indie pop ain’t noise pollution (parte 1) 50-41

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Siamo sommersi da classifiche di tutti i tipi, in qualsiasi periodo dell’anno. Una volta ci si limitava al mese di dicembre, alle playlist che andavano a riassumere l’andamento dell’intera annata discografica: era un appuntamento atteso e vissuto con una partecipazione nerd quasi commovente. Nick Hornby con Alta Fedeltà lo ha raccontato in maniera esemplare: e le sue Top Five sono rimaste indelebili nella nostra memoria.

Poi si è trasceso, non esiste più moderazione ed ogni scusa è diventata buona per classificare qualsiasi cosa in qualunque momento. Compilare oggi una classifica, qualunque essa sia, è un mero esercizio tendente ad affermare la propria personalità di fronte a un pubblico cui nella maggior parte dei casi nulla importa della personalità altrui. Niente di male, per carità. Solo una cosa inutile.

A meno che non si scelga un tema in grado di stimolare interesse o meglio ancora un argomento che vada a soffiare sul fuoco della passione di chi legge e a meno che chi decida di trattare tale argomento abbia una autorità e un bagaglio di conoscenza tali da risultare credibile. Qualcuno che riesca ad effettuare un operazione di sintesi con una visione alle spalle a sorreggere il tutto. È capitato recentemente al mensile Mojo, che quanto a lavoro di archiviazione, analisi e catalogazione del passato non ha eguali, almeno tra le testate che siamo abituati a sfogliare da queste parti. La rivista inglese ha messo in fila i “50 Greatest UK Indie Records Of All Time“. La data di partenza è il 28 dicembre 1976, quando i Buzzcocks registrarono le prime quattro canzoni che pubblicarono sull’ep Spiral Scratch, prima uscita della loro etichetta, la New Hormones, a fine gennaio dell’anno successivo, data ufficialmente e unanimemente riconosciuta come nascita dell’indie rock.

Scorrendo l’elenco ci siamo accorti immediatamente che questi 50 titoli, per un motivo o per l’altro, hanno fatto da colonna sonora alle nostre vite. Alcune canzoni in maniera così rilevante da influenzare quello che poi siamo diventati in seguito. Più che semplici dischi una vera e propria mappatura genetica, dunque. Un pò come trovare il proprio DNA stampato tra le pagine di una rivista. Non potevamo esimerci dall’approfondire, anche in maniera scanzonata, come conviene a questa estate bizzarra.
Una considerazione: su 50 titoli scelti solo 5 appartengono agli anni zero e l’ultimo in ordine di uscita (Camera Obscura) è datato 2006, vale a dire 8 anni fa.

50 – 41

50) HUGGY BEAR “Herjazz” (1993)

La risposta inglese alle Bikini Kill, ovvero il punk declinato in versione riot. Una grande manciata di singoli che riascoltati ora suonano ancora attuali. Energia priva di data di scadenza, a quanto pare. Questo singolo é del 1993, l’anno prima le intervistai per Rumore, uno dei miei primi articoli in assoluto per la rivista. Sono andato a rileggerlo e certe dichiarazioni sono ancora oggi da stamparsi a memoria: quando parlano di rock indipendente che non si era ancora trasformato in indie, per esempio. Invecchiati/e benissimo, alla faccia di quelli che all’epoca li liquidarono con la solita provinciale sufficenza. (C.L.)
Da pronunciare in unico respiro con la parola Bikini Kill. Da recuperare l’esibizione a The Word. Una carica impressionante prima di mettere a soqquadro lo studio televisivo di “quei fottuti sessisti di Channel 4″. Riscoprirla mi ha fatto sentire bene. (M.B.)
Erano i tempi in cui – per dirla con i Sonic Youth – la musica alternativa entrava in classifica o parafrasando più appropriatamente le Bikini Kill, il punk rock faceva si che il sogno si avverasse. Entrambe le affermazioni avrebbero avuto vita breve eppure a più di vent’anni di distanza possiamo dire senza timore di smentita che quell’epoca (prima metà dei ’90) oltre ad essere stata fantastica è stata anche l’ultima a portare agitazione ed eccitazione tra le acque stagnanti del rock. In questo contesto le Huggy Bear erano senz’altro la più importante sponda brit ad un fenomeno che per quanto transnazionale fu in effetti faccenda prettamente americana. (A.C.)

49) THE DELGADOS “The Great Eastern” (2000)

Un gruppo che poteva diventare enorme. Un brano come questo, per esempio, vale come un’intera discografia dei National. Ma se il successo non è arrivato, quantomeno non nei termini che era lecito attendersi, sono stati comunque una band che ha segnato in maniera fondamentale le vicende del rock indipendente inglese. Non solo con la loro musica ma anche con quella della loro etichetta, la Chemikal Underground, che ci ha regalato gruppi come Mogwai Arab Strap tra gli altri. (C.L.)
Sottovalutati protagonisti della scena scozzese di fine 90 inzio 00. Riascoltati i loro album in sequenza cocludo che Mojo non gli rende un gran servizio scegliendo The Great Eastern, album dignitoso ma tutto sommato episodio insipido rispetto alla scintillante doppietta d’esordio Domestiques/Peloton. (M.B.)
Se i Mogwai puntavano allo stomaco e gli Arab Strap miravano all’anima, i Delgados andavano invece dritti al cuore. Avessi scelto io avrei senz’altro indirizzato l’attenzione su – Domestiques – il disco di debutto, ma ogni cosa i Delgados abbiano scritto, cantato e suonato merita attenzione. A testimonianza del fatto che se l’Inghilterra può essere considerata la patria del pop la Scozia invece non è un luogo ma una condizione: della mente come dell’anima. (A.C.)

48) JAMES “Village Fire” EP (1985)

No, i James no. Non sono mai stati nelle mie corde. Né le prime cose, contenute in questo EP, né quelle di maggior successo che seguirono. Mi ritrovai comunque anch’io a cantare Oh sit down, sit down next to me, in quello che fu un inno per una stagione. (C.L.)
Reading 91 non fu solo Nirvana. La giornata del sabato fu, al netto di alcune apparizioni indimenticabili (Teenage Fanclub/Mercury Rev/Fall), l’ideale punto di passaggio di consegne tra l’incompiutezza di alcuni protagonisti di madchester e dintorni (Flowered Up/Kingmaker/Carter Usm) e la gettata delle fondamenta del movimento Britpop prossimo venturo (Blur). A officiare tale passaggio i James non sfigurarono affatto e Sit Down, cantata in coro dai 60.000 intervenuti, sembrò il momento di sublimazione di tale passaggio. (M.B.)
Fenomeno strano i James. Anch’io non sono mai riuscito ad entrarci dentro fino in fondo perdendo il filo tra la partenza in chiave (quasi) post punk, la vertiginosa impennata brit pop e un ritorno in scena sin troppo maturo. Questo ep raccoglie i loro primi due singoli e fu pubblicato niente meno che dalla Factory nel 1986: a conti fatti forse la loro cosa migliore. (A.C.)

47) SWELL MAPS “Read about Seymor” (1977)

Una delle mie band inglesi preferite di tutti i tempi. Precursori assoluti di una miriade di gruppi che pagheranno tributo: dai Sonic Youth, ai Pavement, fino ai Blur, che ascoltata questa canzone hanno forse capito come accellerare il proprio repertorio. Band grandiosa. Fine prematura. Pura leggenda. (C.L.)
Seminali, sconosciuti ai più, un triste destino. La recente pubblicazione di “Note parallele”, testo che unisce le parole di Epic Soundtracks sul suo mito Brian Wilson ad una riscoperta della figura dello sfortunato fratello di Nikki Sudden, appare lettura assai appetibile e raccomandabile. (M.B.)
La band dei fratelli Godfrey è una di quelle la cui popolarità è inversamente proporzionale all’influenza esercitata sui posteri. Questo fu il loro primo singolo, da recuperare assieme ai soli due album pubblicati: senza questa roba nessuna discografia può dirsi completa. (A.C.)

46) Camera Obscura – Lloyd I’m Ready To Be Heartbroken (2006)

Non sono sicuro che questo gruppo meriti davvero di finire in una classifica del genere. La canzone è deliziosa peró, anche se non riesco proprio a non pensare a Lloyd Cole ascoltandola. E non ho ancora deciso se sia una cosa positiva o meno. (C.L.)
Concordo sulla perplessitá riguardo l’opportunitá di includere questo pezzo in classifica, carino ma dimenticabile. Un omaggio ad un autore (Lloyd Cole) e ad un pezzo fondamentale (Are you ready to be heartbroken?), visto che d’Inghilterra si parla, un po’ “cheesy”. Più in generale, visti dal vivo ed esaminati i loro dischi non hanno mai saputo dissipare i miei dubbi. (M.B.)
C’è un aneddoto riguardo questa canzone che difficilmente dimenticherò. Il giorno in cui nacque Giulio avevo con me l’i-pod su cui come al solito erano caricati un grappolo di nuovi dischi. Quella sera a un certo punto venni abbandonato sull’unica sedia disponibile in un lungo, buio e deserto corridoio del Sant’Orsola. Si ricordarono di me giusto un pelo prima dell’evento, quando una trafelatissima infermiera venne a prelevarmi per accompagnarmi in sala parto. In quel momento i Camera Obscura stavano suonando questa canzone. (A.C.)

