
Sono quello che sono anche grazie a lui e so che molti, in questi giorni, stanno vivendo, ognuno a modo proprio, le stesse sensazioni.
Se non è maledettamente personale tutto questo, non so più cosa lo sia.

DAVID BOWIE – DOLLAR DAYS

Mi sono imposto di non fare un Fiver con 5 pezzi di Bowie ma almeno il primo doveva essere questo. Mi sono attaccato a Blackstar in modo morboso, al di là di tutte le interpretazioni simboliche è facile dire che è il suo disco migliore dai tempi di Scary Monsters (1980), degno di sedere accanto ai capolavori della trilogia berlinese. Dollar Days è la mia preferita. Un placido lago di malinconia, una melodia di una bellezza impossibile che man mano si trasforma in un grido di aiuto con il sax che da rilassato sembra cercare disperatamente una via di fuga. Ma non la trova.

VIRGIN KIDS – MY ALONE

Black Lips, Burger Records, Misfits, Descendants..un precipitato di riferimenti impegnativi ma azzeccati per il terzetto londinese che centra in pieno il bersaglio. Qualcosa delle Coathangers e la porta del garage che sbatte ripetutamente e violentemente. Perfetta per saltare ottusamente in giro per casa e rimettere in moto le giunture arrugginite in vista dell’Inverno festival del 29-30/1.

QUILT – ROLLER

How can you believe that everyone you meet is just here to entertain you?” una frase con la quale mi piacerebbe aver apostrofato alcune persone che ho incrociato sul mio cammino. Il nuovo album dei dissonanti ma melodici bostoniani Quilt si chiama Plaza ed a giudicare da Roller ha tutte le carte in regola per bissare, se non superare, l’eccellente Held In Splendor di un paio di anni fa.  La deliziosa voce di Anna Fox Rochinski punteggia una melodia che sorvola rotte sixties, seventies (un theremin?) ed atterra ai giorni nostri in un college qualsiasi della East Coast.

MILD HIGHCLUB -ROLLERCOASTER BABY

Ho un piccolo picchio di legno sulla mia scrivania che scende lungo una piccola sbarra di ferro picchiettando con una cadenza sempre uguale. Ipnotica. Un po’ lo stesso effetto che mi provoca Rollercoaster Baby. Un che di Sparklehorse e un giro sempre uguale che non esce dalla testa. Di supporto agli Youth Lagoon, fra poche settimane anche dalle nostre parti.

HINDS – SAN DIEGO

Come si fa a non voler bene alle Hinds? Caotiche, sorridenti, sempre “cariche a pallettoni” e con una manciata di canzoni perfette per fare festa. Personalmente ho una sorta di unfinished business con loro. Dopo il concerto di quest’estate all’Ypsigrock la prima cosa che ho pensato è stata… “sì, brave ma quanto vorrei vederle al Covo in una dimensione più da club… ” Bene, venerdì prossimo sarò accontentato e spero veramente che saremo numerosi, sudati e con un bel sorriso stampato in faccia.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Oh, it’s fine (Qlowski per SG)

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La prima volta che incrociai i Qlowski fu poco dopo metà aprile dello scorso anno, quando questi salirono sul piccolo palco del Freakout di spalla a quegli squilibrati dei Memories. Non intendo dire che fu la prima volta in cui li vidi suonare dal vivo, quanto che quella fu proprio la prima volta che mi imbattei in quei ragazzi in vita mia. Anche se è possibile li avessi già incontrati in giro in precedenza, sinceramente quella sera le loro quattro facce mi risultarono del tutto sconosciute. Come sempre arrivai presto al locale, di regola cerco di non perdermi i gruppi che aprono le serate anche quando di loro non so nulla. I gruppi spalla in realtà quella sera erano due perché assieme ai Qlowski a spartirsi il ruolo di supporto agli headliner c’erano i Krano. A dirla tutta poi né i Qlowski né i Krano erano nomi del tutto estranei in quanto entrambi mi erano stati segnalati da una persona del cui gusto e giudizio mi fido piuttosto ciecamente.
I Qlowski mi piacquero subito, tanto che dopo quella sera tornai a vederli altre tre volte: in meno di sei mesi quattro concerti e di questi la metà messi in piedi direttamente da me essenzialmente perché avevo voglia di tornare ad ascoltare le loro canzoni.

I Qlowski hanno base a Bologna e sono in quattro: due ragazze già in formazione con le cugine dreamy surf punk Naughty Betsy alle prese con tastiera e basso e due ragazzi che si spartiscono i ruoli di cantante/chitarrista e batterista. Le loro canzoni incrociano la wave tesa e malinconica dei Sound con l’indie pop stralunato e obliquo stivato nel catalogo Flying Nun. Questo è quello che ci ho sentito io, perlomeno.
Tra pochissimo faranno uscire qualcosa. Sarà un’autoproduzione su cassetta nell’antica logica del do it yourself, con un artwork curato da Giulia Mazza (His Clancyness e tanto altro).
In attesa di quell’uscita oggi regalano a noi di Sniffin’ Glucose due canzoni che ben rappresentano le due anime del loro suono, accompagnandole con un flyer creato apposta per l’occasione da Federica, la loro bassista.

