Play your f*****g list!! (Fiver #03.12)

Sleater Kinney

Sleater Kinney


Non so se si cadrà nella consuetudine delle classifiche di fine anno anche da queste parti, alla fine. Ne avevamo discusso tra noi e la conclusione è stata unanime: meglio lasciar perdere, in quanto è diventata una pratica imbarazzante ed abusata (poi, magari non resistermo, meglio mettere le mani avanti). In questo periodo dell’anno siamo letteralmente invasi di classifiche di ogni tipo. Utilizzate ormai come veri e propri strumenti di marketing, vedi Rough Trade (99 sterline, offerta speciale, ti accatti la top 10) oppure tutta la stampa di profilo internazionale a caccia di click o qualche lettore in più del normale.
Il periodo in effetti si presta ai consuntivi, in quanto è una delle poche stagioni dove le nuove uscite si diradano e scorrere alcune di quelle liste consente magari qualche recupero dell’ultima ora. Ragionare un attimo su quello che è capitato negli ultimi 12 mesi a bocce ferme mi ha consentito però di ribadire una sensazione che ho avuto per tutta la stagione: il 2014 è stato un eccellente anno musicale, di grandi dischi, pubblicati in particolare da gruppi nuovi (diciamo bands che non esistevano prima del 2010).
Mi vengono in mente Parquet Courts, Ought, Nothing, Viet Cong, Proper Ornaments, Sleaford Mods, Happyness, Protomartyr, Total Control, Eagulls, Angel Olsen. Ne sto sicuramente dimenticando qualcuno e mi sono limitato solamente a scorrere velocemente i nomi che abbiamo pubblicato noi di Sniffin’Glucose in Fiver nel corso dell’anno, tra i nostri favoriti.
Quello che voglio dire è: abbiamo davvero bisogno del ritorno dei Ride? O degli Slowdive? O dei Jesus and Mary Chain? Quando abbiamo così tanta musica di qualità “nuova” di zecca. Niente contro questi gruppi, ben inteso. Alcuni sono tra i miei favoriti di sempre ma davvero: ne abbiamo bisogno? Penso di no, sinceramente. E mi sorprende l’entusiasmo con cui vengono accolti questi ritorni in particolare dai più giovani. Mi risulta sinceramente incomprensibile.
Sarebbe ora di liberarsi per sempre di questa fottuta retromania, di gente che da vent’anni non è capace di scrivere uno straccio di canzone e nonostante tutto continua a monopolizzare l’attenzione della scena.
Come abbiamo già detto in altre occasioni: si tratta di vivere il momento e non di rincorrerlo.
Se il fanatismo da retromania fosse impazzato già in passato mi sarei perso con tutta probabilitá  i Mudhoney davanti a 40 persone, i Nirvana pre Nevermind, i Pixies del primo album in un clubbino di periferia neppure esaurito,  i Primal Scream che facevano il verso agli MC5. Magari avrei dato la precedenza a qualche artista bollito, capace solamente di riproporre stancamente le solite vecchie canzoni. Si tratta il più delle volte di una rappresentazione di quello che è stato a discapito dell’energia del momento, dei vent’anni che non potranno comunque più tornare. Meglio, molto meglio, quelli che si mettono in gioco nonostante tutto: che non hanno paura di mettere in mostra qualche ruga di troppo ma che sono ancora capaci di scrivere una canzone come si deve. Thurston Moore e Bob Mould sono i primi che mi vengono in mente, ma non sono i soli.
Non è una questione di carta d’identità quindi, ma di spirito e attitudine, al solito.
Crogiolarsi nella propria leggenda, per la gioia di fan attempati e qualche ragazzino che non poteva esserci per forza di cose all’epoca originaria sembra essere il nuovo filone dell’industria discografica che si occupa di spettacoli dal vivo. Coachella (probabilmente il più importante festival al mondo) è nato ed ha avuto fortuna proprio in questa maniera: ogni anno mette in cartellone una reunion, non importa se supportata da una qualsivoglia vena artistica ritrovata. L’offerta che avrebbero fatto a Morrissey e compagni per un esclusivo ritorno degli Smiths è una roba che sta a metà strada tra la leggenda e la letteratura, arrivando addirittura a mettere sul piatto la trasformazione del festival in un evento vegano al 100%.
Quello che non si fa per il vile denaro, del resto.
Mi viene in mente una delle ultime canzoni pubblicate dalle Sleater Kinney prima del loro recentissimo ritorno:
You come around looking 1984
You’re such a bore, 1984
Nostalgia, you’re using it like a whore
It’s better than before
You come around sounding 1972
You did something new with 1972
Where is the fuck you?
Wheres the black and blue? (Sleater Kinney – Entertain)
A proposito di Sleater Kinney….
 

SLEATER KINNEY – SURFACE ENVY

Uscirà a gennaio il nuovo album del gruppo di Olympia, esattamente a 10 anni di distanza dall’ultima pubblicazione. Sembrava che non fossero mai andate via, a dire il vero. Le discografie post Sleater Kinney di Corin Tucker e Carrie Brownstein (Corin Tucker Band e Wild Flag) hanno sempre mitigato la ferita e dieci anni sono volati in un lampo. Sono stati sufficenti questi pochi accordi per riportarci però con i piedi per terra e farci capire che ne abbiamo ancora bisogno, come e ancor più di prima. Questa è una canzone che ce le riporta in pista in una forma strepitosa. Pezzo con un gran tiro, che non molla la presa, con un riff e un ritornello che entrano in testa e non si fanno dimenticare. Non è sufficente dire: un grande ritorno. No, non basta. Questa è una di quelle faccende che ti fanno ringraziare il fato e non so cos’altro. Una di quelle cose che ti rendono l’esistenza migliore, insomma.
 

CHROMATICS – CLOSER TO GREY

Semplicemente irresistibili, da sempre. E ancora oggi, con questa nuova canzone che preannuncia un nuovo attesissimo disco. Due minuti giusti giusti di ritmi sintetici che rimandano alla new wave marcata di nero a cui fa da contraltare una melodia che sembra uscire dal catalogo produttivo del migliore Phil Spector. Canzone meravigliosa. Aspettative altissime per l’album, a questo punto.
 

AMEN DUNES – SONG TO THE SIREN

Questa è sostanzialmente la cover di una cover. Sì, perchè la versione che ne fecero This Mortal Coil trasformò per sempre un brano (di Tim Buckley) irremidiabilmente in una cosa completamente differente dall’originale. Una canzone splendida che diventò una sorta di invocazione mistica, quasi una preghiera pagana dall’impatto emozionale devastante. Forse, la migliore cover di tutti i tempi.
Amen Dunes fanno riferimento proprio alla versione di This Mortal Coil in questo caso e pur non aggiungendo nulla di nuovo (cosa pressochè impossibile, del resto) si limitano (si fa per dire) ad aggiornare la canzone al loro impianto sonoro fatto di chitarre appena accenate e di una voce che (inevitabilmente, visto il pezzo) si avventura alla ricerca di pathos, di forza e intensità.
 

WILL BUTLER – TAKE MY SIDE

Ho ascoltato questo pezzo la prima volta non sapendo di chi fosse. Ho pensato: figo, sembrano i Violent Femmes! E poi, ancora, i Dream Syndicate. Una canzone semplice semplice che fa il suo sporco lavoro, insomma, efficace e cattiva al punto giusto. Una volta che si scopre che è il brano che prennuncia il disco solista di quel Will Butler che capeggia le megastar Arcade Fire si potrebbe anche chiedersi perchè. Ma il rock’n roll è roba che offre risposte più che porre domande. Non resta che cliccare play un’altra volta.
 

