Fiver # 03.10 (Rassicurazioni)

Parqay Quarts

Parqay Quarts

But, still, it was a strange time for people heavily invested in the underground, a pre-internet moment when indie groups didn’t appear on late night TV as regularly as they do now, you never gave much thought to advertising or PR, and you could walk up to someone wearing a Jesus Lizard t-shirt and know you’d have a lot in common. So, even if you didn’t pay much attention to Nirvana’s ascension, when punk did break, previously small bands were swept up and placed in a context they were unfamiliar with until that moment; as a result, more people were coming to shows, wearing those shirts, and muddying the waters“.
(dalla recensione della ristampa di 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, Pitchfork 16/10/2014)

Sono consapevole di vivere nell’anno 2014, così come sono cosciente del fatto che non riuscirò mai a stare dietro ai mutamenti che l’informatica propone quotidianamente alla mia vita. Questo non perché i cambiamenti non mi piacciano aprioristicamente o li ritenga superflui (non sempre, almeno) ma solo perché sono troppo pigro e tecnologicamente ignorante per tener dietro alle novità.
L’unico social network che frequento è facebook. Non vi dico quanto mi stia sulle palle utilizzare termini inglesi in un discorso espresso in italiano. Eppure di parole inglesi ne ho appena utilizzate tre in un’unica frase. L’ho fatto, come fanno tutti, perché d’altro canto non mi piace per nulla italianizzare definizioni inglesi che viceversa non avrebbero un equivalente per essere espresse nella nostra lingua. Così come utilizzo facebook, allo stesso modo in cui lo utilizzano quasi tutte le persone che conosco, pur non condividendo l’impiego che la maggior parte delle persone che conosco fa di questo strumento. Un congegno che mi pare sia capace di rendere apparentemente stupide anche le persone più intelligenti.
Le due cose, facebook e l’uso di vocaboli anglofoni, ovviamente non sono correlate tra loro, ma il parallelo mi occorre per esprimere un concetto: ci sono cose che non mi piace fare ma che ritengo sia necessario fare. Affermare che certe cose, tipo avere un profilo facebook, siano indispensabili è un pelo esagerato, ne convengo. E’ comunque un modo per dire che capisco come il rifiuto di certi meccanismi possa finire per tagliarti fuori dal mondo, anacronisticamente arroccato su posizioni che ricordano quelle del soldato giapponese trincerato in cima alla montagna, ignaro del fatto che la guerra è finita da un pezzo. Chiarito ciò aggiungo che quando qualcuno decide di prendere una posizione antiquata e fuori dal tempo su questi argomenti, a me quel qualcuno piace da morire. Soprattutto se quel qualcuno non è una persona arcaica quanto me.
Prendete i Parquet Courts ad esempio. Mi è appena capitata per le mani un’intervista da loro rilasciata al Guardian a fine giugno di quest’anno, dove i ragazzi (28 anni il più anziano dei 4) in buona sostanza dichiaravano il loro rifiuto all’utilizzo dei social media a fini promozionali, considerandoli un veicolo niente affatto necessario per far circolare il proprio nome. Un rifiuto che va di pari passo con la scelta di concentrarsi nella pubblicazione di dischi preferenzialmente su supporti analogici (cassette e vinili), anche tramite un’etichetta (Dull Tools) di proprietà del cantante, il pubblicizzare i propri concerti con flyer e poster disegnati a mano dalla band, l’avventurarsi in tour capillari e costanti organizzati da loro stessi, l’affidare la realizzazione dei video nelle mani di amici. Tutte cose che fanno migliaia di band ogni giorno in giro per il mondo, per carità, ma azioni non così usuali per gente che abbia una visibilità simile a quella già ottenuta da loro. Sostanzialmente si parla di fare le cose secondo regole dettate da nessun altro che non se stessi, nel solco che tanti anni fa tracciarono etichette quali SST (corporate rock still sucks, isn’t it?) e Dischord.
Vogliamo mantenere il controllo di ciò che mettiamo in giro: prestiamo attenzione a come vengono pubblicati i nostri dischi e a come vengono organizzati i nostri tour. Il come ti considera qualcuno che vive dall’altra parte del mondo, dipende anche dal fatto che tu decida di andare a fare concerti nella sua città, da quali sono i gruppi assieme ai quali suoni, da come i tuoi dischi vengono pubblicati e pubblicizzati. Ci interessa conservare una visione d’insieme“.
Per descrivere questi nuovi gruppi (Protomartyr, Yuppies, Xerox, Future Punx, Total Control, Eagulls), che provengono da aree diverse del globo e sanno parecchio di antico, c’è già pronto un acronimo tra il serio e il faceto, DIYUSECDIB: do it yourself unless someone else can do it better.
Può darsi sia retorica spicciola buona solo a farsi pubblicità presso una nicchia di pubblico ben precisa.
O è possibile sia quella nostalgia per situazioni ed epoche mai vissute che oggi pare affliggere chiunque e sulla quale i fanatici della modernità sarebbe bene cominciassero a porsi qualche domanda.
Può essere tutto e può essere – anzi quasi certamente sarà – nulla.
Ma la cosa, oltre che farmi sorridere, in qualche modo mi rassicura. E tanto basta, per ora.

Parkay Quarts “Uncast Shadow of a Southern Myth

Ebbene si, i Parquet Courts hanno una pagina a loro nome su facebook. E si è da quella pagina, prima ancora che dalla sezione news di Pitchfork, che ho appreso dell’uscita di un album a nome Parkay Quarts, sigla del progetto che vede coinvolti Andrew Savage e Austin Brown, entrambi chitarristi e cantanti nella band principale. Voi che trafficate con facebook dalla mattina alla sera, vi sarete però senz’altro accorti che quella non è una pagina gestita dal gruppo bensì a fan page of Parquet Courts. La differenza può essere sottile come un foglio di carta velina o spessa come la crosta di una fetta di pane raffermo ma, come direbbe il Merighi, poco importa. Questo primo estratto da quel disco è molto più rilassato delle cose che i PQ hanno infilato nei loro primi due dischi, ma non meno bello. Ha il sapore chill out di un’alba che viene dopo una notte livida, sudata e grondante alcol. Esattamente come questa domenica mattina in cui sto scrivendo, dopo il sabato notte passato. Canzone perfetta.

So Cow “Sugar Factory

Di loro ha già scritto Massimiliano un paio di settimane fa ma non posso fare a meno di tornarci sopra perché almeno quattro delle canzoni infilate nel nuovo album di questi tre irlandesi mi si sono appiccicate addosso e non riesco più a scollarle. Quando ho fatto ascoltare il disco a Cesare mi ha semplicemente detto che questo è un disco 100% Compagnoni. Ho trovato la definizione assolutamente appropriata, allora ho cercato di capire cosa rendesse questo disco un disco Compagnoni al 100%. Sinceramente non mi è venuto in mente niente di meglio di quello che ha scritto Massimiliano per descrivere il trio: storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Aggiungerei anche: hanno il ritmo, hanno i ritornelli, sono irlandesi ma sembrano americani. Meglio di così.

Viet Cong “Continental Shelf

Il primo album dei Viet Cong in arrivo è uno dei dischi più attesi qui da noi. La canzone che lo anticipa ha una intro marziale molto wave e la voce che la accompagna non fa nulla per sviare i sospetti che laggiù affondano le radici di questa giovane band canadese. Sembra un pezzo dei Bunnymen pitturato con la vernice nera dei Bauhaus se non che in mezzo partono break melodici di un certo rilievo. Gran bella cosa.

Vic Godard and the Subway Sect “Holiday Hymn

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Vic Godard e il giorno prima ero a quello di Morrissey. Con quello che ho visto e ascoltato nelle due sere avrei talmente tanto materiale in mente da poter scrivere un trattato sulla cultura popolare britannica, la musica che ne consegue e il ruolo dei perdenti (e dei vincenti) nella società di oggi. Ho troppa confusione in testa e troppo poco tempo davanti, quindi rimando il trattato a quando sarò troppo vecchio e stanco per fare cose e avrò lo spazio giusto per mettermi a sedere e scrivere sul serio di qualcosa, anzichè starmene qui in rete a cazzeggiare. Nel disco nuovo di Vic Godard che ho comperato al concerto ieri sera c’è anche questa canzone, uscita su singolo nel 1985, poi ripresa anche dagli Orange Juice di Edwyn Collins. Storie di pop inglese e di perdenti, appunto. Magnifico.