Anche se ora potrò finalmente ascoltare le loro canzoni sullo stereo di casa mia, credo che comunque continuerò ad andare a vederli suonare dal vivo.
Spero capiti presto.

Arturo Compagnoni


I was there, and I’ve never been wrong (Fiver #02.2016)

James Murphy (LCD Soundsystem)

James Murphy (LCD Soundsystem)

In principio Sniffin’ Glucose era il blog di Arturo. Lo ospitava blogspot. Ad un certo punto è diventato un sito ma è rimasto un blog nella sostanza. E’ diventato il blog di Arturo, Massimiliano e Cesare.
Non ci abbiamo ragionato sopra chissà quanto sinceramente, ma ci sembrava una buona idea poter scrivere di musica (soprattutto) e farlo in uno spazio creato e gestito in completa autonomia. La musica alla fine è diventata un pretesto per scrivere un po’ di noi. Si sono aggiunti tanti contributi in questi due anni e mezzo di vita. Abbiamo incontrato gente che non avremmo mai pensato di poter ospitare, alcuni sono diventati amici, altri li abbiamo persi per strada. Alcune cose che abbiamo scritto sono circolate, altre le hanno lette in pochi ma non è questo il punto.
Il punto è che uscirà un nuovo disco di LCD Soundsystem quest’anno. Ormai è vicenda nota: suoneranno a Coachella (a proposito di I was there) e nel corso dei prossimi mesi pubblicheranno delle nuove canzoni (una, natalizia, è già uscita). La cosa che ci ha legato fin dall’inizio a me, Arturo e Massimiliano, non è stato solo l’amore per la musica, per una band o una determinata scena ma un’attitudine nel rapportare le nostre vite alle vicende musicali. Su questo c’è stata sempre sintonia. Neanche fosse una sorta di filosofia da seguire, di cui nessuno conosceva davvero i precetti ma che alla fine ci ha sempre fatti ritrovare, nonostante qualche momento complicato che ad ognuno la vita ha portato inevitabilmente in sorte.
Il mio momento complicato è stato l’inizio degli anni 2000. Diciamo 2002. Avevo 35 anni allora, James Murphy 32. Gli ultimi 15 li avevo passati in redazione a Rumore oppure in radio. E’ stato il momento in cui ho detto basta. Ho continuato ad ascoltare musica ma sentivo il bisogno di farlo solo per me stesso. Senza che gli impegni lavorativi condizionassero l’andamento dei miei ascolti. Losing My Edge, il primo singolo degli LCD Soundsystem, usciva nel 2002 e sembrava scritto apposta per me. Era la mia canzone, in quel momento e lo è a maggior ragione ancora adesso. Terminava ripetendo 15 volte la frase: You don’t know what you really want. Allo stesso tempo, con un carico d’ironia da 90 (I was there in 1974 at the first Suicide practices in a loft in New York City), sottolineava quanto fosse importante esserci stati, al posto giusto, nel momento giusto. E noi ci siamo stati: al concerto degli Smiths del 1985 a Roma, in Piazza Maggiore quando suonarono i Clash, a vedere Pavement, Nirvana e Gang Starr nel ’91, i Jesus and Mary Chain nel 1986. C’eravamo quando dovevamo esserci e abbiamo continuato a farlo. Poi, allo stesso tempo, abbiamo anche perso qualcosa per strada, come è inevitabile. Ma quella canzone ci ha insegnato che non sarebbe diventato un problema, in fondo. Tornano gli LCD Soundsystem e sapranno farlo nel modo migliore, ne sono certo. James Murphy è nato vecchio, lo ha scritto lui stesso nella lettera che ha accompagnato questo ritorno. Di conseguenza sarà meno faticoso che per altri. Saprà tornare alla stessa maniera delle Sleater Kinney, insomma. Con la consapevolezza che alla fin fine anche i kids coming up from behind non sono nient’altro che bravi ragazzi. Come lui e come noi, del resto.
Cesare Lorenzi

La volta che mi chiesero a bruciapelo di fare un nome e uno solo per fotografare i miei anni zero, feci quello degli LCD Soundsystem. Non voglio fare analisi ne’ stilare graduatorie, magari di gruppi più importanti ne ho anche incontrati in questo millennio, in ogni caso rileggendo ora le cose che all’epoca scrissi al riguardo, mi accorgo che non sposterei una virgola. Rendermi conto che il mio entusiasmo è immutato oggi rispetto ad allora mi basta.
Bentornati.