DEAN BLUNT – LUSH

Questo è il classico album che spiazza manco fosse Messi all’interno dell’area di rigore. Catalogato come artista provocatore, irriverente e sperimentatore Dean Blunt, inglese della periferia di Londra, se ne esce con una collezione di brevi canzoncine irresistibili che si alternano a lunghe suite strumentali. Un deciso passo avanti nei territori dell’accessibilità a forza di samples dei Big Star e dei Pastels che si adagiano su una struttura di ritmi ed atmosfere degne del Gil-Scott Heron più minimale.
Lush è il pezzo che apre l’intero album (Black Metal) e con il suo arrangiamento orchestrale e i suoi 100 secondi di durata ti fa immediatamente comprendere che questa è una faccenda che merita assolutamente il nostro tempo.
 

CESARE LORENZI

I’ll meet you there (Fiver # 02.12)

Photo: ©Andrew Stuart 2014
Ho un viziaccio. Da sempre do un peso esagerato alle parole, una sorta di discepolo fondamentalista del Michele Apicella di Palombella Rossa.
E’ ormai passato quasi un anno da quando Sniffin’ Glucose ha incontrato His Clancyness per una piacevole chiacchierata in un piovoso pomeriggio di inizio inverno.
Ad un certo punto della discussione, che aveva preso una piega incentrata sulle difficoltà, decisioni e riscontri per chi cerca di fare musica nel nostro paese, ma non solo, Clancy quasi sommessamente ma con sguardo risoluto ha mormorato “in definitiva .. io cerco di fare Arte”.
Da allora c’è questa frase che mi ronza in testa e che, pur nella sua apparente ovvietà, a mio parere, è centrale per ogni discorso riguardi la musica che amo.
Ci fu un nome suggerito da Clancy nel corso di quell’incontro che ben si attaglia a questo discorso, quello dei Viet Cong. Formazione di Calgary, Canada di cui è in circolazione in questi giorni il primo album.
Il primo commento che ho dato agli amici è stato né più né meno: ”una bella mattonata”.
Dopo ripetuti ascolti, sempre meno “faticosi”, ora posso riconoscere l’eccellenza del loro album. Gente che se ne frega di giocare “sicuro”.
Dunque, semplificando, l’Arte richiede fatica.
Da una parte il bisogno di esprimere un’urgenza creativa, dall’altra lo sforzo, in un’epoca che mira al disimpegno più totale, per affrancarsi dalle terribili difficoltà “reali” quotidiane.
Bevi, balla, ascolta solo quello che le playlists ti confezionano; compra, se li compri, solo i dischi che Amazon decide che sono i “tuoi” risparmiandoti la fatica di andarteli a cercare. E se vado ad un concerto scelgo una bella reunion, mica voglio essere spiazzato…
Tutto qui? Non proprio.
In realtà il discorso è un po’ più complesso di così, perchè un mondo di soli artisti è un utopia e forse, alla fine, anche un mondo mortalmente noioso. Ci vogliono gli artigiani per tenere tutto in piedi.
Dave Grohl è un ottimo artigiano.
Dagli un pezzo di legno e lui ti tira fuori un tavolo e quattro sedie che verranno vendute in un batter d’occhio, ma non gli chiedere niente di più complicato, o che richieda uno sforzo d’immaginazione. A suo modo un arte (con la a volutamente minuscola) anche questa.
Dove il discorso trova la sua “quadra” (un termine orribile ma che volevo provare, così, per pura fascinazione pornografica) è quando Dave Grohl dà indietro un po’ di quello che ha ricevuto.
Come nell’operazione “Sonic Highways”.
Probabilmente stare seduto dietro ad una batteria guardando le spalle di un Artista ha avuto un’importanza decisiva ma riconosco al soggetto in questione qualità genuine non indifferenti.
Otto città americane studiate, rivissute, raccontate con un occhio acuto e con grandissimo rispetto. Le parole di Ian MacKaye o Dr Know, per fare un esempio, ascoltate con attenzione ed in religioso silenzio.
Il rispetto dovuto all’Arte.
Dave Grohl è un miliardario? Chissenefrega. Se più persone avranno la curiosità di sapere chi sono i Bad Brains o i Fugazi per me ne è valsa la pena.
Dove porta questo discorso? Probabilmente da nessuna parte.
Mi piace solo pensare che talvolta chi fa qualcosa con passione e genio e pochi riscontri percorra una strada che a un certo punto si incrocia con quella di chi, magari con meno genio ma con passione, ha avuto molto (se non tutto) per poi sedersi insieme ad un tavolo, nel reciproco rispetto, a condividerne un piccolo pezzo.

Viet Cong – Pointless Experience

Tempi dispari, una batteria impossibile, aperture melodiche inaspettate ed insospettabli. Gli ex Women raccolgono l’eredità dei Wolf Parade e spostano tutto un po’ più avanti. Mi allungo faticosamente per cercare di afferrarli ma quando, finalmente, ci riesco, la ricompensa è grande.

Kevin Morby – The Ballad Of Arlo Jones

26 anni. Un curriculum con dentro Woods, Babies e due album solisti. Non male. Still Life a volte scivola nel classic rock ma altrove, come in The Ballad of Arlo Jones, mischia le carte e ne pesca una dove c’è scritto a chiare lettere Camper-Van-Beethoven. Kevin se la tiene stretta e rilancia con un testo fantastico da dedicare all’amico che tutti noi abbiamo avuto, ingiustificabile ma “tuo amico” e tanto basta.

He was drunk, he wasn’t fun, he was my friend
He was wild, he was wild
He was wild, he was wild
He was

One, he was my friend
Two, took a bullet to the head
Three, he was my friend!
Four, oh, where is Arlo now?
Five, he was my friend
Six, he got high and ran his mouth
Seven, he was my friend!
Eight, now he cannot move around
Nine, he was my friend
Oh, ten, ten, ten

Mourn – Dark Issues

Nel febbraio del ’92 mi trovai a Londra in concomitanza con la prima data londinese di Pj Harvey alla ULU e l’uscita di Dry. Ricordo ancora la faccia stupita del ragazzo di Rough Trade a Neil’s Yard quando mi presentai alla cassa con sette copie, per amici e conoscenti, dell’album in tiratura limitata con le versioni acustiche di tutti i brani… Rough Trade a Neil’s Yard non c’è più e anche Pj Harvey percorre, rispettabilmente, tutt’altre strade, ma quando parte Dark Issues chiudo gli occhi e rivedo la giovane ma determinatissima Pj aggrappata alla sua chitarra scomparire nel giubbotto di pelle in quella fredda serata prima di spaccarci il cuore con la sua classe immensa per la prima di innumerevoli volte.

The Soft Moon – Black

Traccia ad elevata tossicità che fa a pugni con tante (troppe) recenti “carinerie” targate Captured Tracks. La band di San Francisco accantona ogni prudenza, prende per mano i Fuck Buttons e gli fa intravedere cosa c’è “veramente” oltre quel muro (del suono). Sviluppo interessante che crea aspettative da soddisfare.

Ceremony – Birds

Come ampiamente sproloquiato in precedenza da queste parti i Nothing sono probabilmente il disco dell’anno. Non solo. Il tasto follow dei social in questo caso riservava altre soddisfazioni. Difficilmente, altrimenti, sarei venuto a conoscenza dei Ceremony da Rohnert Park California che hanno ospitato il gruppo di Dominic Palermo come supporter prima di inchinarsi alla loro crescita esponenziale ed invertire l’ordine di apparizione sui palchi americani. Tre album all’attivo e questo nuovo Ep uscito quest’anno prodotto dal tipo degli A Place To Bury Strangers che ci spedisce in un mondo parallelo dove, tra cascate di feedback e melodia, i Jesus And Mary Chain hanno appena pubblicato Psychocandy e io litigo con la mia fidanzata per chi si deve portare a casa un singolo degli Swervedriver.

