An old passion. For Tomorrow. (Fiver #08.2015)

BLUR

BLUR

Credo sia innegabile che per tutti esistano Passioni e passioni. Storie fondamentali che poi finiscono. Fiammate insane che bruciano nello spazio di poco tempo. Relazioni che durano tutta una vita anche se poi, dopo tutto, in nessun momento sono mai stati la “tua storia più importante”.

Ci sono due nomi che mi vengono in mente, ovviamente a livello personale, quando cerco di applicare all’ambito musicale questa teoria (esercizio tipico per chi alla musica ha assegnato una centralità nella propria vita per molti altri incomprensibile), i REM e i Blur.

Gruppi che mi hanno accompagnato nel tempo senza mai tradirmi e che hanno punteggiato fasi e momenti della mia vita ma senza essere mai, se non per brevissimi momenti, veramente imprescindibili.

Quando, nei giorni scorsi, è uscita la notizia del nuovo album dei Blur, atteso da anni, in questa overdose quotidiana di notizie, l’effetto è stato un po’ quello della lettera che estrai subito dalla pila, o la mail o il messaggio di whatsapp che vai a leggere per primo, una questione di sentimento sempre ben presente, o semplicemente di rispetto. E a un tratto mi sono tornati alla mente i particolari della nostra “relazione”.

Reading Festival 1991Reading 1991

Setlist: Explain, Bang, High Cool, Bad Day, Oily Water, She’s So High, Turn It Up, There’s No Other Way, Wear Me Down, Mr. Briggs, Slow Down, Come Together, Commercial Break

Damon con un caschetto biondo improbabile. Blur piazzati a metà pomeriggio, molto lontani dagli headliner Carter USM e James, con la stampa inglese che li da già per finiti.Io nel pratone con una compagnia improbabile a chiedermi perchè mi sono perso i Nirvana il giorno prima.

Reading Festival 1993

Setlist: Intermission, Popscene, Come Together, Colin Zeal, She’s So High, Sunday Sunday, Bank Holiday, Pressure On Julian, Commercial Break, There’s No Other Way, Chemical World, Coping, Parklife, For Tomorrow, Advert.

Una tenda imballata, il palco come un salotto. Modern Life is Rubbish. For Tomorrow che  sembra Bowie. Euforia contagiosa. Un impressione di decollo imminente.

Factory, Milano 12/11/1994

Setlist: Lot 105, Coping, Jubilee, Popscene, Tracy Jacks, End Of A Century, Chemical World, Badhead, There’s No Other Way, To The End, Advert, Supa Shoppa, Parklife, Girls & Boys, The Debt Collector, Bank Holiday, This Is A Low

Parklife, l’apoteosi. Per una sera Milano mi sembra Londra. La Londra che non c’è più. Comprare Ep e magazines la sera tardi da Tower Records a Piccadilly, il Melody Maker, il Notting Hill Records Exchange…

Vox Club Nonantola (Mo), 14/3/1996

Setlist: Intermission, Popscene, It Could Be You, Charmless Man,Tracy Jacks, End Of A Century, Coping, To The End, Entertain Me, Jubilee, Mr. Robinson’s Quango, Globe Alone,Advert, Bank Holiday, Supa Shoppa, Country House – 1st Encore – Girls & Boys, He Thought Of Cars, Stereotypes, This Is A Low- 2nd Encore -Parklife – The Universal

Country House, la gazzarra con gli Oasis. Il Britpop degenera. The great escape. L’edonismo. Una sensazione di vuoto.