LCD Soundsystem – Sound of Silver (EMI)
In una sola canzone, la prima del nuovo disco dei suoi LCD Soundsystem, James Murphy riesce a citare se stesso (il battito d’apertura è lo stesso che accompagnava Losing My Edge), i Kraftwerk (Trans Europe Express e The Robots in un sol colpo) ed infine la disco di fine anni settanta, sintetica e glamour come non mai. Sette minuti e undici secondi e la partita è già finita.
A volte capita di leggere un libro e ad ogni pagina ci si stupisce di come l’autore sia riuscito ad esprimere i medesimi concetti che da sempre giacevano assopiti nel nostro subconscio ma che mai da soli avevamo avuto la voglia o la capacità di estrarre. Ecco, James Murphy riesce a trasmettere quella stessa sensazione attraverso la musica. Partendo da riferimenti culturali cari a molti, quelli esplicitati qualche tempo fa in quel vero e proprio manifesto d’intenti che fu il singolo di debutto, il suo soundsystem newyorkese taglia e cuce finendo per rivestire a nuovo l’intero corpo della moderna pop music. Dentro ci sta tutto: Heaven 17 (Someone Great e la title track), Talking Heads un po’ ovunque, tra tormentoni per ammazzare il dance floor e canzoni che stanno incastrate tra il secondo e il terzo disco dei New Order, come quella All My Friends che cresce piano sino a tramutarsi in una versione di Born Slippy adatta pure al difficile gusto di un Mark E. Smith qualunque. Infine il nostro chiude indossando le vesti del crooner con un omaggio incarta cuore alla città di New York: pianoforte, ritmo a spazzola e voce. Il momento di sedersi, riprendere il fiato e rendersi conto del capolavoro che abbiamo appena terminato di ascoltare.
recensione per Rumore scritta il 04/02/2007

In the Beginning, There Was Rhythm – Rolling Stone Milano 22 marzo 2007
Il concerto degli LCD Soundsystem di ieri sera a Milano è stato strepitoso per i seguenti motivi:
1) perché sul palco non c’era nemmeno un computer, e se c’era io non l’ho visto, però c’erano una batteria (in certi momenti anche tre batterie), un basso, una chitarra e delle tastiere;
2) per la maglietta di James Murphy, una t-shirt stazzonata e con un buco in mezzo con su scritto “Tusco Sky Valley, New Mexico”, una roba che io non metterei nemmeno in casa il giorno in cui mi deciderò a fare le pulizie di Pasqua;
3) per il fisico di James Murphy: un bel rotolone attorno alla pancia, capello sanamente spettinato e un centimetro di barba;
4) per l’aspetto del batterista, Patrick Mahoney, uno che sembra prelevato di peso dal bordo della piscina di un motel a mezza stella della sperduta provincia americana;
5) perché nonostante i tre punti di cui sopra gli LCD Soundsystem sono incredibilmente fighi e James Murphy è un idolo delle ragazzine (ergo un giorno potrei diventarlo pure io);
6) perché il chitarrista che si sono scelti per questo tour, Al Doyle, non saprà come dire ai suoi amici Hot Chip che assieme a James Murphy si diverte molto di più;
7) per la versione live di Daft Punk Is Playing at My House, che per il contesto in cui è stata suonata e per come è stata suonata è stata la roba più punk che mi sia capitato di vedere negli ultimi cinque anni;
8) perché i 16 minuti di Yeah – cronometrati dal mio socio Alberto con cui ho condiviso una estenuante, faticosissima e divertente transenna in prima fila proprio di fronte a Murphy – sono stati l’unica vera esperienza di trance psichedelica provata in questi ultimi anni (per la cronaca in mezzo la canzone si è trasformata in una cover di Carl Craig che naturalmente io non avrei mai riconosciuto non fosse stato per Alberto);
9) per la cover di No Love Lost dei Joy Division che ad un certo punto hanno suonato;
10) per quella caramella che James Murphy ha scartato, si è infilato in bocca e ha cominciato a masticare mentre cantava New York, I Love You but You’re Bringing Me Down;
11) infine perché gli LCD Soundsystem hanno dimostrato in maniera ASSOLUTA e DEFINITIVA che anche un gruppo che suona musica da ballo è in grado di sfornare dischi capolavoro e spaccare il culo dal vivo. Punto.
scritto per Sniffin’ Glucose 1.0 il 23/03/2007