45) Half Man Half Biscuit –  Trumpton Riots (1986)

Mai ascoltati davvero. Con quel nome non ci ho mai pensato veramente. Questo brano, sinceramente, mi scivola addosso senza lasciare traccia. (C.L.)
Mai considerati veramente però il loro nome è grandioso. (M.B.)
Dovendo stare su un nome strano e smezzato mi chiedo non fosse meglio mettere in classifica gli Half Japanese. (A.C.)

44) The Wild Swans – Revolutionary Spirit (1982)


Una band che poteva diventare grande. Si limitó invece ad attraversare i cieli del post-punk inglese come una meteora. Un solo singolo, questo. Un pezzo che ascoltato oggi non ha nulla da invidiare ai vari New Order e Echo and the Bunnymen. L’album di debutto arriverá dopo 6 anni ma ormai la magia era scomparsa definitivamente, tra un cambio di formazione e l’altro. Rimane una delle più grandi occasioni buttate della wave britannica, anche se questa canzone alla fine basta e avanza. Talvolta bastano poco piú di 4 minuti per entrare nella storia. (C.L.)
Teardrop Explodes, Echo and the Bunnymen e anche Care, Lotus Eaters. Liverpool primi ottanta. Non avevano molto di meno ma al termine del suo giro la ruota del successo non li ha indicati. (M.B.)
Mi è capitato più volte di incrociare il nome dei Wild Swans ma sinceramente non avevo mai ascoltato questo loro unico singolo. Le classifiche fatte dagli altri servono anche a questo: invitarti a scoprire cose e innamorartene all’istante. (A.C.)

43) The Pooh Sticks – On tape (1988)

Qui non riesco ad essere obiettivo. Manco ci provo. Questa é la canzone che celebra la scena di Glasgow e lo fa citando nel testo gli Orange Juice, la Postcard e i Pastels. Due minuti o poco più di perfetto jangle pop praticamente irresistibile. (C.L.)
Cosa aggiungere? Un testo fantastico che riproponeva il dilemma dell’epoca. Comprarsi l’album o recuperarlo “on tape” tramite amici o conoscenti? A ribadire la superiore poetica di quei tempi oggi suonerebbe malissimo intonare “I’ve got it on hard disk”…(M.B.)
Questa canzone mi porta a casa di Steve, la persona con la migliore collezione di dischi epoca C86 che io abbia mai conosciuto. Giravamo con una Uno bianca prima dei tempi della Uno bianca, andavamo al Candilejas il giovedì sera, allo Slego il sabato, e per il resto della settimana ascoltavamo questa roba qui: indie pop suonato veloce come fosse punk, ancora oggi uno dei miei piatti di minestra preferiti. (A.C.)

42) Fire Engines – Candyskin (1981)

Nessuno mi toglie dalla testa che la Scozia, in quel periodo ad inizio anni ottanta, fosse un groviglio di fermento creativo sorprendente. Capitava di svegliarsi una mattina, aprire il NME, e scoprire band come questa in primo piano. Durarono poco e la loro discografia rimane limitata, ma non è mai stata una questione di quantitá del resto. (C.L.)
Concerti di venti minuti che erano, per usare le loro parole: “Pure aggression, attitude and hate was what it was.” Gente come Franz Ferdinand o Rapture dovrebbero versargli royalties su base regolare. (M.B.)
Punk funk in un momento in cui il genere era morto dove nacque (NY) e ben lungi dall’essere recuperato dll’hipsteria anni zero. I Fire Engines (assieme ai Josef K che incontreremo poco oltre) erano apparentemente fuori sincrono, discretamente epilettici, decisamente spigolosi e assai scorbutici. Naturalmente scozzesi e assolutamente irresistibili. (A.C.)

41) McCarthy – Keep an open mind or else (1989)

Riascoltando questo brano, e non mi capitava da tempo, ho pensato che avrei dovuto smettere di ascoltare musica nel 1989. Sarei rimasto con centinaia di dischi in meno in casa ma probabilmente questa canzone avrei avuto occasione di ascoltarla ancor piú spesso di quanto ho in realtá fatto. Pezzo stratosferico. Riscoprirla ora é stato come accorgersi che in fondo la ragazza che avevi a 20 anni era la migliore di tutte. (C.L.)
Riallacciandosi all’etica dell'”on tape”. Quando abitavo a Roma avevamo messo su con Arturo, viste le esigue finanze, un proficuo scambio di cassette via posta. Sembra preistoria. Una di quelle, letteralmente divorate dalla mia autoradio Goldsound (!), era quella che sulla costa portava scritto McCarthy/The Chesterfields. Levo alta nel cielo una lamentela per l’esclusione di quest’ultimi dalla classifica di Mojo mentre Tim Gane, chiusa l’avventura McCarthy, era destinato alle braccia di Laetitia Sadier e all’abbraccio di noi tutti sotto la sigla Stereolab(M.B.)
Musica fortemente politica, spensierata e a tratti molto molto ballabile: tre album che sono pietre d’angolo e che ai primi tempi di Specchi d’acqua (Radio Città 103, ore 14.30 del mercoledì pomeriggio, seconda metà degli anni ’80) furono epicentro delle nostre programmazioni radiofoniche. (A.C.)

Fiver #04.08 (Being sad is not a crime)

Being sad in not a crime

AR-Central Park
Mi é capitato recentemente di fare uno di quei giochini stupidi che ti passano davanti agli occhi quando passi troppe ore in compagnia di un pc, tra cazzeggio, social network e lavoro. Si doveva raccogliere in una lista 50 concerti a cui si era presenziato, niente di più. Ho tirato fuori l’agenda e in ordine cronologico ho elencato quelli che mi sembravano più significativi. Una bella lista, con alcune chicche, come qualcuno mi ha fatto notare. Tipo un concerto londinese dei La’s, sul finire degli anni ottanta. Un gruppo che duró un battito di ciglia, con un solo album pubblicato che peró divenne uno di quei dischi che tutti, in Inghilterra, si misero a citare come influenza fondamentale. Ma quello che mi ha colpito di più, rileggendo quella lista (chi ha voglia e tempo da perdere può farlo qui), é stata l’assoluta ecletticitá. Non che sia un particolare merito ma penso non sia così usuale passare dai La’s ai Sonic Youth. O dagli Swans ai Charlatans. La veritá é che ho sempre apprezzato generi musicali differenti. Farlo da ascoltatore non é cosí complicato, in effetti. Serve solo un pó di predisposizione a non schierarsi in fazioni, presumo.

Tutt’altro discorso trovare un musicista che sia capace di districarsi tra percorsi musicali a trecentosessanta gradi, che lo sappia fare veramente e non sia Damon Albarn.
Il mio preferito, uno dei pochissimi veri eclettici, è Arthur Russell. Un musicista con una storia straordinaria alle spalle, affascinante e drammatica come si compete ad un vero artista. Ha vissuto una di quelle vite talmente sfaccettate che raccontarla tutta diventa praticamente impossibile.
Nativo dello Iowa cresce con una educazione musicale classica: il violoncello sará lo strumento che in un modo o nell’altro fará da unico filo conduttore in una produzione capace di spaziare dalle ballate piú tradizionali, alla disco music, fino all’avanguardia.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 1992, a soli 40 anni, ucciso dall’AIDS é cominciata una lenta scoperta delle centinaia di nastri che ha lasciato archiviati nel suo appartamento newyorkese.

Sono tre alla fin fine le raccolte che vi permettono di avere un quadro piú che esauriente della sua produzione: The world of Arthur Russell uscita per la Soul Jazz che mette in risalto in particolare la vena disco, World of echo pubblicato da Rough Trade che alla fine é l’unico album uscito quando Arthur era ancora in vita, dove si trovano molte delle cose più sperimentali e il piú recente del lotto Love is overtaking me che invece si concentra sui brani piú acustici, piú vicini alla tradizione.

Detto questo e con nessuna voglia di addentrarmi in un trattato biografico non mi rimane che abusare di questo spazio per dirvi che se non recuperate il lavoro di Arthur Russell probabilmente avete qualche problema serio oppure, piú semplicemente, la musica ha smesso di interessarvi giá da un po’, anche se non volete ammetterlo. Potreste scoprire con stupore che i LCD Soundsystem ci hanno costruito una carriera sopra, oppure potrete accorgervi dove James Blake ha pescato a piene mani e come Jeff Tweedy degli Wilco ha pagato piú volte tributo.

A proposito di tributo, uscirá a breve una doppia compilation. Noi mettiamo le mani avanti e vi diciamo subito che é molto ma molto meglio l’originale e che i dischi tributo, in genere, ci stanno decisamente sulle palle.

Il Fiver di oggi è dedicato ad Arthur Russell, interamente. Ma cinque canzoni non possono che essere un primo piccolo passo in un mondo di un fascino con pochi confini.

Talking Heads – Psycho Killer (B-Side) ft Arthur Russell

Poco dopo essere sbarcato a New York, Arthur Russell, finì a ciondolare negli ambienti del punk, che ancora non sapeva di essere tale, lasciandosi alle spalle una complicata convivenza con Allen Ginsberg. Tra le mille collaborazioni mai terminate, i progetti solo abbozzati, si ritrovó in studio di registrazione con i Talking Heads. Registrarono una take alternativa di Psycho Killer che di per sè è un brano fantastico ma in questa versione ancora di più.