Taratata, Paladozza Bologna 1/3/1999taratata1marzo

Può esistere qualcosa di più assurdo dell’accoppiata Blur/Grignani impegnati in mini show introdotti dal desaparecido Enrico Silvestrin a favore delle telecamere televisive? Non credo. Dalle gradinate amore per i Blur adulti di Beetlebum e Song 2 ma la classicità farlocca di Tender mi sconforta. Per una coincidenza a posteriori veramente bizzarra gli altri megaospiti stranieri di quella sgangherata trasmissione furono proprio i Rem…

Primavera Sound, Barcelona 2013

Setlist: (Theme From Retro), Girls & Boys, Popscene, There’s No Other Way, Beetlebum, Out Of Time, Trimm Trabb, Caramel, Coffee & TV, Tender, Country House, Parklife, End Of A Century, This Is A Low -Encore – Under The Westway, For Tomorrow (Visit To Primrose Hill Extended), The Universal, Song 2

Quattordici anni dopo ci ritroviamo. Invecchiati. (Io peggio indubbiamente) Ma dopo un iniziale imbarazzo l’abbraccio è di quelli caldi e sinceri.

E arriviamo ad oggi. Go Out è fuori. Niente di incredibile ma è un pezzo non banale da preferire a molte altre cose in circolazione che giocano “sicuro”. Una certezza a cui (ri)aggrapparsi.

Il nuovo album esce il 27/4 e saremo lì in tanti, innamorati o semplici compagni di percorso.

Una passione con la p minuscola ma che fa parte in maniera indiscutibile della mia Vita.

Blur – Go Out

Yung- Nobody Cares

Semplicemente una bomba. Da Aarhus, Danimarca.

Parte arpeggiato, si trasforma in un invito a pogare, si arresta, cambia strada e si conclude come un inno generazionale con quel “Nobody Cares” urlato parossisticamente.

In mezzo tante di quelle idee da riempirci un album e una giostra impazzita di riferimenti inglesi, americani e australiani.

Impensabile perderseli al prossimo Beaches Brew.

Cheatahs – Sunne

Lo so, lo so. Loveless. My Bloody Valentine. Lazarus. Boo Radleys, blah, blah. Chissenefrega. Tipiche sonorità che su di me hanno lo stesso effetto della presa del dito Wuxi…Kung Fu Panda anyone? Insomma, Skatoosh! Tornano i Cheathas con 4 tracce che compongono il Sunne Ep e mi spaccano il cuore in due un’altra volta.

Il tutto incomprensibile per chi guarda da fuori, come il vero amore d’altronde.

Krill – Tiger

Chissà se ne hanno venduta almeno una delle mozzarelle nelle quali avevano posizionato una chiavetta usb con la loro musica..

Dall’eccellente Exploding In Sound Records di Brooklyn, dalla quale sono in arrivo anche i potentissimi Pile, i Krill si ripresentano dopo l’interessante ma incompiuto Lucky Leaves del 2012.

Chitarre storte, melodie accennate, potenza trattenuta. Tiger si ferma un attimo prima di diventare un pezzo dei fratelli Kinsella, un attimo prima di diventare un pezzo dei Pavement, un attimo dopo avermi fatto (quasi) innamorare.

Boxed In – All Your Love Is Gone

Ricordo un’assurda trasferta di mezza estate, diversi anni fa, ad Arezzo per vedere gli Lcd Soundsystem che avevano pubblicato da poco tempo il primo album e una manciata di singoli. Partenza a metà pomeriggio, autostrada imballata. Caldo africano.

Nell’incantevole (!) cornice dello stadio comunale James Murphy e soci mi acchiapparono letteralmente braccia e gambe scaraventandomi in un’insensata, irrefrenabile danza. Alcune ore dopo, a notte fonda, il ritorno a Bologna sulla multipla del mio amico Marco, ovviamente placidamente addormentato accanto a me,  si trasformò in un’ epica battaglia con il sonno che se l’avessi persa non sarei ora qui a raccontare.

E i Boxed In? Ah, ok. Sono inglesi, nell’album vogliono giocare a fare i Disclosure con poca fortuna ma questo pezzo, ogni volta, mi fa sentire allo stadio comunale di Arezzo e mi dipinge un sorriso malinconico sulle labbra.

