Talk Talk Talk (Fiver #12.2015)

The Spirit Club

The Spirit Club


Ci sono due dischi che hanno messo d’accordo un po’ tutti negli ultimi tempi. Quelli di D’Angelo e Kendrick Lamar. Anche negli ambiti “indie”. Dimostrazione di ampie vedute, di amore per la musica purchè sia buona, parrebbe. Io, invece, ho aspettato impazientemente lo scorso weekend che ha proposto cose, a mio parere, imperdibili. Sono uscito di casa e sono andato a vedere una giovane promessa (in realtá ha giá alcuni album all’attivo ma si è affacciato sulle scene relativamente di recente) come Purling Hiss al Covo, disco molto chiacchierato e ammirato: circa 50 persone presenti. Ok. Sera successiva. Evan Dando, personaggio che ha venduto dischi, è andato sulle copertine dei rotocalchi (termine desueto ma che rende l’idea di “popolare”), ha fatto da headliner nei festival: 70/80 persone (adoranti) sotto il palco. Ci guardiamo in faccia ci conosciamo più o meno tutti.

E con gli Ought, Ariel Pink, Ty Segall (con le dovute differenze) era stata più o meno la stessa cosa, persino Morrissey solo nel nostro disastrato paese ha registrato ampi vuoti sugli spalti mentre altrove è andato sold out in poche ore.
Mi faccio delle domande. Ma tutto questo amore per la musica come mai si ferma sulla porta di casa, davanti alla tastiera del pc? Io, fruitore informatizzato di musica 2015 voglio conoscere tutto e dire la mia su tutto intervenendo entusiasta e polemico. Non c’è bacheca che non meriti la mia competente opinione. Mi esprimo sulle nuove tendenze come Romare, dibatto sull’indie neoclassico di Tobias Jesso, argomento sul ritorno dei Libertines, attendo con ansia la reunion di quello o quell’altro, mi incazzo se qualcuno tocca i Verdena (per dire).. ma poi quando è il momento di concretizzare questa passione, quando, più prosaicamente, devo infilarmi le scarpe e togliere la macchina dal parcheggio un immane fatica mi pervade. Ho forse speso troppe energie davanti alla tastiera? Tutto questo amore dove è andato a finire? Non lo so. So solo che, dalla persona di non ampie vedute quale io sicuramente sono, D’Angelo mi annoia e Kendrick Lamar non lo capisco. Spengo il pc e mi preparo per andare a vedere Zola Jesus, per dirne uno, giovedì prossimo. Non ho una vera opinione su di lei ancora, conto di farmela da solo e, per una volta, mi farebbe piacere non trovare parcheggio…

Pity Sex – Acid Reflex

Sarà stato l’incerto incidere slacker/grungey alla Dinosaur Jr a farmi superare l’iniziale diffidenza verso un testo che tratta di reflussi gastrici. I Pity Sex dal Michigan azzeccano finalmente “il pezzo”  per lo split appena uscito con gli Adventures. Una traccia nata quasi per caso che rischia seriamente di trasformarsi nel loro passaporto per cose più importanti. Già mi vedo sotto una tenda stipata ad urlare I need love, I need drugs, I need looks, I need God, I need comfort, I need fortune, I need something.. Tutto molto slacker, effettivamente.

Spirit Club- Still Life

Mio fratello suonava la chitarra ma più che prenderla in mano qualche volta, facendo finta di essere il David Bowie di Ziggy Stardust, non sono andato. Dev’essere figo fare i dischi col proprio fratello. Nathan Williams (Wavves) ha deciso di farsi aiutare dal fratello Joel per questo nuovo progetto. Innesta il pilota automatico, lo stesso che nei suoi dischi quando funziona, funziona alla grande, a volte un po’ meno. Comunque il pezzo è buono con quella chitarra jangle pop che sottolinea la voce che subisce il tipico trattamento Wavves. Piace la sensazione che si stiano divertendo facendo esattamente quello che hanno voglia di fare. Anche di fare un video che fa veramente schifo, sissignori.

Nai Harvest – All the time

Vengono da Sheffield i Nai Harvest, sono molto giovani e danno l’idea di divertirsi un sacco. Soprattutto hanno un sacco di buone idee come aprire i barattoli con su scritto garage e surf per mischiarli fino a tirare fuori questa stramba canzone che mi stampa un sorriso sulla faccia ogni volta. Sta partendo il loro tour con i Best Friends magnificati su queste pagine poche settimane or sono e scommetto che saranno serate esplosive. Chissá se hanno bisogno di un roadie che potrebbe essere, quasi, loro nonno..

All Tvvins – Thank You

Sembra che sia uno dei nomi caldi per il prossimo SXSW. Di sicuro le dichiarazioni del cantante Conor Adams mi divertono..”We can be seven hours into some tune and realise we’ve written a Christina Aguilera song” o ancora “Usually I don’t have any idea of what I’m doing”.. E anche il video da l’idea di una persona che non si prende troppo sul serio. Al netto di queste cose resta questo basso new wave e una melodia che nelle mani del giovane gruppo inglese di turno con i  capelli alla moda volerebbe fuori dalla mia finestra in pochi secondi e che invece, pur nella sua apparente ovvietá, avvolge e si fa apprezzare.

Swervedriver – Last Rites

Che senso hanno le reunion? Ne ho già parlato fino alla nausea. Nessuno nella maggior parte dei casi. Gli Swervedriver mi piacevano un sacco, ascolto Last Rites e chiudo gli occhi estasiato. Al primo ascolto mi sembra di sapere giá quando il rumore lascerà spazio a quell’apertura melodica che mi spaccherá il cuore. In realtá non mi “sembra” di saperlo giá, lo so proprio.. Riascolto Never Lose That Feeling, loro pezzo del 1992. E’ praticamente identico. C’è da incazzarsi? Da urlare il proprio disappunto? Non so. Andate avanti voi. Io resto dietro ad ondeggiare la testa deliziato, senza farmi vedere. Se qualcuno me lo chiede faccio finta di non conoscerli.

Massimiliano Bucchieri

Barbarism Begins at Home (Fiver #11.2015)

davidpajo

David Pajo ha tentato il suicidio. Questa è la notizia bruta e brutta. Quella buona è che, a quanto pare, se la caverà. Non è una notizia fresca, lo so, però da quando è successo (qualche settimana fa) non posso fare a meno di continuare a pensarci. Ciò che non smette di tormentarmi non è il fatto in quanto tale (che per quanto mi riguarda resta un fatto privato su cui non posso né voglio dire nulla), ma la ridda di reazioni che ha seguito l’annuncio. Dove? Sulla mia timeline di facebook, ovviamente. Chi si è limitato a riportare la cosa, chi si è lasciato andare ad irresistibili gossip, chi si è spinto a fare la solita psicologia spicciola (Eh, ma se l’ha annunciato prima sul web, significa che era un atto solo dimostrativo!). Ho letto con interesse il resoconto, dettagliato ma sobrio, di Elia Alovisi sulle pagine web di Rumore dove vengono riportati ampi stralci del messaggio web con cui l’ex chitarrista degli Slint annunciava il suo gesto e sono rimasto allibito di fronte alla quantità e alla precisione dei dettagli sulla sua vita privata che, in un momento così difficile ed estremo, David Pajo ha voluto condividere con migliaia di perfetti sconosciuti. Senza voler fare paragoni che non stanno né in cielo né in terra, non sono comunque riuscito a impedirmi di pensare a Cesare Pavese e alla bellezza, cruda ed essenziale, del suo messaggio di commiato che invece si concludeva con un definitivo “Non fate troppi pettegolezzi”.

Penso che quando si parla di rivoluzione digitale in musica, a fianco di tutti i discorsi sui supporti e sul mercato, bisognerebbe cominciare ad affrontare seriamente la questione di come i social network abbiano cambiato lo stile della comunicazione, in un settore dove ormai il pubblico è sempre a diretto contatto con i propri beniamini, e sempre più spesso anche con la loro dimensione più privata. In particolare credo che facebook, il più invasivo e onnipervasivo dei social network, abbia alterato definitivamente il rapporto tra (e la percezione di) ciò che è pubblico e ciò che è privato. Solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile mettere in piazza le proprie magagne relazionali e le proprie miserie quotidiane così, senza filtri, gettate in pasto al meccanismo della condivisione. Ci sono voluti anni di un sistema che fomenta gli istinti più bassi degli utenti, dove il narcisismo di chi scrive si alimenta quasi esclusivamente del voyeurismo di chi legge, in una competizione a botte di like dove nessuno esce vincitore. E così, come si passa di feed in feed e come si finisce a guardare foto di matrimoni di perfetti sconosciuti, a maggior ragione si finisce a spulciare nelle vite dei musicisti che amiamo di più, anche laddove non si avrebbe nessuna ragione di andare a guardare.