Massimiliano Bucchieri

The Year Punk Broke (Fiver # 01.12)

Premessa: quel che segue, oltre ad essere liberamente ispirato alla percentuale di astensionismo registrata alle elezioni regionali dello scorso 23 novembre in Emilia Romagna (62,30%),  è il frutto di una serie di associazioni di idee scaturite dall’aver casualmente pescato nello scaffale delle t-shirt una maglietta che non indossavo da anni. Nello scritto i concetti di sinistra, indie, mainstream sono utilizzati in maniera totalmente arbitraria e fantasiosa senza alcuna attinenza a qualunque significato venga loro attribuito nella realtà attuale.
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Sarà che ogni settimana ci si trova tra i piedi la commemorazione del ventennale di un qualche disco supposto capolavoro della storia del rock, sarà che agli ex giovani giornalisti e blogger non par vero di scoprirsi finalmente in età giusta per celebrare il revival di un’epoca da loro effettivamente vissuta, sarà che ogni occasione è buona per provare a far festa e si è sempre alla ricerca di un pretesto che accenda la miccia, fatto sta che mi pare non si sia mai parlato e scritto così tanto riguardo agli anni ’90 come in questi ultimi dodici mesi.
Dovessi riassumerli io, che a quei tempi pensavo già di essere vecchio, quegli anni li condenserei sostanzialmente in un unico flash: le immagini del documentario musicale (rockumentary, come piace dire oggi) che portava il titolo di The Year Punk Broke.
Se non che l’anno posto in premessa a quel titolo è il 1991. Il che potrebbe sembrare un controsenso: sintetizzare un decennio puntando dritto il primo anno di quel decennio stesso. E dopo cosa è successo? Il 1991 è solo un’appendice dei favolosi anni ’80 o l’avvio di un qualcosa che poi è maturato oltre?
Non lo so. E nemmeno mi interessa saperlo. Avessi mai avuto l’acume e la lucidità necessari per condurre una qualsiasi analisi lo avrei fatto tanti anni fa.
Oggi come oggi mi piace solo (tradotto: sono solo in grado di) scattare fotografie in calce alle quali riesco al massimo a porre qualche didascalia, giusto per dare un indirizzo di massima sul perché mai abbia deciso di mettere a fuoco quelle immagini piuttosto che altre: istantanee che ritraggono oggetti, persone e momenti, attorno e sopra le quali ognuno è libero di costruire ciò che meglio crede, giungendo alle conclusioni che più ritiene opportune.
In effetti andando a sfogliare il booklet fotografico della memoria 90’s è evidente come proprio nel ’91, l’anno in cui il punk esplose stando al titolo del documentario di cui sopra, uscirono alcuni dischi che per quanto mi riguarda segnarono un’epoca: Screamadelica, Nevermind, Bandwagonesque, Loveless, Spiderland e qui mi fermo ma potrei pure proseguire. Mettiamoci che in quello stesso periodo mossero i primi passi su disco i Pavement (la trilogia di ep e singoli Slay Tracks, Demolition Plot J-7 e Perfect Sound Forever vide la luce tra l’89 e il ’91 mentre Slanted and Enchanted venne fuori nel ’92) e il quadro, per quel che mi riguarda, è completo.
In generale comunque tutta la prima metà degli anni ’90 ha fornito occasioni di (più o meno) sicuro interesse. Per rendere l’idea quelli furono anni in cui la più che benemerita divisione italiana di una multinazionale del disco stampava una maglietta come quella che ho ritrovato nell’armadio l’altro giorno e per promuovere certi dischi la stessa inviava alla gloriosa radio di Bologna in cui all’epoca lavoravo un angelo cartonato di dimensioni reali (In Utero, of course), un pacco di spaghetti con barattolo di sugo griffato Guns’n’Roses (The Spaghetti Incident datato 1993) e una gigantesca candela nera profumata con su scritto Songs of Fate and Devotion (i Depeche Mode se ne uscirono anch’essi con un disco in quel periodo), giusto per elencare gli oggetti più significativi che io ricordi. Niente di incredibile certo, ma immaginare investimenti di questo tipo (destinati allo spazio chiuso di una radio, peraltro) su un certo tipo di dischi ancora oggi lascia stupiti (anzi soprattutto oggi quando gran parte della promozione viene esercitata a costo zero dagli interessati, affidandosi unicamente a sequenze di file da scaricare su un pc).
Al di là del personale snobismo, che tranquillamente ammetto vantandomene pure, inutile dire che in musica certe cose dovrebbero restare patrimonio di pochi.
Per fare un esempio, completamente differente ma a mio (distorto) modo di vedere calzante, è un po’ come dovrebbe essere la posizione dei partiti di sinistra in politica.
I quali dovrebbero necessariamente rimanere all’opposizione per avere un senso: meglio una forte opposizione che induca la maggioranza conservatrice ad assumere qualche punto di vista progressista che non una maggioranza progressista di nome ma necessariamente conservatrice (per governare, almeno in Italia, essere conservatori è un obbligo) le cui idee procedano di pari passo con quelle dell’opposizione.
Allo stesso modo in cui la sinistra snatura il proprio dna nel momento in cui è posta in condizioni di comandare un paese, la musica che arriva dal basso quale “alternativa” (oh, quanto piaceva definire alternativa la musica indie negli anni ’90) al mainstream (ma che davvero sto ancora qui a parlare di mainstream vs indie e di corporate rock still sucks quando le case discografiche multinazionali sono svanite nel tempo come lacrime nella pioggia – cit. Philip K. Dick via Ridley Scott – e l’aggettivo indie è un concetto che ha finito per assumere sfumature tra il ridicolo e il grottesco?) dovrebbe rimanere libera da quei vincoli necessari a piacere alle masse ma così inappropriati per farli piacere a noi: suoni gommosi, produzioni che smussano ogni spigolo eliminando qualsiasi imperfezione, livellamento sostanziale delle idee. Per chiudere qualunque discussione, che già sono andato di lungo e sto perdendo il filo, a questo punto dovrei chiedere di alzare la mano a chi ritiene che gli ultimi dischi di che so, National e Arcade Fire, per fare due nomi comunque ancora credibili e “sul pezzo”, non siano comunque i peggiori delle rispettive discografie.
Siccome di politica non so nulla e quel poco che sapevo risale a un’era geologica in cui circolavano Enrico Berlinguer e Mario Capanna e di musica ormai ne ho ascoltata troppa e tendo a confondere sacro e profano, può darsi che il pensiero appena esposto sia una grossa stupidaggine, il paragone tra musica e politica non regga un accidente e Trouble Will Find Me e Reflektor siano effettivamente due tra i dischi migliori prodotti dalle band dell’esempio di cui sopra.
Personalmente, da vecchio snob fuori dal tempo e probabilmente anche dello spazio, resto dell’idea che smettere di votare a sinistra nel momento in cui la sinistra arrivi al governo sia una cosa buona e giusta, esattamente come lo è abbandonare una rock band quando questa decida di saltare il fosso per consegnarsi alle masse sintonizzate sui network nazionali.
Ma questa, naturalmente, è solo una fotografia: sotto di essa ognuno ci scriva quel che vuole.