Massimiliano Bucchieri

Now or Neverland (Fiver #07.2015)

I'M FROM BARCELONA

I’M FROM BARCELONA

Uno dei tanti processi che periodicamente mi ricordano quanto tanto la musica influenzi le mie giornate è la constatazione dei continui incroci tra episodi, anche banali, che capitano quotidianamente e frammenti, spesso piccoli e apparentemente insignificanti di dischi, canzoni e amenità varie che in un modo o nell’altro finiscono per collegarsi ad essi. Spesso ho la netta sensazione che, per quanto mi riguardi, sia la vita di tutti i giorni a ruotare attorno alla musica e non la musica a capitare incidentalmente, per quanto spesso, dentro la vita reale. L’altro giorno è bastato imbattermi in un paio di titoli di dischi in uscita per attivare tra me e me stesso una serie di considerazioni circa un argomento che in realtà ritorna da sempre ciclicamente nelle mie analisi, sia quelle personali che quelle relazionate alla gente che mi sta attorno. I dischi sono i nuovi album di I’m from Barcelona e Colleen Green e i rispettivi titoli, apparentemente antitetici, sono Growing Up Is for Trees e I Want to Grow Up. Entrambe le affermazioni si adattano perfettamente ai relativi autori e riflettono altrettanto fedelmente le corrispondenti età anagrafiche. Necessità di crescita e rifiuto della stessa sono due temi ricorrenti e difficilmente inquadrabili in opinioni pre costituite, per quanto in giro in molti sembrano avere giudizi fermi e sicuri sul tema. Per tanti anni pensavo fosse una cosa solo mia sta storia di non impegnarmi a crescere, inaugurata ufficialmente quando a cavallo dei 15 anni mi piombò tra capo e collo quel disco di Bennato che rileggeva la favola di Peter Pan cambiando la mia prospettiva sul come osservare le cose. In effetti a quell’epoca ero in anticipo sui tempi, bruciando di qualche anno la psicologia tutta (The Peter Pan Syndrome: Men Who Never Grown Up, il trattato con cui Dan Kiley definì la questione, usci nell’83 mentre Sono Solo canzonette di Edoardo Bennato venne pubblicato nel 1980). In realtà l’eterno fanciullo che credevo fosse faccenda solo mia era invece farina del sacco di un certo Ovidio, che già duemila anni fa codificava l’archetipo con aspetti mitologici nelle sue Metamorfosi. Il puer aeternus, eterno fanciullo appunto: un’esistenza condotta impegnandosi ad evitare le responsabilità e a schivare qualunque impegno definitivo. Una vita che fa perno su indipendenza e libertà, intollerabile porre limitazioni e confine alcuno. Che detta così sinceramente è una visione cui difficilmente potrei trovare qualcosa da obiettare. Se non che ad un certo punto ti accorgi che per quanto ti impegni a schivare problemi e responsabilità capita che prima o poi siano loro a scovare te e ad inchiodarti in un angolo da cui sei totalmente incapace di uscire perché non hai in mano alcuno strumento per farlo, non ci sei abituato. Però poi magari quel momento potrebbe anche non arrivare. Allora tanto vale continuare ad ascoltare le canzoni eternamente fanciulle degli I’m from Barcelona, efficace surrogato all’idea di affrontare un mondo concreto e una vita reale.

I’m from Barcelona “Violins

Ecco, appunto.

No Age “Six Pack

Con le cover ho un rapporto strano. Ogni volta che mi giunge notizia che uno dei “miei” gruppi pubblicherà la cover di una delle “mie” canzoni non sto nella pelle dalla voglia di ascoltarla. Poi immancabilmente quando la ascolto resto indifferente quando non addirittura contrariato. Ovvio che sia così. Se la canzone originale è una delle “mie” canzoni perché mai qualcun altro che non sia il suo autore originale dovrebbe riuscire a farne una versione migliore? In definitiva sono giunto alla conclusione che non è l’ascolto della canzone che mi interessa, bensì la dichiarazione ideologica che la scelta della canzone sottende. Nel caso dei No Age, gruppo troppo spesso (o troppo presto) dimenticato da molti, la dichiarazione a questo giro è di quelle che non lasciano spazio al dubbio: un 45 giri con su un lato Six Pack dei Black Flag e sull’altro Sex Beat dei Gun Club. Complimenti vivissimi.