Ma spesso sono loro che ci sbattono in faccia i fatti loro.

Sì e no. È che siamo tutti ugualmente vittime e carnefici di questa rivoluzione silenziosa. Si guardi il caso di Kim Gordon. Abbiamo veramente bisogno di sapere certi dettagli intimi della sua vita di coppia? O che la attuale compagna di Thurston Moore ancora prima di sedurre lui aveva una relazione con Jim O’ Rourke mentre era ancora sposata? Non solo, ma che è probabilmente a causa degli strascichi della fine ingloriosa della relazione tra lei e lo stesso Jim che questi ha deciso di lasciare i Sonic Youth? Abbiamo veramente bisogno di sapere tutto questo? Ma la domanda che veramente mi turba è questa: Kim Gordon avrebbe scritto o dichiarato tutto questo solo dieci/quindici anni fa, vale a dire in un contesto in cui non c’erano i vari Pitchfork o Stereogum pronti a riassumere la notizia in un titolo a pronto utilizzo di migliaia di famelici “condivisori”? Non è una domanda retorica e purtroppo non riesco a darmi una risposta che mi tranquillizzi. Di questo passo presto avremo qualcuno abbastanza audace e senza pudore da tentare una rilettura dell’intera storia del rock alla luce di corna, ripicche e due di picche.

Temo veramente che siamo giunti al punto in cui chi scrive, o rilascia dichiarazioni, lo fa nella quasi esclusiva preoccupazione dell’uso e consumo che ne faranno aggregatori e “condivisori”. Per esempio, onestamente non credo che Mark Kozelek avrebbe provato tanto gusto e divertimento a dileggiare Adam Granduciel e compagni se non avesse potuto assistere compiaciuto alla reazione a catena suscitata dalle sue sparate. Mi piace pensare che solo dieci anni fa, la querelle Sun Kill Moon / The War On Drugs si sarebbe conclusa in un paio di giorni e davanti a una birra alla prima occasione, consentendomi di conservare l’idea di Mark Kozelek come quella di una persona complessa e scorbutica, prima che settimane e settimane di bullismo mediatico la andassero inevitabilmente  a sovrapporre a quella di un arrogante coglione.

Se l’avvento dei social network ha avvicinato l’audience ai propri beniamini, lo ha fatto abbassando questi ultimi al livello dei piccoli pruriti del quotidiano dei primi.

Tanto valeva tenerli sul piedistallo.

 

The Wave PicturesI Could Hear The Telephone (3 Floors Above Me)

AI tre inglesi, è noto, piace omaggiare i propri idoli e dopo Daniel Johnston e Jason Molina (tra gli altri) per questo nuovo album hanno scelto Billy Childish chiamato a produrre e ad aggiungere la sua firma su molti dei pezzi di Great Big Flamingo Burning Moon. Questo singolo in particolare è un pezzo semplicemente perfetto per cominciare la settimana, soffusamente elettrico con grinta, un po’ alla maniera dei Violent Femmes.

MoonlandingzSweet Saturn Mine

Confesso che non avevo mai sentito parlare di questo The Eccentronic Research Council prima. Non so chi siano ma questo progetto insieme a quegli sciroccati di The Fat White Family promette benissimo. Un ep in uscita e una canzone ad anticiparlo che è un piccolo capolavoro di psichedelia da dancefloor. Segnatevi il nome.

SpectresWhere Flies Sleep

Non li avessi visti dal vivo, probabilmente avrei ceduto alla tentazione di archiviare questa band alla voce nu-gaze, fatto bene quanto vi pare, ma che non aggiunge niente al già sentito. E invece la ferocia con cui padroneggiano feedback e melodia è qualcosa che li rende speciali. Dying, il loro esordio, è stato accolto da NME con un 9 nella stessa pagina in cui a Noel Gallagher veniva cortesemente assegnato un 7. Per dire.

SiskiyouWasted Genius

C’è una tradizione nobile dell’indie-rock canadese che ha una sua specificità soprattutto per quanto riguarda l’approccio alla melodia. Le coordinate di questo suono sono state fissate in anni recenti dai compianti Wolf Parade e dagli Arcade Fire di Funeral. Con il nuovo Nervous anche i Siskiyou abbracciano questa tradizione innervandola con la propria sensibilità votata al folk. Con ottimi risultati.

The AmazingPicture You

Se non siete quelli dell’originalità a tutti costi, date un ascolto a questi svedesi che con il nuovo album mettono a fuoco un folk pop praticamente perfetto. Ci sono i Red House Painters, Neil Halstead e anche i Belle and Sebastian fanno capolino di tanto in tanto. Probabilmente me ne dimenticherò al momento di fare la classifica di fine anno, ma in questo strascico di inverno che fatica a farsi primavera si fanno ascoltare che è un piacere.

Luigi Mutarelli

No More Heroes (Fiver #10.2015)

Ian Svenonius

Ian Svenonius

Whatever happened to the heroes?
The Stranglers, 1977

Supponiamo che tra i miei amici ne avessi 10 di età sotto i 30, anzi no facciamo anche 35 anni, con una  asserita passione per la musica indie (lo so, il termine non descrive più nulla ma ancora non mi viene in mente nessun altro aggettivo per sostituirlo, se avete suggerimenti sono ben accetti). Immaginiamo anche che un giorno, spinto da motivi chiari soltanto a me stesso, decidessi di chiedere loro un’opinione circa uno come  Ian Svenonius. A bruciapelo senza un tablet, un pc, uno smartphone a portata di mano: niente wikipedia, allmusic.com, pitchfork, neppure uno Scaruffi qualunque in grado di bonificare con un clic il collettivo vuoto di conoscenza (e di coscienza). Se lo facessi credo – anzi sono certo – che non più di 2 su 10 saprebbero articolare una risposta in grado di dimostrare una cognizione di causa sia pur minima al riguardo. Temo succederebbe la stessa cosa se al posto di Ian Svenonius nominassi Calvin Johnson.
Detto che:
a) tra i pochi personaggi che in qualche modo hanno indirizzato in questi molti anni la mia idea di come la musica dovrebbe essere intesa, Ian Svenonius e Calvin Johnson occupano un ruolo di chiara rilevanza;
b) i due personaggi di cui sopra sono da almeno un quarto di secolo tra i principali punti di riferimento della scena indie rock americana, sia per i tanti dischi pubblicati con le band da loro guidate che per le idee professate con ogni mezzo necessario. In caso di obiezioni al riguardo, quale certificazione di qualità scorrete l’elenco di etichette discografiche che si sono impegnate a pubblicare i dischi di Svenonius nell’inventario posto in calce a queste poche righe (i libri scritti dall’uomo valgono giusto un pelo meno della sua musica, ma siamo lì, su questo quale attestazione di qualità vi deve necessariamente bastare il mio giudizio);
il fatto che nella mia congettura siano entrambi ignorati dalla grande maggioranza di persone titolari delle caratteristiche in premessa, significa sostanzialmente due cose, diverse ma probabilmente complementari tra loro:
1) non è più tempo per gli eroi
2) oggigiorno la musica è solamente musica, fine a se stessa. A pochi interessa il fatto che sia un veicolo adatto a trasportare ANCHE altre cose (cultura? arte? politica? in altre parole che possa essere uno strumento in grado di fornire una chiave di lettura della vita di tutti i giorni diversa da quella standard che viene assegnata in dotazione ad ogni essere vivente).
Il che non è necessariamente un male, solo un dato di fatto di cui tenere conto.
In ogni caso è un indizio di come oggi ci si avvicina alla musica con una visione molto, molto diversa da quella con cui sono cresciuto e con cui io sono stato abituato a convivere.
Oppure è solo che mi sono fatto un quadro sbagliato e pessimistico e la maggior parte dei miei amici ha tra i suoi dischi una stampa di Sound Verite e tiene una copia di Psychic Soviet sul comodino. In questo caso il prossimo giro a banco lo offro io.

