Bored to be wild

minutemen

minutemen

Per una serie di ragioni differenti è capitato che i Minutemen ricorressero in maniera continuativa nelle mie ultime settimane. Prima ho letto un bellissimo articolo di Bastonate, che casomai vi venisse voglia di ripescare trovate qui. Poi ho riletto il capitolo scritto da Azerrad tratto dal libro “American Indie” dedicato al trio di San Pedro. A quel punto mi sono accorto che il disco dei Minutemen, non l’unico della loro limitata discografia, ma quello che è obbligatorio avere in casa, “Double Nickels On The Dime” giaceva tristemente relegato in uno scaffale dedicato alle cassette. Perdipiù un nastro registratomi da un compagno di università su di una C60 che probabilmente aveva smesso di funzionare già da qualche lustro . Di conseguenza sono andato a recuperare una copia del doppio vinile che ha passato un paio di giorni fisso sul mio piatto. Del resto i Minutemen non li ho vissuti in prima persona, anche per una mera questione anagrafica.

Incrociai per la prima volta la sagoma possente di Mike Watt in un club della costa adriatica che era l’estate del 1989 ed avevo superato da poche settimane i vent’anni. A quel punto i Minutemen non esistevano già più e Mike Watt girava sul solito furgone scalcagnato con i fIREHOSE.

461891_3531233331534_1766907783_oDi quella sera conservo un poster firmato e il ricordo di una chiaccherata lunghissima con lo stesso Mike Watt. Gli feci una domanda banalissima dopo il concerto e lui non si fermò più. Non ricordo i dettagli, so solo che tornai a casa con la consapevolezza che quella era l’attitudine che amavo. Un gruppo che azzerava le distanze tra pubblico e artista. Che si metteva al tuo stesso livello e pretendeva uno scambio. Tutto questo senza seguire dogmaticamente le regole del punk. Semplicemente oltre. Quello per me era il rock indipendente: completa libertà di scelte, autogestione, consapevolmente ai margini del mercato ufficiale. Un’attitudine codificata fin dai tempi dei Minutemen in una semplice piccola frase “we jam econo”, che andrà ad intitolare anche un celebre video documentario sulla band che trovate online senza troppa fatica.wejamecono

Quel “we jam econo” a ripensarci ora mi pare una frase che sottoindeva un concetto nella sua elementarità assolutamente perfetto. Quell’approccio all’etica del “Do It Yourself” prima che diventasse una scatola vuota, quell’essere punk nell’animo ben più che nello stile sonoro, quella libertà che ha permesso ai tre di San Pedro di divenire un esempio da seguire, una band rilevante ancora oggi a discapito del tempo.

Non sopporto la nostalgia in generale, ancora meno nelle vicende legate alla musica. Talvolta però lo spirito con cui si affrontavano le cose un tempo in qualche modo mi manca.

The Talkhouse è un sito dove i musicisti recensiscono i dischi dei colleghi. Ha avuto un momento di notarietà assoluta nel momento in cui pubblicò la recensione scritta da Lou Reed sul disco di Kanye West, poco prima di morire. Si leggono cose interessanti, esposte da un punto di vista originale, in particolare per quelli come il sottoscritto che sono condizionati da anni di letture di “critici” musicali e “recensori”. L’effetto è assolutamente rinfrescante, come se improvvisamente si potesse scrivere e conseguentemente leggere di musica in maniera finalmente differente. Mi ha colpito in particolare la recensione scritta da Luke Haines (bel personaggio, testa pensante, grande autore in band come The Auteurs e Black Box Recorder) del nuovo album di Sleaford Mods. E non è un caso che prenda ad esempio proprio loro. Perchè se non si fosse capito sono uno dei pochi gruppi “nuovi” che hanno rilevanza e sì, sono tra i pochi che recuperano, in maniera del tutto inconsapevole, quell’attitudine di cui si parlava poco sopra, a proposito dei Minutemen. E poco importa che la California non sia la provincia inglese.

sleaford mods

sleaford mods

Quello che scrive Haines ma che viene messo in risalto da tutti i commentatori più autorevoli che si sono presi il tempo di scrivere qualcosa a proposito del duo di Nottingham è che la musica torna ad esercitare un ruolo politico. In prima fila. E che lo fa finalmente nell’unica maniera che è ancora accettabile: senza slogan, limitandosi (per modo di dire) ad osservare e raccontare, in maniera rabbiosa ma anche con sorprendenti uscite capaci di strappare un sorriso amaro ( “The smell of piss is so strong it smells like decent bacon”). Sono certo che chiunque abbia attraversato una strada di Brixton o di una periferia di una qualsiasi città inglese alle 5 del mattino di un qualsiasi weekend sappia a che cosa fa riferimento James Williamson, nel suo declamare rabbioso.

Gli Sleaford Mods sono degli alieni della scena, allo stesso modo in cui i Minutemen lo erano all’epoca. Alieni per come hanno affrontato il mercato, sostanzialmente autoproducendosi. Haines, nella sua recensione, fa proprio riferimento a questo aspetto e sottolinea la capacità di circumnavigare il solito hype, lasciando i poveri giornali specializzati d’oltremanica ad arrancare dietro al fenomeno senza nessuna possibilità di gestirlo in prima persona, nonostante l’erezione borghese (come genialmente sottolinea lo stesso Haines) da parte di NME e affini non sia tardata ad arrivare. E comunque chiunque abbia affrontato e discusso queste canzoni non ha potuto esimersi dal sottolineare come facciano da unica e vera credibile colonna sonora a questi tempi terribili dove il Fronte Nazionale rischia di diventare partito di governo. Già solo il fatto che ci sia qualcuno capace di indignarsi e che non si sia fatto travolgere da quel misto di rassegnazione e indifferenza dovrebbe far ben sperare.url

Alieni anche nella proposta strettamente musicale, che vive di beat elementari più che minimali, dall’incedere a metà strada tra un rap privo di rime e una session di poesia di strada. Musica non come scelta ma come necessità, inoltre. Che ha l’urgenza politica seppur non ideologica di mettersi metaforicamente per strada senza nessun timore, come capitava alle migliori bands della scena punk un tempo.

Punk nell’anima si dice a proposito di Sleaford Mods ed in effetti è stata solamente questa manifesta attitudine che mi ha portato ad argomentare una presunta quanto arbitraria similitudine con il trio di D.Boon e compagni (che musicalmente è nulla, sia chiaro). Ben più attinente il rantolare abrasivo di Mark E.Smith dei Fall, o come è stato scritto ripetutamente i primi Happy Mondays (anche qui si tratta di attitudine, evidentemente), The Streets e John Cooper Clarke o se si dovesse scendere a pescare qualche riferimento nella scena punk non ci si allontanerebbe troppo dal giro Exploited.

Ma, al di là dei riferimenti, degli Sleaford Mods affascina sopratutto l’abilità di non sottostare all’imperativo della “retromania” e la capacità di assumere, magari in maniera inconsapevole, un’importanza “culturale”. Quando attaccano Noel Gallagher, per esempio. E con lui tutto l’establishment indie d’oltremanica, tacciando di conservatorismo una scena ormai asfittica.

Hanno lo stesso effetto di una ventata d’aria fresca in un’ambiente immobile. Senza rifarsi ad un genere, senza avere modelli di riferimento. Questa è una faccenda di urgenza espressiva, di rabbia e di nessun compromesso. Gente che non ha nulla da perdere., evidentemente.

CESARE LORENZI

Fiver #04.07

PER UNO SOLO DEI MIEI OCCHI

True Detective

True Detective

Non pensate sia maniacale (Billy Bragg è solo uno dei mille artisti che stimo) ma volevo ripartire proprio dal suo concerto visto qualche sera fa. Introducendo il suo ultimo brano in scaletta (Waiting for the Great Leap Forwards) Bragg ha portato all’attenzione quello che oggi secondo lui è il male peggiore del mondo.

Subito verrebbe da pensare al capitalismo…e invece no …o meglio non solo… la piaga che ha descritto come male più grande del nostro tempo è quella del cinismo. Non il cinismo dei potenti, delle guerre, dell’economia, ma bensì il nostro..quello insito in ognuno di noi e che rischia di portarci a chiuderci a riccio nei confronti del mondo e degli altri.