Birth Defects “Party Suicide

Gli show degli Oh Sees sono piuttosto memorabili. C’è un motivo principale (la presenza di John Dwyer) e diversi motivi collaterali. Uno di questi è (era perché ora non c’è più) la figura di Petey Dammit, lo skinhead spilungone che suona una chitarra letteralmente appesa al collo facendola passare tramite amplificatori da basso (questa me l’hanno spiegata perché di tecnica notoriamente non capisco un accidente). Da quando ha abbandonato gli Oh Sees aspetto di vederlo ricomparire da qualche parte. Logico dunque che l’altro giorno, quando mi è capitato sotto gli occhi il video dei Birth Defects, la mia attenzione sia stata immediatamente catturata dalla sua presenza sulla sinistra. Non più skinhead ma indubitabilmente mod (culture del resto limitrofe e spesso sovrapponibili) e stessa chitarra (o è un basso?) agganciata al collo. Apprendo che il batterista di questi Birth Defects suonava nelle Bleached, il disco sarà prodotto da Ty Segall ed uscirà per la Ghost Ramp, nuova etichetta di Nathan “Wavves” Williams. Praticamente una bomba atomica pronta ad esplodere. Immagino che i promoter non abbiano bisogno del mio consiglio per segnarsi il loro nome e portarli immediatamente a suonare dalle nostre parti.

Joanna Gruesome “Last Year

La scorsa settimana ho letto un sacco di roba riguardo Sanremo scritta da un sacco di gente che fa parte del “mio giro”. Sinceramente mi sfugge il perché qualcuno che faccia parte del “mio giro” dovrebbe occupare il suo tempo guardando Sanremo e ascoltando certe canzoni e pure spendere le proprie energie per commentare l’evento. Non vedo un motivo che sia uno. Soprattutto se durante quella stessa settimana i Joanna Gruesome mettono a disposizione l’ascolto di una nuova canzone che sarà inclusa nel loro secondo album in uscita il prossimo (molto prossimo) 11 di maggio.

Dick Diver “Tearing the Posters Down

E’ abbastanza evidente che sto andando in fissa con l’Australia. I Dick Diver arrivano da Melbourne e stanno per pubblicare il loro terzo album per la Trouble in Mind, una di quelle etichette che sono garanzia di qualità. Questa canzone porta dritti tra le braccia di Chills e Go-Betweens e piacerà senza dubbio a chi apprezza i più recenti percorsi di una certa area di nuova America che ha tanto il sapor di antico (diciamo Woods e Real Estate, tanto per tracciare una linea).

Arturo Compagnoni

Love All Of Me (Fiver #06.2015)