The Skygreen Leopards “Leave the Family

Gli Skygreen Leopards hanno pubblicato un sacco di dischi da inizio anni zero ad oggi. La maggior parte dei quali sono usciti per Jagjaguwar, l’ultimo per Woodsist. Due etichette cui di solito presto particolare attenzione. Il fatto di essermi sinora perso tutte ma proprio tutte le uscite di questi tipi mi lascia pertanto a dir poco sorpreso. Family Crimes è un disco bellissimo che si apre con una canzone bellissima. Tra la California degli anni ’60 e la Glasgow dei primi singoli Creation.

Outrageous Cherry “The Department of Ghosts

Alla stessa categoria Skygreen Leopards, di gruppi che fanno bella musica da un sacco di tempo ma di cui io non mi sono mai accorto, appartengono gli Outrageous Cherry. Per arrivare a un loro disco ci ho messo 20 anni e mai ci sarei arrivato se a pubblicarlo non fosse stata la Burger, etichetta per cui ultimamente sono decisamente in fissa. Arrivano da Detroit e suonano diverse cose che a me piacciono mettendole tutte assieme: power pop, spruzzi di rock’n’roll garage e indie vecchia scuola. Come questa canzone che pare un outtake da Alien Lanes, il mio disco preferito dei Guided by Voices.

TV on the Radio “Happy Idiot

I TV on the Radio sono il tipico gruppo che all’inizio mi piaceva tantissimo poi ho un po’ perso di vista e che, stando ai miei abituali parametri, dovrebbe starmi terribilmente sulle scatole. In teoria sarebbe il tipico prodotto adatto all’internazionale radical chic, quella che si sveglia una volta l’anno per l’unico concerto “giusto” e per scaricare l’intero catalogo del Sundance Film Festival in originale con i sottotitoli (ogni riferimento alla carriera cinematografica del cantante Tunde Adebimpe è ovviamente voluto) . Ogni volta che esce un loro disco vorrei trovare brutte cose da dire coi miei amici e invece quelli (i TV on the Radio) finisce che mi fregano sempre. Bravi loro, e che cazzo.

Elisa Ambrogio “Superstitious

Lei mi ricorda un sacco Zooey Deschanel ed è la cantante dei Magic Markers, il suo primo disco solista esce per Drag City. Il disco intero non l’ho ancora ascoltato, questa canzone però sembra non avere nulla a che fare col repertorio dei Magic Markers e poco a che vedere con il catalogo Drag City. Nonostante questo (i Magic Markers mi piacciono assai e il catalogo Drag City anche) il pezzo è da amore al primo ascolto, lei da amore a prima vista.

Bedhead “Disorder

Il 16 maggio del ’98 vidi suonare i Bedhead al vecchio Teatro Polivalente Occupato in via Irnerio. Era un teatro in via di costruzione da anni eppure molto bello nella sua struttura ancora largamente incompleta. Il pubblico stava seduto su larghi gradoni di legno dove avrebbero dovuto essere poi montate le poltrone e giù in fondo stava il palco. Ero in un periodo difficile, alla vigilia di grandi cambiamenti e quando quella sera nei bis i Bedhead attaccarono la loro versione di Disorder mi sentii come nel momento in cui Edward Norton guarda Helena Bonham Carter, le prende la mano e le dice: “Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita”, mentre i Pixies suonano Where’s My Mind e di là dal vetro la città esplode. Un momento bellissimo e irripetibile. Tra il 1992 e il 1998 i Bedhead pubblicarono tre album ed alcuni singoli ed ep. In questi giorni la sempre ottima Numero Group ha stampato in un box spettacolare la loro opera omnia. Dentro c’è anche questa canzone.

Arturo Compagnoni

Quei labili confini dei Deerhof

Deerhof

Deerhof


Non deve essere facile stare vent’anni nella nicchia a cercare di azzoppare il pop a suon di bastonate noise. Ma, come si usa dire, è un lavoro sporco che qualcuno deve pur fare. Tra questi qualcuno ci sono i Deerhoof “band di San Francisco dedita ad un indie-rock sperimentale molto stravagante per melodie, arrangiamenti e testi” secondo quanto scritto su Wikipedia. Gente che con una dozzina di album obliqui e sfocati alle spalle non si ri-inventa certo ora.homepage_large.132392a0Gente che ha sempre scelto dei titoli così così e che per questa nuova fatica discografica si è addirittura superata. Gente che cita Madonna e anche a te, di risposta, verrebbe da citarla la Madonna ma in un tutt’altro modo.

Per La Isla Bonita, uscito su Polyvinyl in USA e su svariate altre etichette tra cui la francese Clapping Music, i nostri eroi scombiccherati di Frisco dicono di essersi chiusi una settimana in cantina “cercando di suonare come Joan Jett o Janet Jackson”. In tutta onestà non penso siano riusciti nel loro intento: o forse quanto virgolettato era solo una boutade, chissà.

Di certo si sente l’aria fresca da cazzeggio domenicale nello strumentale God 2 ma qui e là cala la palpebra, ne è un esempio Mirror Monster nonostante il pezzo sia sostenuto da un videoclip home made niente male.

I Deerhoof sono uno strano gruppo, oserei dire “mimetico”. Nella loro musica, o meglio nelle loro musiche, i confini tra mestiere e genialità sono assai labili, eppure con quella vocina ripetitiva e sensuale Satomi Matsuzaki fa sempre la sua figura. Qui sopra prendono bene in tal senso Doom o la litania Black Pitch che pare da un momento all’altro compaia Mimì Clementi col toupet a declamare uno di quei testi che parlano di pizze d’asporto e lampioni nel mezzo del nulla.

Poi io sono un rozzo appassionato di chitarre senza un domani quindi per me la punta più alta dell’intero album sta nella cafonata punk rock ramonesiana Exit Only, che narra delle demenziali peripezie per ottenere il visto di soggiorno negli USA. Un pezzo scontato, nondimeno geniale. D’altronde si parlava della labilità di certi confini, no?

Manuel Graziani

Teenage Fanclub (Fiver # 04.11)

I know the secret: rock’n roll is a teenage sport, meant to be played by teenagers of all ages -they could be 15, 25 or 35. It all boils down to whether they’ve got the love in their hearts, that beautiful teenage spirit.
Calvin Johnson, 17 years old, in a letter to New York Rocker (1979)

 Alla fine la citazione che fa al caso nostro l’ho trovata. Non è stata neppure una faccenda complicata e con un po’ di buona volontà penso che ognuno possa trovare o adattare una citazione (che fa figo) a qualsiasi situazione.
Ma questa ci sta bene, dai. Ed essermi ritrovato ancora (ormai ho smesso di contarle), a 23 anni di distanza dalla prima volta, con il solito amico di sempre per le strade di Londra è una di quelle faccende che un po’ mi fanno pensare.
Pure Londra è rimasta la solita, nonostante i traffici legati alla musica si siano spostati da ovest a est della città, nonostante i mille cambiamenti architettonici. Ma questi alla fine sono dettagli insignificanti e questa non è una guida turistica. Si tratta piuttosto di raccontare esistenze trascorse con la musica a fare da presenza costante mentre tutto intorno cambia, si trasforma in maniera inevitabile. Figli, fidanzate, mogli, ex mogli, occupazioni. Ma i battiti di quel cuore adolescente rimangono i soliti. E lo spirito pure. A 17 anni Calvin Johnson, per tornare alla citazione iniziale, aveva già capito. Tutto forse no, ma insomma, ci è andato tremendamente vicino.
Questo Fiver è figlio delle ultime settimane. Passate in giro tra Bologna e Londra. Non canzoni nuove, quindi. Ma 5 concerti significativi che ho visto nel mese di novembre. Per questa volta me la sfango così, in ordine cronologico, che tempo di ascoltare musica ne ho avuto poco.