Nessuno di noi ne è immune sostiene Bragg e il rischio di chiuderci è sempre dietro l’angolo. E se ti chiudi è finita, sei finito.

Ma la cosa interessante del ragionamento di Bragg è il suo personale antidoto al cinismo.

Il suo discorso in breve è stato : “Io mi ritengo molto fortunato. Quando mi accorgo di essere cinico o quando sento salire la rabbia verso qualcosa o verso altre persone o un’intera comunità, prendo la chitarra in mano e scrivo una canzone dove scarico tutta la mia rabbia…poi la suono , sento che è gradita e mi accorgo magicamente che il cinismo si è placato e ha fatto posto alla creatività…ripeto, sono molto fortunato”

Bragg parlava ovviamente della fortuna di essere un artista, di girare il mondo e confrontarsi con gente nuova ogni giorno. Il giorno successivo ripensando a questi concetti ho riflettuto sul fatto che alla fine non occorre per forza essere artisti per acquisire questo antidoto al cinismo, basta poi essere aperti alla bellezza. Ad ognuno di noi il compito di dare un nome alla bellezza che può cambiare in meglio il nostro quotidiano . Bragg ovviamente parlava della musica.

Nel mio caso noto che negli ultimi anni il Cinema ha spesso un potere ancora più catartico della Musica. Non voglio arrivare a dire che dopo la visione di un (bel) film , arrivo ad un orgasmo cosmico, però è scontato dire che interessarsi de “la vita degli altri” raccontata in un’opera artistica, può aiutare nello specchiarci e portarci a mille riflessioni che ne possono conseguire. E così il Fiver di oggi è un Fiver cinematografico, con il solito occhio di riguardo al Cinema indipendente. Parliamo di film usciti nel 2014 e su cui forse vale la pena soffermarsi per farli uscire dalla nicchia a cui sono destinati.

1- JIMI ALL IS BY MY SIDE

La prima biografia (non in stile documentaristico) su Jimi Hendrix, in realtà sta dividendo le poche persone che lo hanno fin qui visto.

Questo sia dal punto di vista cinematografico in quanto, come spesso accade nelle biografie, alcuni aneddoti della vita di Hendrix sono trattati con una certa superficialità. E sia dal punto di vista musicale in quanto, paradossalmente, il film non riporta nessuna musica originale perchè gli eredi di Hendrix non ne hanno concesso I diritti. Personalmente ho trovato invece il film un buon prodotto, mai banale, mai noioso e in più il gap musicale sopracitato viene furbescamente colmato dalle tante cover proposte in vita da Hendrix e su cui gli eredi non hanno potuto impedirne la riproduzione. Vengono trattati gli anni londinesi di Hendrix, prima dello sbarco a Monterey per intenderci. Il tutto con un gusto raffinato e riportando aneddoti che personalmente mi erano sconosciuti. Indipendentemente dal fatto che può piacere o meno, rimane oggettivamente grandiosa l’interpretazione di Andrè Benjamin ( l’Andrè 3000 cantante degli Outkast) in qualità di protagonista del film. Dopo 15 minuti di Jimi all is by my side, rischi di scordare il volto vero di Hendrix.

“Jimi” sarà distribuito in Italia ad ottobre dalla sempre ottima “I Wonder Pictures” , una delle poche case di distribuzione italiane che ha ancora coraggio da vendere e un ottimo gusto nel comprare titoli internazionali. Speriamo che alcune sale abbiano la lungimiranza di proporlo.

2 – FOR THOSE IN PERIL

Mi collego all’ultima frase, cioè che le sale cinematografiche dovrebbero avere un po’ più di coraggio. For those in peril per esempio è stato distribuito in Italia a marzo (con il titolo “IL SUPERSTITE”), ma nessuna sala lo ha voluto. Voglio essere chiaro, se l’anno si concludesse oggi “For those in Peril” sarebbe sicuramente sul mio personale podio del 2014. Si tratta di un’opera prima, film indipendente scozzese. La trama come spesso accade nei film che amo è quasi inesistente: una barca torna dopo una battuta di pesca con un solo membro dell’equipaggio , tra I tanti partiti. Ma non si tratta di un “giallo” o di un “mistery” in senso stretto. Il mistero sarà solo nell’animo del ragazzo superstite. Un film intenso, oggettivamente “lento” e “duro”, come l’isola scozzese su cui è girato.

Se non temete questi aggettivi, non fatevelo scappare.

3 – ENOUGH SAID

Almeno una commedia su questa cinquina doveva esserci. Tra le tante ho scelto Enough Said (anche questo uscito in Italia come una meteora a maggio con il titolo “NON DICO ALTRO”). E’ una commedia semplice ma intelligente, a tratti agrodolce, ottimamente scritta ed interpretata e da vedere sicuramente in versione originale per apprezzarne I dettagli. Un dettaglio non da poco è la presenza (nella parte di assoluto protagonista) di James Gandolfini, scomparso proprio qualche settimana dopo questa sua ultima interpretazione.

Per I temi trattati potrà piacere soprattutto agli over 40. I giovani potranno trovare di meglio in tante altre proposte.

4 – TRUE DETECTIVE (8 episodi)

Qua mi tradisco 2 volte. La prima è perchè nell’introduzione parlavo di prodotti di nicchia, mentre T.D. al contrario è stato già visto da decine di milioni di persone, soprattutto oltre oceano. La seconda è perchè questo doveva essere un Fiver di film , mentre qua scivolo sulla “serie”. Però necessitavo di un’occasione pubblica per dire che True Detective è a mio avviso la serie più bella di sempre. E’ un Twin Peaks che incontro idealmente un Will Oldham che prega sulla tomba di Jim Morrison, è un Angel Heart (ve lo ricordate ?) che incontra un Tom Waits che vomita alcool in un bar della Louisiana. E’ soprattutto , e non idealmente, il volto , le espressioni, la voce e le parole di un Matthew McCounaghey nel suo anno di grazia. Non spendo nulla sulla trama, potrete trovare migliaia di pagine sul web, alcune delle quali anche di carattere filosofico e spirituale.

Sono 8 puntate da 1 ora l’una. Era nato per non essere seriale (aumentandone quindi il mito).

Il clamoroso successo (e svariati milioni di dollari) ha portato invece lo sceneggiatore Nic Pizzolatto a scrivere una seconda stagione. Forse è un peccato…ma lo capiremo il prossimo anno. Se non lo avete ancora fatto, godetevi intanto queste 8 ore. Se lo farete tutto in un sol colpo per giorni avrete inconsapevolmente le stesse espressioni di McCounaghey e I vostri amici inizieranno a farsi domande sul vostro conto.

5 – OMAR

Ho un caro amico italiano che fa la guida di viaggi in quel di Gerusalemme. Porta in giro gruppi religiosi e non. E’ filo palestinese. O meglio sta dalla parte delle persone che da decenni sono umiliate nella loro quotidianità …..quindi è filo-palestinese (che non vuol dire filo-Hamas). Nei suoi programmi di viaggio, una serata è dedicata al cinema…fa proprio parte del programma, non puoi scapparci. Propone sempre il film “Per uno solo dei miei 2 occhi”. Lo ritiene una delle tappe più importanti del viaggio perchè in quei 100 minuti l’opera comunica più cose di quelle che possono raccontare I tabloid specializzati di tutto il mondo (dire “i telegiornali” è infatti quasi ridicolo)

Il senso in breve è far capire che oggi il popolo Palestinese è nella stessa situazione storica in cui si trovava il popolo Israeliano secoli fa e se gli israeliani fossero intellettualmente onesti ora andrebbero ad abbracciare gli abitanti di Gaza o Ramallah invece che reprimerli o sopprimerli. Se dovessi scegliere I classici 100 film da portare su un’isola deserta sicuramente metterei anche questa opera nella lista. E allora si torna al discorso iniziale; la visione di un film non cambierà certo il mondo ma forse potrà aiutare ad accarezzare il nostro cinismo oppure sorprenderci nell’osservare dove si pongono per 2 ore I nostri sguardi e le nostre riflessioni.

Per uno solo dei miei 2 occhi” non è valido per questo Fiver…è uscito nel 2005, ma vi invito a recuperarlo come vi invito a recuperare tutta la filmografia di Avi Mograbi.