Allo Darlin’ “Romance and Adventure

Gli Allo Darlin’ sono il tipico gruppo di cui si dice che se il mondo fosse un posto migliore loro sarebbero in cima alle classifiche di preferenza di milioni di persone. Così non è e tocca farsene una ragione, come di tante cose che in questa vita non girano come dovrebbero. Dovessi consigliare uno dei tre dischi che hanno pubblicato sinora non saprei quale scegliere perché sono tutti ugualmente belli. Dovessi scegliere una delle 11 canzoni di questo loro nuovo album per convincervi che sono il vostro gruppo preferito non saprei quale scegliere per lo stesso motivo. Metto questa solo perché è quella cui sono arrivato ora, tenendo il disco in sottofondo mentre scrivo. Adesso però spengo il pc e mi alzo: mi è venuta voglia di ballare.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver #02.10

Ex Hex

Ex Hex


Non ce lo chiede nessuno. Ma talvolta ci si crea un’immagine pubblica nonostante non si abbia un pubblico a cui fare riferimento. Si lavora d’immaginazione, o quantomeno lo faccio io. Si crea un territorio a metà strada tra realtà ed immaginazione, dove i fatti realmente accaduti si confondono con quelli che avremmo desiderato accadessero davvero. Musicalmente sono nato dopo il 1977. L’ho sempre pensato. E in effetti la maggioranza dei miei ascolti di una vita si sono concentrati in quel periodo. Il punk, la new-wave e tutto quello che è venuto dopo. Quella è la mia musica, quello è il mio mondo di riferimento. Per me sono arrivati prima i Joy Division e gli Smiths che non Dylan e Neil Young, per dire.
In realtà i confini non sono così definiti. A pensarci bene il primissimo concerto a cui ho assistito è stato Frank Zappa, trascinato da una fidanzata che aveva quattro anni più di me e il mito della California (non che centri qualcosa con Zappa, ma insomma ci siamo capiti). Ancor prima di Pino Daniele, che è stato il secondo.
Come tutti gli adolescenti della terra ho frequentato alcune discoteche, una in particolare.
Per arrivarci dovevi abbandonare la gardesana, appena fuori da Lazise. Arrivando da nord giravi a sinistra, una piccola stradina che a un certo punto diventava sterrata, immersa tra i vigneti e gli olivi del garda. L’insegna del Cosmic, modesta e circondata da piccole stelle, faceva bella vista, sopra il tunnel d’ingresso. Era un posto leggendario e vederlo per la prima volta dal vivo ti lasciava con la sorpresa delle sue dimensioni, relativamente ridotte, senza posti a sedere. Me lo immaginavo come il posto più grande e figo dell’universo, a sentire i racconti. Per ritrovarmi infine in aperta campagna e chiedermi se qualcuno non avesse esagerato con gli aggettivi. Invece bastavano poche ore per comprendere che, no, il Cosmic non era un posto come un altro.
Per la musica, intanto. Un insieme di sonorità differenti, dal funk, all’afro, la musica etnica, in particolare africana. A cui si aggiungeva un pizzico di avanguardia elettronica, new wave ed un utilizzo creativo dei livelli di equalizzazione. Era musica che passava di mano in mano su cassette che i DJ vendevano alle serate e che da qualche tempo sono state oggetto di riscoperta, sopratutto all’estero.
Con il solito provincialismo che ci contraddistingue non abbiamo saputo valutare immediatamente un fenomeno che musicalmente invece fosse capitato a Londra o New York sarebbe stato salutato in un altro modo. La galanteria dell’orologio che scorre mette le cose a posto, come al solito. Oppure rimedia un articolo del Guardian, più prosaicamente.
La stagione del Cosmic è stata inevitabilmente breve. Il successo del locale andava di pari passo con l’insofferenza delle amministrazioni e della comunitá locale. L’esperienza Cosmic era un pacchetto di musica alternativa (per davvero), droghe di tutti i tipi e probabilmente l’ultimo rimasticamento della cultura hippy degli anni sessanta.
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Aver vissuto in prima persona quel luogo ha lasciato tracce nel mio DNA musicale, alla faccia del punk, della new wave e di quello che mi piace credere. Me ne sono accorto ascoltando i Tinariwen o, più recentemente, l’album dei Goat. Musica che al Cosmic ci sarebbe stata benissimo in un modo o nell’altro e che in quei luoghi mi ha riportato.
Tutto questo per dire che ad un certo punto sarebbe bene venire a patti con il nostro passato, con il presente e, perchè no, anche con quello che si presume possa essere il futuro.
D’ora in avanti è probabile che i miei amici di Sniffin’Glucose capiranno meglio certi slanci e certe mie uscite per gruppi e dischi lontani dalle nostre orbite usuali: è quello stralcio di vita vissuta con l’innocenza che compete alla giovinezza che torna saltuariamente a galla. Giornate passate senza nessuna preoccupazione di cosa mangiare, dove dormire, come tornare a casa. Con il ritmo della musica del Cosmic nelle orecchie e anche nel cuore. Hai voglia a dire il punk, la new wave e il sapore amaro della vita vera.

Jim Sullivan – Highways

Ho scoperto Jim Sullivan ascoltando la radio. Il programma di Jonathan Clancy, per la precisione. Una scaletta di piccole gemme, di dischi minori, di culti che resistono allo scorrere del tempo. (questo il link della pagina fb della trasmissione, per chi fosse interessato).
Jim Sullivan, dicevamo. Storia incredibile, la sua. Scomparso nel deserto del New Mexico senza lasciare traccia. Caso ancora irrisolto anche per la polizia locale. Si parla di un fatto di cronaca del 1975. Appena qualche hanno prima pubblicava U.F.O. album di debutto semplicemente fantastico. Rock americano con elementi di country e folk arrangiato in maniera sublime. Quello che in seguito si sarebbe evoluto fino a trasformarsi in un genere vero e proprio, “americana”, per l’appunto. Un gioiello di disco che mi ha stregato in maniera definitiva.

Ex Hex – Don’t Wanna Lose

Rock ignorante, suonato come se non ci fosse un domani, con lo spirito di chi ha intenzione solo di divertirsi. A metà strada tra le Runaways e il miglior rock stradaiolo della fine anni settanta. Non una novellina Mary Timony ma una vera e propria veterana della scena: un passato negli Helium e più recentemente nelle Wild Flag di Carrie Brownstein. Qui, come si diceva, viene fuori un attitudine di puro spirito rock’n roll, revivalistico fin che si vuole ma capace comunque di trovare un suo perchè. Musica da suonare a tutto volume in macchina, d’estate possibilmente, con il finestrino abbassato. Senza preoccuparsi del grado di tamarragine che inevitabilmente tenderà a raggiungere i livelli massimi.

Sun Kil Moon – War On Drugs Can Suck My Cock

Eravamo sul palco e ho sentito un classico giro di batteria
Era più di 100 decibel, arrivava dall’altra parte della collina
Si stava facendo piuttosto alto, ho chiesto chi fossero
E un tizio con un k-way mi ha risposto, “Sono i War On Drugs”.
Sembrava rock basilare, alla John Fogerty,
E ho detto “La prossima canzone si chiama ‘I War On Drugs possono succhiarmi il cazzo.’”
Succhiatemi il cazzo, War On Drugs.
Stavamo suonando a Chapel Hill
Per un branco di paesanotti ubriachi e c’era puzza di cibo per maiali.
I microfoni non funzionavano, allo staff non fregava un cazzo,
Il pubblico si stava facendo fuori controllo e gli ho detto di stare zitti, cazzo.
Tutti voi redneck, state zitti, cazzo.
Qualcuno si è offeso e ha scritto una stronzata,
Una sorta di blogger teppistella, puttana, ricca e viziata
E ha postato dei graffiti lasciati da un qualche ritardato
Pensava che il mio vero nome fosse Sun Kil Moon, che testa di cazzo
Ho incontrato i War On Drugs stasera e sono piuttosto gentili
Ma i loro capelli sono lunghi e unti, spero non abbiano i pidocchi.
Li ho ascoltati fare il soundcheck e, assieme ai Byrds,
sono decisamente la band più bianca che abbia mai ascoltato.
La band più bianca che abbia mai ascoltato sono i War On Drugs.
C’è qualcos’altro!
Stasera suoneranno al Fillmore e hanno fatto soldout,
Anche i tamarri sono persone, e questa è la loro grande serata.
Hanno fumato una canna coi loro amici mentre arrivavano in macchina,
Stasera faranno rock ascoltando un po’ di chitarra solista da pubblicità.
Ai tamarri piace ascoltare i War On Drugs
War On Drugs, succhiatemi il cazzo / War On Drugs, rock da pubblicità di birra
Ai War On Drugs piacciono i Fleetwood Mac
Ai War On Drugs piace John Mellencamp
Facciamo un urlo per i War On Drugs
Ai War On Drugs ci sono voluti nove cazzo di anni per fare tre album.
Mark Kozelek è da prendere così, poche storie. La tizia dei Perfect Pussy gli ha scritto una letterina che con qualche buona ragione mette in risalto tutta la sua stronzaggine, dopo aver sentito questo pezzo. Ma non cambia di una virgola l’opinione che abbiamo della sua musica, sinceramente.
Limitiamoci a pochi semplici fatti: i War on Drugs fanno cagare. Benji, il disco di Kozalek firmato Sun Kil Moon è un capolavoro. Kozalek ODIA il cerimoniale dell’indie rock e appena può tira bastonate. Spesso a casaccio mettendo nel mezzo anche chi non lo meriterebbe.
Io ascolto questa canzone, me la rido sotto i baffi e mi viene voglia di aprirmi una birra.
Bella la vita, talvolta.
(Ah, grazie ai ragazzi di Rumore. Qualcuno da quelle parti si è preso la briga di tradurre il brano. Io ho solo copiato.)