 

Thurston Moore – Bologna – Teatro Antoniano 03.11.2014
A proposito di eterni adolescenti niente di meglio che Thurston Moore, 56 anni portati con una leggerezza ed una consapevolezza che provocano brividi già solo a guardarlo.thurstonmoore2014_MG_0535
Thurston Moore ha portato in tour il nuovo album solista. Nella band il batterista di sempre, Steve Shelley, la bassista dei My Bloody Valentine (che rimarrà tutta la sera con le spalle rivolte al pubblico, e solo per questo sarà amore incondizionato) ed un nuovo chitarrista tirato fuori dal nuovo quartiere londinese dove dimora.
Una cosa va detta subito: l’album nuovo di Thurston Moore è un disco fantastico. Migliore di alcuni lavori dei Sonic Youth, senza ombra di dubbio. Perfettamente in equilibrio tra la forma canzone e le dilatazioni della sperimentazione, perfettamente bilanciato nel suo alternare rumore e silenzi. La voce, inoltre, sembra aver guadagnato in espressività e il tutto si traduce in uno dei migliori album dell’intera annata.
Dal vivo l’alchimia è stata se possibile non solo replicata ma amplificata (letteralmente) da una situazione al limite della perfezione. Thurston Moore è stato catalogato in tanti modi. Personalmente se dovessi descrivere l’esperienza di ascoltarlo dal vivo nella nuova incarnazione mi viene in mente un solo termine: psichedelica. E qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul significato della parola e di quanto sia abusata nella terminologia strettamente musicale. Vi rimando casomai a questo articolo bellissimo, al solito, di The Quietus che potete leggere qui.
Thurston Moore a Bologna, si diceva. Roba da chiudere gli occhi e ritrovarsi trasportati in un altro luogo. Catapultati davvero in un’altra dimensione. La magia della musica, insomma. In pieno effetto.

Nothing – Bologna – Freakout 04.11.2014
Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.nothing-band-guitar-throw-400x400
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.
…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…
Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.
…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…
Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

 Bob Mould – Londra – Village Underground 18.11.2014
Bob Mould entra sul palco di corsa e non si lascia andare a convenevoli. Tre canzoni, senza pause tra un brano e l’altro, dal repertorio degli Husker Du. Tanto per stenderci subito. Prenderci in ostaggio e non mollare più la presa.
Alla fine suonerà 24 canzoni, sono andato a controllare.37
Ci sarà un solo istante dove l’assalto assumerà appena appena un’altra piega. più melodica ed intimista. Hardly Getting Over It merita probabilmente un trattamento differente. Uno di quei momenti che la gola ti si stringe, inizi a guardarti le scarpe e cerchi di non pensarci troppo e di tenere l’emozione sotto controllo. Nonostante si sappia fin dalla prima nota che sarà praticamente impossibile.
Che poi alla fine, se si vanno a contare, quante ne ha scritte di canzoni così? Non solo con gli Husker Du ma negli Sugar (dei quali riprende un paio di pezzi, stasera) e sopratutto negli ultimi due album solisti.
Questo è il tour di di Beauty & Ruin, in effetti.
Mi ha colpito che nessuno, tutta la sera, si sia mai sognato di richiedere una canzone dei tempi andati. Nessun urlo disperato…..These Important Years, pleeeeasee!!!! Non ce n’è bisogno ed il motivo è semplice: le canzoni nuove stanno in piedi anche al cospetto dei classici e troppo è il rispetto che si deve ad un uomo che si mette a nudo in questo modo su di un palcoscenico.
Nessuna luce, solo un paio di faretti bianchi che illuminano la scena. Nessun artificio. Questa è una faccenda di emozioni ataviche. Basso, batteria e chitarra. Null’altro. Ma quell’uomo di mezza età, in camicia da boscaiolo che impugna la chitarra come se fosse un’arma, è capace di cantare come se quell’urlo dovesse salvarci da un’imminente quanto improbabile fine del mondo. Rabbia fuori controllo, emozioni represse, sudore ed amplificatori che chiedono pietà.
Orecchio destro fuori uso per un paio di giorni ma chi se ne importa, alla fine.
Quanta vita è possibile riassumere in settanta minuti? Alla faccia di chi le considera semplici canzonette.

 Jesus and Mary Chain – Londra – Troxy 19.11.2014
Se qualcuno mi avesse chiesto una volta qual’è il mio album preferito di tutti i tempi non avrei avuto dubbi nel rispondere: Psychocandy! Una risposta del genere, qualunque essa sia, è solo figlia dell’emozione e della propria storia personale, chiaramente. Non esistono formule che vadano al di là di una soggettività che lascia comunque il tempo che trova nelle vicende legate alla musica e all’arte in generale.
Ma il fatto che i Jesus and Mary Chain a distanza di 29 anni dalla pubblicazione originaria abbiano deciso di portare in tour proprio quel disco non poteva lasciarmi indifferente.The Jesus and Mary Chain at the Troxy
Intanto un po’ di cronaca: il concerto è diviso in due parti. La prima con i bis che comprendono sopratutto brani della primissima epoca ma non inclusi nell’album e poi la riproposizione per intero di Psychocandy. A differenza di Bob Mould che pur suonando ben 9 pezzi degli Husker Du e pescando anche nel repertorio degli Sugar ha da proporre comunque il nuovo repertorio che qualitativamente, insomma, è ancora a quei livelli d’eccellenza che fanno sentire le farfalle nello stomaco; i J&MC, dicevamo, invece non scrivono una canzone nuova da 16 anni ed una buona da oltre una ventina. Non si tratta di mettersi a fare i contabili ma talvolta la matematica è tutt’altro che un’opinione.
I J&MC suonano come hanno sempre fatto in carriera: in maniera orribile. L’imperizia tecnica non ha mai costituito un presupposto per valutare musica che comunque sapesse in qualche modo emozionare, questo è chiaro. Ma farlo a vent’anni, con la gente che ti urla insulti e qualche sputo, e tu impassibile rispondi a bottigliate mettendola in rissa e poi vai di feedback fino a stordire perchè non conosci nessun altro linguaggio che non sia quello dell’intensità, del trasporto e della passione. Ecco, se lo fai in quel modo, è decisamente un’altra cosa. Se cerchi di riproporlo ora, a distanza di una vita intera, risulti al contrario semplicemente patetico. Perchè è musica che funziona solo se collegata a quell’urgenza espressiva e non può essere replicata in nessun modo.Ci sono stagioni che vanno semplicemente vissute. Questi tentativi di riproporre un passato che comunque non potrà mai tornare sono una scatola vuota. E che molto dell’attuale business della musica sia sostenuto da operazioni di questo tenore è francamente l’aspetto più scoraggiante. Detto questo cosa volete che aggiunga? Psychocandy rimane il mio personale disco della vita. Ma gli attuali J&MC con quelle canzoni sembrano non avere più nulla a che fare.