Ian Svenonius con i Nation of Ulysses:
-13 Point Program to Destroy America (Dischord, 1991)
-Plays Pretty for Baby (Dischord, 1992)
-The Embassy Tapes (Dischord, 2000)

Ian Svenonius con i Cupid Car Club
-Join Our Club (Kill Rock Stars, 1993)

Ian Svenonius con i Make-Up:
-Destination: Love – Live! At Cold Rice (Dischord, 1996)
-After Dark (Dischord, 1997)
-Sound Verite (K, 1997)
-In Mass Mind (Dischord, 1998)
-Save Yourself (K, 1999)
-I Want Some (K, 1999)
-Untouchable Sound (Drag City, 2006)

Ian Svenonius con i Weird War:
-Weird War (Drag City, 2002)
-If You Can’t Beat ‘em, Bite’em (Drag City, 2004)
-Illuiminated by the Light (Drag City, 2005)

Ian Svenonius con gli Scene Creamers:
-I Suck on that Emotion (Drag City, 2003)

Ian Svenonius con i Chain and the Gang:
-Down with Liberty…Up with Chains! (K, 2009)
-Music’s not for Everyone (K, 2011)
-In Cold Blood (K, 2012)
-Minimum Rock’n’Roll (Dischord, 2014)

Ian Svenonius con gli XYZ:
-XYZ (Mono-tone, 2014)

Ian Svenonius e i libri:
-The Psychic Soviet (Drag City, 2006)
-Supernatural Strategies for Making a Rock’n’Roll Group (Akashic, 2013)
-Censorship Now! (Akashic, in uscita ad ottobre 2015)

XYZ “Bubblegum

Con me Svenonius non si accontenta del risultato già abbondantemente acquisito ma vuole stravincere. Come quelle squadre che sul cinque a zero in loro favore continuano ad attaccare e non sono mai sazie. Lo fa decidendo di citare Alan Vega accoppiandosi con un amico francese: synth che sostengono una struttura scheletrica e la sua voce che al solito recita omelie. Per come la vedo io, irresistibile.

Young Guv “Crushing Sensation

Ho sempre avuto un rapporto strano con i Fucked Up. La voce del cantante ciccione è di quelle che non vorrei mai sentire e mi urta i nervi ma lui mi sta simpaticissimo. La loro musica mediamente mi piace, a tratti anzi mi piace molto. Ho sempre trovato che nella sua struttura quasi hc punk avesse comunque qualche sua radice infilata nell’indie inglese di metà 80’s, radici peraltro non disconosciute dal gruppo con la scelta di alcune cover di cui in passato qui abbiamo già scritto (Shop Assistants e Another Sunny Day in particolare). Il progetto solista del loro chitarrista Ben Cook (in uscita non a caso per Slumberland) va anche oltre, con il falsetto disco anni ’70 utilizzato da lui (o chiunque altro sia a cantare) in totale antitesi alla voce da cavernicolo del suo capo nei Fucked Up. Disimpegno divertente.

Playlounge “Skulls

Farsi trasportare dai collegamenti passando da un gruppo all’altro nella ragnatela di rimandi in rete. Vorrei incollare qui certe periodiche conversazioni telematiche con un paio di amici che sembrano partite a tennis con continue ribattute l’uno ai nomi proposti dall’altro. A questi Playlounge da Londra sud poi traslocati come tutti a nord, direzione Shoreditch, ci sono arrivato perché di recente hanno suonato assieme ai Best Friends, gruppo di cui già abbiamo parlato da queste parti. Qualcosa dei Los Campesinos, qualcosa dei Joanna Gruesome, qualcosa dei Therapy. Metronomici, violenti e melodici quanto basta.

Westkust “Swirl

Ogni tanto la Svezia la perdo di vista e mi pare non accada più nulla da quelle parti. Del resto tutto quello che deve succedere ora sta succedendo in Danimarca. Poi mi capita tra capo e collo una canzone così e mi si risveglia la voglia di Shout Out Louds, Love Is All e Radio Dept. Voci che si scambiano, chitarre che corrono, piedi che schiacciano distorsori e batteria che pianta chiodi. Il 22 aprile uscirà il loro disco, sarà aperto da questa canzone che lo anticiperà anche come singolo. Ci conto.

Novella “Land Gone

Novella-Psyche dream pop in full overdrive – sounds like The Passions in a head on collision with Neu! on an East London Autobahn (if such a place exists!) – we love it” – Bobby
Il like sulla pagina facebook dei Primal Scream mi serve soprattutto per tener dietro alle segnalazioni di Bobby Gillespie. Che prima ancora che musicista è sempre stato un grande appassionato di musica: di ogni genere e di ogni epoca (a chi altri sarebbe venuto in mente di citare i Passions?!). E raramente ha sbagliato. In questo caso sinceramente non sento nulla che già non abbia ascoltato dentro un qualunque singolo delle Lush o più recentemente delle Dum Dum Girls. Però, altrettanto sinceramente, io un gruppo segnalato da Gillespie con quattro ragazze carine in formazione non lo lascio in un angolo.

Arturo Compagnoni

No Hope Kids (Fiver #09.2015)

 

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Ci sono gruppi che alzano l’asticella. Arrivano, lasciano il segno, fanno semplicemente in modo che le cose non saranno mai più come prima. In maniera magari del tutto inconsapevole. Ma lo fanno. Sleater Kinney è uno di quei gruppi.

E’ tutt’ora così, anno domini 2015. Allo stesso modo di quell’estate del 1995 quando pubblicarono il primo album per una minuscola etichetta indie di Portland. La Chainsaw Records nacque come fanzine, legata a stretto giro alla scena queer del nord ovest e diede il via a tutto quell’insieme di bands che con una certa semplificazione furono etichettate come riot grrrl. Certo, anche le Bikini Kill e altre etichette come la Kill Rock Stars. Roba che davvero segnò un’epoca. Ma le Sleater Kinney, si capì immediatamente, in quei confini stavano dannatamente scomode. Erano di un’altra categoria, onestamente. Quando qualcuno lo faceva notare reagivano stizzite. Ma la verità era inconfutabile: quei dischi (non tanto il primo, ancora materia grezza, ma i due successivi, Call the Doctor e Dig Me Out) erano talmente buoni che non si potevano solo considerare il prodotto di una determinata scena ma l’evolversi di un intero linguaggio, quello del punk-rock più viscerale che, di colpo, trovò in quelle canzoni un modo per riaggiornare il proprio tempo biologico.

Tanto che la critica dell’epoca, anche quella importante, fu costretta ad ammettere che semplicemente le Sleater Kinney erano THE BEST BAND IN THE WORLD.

Greil Marcus si spinse oltre e dichiarò che…….If you finaly hear Sleater-Kinney’s music on your radio, you’ll know that the whole notion of radio–and maybe the world–has changed.

Sleater-Kinney

Sleater-Kinney

Dieci anni di canzoni e di parole mai banali. Di volumi esagerati, feedback e due chitarre riconoscibili, una che suona come un basso talvolta. Di un drumming così potente da trasformarlo nel battito di un cuore. Dieci anni di tour infiniti. Dieci anni di autogestione, sempre tutto sotto controllo mai un passo nella direzione sbagliata. Non hanno mai tradito, loro. Mai.

Un giorno hanno semplicemente deciso che era giunta l’ora di fare altro. E’ rimasta la musica (Carrie e Janet con Wild Flag, Corin Tucker con i dischi solisti) ma anche televisione (Portlandia, serie tv dove Carrie è protagonista) e scrittura. E poi, ancora, famiglie, figli. Vita vera, insomma. Altri 10 anni, trascorsi così.

Ci sono cose che vanno fatte. Ad un certo punto, senza una vera ragione a dover giustificare. Ci si ritrova con gli amici di sempre e si riparte.

A proposito di alzare l’asticella. Ecco, immaginatevi una qualsiasi reunion, d’ora in avanti. Adesso se qualcuno reputerà necessario tornare dovrà farlo con un disco nuovo. E farlo nel miglior modo possibile. Un disco che possibilmente finisca tra i migliori dell’anno. Se non funziona, meglio rinunciare. Meglio rimanere dove si è stati fino ad ora. Altri ritorni non avranno nessun senso e sarà solo la nostra sfrontata ed ingiustificabile condizione di fan a poter giustificare tutti i Ride, Slowdive, Replacements e Jesus and Mary Chain di questo mondo.

L’asticella è qui, sotto gli occhi di tutti. Se vuoi tornare fallo con il disco dell’anno. Come le Sleater Kinney. Non più il migliore gruppo del mondo. Ma l’unico che abbia davvero un senso in questo momento. No Cities To Love è un disco che fa un effetto del genere, ancora una volta.

(questo articolo è uscito originariamente per la fanzine NO HOPE, fatta a mano in edizione limitata in 100 pezzi, distribuita gratuitamente al Covo Club di Bologna durante la serata NO HOPE KIDS.)