Useless Eaters – Out In The Night

Per la serie: l’immancabile angolino di “damaged rock” del lunedì è il turno di Useless Eaters. La band di Seth Sutton sembra aver trovato temporanea dimora a San Francisco. Niente di meglio che cogliere l’occasione e registrare un album per la Castle Face Records. Disco di urgenze primordiali, di garage scassato ed attitudine punk. Una piccola bomba, insomma.

Tomorrows Tulips – Glued To You

Questa è gente che ha il mito dei Television Personalities, nonostante viva in California e pubblichi dischi per la Burger Records. Gente che ha ascoltato troppi dischi dei Velvet Underground. Per dire che questo è un album di fragilità ed insicurezze, in bilico tra melodie pop esagerate, feedback gentile, brevi dissonanze e malinconie assortite. Il genere di disco che sinceramente adoro. Questa Glued To You in particolare sembra una versione edulcorata dei primi Jesus and Mary Chain al confine con una psichedelia appena accennata.

Cesare Lorenzi

Fiver #01.10

Perfume Genius

Perfume Genius

Poche sere fa, dopo alcune giornate nella capitale, esasperato ed estasiato in parti uguali, scrivevo ai miei sodali “Roma: perennemente in bilico tra l’insopportabile e il sublime”.
Frasi dettate dalla amara constatazione che in quella che, peraltro, è praticamente la mia cittá, ogni giorno si avverte, a tutti i livelli, la lotta per trovare il proprio spazio.
Mi scuserà Massimo, “firma cinematografica” e non solo di questo blog, se gli rubo l’aneddoto ma, coincidenza, proprio ieri sera mi raccontava che, nel vedere macchine incolonnate su un solo lato, abituato al tetris delle strade romane dove spesso non resta spazio neanche per una bicicletta, recentemente un suo amico romano scuoteva la testa sconsolato commentando “non capisco perchè voi non occupate gli spazi..”
Frase immaginifica che cade a proposito perchè questo è un fiver composto perlopiù da magnifici perdenti.
Gente che, per un motivo o per un altro, non ha saputo “occupare gli spazi” ma che nonostante ciò, anzi forse proprio per questo, qui a Sniffing Glucose la portiamo nel cuore.

Jamie T – Trouble

Bizzarra la sorte di Jamie T.  Anni per mettere a punto la sua formula di “wordy rappinghood strummeriano”, mantenendo la giusta street credibility, e lo sbarbato Kid Krule, senza mettere la freccia, lo supera a destra nella considerazione di tutti facendogli solo intravedere le luci posteriori che scompaiono in lontananza.
Probabilmente Jamie se ne frega dall’alto dei suoi molti dischi venduti ma il destino sarebbe ancora piu beffardo se Carry on the Grudge fosse veramente un album da 9 come frettolosamente stabilito da Nme invece no, non ci va neanche vicino.
Peccato perche Trouble mostra quello di cui il Wimbledon chap è capace quando azzecca le dosi giuste dei suoi ingredienti.

Perfume Genius – Queen

La definizione “Antony dopo una cura di bistecche” coniata da un amico è semplicistica ma rende abbastanza l’idea. Inviso a molti, con punte di autentico livore sul web ho constatato, Mike Hadreas con questo album sembra essere finalmente riuscito ad invertire la rotta. Aggiungiamo una fascinazione per tastiere electropop tardi 80 che resa in piccole dosi centra il bersaglio. Con un pezzo come Queen chiudo gli occhi e mi lascio trasportare. Al terzo pezzo come questo apro gli occhi infastidito e metto su i Growlers.

The Growlers – Good Advice

Quarto album per i californiani e, se ci fosse una giustizia a questo mondo, sarebbe l’album della loro esplosione. Ma la giustizia, si sa, è come la moneta da 3 euro. Non esiste.
Una tastiera che solleva polvere del deserto, chitarra intossicata e basso pulsante. Stappo una bud, indosso i miei stivali a punta e oscillo per casa silenziosamente che il resto della famiglia dorme.

So Cow – Science Fiction

La Goner Records di Eric Friedl degli Oblivians da Memphis Tennessee, dal 1993 premiata “house of garage” ed etichetta figa se ce n’è una, offre asilo agli irlandesi con strane connessioni sud coreane (!), So Cow. Quattro album, molto trascurati da tutti. Pitchfork un po’ li maltratta ma noi ce ne freghiamo perchè sono storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Hanno il pregio di strattonarci per il bavero per tutta la durata del nuovo The Long Con come solo a Dublino, o a Seul (?), sanno fare.

Purling Hiss – Forcefield of Solitude

Mike Polizze è un tipo strano, recuperate il teaser del nuovo album Weirdon e mi darete ragione. Nel 2009 imbraccia la chitarra e la tortura sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi amici con base a Psycadelphia Kurt Vile e War On Drugs. Nel 2013 firma con Drag City e sforna due album che frullano grunge e slacker pop magnificamente mentre i santini di J Mascis e Doug Martsch lo osservano compiaciuti dal comodino.

Massimiliano Bucchieri

Fiver # 05.09

Bleached

Bleached

L’altro giorno mi è capitato di leggere alcune righe a proposito del ritorno in auge del vinile, scritte da una persona che gode della mia personale ed incondizionata stima.
Più che del vinile in se, si parlava della moda che da un po’ di tempo a questa parte ha visto elevarsi il pezzo di plastica tondo e sottile a oggetto del desiderio: un po’ strumento di culto, un po’ soprammobile per arredamento domestico molto meno considerato, viceversa, per il suo reale utilizzo di supporto attraverso cui ascoltare musica.
Non mi interessa entrare nella discussione su quale sia il formato tecnicamente migliore con cui fruire canzoni né tantomeno battermi per sostenere tesi sulla superiorità di uno strumento rispetto ad altri, anzi dico qui pubblicamente una cosa che taglia – come si suol dire – la testa al toro: un buon 70% del tempo che dedico quotidianamente all’ascolto della musica lo spendo avendo come fonte di riproduzione una chiavetta usb che quasi quotidianamente aggiorno tramite l’hard disk del mio computer. Occorre fare di necessità virtu': se devo dedicarmi ad un disco in vinile ho bisogno di avere a disposizione il salotto di casa mia, luogo in cui riesco a parcheggiarmi non più di 2/3 ore al giorno e minimo la metà di quel tempo è necessariamente occupata da altre attività che non siano l’ascolto di un disco. La chiavetta usb o lo smartphone con la sua cartella per la musica e Spotify pronto all’uso sono invece sempre a portata di mano, soprattutto in macchina e durante le sgambate di running in mezzo ai campi, momenti in cui si concentrano buona parte dei miei ascolti.
I puristi della audiofilia sinceramente mi fanno sorridere: se parliamo di perfezione audio, credo che a casa propria, tra le persone che conosco, siano poche quelle dotate di un impianto stereo idoneo ad ascoltare musica in modo realmente adeguato. Per il genere di musica che abitualmente ascolto io poi, figuriamoci se importa la pulizia del suono.
Detto questo sono convinto che, come spesso accade quando gente come noi parla di musica, il nocciolo non sia tanto il discorrere di una tesi piuttosto che un’altra (quel disco è bello o è brutto? Quel gruppo è migliore di quell’altro? Il cd è superiore al vinile che però a sua volta sovrasta qualitativamente l’mp3?).
Per come la vedo io la questione, in fondo, riguarda ancora una volta l’attitudine con cui si fanno le cose. Anche nell’ascolto di un disco è l’attitudine a fare la differenza. Nessuno sarà mai penalizzato nel mio giudizio qualora preferisca i file audio a un lp, come nel caso faccia il tifo per gli Oasis anziché i Blur o per i Beatles contro gli Stones (anche se su tutti e tre i contenziosi ho opinioni ben precise).
Trovo però che ci sia una sostanziale differenza tra ascoltare musica in modo più o meno compulsivo, più o meno attento, più o meno occasionale (nel mio caso la casualità è direttamente correlata alla novità delle uscite, per cui: disco nuovo = scelta di ascolto privilegiata nell’immediato) e decidere piuttosto di andare in salotto, sfogliare accuratamente le coste cartonate dei dischi allineati in libreria, tirarne fuori uno, sfilarlo dalla busta, metterlo sul piatto, far scendere la puntina e sedersi sul divano ad ascoltarlo.
Questa non è l’unica maniera che ritengo adatta per ascoltare musica e non penso sia oggettivamente la migliore, ma è senza alcun dubbio la prassi che personalmente preferisco. Il modo non necessario ma cercato e voluto: quello che per quanto mi riguarda fa la differenza.
Henry Rollins (eccolo qui il vero motivo per cui ho messo in piedi il pippone: citare per una volta Henry Rollins su questo blog!) in una frase semplice ha espresso esattamente la mia idea su quale sia il modo più soddisfacente per ascoltare un disco. Un’attività che per gente come noi non è, nè mai sarà, un semplice passatempo, bensì un rito capace di generare emozioni e uno stato d’animo ben preciso: Sitting in a room, alone, listening to a cd is to be lonely. Sitting in a room alone with an lp crackling away, or sitting next to the turntable listening to a song at a time via 7 inch single, is enjoying the sublime state of solitude.