Jon Spencer Blues Explosion

Jon Spencer Blues Explosion

Era un tempo dove capitava che qualcuno dei tuoi amici ti chiamasse la sera e ti dicesse semplicemente: tieniti pronto, domani mattina ti vengo a prendere, si va a Salisburgo a vedere Jon Spencer. Un dettaglio il fatto che fossero 590 chilometri, Bologna – Salisburgo e altrettanti al ritorno, naturalmente. Che ci fosse di mezzo l’università. Che non si sarebbe dormito, se non sul sedile della macchina, qualche ora in un parcheggio di un autogrill.
Ho parlato con Jon Spencer la prima volta nel settembre del 1994, proprio in quella occasione. Me lo ricordo con esattezza grazie alla piccola mania che mi fa segnare in un’agenda le date dei concerti a cui assisto. Il giorno esatto, per gli amanti dei numeri, é stato il 23.
Il club di Salisburgo dove abbiamo chiaccherato (la prima delle 3-4 volte che abbiamo avuto occasione di farlo) si chiamava Arge Nonntal.
Ma era anche il tempo in cui La JON SPENCER BLUES EXPLOSION aveva appena pubblicato, in rapida sequenza, Extra Width e Orange. I due album che contribuirono a fare di Jon Spencer e compagni un piccolo caso nel mondo dell’indie dell’epoca. La solita trafila fatta di articoli (in particolare sulla stampa inglese), tour sempre più frequentati e amicizie di un certo rilievo: Beck e Mike D di Beastie Boys tra gli altri. Condizioni che creavano quell’attesa che non ci faceva conoscere ostacoli. Bisognava andare e si andava. Punto.
Ricordo un Jon Spencer sfatto dalla stanchezza e da un tour che non regalava chissà quali soddisfazioni. Ma comunque disponibile per i due disperati arrivati appositamente dall’Italia per lui. Quella chiaccherata finì su un numero di Rumore.
Al di là della consuetudine che le interviste comportano, dal tracciato di domande e risposte un pò scontate ricordo che Jon Spencer mi lasciò addosso una sensazione che è sempre ritornata tutte le volte che ho avuto a che fare con lui, anche in seguito. Oppure anche solo osservandolo su un palcoscenico.
Una di quelle persone che si capisce immediatamente che non sono in quel luogo ed in quel ruolo per caso. La retorica del rock imporrebbe una di quelle sentenze tipiche di queste occasioni, roba così: un talento gigante toccato dal fuoco sacro. Ben più prosaicamente uno di quei personaggi che non ci si può immaginare possa fare qualcos’altro nella vita. Se non suonare una chitarra, urlare in un microfono con le stigmate del perfetto intrattenitore tatuate addosso.
Jon Spencer, come Bobby Gillespie per esempio, è uno di quegli artisti che paga i propri debiti. Gente capace di omaggiare un’infinità di artisti blues, soprattutto, ma anche punk che sono arrivati prima di loro. Non si tratta di copiare pedissequamente ma di prendere ispirazione, rileggere e trasformare lasciandosi ispirare dalla propria visione personale della materia. Più che suoni e canzoni in senso stretto un percorso che si misura in attitudine. Nonstante si capisca perfettamente da dove venga fuori ogni singolo riff il risultato finale è semplicemente una cosa nuova. Non solo ispirazione ma anche convinzione assoluta di quello che si sta per compiere. La Jon Spencer Blues Explosion è sempre stata una faccenda di vita vissuta. Dal primo all’ultimo istante. Senza compromessi.

The Jon Spencer Blues Explosion – Do The Get Down

Mi è tornato in mente tutto questo perché Jon Spencer e compagni hanno appena pubblicato una nuova canzone. E soprattutto un nuovo video. Che è veramente un omaggio fantastico ad una New York che c’era e che ora si è trasformata in qualcosa d’altro. Il pezzo, come si dice in questi casi, spacca di brutto. E fa pensare che l’album in uscita potrá comunque avere un senso. Ma il video, dove si susseguono una serie infinita di piccoli omaggi visuali (si riconoscono la vecchia Times Square pre Disney, gli Swans, Jay-Z, i Wu-Tang Clan, estratti di Permanent Vacation di Jim Jarmush, un concerto hard-core a Tompkins Square Park, il sindaco Giuliani, il vecchio Post e i suoi titoli sensazionalistici, Tom Verlaine, Basquait, i Ramones, il CBGB’s, New Yor Dolls, Patti Smith, Dead Boys, Talking Heads, Lou Reed che fa la pubblicità per gli scooter della Honda davanti al Bottom Line, Andy Warhol e Nico, Taxi Driver, Alan Vega, i Velvet Underground e molti altri): è nella sua semplicità un fantastico modo di ricordare un mondo del quale è possibile provare una certa nostalgia senza doversene vergognare.