LCD Soundsystem + !!! – Piazza Castello, Ferrara 24 giugno 2010
Nessuno dovrebbe essere costretto a salire su un palco poche ore dopo che la nazionale del Paese in cui si trova a suonare è stata estromessa al primo turno dei mondiali di calcio, né cominciare il proprio set mentre la luce del sole illumina ancora a giorno una piazza semi deserta. Ma uno scenario del genere non offusca i pensieri del triplo punto esclamativo. Nic Offer si immola al pubblico e scatena il putiferio con mosse da disco dancer di altri tempi, la chitarra costruisce il suono e il basso ricama, costantemente sintonizzato sulla linea utilizzata dagli Stone Roses per Fool’s Gold. Poi cala la notte, l’enorme mirror ball piazzata in alto comincia a ruotare e James Murphy sale sul palco addobbato più o meno come capita a noi mortali prima di infilarci a letto: t-shirt bianca stropicciata su braghe scure e informi, come un ex studente di college cresciuto a football, birra e hamburger. L’inizio è lento e penalizzato da un suono impastato da volumi troppo bassi, poi tutto prende inesorabilmente quota sull’abbrivio di canzoni che nell’arco di tre soli album sono state capaci di riassumere il trentennio precedente erigendo un monumento al passato costruito con attrezzi e materia prima pescati dal futuro. Neu! e Suicide, Human League e Daft Punk sparati dritti in faccia ad una piazza ondeggiante, con il proscenio che sbanda come fosse ad un concerto dei Black Flag. Se Murphy deciderà di non regalare un domani alla sua creatura a questo punto non importa, anzi probabilmente sarà meglio così, impossibile fare di più. E’ stato tutto perfetto e, utilizzando il refrain dell’unico vero inno mai scritto per la generazione dei pochi forty something ancora in pista, alla fine potremo affermare convinti: noi c’eravamo.
reportage live per Rumore scritto il 25/6/2010

That’s how it starts
We go back to your house
We check the charts
And start to figure it out

And if it’s crowded, all the better
Because we know we’re gonna be up late
But if you’re worried about the weather
Then you picked the wrong place to stay
That’s how it starts.
Arturo Compagnoni

L’inverno del 2016

Come tutte le persone che sono in giro da un pezzo, ho le mie teorie. Un tempo una di queste mi aveva portato alla ferma convinzione che Modena e la sua provincia fossero la nostra Olympia. Olympia WA: K Records, exploding the teenage underground into passionate revolt against the corporate ogre, Kill Rock Stars, revolution grrrl style now, insomma tutta quella roba lì che se non la conoscete non so perché stiate a perder tempo a leggere le cose che scrivo su questo blog. Nonostante questa teoria, peraltro personalissima, sia stata sorpassata dal mutare dei tempi e dei costumi, ritengo tuttora che un posto come La Barberia, bottega di barbiere trasformata in club estemporaneo, potesse nascere ed esistere solo dalle parti di Modena (non sto a scendere nei dettagli perché voglio essere breve, ma se qualcuno avesse curiosità e voglia di saperne di più può partire da qui).

In genere sono portato a dar credito al prossimo anche quando non lo conosco. Se poi una persona la conosco e questa persona in passato ha dato prova di meritar fiducia, il mio credito nei suoi confronti aumenta in maniera esponenziale. Così quando il mio amico Giovanni mi consiglia di ascoltare un disco, io lo ascolto. Lui assieme a Luca sceglie le cose da stampare per l’etichetta nata sulle poltrone della barberia di cui sopra, quindi se decide di pubblicare una cosa io gli presto attenzione, molta attenzione. Così quando una sera di inizio 2013 mi passò il cd di Setti misi da parte tutto il mio atavico scetticismo per il suono della voce italiana e lo ascoltai. Feci bene a farlo, ovviamente e ovviamente me ne innamorai all’istante. In quel disco c’erano otto canzoni che spartivano allegramente attitudine lo-fi, passione semi acustica e ritmi sintetici sparpagliati a tappeto che aggiungevano una spinta al movimento, inaspettata per un lavoro di matrice cantautoriale (qui la sceneggiatura prevedrebbe il pippone sui “nuovi cantautori italiani”, ma non ne ho proprio voglia).

Setti è bravo con la musica ed è bravo con le parole, ma è bravo in una maniera tutta sua. Ogni tanto mi capita di leggere qualcosa che lascia scritto in giro e ogni volta che succede ci trovo dentro qualcosa di speciale e mi sorprendo di quanto riesca ad essere così semplice e al tempo stesso profondo e tanto, ma proprio tanto, se stesso.

Per questo il suo è uno dei 10 nomi che assieme agli amici della No Hope fanzine e ai ragazzi del Covo Club abbiamo scelto di inserire nella lista di quelli che suoneranno in un piccolo festival: si chiamerà Inverno e invaderà il Covo le due sere dell’ultimo week end di gennaio.

Setti, che di nome fa Nicola, di recente ha fatto uscire un EP di demo, 4 inediti e 2 cover: The Hottest Autumn Ever di Bob Corn e Chiodi dei Wolther Goes Stranger. E’ un CDR totalmente autoprodotto e molto do it yourself, diciamo moltissimo. Si intitola Un presente e dentro contiene questa canzone, che forse non è la sua cosa più rappresentativa, ma a me piace un sacco, mi fa sorridere e ballare.
Mi fa star bene, ecco.