Bleached “For the Feel”

Da giovane non sono mai stato un grande fan dei Ramones. L’unico loro disco che comperai in tempo reale fu The End of the Century e lo acquistai perché nella sua produzione era coinvolto Phil Spector. Mi parevano troppo semplici e ripetitivi. Solo più tardi ho imparato che rimanere sempre uguali non è per forza sinonimo di mancanza di idee ma può anche voler dire restare fedeli a se stessi e che essere semplici non è per niente una cosa facile. Controprova di questa ultima affermazione il fatto che tra i tantissimi gruppi che in un modo o nell’altro hanno preso ispirazione dai finti fratelli del Queens solo in pochi sono arrivati ad infilare la giusta combinazione di velocità, ritmo e melodia. Le Bleached ci riescono nella canzone che spacchetta il loro nuovo singolo: una iniezione di adrenalina su un motivetto appiccicoso in puro stile Go Go’s: irresistibili.

The Juan Maclean “Love Stops Here”

Se fossi vissuto a New York negli anni ’70 non avrei mai frequentato posti come lo Studio 54. Ancora ricordo il disgusto che mi serrava lo stomaco alla visione de La Febbre del Sabato Sera: io non ero uno di loro. In ogni caso semmai avessi provato ad entrare allo Studio 54 quelli ovviamente non mi avrebbero fatto varcare la soglia d’ingresso. Poi, in netto anticipo su Simon Reynolds e la retromania tutta, un botto di anni fa ci pensò Boogie Nights a farmi finire dentro la nostalgia di un luogo mai vissuto, laddove una canzone come questa poteva costruire un mondo intero attorno a un sogno che non era il mio. Il rimpianto per aver perso (artisticamente) uno come James Murphy invece è caldo e del tutto attuale. Come sempre, come tutto quello che amo sul serio nella musica, in quel che faceva Murphy non importavano solo le canzoni – perfette in ogni caso – ma tutto l’universo che andava loro dietro.
Quella di Juan MacLean (ricordiamolo dai, un tempo chitarrista dei Six Fingers Satellite) è un’altra storia, ma poi non così tanto. Con Murphy si spartisce sin dal principio oneri e onori dell’idea DFA, e condivide col socio l’utilizzo in formazione della voce di Nancy Whang. Ora che il suo amico si è messo (momentaneamente?) da parte resta lui il nome su cui puntare due soldi da quelle parti. Questa Love Stops Here è costruita su un binomio beat metronomico / voce distratta che fa tantissimo LCD Soundsystem, dopo novanta secondi arrivano tastiere così eighties da non crederci, poi attorno al minuto tre e quaranta entra una chitarra che pare quella di Bernard Albrecht altezza secondo disco dei New Order (che assieme al terzo è una mia ossessione di sempre) e il gioco è fatto. E’ solo un attimo ma basta e avanza.

Spider Bags “Back with You Again in the World”

Sono convinto che in giro per l’Italia ci siano tantissimi ragazzi che nella vita sono di professione disoccupati, operai, portalettere, salumieri e nel tempo libero giocano a pallone, per passione e divertimento indossando la maglia di squadre iscritte a campionati più o meno immaginari. A volte qualcuno di questi dimostra doti tecniche pari o addirittura superiori, a quelle di tanti coetanei che hanno però avuto la fortuna di aver visto trasformarsi lo stesso hobby in professione dietro pagamento di stipendi ultramilionari.
La differenza spesso sta solo nella buona sorte: incontrare la persona giusta al momento giusto, ottenere la raccomandazione decisiva o pescare il jolly da 40 metri all’incrocio dei pali proprio il pomeriggio in cui quel tale procuratore ha deciso di passare al campetto a dare un occhiata. Così capita nella musica.
Gli Spider Bags hanno le canzoni, hanno i dischi, hanno il fisico che il loro ruolo impone, eppure ci sono voluti una decina di anni di attività e tre album prima che potessero avere un minimo di visibilità approdando in casa Merge. Questo pezzo che apre il loro nuovo album Frozen Letter – parti uguali di Strokes e Black Lips – ha un tiro micidiale, chissà se basterà a far girare il loro nome.

New Swears “Midnight Lovers”

Copio e incollo idealmente quello che ho appena scritto sopra per gli Spider Bags. Dei New Swears c’è però da dire che sono arrivati solo al secondo album e vengono dal Canada, peraltro da una città (Ottawa) non esattamente al centro delle cronache musicali. Un paio di settimane fa dovrebbero (uso il condizionale perché non ho avuto riscontri sull’evento) aver tenuto un concerto in un bar di Ravenna: non mi viene in mente un posto migliore dove poterli vedere suonare, tra sedie rovesciate e tavoli ingombri di bottiglie di birra mezze vuote. Ultras della cazzoneria al pari degli Orwells ma con un tasso alcolico senz’altro superiore, sono oggi quello che i Fidlar sono stati ieri e che qualcun altro sarà domani. Siccome del passato non ci interessa e del domani non v’è certezza prendiamoli oggi: va bene così e ne rimane anche d’avanzo.

Trust Fund “Reading the Wrappers”

Questi mi sono finiti tra i piedi improvvisamente una mattina all’alba, mentre facevo pulizia nel computer prima di andare a lavoro. Ho fatto partire lo split con i già cari Joanna Gruesome e la prima canzone che ho incontrato è stata questa. Appena è partito il giro di chitarra ho capito immediatamente che quella mattina avrei fatto tardi a lavoro perché avrei dovuto ascoltarla e ascoltarla di nuovo e ancora ascoltarla quella canzone. Boom. Mentre ascoltavo e riascoltavo quella canzone ho accumulato al volo le poche informazioni disponibili. Sono di Bristol, scrivo subito a uno che conosco e che vive là. Mi dice che anche dal vivo sono bravi. Cerco ancora. Oltre a queste tre canzoni ne hanno messe altre sette in un ep uscito giusto un anno fa. A sera le ascolto. Belle anche quelle. Il giorno dopo Fabio posta qualcosa su di loro in rete. Non ne avevamo parlato E’ un caso. Sono stati all’Indietracks 2014 penso subito. Si, sono proprio stati lì. Trovo i video su Youtube. So che non dureranno. I gruppi inglesi usciti negli ultimi 20 anni che piacciono a me non arrivano quasi mai a fare uscire un album. E’ un peccato perché i gruppi inglesi che piacciono a me mi piacciono davvero molto. Vorrei così tanto innamorarmi di nuovo di un gruppo inglese. Come succedeva tanto tempo fa. Ora.

ARTURO COMPAGNONI

Just like honey (I want more of that stuff)

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Domani riapre il Covo.

Due cose:
1) nessuno mi ha chiesto di scriverne (non che qualcosa scritta da me sia del resto in grado di spostare il benché minimo equilibrio in qualsivoglia campo)
2) quando affronto certi argomenti, non sono per nulla imparziale: sono un assiduo frequentatore del club più o meno da un trentennio, e da una quindicina d’anni mi diverto a improvvisarmi dj (meglio selezionatore di dischi, ché a fare il dj non sono mai stato capace e non credo proprio comincerò ad imparare ora).
Quando si parla del Covo sono quindi irrimediabilmente e totalmente parte in causa.

Chiarito questo, mi piaceva l’idea di salutare l’ennesima stagione che va a cominciare giusto domani.
Per farlo nel modo più rapido e (per me) indolore sono andato a recuperare una cosa scritta qualche anno fa.
All’epoca della sua prima pubblicazione il pezzo lo avevo intitolato These Important Years, Cesare mi ha bruciato l’idea facendone un uso più che appropriato per il suo bellissimo articolo su Bob Mould qualche mese fa.
Tutto questo detto per la cronaca, il resto è storia mentre il futuro – come diceva qualcuno – è ancora da scrivere.

THESE IMPORTANT YEARS (ONCE AGAIN)
Ognuno ha un angolo preferito in cui trascorrere il proprio tempo.
Una tettoia dove rifugiarsi quando la pioggia e i fulmini imperversano e le cose non girano come si vorrebbe, un perimetro all’interno del quale festeggiare con gli amici il raggiungimento di un obiettivo o una zona franca dove ignorare tutto il resto diventa possibile.
I posti possono diventare metafore.