Arthur Russell – That’s Us/Wild Combination

That’s Us / Wild Combination é forse il brano più accessibile della sua produzione. Un violoncello filtrato da effetti, un synth e una melodia straordinaria. Un brano che come al solito fu arrangiato, ripensato, riarrangiato nuovamente, in un’infinitá di versioni. Non esisteva mai per Arthur il momento in cui dire basta, ci siamo. Dopo la sua morte ci si ritrovò tra le mani un’incredibile varietà di materiale che vide poi la luce in svariati album postumi. Il problema di non riuscire a definire un punto d’arrivo, però, fu anche la principale ragione di una vita tutto sommato passata ai margini di un possibile successo. Troppo avanti, troppo oltre, troppo meticoloso, troppo paranoico. Non un caso che ascoltato ora, un brano come questo sembra addirittura perfetto per i tempi che stiamo vivendo. A distanza di 25 anni dalla sua registrazione.

Dinosaur L – Go Bang

Alla fine il pane se lo guadagnò nella scena disco newyorkese. Naturalmente i parametri ristretti della disco music in quanto genere risultarono immediatamente indigesti e Arthur Russell contribuì in maniera fondamentale ad uscire dal tunnel della banalità. Una visione più ampia e un approccio a 360 gradi gli consentirono di codificare proprio un nuovo linguaggio e un brano come questo è considerato una delle pietre miliari di tutta la produzione disco della New York dei primi anni ottanta. Un brano influenzato nello spirito da Allen Ginsberg, con cui rimase comunque sempre in contatto anche dopo la fine della loro storia, che incoraggiò Arthur ad essere particolarmente aperto nella sua musica nei confronti della propria sessualità.

Loose Joints – Is It All Over My Face?

Non poteva essere un comune produttore di musica disco, naturalmente. Difatti, a discapito dei normali produttori che si concentrano quasi esclusivamente sul ritmo, Arthur Russell finiva invece a lavorare quasi esclusivamente sulla struttura, trascinandosi addirittura in territori ambient. Non è un caso che alcune delle sue combinazioni finiro nel risultare particolarmente popolari nel momento del chill out, domostrando anche in questo caso di arrivare con qualche decennio di anticipo su quello che verrà poi. Questo è un altro dei suoi brani più noti in ambito disco.
L’ecletticità viaggiava a pari passo con le paranoie (ad un certo punto si chiuse in casa e non fece più ascoltare nessuna delle sue composizioni, convinto che la gente gli rubasse le idee) e con l’assoluta incapacità di gestire in maniera professionale un qualsiasi appuntamento di lavoro. Univa le persone con un’attitudine simile alla sua, però. E si ritrovò nel corso degli anni a collaborare con i Modern Lovers, John Cage e Philip Glass. Dall’avanguardia alla pista da ballo dello Studio 54 come se fosse un unico grande mondo.

Arthur Russell – I could’t say it to your face

Alla fine, però, l’Arthur Russell che personalmente preferisco è quello più tradizionale. Quando si limita alla composizione legata ad una strumentazione tradizionale regala delle perle di ballate come nessun altro. Voce, chitarra o tastiere, una sezione ritmica appena accennata ma certe canzoni non si riescono proprio a dimenticare. Questa, per esempio, è probabilmente la mia ballata preferita in assoluto, la quintessenza della musica americana degli ultimi quarant’anni.

……extra track

Di questa canzone circola una cover deliziosa, registrata dal vivo, di Tim Burgess. Sulla carriera solista dell’ex-Charlatans prima o poi toccherà tornarci e spenderci del tempo. Ha intrapreso una strada piena di sorprese e regalato piccoli gioielli. Ma, come detto, ne riparleremo prima o poi.

Cesare Lorenzi

Fiver #03.08

Unknown
Tra tutti gli appuntamenti da me persi quest’estate (serate, concerti, festival..) ho seguito con una certa attenzione la vicenda del festival Jabberwocky organizzato da Atp (sigla gloriosa responsabile ormai di un piccolo circuito di festival All Tomorrow’s Parties) e che si sarebbe dovuto tenere in questi giorni a Londra.
L’evento era evidenziato con tre circoletti rossi sul mio calendario in quanto l’eccellente line up (estremamente mirata e ricercata) mi avrebbe permesso in soli due giorni di recuperare buona parte del ben di Dio che si è alternato nelle ultime settimane/mesi sulle assi del Covo, dell’Hana-Bi e nell’ambito di altri eventi organizzati sul patrio suolo.
Ho anche fantasticato, per una manciata di minuti, di andarci senza ovviamente concretizzare tali fantasie.
Orbene il festival è stato annullato tre soli giorni prima dell’inizio pare per scarsa prevendita nonostante pochi giorni prima fosse stato annunciato un imminente sold out (trucchetto molto italian old fashioned) con inevitabile scorno di una moltitudine di appassionati che si era premurata di prenotare aerei, hotels e biglietto del festival …
Tralasciando il triste rimpallo di responsabilità (con punte di ostlitá veramente rimarchevoli) tra organizzazione, gestore della vendita ingressi e agenzia di pubblicitá, la spiegazione fornita è che se Atp fosse andata avanti con l’effettuazione del festival avrebbe riportato danni tali in termini economici da dover chiudere l’intera organizzazione.
Resta tutto da valutare, però, il danno riportato in termini di immagine e credibilitá…
Se penso a quando mi imbarcavo in epiche spedizioni per i festival in giro per l’Europa per sfuggire al nulla italico mi viene da concludere, semplicisticamente, che dalle nostre parti la situazione è sensibilmente migliorata grazie all’esistenza di alcuni (mica tutti per caritá) operatori del settore che dosano nella giusta misura passione e logica commerciale e che hanno saputo far crescere la “scena” paziententemente guadagnandone in credibilitá e permettendoci di apprezzare dalle nostri parti gran parte delle cose migliori affacciatesi sulle scene negli ultimi anni (oltre al Covo e all’Hana Bi sopra citati a me più vicini per motivi affettivi e geografici, per restare a quest’anno, penso anche agli echi positivi giunti da festival come il Siren di Vasto o l’Ypsigrock siciliano insieme ad altri).
Certo i brividi per il rischio di trattare una materia che nella migliore delle ipotesi riguarda poche migliaia (centinaia?) di appassionati sull’intero territorio nazionale è sempre presente ma verrebbe da dire che volgendo lo sguardo altrove, quando si fanno scelte di qualitá, non abbiamo più molto da invidiare.
Oddio dalla mia sdraio, comunque, tutto ciò non è che faccia molta differenza… al solito mi consolo con qualche canzone.

Raveonettes – Killer in the streets

Non sono mai stato un grande fan del duo danese. Visti qualche volta dal vivo non ho mai superato l’impressione di una karaoke band dei Jesus And Mary Chain. Ricordo peraltro in un festival spagnolo una violenta spallata, unita a uno sguardo sprezzante, mollatami dalla tutt’altro che esangue, nonostante le apparenze, Sune Rose Wagner. Insomma mai avuti molto in simpatia ma quest’ultimo album schiaccia tutti i pulsanti giusti unendo al consueto bagaglio rumorosamente melodico una certa attitudine danzereccia. In particolare sogno di presentarmi nella locale pista da ballo con Killer in the streets nelle cuffie e spiazzare i locali impegnati nel consueto Gagnam Style con mosse incomprensibili e sconclusionate ai loro occhi.

Melted Toys – Observations

L’altra sera dalla mia finestra ammiravo le evoluzioni di una lanterna di carta.
La fiammella che la alimentava la guidava in evoluzioni leggere e gradevolmente inspiegabili.
Esattamente la stessa impressione che ricavo dall’ascolto di questa traccia, in linea con la carineria spinta di alcune produzioni Captured Tracks.
Malinconica e delicata senza andare da nessuna parte in particolare.
Perfettamente in sintonia con il video che la accompagna, deliziosamente insensato.

Black Angels – Tired Eyes

Mia figlia sta facendo le prove per un piccolo spettacolo di ballo. Quando gli organizzatori hanno saputo che sono un “appassionato di musica” (etichetta che da queste parti ha la stessa valenza di “appassionato di pesca del pesce gatto”) mi hanno chiesto un parere sui brani da utilzzare. Ovviamente non ho idea di cosa possano ballare ragazzine preadoloscenti, immagino non Ty Segall o gli Ought anche se.. questo pezzo dei Black Angels, che c’entra veramente poco con le precedenti cose della band, con questo tiro psycho pop e l’insistito riverbero della chitarra lo ballo spesso e volentieri con notevoli risultati.
Il tutto nella mia mente, ovviamente.
Sono stato frettolosamente sollevato dall’incarico per manifesta inadeguatezza.

Cymbals Eat Guitars – Warning

Tre anni fa ho molto amato il loro Lenses Alien che ho incastrato amorevolmente tra le mie copie di Perfect from now on e Moon and antartica. Purtoppo i ragazzi di Staten Island falliscono rumorosamente il bersaglio con il nuovo Lose, talmente ansioso di compiacere da vagare senza meta per quasi tutta la sua durata. Si salva solamente Warning che mi riporta a quando il mio stereo era a loro esclusivo appannaggio e mi fa venire voglia di uscire sotto la pioggia a braccia aperte e bocca rivolta verso il cielo. Peccato che sono nell’unica zona del paese dove non piove da sei mesi.