SONIC YOUTH – Anti Orgasm

Non so se un gruppo come Sleater Kinney sarebbe mai esistito se Kim Gordon non avesse un giorno deciso che era comunque una buona idea far parte di una band. E’ di questi giorni l’uscita sul mercato dell’attesissima autobiografia, Girl in A Band. Un libro che si fa leggere con entusiasmo, ricco di citazioni, di nomi e di date che faranno la gioia di qualsiasi appassionato.513ZI-p-ZSL._SY344_BO1,204,203,200_
Mi è piaciuta tantissimo la prima parte in particolare, quella incentrata sull’adolescenza losangelina. Si è sempre pensato (giustamente) ai Sonic Youth come ad una band newyorkese e invece sorprende non poco la visione di una Kim Gordon adolescente prettamente californiana. Sarà una cosa banale ma quel passaggio dove appena quattordicenne racconta di sognare di poter vivere in una di quelle baite nel bosco che circondano le colline di LA, come facevano i musicisti dell’epoca, chiusa nella sua cameretta, fumando erba e ascoltando ossessivamente Joni Mitchell, mi ha emozionato e ricordato qualcosa della mia di adolescenza.
The Eternal è il mio disco dei Sonic Youth preferito. Lo dico per giustificare la canzone che ho piazzato qui sopra. Penso che i Sonic Youth siano l’unico gruppo in assoluto dove l’ultimo album di una discografia sia anche il mio preferito, condizione che solitamente è riservata al debutto o a quello subito successivo. Ma i Sonic Youth non sono mai stati un gruppo come un altro. E ricostruire, anche grazie alla biografia della Gordon, quel percorso è un’esperienza che chiunque abbia anche solo un minimo amato la band dovrebbe fare.
Anti-Orgasm è una canzone politica, dove Kim Gordon è protagonista di un duetto con l’ex marito Thurston Moore…..do you undestand the problem / anti war is anti orgasm / smash the moral hypocrisy / liberation / not your sex slave…..avercene, cazzo, di gruppi così, di donne così, di canzoni così…..

Built to Spill – Living Zoo

Uno parte fiducioso fin da subito. E ci mancherebbe altro, considerando che There’s Nothing Wrong with Love è uno dei miei album preferiti di sempre. Si aggiunge il fatto che ormai sono passati sei anni dall’ultimo disco e, insomma, le aspettative aumentano e, come dire, al primo ascolto ci si gioca il bonus fedeltà. Piace a prescindere, ecco.
In questi casi vale qualsiasi cosa, va detto. Conviene utilizzare anche le controprove. Tipo chiudere gli occhi, infilarsi le cuffie e cercare di immaginarsi la canzone suonata da un gruppo all’esordio, completamente sconosciuto. Piace comunque, va detto e sopravvive a qualsiasi verifica. Un’apertura che suona come se fosse una conclusione con quel solo di chitarra privo di sbocchi che sorprende per poi trasformarsi in una roba che fa battere il piedino, entra in testa e non molla più la presa. Pop, alle mie orecchie. Tanto quanto può esserlo una qualsiasi canzone dei Dinosaur Jr. Fossi un quindicenne abituato a scrivere solo su facebook ci aggiungerei pure qualche cuoricino, a questo punto. Per questa volta ve lo risparmio.

Courtney Barnett – Pedestrian at Best

Album numero due alle porte per Courtney Barnett. Australiana con alle spalle un debutto ai limiti del miracoloso. Una che scrive canzoni, tanto per iniziare. Non abbozzi di frasi rubate in giro ma roba che per verbosità sembra uscire direttamente dagli anni settanta con quello stile così particolare ed un cantato che sembra sempre essere sul punto di trasformarsi in una recita. Canzoni sempre a metà strada tra tragedia e puro intrattenimento.
Sinceramente il brano nuovo lascia perplessi. Troppa energia, troppa foga, troppo volume. Tutto un pò troppo, insomma. Basta però non soffermarsi in superficie per accorgersi che comunque questa è una canzone che sta in piedi senza problemi. Incrociamo le dita ed aspettiamo l’LP, come si sarebbe detto un tempo.

Diet Cig – Scene Sick

Scacco matto in 3 mosse.
1) “I just wanna dance, I just wanna dance/ Come on take my hand, fuck all your romance, I just wanna dance”…..intrattenimento è un concetto che ai gruppi indie dovrebbero insegnare da piccoli. Come le tabelline ai vostri figli in prima elementare. Troppi se ne dimenticano, difatti. Alla fine vogliamo solo ballare, chiaro??
2) la K Records è una delle mie etichette preferite di tutti i tempi. I Diet Cig sono un gruppo K, a tutti gli effetti, nonostante abbiano inciso il loro EP di debutto per non so nemmeno chi. In virtù della strumentazione, prima di tutto: chitarra e batteria. Beat Happening, anyone?? E poi canzoni di pochi minuti, l’amore per il ritornello che non fa prigionieri. 6 canzoni, 6 potenziali singoli.
3) Punk come poteva esserlo un gruppo della Sarah Records? Ho detto Sarah? Sì, appunto, scacco matto.

Father John Misty – When You’re Smiling and Astride Me

Father John Misty, il progetto di Joshua Tillman, se ne sta in un’altra dimensione. Lassù da qualche parte dove il 99% della scena indie non arriverrà mai. A scrivere canzoni talmente perfette da risultare immediatamente classiche. Classico è pure l’impianto sonoro che sta esattamente a metà strada tra il rock radiofonico di un’ altra epoca e il folk-rock. Senza paura di abbondare con synth, archi ed arrangiamenti sopra le righe. Esattamente all’opposto di una band come Diet Cig, per intendersi. Eppure non mi sembra così sconveniente trovare spazio per entrambi, tutt’altro. Basta semplicemente non affrontare le vicende musicale come se ci fosse alla base un’ideologia da difendere. Per gente che tiene in casa i dischi di Randy Newman e degli Stooges come se fosse la cosa più naturale del mondo da fare. Impossibile resistere ad un viaggio che sa essere drammatico, esilarante, rabbioso, miserabille e comico allo stesso tempo. E il disco di Joshua Tillman è tutte queste cose messe insieme.
When You’re Smiling and Astride Me è una delle mie preferite.

Cesare Lorenzi

An old passion. For Tomorrow. (Fiver #08.2015)

BLUR

BLUR

Credo sia innegabile che per tutti esistano Passioni e passioni. Storie fondamentali che poi finiscono. Fiammate insane che bruciano nello spazio di poco tempo. Relazioni che durano tutta una vita anche se poi, dopo tutto, in nessun momento sono mai stati la “tua storia più importante”.

Ci sono due nomi che mi vengono in mente, ovviamente a livello personale, quando cerco di applicare all’ambito musicale questa teoria (esercizio tipico per chi alla musica ha assegnato una centralità nella propria vita per molti altri incomprensibile), i REM e i Blur.

Gruppi che mi hanno accompagnato nel tempo senza mai tradirmi e che hanno punteggiato fasi e momenti della mia vita ma senza essere mai, se non per brevissimi momenti, veramente imprescindibili.

Quando, nei giorni scorsi, è uscita la notizia del nuovo album dei Blur, atteso da anni, in questa overdose quotidiana di notizie, l’effetto è stato un po’ quello della lettera che estrai subito dalla pila, o la mail o il messaggio di whatsapp che vai a leggere per primo, una questione di sentimento sempre ben presente, o semplicemente di rispetto. E a un tratto mi sono tornati alla mente i particolari della nostra “relazione”.

Reading Festival 1991Reading 1991

Setlist: Explain, Bang, High Cool, Bad Day, Oily Water, She’s So High, Turn It Up, There’s No Other Way, Wear Me Down, Mr. Briggs, Slow Down, Come Together, Commercial Break

Damon con un caschetto biondo improbabile. Blur piazzati a metà pomeriggio, molto lontani dagli headliner Carter USM e James, con la stampa inglese che li da già per finiti.Io nel pratone con una compagnia improbabile a chiedermi perchè mi sono perso i Nirvana il giorno prima.

Reading Festival 1993

Setlist: Intermission, Popscene, Come Together, Colin Zeal, She’s So High, Sunday Sunday, Bank Holiday, Pressure On Julian, Commercial Break, There’s No Other Way, Chemical World, Coping, Parklife, For Tomorrow, Advert.

Una tenda imballata, il palco come un salotto. Modern Life is Rubbish. For Tomorrow che  sembra Bowie. Euforia contagiosa. Un impressione di decollo imminente.