Per quanto mi riguarda, di luoghi del genere nella vita ne ho incontrati un paio, non di più.
Uno di questi è la grande casa piazzata dietro un prato ad uno di quei meravigliosi incroci di memorie topografiche cattocomuniste, che solo da queste parti trovano una loro ragione d’essere: angolo tra via San Donato e viale Zagabria.
Uno di quei posti che mi ha sempre riparato, un luogo che ai miei occhi l’intervento umano magicamente non ha mai peggiorato, pur contribuendo indubbiamente e inevitabilmente a mutarne più volte l’aspetto in questi oltre 30 anni di vita.
Difficile datare i ricordi, soprattutto quelli più antichi.
L’unica certezza è che quel posto lo scoprii attorno al 1983, periodo in cui frequentavo gli ultimi due anni di liceo scientifico e in quella stessa scuola mio fratello affrontava il principio del linguistico.

In classe con lui c’era una coppia di gemelli, un ragazzo e u1601123_741200169267268_7041706107402675040_nna ragazza. Anch’essi avevano un fratello più grande.
Loro ed io: unico comune denominatore la musica.
Quattordici anni loro, diciassette io, qualcosa di più il fratello.
Lui, il fratello grande, disegnava fumetti e come fumetti disegnava anche i manifesti dei concerti organizzati dai ragazzi del suo quartiere in un posto di quartiere piazzato proprio davanti casa loro, al numero uno di viale Zagabria.
Conservo ancora un nastro che mi regalò: su un lato i Generation X, sull’altro i Ramones , copertina disegnata a mano da lui.
Bellissimo l’oggetto quanto il contenuto.
Fu così che cominciai a frequentare il Covo, che all’epoca non si chiamava in quel modo e non era nemmeno nello stesso posto dove si trova ora.
Per arrivare al Casalone, questo era il nome, bisognava difatti proseguire sulla scala che oggi porta al club e salire sino alla soffitta della grande casa, il posto che qualche anno dopo avrebbe preso il nome di Sottotetto e che oggi è murato da un cancello di ferro, proprio a fianco all’attuale entrata del Covo.
La cosa che ancora oggi ricordo distintamente è la sensazione di totale sorpresa che mi colse la prima volta che misi piede nel locale.
Quel posto, che già allora veniva considerato il più alternativo della città, non assomigliava per niente ad un rock club. Al locale si accedeva da una piccola porta piazzata in cima alla stretta e ripida scalinata esterna, di lì si entrava praticamente sul palco e la sala si srotolava poi in lungo. Soffitto basso, niente finestre, nessuna possibilità di fuga in caso di problemi.
Era appunto una grande soffitta di una enorme casa.
Lì in verità vidi un solo concerto, i Boohoos: rock and roll da Pesaro.
Ci passavo ogni tanto il pomeriggio, ancora troppo piccolo per trascorrerci qualche serata.MINERS
Di quei tempi mi è rimasto del materiale che veniva ingenuamente venduto in supporto al grande sciopero dei minatori inglesi contro il governo Thatcher.
Coal not Dole, era lo slogan stampato su adesivi tondi e gialli e su pezze di stoffa da cucire sulle spalle dei parkas di quella piccola comunità mod che da sempre gravitava da quelle parti.

Qualche anno appresso, dopo un breve periodo di stanca, il club traslocò al piano di sotto.
E cominciarono gli anni del Covo, con un logo in principio stilizzato sulla falsa riga del marchio Coca Cola.
La console dei dj stava nella sala dove oggi c’è il guardaroba ed era un tavolone sopra il quale le puntine dei Technics saltavano ad ogni urto.
Erano gli anni d’oro del brit pop.
Alberto, Ginka e Fede ai piatti, e la vecchia guardia, lì ancora da prima: Dedu e Yanez (gli Originals ancora oggi sul pezzo) e Steve, mentre Max ballava sulle panche a bordo sala sulle note di Pulp e Blur.

Poi vennero i concerti nella sala lunga e nera.FLYER 4
I miei vecchi appunti riportano la data del 1994 e nomi legati indissolubilmente all’epoca: These Animal Men e Mantaray.
L’anno dopo il salto avanti, in tutti i sensi: gente come Stereolab, Gene e Cast.
Di lì in poi la memoria aggancia nitidamente eventi e persone: gli Afterhours che affrontano la sala con la consapevolezza di essere diventati troppo grandi per quel posto o i Baustelle che si compiacciono di essere finalmente arrivati a suonare, cito testualmente, al CBGB’S di noialtri.
I Franz Ferdinand, gli XX e i Drums, tutti già pronti per un palasport ma per una notte ancora qui, davanti a 250 persone, col mondo fuori sparpagliato nel parco a reclamare un ingresso ormai impossibile.
I Mogwai che all’alba litigavano per portarsi a casa una cassa di birra, i Modest Mouse sul palco, più bevuti di noi che quella sera avevamo cominciato presto con i drink ed eravamo davvero belli avanti, i Libertines che dopo il concerto ballavano in pista, Eugene Kelly che suonava le canzoni dei Vaselines e i Comet Gain che suonavano le proprie di canzoni, spaccando cuori e spingendo fuori le lacrime. Le mille sere passate a far girare cd dentro i lettori davanti a sale a volte stracolme, a volte completamente deserte, ma sempre bellissime.

10616089_741197255934226_3977348375842319347_nSe trent’anni fa mi avessero detto che avrei visto tutto questo e anche molto di più e che in qualche modo sarei diventato parte integrante di questa realtà, avrei detto che sarei stato a posto così, che sarebbe stato anche troppo.
Oggi che la mia vita, non solo quella “musicale”, per un bizzarro ma evidentemente chiaro segno del destino gravita dentro e attorno a questo spicchio di vecchia periferia bolognese battezzata San Donnino, ora che trent’anni sono passati davvero e sono trascorsi proprio così, mi rendo conto che non ne ho ancora abbastanza.
Perché di un posto dove rifugiarmi chiudendo fuori tutto il resto avrò sempre bisogno.
Anzi ne ho bisogno oggi più che mai.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver #04.09

Los Angeles Police Department

Los Angeles Police Department

Sulla questione del nuovo album degli U2 è stato detto tutto, a questo punto. Personalmente non mi sono scandalizzato per essermelo ritrovato nel computer e penso che l’unica fondamentale lezione che possiamo trarre da tutta l’operazione è del resto semplice semplice: la musica è diventata un gadget. Punto. Nessuno pagherà più per un prodotto che viene dato in regalo, senza nemmeno la fatica di richiederlo. Siamo arrivati al punto di non ritorno, non ci rimangono che le nicchie. Le nostre piccole porzioni di mondo che ci ritagliamo settimanalmente a seconda delle forme del nostro gusto, che ci intestardiamo a ritenere manifestazioni artistiche.
Si continuerà a scegliere, ad informarsi e a pescare tra le decine di canzoni, album, video che settimalamente ci finiscono, in un modo o nell’altro, tra le mani con la consapevolezza che il mercato, quello vero, batterà un territorio inesplorato. Sempre più distante da quella visione che abbiamo coltivato da sempre.
La gratuità del consumo musicale non mi riguarda personalmente, comunque. Guardavo lo scaffale dove tengo i vinili (sì, lo so che non fa più figo dirlo) dell’ultimo anno: quasi 70 pezzi in 9 mesi. Che sommati ai 10 euro mensili che, lo confesso, lascio a quelli di spotify, mi fanno sentire abbondantemente in pace con la mia coscienza.
Non so nemmeno io il motivo, a dire il vero. So solo che fin da quando ho iniziato a seguire le vicende legate alla musica, e parlo di un bel po’ di anni fa, il fatto che un disco fosse pubblicato o meno da un’etichetta indipendente costituiva fin da subito una di quelle pregiudiziali che proprio non sono mai riuscito ad evitare di considerare.
All’inizio è stata una questione di meri gusti musicali. Se pescavo nel catalogo SST o Rough Trade era proprio perchè quelli erano i suoni (e le parole) che più mi emozionavano. Probabile che certi dischi mi piacessero poi perchè erano la raffigurazione di un mondo che mi consentiva di sentirti finalmente “differente” e rappresentato. Insomma nell’arco di trent’anni di frequentazioni musicali ho riempito casa di centinaia di dischi cosidetti “indipendenti”. Non solo quelli, naturalmente, ma -come dicevo- con una decisa predilezione per la categoria in questione.
Ho sempre coltivato una piccola avversione per il mondo della discografia ufficiale, quello delle cosidette major, di conseguenza. Ricordo ancora lo slogan che l’industria musicale forgiò all’epoca: “home taping is killing music”. Figurarsi che effetto poteva avere per noi che i dischi li compravamo dividendoci gli acquisti. Uno passava alla cassa con i New Order e una cassetta vergine per l’amico. La settimana dopo era il contrario: Wedding Present e cassetta d’accompagnamento obbligatorio per la registrazione “pirata”.
Quando la musica si è trasformata, per un breve periodo, nella mia professione principale il rapporto con le major del disco è diventato, se possibile, ancor più problematico.
Era una questione di predisposizione e linguaggio, innanzitutto. Passione da una parte, professione dall’altra, che non faceva mai rima con professionalità inoltre. A dire il vero dovrei ringraziarli, i ragazzi delle major romane. È anche grazie a loro se mi sono costruito una discografia indipendente di tutto rispetto. Grazie alle borse di promo che finivano per essere scambiati con le discografie complete degli Wire o con i vinili della K Records con la benedizione dei ragazzi di Disfunzioni Musicali che mi trattavano con la benevolenza che solitamente viene concessa ai parenti stretti.
L’episodio più divertente fu quando la major di turno mi convocò per un ascolto privato di un nuovo album di Neil Young (mi sembra fosse Mirror Ball). Non potevano nemmeno far circolare una copia promo. Nulla. Riserbo assoluto. Mi presentai con la mia copia vergine di una cassetta e lo registrai seduta stante, mentre lo ascoltavo, direttamente dal loro impianto. Ti lasciavano da solo per favorire la concentrazione dell’ascolto, dicevano. La sera stessa lo passai in radio, sulle frequenze della Rai. Nessuno si accorse mai di nulla. Qualche ascoltatore di Stereonotte però quell’edizione ancora se la ricorda.
Ehi, ma bando alle chiacchere, è lunedì: il tempo delle nostre 5 canzoni……..