Sono così a segnalarvi un recente e splendido film palestinese: Omar , vincitore del premio della Giuria del Festival di Cannes dello scorso anno (sezione “Un certain regard”) e primo film palestinese ad entrare nella cinquina agli Oscar (2014, quello poi vinto da La grande Bellezza). Pensavo che questo riconoscimento potesse aiutare l’uscita sugli schermi italiani…e invece niente…non ce la possiamo proprio fare. Ma noi continuiamo a cercare….

MASSIMO STERPI

Help Save The Youth of Bologna

Billy Bragg

Billy Bragg

Premetto che non sono affatto un nostalgico…anzi..sono molto più interessato a ciò che accade oggi e a cosa accadrà domani e raramente mi guardo indietro. Però ci sono serate che ti rimangono impresse per tutta la vita, per fortuna sono state tante …grazie alla compagnia delle persone che ami, del cinema, della musica.
Una di queste fu negli anni ’90, io ne avrò avuti 24-25 e per la prima volta avevo l’occasione di vedere dal vivo Billy Bragg, eravamo non più di 2-300 persone e alla fine di un bellissimo (e divertentissimo ) concerto, presi il coraggio di andare nel backstage per il solito rito dei cd autografati. Da buon timido aspettavo di essere l’ultimo. Successe che gli altri fan andarono via subito e mi ritrovai inaspettatamente ad essere da solo con lui. Quella sera indossavo una maglietta con sopra Bobby Sands ( e i giovani che non conoscono Bobby Sands vadano subito a documentarsi !!) e la scritta in gaelico “verrà il nostro giorno” , mi sembrava la t-shirt giusta per la serata.
Penso che mi prese in simpatia per quella maglietta e forse per la mia aria un po’ spaesata e solitaria, mi disse che trovava molto bello vedere un ragazzo italiano che si interessava a quel pezzo di storia e iniziò a chiedermi di me, cosa facevo e per cosa batteva il mio cuore.
Grazie a 2 birre medie riuscii a parlare anche un ottimo inglese, cosa che non mi accade affatto da sobrio …e così, non so come, ci ritrovammo a parlare di tutto…facendo collegamenti che ora sembrano non avere molto senso..ma quella sera ce l’avevano eccome : il conflitto in Ulster, cattolici e protestanti, la Thatcher, il cinema inglese con i miei miti Loach e Mike Leigh e poi ancora Palestina ed Israele, per poi passare al calcio trovandoci accomunati nel tifare 2 squadre sfigate come Bologna e West Ham.
Parlammo di tutto tranne che di musica, quasi a voler sottointendere che la musica si completa con il resto della tua vita e delle tue passioni. Penso che il tutto durò una ventina di minuti, forse più..il tutto nella completa tranquillità e con la sensazione (provata rarissimamente) che non stai rompendo le palle ma che -al contrario -il momento risulta gradevole anche al tuo interlocutore.
Venimmo interrotti solo dal Tour manager in quanto tutto il palco era stato ormai liberato e tutti erano pronti per andare. A sorpresa mi chiese se volevo andare a mangiare qualcosa con loro lì vicino.
Ricordo che gli dissi limpidamente la verità, quasi come a confidarmi con un amico di vecchia data…anche se la verità non era molto rock &roll. url
Gli dissi che mia madre stava molto male di salute in quel periodo e che preferivo tornare a casa per non farla preoccupare.
Lui mi guardò negli occhi e disse “you’re a good guy” e mi salutò con un abbraccio.
Poi prese un foglietto volante e mi diede il suo indirizzo di Londra e mi chiese di spedirgli una maglietta del Bologna Fc. taglia piccola per suo figlio Jack che era nato l’anno prima. Cosa che feci la settimana dopo.
In cambio mi diede una sua t-shirt con la scritta: “I’ve got a socialism of the heart”

Dopo quella sera ho visto Billy Bragg altre 3 volte….di cui una prendendo un volo appositamente per l’Inghilterra per vedere un suo tributo per il centenario dalla nascita di Woody Guthrie.
In tutte le occasioni ho sempre lasciato perdere i personalismi, non sono più tornato nei backstage a dirgli “ehi ti ricordi quella volta in italia…etc..etc..” oppure ” ehi…ti è mai arrivata la maglietta di Kennet Anderson ?”.
Ho preferito che quella serata rimanesse unica e sono contento che sia sempre stato così.

Tra poche ore a Bologna sarà la stessa cosa, mi limiterò a godermi quelle canzoni che mi stanno accompagnando ormai da 30 anni.

Però mi piace pensare e raccontarmi che un ragazzo di 25 anni stasera guardando il concerto possa avere chiaro che “sì..sono solo canzonette..e non vogliamo cambiare il mondo”…ma al tempo stesso avere chiaro che una chitarra possa portarti dentro il cuore tutto quello che ami, tutto quello per cui vibri , tutto quello che ti fa sorridere ma anche tutto quello che continui a non capire e che non capirai mai passando idealmente da Belfast a Gaza, da Bologna a East London.

Poi torni a casa e pensi che il Bologna e il West Ham sono sempre 2 squadre sfigate, ma mentre lo pensi ti accorgi che ti metti a sorridere e ti senti molto, molto, fortunato per la tua vita.

MASSIMO STERPI

Billy Bragg in concerto questa sera, 22.07.2014, al Bolognetti di Bologna

Fiver #03.07

Alvvays

Alvvays

Se c’è una stagione che a me e Yuki sta sulle palle è l’estate.
9 del mattino, arranchiamo lungo lo sterrato che ci divide da una sottospecie di edicola (in realtá un asse di legno con sopra pochi quotidiani all’interno di uno squallido villaggio vacanze deserto).
Ci guardiamo. Caldo, sudore. Mi implora di tornare a casa.
I percorsi della vita mi hanno portato a trascorrere le settimane estive in un non-luogo dove il massimo della proposta culturale è la sagra della melanzana.
Certo una volta era peggio, non potevo rifugiarmi su pitchfork o spotify ma è una magra consolazione.
Il tutto sovrastato dalla fastidiosissima sensazione che tutti si stiano divertendo un mondo. Risate dalla spiaggia, echi di partite a carte. Nelle orecchie i racconti di Arturo e delle sue serate all’Hana Bi.
Fanculo. Scanso l’ennesimo piatto di melanzane fritte e cerco conforto, come al solito, in una cuffia e in un libro.

Honeyblood – Fall Forever

Critica aspramente e insolitamente divisa sulle due ragazze di Glasgow (una si chiama Shona, adorabile nome da personaggio di Ken Loach). Mentre corro con Fall Forever nelle orecchie il vento mi sbatte in faccia un volantino con sopra scritto LUSH. Riesco a non cadere. Il cielo si è coperto e il mare ha improvvisamente assunto una tonalitá  grigio scuro. Mi sento giá meglio.

Alex G – Harvey

Nell’ultimo complicato periodo mi è capitato di dividere attese e sofferenze con Gennaro. 19enne toscano dai tratti quasi indios e di una innata gentilezza e serenità nonostante circostanze veramente poco piacevoli. Alex Giannascoli ha 21 anni e me lo ricorda un sacco. Una manciata di canzoni messa insieme nella sua cameretta del Temple college, North Philadelphia, che mischiano Beat Happening, Sparklehorse e tutto il meglio del rock-indipendente slacker degli ultimi venti anni.
Il tutto con grande personalitá e “gentilezza”. Scommmetto che a Gennaro, per il quale probabilmente il termine slacker è una marca di costumi da bagno, piacerebbero molto.

Menace Beach – Fortune Teller

Buone cose stanno uscendo dal giro Hookworms. Una delle loro produzioni più “normalizzate” sono questi Menace Beach. Partono fuori giri come se avessero esumato una outtake pop dei My Bloody Valentine e ci srotolano sopra una melodia appiccicosa che sentita più volte assume una direzione diversa ogni volta.

Alvvays – Archie, marry me

È un dato di fatto che di tutte le coppie di amici presenti al mio matrimonio un buon 90% si è separato nel corso degli anni. A questo punto le cose sono due: o è stato un inevitabile trend generazionale o essere al mio matrimonio portava sfiga.
Non so a chi sia rivolta questa richiesta da parte dell’adorabile Molly Rankin ma io mi sbrigherei ad accontentarla. Probabilmente se mi sposassi oggi invece di Smells like teen spirit al taglio della torta ondeggerei sulle note dream pop di Archie, marry me dall’incedere immediatamente classico.