Factory, Milano 12/11/1994

Setlist: Lot 105, Coping, Jubilee, Popscene, Tracy Jacks, End Of A Century, Chemical World, Badhead, There’s No Other Way, To The End, Advert, Supa Shoppa, Parklife, Girls & Boys, The Debt Collector, Bank Holiday, This Is A Low

Parklife, l’apoteosi. Per una sera Milano mi sembra Londra. La Londra che non c’è più. Comprare Ep e magazines la sera tardi da Tower Records a Piccadilly, il Melody Maker, il Notting Hill Records Exchange…

Vox Club Nonantola (Mo), 14/3/1996

Setlist: Intermission, Popscene, It Could Be You, Charmless Man,Tracy Jacks, End Of A Century, Coping, To The End, Entertain Me, Jubilee, Mr. Robinson’s Quango, Globe Alone,Advert, Bank Holiday, Supa Shoppa, Country House – 1st Encore – Girls & Boys, He Thought Of Cars, Stereotypes, This Is A Low- 2nd Encore -Parklife – The Universal

Country House, la gazzarra con gli Oasis. Il Britpop degenera. The great escape. L’edonismo. Una sensazione di vuoto.

Taratata, Paladozza Bologna 1/3/1999taratata1marzo

Può esistere qualcosa di più assurdo dell’accoppiata Blur/Grignani impegnati in mini show introdotti dal desaparecido Enrico Silvestrin a favore delle telecamere televisive? Non credo. Dalle gradinate amore per i Blur adulti di Beetlebum e Song 2 ma la classicità farlocca di Tender mi sconforta. Per una coincidenza a posteriori veramente bizzarra gli altri megaospiti stranieri di quella sgangherata trasmissione furono proprio i Rem…

Primavera Sound, Barcelona 2013

Setlist: (Theme From Retro), Girls & Boys, Popscene, There’s No Other Way, Beetlebum, Out Of Time, Trimm Trabb, Caramel, Coffee & TV, Tender, Country House, Parklife, End Of A Century, This Is A Low -Encore – Under The Westway, For Tomorrow (Visit To Primrose Hill Extended), The Universal, Song 2

Quattordici anni dopo ci ritroviamo. Invecchiati. (Io peggio indubbiamente) Ma dopo un iniziale imbarazzo l’abbraccio è di quelli caldi e sinceri.

E arriviamo ad oggi. Go Out è fuori. Niente di incredibile ma è un pezzo non banale da preferire a molte altre cose in circolazione che giocano “sicuro”. Una certezza a cui (ri)aggrapparsi.

Il nuovo album esce il 27/4 e saremo lì in tanti, innamorati o semplici compagni di percorso.

Una passione con la p minuscola ma che fa parte in maniera indiscutibile della mia Vita.

Blur – Go Out

Yung- Nobody Cares

Semplicemente una bomba. Da Aarhus, Danimarca.

Parte arpeggiato, si trasforma in un invito a pogare, si arresta, cambia strada e si conclude come un inno generazionale con quel “Nobody Cares” urlato parossisticamente.

In mezzo tante di quelle idee da riempirci un album e una giostra impazzita di riferimenti inglesi, americani e australiani.

Impensabile perderseli al prossimo Beaches Brew.

Cheatahs – Sunne

Lo so, lo so. Loveless. My Bloody Valentine. Lazarus. Boo Radleys, blah, blah. Chissenefrega. Tipiche sonorità che su di me hanno lo stesso effetto della presa del dito Wuxi…Kung Fu Panda anyone? Insomma, Skatoosh! Tornano i Cheathas con 4 tracce che compongono il Sunne Ep e mi spaccano il cuore in due un’altra volta.

Il tutto incomprensibile per chi guarda da fuori, come il vero amore d’altronde.

Krill – Tiger

Chissà se ne hanno venduta almeno una delle mozzarelle nelle quali avevano posizionato una chiavetta usb con la loro musica..

Dall’eccellente Exploding In Sound Records di Brooklyn, dalla quale sono in arrivo anche i potentissimi Pile, i Krill si ripresentano dopo l’interessante ma incompiuto Lucky Leaves del 2012.

Chitarre storte, melodie accennate, potenza trattenuta. Tiger si ferma un attimo prima di diventare un pezzo dei fratelli Kinsella, un attimo prima di diventare un pezzo dei Pavement, un attimo dopo avermi fatto (quasi) innamorare.

Boxed In – All Your Love Is Gone

Ricordo un’assurda trasferta di mezza estate, diversi anni fa, ad Arezzo per vedere gli Lcd Soundsystem che avevano pubblicato da poco tempo il primo album e una manciata di singoli. Partenza a metà pomeriggio, autostrada imballata. Caldo africano.

Nell’incantevole (!) cornice dello stadio comunale James Murphy e soci mi acchiapparono letteralmente braccia e gambe scaraventandomi in un’insensata, irrefrenabile danza. Alcune ore dopo, a notte fonda, il ritorno a Bologna sulla multipla del mio amico Marco, ovviamente placidamente addormentato accanto a me,  si trasformò in un’ epica battaglia con il sonno che se l’avessi persa non sarei ora qui a raccontare.

E i Boxed In? Ah, ok. Sono inglesi, nell’album vogliono giocare a fare i Disclosure con poca fortuna ma questo pezzo, ogni volta, mi fa sentire allo stadio comunale di Arezzo e mi dipinge un sorriso malinconico sulle labbra.

Massimiliano Bucchieri

Now or Neverland (Fiver #07.2015)

I'M FROM BARCELONA

I’M FROM BARCELONA

Uno dei tanti processi che periodicamente mi ricordano quanto tanto la musica influenzi le mie giornate è la constatazione dei continui incroci tra episodi, anche banali, che capitano quotidianamente e frammenti, spesso piccoli e apparentemente insignificanti di dischi, canzoni e amenità varie che in un modo o nell’altro finiscono per collegarsi ad essi. Spesso ho la netta sensazione che, per quanto mi riguardi, sia la vita di tutti i giorni a ruotare attorno alla musica e non la musica a capitare incidentalmente, per quanto spesso, dentro la vita reale. L’altro giorno è bastato imbattermi in un paio di titoli di dischi in uscita per attivare tra me e me stesso una serie di considerazioni circa un argomento che in realtà ritorna da sempre ciclicamente nelle mie analisi, sia quelle personali che quelle relazionate alla gente che mi sta attorno. I dischi sono i nuovi album di I’m from Barcelona e Colleen Green e i rispettivi titoli, apparentemente antitetici, sono Growing Up Is for Trees e I Want to Grow Up. Entrambe le affermazioni si adattano perfettamente ai relativi autori e riflettono altrettanto fedelmente le corrispondenti età anagrafiche. Necessità di crescita e rifiuto della stessa sono due temi ricorrenti e difficilmente inquadrabili in opinioni pre costituite, per quanto in giro in molti sembrano avere giudizi fermi e sicuri sul tema. Per tanti anni pensavo fosse una cosa solo mia sta storia di non impegnarmi a crescere, inaugurata ufficialmente quando a cavallo dei 15 anni mi piombò tra capo e collo quel disco di Bennato che rileggeva la favola di Peter Pan cambiando la mia prospettiva sul come osservare le cose. In effetti a quell’epoca ero in anticipo sui tempi, bruciando di qualche anno la psicologia tutta (The Peter Pan Syndrome: Men Who Never Grown Up, il trattato con cui Dan Kiley definì la questione, usci nell’83 mentre Sono Solo canzonette di Edoardo Bennato venne pubblicato nel 1980). In realtà l’eterno fanciullo che credevo fosse faccenda solo mia era invece farina del sacco di un certo Ovidio, che già duemila anni fa codificava l’archetipo con aspetti mitologici nelle sue Metamorfosi. Il puer aeternus, eterno fanciullo appunto: un’esistenza condotta impegnandosi ad evitare le responsabilità e a schivare qualunque impegno definitivo. Una vita che fa perno su indipendenza e libertà, intollerabile porre limitazioni e confine alcuno. Che detta così sinceramente è una visione cui difficilmente potrei trovare qualcosa da obiettare. Se non che ad un certo punto ti accorgi che per quanto ti impegni a schivare problemi e responsabilità capita che prima o poi siano loro a scovare te e ad inchiodarti in un angolo da cui sei totalmente incapace di uscire perché non hai in mano alcuno strumento per farlo, non ci sei abituato. Però poi magari quel momento potrebbe anche non arrivare. Allora tanto vale continuare ad ascoltare le canzoni eternamente fanciulle degli I’m from Barcelona, efficace surrogato all’idea di affrontare un mondo concreto e una vita reale.

I’m from Barcelona “Violins

Ecco, appunto.