 
ARIEL PINK – Put Your Number In My Phone

Cazzone di gran talento, Ariel Pink, con un nuovo singolo e album in arrivo. Put Your Number In My Phone è una canzone languida che profuma di anni sessanta, di serate estive passate sulla spiaggia, di surf e strumentazione vintage. I 70 minuti del nuovo disco (in 2 brani con Kim Fowley) si prospettano come una delle potenziali bombe dell’anno.

 
FOXYGEN – Cosmic Vibrations

Da Ariel Pink a Foxygen il passo è breve, tant’è che pure loro hanno cercato di farsi produrre l’album in uscita da  Mr. Kim Fowley, senza riuscirci. Insomma il background è il medesimo: psichedelia virata in chiave pop, gli omaggi ad una certa stagione del rock classico con l’attitudine scapestrata di chi comunque non si può prendere troppo sul serio. Cosmic Vibrations (no, appunto….dai) è una ballata punteggiata da tastiere di altri tempi e voci in falsetto. Pezzo stratosferico.

 
LOS ANGELES POLICE DEPARTMENT – She Came Through (Again)

Questa canzone è fragile come le prime ballate dei Grandaddy. Poi appena appena qualcuno lavora sulle melodie vocali, su qualche arrangiamento a più voci, si tira in ballo il nome dei Beach Boys, inevitabilmente. Canzone dal tono intimo ma con un andamento che ti acchiappa e non ti fa più scappare, ti tiene stretto nella quiete di una psichedelia appena accenata. Gioiello.
Ryan Pollie canta, suona e registra, da solo in casa. L’album di debutto dura 24 minuti per 11 canzoni e ne fa una delle più interessanti scoperte di quest’anno.

 
OPERATORS – True

Mi mancano i dischi della DFA. Mi manca il faccione di James Murphy, sinceramente. Penso che LCD Soundsystem sia uno dei pochi nomi degli anni zero che meriti rispetto e devozione. Il nuovo progetto di Dan Boeckner (un passato da protagonista nei Wolf Parade, Handsome Furs e Divine Fits) sembra riavvolgere il nastro e ripartire da quei suoni che combinano l’aggressività del punk-rock, il ritmo del funk bianco e un diluvio di synth a ricordarci la sempreverde lezione della new-wave dei primi anni ottanta. Questa versione dal vivo, con la batteria posizionata in primo piano sul palco, è semplicemente fighissima.

 
SHELLAC - Dude Incredible

A sentire questa canzone (ma andrebbe bene l’intero album) qualcuno dovrebbe arrossire per la vergogna di aver mai posseduto e, sopratutto, ascoltato un qualsiasi disco dei Rage Against The Machine, per dire. Chitarre che scuotono le fondamenta, ritmi che prendono per la gola. Steve Albini ci ricorda semplicemente cosa significhi suonare duro, senza compromessi. Un basso, una batteria e una chitarra. Volumi da spavento. Riff come rasoiate (l’ho scritto? cazzo, l’ho scritto!) e una voce sgraziata che colpisce esattamente dove deve colpire. Dedicato a tutti quelli che ascoltavano “metal”. La vostra adolescenza è stata terribile, passata ad ascoltare quei dischi terribili. Una qualsiasi canzone degli Shellac vi costringe a dolorose sedute di autocommiserazione, ne sono certo.

Cesare Lorenzi

Fiver #03.09

Avi Buffalo

Avi Buffalo

“La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.” (Jep Gambardella)
Ora, io non ho l’etá del protagonista della Grande Bellezza però questa è una frase che, da quando l’ho sentita, pur nella sua apparente ovvietá, non sono più riuscito a scollarmela dalla mente.
Troppo spesso mi sono reso conto di aver seguito, anche al di fuori delle routine quotidiane imposte, anche quando non era indispensabile, percorsi consolidati seguendo una sorta di inerzia invisibile e ineludibile.
Restando alla musica la frase di cui sopra mi è tornata prepotentemente in mente l’altro giorno mentre ascoltavo il nuovo DFA 79.
Quante volte ho ascoltato cose assolutamente impresentabili solo perchè “dovevo”, per non restare tagliato fuori dalle logiche della massa?
Al di lá del disco in questione, che trovo brutto e banale ma che viene fatto passare per una geniale reinvenzione di canoni esistenti (?), volendo parlare anche di concerti, bestemmio se dico che all’ultimo concerto dei Mogwai, a cui sono andato per una sorta di obbligo morale (“cazzo vengono i Mogwai a 15 minuti da casa tua e non ci vai?”) mi sono slogato la mascella dagli sbadigli mentre poche sere fa accompagnando mia figlia a vedere Caparezza (lo so, lo so) sono tornato a casa fischiettando?
La realtá è che se stasera sono qui a scrivere questo Fiver mentre il mondo intero social e non, confessandolo o meno, “deve” ascoltare gli U2 è perchè, giusto o sbagliato, l’ho scelto io e non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

Whirr – Mumble

Probabilmente a fine anno al primo posto della mia personalissima classifica scriverò il nome Nothing. Nick Bassett, che della formazione di San Francisco è il bassista, ha deciso che se proprio devo togliere Guilt of Everything dal piatto sará solo per metterci sopra i suoi Whirr.
Ad ulteriore conferma mi sono ritrovato pochi giorni fa sotto le bianchissime statue della basilica di San Giovanni a Roma che si stagliavano contro un cielo color piombo.
Mi sembrava di essere dentro una copertina dei Joy Division…In quell ‘esatto momento le cuffie mi hanno imposto Mumble. Momento perfetto, se ce n’è uno.

Avi Buffalo – Memories Of You

Me lo ricordo ancora, Cesare, quando diversi anni addietro tra l’incredulo e il disgustato mi dicesti “ma come non conosci Elliott Smith? ..ma..ma Either Or è musica nostra al 100%.. “. Effettivamente non so perchè avevo “bucato” così clamorosamente uno degli artisti che in seguito avrebbe punteggiato molti dei miei ascolti (e stati d’animo). E quando questo pezzo scritto da quell’insopportabile genietto di Avigdor (!) Zahner-Isenberg (nome da cattivo di un film di james Bond, ne converrete ma anche gran talento) al secondo n. 13 di Memories of You si appiattisce sulla melodia di Son of Sam non posso fare altro che ascoltarlo fino alla fine con un sorriso amaro per poi rimetterlo su un altra volta, e un’altra ancora.

Twerps – Hypocrite

Questa è stata un’estate particolare e mi sono perso completamente le serate dell’Hana bi compreso quel momento immancabile che si ripresenta con inesorabile cadenza annuale nel quale io e il mio amico Fabio in evidente stato di alterazione alcolica sbandiamo in pista abbracciati facendo finta di sapere le parole di un pezzo particolarmente sgangherato ed irresistibile. Questo pezzo sarebbe stato perfetto, Fabio.

Mazes – Salford

Inglesi innamorati di chitarre dispari con, da sempre, le mani grondanti ritmi motorik.
Salford parte con un basso tipicamente Fall e una chitarra arpeggiata molto Sonic Youth. Quando le voci di lui e lei cominciano a dialogare come in una moderna Kool Thing sono giá impegnato a saltare scompostamente per la stanza facendo inavvertitamente volare a terra i pokemon di mia figlia sotto il suo sguardo severo e un po’ sconsolato.

New Pornographers – Bill Bruisers

Il gruppo canadese appare e scompare. Ho perso il conto di chi ci suona e francamente mi inetressa poco. Quello che mi diverte è la svergognata indecenza con cui iniettano dosi cafone di Electric Light Orchestra nei pezzi del nuovo Brill Bruisers con risultati, in diversi pezzi, assloutamente irresistibili alle mie orecchie.
Dopotutto, volendo chiudere il cerchio, “Che cosa avete contro la nostalgia, eh? È l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro, l’unico.” (Romano-La grande bellezza).