Beverly –  Honey do

Quando ero ragazzo nei lunghi pomeriggi oziosi estivi inforcavo la bici e mi dirigevo al molo di Senigallia con Rockerilla sotto braccio ed un pezzo di pizza al rosmarino nel cestino. Non possedevo ancora un walkman e smanettavo su una radiolina alla ricerca di un pezzo dei Cure o dei Clash. Mi accontentavo anche dei Simple Minds. Oggi mi sparerei nelle orecchie  questa meraviglia da Breeders/Belly ammarate negli anni ‘010 uscita dalla penna di Drew Citron (tipino alquanto interessante) e mi sentirei, ingenuamente, un gran figo, come allora.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Rock’n Roll Star

Johnny-Hopkins--Wherehouse,-Derby-May-4--1994Definitely Maybe è un disco gigante. Meglio mettere subito le cose in chiaro.
Se ne leggono un po’ di tutti i colori in questi giorni a proposito. Gli Oasis sono tornati ad occupare le cronache della stampa musicale grazie alla ristampa masterizzata a nuovo di quell’esordio che marchiò a fuoco un’intera stagione.
Sono passati 20 cazzo di anni.
Non amo le ristampe, men che meno le rimasterizzazioni. Sinceramente non mi sono nemmeno preoccupato di ascoltarla, la nuova versione. Sono abituato a giudicare la musica non da un punto di vista tecnico (cosa di cui non sarei nemmeno capace, tra l’altro) ma solo per le emozioni che mi procura. Cuore e non cervello. Sempre e a qualsiasi costo, anche se talvolta tocca pagarne le conseguenze in credibilità.
Gli Oasis sono morti, per quanto mi riguarda, subito dopo aver dato alle stampe quell’album. Ma questa è una di quelle cose che si scrivono o dicono per darsi un po’ il tono di quello che ascolta e ha ascoltato solo la musica giusta al momento giusto.
Comunque erano anni che non ascoltavo quel disco. Intendo ascoltarlo davvero, metterlo nell’impianto, cliccare play con la copertina in mano, seduto sul divano.
Mi sono sorpreso di sentire tutte quelle chitarre, intanto. Ormai identifico gli Oasis come un innocuo gruppo pop. Non mi ricordavo l’energia quasi muscolare di quelle canzoni. Mi è tornata però in mente l’immagine che avevo conservato dopo averli visti dal vivo la prima volta, in quel periodo: i My Bloody Valentine alle prese con il repertorio dei Beatles.
Ben prima che il tutto si trasformasse in una semplice farsa.
Un disco invecchiato bene, inoltre. Ma questo non so se sia davvero un merito dell’album in sé oppure una conseguenza del fatto che quel tipo di musica, suonata con due chitarre, basso e batteria, sia in qualche modo rimasta immobile nel corso del tempo.
36539111cd315b7cf04872fce4256684Riascoltato ora però mi accorgo anche di quelle debolezze sottolineate da quelli che gli Oasis li hanno presi a bastonate fin da subito. Canzoni inutili come “Digsy’s Dinner”, per esempio (If you could come to mine for tea, I’ll pick you up at half past three, We’ll have lasagne). Un brano indiscutibilmente debole, uno dei pochi passaggi a vuoto di un disco che ha 5-6 canzoni che invece spaccano di brutto. Veri singoli come se ne facevano una volta, quando ancora aveva un senso farli.DefinitelyMaybeOasis2PR200712
Definitely Maybe è l’album che più di ogni altro celebra la giovinezza. Quella è la sua irresistibile forza. È un disco positivo, di energia adolescenziale. Sono canzoni che glorificano la forza primordiale, che ti fanno ricordare quei momenti dove ti sentivi così bene da pensare di essere immortale, che mettono in primo piano quella sfrontatezza sarcastica fatta di feste e vere amicizie. E poi si celebra l’amore, non tanto in senso strettamente romantico, ma anche in questo caso come forza della natura, come vitalità esistenziale.
A proposito di giovinezza: sono andato a controllare. Liam Gallagher, quando uscì l’album, aveva 22 anni. Il fratello 5 di più. Non riesco proprio ad immaginare queste canzoni composte da qualcuno con più di 30 anni sulle spalle.
Se vogliamo è anche il loro limite ma mi pare che i vantaggi siano nettamente superiori.
Quella che può essere scambiata per arroganza (anche solo nella citazione delle influenze: Beatles nientemeno) è al contrario una mancanza di esitazione con la quale pagano i loro debiti senza preoccupazione.
A distanza di vent’anni dobbiamo riconoscere le loro ragioni. Perché non c’è stato più nulla che si sia avvicinato al fenomeno, anche popolare, che ha messo in moto quel disco. È stato in qualche modo anche l’ultimo album “classico”. Subito dopo l’avvento massiccio della digitalizzazione del commercio della musica ha comportato che finisse un’epoca. In questo senso gli Oasis sono oggi un gruppo antico, superato dagli eventi ma non dalla storia.
L’avvento della nuova era di supporto non più analogico ha portato in dote una riscoperta del “catalogo” a discapito della novità.
Non so se sia questa la ragione ma mi sembra di poter affermare senza timore di smentita che il gusto per la novità sia quasi completamente estinto, in particolare in ambito rock. Non so se manchi proprio l’interesse da parte del pubblico, sempre più impegnato nell’ennesima ristampa e riscoperta, o quale sia davvero la ragione.
C’è stato un periodo in cui potevi aspettarti gli Oasis, che comunque arrivavano dopo gli Stone Roses (che esordivano nello stesso anno dei Nirvana, per dire). Giusto per ricordare un altro paio di debutti discografici capaci di lasciare il segno. Avevi la speranza che la settimana dopo potesse uscire qualcosa che davvero avesse qualche rilevanza. Adesso tocca rimanere attaccati al disco di genere e sperare che ce la mandi buona.
Sempre più specializzazione e conseguentemente minore ambizione.
La musica con le chitarre (ma non solo quella) si è trasformata in una faccenda dannatamente autoreferenziale. Come dice Simon Reynolds ci si limita spesso alla citazione della divinità passata in una forma di tributo, di venerazione dei precursori. Il riferimento è deferenza, più un pizzico di gloria riflessa.
Nel debutto dei fratelli Gallagher di tutto questo non c’è traccia. Sottolinearlo oggi ne aumenta ancor più i meriti.
CESARE LORENZI

Fiver #02.07

Fucked_up

Fucked Up

Da piccolo odiavo l’estate. La detestavo per due precisi motivi. Il primo era piuttosto ovvio: non sopportavo il caldo. Provavo proprio un senso di forte malessere fisico. Mi prendeva ai primi caldi e mi abbandonava al principio di settembre; perché magari oggi manco ce lo ricordiamo più ma ci fu un’epoca in cui il caldo, quello vero, cominciava a giugno e finiva a settembre. Lo stesso periodo in cui era impossibile assistere ad una partita di pallone tra squadre serie. Il massimo del calcio televisivo era appannaggio delle immagini di qualche amichevole regionale (tipo Juventus-Villar Perosa o Inter A-Inter B) al telesport pomeridiano delle sei e mezza.
Il secondo motivo era contingente quanto per tanti anni inevitabile ed era legato al luogo dove io invariabilmente dalla nascita fino ad un certo periodo della mia vita (diciamo poco oltre il diploma liceale) fui costretto a trascorrere le vacanze estive. Una località di mare a nord del Lazio, appena sotto il confine con la Toscana. Questa sarebbe una storia lunga, quindi la lasciamo stare per ora.
Oggi che il caldo mi infastidisce molto meno, le vacanze estive le trascorro a due passi da casa in mezzo alla musica e sono dunque venute meno le cause della mia personale avversione per l’estate, l’estate ha deciso di sparire.
Presumo che questa faccenda del piacermi quello che non ho e disprezzare ciò che ho abbia a che fare con quello sballatissimo fascino che la sconfitta ha sempre esercitato su di me: I’m a loser baby, so why don’t you kill me?
Che poi nella realtà della vita di tutti i giorni gli sconfitti non piacciono a nessuno, anzi appena si sente da lontano l’odore di un perdente ecco che attorno si crea (comprensibilmente) il vuoto.
Questo Fiver è dedicato alla sconfitta, ai perdenti e all’estate che non esiste più, giustificando l’apprezzamento di canzone sciocche (quali sono del resto, le canzoni veramente serie?) con la fittizia necessità di musica destinata a fungere da colonna sonora a una stagione defunta.