Modest Mouse – Lampshades On Fire

Non potranno mai fare un disco banale, i Modest Mouse. Magari brutto (anche se dubito) ma banale no. Quello nuovo che uscirà da qui a qualche settimana si può ascoltare in una piccola parte di anteprima. Tre canzoni pubblicate che devono mantenere le attese di un intervallo infinito (ben 8 anni dall’ultimo “We Were Dead Before the Ship Even Sank”) e che danno il polso della situazione. Mi piacciono tutte e tre. Molto. Ci si ritrova tra le mani la band di sempre, in fondo. Con i soliti stacchi che vanno a prendere spazio, alla ricerca di respiro, come se all’interno della canzone ci sia sempre bisogno di un momento in cui è necessario fermarsi un attimo….yeah we have scars, yeah we have scars / This is how it’s always gone / And this is how it’s going to go…..canta Isaac Brock con la solita inconfondibile zeppola in “Lampshades On Fire”. Ma questa volta non ci sono rimorsi: è tempo di muoversi in avanti e di non guardare indietro…We’ll push, push, push, push, push a little forward….nonostante si sappia fin da subito che si commetteranno gli errori di sempre…..Find another planet, make the same mistakes…..Una canzone bella come la vita, insomma. Ogni tanto fa male però lascia segni del suo passaggio. Di questi tempi praticamente impossibile chiedere di meglio.

Twerps – I Don’t mind

Ma questa canzone dei Pastels che roba è?? Non mi sembra di ricordarla…..per poi scoprire che in effetti non si tratta della voce di Stephen Pastel ma di qualcosa che sembra molto molto simile. Ecco, ho detto Pastels. Si potrebbe finirla qui, evidentemente. Ma faremmo un torto ai Twerps e alle loro numerose sfumature. Perchè suonano,sopratutto in questo brano, come una copia dei Velvet rifatta da 4 studenti in overdose di cappuccino ma non solo. Quando si sente il suono inconfondibile della Rickenbecker tornano alla mente i Byrds, trattati con poca deferenza e un pizzico di irruenza. Allo stessa maniera di quelle bands che un tempo venivano etichettate come “paisley underground”. Un gioiello di disco, avrete inteso. Da Melbourne, altra parte del mondo.

Porcelain Raft – Closed Eye Vision

Dei Porcelain Raft non avevo mai sentito parlare. Ho solo avuto la fortuna di capitare ad un loro concerto, per puro caso. Era la data losangelina di Youth Lagoon e Porcelain Raft facevano da gruppo spalla. Porcelain Raft è il progetto di una sola persona, alla fin fine. Mauro Remiddi che da Roma si è trasferito a Londra e poi a Brooklyn per inseguire il suo sogno. Quella sera salirono sul palcoscenico in due: lui, alla chitarra, voce, synth e tastiere e un batterista, che ho scoperto proprio in questi giorni essere quel Mike Wallace che ora picchia i tamburi per i fantastici Viet Cong.
Quella sera fu un trionfo. Il giorno dopo comprai il cd del primo album che diventò la colonna sonora costante di quel viaggio americano. Per quel che conta finì dritto filato nella mia top ten di fine anno, il 2012. Lo scorso anno Porcelain Raft pubblicarono un nuovo lavoro, sinceramente sotto le aspettative. Mentre ora se ne escono con questa breve canzone, solo voce e piano, che me li riporta dove li avevo lasciati all’epoca dell’esordio. Una canzone evocativa, che come racconta Remiddi stesso è a proposito del deserto di Joshua Tree, Don Quixote e dinosauri (che è come dire nulla e il suo contrario però mi piace ugualmente).
94 secondi che mi rimettono in pace con il mondo.