Massimiliano Bucchieri

Fiver #02.09

Warren Ellis

Warren Ellis

Poco sesso, pochi scandali, molta guerra, molto teatro, molte famiglie in difficoltà e di sicuro nessun capolavoro. Questo in 2 righe quello che ha lasciato la 71esima Mostra del Cinema di Venezia. A mio avviso tra le edizioni più modeste degli ultimi anni anche a causa della concorrenza ormai agguerrita del sempre più potente Festival di Toronto in corso in questi giorni.

Sul fronte a noi più caro, quello musicale, segnaliamo invece i 2 lavori della coppia Warren Ellis e Nick Cave che firmano la colonna sonora di “Loin des Hommes” (di cui parleremo in seguito) e gli Explosions in the Sky che accompagnano per l’ennesima volta il lavoro del loro amico regista texano David Gordon Green . Green era il regista che alla vigilia aspettavo con più impazienza in quanto usciva da 2 film a mio avviso riuscitissimi come Prince Avalanche e Joe, entrambi in cima alle mie preferenze 2013 e segnalati anche su queste pagine.

Il suo nuovo lavoro : Manglehorn interpretato da Al Pacino risulta invece solamente “piacevole” e scivola via senza nessun graffio così come non graffiano gli amati Explosions in the Sky.

Ma non è compito di Fiver commentare le aspettative disattese oppure i premi assegnati nella giornata conclusiva, quindi mi attengo al più gradevole compito di  indicare le 5 opere che per un motivo o per l’altro mi sono rimaste più dentro nella settimana veneziana

 

LOIN DES HOMMES di David Oelhoffen  (Francia)

loin des hommes

Le colonne sonore di Warren Ellis non le senti. Però succede che sei lì che segui una narrazione piuttosto normale ed ordinaria e a metà film ti accorgi che tutto sta assumendo una dimensione epica come i vecchi western che vedevi da bambino e ti rendi conto che questo processo dell’anima è aiutato sostanzialmente proprio dalle note apparentemente innoque composte da Warren Ellis (ovviamente stiamo parlando del fondatore dei Dirty Three e non dell’ononimo scrittore britannico)

Mi era già capitata la stessa cosa con The Road, con Lawless e soprattutto con il sottovalutato “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, tutte pellicole di cui la coppia Ellis/Cave firmavano le splendide colonne sonore.

In questo caso i nostri si mettono al servizio del regista francese David Oelhoffen che ha l’idea originale di prendere un breve racconto di Camus (L’ospite) , ambientato nella guerra franco-algerina e girarlo come se fosse un western. Ne esce una pellicola a mio avviso tra le migliori viste a Venezia 2014 e che forse rappresenta il mio personalissimo Leone d’Oro.

Da sottolineare la prova di Viggo Mortensen che recita in arabo per rendere più credibile il suo personaggio (dopo aver recitato in russo per Cronenberg alcuni anni fa ne “La Promessa dell’assassino”). Uno dei mille motivi per scegliere sempre – quando è possibile – i film in lingua originale.

 

GOODNIGHT MOMMY di Veronika Franz e Severin Fiala (Austria)

goodnight-mommy

 

Il film che quest’anno non è riuscito a Kim Ki-Duk è invece riuscito alla regista austriaca Veronika Franz, qui alla sua opera prima e conosciuta in patria per essere la sceneggiatrice del regista di culto Ulrich Seidl.  Di sicuro il risultato ottenuto dalla Franz è quello di avere portato la trama a mio avviso più originale dell’intera rassegna, in una Mostra che al contrario ha spesso riproposto storie già viste.

In “Ich seh, ich seh”, il titolo austriaco del film che significa “Vedimi, Vedimi”, una madre ritorna a casa con il volto completamente bendato dopo un delicato intervento chirurgico. La donna non vorrà mai farsi vedere sbendata dai 2 figli (due gemelli di 10 anni) e il suo carattere risulterà completamente cambiato dopo l’intervento. Diventata più rigida e lontana dagli affetti tratterà i figli – senza padre – con gelo e severità, tanto che i bimbi inizieranno a dubitare che quella sia la loro vera madre. Per tutto il film saremo spettatori della relazione sempre più tesa tra i 3 protagonisti.

Non so se il film uscirà in Italia, ad oggi non mi risulta comprato da nessuna casa di distribuzione. Nel caso uscisse e venisse presentato come un horror (errore fatto con lo splendido “Lasciami entrare” di qualche anno fa) sicuramente non incontrerà il favore degli appassionati del genere.

Ma se verrà presentato come thriller psicologico e film d’autore penso possa avvicinare molti estimatori proprio per la sua originalità

 

SHE’S FUNNY THAT WAY di Peter Bogdanovich – Usa

she.s funny...

“La commedia non è un genere cinematografico è un modo per intendere la vita. La commedia non la puoi costruire o ce l’hai dentro oppure ti riuscirà un prodotto artefatto” Ho pensato a questo commento critico vedendo l’ottimo ritorno alla regia di Peter Bogdanovich. Non si può certo gridare al capolavoro o al film che rimarrà negli annali, ma in ogni modo vedere una commedia ad un Festival cinematografico è già un evento raro , vederla riuscita lo è ancora di più.

Fa strano rilevare che il il ritmo ed i dialoghi più freschi e genuini visti alla Mostra vengano da un regista di 75 anni tra l’altro finito per lunghi periodi nell’assoluto anonimato.

Per il resto , chi non lo ha ancora fatto , si segni il nome di Imogene Poots la giovane attrice inglese che sicuramente ha sempre di più la strada spianata anche ad Hollywood per ricevere infinite proposte. Vedremo se saprà sceglierle al meglio.

 

 

99 HOMES – di Ramin Bahrani – Usa

99 home

 

I registi indipendenti americani che sbarcano ad Hollywood hanno solo 2 possibilità: o vengono  inglobati dal mainstream o riescono a mantenere uno sguardo piuttosto originale sulle cose.

Il buon Ramin Baharani sembra appartenere a questa seconda categoria. In 99 Homes sceglie 2 attori conosciuti : il sempre più bravo Michael Shannon e il giovane Andrew Garfield (il nuovo Spiderman per intenderci) e ci racconta il dramma molto attuale delle famiglie sfrattate dal Governo degli Stati Uniti a causa dei mancati pagamenti di rate di affitto. Una trama del genere in mano ad un regista europeo avrebbe avuto sicuramente un taglio più lento e malinconico. Baharani riesce invece a girare un film ricco di adrenalina e con il ritmo quasi da action-movie. Per questo motivo il film (se e quando uscirà) potrà avere anche un buon riscontro di pubblico.

 

 

RETOUR A ITACHA di Laurent Cantet – Francia

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Il gioco che propone Laurent Cantet è molto simile a quello proposto ne “La Classe” il suo film più noto che vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2008. Se allora chiudeva tra le mura di una classe di liceo francese il professore ed i suoi alunni, questa volta Cantet ci propone per 2 ore l’incontro tra 5 amici cubani su una terrazza di l’Avana. Il motivo della serata è quella di ritrovarsi insieme dopo 16 anni per festeggiare il ritorno da esule di uno di loro. Le sceneggiature di Cantet non sono mai banali e portano a riflettere su vari punti di vista. In questo caso è la nostalgia a farla da padrona e tutti i protagonisti risulteranno sconfitti e schiacciati dai loro sogni e dalla loro terra.

Forse troppo spinto nel criticare Cuba il film sicuramente potrà interessare maggiormente agli amanti di questa splendida e contradditoria isola.

Il film dovrebbe uscire in Italia a Gennaio 2015 con il più scontato titolo “Ritorno a l’Avana” ..forse perché c’e’ timore che il pubblico non sia all’altezza di sapere che cosa è e cosa rappresenta l’isola di Itaca.

 

 

Come a volte può accadere nel Fiver, cado nella tentazione di segnalare una “bonus track” o movie..in questo caso..

Si tratta di “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer.

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Non l’ho segnalato nella mia top five solo perché se ne è largamente parlato sui giornali e inoltre la vittoria del Gran Premio della Giuria lo aiuterà sicuramente a girare nelle sale.

Il membro più noto nella giuria di quest’anno (Tim Roth) lo ha definito “masterpiece” : capolavoro.

Forse un giudizio esagerato dal punto di vista strettamente cinematografico, ma a mio avviso assolutamente calzante per l’importanza umanitaria dell’opera. Mettere cioè a confronto vittime ed artefici del genocidio indonesiano degli anni ’70 e di cui la storia ha tramandato ben poco.

In questi giorni sta passando su Sky Arte la precedente opera di Oppenheimer “The act of Killing” che ebbi il piacere di segnalare a gennaio su queste pagine tra i migliori documentari del 2013 e di cui “The Look of Silence” è l’ideale seguito.