The Orwells: Who Needs You

Quanto a canzoni futili e gruppi superflui con gli Orwells stiamo messi bene. La canotta dei Bulls sotto al chiodo e i capelli a messa in piega del cantante sono da codice penale, più o meno quanto il suo sguardo ebete perso nel vuoto. Ma quando partono chitarra, basso e batteria subito al primo secondo della canzone è impossibile rimanere fermi. Quel ritornello poi: You better toss tour bullets/You better hide your guns/You better help the chïldren/Let them have some fun, ti si appiccica addosso e non scivola via in nessun modo. Il video della loro esibizione televisiva al Late Show li rappresenta perfettamente. Arrivate in fondo perché la coda del pezzo, col pianista di Letterman che mima il cantante cambiando il testo della canzone, merita.

Howler: Indictment

Questi li metto nella lista di quelli che mi ero completamente perso. Per fortuna che la mia rete di informatori funziona, anche quando segnalandomi un gruppo (in questo caso si trattava degli Honduras) poi ne spunta fuori casualmente un altro (gli Howler appunto). Gli Howler vengono da Minneapolis e sono al secondo album. Per una canzone del genere gli Strokes e i Libertines di oggi potrebbero vendere la mamma. Il pezzo va di corsa, ballonzola contro i muri come una palla di gomma e ha un coro da spiaggia che più da spiaggia non si potrebbe anche se nel video c’è la neve e fa freddo. Al minuto 1.47 abbassa il ritmo e cambia marcia ma lo fa solo per permetterti di tirare il fiato perchè altrimenti alla fine non ci arrivi.
The Hotelier: In Framing

Ci sono gruppi che ti perdi senza capire esattamente perché e andarli a ripescare dopo non ne hai voglia. Del resto se non li hai calcolati quando potevi in realtà qualche motivo da qualche parte deve esserci, anche se al momento ti sfugge.
A me è capitato con i Get Up Kids: quando sono usciti ero già in età matura e quindi non ho scuse per averli ignorati, anche perché non si trattava di oscuro gruppo privo di copertura mediatica. Erano lì, davanti ai miei occhi e sotto le mie orecchie e li ho snobbati. Di loro recuperai al momento dell’uscita la raccolta di singoli e inediti, quella dove c’era la cover di Close to Me dei Cure. Poi quando tornarono assieme per qualche concerto poco tempo fa e tutti quelli che conosco nella fascia di età tra i 30 e i 40 letteralmente impazzirono, io me ne restai a casa senza troppi dubbi e rimpianti. Non so se il paragone può calzare perché come ho appena scritto i Get Up Kids non è che li conosca granché, ma quando ho ascoltato per la prima volta questi Hotelier mi sono venuti immediatamente in mente proprio loro.
Questa canzone parte con una chitarra a mitraglia e la batteria che incalza, poi entra la voce che è il riflesso del raggio di sole sullo specchio d’acqua del Pacifico. A seguire il coro che spinge tutto fino alla fine con quello stacco giusto a metà canzone per farti abbassare la guardia prima di stenderti con l’attesa ripartita finale, giusto dopo il baby con una ipsilon allungata all’infinito.
Spengo il pc e vedo se al negozio di dischi dentro la galleria d’arte dietro la questura hanno una copia di Something to Write Home About, così scoprirò se la similitudine regge.

The Proper Ornaments: Stereolab

A casa ho una pila di magliette di gruppi. Più o meno copro l’intero alfabeto: dalla A di Art Brut alla Y di Yo la Tengo. C’è un solo gruppo però di cui posseggo due diverse magliette: gli Stereolab. Una la acquistai al primo loro concerto che vidi, al Covo il 23 ottobre del ’95. E’ blu con disegnato in giallo il logo degli inizi, quello che mescolava arancione e giallo sulla copertina di Peng: una delle mie magliette preferite. L’altra è verde scuro con scritta e disegni di nuovo arancioni, uno dei colori ufficiali degli Stereolab; la comperai a Torino al Barrumba il 20 ottobre del ’97, assieme a uno dei loro 7” in edizione limitata, quelli che vendevano solo ai concerti. Solo ora, sfogliando la magica agenda dei concerti, mi rendo conto della quasi coincidenza di quelle due date. Un viaggio carico di nebbia sull’asse Bologna/Torino/Bologna, pomeriggio/notte/alba in mezzo ad una settimana lavorativa. Una follia. Gli Stereolab mi piacevano da impazzire. Sono anni che non ascolto un loro disco. A tirarmi per un braccio dentro ai ricordi ci hanno pensato i Proper Ornaments. Il solo fatto di intitolare una canzone al gruppo di Tim Gane e Laetitia Sadier (ma quanto ero innamorato di lei?) fa scalare un imprecisato numero di posti ai Proper Ornaments nella mia personale classifica di preferenze nella categoria “nuovi gruppi inglesi che fanno uscire dischi per la Slumberland e che hanno dentro almeno un componente dei Veronica Falls”. A parte questo la canzone è bellissima con quei suoi giri circolari e insistiti e quella voce che pare trainata di peso dalla sezione ritmica, un insieme che fa così tanto Stereolab da farmi venir voglia di riascoltare la loro intera discografia (degli Stereolab intendo). Peccato non aver trovato un link per farvela ascoltare, credetemi sulla parola e recuperate una copia dell’album casomai vi passasse vicino. Nel disco dei Proper Ornaments c’è anche un pezzo che si intitola Magazine. Aspetto di decifrarne il testo, qualora fosse un omaggio a Howard Devoto i Proper Ornaments rischiano di diventare il gruppo del cuore. Almeno per le prossime ventiquattr’ore.

Fucked Up: Glass Boys

Fucked Up are a punk band.
(matadorrecords.com)
Una delle tante domande oziose che mi sono posto negli ultimi anni riguarda il ruolo che nella vita si è scelto Damian Abraham. A chi il nome non dicesse nulla, cosa senz’altro comprensibile, traccerò il ritratto: ciccione, costantemente a dorso nudo, mezzo pelato, barba rossiccia. E’ quello che quando i Fucked Up suonano lui canta e si accartoccia lattine di birra sulla fronte finendo sanguinante ogni concerto, immancabilmente. Come si suol dire: un animale da palcoscenico, uno degli ultimi rimasti. E’ anche un tipo decisamente simpatico. Lo conobbi il 21 luglio del 2010 quando i Fucked Up vennero a suonare all’Hana Bi e lo rincontrai poco meno di tre anni dopo su di un palcoscenico del Primavera, subito prima che salissero le Savages, mi pare. La domanda che mi sono sempre posto è: cazzo ha da urlare Damian Abraham? E perchè fa il cantante nei Fucked Up? Il suo approccio alla materia è degno di un gruppo metal mentre sotto i suoi compari suonano un mash up tra punk e indie pop che nemmeno i Boyracer (circa il fatto che abbiano inciso su disco cover di Shop Assistants e Another Sunny Day già ho scritto qualche tempo addietro). Basterebbe anche solo guardare le fotografie: ciccione, a dorso nudo e braghe che nemmeno Henry Rollins lui, frangette, polo a righe, peso leggero semi hipster gli altri. Glass Boys è la canzone che da il titolo al loro ultimo doppio album e lo chiude: parte con un giro di chitarra di un minuto che sembra preconizzare l’apocalisse, poi attacca un rullo di tamburi e arriva la voce di Abraham che pare vomitare rabbia e disgusto e per quanto il ciccione mi stia simpatico devo ammettere che quella voce non è per niente faccenda che mi riguardi. Ma che roba è il gioco di chitarra e batteria che di lì in poi guida alla fine del disco? Per non dire di quel coro al minuto 4.08 porta tutto da un’altra parte, finendo a sposare un pianoforte che chiude il gioco.
Roba mia al 100%.