Wray – Apacheria

Io e facebook abbiamo un rapporto complicato. Non ci stiamo granchè simpatici. Sará questa mia incapacitá, dopo molto tempo, di entrare minimamente in sintonia con termini come taggare, condividere e scrollare… In questo periodo di nullafacenza ho provato ad addentrarmi nelle sue logiche e mi sono iscritto ad un gruppo che sin dal suo nome doveva avere una certa affinitá con i miei gusti: Shoegaze, dream pop and nugaze (nugaze ?).
Ora, premesso che sono stato inondato da una marea di segnalazioni di video (un buon 70% sono degli Slowdive ma vabbè..) condite da infiniti mi piace e commenti, anche io ho ritenuto giusto partecipare mettendo qualche like e facendo qualche commento…: nessuna reazione. Mi sono sentito un po’ come quando entri in un salotto in cui ferve una discussione e nessuno ti caga. Non mi sono scoraggiato e ho condiviso (o si dice segnalato?) questo pezzo dei ragazzi di Birmingham, Alabama con la sua carica dolcemente e rumorosamente psych e con una coda “a salire” che trovo francamente irresistibile (molto Ride e perciò ineffabilmente in tema).
Dopo due giorni mi pregio di annoverare ben un like…
Ok facebook, fuck off.

Massimiliano Bucchieri

We’ll all float on anyway

Modest Mouse

Modest Mouse

Ci sono momenti nell’esistenza di una band ma forse converrebbe dire dell’esistenza in generale dove per una serie di congiunzioni non pienamente preventivabili ci si ritrova a fare la cosa perfetta.

In quello che legittimamente si dice essere “stato di grazia”. Solitamente è un momento breve, un istante che se documentato rischia di lasciare il segno.
I Nirvana in quell’estate prima che uscisse Nevermind, ad esempio. Quando dal vivo travolgevano gli steccati emotivi di chiunque capitasse a tiro.

I Modest Mouse vissero una stagione simile, per intendersi. Era il 1997 ed avevano già pubblicato un album e si apprestavano a far uscire il secondo, The Lonesome Crowded West.
In Europa l’etichetta indipendente che li aveva sotto contratto, la Up Records, non era neppure distribuita e le notizie giungevano con i tempi lenti dell’era analogica. Si spulciavano le note dalla stampa specializzata dell’epoca e qualche fanzine, che comunque arrivava dalle nostre parti dopo mesi dall’uscita originaria americana.
Mi pare di ricordare che ad un certo punto la Matador filiale europea decise di distribuire finalmente la band e li fece sbarcare ufficialmente anche da questa parte del continente. Strategie commerciali che riguardavano comunque solo l’Inghilterra e se andava bene la Germania, il resto era come se non esistesse. E l’Italia stava all’ultimo posto di quel grande nulla. Penso che nessuna delle generazioni post-internet potrà mai davvero comprendere il significato di “provincia”, senza aver vissuto quel periodo.

Comunque mi ricordo ancora il giorno in cui mi capitò quell’album tra le mani. Penso che ognuno di noi in quanto appassionato delle vicende musicali abbia vissuto una di quelle circostanze. O quantomeno me lo auguro. Nonostante tutta la passione che uno possa avere, quei momenti, immagino che alla fin fine si possano contare sulle dita di una mano. Epifanie. Non parlo semplicemente di farsi piacere un disco. No, non è solo quello, è l’istante nel quale l’arte riesce ad esprimere qualcosa di te stesso che non sapevi neppure compiutamente di possedere. È quell’istante dove l’espressione artistica sembra congiungersi al più profondo sentimento della propria anima. È come ritrovarsi improvvisamente rappresentati. Capisco che possa sembrare una cosa assolutamente retorica da scrivere e che per di più lo stia facendo con un tono assolutamente autoreferenziale. Ma sono certo che più di qualcuno di voi saprà esattamente a cosa mi riferisco.

The Lonesome Crowded West

The Lonesome Crowded West

Ne parlo ora, dei Modest Mouse, a distanza di così tanto tempo perchè mi è capitato che un amico di quelli che seguo più volentieri on-line, Giancarlo Frigeri (ascoltate i suoi dischi, tra l’altro che sono molto buoni. O magari data un’occhiata al suo blog, qui, che è uno spazio di buon gusto e di buon senso sempre più difficile da trovare in rete) abbia recentamente postato una delle canzoni contenute in quel famigerato secondo album della band dello stato di Washington. Non mi pare che avesse aggiunto nessun commento. Ma quel clic che ho fatto partire quasi in automatico mi ha letteralmente travolto. Quel brano, mi pare fosse Cowboy Dan, mi ha tirato fuori dalla consuetudine dei miei ascolti giornalieri, quasi sempre legati all’attualità. Non vorrei davvero esagerare con gli aggettivi, credetemi. Vi dico solamente che ancora una volta quel disco ha spazzato via tutto quello che mi circondava. E non faccio riferimento solamente alla musica, naturalmente

Lo “stato di grazia”, dicevo all’inizio. Non mi stupisce che in quei giorni i Modest Mouse non fossero una band qualunque. Fu una di quelle storie di coinvolgimento estremo tanto che i tour divennero processioni, con la gente che si spostava di città in città in una sorta di pellegrinaggio. Della serie Our band could be your life, avrete inteso.

Come si diceva, fu un momento. Una stagione. Le cose cambiarono velocemente. I Modest Mouse finirono al primo posto in classifica in seguito ed ancora oggi riempono le arene dove suonano. Non sono riusciti a diventare una band banale ma quel periodo rimarrà ineguagliato, quel disco l’assoluto vertice della loro produzione. Nonostante espisodi come Float On che si siano trasformati in veri e propri inni. Nonostante Johnny Marr, il Coachella e tutto il resto. Nonostante una dignità che non è mai andata perduta che non ha nulla a che fare con la “gag” dell’era meglio il demo.

Non sono sicuro che si possa avere la consapevolezza di viverlo in tempo reale lo “stato di grazia” e comunque, anche se fosse, non avrebbe senso congelare le cose per poi ripeterle all’infinito. Le persone cambiano, come il contesto che le circonda e il tempo non è possibile fermarlo: where the fuck do all the minutes go, come cantano loro ad un certo punto.

Non ho mai fatto un tatuaggio che abbia a che fare con la musica, anche se ne ho avuto spesso la tentazione. Ho sempre avuto il timore che ad un certo punto passata l’infatuazione del momento avrebbe iniziato a pesare. Ma, come si diceva, certe band potrebbero essere la vostra vita. In questo caso senza ombra di dubbio e se non lo certifica un disegno colorato e una frase sulla pelle sarà una questione di battiti del cuore.
CESARE LORENZI

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  • estate del 2000 viene annunciato il primo album per una major, The Moon & Antarctica
  • settembre del 2000, sempre per Rumore, Cesare Lorenzi intervista ancora la band. Esce anche Building Nothing Out of Something  una raccolta di canzoni uscite in precedenza solo su singoli ed EP.

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  • il 4 novembre del 2000 è la data del primo concerto italiano, al Covo di Bologna. Massimiliano Bucchieri recensisce per Rumore

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  • Nel 2001 esce Sad Sappy SuckerSono le prime registrazioni della band, sostanzialmente quello che doveva essere l’album di debutto. Esce indipendente per la K Records.
  • Good News for People Who Love Bad News, del 2004, è il secondo album della band ad uscire su major, contiene Float On che diviene la canzone più conosciuta della band.
  • Il 2007 è l’anno dell’album We Were Dead Before the Ship Even SankArturo Compagnoni ne scrive sul suo blog dell’epoca ( che poi portava lo stesso nome di quello attuale…..sniffinglucose.blogspot.it). Il disco raggiunge il primo posto della classifica Billboard 200.

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  • Il 4 giugno 2007 la band sbarca per la seconda volta a Bologna. Arturo Compagnoni (firmandosi con lo pseudonimo di Patrick Bateman) il giorno seguente scrive:

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  • Il 2013 è l’anno della pubblicazione del documentario The Lonesome Crowded West, da parte dei tizi di Pitchfork.  Si parla sopratutto del secondo album della band. Da vedere, assolutamente.
  • La band è attualmente impegnata in un tour americano e sembra che abbia iniziato a scrivere canzoni per un nuovo album. Non ci sono date di realizzazione ancora confermate, comunque.

Fiver #02.08

Cosines

Cosines

Nella mia vita ho fatto indubbiamente molti errori.
Un po’ come tutti, credo.
In questi casi, quando ci si ferma a pensare, è abitudine comune ripetere una antica litania, passaporto illusorio per una improbabile miglior vita: tornassi indietro quella cosa non la farei più. Oppure la farei, ma in modo diverso.
Bisognerebbe avere a disposizione script e set di quel film, Ricomincio da capo, in cui ogni mattina Bill Murray si trovava a vivere la stessa identica giornata, inaugurata dalle note di I Got You Babe di Sonny & Cher. Magari al posto di quel brano, che pur apprezzo sia nella sua versione originale che in quella proposta da UB 40 e Pretenders, ne sceglierei un altro, qualcosa di più significativo per me. Una canzone il cui testo potrebbe essere un mash up tra un paio di specifiche canzoni dei Pavement: Here e Frontwards. L’immortale epitaffio della precarietà slacker: I was dressed for success, but success it never comes, shakerato con la dichiarazione di colui che, annoiato dalla falsa modestia, proclama infine la propria superiorità: I’ve got style, miles and miles, so much style that it’s wasting.
In ogni caso quella frase sul non replicare gli errori avessi una seconda occasione, ho smesso di tirarla fuori da tempo.
Scrivendo su questo blog con due amici che sono tra le persone che mi conoscono meglio al mondo, mi sono accorto che questo è un pensiero collettivo e condiviso, tanto che in maniera del tutto involontaria e non programmata il concetto ha finito per essere ripetuto più volte tra i nostri scritti: noi siamo quello che siamo e non possiamo farci nulla, se non nei limiti di una libertà di arbitrio limitatissima. Libertà i cui confini peraltro sono solo parzialmente imposti dall’ambiente circostante, bensì prevalentemente iscritti nel nostro dna.
Di questa faccenda arrivi a un punto che te ne rendi conto in modo inequivocabile e ne acquisisci piena consapevolezza.
E’ il momento in cui si fa outing con se stessi smettendo di pensarsi diversi da quel che si è o di aspettarsi miracoli che non arriveranno mai.
Come dicevano gli Hüsker Dü, benedetti sempre: la rivoluzione comincia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno.