 The Orwells – Londra – Electric Ballroom 20.11.2014
Gli Orwells sono un gruppo da 6. E se proprio vi piace il genere: rock’n roll suonato con la tentazione del ritornello facilone in chiave pop ma anche con un pizzico d’irruenza quasi garage punk, c’è senz’altro di meglio in giro. I Black Lips, per dire, stanno in un’altra dimensione.2014aford_Orwells-9444250214
Però qualche canzone buona in repertorio ce l’hanno e vederli dal vivo è uno spasso. Il divertimento, mettendoci del suo, sta sopratutto nell’osservare il pubblico. Giovanissimo con un entusiasmo incontenibile che fa pogare la sala già sul check della batteria prima del concerto. Giusto per rendere l’idea. Non fa in tempo a partire la prima canzone che il cantante è già in balia delle prime file e si capisce fin dal primo istante dove si andrà a parare.
Il servizio d’ordine della sala non sembra particolarmente accondiscendente, però. Ed inizia una lunga scaramuccia tra la band, la security e il pubblico che andrà avanti per tutta la durata del concerto. I tentativi di stage diving vengono frustrati con decisione mentre l’insofferenza della band sembra sempre più palpabile.
Il concerto s’interrompe in un paio di occasioni e prima che la situazioni degeneri del tutto il manager del locale sembra voler porre fine alla questione. La band reagisce, si sfiora la rissa vera. Il cantante non trova di meglio che prendere un’estintore ed aprirlo sulla folla.
Intrattenimento allo stato puro insomma. Come andare allo stadio e gustarsi gli incidenti della curva, con quel pizzico di adrenalina che ti tiene sul chi va là. Poi, uno torna a casa e non si ricorda nemmeno quant’è finita la partita. Il calcio è un’altra cosa. La musica, quella vera, probabilmente anche.

 Cesare Lorenzi

La musica sparita (Fiver # 03.11)

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Ormai non viaggio più molto. Se devo mettere insieme i nomi degli ultimi tre posti visitati all’estero devo tornare indietro di alcuni anni. Londra, Barcellona e Berlino. Tre luoghi diversi e con diversi significati per il sottoscritto ma accomunati da momenti indissolubilmente legati alla musica, vissuta o idealizzata.
Interminabili (e meravigliose) giornate a Londra e dintorni tra palchi di festival, negozi grandi e piccoli di dischi, libri, cinema e piccoli e grandi eventi che riempivano occhi, orecchie e cuore.
Momenti non meno importanti dei lunghi pomeriggi adoloscenziali con la trilogia berlinese di David Bowie sul piatto, imitando la copertina di Heroes allo specchio immaginando di partire dagli Hansa Studios per una passeggiata lungo il muro fino ai negozietti di dischi pulciosi di Kreuzberg.
Bene, questo mondo ben stampato nella mia memoria e nel mio dna non esiste più. Spariti o globalizzati in larga misura i negozi di Londra (a parte l’isola felice di Rough Trade East), con Berlino e Barcellona impegnate ad una inevitabile e insensata rincorsa per rendere le loro strade uguali a quelle della capitale londinese o di qualsiasi altra grande cittá europea cosi da raggiungere il poco allettante risultato di usicre di casa a Parigi, Roma, Londra o Berlino e avere la sensazione di essere sempre esattamente nello stesso posto e affanculo unicitá, autenticitá, odori, sapori e sogni. Un discorso che, restringendolo alla scala nazionale e all’ambito musicale, resta esattamente lo stesso. Il piacere di una gita a Milano da supporti fonografici, a Roma da disfunzioni musicali o a Firenze da contempo perso. Per sempre.
Non si torna più indietro, amaramente. In questi tempi che non ci lasciano piu immaginare nulla l’unico modo di difendersi da questa aggressione, nonostante la tentazione di issarsi come l’angelo Cassiel di wendersiana memoria sulla cima della Colonna della vittoria e chiamarsi fuori da tutto, è recuperare dentro se stessi quello che queste esperienze hanno lasciato o appropriarsi arrogantemente di nuovi ricordi.
È un lavoro duro ma è l’unico possibile.

Whirr – Ease

Giá passati in un mio fiver. Bassista dei Nothing, disco dell’anno e dintorni e bla bla bla. Durante il concerto dei Nothing Cesare esclama: Catherine Wheel! Ascolto Ease ed esclamo Boo Radleys! (quelli di I hang suspended non quelli molli successivi) e sono contento così. Un pezzo così potrei ascoltarlo tutto il giorno, tutti i giorni.

Parkay Quarts – Pretty Machines

Comprai New York di Lou Reed nell’89 da Nannucci. In cassetta. Slanted and Enchanted invece lo comprai da Underground nel 92. Se i due me stessi si fossero incontrati, diciamo, negli studi di Radio cittá 103 di via Masi avrebbero cominciato a suonare questa canzone su uno di quegli amplificatori scassati che erano parcheggiati nel sottoscala.

Girlpool – Blah Blah Blah

Shrieky indie è stato il termine coniato per loro. Sono in due. Basico è un termine perfino poco restrittivo applicato a loro. Maltrattano e blandiscono le loro chitarre con un alternanza schizoide. In bilico tra le Babes in Toyland e Juliana Hatfield. Questo pezzo è della prima specie e crea un curioso desiderio di staccare la traccia prima che sia finita …per rimetterla di nuovo e capire se ci stanno prendendo per il culo oppure no.

Virginia Wing – Marnie

Chissá se gli Stereolab suonerebbero così oggi. Londinesi che se la tirano un po’, a torto visto che l’album nella sua interezza sfianca, ma questo pezzo rimbalza sulle mura del mio appartamento infilato in un labirinto immaginario e non accenna a smettere.

And You Will Know Us by the Trail of the Dead – Jaded Apostles

Un lavoro che ti consuma dentro, la tangenziale intasata, le luci da obitorio del supermercato..ti prego sono stanco portami a casa.
Come fai a parlare male dei Trail Of Dead? Quintessenza indie. Un sacco di canzoni un po’ così, nè brutte nè belle ma poi partono quei soliti e stramaledetti tre accordi che ti hanno fregato migliaia di volte e ti ritrovi a casa. Finalmente.

Massimiliano Bucchieri

I can make believe I’m a ghost

Nothing

Nothing

Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.nothing-band-guitar-throw-400x400
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.

…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…

Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.Nothing-Guilty-Of-Everything-608x608
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.

…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…

Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

Cesare Lorenzi

Smell of Female (Fiver # 02.11)

NOTS

NOTS

Sono sempre stato portato a prendere in considerazione l’ipotesi che le mie idee, qualunque esse siano, possano anche non essere necessariamente quelle giuste.
Intendiamoci, ho un sacco di opinioni della cui correttezza sono convinto in maniera totale, ma sono (quasi) sempre disposto a metterle in discussione al cospetto di nuove prospettive attraverso cui valutarle.
E’ una regola che dovrebbe valere per tutti: tenere in considerazione il fatto che le nostre idee siano spesso e volentieri soltanto dei punti di vista e come tali possano essere soggetti a revisione, da parte propria come da altri, anche semplicemente al mutare dell’angolo di visuale da cui ci si pone a osservarli.
Questo è il motivo per cui mi piacciono quei film in cui la narrazione procede orizzontalmente lasciando l’interpretazione degli stessi eventi all’analisi dei diversi protagonisti i quali, attraverso il proprio filtro mentale composto da tante lenti sovrapposte (esperienze e cultura personali le principali), restituiscono all’occhio dello spettatore un racconto soggettivo di una realtà che viceversa avremmo ritenuto essere oggettiva.
Una visione pluridimensionale e colorata al posto di un monofonico grigiore.
L’altro giorno, ad esempio, mi è capitata sotto gli occhi la prima puntata di The Affair, ennesima nuova serie televisiva. Leggendo due cose in giro prima di attaccarne la visione, mi pare di capire che la serie esplori gli effetti di una relazione extraconiugale instauratasi tra un insegnante di New York padre di quattro figli, marito apparentemente felice e romanziere alle prese con la stesura del “difficile” secondo libro e una cameriera alla faticosa ricerca di un equilibrio pesantemente compromesso dalla morte del figlio.
Al di là della vicenda, più o meno interessante, quello che mi ha colpito da subito nel telefilm è la modalità scelta dagli autori per raccontare la storia: due distinte narrazioni degli stessi fatti rese diverse – a tratti molto diverse – dalla memoria dei due protagonisti e, circostanza ancor più intrigante, da pregiudizi e prospettive propri del mondo maschile e di quello femminile.
Sono molto curioso di vedere dove questa serie andrà a parare e scoprire fino a che punto le differenze tra uomo e donna – argomento che mi ha sempre appassionato e che da autodidatta sto personalmente studiando da decenni – possano indirizzare eventi e pensieri in una direzione piuttosto che in un’altra.
Per il momento ho deciso di fermarmi al primo episodio aspettando di recuperare tutte e dieci le puntate (in America al momento sono arrivati a trasmetterne quattro) per gustarmi la serie tutto d’un fiato: se sarà una delusione o una possibile illuminazione in grado di fornire nuovi elementi al mio studio ultra decennale lo scoprirò tra qualche settimana e magari a quel punto tornerò sull’argomento, affare in grado di catturare la mia attenzione da tempo e a cui prima o poi mi piacerebbe porre un punto fermo per capire una volta per tutte se le difficoltà di comprensione (e di conseguenza di relazione) con l’universo femminile siano una specifica propria del mio personalissimo mondo o piuttosto una faccenda collettiva riguardante due emisferi che da sempre tentiamo di incastrare in un eterno, improbabile, puzzle.