ARTURO COMPAGNONI

Hiding love forever

“We started as a joke and idea we played broken songs on broken amps and cardboard drums and it never got much more professional. We believe in obsolete things and passionate hearts and still do and made these records from our hearts to yours for whatever it was and still is and coul be”.
dalle note di copertina di Broken Record Prayers (2008), Comet Gain
CometGain
Ciascuno ha gli eroi che si merita, assioma inconfutabile come logica vuole, visto che di solito i propri eroi ognuno se li sceglie per conto suo. Io di eroi ne ho sempre avuti pochi. E di quei pochi alcuni si sono in seguito rivelati inadeguati a ricoprire il ruolo che avevo loro assegnato, altri sono caduti.
Dunque me ne sono rimasti pochissimi.
Uno di questi è David Christian Bower, il cantante dei Comet Gain.

Ho incontrato tre volte Bower ma con lui non ho mai parlato, fatta eccezione per quelle poche frasi che scambiammo al Covo la notte di capodanno del 2005.
Non mi è mai piaciuto conversare con i musicisti prima e dopo i concerti, quella volta però lo feci. Lo feci perché volevo chiedergli di inserire una specifica canzone nel set di quella sera.
Ecco un’altra cosa che solitamente evito: invitare qualcuno a suonare una particolare canzone.
Quella volta però dovevo per forza chiederne una. Perché quella canzone è una delle mie favorite di sempre, perché era capodanno, perché eravamo nel mio club preferito e infine perché di lì a pochi mesi sarebbe nato mio figlio e tutto – immaginavo – sarebbe cambiato. Credo mi piacesse l’idea di individuare in quella notte una linea di confine tra un prima e un dopo e che quella determinata canzone dovesse esserne la necessaria colonna sonora, l’unica possibile. O forse pensavo potesse essere un modo per esorcizzare tutto e per far si che ogni cosa rimanesse al suo posto.
Meno enfaticamente, al netto di romanticismi e ricordi appannati, è solo probabile che mi piacesse l’idea di ascoltare quella canzone suonata dal vivo quella sera. Nient’altro.
In ogni caso lui mi disse che il gruppo che lo accompagnava era stato riunito solo pochi giorni prima allo scopo di mettere in piedi quel concerto di capodanno e che You Can Hide Your Love Forever non l’avevano provata. Quindi no, quella canzone non l’avrebbero suonata.
A sorpresa invece, verso metà concerto David Christian Bower partì proprio con quella canzone.
In principio solo voce e chitarra, poi ad un certo punto mi invitò a salire e io lo feci.
Andai sul palco e cantai assieme a lui, mentre il gruppo dietro accompagnava il nostro singolare duetto con una ritmica ridotta al minimo sindacale.


Nella vita ci sono alcuni specifici momenti che contribuiscono a definirci.
Alcuni di questi sono eventi straordinari di cui abbiamo immediata percezione, altri sono invece piccoli accadimenti che sbucati dal nulla si depositano come piccoli semi e semplicemente si infilano nel nostro subconscio decantando e germogliando poi nel tempo. Al redattore di una mia ipotetica quanto improbabilissima futura biografia, suggerirei di catalogare quella serata in una via mediana tra ordinario e straordinario. In ogni caso di sistemarla tra quegli accadimenti personali che in qualche modo hanno contribuito ad indirizzare il percorso futuro in una direzione piuttosto che nell’altra.

Nonostante non ci siamo in sostanza mai parlati, posso dire che la questione tra David Christian Bower e me sia una faccenda personale. E che lo sia semplicemente per via delle canzoni che l’uomo ha scritto e cantato negli ultimi vent’anni. Tutte le sue canzoni, indistintamente.
Comprai il primo album nel 1995 seguendo il consiglio di Everett True sulle pagine del Melody Maker, l’unico giornalista cui prestavo fiducia illimitata e l’unica persona tra quelle che conoscevo che all’epoca mostrò concreti segnali di entusiasmo per i Comet Gain. Le note di copertina di quel disco erano compilate da Dan Treacy dei Television Personalities: non potevo chiedere di più.
Non rimasi deluso da quel disco e di lì in avanti comprai ogni loro uscita: 45 giri, ep, album.
Dischi di quelli che ogni volta che li ascolto mi convincono che valga ancora la pena tener botta. Allo stesso modo, tutti.
La frase che sta sotto il titolo di questo blog viene dalle note di copertina di un loro disco, per dire.url

Dovessi spiegare a qualcuno il dove e il quando è nato un tale amore, lo saprei fare. Lo farei anche con un dettaglio e una cura dei particolari estrema. Il come sarebbe più difficile. Elencherei a vanvera cose chiare solo a me. Perché in certi casi – i migliori – la musica è importante tanto quanto l’immaginario che chi la suona le ritaglia attorno. E in un determinato immaginario uno ci si riconosce oppure no.
Nello specifico la colonna sonora di una vita spesa alla ricerca degli avamposti della cultura pop, costruita su tematiche che masticano la politica del quotidiano dove le rivoluzioni prendono forma nei fotogrammi in bianco e nero di film francesi, tra il molo di Brighton e il casinò di Wigan. Un northern soul scritto col cuore in mano e suonato con l’anima da chi nelle note di copertina di un proprio disco una volta si definì un qualcuno salito sul palco senza saper imbracciare uno strumento e senza avere nulla da dire.

David Christian Bower, più in generale, è uno di quelli che gioca un campionato per conto proprio, e nel suo campionato la maglia rossa bordata di bianco, con il numero sette sulla schiena sarà sempre idealmente indossata da George Best. Pubblica dischi che sono oggetti del desiderio, opere minuscole di per se ma gigantesche per chi ha voglia di coglierne il significato. La sua vita, proprio come la mia, è inevitabilmente altrove ma è bello pensare che stia invece lì, proprio a fianco alla mia, in mezzo alle sue canzoni, tra storie di amori sciupati e spiagge autunnali incorniciate da beat d’altri tempi e raccontate con parole che chiudono cerchi, scolpendosi nel cuore: punk, soul and damaged rock and roll, we felt so proud to be underground.

Come scrisse a un certo punto di una sua canzone qualche tempo fa: music will save you again and again.
Frase semplice e abusata certo, ma la retorica quando sbuca nelle parole di certe persone non pare poi così fuori luogo. Almeno a me.
Alcune canzoni salvano la vita, è vero.
Molto più di altre.

ARTURO COMPAGNONI

Paperback Ghosts, il nuovo album dei Comet Gain, è uscito il 7 luglio

 

FIVER#01.07

Caribou

Caribou

Ci sono canzoni che hanno bisogno di spazio, ci sono suoni che crescono piano piano, ci sono momenti che sono improvvisamente giusti per qualcosa che fino al giorno prima non lo era affatto.
Bisognerebbe inventarsi una rubrica “le migliori canzoni di gennaio” che venga scritta e pubblicata 6 mesi dopo. Spesso infatti si rischia di scrivere a caldo cose che nel giro di qualche settimana creano qualche imbarazzo.
Sono contento di non aver mai parlato degli Arcade Fire e del loro nuovo disco, per esempio. Ci è voluto mio figlio, quello di 11 anni, che ascoltandoli in macchina mi ha chiesto: questa è la musica che si suona sulle navi da crociera, vero? Ho farfugliato una risposta tipo: non proprio. Per fortuna il discorso è finito lì e non ho dovuto aggiungere ulteriori spiegazioni. Guardandolo nello specchietto retrovisore ho comunque visto che la sua testa era già persa in altri pensieri. Io però ci ho rimuginato sopra. E in effetti quella canzone, non mi ricordo nel dettaglio quale, anche se è probabile fosse una di quelle influenzate dalla musica haitiana, suonava davvero come fosse quella di un’improbabile band d’avanspettacolo.
Da quel giorno non ho più avuto il coraggio di mettere quell’album ed è probabile che passerà qualche mese prima che mi capiterà di farlo nuovamente. Ogni tanto sono gli accadimenti più banali che ti aprono finalmente gli occhi, o le orecchie in questo caso. E comunque spesso ragionare con la testa di un bambino è più utile di quello che si possa pensare.

THEE OH SEES – The Lens

Ad avere fretta si rischia di perdere certi passaggi e di dare certe cose per scontate, dicevamo.
Ci si accontenta magari delle formule abusate. Tipo quella che vorrebbe i Thee Oh Sees come paladini del garage-rock più deragliante in circolazione. Piccola verità ma fondamentalmente anche solo una porzione di tutta la storia. Perché il nuovo album (“Drop”), già in circolazione da qualche mese, è indubbiamente un disco ambizioso, suonato e prodotto come mai nessun lavoro precedente del gruppo. Un album che travalica i confini abituali. La canzone che lo chiude è una faccenda di arrangiamenti d’archi e melodie quasi eteree, che ricorda i Beatles in versione psichedelica, periodo Sgt. Peppers. Un gioiello, insomma.