Se 30, 20, 10 ma forse anche solo 5 anni fa avessi vagheggiato modo e forma con cui sarei arrivato al mio rotondissimo compleanno di oggi, la situazione la avrei ipotizzata in maniera sicuramente diversa.
Francamente avrei pensato peggio.
Mi sarei aspettato una quantità di rimpianti e nostalgia assai più rilevante.
Anche se non mi piace voltarmi indietro mi rendo conto che ogni tanto sarebbe utile farlo se non altro per stilare un bilancio. Decidessi un giorno di redigere una contabilità ho la presunzione di credere che in un ipotetico saldo tra il dare e l’avere io abbia più dato che ricevuto. Va bene così, non gradisco l’idea di avere conti da saldare, delle due preferisco lasciare indietro crediti che non incasserò mai.
Mi piacerebbe però stilare un elenco di persone da ringraziare per ciò che hanno rappresentato e per quello che hanno fatto con me e per me in questi 18.250 giorni.
Ma non lo farò perché di certo ne dimenticherei qualcuna.
Come si dice in questi casi, voi sapete chi siete: keep the faith alive.

Ty Segall – Manipulator

Ty Segall è indubbiamente un genio e il suo nuovo album è davvero tanta roba. Qualcosa mi dice che se ne parlerà parecchio e che per capirlo prima e assorbirlo poi ci vorrà un po’ di tempo. Quindi me la prendo comoda e per adesso mi fermo alla prima canzone, quella che apre il disco e gli fornisce il nome. La ritmica scandisce le sillabe del titolo con incedere indolente e ripetitivo, molto kraut. La chitarra regala un giro che si incolla alle dita mentre l’organo divaga e il mellotron (o quel che è) fulmina scariche di elettricità statica. Segall lo vidi in concerto un paio di estati fa e non mi fece particolarmente effetto, ma ora che arriverà di nuovo a suonare dal vivo vicino casa mia tra un paio di mesi, non vedo l’ora di incontrarlo di nuovo.

The Growlers – Good Advice

What? These are the groovy psychedelic surf rock Growlers? Sounds like boring Black Keys indie rock kinda stuff to me. Sad they’ve lost their psychedelic vibrations but, yaeh it is how it is.
Questo è il primo commento che si incontra se aprite la pagina di youtube dove trova posto il video del pezzo piazzato come anticipazione del nuovo album dei Growlers, Chinese Fountain, che uscirà a fine settembre. Il tizio che lo ha scritto devo dire non ha tutti i torti. Ma la dinamica farfisa/batteria della canzone a me fa uscire di testa e la prima strofa – You think that you know more about being, being lonely?/ Well I get so lonely, no one’s allowed to hold me, hold me – è un gancio che stende al tappeto.
A questo punto sono molto curioso di ascoltare l’album.

Cosines – Nothing More than a Feeling

E’ un momento che dopo un lungo black out personale nei confronti degli Stereolab sono tornato in piena rispolverando uno dopo l’altro tutti i loro dischi. Quindi quando pochi giorni fa mi ha scritto un amico che vive a Bristol suggerendomi un gruppo di Londra che a suo avviso si presentava come un mix tra Comet Gain e Stereolab mi ci sono buttato subito. Il loro disco si intitola Oscillations ed è bello tutto, dal principio alla fine dove peraltro sistemano una torch song strappa mutande. Che però non è la canzone che ho messo qui sopra. Perché oggi non sono in vena di romanticismi e ho voglia di ballare. Inutile informarvi che delle due ragazze che vedete presentate in apertura del video mi sono innamorato all’istante.

Letting Up Despite Great Faults – Automatic

Il loro disco precedente mi piaceva assai e se ben ricordo ne scrissi anche in un mio Privè su Rumore, ma il nuovo in uscita in questi giorni – Neon – è anche meglio. In questo pezzo la chitarra è rubata a un qualunque singolo dei New Order del periodo tra Power, Corruption and Lies e Low-Life mentre la voce arriva direttamente da sogno della persona che vi sta dormendo di fianco. Ricordano un po’ i Pains of Being Pure at Heart un po’ i Postal Service e più oltre nel disco si sentono anche echi di Pet Shop Boys.
Tanta tanta voglia di leggerezza.

The Vacant Lots – Mad Mary Jones

Sono in due e arrivano da Burlington, Vermont. Me li ha segnalati qualche settimana fa Massimiliano (o era Cesare?). Hanno una pagina su Wikipedia. I nomi lì segnati in azzurro, con cui in un modo o nell’altro hanno a che fare, li elenco qui di seguito: Gun Club, Television, Sonic Boom, Spacemen 3, Black Angels, Dean Wareham, Growlers, Alan Vega, Suicide, Iggy Pop, Psychic Ills, Dead Meadow, Fuzztones, Brain Jonestown Massacre. Se si ascoltano le due uscite simultanee di quest’estate, l’album Departure e l’ep Arrival si capisce che in effetti i nomi di cui sopra ci stanno tutti, ma volendo semplificare l’elenco potremmo fermarci a Spacemen 3 e BJM.
Tra poco verranno a suonare in Italia.
Credo convenga esserci.

Arturo Compagnoni

Mio fratello Tyler

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« Le cose che possiedi, alla fine ti possiedono. »
(Tyler Durden / Brad Pitt)

Fight Club è un film diretto da David Fincher, basato sull’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. Ma dopo aver letto il libro e visto (più volte) il film, non posso negare che il mio rapporto con il soggetto dicotomico (Edward Norton/Brad Pitt nel film) Senza-Nome / Tyler Durden, non si è mai del tutto estinto e, ogni tanto, mi capita di finire nuovamente in mezzo a questo meccanismo di divisione/unità, di conversazione a due, stando solo (solo?)….
Deve essere stato l’altra sera…sì…parlavo con mio fratello Tyler e, inevitabilmente, siamo finiti a ricordare la scena conclusiva di Fight Club..quando lui..o io..boh..insomma noi… siamo lì davanti alla grande vetrata del centonovantunesimo piano del Parker-Morris Building, accanto a Marla Singer (e ognuno può figurarsi chi preferisce al posto di Marla Singer), proprio nel preciso istante in cui il palazzo sta per esplodere e giusto nel momento in cui l’effetto a catena delle esplosioni di altri cinque palazzi attiva la distruzione totale intorno a noi.

Io gli dico ancora, e glielo dico sempre, che anche se l’idea della distruzione totale non è mai riuscita a prendermi bene fino in fondo…beh…quel momento in cui tutte quelle montagne di vetro e ferro e mobili e oggetti e tutto il resto che un attimo prima erano il simbolo della vera schiavitù consumistica, tutte sedi di carte di credito e finanziarie assortite, saltano per aria afflosciandosi lentamente, e dietro a noi partono le note di “Where is my mind?” dei Pixies che poi, mentre noi restiamo in fermo immagine, va avanti sui titoli di coda…
..beh…quel momento è grande…
Ma lui se ne frega e sghignazza, neanche simula interesse per queste storie…nulla di ciò che si ferma lo interessa…è sempre un metro (o un chilometro) avanti..a scartare altri pacchi dono per levare lo zucchero e mettere al suo posto la dinamite…
È fatto così Tyler, che ci posso fare?
E poi, tanto, dopo un po’ non mi sta più a sentire… specialmente adesso che sa che scrivo su Facebook ..
Facebook secondo lui (e anche secondo me, per la verità), serve solo a chi non sa cosa dire ma muore dalla voglia di dirlo…alle signorine di tutti i sessi che non trovano più praticabile il Caro Diario soprattutto perché non sanno tenere una penna in mano…ai frustrati di ogni tipo e razza (come ME) che trovano irresistibile sottoporre al mondo le tremende foto che scattano durante i loro viaggi e, peggio ancora, le corredano di note giornaliere…hai capito? Giornaliere…su tutto quello che fanno e su come e in quali condizioni hanno scattato quella foto…agli artisti deficienti (come ME) che credono interessante documentare lo sciocco lavoro che fanno sepolti in qualche studio…ai poeti come te (come ME)…che non sanno neanche camminare senza un briciolo di approvazione sdrucciola…agli operatori culturali…alle casalinghe che si scambiano ricette della nonna…
Mah..lui la pensa così…ma quando sono al posto suo e lui è al posto mio…sì, lo so..è un casino…
ma se vi guardate allo specchio attentamente vedrete che non è poi così strano…e che in fondo ognuno sa di cosa sto parlando…segretamente trascriviamo le rispettive informazioni…e ce ne serviamo…e ho pensato (ma credo l’abbia pensato anche lui…) che in fondo FB è una comunità di gente anche come noi..voglio dire..di gente che è più di una semplice individualità ..e che forse getta un’ombra un po’ più grande di quanto pensa…e che per ognuno che legge..magari l’altro qualcosa sente…
Ecco…io (e Tyler, dai..diciamolo) crediamo che tutti siano da moltiplicare per due..e che sarebbe una buona missione spingere qualcuno a levare l’ombra dal deposito dove è stata nascosta…
Un compito buono per chi ha smarrito un poeta da qualche parte, nella vita, o un pezzo di realtà o un sogno, di quelli che si potrebbero ricordare, con un po’ di sforzo…

Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk

E mi viene in mente un altro libro di Palahniuk, che dopo Fight Club ne ha scritti un sacco di altri, che si chiama Ninna nanna..
In questa storia il protagonista che fra le altre cose è ossessionato dai rumori, dai vicini che urlano e tengono la televisione accesa a tutto volume, da condomini che tremano perché tutto sembra programmato per funzionare col massimo del disturbo possibile…dagli idioti che urlano al cellulare le loro stronzate…dalla pubblicità ossessiva…dagli annunci..dai talk show urlati…dai reality show popolati da imbecilli…trova in un libro di fiabe una antica filastrocca che se recitata a voce alta provoca in chi ascolta la Dolce Morte…cioè il tipo semplicemente si affloscia e muore…
Naturalmente se il livello di stress di chi conosce la filastrocca è molto alto..come quello del protagonista..basta recitarla mentalmente e si può colpire anche in modo multiplo…addirittura a distanza…addirittura qualcuno che è in TV o alla radio…
Ho pensato a questo…e anche a quanto stavo dicendo prima…l’altro giorno sulla Freccia Rossa Milano-Bologna..
in mezzo a cretini ululanti con voce stentorea idiozie nei loro bei cellulari, evidentemente conversanti con speculari idioti a loro volta ululanti risposte e controbattute di ugual segno,…sotto l’incombere di messaggi dall’altoparlante che ricordavano – a volume disumano – di abbassare la suoneria del cellulare, che intimavano di tenere pulito il treno perché “un treno pulito è bello” (ma un treno in ritardo di almeno mezz’ora è normale…soprattutto se costa 40 euro)…e poi ripetevano le stesse cose (forse..) in una specie di inglese-ciociaro…
Ho pensato a quell’inizio e a quella fine, a quella filastrocca, soprattutto, che se l’avessi avuta in mente…e..credetemi…nello specchio del bagno (sporco e con la porta difettosa, ovviamente) ..mentre lo pensavo..c’era solo mio fratello Tyler

Marco Bucchieri

Marco Bucchieri è Artista Visivo, Scrittore e Poeta.

Website : http://marcobucchieri.wix.com/marco-bucchieri-#!contact/czpl

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Fiver #01.08

Juliw's Haircut

Julie’s Haircut

Scrivere il Fiver è una figata. Si ha il privilegio di scegliere 5 canzoni. Senza preoccuparsi di niente e nessuno se non del proprio gusto personale. È un po’ come fare le classifiche di fine anno a cadenza settimanale, per la gioia del nerd che alberga dentro di noi.  È diventata consuetudine scrivere una breve introduzione, inoltre. Che spesso e volentieri non c’entra nulla con le canzoni che seguiranno. Non ci siamo dati regole: possiamo scrivere quello che ci pare insomma.

Questa settimana ne approfitto allora per parlare dei Julie’s Haircut. Non c’è una ragione particolare, anche in questo caso. Nessun album nuovo o brano inedito da celebrare. Ma ci sono cose che vanno dette, anche a distanza di tempo. Nonostante la cronaca spicciola non aiuti.

Non li conosco personalmente i Julie’s Haircut anche se una volta li intervistai, all’epoca del loro debutto discografico. E sono passati un bel po’ di anni. Da quei giorni mi sono sempre e solo limitato a seguirli da lontano, ascoltando i loro dischi, che mi sono piaciuti tutti, senza eccezioni. L’ultimo della serie in maniera particolare. È un disco del 2013 che si intitola Ashram Equinox. Un lavoro per certi versi troppo avanti e troppo bello per essere davvero apprezzato in queste lande desolate. Ricco di sfumature, influenze ed ambizioni, è un album che merita e pretende che ci venga investito sopra del tempo. Solo a quel punto si verrà ripagati pienamente e non c’è nulla di meglio di qualcuno che non ha timore di mettere la propria ambizione in primo piano, che si prende dei rischi ed allarga i confini. Dal vivo mi hanno steso in maniera definitiva, inoltre. Chiudendo un concerto strepitoso con una cover dei Joy Division, Heart & Soul. Mi hanno lasciato metaforicamente in ginocchio, con i pugni stretti di rabbia pensando a tutti quelli che identificano l’indie italiano con Brunori.

BLONDE REDHEAD – No More Honey

Bastano pochi ascolti e mi torna in mente il motivo per cui ho amato così tanto i Blonde Redhead in passato. Toccano tutte le corde giuste in questa nuova canzone, la prima da quattro anni a questa parte. E si ritrovano tutti gli ingredienti di un tempo: la voce flebile della cantante, le chitarre dissonanti, la melodia mai banale. Sembrano tornati alle ambientazioni dei primi lavori, inoltre. Meno atmosfere, meno spazi ma una maggiore cura compositiva in senso classico. Un grande ritorno, dai.

J MASCIS – Wide Awake (feat. Cat Power)


J Mascis è dio. E può permettersi qualsiasi cosa. Del resto ha conquistato sul campo un credito sconfinato che nemmeno un paio di album appena sotto l’eccellenza hanno potuto scalfire. Piace poi quell’ alternarsi tra molto elettrico con la band e il quasi acustico da solista. Adesso è il tempo delle spine staccate e gli ospiti d’eccezione: Cat Power, nel caso di questa canzone  che si limita comunque al presenzialismo di classe. Il resto lo fa la solita melodia e la solita voce strascicata. I soliti ingredienti che regalano brividi da una vita, insomma.

DEERS – Bamboo

Quattro ragazze MOLTO carine di Madrid. Il parere autorevole di Stephen Pastels a fare da garanzia. Sinceramente non mi è servito nient’altro e nonostante il tutto suoni amabilmente sgangherato e fragile allo stesso tempo mi pare ugualmente irresistibile. Una di quelle canzoni che non ci fanno domandare se, come e quando. Adesso, per i prossimi 4 minuti scarsi è l’unica cosa che conti. Domani magari ce ne saremo già dimenticati ma, come detto, non ha nessuna importanza.

KAREN O – Rapt

Questo rischia di trasformarsi in una delle sorprese dell’anno, poco ma sicuro. Il disco solista di Karen O, che con la sua band (Yeah Yeah Yeahs) al contrario mi scivola addosso senza lasciare tracce. Sarà perché questi due minuti scarsi mi sembrano un demo di PJ Harvey o forse perché un album intero dedicato all’innamoramento giovanile mi pare un’idea semplicemente seducente. Fatto sta che avrò pigiato il tasto play almeno venti volte consecutive. Per un paio di giorni di seguito.

ICEAGE – The Lord’s Favourite

Se questo è il nuovo corso toccherà seguire attentamente quello che Iceage ci proporranno in futuro, un gruppo che sembra avere in serbo un bel cambiamento di stile. Dal punk sparato in faccia dei due album pubblicati fino ad ora a questa ballata country ubriaca che pare un brano inedito di Birthday Party. Canzone sorprendente.

Cesare Lorenzi

Bored to be wild

minutemen

minutemen

Per una serie di ragioni differenti è capitato che i Minutemen ricorressero in maniera continuativa nelle mie ultime settimane. Prima ho letto un bellissimo articolo di Bastonate, che casomai vi venisse voglia di ripescare trovate qui. Poi ho riletto il capitolo scritto da Azerrad tratto dal libro “American Indie” dedicato al trio di San Pedro. A quel punto mi sono accorto che il disco dei Minutemen, non l’unico della loro limitata discografia, ma quello che è obbligatorio avere in casa, “Double Nickels On The Dime” giaceva tristemente relegato in uno scaffale dedicato alle cassette. Perdipiù un nastro registratomi da un compagno di università su di una C60 che probabilmente aveva smesso di funzionare già da qualche lustro . Di conseguenza sono andato a recuperare una copia del doppio vinile che ha passato un paio di giorni fisso sul mio piatto. Del resto i Minutemen non li ho vissuti in prima persona, anche per una mera questione anagrafica.

Incrociai per la prima volta la sagoma possente di Mike Watt in un club della costa adriatica che era l’estate del 1989 ed avevo superato da poche settimane i vent’anni. A quel punto i Minutemen non esistevano già più e Mike Watt girava sul solito furgone scalcagnato con i fIREHOSE.

461891_3531233331534_1766907783_oDi quella sera conservo un poster firmato e il ricordo di una chiaccherata lunghissima con lo stesso Mike Watt. Gli feci una domanda banalissima dopo il concerto e lui non si fermò più. Non ricordo i dettagli, so solo che tornai a casa con la consapevolezza che quella era l’attitudine che amavo. Un gruppo che azzerava le distanze tra pubblico e artista. Che si metteva al tuo stesso livello e pretendeva uno scambio. Tutto questo senza seguire dogmaticamente le regole del punk. Semplicemente oltre. Quello per me era il rock indipendente: completa libertà di scelte, autogestione, consapevolmente ai margini del mercato ufficiale. Un’attitudine codificata fin dai tempi dei Minutemen in una semplice piccola frase “we jam econo”, che andrà ad intitolare anche un celebre video documentario sulla band che trovate online senza troppa fatica.wejamecono

Quel “we jam econo” a ripensarci ora mi pare una frase che sottoindeva un concetto nella sua elementarità assolutamente perfetto. Quell’approccio all’etica del “Do It Yourself” prima che diventasse una scatola vuota, quell’essere punk nell’animo ben più che nello stile sonoro, quella libertà che ha permesso ai tre di San Pedro di divenire un esempio da seguire, una band rilevante ancora oggi a discapito del tempo.