Arturo Compagnoni  

Out Of Focus (Fiver #01.2016)

Durak (The Fool)

Durak (The Fool)

Lo scorso ottobre Courtney Barnett ha inviato un tweet piuttosto geniale , ripreso anche dalle pagine di Rumore
“Se scatti una foto ad una foto sfocata, puoi rimetterla a fuoco se fai lo scatto fuori fuoco ?”

Amo molto certi paradossi, tanto da non lasciarli andare e desiderare di rispondere in maniera logica
La mia risposta è quindi “assolutamente sì” , mi piace molto credere che si possa rimettere a fuoco una foto sfocata , foto che assomiglia molto alla nostra vita.
Perché riconosciamolo… abbiamo tutti una vita un po’sfocata a tratti.
Una scena a cui sono molto affezionato nella storia del cinema è tratta da “Harry a Pezzi” dove Robin Williams si accorge di essere fuori fuoco costringendo i familiari a mettere gli occhiali per vederlo meglio.

Ma quello è un rimedio un po’ falso perché delegato ad altri in quanto “ci aspettiamo che gli altri si adeguino alle storture che siamo diventati” (Woody Allen).
Forse la visione corretta risiede proprio nel paradosso di Courtney Barnett, a volte occorre fare uno scatto fuori fuoco per tentare di rimettere le cose a posto.
Da sempre penso che il Cinema sia un compagno fedele in tal senso. Lo scatto fuori fuoco che può mettere a fuoco dove siamo in quel momento e come percepiamo le cose. Fermarsi un attimo, fare uno scatto e ripartire.

Come ogni anno proponiamo quindi alcuni scatti. Come da abitudine si tratta di film non distribuiti (o quasi) al Cinema ma che possono essere reperiti sperando in alcuni casi in una distribuzione futura. Scatti fatti per una serata di svago o per mettere a fuoco certi pensieri.
Tralasciamo le opere (in alcuni casi splendide) passate per alcuni festival europei nel 2015 ma che saranno sicuramente distribuite nelle prossime settimane sfruttando l’eco della corsa agli Oscar (Carol e Spotlight in primis a cui speriamo possano aggiungersi anche i “minori” Room e Anomalisa)

Ecco 10 scatti, in ordine sparso, tra i tanti del 2015

“DURAK/THE FOOL” di Yuri Bykov – Russia
Un luogo comune dice che un paese a pezzi fa uscire solitamente grandi film, in quanto la creatività diventa una risposta alla crisi stessa. Nel 2015 tutto ciò è realtà se pensiamo al film greco “The Lobster” (forse al primo posto nella mia personale top ten) e “Leviathan” considerato da molti un capolavoro. Dalla Russia arriva anche “Durak”, un altro pugno allo stomaco dove “il folle” è l’uomo onesto che deve confrontarsi e farsi ascoltare da una società corrotta e da un popolo stremato. Splendidamente kafkiano.

“THE DUKE OF BURGUNDY” di Peter Strickland – UK
Parlare di opera “stilosa” può far entrare subito nell’atmosfera adatta per descrivere questo film.
La storia è quella del rapporto d’amore tra 2 donne, tra romanticismo e pericolosi giochi delle parti.
Il film è girato nelle campagne inglesi e ogni frame potrebbe essere la copertina di un disco dei Belle & Sebastien, tanto che immagini che da un momento all’altro possa materializzarsi Stuart Murdoch sul divano di casa. Un’opera che ha diviso la critica inglese tra film inutile e mezzo capolavoro e che forse merita di essere visto proprio per questo e per farsi una propria opinione.

“VICTORIA” di Sebastian Schipper – Germania
One City-One Night-One Take recita il manifesto di questo intenso film tedesco.
La città è Berlino, irriconoscibile e a tratti cruda. La notte è quella passata dalla protagonista Victoria, una ragazza spagnola che incontriamo solitaria in una discoteca berlinese. One take è la ripresa del film, girato in un unico piano sequenza di 2 ore. Veniamo spinti a seguire letteralmente Victoria tra le 4 di notte e le 6 del mattino, il tutto accompagnati dalle musiche di Nils Frahm.
2 ore dove non accade niente o dove potrebbe accadere di tutto.
No spoiler ovviamente, per un film molto “europeo” e molto intenso.

“SLOW WEST”di John MacLean – Nuova Zelanda /UK
Gira e rigira uno o 2 film western all’anno me li segno da tramandare ai posteri.
Ormai sono così rari che – se riusciti – devono essere salvaguardati come animali in via d’estinzione. Slow West in realtà e’ un “western for dummies” , la storia è molto semplice e vista tante volte (un giovane ragazzo alla ricerca della donna amata persa nel selvaggio west) , ma se ci si lascia coinvolgere e si mettono da parte derive snobistiche il film scorre piacevolissimo.
La presenza del sempre ottimo Michael Fassbender come co-protagonista mi auguro possa facilitare la distribuzione nelle sale italiane nel 2016.
Se appassionati del genere vi segnalo anche il bellissimo “BONE TOMAHAWK”, da vedere però solo se si ha uno stomaco molto, molto forte.