The Coathangers “Drive

L’ultimo disco delle Coathangers me lo spedì gentilmente il loro distributore italiano qualche mese addietro: lo ascoltai con diligenza, mi piacque decisamente, lo recensii per Rumore, gli diedi 8. Poi il disco finì sotto una pila di altri cd e me ne dimenticai. Nemmeno sapere che le ragazze sarebbero venute a suonare vicino casa mia mi ha convinto a concedergli un altro ascolto. Poi un video intercettato per caso e tutto si rimette in moto. Qui dovrebbe partire l’ennesima tirata sulla superficialità dei nostri (miei) ascolti e sulla troppa roba inutile che affolla i nostri stereo (hard disk del pc, playlist di Spotify and so on) a discapito di cose che viceversa meriterebbero attenzione maggiore. Meglio lasciar perdere e far decollare la canzone con quella batteria da caverna e la voce che fa così tanto 90’s. Metto in valigia e stasera la suono al club.

Deers “Between Cans

Il primo a parlarmi delle Deers fu Stephen Pastel con un paio di righe postate in rete. Lui è uno che parla poco e quando parla bisogna dargli ascolto. Da allora le ragazzine spagnole sono diventate il mio nome su cui puntare per la speranza di un futuro migliore. Voce da bambina sopra strumenti che disegnano partiture semplicissime. Lo so che durerà un attimo poi tutto sarà finito. Lo so che certi sentimenti li ho sperimentati mille volte e sono destinati ad andare in vacca al calar del sole. Niente di nuovo, niente che possa durare più dello spazio di una canzone, forse due. Ma i grandi amori devono resistere giusto un attimo poi svanire di colpo prima che si trasformino in consuetudine. Giusto così.

NOTS “Fix

Il suono delle NOTS non tranquillizza, non rilassa, non è piacevole. La musica delle NOTS è una minaccia, come certe cose che si ascoltavano nelle canzoni delle rebel girl infilate tra i dischi dei taglia boschi grunge nel nord ovest americano a inizio anni ’90. E’ il rumore di un alba livida e piena di nuvole scure. Ho scelto la versione live, anche se a vederla si rischia il mal di mare, perché mi pare più adeguata a rendere l’idea del loro caos per nulla gentile. Essenziale la musica, essenziali loro.

The Beverleys “Hoodwink

Se Le NOTS decidessero di smussare giusto uno o due spigoli potrebbero suonare come queste Beverleys. L’ep che avevano fatto uscire la scorsa primavera in combutta con gli amici Fucked Up motivava in pieno la definizione di junk punk che le ragazze di Toronto si erano auto attribuite, il nuovo singolo ce le restituisce con giusto un pizzico di vena pop nella voce della cantante tale da allungare sul loro suono ombre di Hole e Breeders. Poi ad ogni passaggio della strofa Outta my head/ Outta my heart/ Outta my skin la cantante si lascia andare facendo salire i giri fino al finale tutta raucedine e carta vetro. Nome da segnare e tenere d’occhio.

Dream Police “Hypnotized

Postare cinque canzoni di cinque gruppi femminili sarebbe stato a questo punto uno stereotipo. Come dire che la musica suonata dalle donne rappresenta un genere a se stante rispetto a tutto il resto. Tipo la musica italiana. Magari un po’ è anche vero. In ogni caso i Dream Police sono uno spin off dei The Men Nick Chiericozzi e Mark Perro, progetto nato nel 2010 e mai sboccato in una produzione non fosse altro che un singolo pubblicato su cassetta. Leggermente provati da cinque mesi di tour ininterrotto in giro per il mondo con la band principale i due hanno deciso di buttar fuori un disco che giustifichi la parola dream nel loro nome e motivi l’hypnotized scelto come titolo: un incrocio tra Wooden Shjips e Spacemen 3 da ballare seguendo il ritmo sintetico di una drum machine.

ARTURO COMPAGNONI

 

THE FROWNING CLOUDS: del masticare e digerire dischi, ché alla fine tutto è legale

FrowningClouds_LegalizeEverything (1)
I dischi vanno masticati e digeriti bene. Non sempre si ha il tempo o la voglia di farlo e talvolta rimangono sullo stomaco. Come i peperoni. Che ti dici “col cazzo che li rimangerò” e passa del tempo finché non li ri-assaggi e ti maledici per quello che ti sei perso.
Mi è successo con Listen Closelier, primo album degli australiani The Frowning Clouds, bollato troppo presto come derivativo, noiosetto, tipo un compitino calligrafico di chi vuole emulare a tutti i costi i giovani Stones.
Morta lì, insomma, fino a che un bel giorno a Siviglia incontro Nacho della Saturno Records (volendo potere leggere cosa ci siamo detti qui: http://www.manwell.it/?p=2855) che si spertica nelle lodi di ‘sti ragazzi di Geelong mettendomi in circolo la curiosità di andare più a fondo, di dare loro un’altra possibilità. Così, una volta rientrato nella mia tranquilla provincia dell’aperitivo col pane e salsiccia spalmata, faccio quello che devo fare. E inizio a ricredermi.
Il carico finale ce lo mette su il mio amico Gabriele della Goodbye Boozy Records che mi fa ascoltare in anteprima Beetle Bird, il nuovo singolo che si accinge a stampare ai ragazzi australiani. Non è un colpo di fulmine, piuttosto un tarlo che si insinua giorno dopo giorno, subdolo e bastardo, fino a farmi capitolare. Il pezzo è uno sballo psichedelico in slow motion che lavora come una valvola di espansione termostatica. Sul lato B lo stesso pezzo remixato in modo allucinato nientemeno che da “Spider” Rhys Webb e Joshua “Von Grimm” Hayward degli inglesi Horrors.
Siamo alla fine del 2013 e so che Beetle Bird farà parte del loro nuovo album, Whereabouts. Faccio mio il vinile e in men che non si dica esco completamente scemo per i cinque annebbiati manipolatori (neo)Sixties.

Meno di un anno dopo mi trovo a perlustrare coi polpastrelli e ad assaporare con le orecchie il loro terzo album Legalize Everything, pubblicato come i precedenti dalla spagnola Saturno Records. E che vi devo dire. I Frowning Clouds sono dei maledetti revivalisti fuori dal tempo, ma sono anche maledettamente geniali. Volendo fare dei paragoni “attuali”, tirerei in ballo gli Allah-Las. Entrambe le band, perdonate la trivialità, sono come la fica: non passeranno mai di moda. E questo è quanto.