Non sopporto la nostalgia in generale, ancora meno nelle vicende legate alla musica. Talvolta però lo spirito con cui si affrontavano le cose un tempo in qualche modo mi manca.

The Talkhouse è un sito dove i musicisti recensiscono i dischi dei colleghi. Ha avuto un momento di notarietà assoluta nel momento in cui pubblicò la recensione scritta da Lou Reed sul disco di Kanye West, poco prima di morire. Si leggono cose interessanti, esposte da un punto di vista originale, in particolare per quelli come il sottoscritto che sono condizionati da anni di letture di “critici” musicali e “recensori”. L’effetto è assolutamente rinfrescante, come se improvvisamente si potesse scrivere e conseguentemente leggere di musica in maniera finalmente differente. Mi ha colpito in particolare la recensione scritta da Luke Haines (bel personaggio, testa pensante, grande autore in band come The Auteurs e Black Box Recorder) del nuovo album di Sleaford Mods. E non è un caso che prenda ad esempio proprio loro. Perchè se non si fosse capito sono uno dei pochi gruppi “nuovi” che hanno rilevanza e sì, sono tra i pochi che recuperano, in maniera del tutto inconsapevole, quell’attitudine di cui si parlava poco sopra, a proposito dei Minutemen. E poco importa che la California non sia la provincia inglese.

sleaford mods

sleaford mods

Quello che scrive Haines ma che viene messo in risalto da tutti i commentatori più autorevoli che si sono presi il tempo di scrivere qualcosa a proposito del duo di Nottingham è che la musica torna ad esercitare un ruolo politico. In prima fila. E che lo fa finalmente nell’unica maniera che è ancora accettabile: senza slogan, limitandosi (per modo di dire) ad osservare e raccontare, in maniera rabbiosa ma anche con sorprendenti uscite capaci di strappare un sorriso amaro ( “The smell of piss is so strong it smells like decent bacon”). Sono certo che chiunque abbia attraversato una strada di Brixton o di una periferia di una qualsiasi città inglese alle 5 del mattino di un qualsiasi weekend sappia a che cosa fa riferimento James Williamson, nel suo declamare rabbioso.

Gli Sleaford Mods sono degli alieni della scena, allo stesso modo in cui i Minutemen lo erano all’epoca. Alieni per come hanno affrontato il mercato, sostanzialmente autoproducendosi. Haines, nella sua recensione, fa proprio riferimento a questo aspetto e sottolinea la capacità di circumnavigare il solito hype, lasciando i poveri giornali specializzati d’oltremanica ad arrancare dietro al fenomeno senza nessuna possibilità di gestirlo in prima persona, nonostante l’erezione borghese (come genialmente sottolinea lo stesso Haines) da parte di NME e affini non sia tardata ad arrivare. E comunque chiunque abbia affrontato e discusso queste canzoni non ha potuto esimersi dal sottolineare come facciano da unica e vera credibile colonna sonora a questi tempi terribili dove il Fronte Nazionale rischia di diventare partito di governo. Già solo il fatto che ci sia qualcuno capace di indignarsi e che non si sia fatto travolgere da quel misto di rassegnazione e indifferenza dovrebbe far ben sperare.url

Alieni anche nella proposta strettamente musicale, che vive di beat elementari più che minimali, dall’incedere a metà strada tra un rap privo di rime e una session di poesia di strada. Musica non come scelta ma come necessità, inoltre. Che ha l’urgenza politica seppur non ideologica di mettersi metaforicamente per strada senza nessun timore, come capitava alle migliori bands della scena punk un tempo.

Punk nell’anima si dice a proposito di Sleaford Mods ed in effetti è stata solamente questa manifesta attitudine che mi ha portato ad argomentare una presunta quanto arbitraria similitudine con il trio di D.Boon e compagni (che musicalmente è nulla, sia chiaro). Ben più attinente il rantolare abrasivo di Mark E.Smith dei Fall, o come è stato scritto ripetutamente i primi Happy Mondays (anche qui si tratta di attitudine, evidentemente), The Streets e John Cooper Clarke o se si dovesse scendere a pescare qualche riferimento nella scena punk non ci si allontanerebbe troppo dal giro Exploited.

Ma, al di là dei riferimenti, degli Sleaford Mods affascina sopratutto l’abilità di non sottostare all’imperativo della “retromania” e la capacità di assumere, magari in maniera inconsapevole, un’importanza “culturale”. Quando attaccano Noel Gallagher, per esempio. E con lui tutto l’establishment indie d’oltremanica, tacciando di conservatorismo una scena ormai asfittica.

Hanno lo stesso effetto di una ventata d’aria fresca in un’ambiente immobile. Senza rifarsi ad un genere, senza avere modelli di riferimento. Questa è una faccenda di urgenza espressiva, di rabbia e di nessun compromesso. Gente che non ha nulla da perdere., evidentemente.

CESARE LORENZI

Fiver #04.07

PER UNO SOLO DEI MIEI OCCHI

True Detective

True Detective

Non pensate sia maniacale (Billy Bragg è solo uno dei mille artisti che stimo) ma volevo ripartire proprio dal suo concerto visto qualche sera fa. Introducendo il suo ultimo brano in scaletta (Waiting for the Great Leap Forwards) Bragg ha portato all’attenzione quello che oggi secondo lui è il male peggiore del mondo.

Subito verrebbe da pensare al capitalismo…e invece no …o meglio non solo… la piaga che ha descritto come male più grande del nostro tempo è quella del cinismo. Non il cinismo dei potenti, delle guerre, dell’economia, ma bensì il nostro..quello insito in ognuno di noi e che rischia di portarci a chiuderci a riccio nei confronti del mondo e degli altri.

Nessuno di noi ne è immune sostiene Bragg e il rischio di chiuderci è sempre dietro l’angolo. E se ti chiudi è finita, sei finito.

Ma la cosa interessante del ragionamento di Bragg è il suo personale antidoto al cinismo.

Il suo discorso in breve è stato : “Io mi ritengo molto fortunato. Quando mi accorgo di essere cinico o quando sento salire la rabbia verso qualcosa o verso altre persone o un’intera comunità, prendo la chitarra in mano e scrivo una canzone dove scarico tutta la mia rabbia…poi la suono , sento che è gradita e mi accorgo magicamente che il cinismo si è placato e ha fatto posto alla creatività…ripeto, sono molto fortunato”

Bragg parlava ovviamente della fortuna di essere un artista, di girare il mondo e confrontarsi con gente nuova ogni giorno. Il giorno successivo ripensando a questi concetti ho riflettuto sul fatto che alla fine non occorre per forza essere artisti per acquisire questo antidoto al cinismo, basta poi essere aperti alla bellezza. Ad ognuno di noi il compito di dare un nome alla bellezza che può cambiare in meglio il nostro quotidiano . Bragg ovviamente parlava della musica.

Nel mio caso noto che negli ultimi anni il Cinema ha spesso un potere ancora più catartico della Musica. Non voglio arrivare a dire che dopo la visione di un (bel) film , arrivo ad un orgasmo cosmico, però è scontato dire che interessarsi de “la vita degli altri” raccontata in un’opera artistica, può aiutare nello specchiarci e portarci a mille riflessioni che ne possono conseguire. E così il Fiver di oggi è un Fiver cinematografico, con il solito occhio di riguardo al Cinema indipendente. Parliamo di film usciti nel 2014 e su cui forse vale la pena soffermarsi per farli uscire dalla nicchia a cui sono destinati.

1- JIMI ALL IS BY MY SIDE

La prima biografia (non in stile documentaristico) su Jimi Hendrix, in realtà sta dividendo le poche persone che lo hanno fin qui visto.

Questo sia dal punto di vista cinematografico in quanto, come spesso accade nelle biografie, alcuni aneddoti della vita di Hendrix sono trattati con una certa superficialità. E sia dal punto di vista musicale in quanto, paradossalmente, il film non riporta nessuna musica originale perchè gli eredi di Hendrix non ne hanno concesso I diritti. Personalmente ho trovato invece il film un buon prodotto, mai banale, mai noioso e in più il gap musicale sopracitato viene furbescamente colmato dalle tante cover proposte in vita da Hendrix e su cui gli eredi non hanno potuto impedirne la riproduzione. Vengono trattati gli anni londinesi di Hendrix, prima dello sbarco a Monterey per intenderci. Il tutto con un gusto raffinato e riportando aneddoti che personalmente mi erano sconosciuti. Indipendentemente dal fatto che può piacere o meno, rimane oggettivamente grandiosa l’interpretazione di Andrè Benjamin ( l’Andrè 3000 cantante degli Outkast) in qualità di protagonista del film. Dopo 15 minuti di Jimi all is by my side, rischi di scordare il volto vero di Hendrix.

“Jimi” sarà distribuito in Italia ad ottobre dalla sempre ottima “I Wonder Pictures” , una delle poche case di distribuzione italiane che ha ancora coraggio da vendere e un ottimo gusto nel comprare titoli internazionali. Speriamo che alcune sale abbiano la lungimiranza di proporlo.

2 – FOR THOSE IN PERIL

Mi collego all’ultima frase, cioè che le sale cinematografiche dovrebbero avere un po’ più di coraggio. For those in peril per esempio è stato distribuito in Italia a marzo (con il titolo “IL SUPERSTITE”), ma nessuna sala lo ha voluto. Voglio essere chiaro, se l’anno si concludesse oggi “For those in Peril” sarebbe sicuramente sul mio personale podio del 2014. Si tratta di un’opera prima, film indipendente scozzese. La trama come spesso accade nei film che amo è quasi inesistente: una barca torna dopo una battuta di pesca con un solo membro dell’equipaggio , tra I tanti partiti. Ma non si tratta di un “giallo” o di un “mistery” in senso stretto. Il mistero sarà solo nell’animo del ragazzo superstite. Un film intenso, oggettivamente “lento” e “duro”, come l’isola scozzese su cui è girato.