Se vi capita – e se siete interessati a queste tematiche – non perdetelo …anche se di certo non saranno 2 ore di svago.

MASSIMO STERPI

 

Fiver # 01.09

The Hive Dwellers

The Hive Dwellers

In questo agosto appena concluso – mese strano come tutta l’estate che va sfumando senza mai essere davvero cominciata – mi è capitato di assistere ad alcuni concerti che per un motivo o per l’altro se non sono stati tra i migliori visti nel corso dell’intero anno, sono stati senz’altro quelli dove più mi sono divertito. D’altra parte infilare in sequenza Black Lips, Belle and Sebastian, Van Pelt e Oh Sees era un po’ come srotolare un tappeto rosso davanti ai miei piedi e invitarmi a passeggiarci sopra, peraltro in un periodo che per sua natura – festival a parte – non dovrebbe offrire grandi emozioni. Una premessa allettante che alla prova dei fatti non si è per nulla rivelata deludente.
Questi quattro concerti meriterebbero ognuno un racconto a parte e può anche darsi che prima o poi mi venga da scriverne: abbandonata ormai da tempo l’idea di essere tra i primi a parlare di una cosa in un’epoca in cui la cronaca si fa in tempo reale con un tweet, sarebbe d’obbligo essere viceversa gli ultimi a farlo, ragionandoci sopra con calma.
Qui volevo solo rilevare una caratteristica comune ai gruppi che ho incontrato in quei giorni, un attributo difficilmente definibile e scarsamente considerato dai più: l’attitudine. In particolare un paio di episodi hanno stimolato la mia attenzione: John Dwyer, unica pedina rimasta in piedi negli Oh Sees, presentatisi per il resto in formazione rimaneggiata e stravolta (ok, a tutti è mancata la presenza della ragazza alle tastiere e il chitarrista mod tatuato fino al mento), prima del concerto ha chiesto che fossero rimosse le transenne che separavano il pubblico (che si immaginava piuttosto caldo, per questo erano state previste barriere altrimenti assenti in quel luogo) dal palco (che come i frequentatori dell’Hana Bi sanno è alto quanto il palmo di una mano) e a concerto iniziato è poi entrato immediatamente in rotta di collisione con il servizio d’ordine che provava, come da contratto, ad arginare crowd surfing ed irruenza delle prime file che si, in effetti, erano piuttosto entusiaste, facendo si che lo stesso servizio d’ordine si ritirasse rapidamente ai margini della scena.
Poi mi ha colpito il fatto che dal canto loro i Black Lips, gruppo ormai da tempo elevato ad uno status major, qualunque significato vogliate dare al termine, vadano ancora in giro scassati come la prima volta che si presentarono a suonare da queste parti (credo fosse il tour di Let it Bloom e si esibirono se ben ricordo in un centro sociale di Ravenna tipo 2005, io quel giorno avevo altro da fare quindi non dispongo di dettagli) e quando decidono di creare un effetto scenico per il proprio palco lo fanno appendendo alle spalle del batterista due lenzuoli cuciti male con verniciato sopra a spray il loro nome sbilenco e qualche fiore dai contorni incerti.
Tutto ciò non significa probabilmente nulla.  Ma a me che sono nato (musicalmente) quando si cominciava a teorizzare l’abbattimento delle barriere tra un artista e il suo pubblico, si iniziava a praticare il do it yourself e tutte quelle menate che andavano di moda quando c’era il punk, ste robe ancora un po’ di effetto lo fanno.
E mi fanno riflettere ancora una volta circa cosa intendiamo noi per musica e cultura indie e cosa invece intende il resto del mondo. Ma il pippone stavolta lo risparmio: a me stesso prima ancora che a voialtri.

Reigning SoundFalling Rain

A proposito di pubblico irrequieto: uno dei concerti più coinvolgenti ed elettrici mi sia mai capitato davanti agli occhi fu la data che abbinava sulla stessa spiaggia i festeggiamenti per le estemporanee reunion di Oblivians e Gories (Hana Bi, 17/7/2009).
Uno dei tre Oblivians, Greg Cartwright, è anche il cantante e chitarrista dei Reigning Sound. Mi avessero detto solo qualche anno fa che a un certo punto sarei finito ad ascoltare (anche) questa musica non ci avrei mai creduto: tradizione americana pura tra Bob Dylan e Bruce Springsteen (addirittura!!!!). Per aspetti diversi potrei pensare la stessa cosa riguardo i miei ascolti del nuovo Ty Segall o dei Woods o di Kurt Vile, tutta gente che mi piace parecchio ma che di nuovo ha ben poco. Intendiamoci: oggi nulla è nuovo. Ma di qui a mettermi ad ascoltare musica che ha molto a che fare con Dylan e Springsteen (da un gruppo nato a Memphis, Tennessee potremmo aspettarci altro?) e nulla da spartire con Suicide e Joy Division, pensavo corresse molta più strada di quella che in realtà ho percorso. In ogni caso questo è un gran bel disco e Falling Rain è un pezzo che ha la cadenza e la portata di un piccolo inno.

Real EstatePaper Dolls

Per quanto anch’io non apprezzi per nulla i dischi di sole cover di un unico artista (cfr. Fiver di Cesare la scorsa settimana a proposito di Arthur Russell), nella mia personale collezione ho diversi album del genere che pagano tributo a Velvet Underground, Jam, Galaxie 500, Suicide, Joy Division, Slowdive e andando a braccio, lontano dalla libreria dove sono depositati, credo di dimenticarne qualcuno. A conferma della premessa devo dire che questi dischi li comperai per curiosità e che nessuno di questi mi piace. Viceversa apprezzo quegli artisti che pagano pegno alle proprie influenze ed esplicitano le loro passioni suonando cover di canzoni altrui ai concerti o infilandone qualche registrazione su disco, in genere sui lati b dei singoli. Mi vengono in mente la Disorder dei Bedhead e le Ceremony di Galaxie 500 e Xiu Xiu, ad esempio. I Real Estate piazzano sul retro del loro nuovo singolo (Had to Hear, estratto dall’ultimo album Atlas) Paper Dolls, canzone dei Nerves, misconosciuta ma gloriosa band power pop californiana con un impressionante rapporto inverso tra dischi pubblicati (un solo ep) e influenza esercitata sui posteri (uno dei pezzi più conosciuti dei Blondie, Hanging on the Telephone era roba loro, per dire). Ottima scelta quella di interpretare un pezzo dei Nerves, canzone che peraltro si adatta ai morbidi giri di chitarra della coppia Courtney/ Mondanile molto più di quanto mai avessimo potuto prevedere.

Twin Peaks “Flavor

Big Star, Teenage Fanclub, Posies, Replacements a proposito di power pop su le antenne e una bella girata alla manopola del volume: da Chicago ecco i Twin Peaks, quattro ragazzi giovanissimi che in attesa di farci ascoltare un album intero (in uscita proprio in questi giorni) hanno messo fuori un ep che si intitola come la canzone qui sopra. Meno di due minuti sono sufficienti per metterci dentro tutto quello che ci deve stare.

Burnt Palms “Isolation

Fossero stati britannici e nati 20/30 anni fa, questi Burnt Palms avrebbero avuto ottime possibilità di infilarsi nella classifica dei 50 migliori dischi indie inglesi che abbiamo appena finito di commentare. In realtà queste due ragazze e il loro amico sono nati giusto l’altro ieri nella California del Nord e suonano veloci, ritmati e melodici come si confà a chi ha i Buzzcocks nel cuore e le spiagge del Pacifico nell’anima. La batteria è una mieti trebbia che macina i primi  settantacinque secondi di questa canzone spianando il campo e lasciando poi a quel punto alla voce lo spazio per aprirsi in un verso che è ossigeno puro. The Girl You Knew è il loro secondo album e a quanto pare sarà stampato  dai tipi della We Were Never Being Boring, il che, per quanto mi riguarda, equivale a una certificazione di qualità doc.

The Hive Dwellers “Streets Of Olympia Town

Ogni volta che esce un disco che vede coinvolto Calvin Johnson a casa mia si fa festa. Gli Hive Dwellers sono la sua anima folk e Moanin’ è il loro secondo album. Allegro e ciondolante come il rimbombo della sua vociona che ci parla della città che tanto gli è cara in questa canzone. Sul sito della K Records a gennaio del 2013 misero un annuncio con cui cercavano ragazzi di Olympia che sapessero ballare come Calvin Johnson per partecipare alle riprese del video del pezzo. In giro non ne ho visto traccia e dato che è passato un anno e mezzo temo che non abbiano trovato soggetti adatti. Oppure il video uscirà adesso, in concomitanza della pubblicazione dell’album. Se lo vedete avvisatemi, non vorrei perderlo per nulla al mondo.

Arturo Compagnoni

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

10 – 1

10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21

leggi la quarta parte, i dischi dal  20 – 11