Legalize Everything è drug-friendly sin dal titolo, ciononostante noi uomini medi possiamo accontentarci anche di una cannetta (o di una genziana) sul balcone dopo aver messo i bimbi al letto. Comunque sia, con o senza THC (con o senza alcol di montagna) in corpo, il viaggio è assicurato sfogliando il loro eccitante bignami di garage, surf, r’n’r, psichedelia e folk-rock. Inutile dilungarsi sulle singole tracce. Mi basta dirvi che in See the Girl apparecchiano la tavola con una tovaglia a fiori tutta ricamata, regalandoci un perfetto esempio di morbidezza dopata beatlesiana che un sacco di gruppi ben più blasonati (Oasis in testa) hanno sempre sognato. L’andamento sbarazzino e la melodia sottopelle dei migliori Kinks in Inner Circle fanno il resto.

Manuel Graziani

Fiver #01.11 (Life in Exile)

Fugazi

Fugazi

Ognuno ha i miti che si merita. I Velvet Underground sono una di quelle poche storie che in un modo o nell’altro hanno finito per cambiarmi letteralmente la vita.
Non voglio parlare di loro, però. O quantomeno non direttamente.
Dei Velvet il personaggio che ho sempre amato di più è stata la batterista, Maureen Tucker. Nonostante nel processo creativo della band fosse probabilmente l’ultima ruota del carro, messa in ombra non solo dalla coppia Reed / Cale ma anche dalla tossica teutonica dai capelli color oro.
Nonostante non fosse oggettivamente una bellezza, il suo viso spigoloso, nascosto dagli immancabili occhiali scuri, ha rappresentato per me l’essenza della “coolness” nella sua forma più pura.
E il suo incedere minimale dietro i tamburi ha influenzato una marea di gruppi “nostri” che sono arrivati in seguito. Chiedere a Bobbie Gillespie, versione batterista nella primissima versione dei Jesus and Mary Chain, da chi avesse preso ispirazione, per dire.
Ricordo bene l’inutile tour dei Velvet del 1993. Di quella serata bolognese apprezzai unicamente il composto incedere della Tucker, che mi parve una luce nella tempesta di ego troppo grandi per stare rinchiusi in un unico palcoscenico.
Appena sbarcato in facebook, qualche hanno fa, le ho chiesto l’amicizia. Maureen accettò quasi immediatamente e mi pare di ricordare che me ne vantai pure con i soliti amici (quelli veri, in questo caso). Maureen è discreta anche nella sua vita sociale. Interviene di rado. Per lo più linkando articoli. Prevalentemente di politica e cronaca. Come se l’arte fosse scomparsa dai suoi radar. Simile ad una casalinga di Casalpusterlengo che vota lega nord: i suoi obiettivi preferiti sono gli immigrati clandestini messicani, l’islam e Obama. L’altro giorno a quell’amicizia virtuale ho definitivamente rinunciato. I pochi miti che uno ha non deve per forza farseli rovinare dal tragico scorrere del quotidiano.

Thurston Moore – Speak to the Wild

Thurston Moore, al contrario, nonostante si avvicini alla sessantina è il solito vulcano di progetti. Seguire lui, anche solo su facebook, è una continua ispirazione. Letteratura, fotografia e poi sopratutto musica, la sua, non solo la sua ma anche quella degli altri. Il giorno che è uscito il nuovo album sul mercato si è inventato una playlist fantastica. Non di pezzi suoi, sia chiaro. Ma roba a 360 gradi, tipo bignamino di quello che lo ha ispirato nel corso degli anni. Dischi e gruppi che qualsiasi appassionato di musica dovrebbe mandare a memoria. Quello è stato il suo modo di fare promozione al disco nuovo, per dire. Hai voglia a spiegare il significato di “indie” quando in alcuni casi c’è tutto un mondo da esplorare.
Il disco nuovo è a suo modo un classico, tanto è vicino per tematiche e sonorità ad un qualsiasi album dei Sonic Youth. E questo è il migliore complimento che mi possa venire in mente. Si potrebbe scegliere una canzone a caso ma questa Speak to the Wild, che il disco nuovo lo apre, con il suo incedere privo di insicurezze, quei soliti pochi accordi di chitarra così riconoscibili e una linea vocale appena più accennata del solito mi sembra che riassuma perfettamente la statura di un disco eccellente. Quello che stupisce semmai è la qualità della parte lirica, dell’album in generale e di questa canzone in particolare. A forza di nominare Burroghs e compagnia, di citazioni letterarie neppure tanto velate ci si ritrova tra le mani uno di quei rari dischi che vanno valutati da più prospettive. La forza creativa di Thurston Moore mi ha fatto tornare in mente una citazione di Jack Kerouac: “I just won’t sleep,” I decided. There were so many other interesting things to do.”  Sembra averlo preso in parola, per nostra fortuna.

Fugazi – Merchandise

 Era meglio il demo. Già, era meglio. E non è una gag in questo caso.
Questa versione di Merchandise, dei Fugazi, è tratta dal nuovo album che raccoglie appunto il primo demo della band, registrato quando avevano appena 10 concerti alle spalle.
Inutile girarci intorno, ci sono gruppi, dischi, canzoni di cui non potremmo mai parlare con obiettività. Fugazi è una storia di pugni stretti per la rabbia, di canzoni urlate in faccia, di sudore e di commozione. Quella che sale come un brivido quando ascolti per l’ennesima volta quelle parole e quella combinazione di chitarra e basso che ci rimandano all’Inghilterra del post-punk in maniera ancor più evidente che nella versione originale. In maniera ancor più cruda. Ancor più vera. Se possibile.

Menace Beach – Come On Give Up

 Bella canzone, questa Come On Give Up. La troverete nel debutto sulla lunga distanza di Menace Beach, band di Leeds, che uscirà ad inizio 2015. Un gruppo di chitarre, ritornelli accattivanti, melodie e una piccolissima dose di trasgressione. Roba tipicamente anni ‘90 off course, a metà strada tra Breeders, Elastica e Sleeper. Che detto così sembra un modo neppure tanto elegante di metterli fin da subito nell’angolino di quelle band che sì, vabbè, però, dai……e invece no, per una volta mi lascio conquistare fino in fondo da una canzone che si fa fischiettare dopo 3 ascolti. Nient’altro da chiedere ad una canzone pop, personalmente.

Hookworms – Off Screen

 Sempre da Leeds, Inghilterra arrivano anche Hookworms. Pure per loro album in uscita, il secondo in questo caso, in questi primi giorni di novembre. Questo brano che lo preannuncia è una bella sinfonia di synth e chitarre di quasi otto minuti. Chitarre, feedback, pedali e alla parete i santini di Loop, Slowdive, Spacemen 3, etc, etc; Si fa un gran parlare di neo-psichedelia, spesso a sproposito, ma in questo caso sembrano parole ben spese e il livello sembra davvero una spanna sopra tutto quello che ci è capitato di ascoltare nel genere ultimamente.

The Felines – Pity for your Eyes

 Irresistibili, direi. Tre ragazze di Copenaghen che arrivano fin dall’altra parte dell’oceano e grazie alla californiana, ottima, Burger Records, trovano distribuzione ed un minimo di esposizione. Questa canzone che preannuncia un nuovo album è puro stile Lee Hazlewood / Nancy Sinatra, seppur in una semplicità di arrangiamento che sfiora la banalità. Ma a certe cose, inutile, non riesco proprio ad opporre resistenza.

Cesare Lorenzi