No Age “Six Pack

Con le cover ho un rapporto strano. Ogni volta che mi giunge notizia che uno dei “miei” gruppi pubblicherà la cover di una delle “mie” canzoni non sto nella pelle dalla voglia di ascoltarla. Poi immancabilmente quando la ascolto resto indifferente quando non addirittura contrariato. Ovvio che sia così. Se la canzone originale è una delle “mie” canzoni perché mai qualcun altro che non sia il suo autore originale dovrebbe riuscire a farne una versione migliore? In definitiva sono giunto alla conclusione che non è l’ascolto della canzone che mi interessa, bensì la dichiarazione ideologica che la scelta della canzone sottende. Nel caso dei No Age, gruppo troppo spesso (o troppo presto) dimenticato da molti, la dichiarazione a questo giro è di quelle che non lasciano spazio al dubbio: un 45 giri con su un lato Six Pack dei Black Flag e sull’altro Sex Beat dei Gun Club. Complimenti vivissimi.

Birth Defects “Party Suicide

Gli show degli Oh Sees sono piuttosto memorabili. C’è un motivo principale (la presenza di John Dwyer) e diversi motivi collaterali. Uno di questi è (era perché ora non c’è più) la figura di Petey Dammit, lo skinhead spilungone che suona una chitarra letteralmente appesa al collo facendola passare tramite amplificatori da basso (questa me l’hanno spiegata perché di tecnica notoriamente non capisco un accidente). Da quando ha abbandonato gli Oh Sees aspetto di vederlo ricomparire da qualche parte. Logico dunque che l’altro giorno, quando mi è capitato sotto gli occhi il video dei Birth Defects, la mia attenzione sia stata immediatamente catturata dalla sua presenza sulla sinistra. Non più skinhead ma indubitabilmente mod (culture del resto limitrofe e spesso sovrapponibili) e stessa chitarra (o è un basso?) agganciata al collo. Apprendo che il batterista di questi Birth Defects suonava nelle Bleached, il disco sarà prodotto da Ty Segall ed uscirà per la Ghost Ramp, nuova etichetta di Nathan “Wavves” Williams. Praticamente una bomba atomica pronta ad esplodere. Immagino che i promoter non abbiano bisogno del mio consiglio per segnarsi il loro nome e portarli immediatamente a suonare dalle nostre parti.

Joanna Gruesome “Last Year

La scorsa settimana ho letto un sacco di roba riguardo Sanremo scritta da un sacco di gente che fa parte del “mio giro”. Sinceramente mi sfugge il perché qualcuno che faccia parte del “mio giro” dovrebbe occupare il suo tempo guardando Sanremo e ascoltando certe canzoni e pure spendere le proprie energie per commentare l’evento. Non vedo un motivo che sia uno. Soprattutto se durante quella stessa settimana i Joanna Gruesome mettono a disposizione l’ascolto di una nuova canzone che sarà inclusa nel loro secondo album in uscita il prossimo (molto prossimo) 11 di maggio.

Dick Diver “Tearing the Posters Down

E’ abbastanza evidente che sto andando in fissa con l’Australia. I Dick Diver arrivano da Melbourne e stanno per pubblicare il loro terzo album per la Trouble in Mind, una di quelle etichette che sono garanzia di qualità. Questa canzone porta dritti tra le braccia di Chills e Go-Betweens e piacerà senza dubbio a chi apprezza i più recenti percorsi di una certa area di nuova America che ha tanto il sapor di antico (diciamo Woods e Real Estate, tanto per tracciare una linea).

Arturo Compagnoni

Love All Of Me (Fiver #06.2015)

Jon Spencer Blues Explosion

Jon Spencer Blues Explosion

Era un tempo dove capitava che qualcuno dei tuoi amici ti chiamasse la sera e ti dicesse semplicemente: tieniti pronto, domani mattina ti vengo a prendere, si va a Salisburgo a vedere Jon Spencer. Un dettaglio il fatto che fossero 590 chilometri, Bologna – Salisburgo e altrettanti al ritorno, naturalmente. Che ci fosse di mezzo l’università. Che non si sarebbe dormito, se non sul sedile della macchina, qualche ora in un parcheggio di un autogrill.
Ho parlato con Jon Spencer la prima volta nel settembre del 1994, proprio in quella occasione. Me lo ricordo con esattezza grazie alla piccola mania che mi fa segnare in un’agenda le date dei concerti a cui assisto. Il giorno esatto, per gli amanti dei numeri, é stato il 23.
Il club di Salisburgo dove abbiamo chiaccherato (la prima delle 3-4 volte che abbiamo avuto occasione di farlo) si chiamava Arge Nonntal.
Ma era anche il tempo in cui La JON SPENCER BLUES EXPLOSION aveva appena pubblicato, in rapida sequenza, Extra Width e Orange. I due album che contribuirono a fare di Jon Spencer e compagni un piccolo caso nel mondo dell’indie dell’epoca. La solita trafila fatta di articoli (in particolare sulla stampa inglese), tour sempre più frequentati e amicizie di un certo rilievo: Beck e Mike D di Beastie Boys tra gli altri. Condizioni che creavano quell’attesa che non ci faceva conoscere ostacoli. Bisognava andare e si andava. Punto.
Ricordo un Jon Spencer sfatto dalla stanchezza e da un tour che non regalava chissà quali soddisfazioni. Ma comunque disponibile per i due disperati arrivati appositamente dall’Italia per lui. Quella chiaccherata finì su un numero di Rumore.
Al di là della consuetudine che le interviste comportano, dal tracciato di domande e risposte un pò scontate ricordo che Jon Spencer mi lasciò addosso una sensazione che è sempre ritornata tutte le volte che ho avuto a che fare con lui, anche in seguito. Oppure anche solo osservandolo su un palcoscenico.
Una di quelle persone che si capisce immediatamente che non sono in quel luogo ed in quel ruolo per caso. La retorica del rock imporrebbe una di quelle sentenze tipiche di queste occasioni, roba così: un talento gigante toccato dal fuoco sacro. Ben più prosaicamente uno di quei personaggi che non ci si può immaginare possa fare qualcos’altro nella vita. Se non suonare una chitarra, urlare in un microfono con le stigmate del perfetto intrattenitore tatuate addosso.
Jon Spencer, come Bobby Gillespie per esempio, è uno di quegli artisti che paga i propri debiti. Gente capace di omaggiare un’infinità di artisti blues, soprattutto, ma anche punk che sono arrivati prima di loro. Non si tratta di copiare pedissequamente ma di prendere ispirazione, rileggere e trasformare lasciandosi ispirare dalla propria visione personale della materia. Più che suoni e canzoni in senso stretto un percorso che si misura in attitudine. Nonstante si capisca perfettamente da dove venga fuori ogni singolo riff il risultato finale è semplicemente una cosa nuova. Non solo ispirazione ma anche convinzione assoluta di quello che si sta per compiere. La Jon Spencer Blues Explosion è sempre stata una faccenda di vita vissuta. Dal primo all’ultimo istante. Senza compromessi.

The Jon Spencer Blues Explosion – Do The Get Down

Mi è tornato in mente tutto questo perché Jon Spencer e compagni hanno appena pubblicato una nuova canzone. E soprattutto un nuovo video. Che è veramente un omaggio fantastico ad una New York che c’era e che ora si è trasformata in qualcosa d’altro. Il pezzo, come si dice in questi casi, spacca di brutto. E fa pensare che l’album in uscita potrá comunque avere un senso. Ma il video, dove si susseguono una serie infinita di piccoli omaggi visuali (si riconoscono la vecchia Times Square pre Disney, gli Swans, Jay-Z, i Wu-Tang Clan, estratti di Permanent Vacation di Jim Jarmush, un concerto hard-core a Tompkins Square Park, il sindaco Giuliani, il vecchio Post e i suoi titoli sensazionalistici, Tom Verlaine, Basquait, i Ramones, il CBGB’s, New Yor Dolls, Patti Smith, Dead Boys, Talking Heads, Lou Reed che fa la pubblicità per gli scooter della Honda davanti al Bottom Line, Andy Warhol e Nico, Taxi Driver, Alan Vega, i Velvet Underground e molti altri): è nella sua semplicità un fantastico modo di ricordare un mondo del quale è possibile provare una certa nostalgia senza doversene vergognare.