“LONDON ROAD” di Rufus Norris – UK
Se il Cinema dopo 100 anni di vita continua ancora a sorprendere non è solo grazie agli effetti speciali e alle innovazioni tecnologiche dei film hollywodiani ma anche soprattutto ai piccoli film indipendenti e al modo drammaturgico con cui si affrontano certe tematiche. In questo caso la tematica è la storia vera di un serial killer che terrorizzò la piccola città di Ipswich tra l’ottobre e il dicembre 2006 uccidendo 5 prostitute. La modalità in cui viene esposto il caso è una sorpresa che lascio a chi avrà il desiderio di avvicinarsi a questo film. O spegnerete dopo 15 minuti oppure vi farete affascinare da questa ennesima perla del cinema inglese.

“MISTRESS AMERICA” – di Noah Baumbach – Usa
Con gli anni ho iniziato a provare simpatia verso i registi molto prolifici (vedi Sodebergh, David Gordon Green e tanti altri) , non perché capaci di sfornare solo capolavori ma proprio per il motivo contrario e cioè un alternarsi tra opere riuscite e non riuscite inserite però in un contesto creativo senza pause e per questo affascinante. Noah Baumbach prolifico non lo è mai stato ma questa volta in 12 mesi ha sfornato 2 film : While we’re young (da 6 politico) e questo Mistress America che vede ancora come protagonista la splendida Greta Gerwig accompagnata dall’altrettanto brava Lola Kirke di cui si sentirà sicuramente ancora parlare. Il film è riuscito e a tratti sembra di vedere un proseguimento ideale di Frances Ha . La coppia Baumbach/Gerwig (loro la sceneggiatura) sembra scrivano copioni con la facilità con cui noi beviamo un bicchiere d’acqua e il film scorre piacevole dalla prima all’ultima scena.

“ THE END OF THE TOUR” di James Ponsoldt – Usa
Di solito i film sui mostri sacri dell’arte contemporanea vengono attesi con il fucile puntato e nella storia si ricordano più flop che cose riuscite. Ma quando decidi di dare un taglio sottile all’opera è più facile non cadere in banalità. In questo caso il mostro sacro è il sempre amato David Foster Wallace e il film non è una sua biografia ma si limita a raccontare l’intervista che “Rolling Stones” decise di fare a Wallace grazie alla caparbietà del giovane giornalista David Lipsky. Sembra che il film possa essere distribuito nei cinema italiani a Febbraio. Nel caso non lasciatevelo scappare per far scendere una lacrimuccia da dedicare a Wallace.

“LOVE & MERCY” di Bill Polhad – Usa
Altro film biografico , altro mostro sacro. In questo caso Brian Wilson dei Beach Boys.
Da inserire decisamente nello scaffale “Biografie musicali riuscite”. Un racconto che mette in rilievo i disturbi mentali di Wilson ma lo fa con delicatezza e poesia rendendoci assolutamente vicini al personaggio indipendentemente dal nostro trasporto per la musica dei Beach Boys. Riuscito anche il taglio temporale dato all’opera. 2 tempi paralleli dove un grandissimo Paul Dano è il Brian creativo ventenne mentre a John Cusack viene dato il compito di interpretare un Wilson imbolsito dai farmaci alla soglia dei 50 anni. Da vedere

“71” di Yann Demange – UK
Qua invece parliamo di un film in realtà distribuito in Italia. A luglio. Solo in lingua originale sottotitolato. Risultato: in sala non l’ha visto nessuno. E invece va recuperato perché a mio avviso è uno dei film dell’anno. Dopo decine di film sul conflitto nord irlandese (alcuni da tramandare ai posteri) pensavo non ci fosse più molto da dire. Così non è. ’71” è un film intenso, costruito perfettamente. Politicamente discutibile ma umanamente eccezionale. Protagonista è Jack O’Connell astro nascente del cinema inglese e che avevamo già lodato 12 mesi fa su queste pagine parlando dell’ottimo “Starred Up” . Annotiamoci anche il nome del regista : Yann Demange, in quanto 71 è un’opera prima.