STRAND OF OAKS – JM

Questa è una canzone che mette i brividi. Impossibile resistere al suo concentrato di epica a stelle e strisce. Chitarre che neanche il miglior Neil Young, in quella che qualcuno definirebbe senza timore di smentita una cavalcata elettrica. Una ballata dedicata a Jason Molina (“JM” il titolo) che omaggia non solo un’artista gigantesco ma sottolinea ancora una volta il potere terapeutico di certe canzoni. Se vi è capitato di rinchiudervi in una stanza in penombra, con meno di diciotto anni sulla pelle, cuffie in testa, volume esagerato, a maledire tutto quello che fosse al di là della porta della vostra cameretta e avete pensato che solo quella canzone (non importa quale, ognuno di noi ha la propria) poteva salvarvi la vita, non potete esimervi dall’ascoltare questo brano. Racconta di voi, di come eravate prima e di quello che siete diventati ora…...I’m getting older every day, still living the same mistakes…I got your sweet to play…..

CRAFT SPELLS – Twirl

Tutta questa ballotta di band legate all’indie americano contemporaneo mi lascia solitamente freddino. Gente come Beach Fossils, Wild Nothing, gli stessi Real Estate. Mi piacciono, in fondo, perché toccano le corde giuste ma senza esagerare. Perché sono fighi e furbi abbastanza da rimanere nel perimetro di uno schema precostituito che non comporta nessun rischio. Portano a casa il risultato senza entusiasmare, con poco sangue e arena a fare da contorno. Poi la canzoncina carina, sopra la media, la indovinano e te la infilano sempre nel disco. Fanno sì che continuiamo a muovere il capo seguendo il ritmo, battendo il tempo con il piede. Rassicurati, in qualche modo, di poter continuare a vivere in un limbo di eterna indecisione. “Twirl” è un gran pezzo, ecco.

CARIBOU – Can’t do without you

Un ritorno superlativo. Punto.
Questa canzone è una celebrazione dell’estate, delle cose positive delle nostre vite, dei nostri amori. È la forza trascendente dell’arte musicale che ha lo stesso potere della droga con il vantaggio di non doverne subire le conseguenze negative. È la musica che si connette direttamente al nostro cuore, che ci tira fuori dal vortice, che ci trasporta ad un altro livello. In un posto migliore di quello dove eravamo prima. Una canzone che fa mettere le cose in prospettiva.

A SUNNY DAY IN GLASGOW – Crushin’


Ora che abbiamo potuto tirare fuori dallo scaffale il vecchio catalogo 4AD. Ora che abbiamo sistemato la discografia degli Slowdive, recuperando nei mercatini dell’usato i pezzi mancanti. Ora che non dobbiamo più vergognarci di essere stati quelli che amavano le band che “si guardano le scarpe”. Ora abbiamo anche qualcuno che da quel periodo coglie ispirazione e allo stesso tempo si sposta un paio di passi in avanti. Quel qualcuno è A Sunny Day In Glasgow, band di Philadelphia che nel corso del tempo ha più volte cambiato line-up e che ha pubblicato un nuovo album notevole. Questa canzone in particolare ha tutto quello che è necessario per piacerci in maniera definitiva. Qualsiasi pezzo che inviti in modo così esplicito all’ennesimo “innamoramento” estivo non può lasciarci indifferenti, del resto.

CESARE LORENZI

V for NirVana

Vaselines

Vaselines

Volevo scrivere del nuovo album dei Vaselines. Finirò per parlare dei Nirvana. Del perché Kurt Cobain e compagni sono diventati punto di riferimento per una generazione di indie-kids anche grazie ai Vaselines. O quantomeno perché é stato così per noi di Sniffin’ Glucose. Dopotutto sono vicende, quelle delle due band in questione, che ad un certo punto hanno finito per intrecciarsi in maniera indissolubile.

Dobbiamo partire da lontano: fine anni ottanta, alba dei novanta. Bologna, una piccola e gloriosa radio indipendente. Nessuna rete, nessun network, solo 2 microfoni, una marea di cassette e di cd. Una trasmissione settimanale che ha dato il via ad una storia che dura tuttora, 25 anni dopo. Dalla radio, alla stampa specializzata, fino all’ attuale formato del blog. Due voci: la mia e quella di Arturo Compagnoni. Erano scalette di indie pop. Si passavano i 45 giri della Sarah Records e della Creation. Le band che poi finirono in quella mitica compilation del NME, la generazione C86, erano il nostro vangelo. Passavamo i Vaselines. Glasgow e la Scozia in generale erano nella mia testa i migliori posti sulla faccia della terra. Seattle non sapevo neppure dove stava sulla carta geografica, figuriamoci. Ma non sarebbe stato così ancora per molto.

C’é stato un momento nel quale le cose hanno iniziato a non definirsi più in maniera così netta. Succedeva, per esempio, che trovavi un brano delle Shonen Knife in una compilation targata Sub Pop e che improvvisamente chi ti aveva fatto conoscere le Shop Assistants ti proponesse qualche oscuro gruppo del nord ovest americano.

Quando uscì Bleach, il debutto di Cobain e soci, lo passammo in radio immediatamente, i tempi erano maturi, la nostra predisposizione era ormai mutata. About a Girl, in particolare, divenne uno dei brani più trasmessi in assoluto. Non a caso la canzone pop dell’album. Quella che più si avvicinava ai nostri canoni estetici di gente che i Black Sabbath non sapeva neppure che faccia avessero. Arrivavamo agli Hüsker Dü e ai Sonic Youth, quello era il nostro confine, il nostro limite. Quanto abbiamo amato quel disco, però. Nonostante il fatto che ne parlasse anche Kerrang (ndr: rivista metal, hard-rock inglese) e questo ci spaventava non poco. Snob del cazzo si nasce, probabilmente.

Alla fine Bleach é il disco dei Nirvana che ho ascoltato di più e probabilmente il migliore della band. Ma all’epoca speravo che sotto sotto il gruppo decidesse di suonare quel pop abrasivo ma contagioso di cui About a Girl era perfetta rappresentazione. Il passo successivo mi accontentò in maniera definitiva. Uscì un singolo, Sliver, che oltre a diventare la mia canzone preferita sancì in maniera definitiva quello che avrei voluto ascoltare da quel momento in avanti. Era il settembre del 1990 e quella canzone divenne presenza immancabile per mesi a venire nella nostra programmazione radiofonica.

A quel punto i dischi targati Sub Pop fecero ufficialmente ingresso nel nostro mondo. Un bel terremoto per chi, come noi, era convinto che la Scozia fosse veramente il posto musicalmente più eccitante dell’universo.

Qualche mese dopo ci ritrovammo in mezzo al fango della campagna inglese, per un festival che ci chiarì definitivamente come tutta quella confusione geografica poteva coniugarsi senza problemi da un punto di vista strettamente musicale. Nevermind sarebbe uscito qualche settimana dopo quando vedemmo Cobain e soci calcare il palcoscenico di Reading. Ascoltare per la prima volta quelle canzoni ancora inedite, stravolte da un’energia senza limiti, ci lasciò letteralmente in ginocchio. Ricordo solo che ogni tanto mi giravo verso Arturo e Massimiliano scuotendo la testa, incapace di comunicare qualsiasi cosa. La gola stretta da una commozione che poche altre volte mi é capitato di provare. Non c’é niente che odio di più della retorica legata alla presunta magia della musica, credetemi. Ma in questo caso mi rendo conto di caderci colpevolmente dentro con tutti e due i piedi. Vi lascio poi immaginare quando, mi pare di ricordare verso metà concerto, Cobain chiamò Eugene Kelly dei Vaselines sul palco.

Cobain e Kelly a Reading 1991

Cobain e Kelly a Reading 1991

In quel momento ero assolutamente certo che ciò stava accadendo solamente perché mi trovavo lì, io, in compagnia di Arturo e Massimiliano. Fu come se tutti i nostri ascolti, le nostre passioni, le nostre vite si ritrovassero condensate in un istante perfetto. Cantammo Molly’s Lips, che per noi era una specie di inno, con tutta la voce che avevamo in corpo, travolti da un pogo dalle proporzioni epiche. A pensarci ora, quel momento, é stato con tutta probabilità uno degli istanti che più si sono avvicinati ad un ipotetico concetto di felicità assoluta.