Modest Mouse – Lampshades On Fire

Non potranno mai fare un disco banale, i Modest Mouse. Magari brutto (anche se dubito) ma banale no. Quello nuovo che uscirà da qui a qualche settimana si può ascoltare in una piccola parte di anteprima. Tre canzoni pubblicate che devono mantenere le attese di un intervallo infinito (ben 8 anni dall’ultimo “We Were Dead Before the Ship Even Sank”) e che danno il polso della situazione. Mi piacciono tutte e tre. Molto. Ci si ritrova tra le mani la band di sempre, in fondo. Con i soliti stacchi che vanno a prendere spazio, alla ricerca di respiro, come se all’interno della canzone ci sia sempre bisogno di un momento in cui è necessario fermarsi un attimo….yeah we have scars, yeah we have scars / This is how it’s always gone / And this is how it’s going to go…..canta Isaac Brock con la solita inconfondibile zeppola in “Lampshades On Fire”. Ma questa volta non ci sono rimorsi: è tempo di muoversi in avanti e di non guardare indietro…We’ll push, push, push, push, push a little forward….nonostante si sappia fin da subito che si commetteranno gli errori di sempre…..Find another planet, make the same mistakes…..Una canzone bella come la vita, insomma. Ogni tanto fa male però lascia segni del suo passaggio. Di questi tempi praticamente impossibile chiedere di meglio.

Twerps – I Don’t mind

Ma questa canzone dei Pastels che roba è?? Non mi sembra di ricordarla…..per poi scoprire che in effetti non si tratta della voce di Stephen Pastel ma di qualcosa che sembra molto molto simile. Ecco, ho detto Pastels. Si potrebbe finirla qui, evidentemente. Ma faremmo un torto ai Twerps e alle loro numerose sfumature. Perchè suonano,sopratutto in questo brano, come una copia dei Velvet rifatta da 4 studenti in overdose di cappuccino ma non solo. Quando si sente il suono inconfondibile della Rickenbecker tornano alla mente i Byrds, trattati con poca deferenza e un pizzico di irruenza. Allo stessa maniera di quelle bands che un tempo venivano etichettate come “paisley underground”. Un gioiello di disco, avrete inteso. Da Melbourne, altra parte del mondo.

Porcelain Raft – Closed Eye Vision

Dei Porcelain Raft non avevo mai sentito parlare. Ho solo avuto la fortuna di capitare ad un loro concerto, per puro caso. Era la data losangelina di Youth Lagoon e Porcelain Raft facevano da gruppo spalla. Porcelain Raft è il progetto di una sola persona, alla fin fine. Mauro Remiddi che da Roma si è trasferito a Londra e poi a Brooklyn per inseguire il suo sogno. Quella sera salirono sul palcoscenico in due: lui, alla chitarra, voce, synth e tastiere e un batterista, che ho scoperto proprio in questi giorni essere quel Mike Wallace che ora picchia i tamburi per i fantastici Viet Cong.
Quella sera fu un trionfo. Il giorno dopo comprai il cd del primo album che diventò la colonna sonora costante di quel viaggio americano. Per quel che conta finì dritto filato nella mia top ten di fine anno, il 2012. Lo scorso anno Porcelain Raft pubblicarono un nuovo lavoro, sinceramente sotto le aspettative. Mentre ora se ne escono con questa breve canzone, solo voce e piano, che me li riporta dove li avevo lasciati all’epoca dell’esordio. Una canzone evocativa, che come racconta Remiddi stesso è a proposito del deserto di Joshua Tree, Don Quixote e dinosauri (che è come dire nulla e il suo contrario però mi piace ugualmente).
94 secondi che mi rimettono in pace con il mondo.

Tobias Jesso Jr. – Hollywood

Alla maniera di un vecchio crooner, nonostante la giovane età, Tobias Jesso Jr. sembra avere le carte per rinverdire la tradizione della più classica ballata americana. Un piano Rhodes e la voce, innanzitutto. E la voglia di raccontarsi senza paura di scadere nell’autobiografia. Hollywood racconta della sua avventura metropolitana, alla ricerca di fortuna, alle prese con una band destinata al fallimento. Per lui canadese dalle belle speranze attratto e poi respinto senza troppi convenevoli dal sogno californiano. Adesso è il momento della rivincita, come si compete al classico copione che all’iniziale caduta alterna la successiva rivincita. Ora è il momento dei sold-out, degli articoli sulle riviste. Circondato da tutti quelli che all’inizio gli hanno voltato le spalle. Una di quelle sceneggiature scontate che però rimangono affascinanti.
Merito innanzitutto di Chet White, produttore e bassista della prima incarnazione dei Girls che è andato a ripescare Tobias Jesso Jr. fino a Vancouver, dopo aver messo le mani su un demo, procurandogli il contatto giusto. Non era proprio Randy Newman che cantava I love L.A., del resto? Uno di quei dischi che, lo confesso, in qualche scaffale di casa mia fa bella presenza, in compagnia di Ben Folds Five. Un altro che dietro ad un piano ha regalato belle canzoni.

Cesare Lorenzi

Did I dream you dreamed about me?

 

Tim Buckley

Tim Buckley

Ci sono canzoni che vivono di vita propria. Quasi sempre sono grandi classici, ma a prescindere dalla loro bellezza o popolarità, sono canzoni talmente potenti da staccarsi dal proprio autore, prenderne le distanze, e come fossero state partorite dal nulla se ne restano lì, come se fossero lì da sempre, in una sorta di empireo melodico, pronte a ridiventare sostanza nella voce di chi le interpreta di volta in volta.

Non ho mai visto i Dead Can Dance dal vivo ed è uno dei gruppi che ho amato di più nella mia gioventù. Mi sono dovuto accontentare di uno scialbo concerto di Brendan Perry che qualche anno fa in tour nordamericano proponeva canzoni sue e del gruppo facendosi accompagnare da proiezioni video dozzinali e arrangiamenti talmente approssimativi da riuscire nell’impresa veramente difficile di neutralizzare quella che ancora considero una delle migliori voci maschili di sempre. La performance si avviava verso la sua annunciata conclusione e la mia delusione ormai era tale che a stento sono riuscito a trattenermi dall’abbandonare a quel punto, senza concedergli bis. Eppure sono rimasto. Quando Brendan è tornato sul palco però questa volta ad accompagnarlo non c’era la band di prima ma il solo Robin Guthrie armato di chitarra e pedali. Ho pensato subito a This Mortal Coil. Non osavo sperare perché mi ricordavo bene che quella canzone sul loro primo disco era cantata da Elizabeth Fraser. Le note di Robin erano troppo dilatate per consentirmi di riconoscerla subito, ma quando Brendan ha attaccato a cantare non ci sono stati più dubbi: era Song To The Siren. Resto lì inebetito, lacrime agli occhi che lavano via il fastidio che fino a pochi secondi prima mi stava spingendo fuori da quella sala.

È vero, come nota Cesare, che quella cover trasformò irrimediabilmente il brano in qualcosa di completamente differente dall’originale. Non credo che Tim Buckley potesse immaginare che quella canzone un giorno non gli sarebbe appartenuta più, probabilmente non gliene sarebbe neanche importato. Quella canzone nata come una folk song tradizionale e poi incisa in un deliquio di riverberi nell’album Starsailor (1970), fino a diventare parte fondamentale di uno dei momenti più alti dell’intera stagione dark-wave.

Per Damon McMahon, meglio noto come Amen Dunes, cantare Song To The Siren deve essere stato un po’ come sognare il sogno di qualcun altro. Eppure la sua versione è assolutamente personale, arriva come traccia numero due di Cowboy Worship, il suo nuovo ep, giusto il tempo di calarsi nella consueta nebulosa di psichedelia acustica e quando attaccano le prime note la voce pare filtrata da un tremolo persino più audace del solito. La magia prende forma di nuovo e l’impressione, folle, è che come già con This Mortal Coil anche questa volta sia stata la canzone a scegliere la voce e la sensibilità adatta ad interpretarne il mistero. Non viceversa.

Luigi Mutarelli

 

Virtual place real pain (Fiver #05.2015)

The Charlatans

The Charlatans

Ultimamente mi è capitata una cosa che mi ha dato un po’ da pensare, al di là dell’evento stesso. Praticamente mi si sono quasi bloccati il collo e la spalla, con dolori veramente acuti. I malanni vengono e vanno (si auspica) perciò niente di particolarmente sorprendente.
Quello che mi ha sorpreso è stato che la spiegazione mi è stata data non dallo specialista interpellato ma da qualcuno che mi è più vicino. Mia figlia. “Ma papà, stai sempre con la testa chinata sul telefono o sul tablet…
Bingo! Diagnosi perfettta. Grazie dottoressa. Quanto le devo?
Ma, soprattutto, questa maledetta abitudine di buttare un occhio in continuazione a questi aggeggi infernali è veramente necessaria?
Per ogni argomento, dalla reunion delle Sleater Kinney al perchè i Verdena sono dei grandi artisti o dei gran cretini siamo subissati da una moltitudine di opinioni che ci sentiamo in dovere di seguire per avere l’illusione di non essere tagliati fuori da questa assurda piazza virtuale.
Peccato che in realtà quello è un non luogo ed il frequentarlo costa tempo e salute.
Prendiamo anche, per esempio, il non evento dell’annuncio del cartellone della nuova edizione del Primavera Sound e successive polemiche. Già, quel giochino del menga che ho perfino provato a fare, io che sono la negazione assoluta dei videogiochi. (In un mondo fatto da persone come me colossi come Nintendo, Sony e Sega sarebbero durati un paio di mesi).
Discussioni infinite sul perchè il Primavera sia finito, a volte condotte da persone che vedono quattro cinque concerti l’anno e che argomentano con un “bah guarda ho segnato non più di quindici nomi da vedere…”. E io, ancor più ottusamente, sto lì a leggermele tutte…
Premesso che ho autorizzato mia figlia a darmi un calcio qualora mi dovesse vedere per più di 10 minuti col collo storto sull’iphone rimpiango amaramente i tempi in cui per essere informato delle uscite discografiche o dei concerti in arrivo in città mi facevo una passeggiata in centro nei negozi di dischi e davo un occhiata ai muri dell’università, e alle studentesse, con infinito beneficio del mio collo e del mio umore.