“ME, EARL & THE DYING GIRL” di Alfonso Gomez Rajon- Usa
Vale lo stesso discorso fatto per “71” . Film distribuito malissimo nelle scorse settimane e decisamente schiacciato dai blockbuster natalizi. Per di più il titolo molto discutibile deciso per l’uscita italiana (Quel fantastico peggior anno della mia vita) e un manifesto ancor più brutto non hanno certo aiutato. In realtà si tratta del film che molti di noi aspettavano da un anno in quanto trionfatore al Sundance Festival 2015 (Premio del Pubblico e Gran Premio della Giuria).
L’ennesimo racconto di formazione del cinema indipendente americano. Quando me ne stancherò ne farò a meno, ma per ora mi godo ancora il genere. Un film che trasuda amore per il cinema e che merita assolutamente di essere visto.

E se avete il tempo e la passione per altre storie , segnalo anche :

THE MULE
Film australiano su un impacciato corriere di droga. Tra la commedia,il drammatico ..e il pulp

RESPIRE
Opera prima della splendida attrice francese Melanie Laurent, ora anche ottima regista

MATCH
Riuscitissimo, un’opera molto parlata tra le 4 mura nello stile di Carnage

SET FIRE TO THE STARS
Il burrascoso rapporto tra il grande poeta Dylan Thomas ed il suo agente

I AM MICHAEL
La controversa storia (vera) di un giovane attivista omosessuale diventato poi pastore mormone
e interpretato da James Franco

NORTHERN SOUL
Piacevole e a tratti imperdibile per gli amanti dei movimenti culturali britannici.

ELEPHANT SONG
Dramma psicologico canadese che ha tra i protagonisti il grande e giovane regista Xavier Dolan qui nelle vesti di attore.

QUEEN OF EARTH
A mio avviso tra i migliori “thriller” della stagione. E Alex Ross Perry
(già autore di Listen Up Philips) è un regista da tenere d’occhio.

WELCOME TO ME
Classico “dramedy” del cinema americano. Piacevole. E poi ogni film con Kristen Wiig dovrebbe essere visto.

THE DIARY OF A TEENAGE GIRL
Opera prima. Miglior fotografia al Sundance Festival. Tratto da una graphic story edita in tutto il mondo. Assolutamente da vedere.

THE WOLFPACK
Il mio personale Premio Oscar 2015 al Miglior Documentario, una storia incredibile per un genere straordinario ancora troppo sottovalutato.

NEXT GOAL WINS
Documentario sulla squadra di calcio delle Isole Samoa. Può sembrare ridicolo ma ridicolo non è.

Massimo Sterpi

Out of Time (Fiver #50.2015)

screenshot-{domain} {date} {time} (2)
You don’t know what’s going on
You’ve been away for far too long
You can’t come back and think you are still mine
You’re out of touch, my baby
My poor discarded baby
I said, baby, baby, baby, you’re out of time