Se non temete questi aggettivi, non fatevelo scappare.

3 – ENOUGH SAID

Almeno una commedia su questa cinquina doveva esserci. Tra le tante ho scelto Enough Said (anche questo uscito in Italia come una meteora a maggio con il titolo “NON DICO ALTRO”). E’ una commedia semplice ma intelligente, a tratti agrodolce, ottimamente scritta ed interpretata e da vedere sicuramente in versione originale per apprezzarne I dettagli. Un dettaglio non da poco è la presenza (nella parte di assoluto protagonista) di James Gandolfini, scomparso proprio qualche settimana dopo questa sua ultima interpretazione.

Per I temi trattati potrà piacere soprattutto agli over 40. I giovani potranno trovare di meglio in tante altre proposte.

4 – TRUE DETECTIVE (8 episodi)

Qua mi tradisco 2 volte. La prima è perchè nell’introduzione parlavo di prodotti di nicchia, mentre T.D. al contrario è stato già visto da decine di milioni di persone, soprattutto oltre oceano. La seconda è perchè questo doveva essere un Fiver di film , mentre qua scivolo sulla “serie”. Però necessitavo di un’occasione pubblica per dire che True Detective è a mio avviso la serie più bella di sempre. E’ un Twin Peaks che incontro idealmente un Will Oldham che prega sulla tomba di Jim Morrison, è un Angel Heart (ve lo ricordate ?) che incontra un Tom Waits che vomita alcool in un bar della Louisiana. E’ soprattutto , e non idealmente, il volto , le espressioni, la voce e le parole di un Matthew McCounaghey nel suo anno di grazia. Non spendo nulla sulla trama, potrete trovare migliaia di pagine sul web, alcune delle quali anche di carattere filosofico e spirituale.

Sono 8 puntate da 1 ora l’una. Era nato per non essere seriale (aumentandone quindi il mito).

Il clamoroso successo (e svariati milioni di dollari) ha portato invece lo sceneggiatore Nic Pizzolatto a scrivere una seconda stagione. Forse è un peccato…ma lo capiremo il prossimo anno. Se non lo avete ancora fatto, godetevi intanto queste 8 ore. Se lo farete tutto in un sol colpo per giorni avrete inconsapevolmente le stesse espressioni di McCounaghey e I vostri amici inizieranno a farsi domande sul vostro conto.

5 – OMAR

Ho un caro amico italiano che fa la guida di viaggi in quel di Gerusalemme. Porta in giro gruppi religiosi e non. E’ filo palestinese. O meglio sta dalla parte delle persone che da decenni sono umiliate nella loro quotidianità …..quindi è filo-palestinese (che non vuol dire filo-Hamas). Nei suoi programmi di viaggio, una serata è dedicata al cinema…fa proprio parte del programma, non puoi scapparci. Propone sempre il film “Per uno solo dei miei 2 occhi”. Lo ritiene una delle tappe più importanti del viaggio perchè in quei 100 minuti l’opera comunica più cose di quelle che possono raccontare I tabloid specializzati di tutto il mondo (dire “i telegiornali” è infatti quasi ridicolo)

Il senso in breve è far capire che oggi il popolo Palestinese è nella stessa situazione storica in cui si trovava il popolo Israeliano secoli fa e se gli israeliani fossero intellettualmente onesti ora andrebbero ad abbracciare gli abitanti di Gaza o Ramallah invece che reprimerli o sopprimerli. Se dovessi scegliere I classici 100 film da portare su un’isola deserta sicuramente metterei anche questa opera nella lista. E allora si torna al discorso iniziale; la visione di un film non cambierà certo il mondo ma forse potrà aiutare ad accarezzare il nostro cinismo oppure sorprenderci nell’osservare dove si pongono per 2 ore I nostri sguardi e le nostre riflessioni.

Per uno solo dei miei 2 occhi” non è valido per questo Fiver…è uscito nel 2005, ma vi invito a recuperarlo come vi invito a recuperare tutta la filmografia di Avi Mograbi.

Sono così a segnalarvi un recente e splendido film palestinese: Omar , vincitore del premio della Giuria del Festival di Cannes dello scorso anno (sezione “Un certain regard”) e primo film palestinese ad entrare nella cinquina agli Oscar (2014, quello poi vinto da La grande Bellezza). Pensavo che questo riconoscimento potesse aiutare l’uscita sugli schermi italiani…e invece niente…non ce la possiamo proprio fare. Ma noi continuiamo a cercare….

MASSIMO STERPI

Help Save The Youth of Bologna

Billy Bragg

Billy Bragg

Premetto che non sono affatto un nostalgico…anzi..sono molto più interessato a ciò che accade oggi e a cosa accadrà domani e raramente mi guardo indietro. Però ci sono serate che ti rimangono impresse per tutta la vita, per fortuna sono state tante …grazie alla compagnia delle persone che ami, del cinema, della musica.
Una di queste fu negli anni ’90, io ne avrò avuti 24-25 e per la prima volta avevo l’occasione di vedere dal vivo Billy Bragg, eravamo non più di 2-300 persone e alla fine di un bellissimo (e divertentissimo ) concerto, presi il coraggio di andare nel backstage per il solito rito dei cd autografati. Da buon timido aspettavo di essere l’ultimo. Successe che gli altri fan andarono via subito e mi ritrovai inaspettatamente ad essere da solo con lui. Quella sera indossavo una maglietta con sopra Bobby Sands ( e i giovani che non conoscono Bobby Sands vadano subito a documentarsi !!) e la scritta in gaelico “verrà il nostro giorno” , mi sembrava la t-shirt giusta per la serata.
Penso che mi prese in simpatia per quella maglietta e forse per la mia aria un po’ spaesata e solitaria, mi disse che trovava molto bello vedere un ragazzo italiano che si interessava a quel pezzo di storia e iniziò a chiedermi di me, cosa facevo e per cosa batteva il mio cuore.
Grazie a 2 birre medie riuscii a parlare anche un ottimo inglese, cosa che non mi accade affatto da sobrio …e così, non so come, ci ritrovammo a parlare di tutto…facendo collegamenti che ora sembrano non avere molto senso..ma quella sera ce l’avevano eccome : il conflitto in Ulster, cattolici e protestanti, la Thatcher, il cinema inglese con i miei miti Loach e Mike Leigh e poi ancora Palestina ed Israele, per poi passare al calcio trovandoci accomunati nel tifare 2 squadre sfigate come Bologna e West Ham.
Parlammo di tutto tranne che di musica, quasi a voler sottointendere che la musica si completa con il resto della tua vita e delle tue passioni. Penso che il tutto durò una ventina di minuti, forse più..il tutto nella completa tranquillità e con la sensazione (provata rarissimamente) che non stai rompendo le palle ma che -al contrario -il momento risulta gradevole anche al tuo interlocutore.
Venimmo interrotti solo dal Tour manager in quanto tutto il palco era stato ormai liberato e tutti erano pronti per andare. A sorpresa mi chiese se volevo andare a mangiare qualcosa con loro lì vicino.
Ricordo che gli dissi limpidamente la verità, quasi come a confidarmi con un amico di vecchia data…anche se la verità non era molto rock &roll. url
Gli dissi che mia madre stava molto male di salute in quel periodo e che preferivo tornare a casa per non farla preoccupare.
Lui mi guardò negli occhi e disse “you’re a good guy” e mi salutò con un abbraccio.
Poi prese un foglietto volante e mi diede il suo indirizzo di Londra e mi chiese di spedirgli una maglietta del Bologna Fc. taglia piccola per suo figlio Jack che era nato l’anno prima. Cosa che feci la settimana dopo.
In cambio mi diede una sua t-shirt con la scritta: “I’ve got a socialism of the heart”

Dopo quella sera ho visto Billy Bragg altre 3 volte….di cui una prendendo un volo appositamente per l’Inghilterra per vedere un suo tributo per il centenario dalla nascita di Woody Guthrie.
In tutte le occasioni ho sempre lasciato perdere i personalismi, non sono più tornato nei backstage a dirgli “ehi ti ricordi quella volta in italia…etc..etc..” oppure ” ehi…ti è mai arrivata la maglietta di Kennet Anderson ?”.
Ho preferito che quella serata rimanesse unica e sono contento che sia sempre stato così.

Tra poche ore a Bologna sarà la stessa cosa, mi limiterò a godermi quelle canzoni che mi stanno accompagnando ormai da 30 anni.

Però mi piace pensare e raccontarmi che un ragazzo di 25 anni stasera guardando il concerto possa avere chiaro che “sì..sono solo canzonette..e non vogliamo cambiare il mondo”…ma al tempo stesso avere chiaro che una chitarra possa portarti dentro il cuore tutto quello che ami, tutto quello per cui vibri , tutto quello che ti fa sorridere ma anche tutto quello che continui a non capire e che non capirai mai passando idealmente da Belfast a Gaza, da Bologna a East London.

Poi torni a casa e pensi che il Bologna e il West Ham sono sempre 2 squadre sfigate, ma mentre lo pensi ti accorgi che ti metti a sorridere e ti senti molto, molto, fortunato per la tua vita.

MASSIMO STERPI

Billy Bragg in concerto questa sera, 22.07.2014, al Bolognetti di Bologna