The Charlatans – Come Home Baby

Come fai a voler male ad uno come Tim Burgess che si porta dietro ormai da anni un caschetto biondo che più impresentabile non si può? Come si fa a voler male a un gruppo che ha perso per strada tragicamente elementi per eventi di cronaca nera o malattie? Come si fa a voler male a chi, dopo tutti questi anni, infila un giro di hammond e ti fa cantare Come on Baby senza vergogna, braccia spalancate e sguardo felice rivolto al cielo?

Crushed Beaks – Overgrown

Londinesi innamorati dei Replacements. Mixano l’album d’esordio (in uscita il 9/2) a Roma nello studio di un quotato produttore di colonne sonore horror. Una chitarra che nel finale gioca a nascondino con gli accordi di Just Like Heaven e una sensazione di leggerezza mai fine a se stessa.

The Pop Group – Mad Truth

Ok, chi è Asia Argento? L’inquietante androgina seduta accanto a Raffaella Carrà in prima serata su Rai 1 impegnata a giudicare cantanti e ballerine o la regista di questo, piuttosto riuscito (va detto), video del Pop Group di Mark Stewart che tornano sulle scene dopo eoni? Di sicuro è una che ha capito tutto. E se questo irresistibile funkettone sbilenco e stralunato otterrà un pò di visibilità in più grazie ai suoi innegabili ed imperscrutabili agganci ne sarà valsa la pena.

A Place to Bury Strangers – We’ve come so far

Il solito schiaffo in faccia da Brooklyn. Chitarre come lame che scattano in cento direzioni diverse e quella voce femminile sepolta sotto il rumore che cerca di inserire, inutilmente, una melodia.
Tranfixiation sarà l’album della consacrazione? Non so, forse non la raggiungeranno mai la consacrazione ma farsi scorticare vivi dagli APTBS è sempre un piacere.

Colleen Green – Pay Attention

I Want To Grow Up è il nuovo album della ragazza di LA con un grande amore per i Descendents e una voce che sembra un misto tra Juliana Hatfield e Tanya Donnelly.
Esattamente il tipo di canzone che mi aspetterei di sentire uscire dalle finestre di un college americano un sabato sera.

Massimiliano Bucchieri

Nostalghia (Fiver #04.2015)

QUARTERBACKS

QUARTERBACKS

Nell’era moderna, in campo musicale (e non solo in quello), gli anni ’80 sono stati praticamente la prima epoca di cui si è cominciata ad avvertire chiaramente la nostalgia di massa da parte di coloro che quell’epoca non l’avevano vissuta. Questa storia della nostalgia dimostrata rispetto a qualcosa che non si è provato è comunque una faccenda strana. Il termine nostalgia viene definito (fonte Treccani) come il desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano. Per estensione, uno stato d’animo melanconico causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano. Probabilmente è in quest’ultimo passaggio che sta il punto di tutta la questione. Nostalgia non come desiderio di recuperare una parte del proprio vissuto ma come ambizione ad uno stato diverso dall’attuale. Considerata così ecco spiegata questa continua corsa all’indietro: pur affogati da una quantità di musica incredibilmente ampia, oggi abbiamo voglia di spendere tempo coltivando nostalgia per il passato perché il presente non ci soddisfa. Esattamente la situazione opposta rispetto a quella sperimentata da coloro i quali erano già per strada trent’anni fa. Allora non c’era tempo e nemmeno voglia di rievocare con nostalgia un’età che non avevi vissuto: succedevano troppe cose.
Pensavo esattamente a questo quando l’altro giorno mi sono bevuto in un amen “50×80”, l’ottimo libricino allegato al numero di Rumore tuttora in edicola, in cui Carlo Bordone (assieme a Maurizio Blatto l’unica firma che posta in calce a un qualsiasi scritto mi convinca a leggere quello stesso scritto, di qualunque cosa si tratti) si impegna a scoprire il lato nascosto degli anni ’80 attraverso 50 (+50) dischi di culto di quel decennio. Quella lista di cento titoli ci ricorda che gli 80’s non sono stati solo gli anni della Factory Records e della 4AD, dello Small e dell’Aleph, della Traumfabrik e dello Slego, dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, ma sono stati anche gli anni degli Human Switchboard e dei Redskins, dei That Petrol Emotion e dei Miracle Workers, dei Felt e degli Au Pairs. Gli anni che se solo hai avuto l’avventura di viverli, soprattutto ad inizio decennio, potevano riuscire a convincerti che la musica contasse davvero tanto.
Detto questo, bando alla nostalgia (o Nostalghia per dirla alla Tarkovskij) e ascoltiamoci cinque ottime nuove canzoni di cinque ottimi nuovi gruppi.
Perché a noi, si sa, piace vivere nel presente e guardare al futuro. Sempre.

Quarterbacks “Not in Luv

I Tullycraft, i Boyracer, le Talulah Gosh, la K Records.
Oppure questi sessantaquattro secondi di pura perfezione pop punk.
Se il loro imminente primo album non sarà il mio personalissimo disco dell’anno sarà perchè uscirà qualcosa di meglio e allora vorrà dire che i dodici mesi che abbiamo appena cominciato a vivere saranno stati un periodo davvero eccezionale. Amore totale.

Girlpool “Alone at the Show

Il loro ep di qualche mese fa non mi aveva del tutto convinto ma i 106 secondi di questa canzone che si trova dentro la nuova compilation di The Le Sigh, (a blog that highlights women in music and art per chi, come me fino a 30 secondi fa, non lo sapesse) ribaltano tutto.
In questi giorni in cui il core business collettivo è spulciare l’elenco dei nomi partecipanti al Primavera per cercare un motivo per andare o una scusa per rimanere a casa io mi ascolto questa canzoncina in cui le due ragazze califoniane ci raccontano di come un concerto possa anche NON essere un evento sociale: I wanna look at you/ But you don’t want me to/ I’ve got a secret crush on you.

Hierophants “Pneumatic Drill

Everett True, mio antico mentore, vive da tempo in Australia e di conseguenza ascolta (anche) molta musica australiana. Non so se sia che ha ricominciato a scrivere in maniera massiccia oppure sono io che ho ricominciato a leggerlo, fatto sta che ultimamente mi capitano a tiro un sacco di buoni gruppi che arrivano da quelle parti. Agli Hierophants in realtà sono arrivato su segnalazione di qualcun’altro, ma poco importa. Tra un po’ uscirà il loro primo album, questo invece è il loro ultimo singolo. Punk Wave schizzata su sincope di tastiere. Robe così mi mandano sempre fuori di testa.

Jack Name “Running after Ganymede

Si infila in uno spazio alieno tra Chrome e Can, come viaggiasse di notte su di un’autostrada illuminata da neon bianco, questa canzone di John Webster Johns, aka Jack Name, ultimo pupillo di John Dwyer. Weird Moons, il suo album in uscita per la Castle Face, pare una versione cosmica dei primi nastri che Ariel Pink ci fece ascoltare qualche anno addietro. Stranamente affascinante.

Hurry “Shake it Off

Venirmi a raccontare che un nuovo gruppo che ancora non conosco si piazza da qualche parte tra il blu album dei Weezer e Alien Lanes dei Guided by Voices (Pitchfork) è una carognata. Ovvio che ci casco. Questa canzone la trovate dentro Strenght in Weakness, ep in split con altre cinque band di Philadelphia, una meglio dell’altra.
Chiudo che vado a recuperarmi Everyhing/Nothing, il primo album di questi Hurry uscito un paio di mesi fa. Saluti e baci.

Arturo Compagnoni