Cobain in quell’istante regalò un secondo di dignità che non pensavamo nemmeno di meritare. Persi come eravamo in quelle oscure canzoncine innocue, consapevoli che già farle uscire dalla nostra camera da letto era un mezzo miracolo. I Vaselines divennero improvvisamente una band di culto che, figurarsi, non furono in grado di sfruttare in nessun modo. Se non per qualche ristampa senza fortuna del loro catalogo fatto di una manciata di canzoni.

Vaselines 2014

Vaselines 2014

Ricomparvero nel 2010 con un nuovo album (Sex with an X) dignitoso. Ci riprovano ora con un disco, dicono, ispirato ai Ramones. Ho sentito il brano che lo anticipa e sinceramente non riesco a rimanerne indifferente. Non che la canzone in sé mi dica qualcosa di nuovo o che mi entusiasmi particolarmente. Mi procura la stessa reazione di quando capita di trovarsi di fronte ad un amico che non capita di vedere da un po’. Ci si rende conto immediatamente che il feeling é rimasto intatto. La mancata frequentazione è probabilmente la conseguenza di esistenze e di scelte che non sono razionalmente giustificabili.

In quei casi non rimane che far finta di niente, come se il tempo non fosse passato, e lasciarsi andare ad un abbraccio sincero. Cosa succederà in seguito nessuno lo sa. Ma non é che abbia tutta questa importanza.

CESARE LORENZI

Il nuovo album dei Vaselines, “V for Vaselines”, uscirá il 29 settembre.

Fiver#05.06

Merchandise

Merchandise

C’è un momento, nella vita di ciascuno di noi, nel quale si fa un piccolo bilancio di quello che si è combinato. Di buono o meno, dell’immagine che si è data di se stessi. Lo sappiamo bene tutti. Certe volte questo momento te lo scegli, altre volte viene accelerato dagli eventi e ti si presenta un po’ all’improvviso.

Ulimamente la vita mi ha messo davanti un muro da scavalcare. Non un muro di cemento armato, per fortuna, ma un bel muro di mattoni sì, decisamente.
La cosa che mi ha lasciato sorpreso è come in quei momenti, nei quali il muro era davanti a me alto e apparantemente invalicabile, sia partito una sorta di tam tam sotteraneo (non incentivato in quanto la voglia di parlare era veramente inesistente) che ha chiamato a raccolta una quantità insospettabile e insperata di .. vogliamo chiamarli good thoughts?
Non saprei, ognuno li chiami come vuole. Una montagna di abbracci e buoni consigli (“Sguardo dritto e tutto andrà bene”.. ) che mi hanno aiutato come una spinta invisiblie a valicare quel muro che ora vedo nello specchietto retrovisore allontanarsi, molto lentamente, ma allontanarsi.

Non so come, anzi forse lo so ma tant’è.. mi è tornata alla mente una serata di diversi anni fa. Era il 25 novembre 1998 (serve a qualcosa tenere una maniacale agenda dei concerti..) e in una piccola stanza col soffitto basso chiamata Ex Machina a Forlì Robin Proper-Sheppard dava forma alle sue prime composizioni sotto la sigla Sophia e raccontava piccole storie tra una interpretazione e l’altra. Avevo amato molto Fixed Water, l’album d’esordio, e la piccola sala era impregnata di una malinconia tangibile e di sospiri sospesi.
La storia che mi è rimasta impressa, sin da allora, riguarda Jimmy Fernandez il bassista dei God Machine nei quali Robin aveva militato negli anni precedenti. I God Machine io li ho anche visti in un festival di Reading di pochi anni prima ma francamente ricordo poco e niente. Ricordo invece distintamente il racconto commosso di Robin. Di come, dopo aver visto il loro album tra i dischi consigliati in un negozio londinese, i due amici erano usciti sotto la pioggia correndo e piangendo di felicità. La comunanza spirituale provata in quel preciso momento.  Pochi mesi dopo Jimmy Fernandez moriva improvvisamente per un brutto male.

Due amici, attimi condivisi, segni lasciati per sempre.
Non é facile comportarsi sempre decentemente con chi incrocia il tuo cammino ma anche racconti come questi, cosi commossi e partecipi, hanno rappresentato un insegnamento che nel mio piccolo ho cercato di seguire.
La quantità di buoni pensieri che mi hanno sospinto in questi giorni difficili mi fa intravedere, fortunamente, un bilancio fortemente positivo.

Nothing – Bent nail

La vita spesso fa schifo, lo sappiamo. Dominic Palermo si ritrova in prigione a 21 anni per aver accoltellato un tizio. Si aggrappa agli ascolti fatti da ragazzo. La madre era una grande fan della 4Ad e dosi massicce di Cocteau Twins e Pale Saints oltre a Siouxsie e Cure venivano inoculate al figlio con suo grande turbamento, come confessato nelle rare interviste.
Finalmente fuori Dominic attacca la chitarra ad un amplificatore e alza il volume al massimo con lo sguardo ben fisso sulle proprie scarpe.
Swervedriver, Ride, primi Smashing Pumpkins (quando ancora il nome di Corgan non era diventato una parolaccia) il tutto al calor bianco, siamo su Relapse dopotutto.
Come i Cheatahs prima di loro, quest’anno, Nothing è il nome appeso alla mia parete con tre chiodi arrugginiti.

Priests – right wing

Preti. Non proprio una categoria con la quale ho una grande frequentazione nè mi confronto volentieri.
Per riguadagnare credibiltá ai miei occhi dovrebbero arruolare tra le loro fila un tipino come Katie Alice Glass.
Sguardo disorientato ma intenso, urla come se non ci fosse un dopo ma solo un adesso e, dietro, i suoi sodali incalzano con un assalto sonoro senza compromessi.
Post punk da Washington Dc ma nella gran parte delle loro schegge sonore la parola post casca a pezzi sul pavimento.

Happyness – Great Minds Think Alike, All Brains Taste The Same

Vento di terra. Non bisogna mettere le cose in acqua quando c’è vento di terra. Tristemente l’ho imparato dopo aver gonfiato per ore una costosa poltroncina  acquatica per mia figlia. Sembrava facilmente raggiungibile ma, beffardamente, appena ero a portata il vento maligno la spingeva un po’ piu in là fino a sparire all’orizzonte. Spero che qualche ragazzino di altra nazionalità se la stia godendo a quest’ora.
Gli Happyness mi fanno un po la stessa impressione. I riferimenti sono tutti davanti a me ben ordinati: Sparklehorse-Yo La Tengo-Pavement. Ma come cerchi di “metterli in acqua” ti sfuggono e non li raggiungi più.

The Phantom Band – The Wind That Cried The World

Negli ospedali la notte c’è un silenzio fragile spesso rotto, quando va male, da lamenti lontani o vicini e quando va bene dalle risate degli infermieri che cercano di alleggerire turni interminabili.
Rifugiarsi in cuffia è l’unica soluzione e se trovi anche qualcuno che ti “racconta una storia” come quei fantastici cialtroni della Phantom Band è ancora meglio.
Niente di meglio di un arcobaleno storto made in Glasgow per farsi trasportare altrove.

Merchandise – Little Killers

Da wikipedia: “Il chroma key o chiave cromatica (più precisamente intarsio a chiave colore), è una delle tecniche usate per realizzare i cosiddetti “effetti di Keying” (come il Luma Key o chiave di luminanza ed il Matte), effetti speciali usati soprattutto in ambito televisivo, ad esempio per le previsioni del tempo”.
Ecco il video del nuovo singolo dei Merchandise ne fa un gran uso di questa tecnica e posso dire, senza timore di smentita, che sia uno dei video più brutti degli ultimi anni.
Per fortuna in auto i video, ancora per poco immagino, non si possono vedere e allora Little Killers la posso ascoltare ancora ed ancora anche perchè con quel giro Strokes e quella voce Morrisseyana questa canzone porta impresso a lettere di fuoco la dicitura SONG OF THE SUMMER ’14.

Massimiliano Bucchieri