Out of Time – The Rolling Stones 

Le playlist di fine anno le trovo generalmente noiose, ovviamente autoreferenziali e assolutamente inutili. Mi piace il concetto che ha disegnato un mio amico giusto l’altro giorno di “classifica di fine anno come idea liquida di un processo in continua evoluzione”. Ma in effetti nemmeno questa iperbole mi si adatta. Ho smesso di evolvermi da un pezzo e non ho nessuna intenzione di riprendere a farlo. Troppo faticoso, poi sto bene dove sto, ho già dato.
E’ piuttosto evidente che io sia una persona fuori dal tempo. Direi che tutto questo blog è fuori dal tempo ma non voglio coinvolgere i miei amici nel discorso e allora parlo solo per me. E’ anche giusto, non è scritto da nessuna parte che uno debba per forza starci sempre dentro al tempo. Non nel senso classico perlomeno.  Sforzarsi di farsi piacere a tutti i costi l’attualità e pretendere di padroneggiarla con competenza è una follia. Mi accontento di viverla.
Pensavo questo l’altro giorno mentre sfogliavo con malcelata pigrizia e crescente sorpresa la classifica dei 50 dischi dell’anno stilata dalla redazione di Pitchfork. Da tempo le playlist di fine anno, a parte quelle di qualche amico (quest’anno Cesare ne ha pubblicata una che davvero vale la pena leggere), non le guardo più e le discussioni che generano – solitamente accolte in zona social network, area sempre più insopportabile per quanto necessaria – mi infastidiscono in maniera importante. Fanno eccezione due liste: quella di Norman Records che spesso segnala cose interessanti e meritevoli sfuggite alla mia attenzione e quella di Pitchfork, testata che a parte qualunque considerazione di merito, segna indubbiamente l’indirizzo degli umori dell’intellighenzia musicale del nuovo millennio. Posto questo, cioè l’indicazione di un trend generale della critica attraverso l’opinione di Pitchfork, il rapporto inverso tra la classifica della webzine di Chicago e i miei ascolti mi ha colpito. Non che non lo sapessi di essere fuori dal mondo ma vederlo lì, scritto nero su bianco, mi ha comunque spiazzato. Non è solo il fatto che la loro classifica dei migliori dischi del 2015 non incontri quasi per nulla il mio gusto, è che quei dischi mediamente io proprio non li conosco. In quell’elenco di titoli ce ne sono alcuni che non ho mai nemmeno sentito nominare (21), altri il cui nome mi è capitato di leggere ma non ho mai ascoltato né mai ascolterò perché non mi interessano in alcun modo (10), altri ancora che pur avendoli ascoltati non mi hanno detto nulla (4). Di 50 dischi ne ho acquistati 3 (tre!!! e vi assicuro che di dischi quest’anno ne ho comperati un botto, come sempre) mentre dei restanti 12 ne possiedo solamente una copia digitale, sintomo di un interesse senz’altro marginale.
Credo che non ci siano tante analisi da fare se non constatare come il pubblico interessato alla musica oggi sia molto più aperto agli ascolti di quanto non fossi io alla loro età (e di quanto non sia adesso, of course), apertura cui consegue – direi inevitabilmente – una passione decisamente più sfumata, a tratti superficiale. Un interesse che definirei generalista. Probabilmente a nessuno di loro potrebbe adattarsi il motto “Rock ‘n’ roll is an attitude, it’s not a musical form of a strict sort. It’s a way of doing things, of approaching things. It’s a way of living your life”, citazione di Lester Bangs che meglio rappresenta la mia idea di approccio alla musica. C’è un’altra frase che lessi anni fa in un’intervista che ogni tanto tiro fuori perché mi sembra renda bene l’idea. L’ha pronunciata David Thomas dei Pere Ubu riferendosi alla sua assoluta e totale dedizione alla musica: “Da giovanissimi noi abbiamo avuto l’equivoca fortuna di avere un sogno e una visione di una intensità che non avremmo potuto poi sopportare da adulti. Quando ti capita una cosa del genere sei marchiato per sempre, non c’è altra via che continuare”. Un po’ enfatico indubbiamente, ma tutto sommato piuttosto rispondente alla realtà che alcuni di noi, nati tra anni ’60 e inizio ’70, hanno effettivamente vissuto. Non so da cosa dipenda, in alcuni casi, quelli che coinvolgono i più anziani, suppongo che lo schierarsi in maniera decisa, a tratti quasi fanatica, a difesa di un genere musicale puntando il fucile carico contro tutto il resto abbia a che fare con l’aver vissuto in diretta l’avvento del punk e il suo essere necessariamente una faccenda da dentro o fuori. Bianco da una parte nero dall’altra, nessuna mezza misura. E se è vero che non sono mai stato un punk è anche vero che l’esser partito ad ascoltare musica da Never Mind the Bollocks e The Clash è stata sicuramente una chiave di volta per leggere tutto quello che mi è capitato dopo a proposito di musica (e non solo).
Non fosse irrispettoso verso la storia, quella con la esse maiuscola, e il paragone non apparisse blasfemo direi che mi sento come immagino si senta un partigiano. Ho fatto cose di un’altra epoca e ho vissuto esperienze che oggi non sarebbero in alcun modo ripetibili. Appartengo a una generazione di sopravvissuti. Non me ne vanto ma neppure me ne dispiaccio, aspetto solo l’estinzione.

Jaill – Getaway

Quando vedo una batteria timpano e rullante suonata stando in piedi mi dispongo bene da subito. Loro sono già al quarto disco, alcuni ne hanno pubblicati con la Sub Pop mentre questo esce per la Burger. Dire che questa canzone e questo video mi mettono allegria è dir poco.

Communions – Forget it’s a Dream

I danesi somigliano ai personaggi dei film di Lars Von Trier. Me li figuro tutti nazisti e (mal)celatamente gay. Che detta così sembra quasi che ce l’abbia su con loro, cosa che non è. Anzi stando alla musica, negli ultimi 2 anni i gruppi nuovi che mi piacciono di più arrivano tutti dalla Danimarca. Anche se questi sembrano più un gruppo brit di inizio anni ’90.

Giungla – Cold

Emanuela Drei è (era?) la cantante degli Heike Has the Giggles. Ora viaggia da sola, si fa chiamare Giungla e a giudicare da questa canzone ha deciso di piacermi parecchio.

Naps – Sandspurs

Da Tallahassee, Florida, i Naps hanno tutte le carte in regola per diventare il mio gruppo preferito dei prossimi due giorni. La voce di lei è incantevole ma forse è anche meglio quella di lui che si ascolta sul retro di questo loro secondo singolo dove affrontano una cover di Lost in My Bedroom di Sky Ferreira per sola chitarra, voce e un’armonica che sbuca proprio alla fine. Magari ascoltatevi anche quella.

Sports – Reality Tv

Punk da adolescenti con entrature indie pop precise e canzoni che quando durano due minuti va già bene. Classico gruppo che dalle nostre parti piacerà a quindici persone, i cui nomi e cognomi conosco tutti.

Arturo Compagnoni