Tobias Jesso Jr. – Hollywood

Alla maniera di un vecchio crooner, nonostante la giovane età, Tobias Jesso Jr. sembra avere le carte per rinverdire la tradizione della più classica ballata americana. Un piano Rhodes e la voce, innanzitutto. E la voglia di raccontarsi senza paura di scadere nell’autobiografia. Hollywood racconta della sua avventura metropolitana, alla ricerca di fortuna, alle prese con una band destinata al fallimento. Per lui canadese dalle belle speranze attratto e poi respinto senza troppi convenevoli dal sogno californiano. Adesso è il momento della rivincita, come si compete al classico copione che all’iniziale caduta alterna la successiva rivincita. Ora è il momento dei sold-out, degli articoli sulle riviste. Circondato da tutti quelli che all’inizio gli hanno voltato le spalle. Una di quelle sceneggiature scontate che però rimangono affascinanti.
Merito innanzitutto di Chet White, produttore e bassista della prima incarnazione dei Girls che è andato a ripescare Tobias Jesso Jr. fino a Vancouver, dopo aver messo le mani su un demo, procurandogli il contatto giusto. Non era proprio Randy Newman che cantava I love L.A., del resto? Uno di quei dischi che, lo confesso, in qualche scaffale di casa mia fa bella presenza, in compagnia di Ben Folds Five. Un altro che dietro ad un piano ha regalato belle canzoni.

Cesare Lorenzi

Did I dream you dreamed about me?

 

Tim Buckley

Tim Buckley

Ci sono canzoni che vivono di vita propria. Quasi sempre sono grandi classici, ma a prescindere dalla loro bellezza o popolarità, sono canzoni talmente potenti da staccarsi dal proprio autore, prenderne le distanze, e come fossero state partorite dal nulla se ne restano lì, come se fossero lì da sempre, in una sorta di empireo melodico, pronte a ridiventare sostanza nella voce di chi le interpreta di volta in volta.

Non ho mai visto i Dead Can Dance dal vivo ed è uno dei gruppi che ho amato di più nella mia gioventù. Mi sono dovuto accontentare di uno scialbo concerto di Brendan Perry che qualche anno fa in tour nordamericano proponeva canzoni sue e del gruppo facendosi accompagnare da proiezioni video dozzinali e arrangiamenti talmente approssimativi da riuscire nell’impresa veramente difficile di neutralizzare quella che ancora considero una delle migliori voci maschili di sempre. La performance si avviava verso la sua annunciata conclusione e la mia delusione ormai era tale che a stento sono riuscito a trattenermi dall’abbandonare a quel punto, senza concedergli bis. Eppure sono rimasto. Quando Brendan è tornato sul palco però questa volta ad accompagnarlo non c’era la band di prima ma il solo Robin Guthrie armato di chitarra e pedali. Ho pensato subito a This Mortal Coil. Non osavo sperare perché mi ricordavo bene che quella canzone sul loro primo disco era cantata da Elizabeth Fraser. Le note di Robin erano troppo dilatate per consentirmi di riconoscerla subito, ma quando Brendan ha attaccato a cantare non ci sono stati più dubbi: era Song To The Siren. Resto lì inebetito, lacrime agli occhi che lavano via il fastidio che fino a pochi secondi prima mi stava spingendo fuori da quella sala.

È vero, come nota Cesare, che quella cover trasformò irrimediabilmente il brano in qualcosa di completamente differente dall’originale. Non credo che Tim Buckley potesse immaginare che quella canzone un giorno non gli sarebbe appartenuta più, probabilmente non gliene sarebbe neanche importato. Quella canzone nata come una folk song tradizionale e poi incisa in un deliquio di riverberi nell’album Starsailor (1970), fino a diventare parte fondamentale di uno dei momenti più alti dell’intera stagione dark-wave.

Per Damon McMahon, meglio noto come Amen Dunes, cantare Song To The Siren deve essere stato un po’ come sognare il sogno di qualcun altro. Eppure la sua versione è assolutamente personale, arriva come traccia numero due di Cowboy Worship, il suo nuovo ep, giusto il tempo di calarsi nella consueta nebulosa di psichedelia acustica e quando attaccano le prime note la voce pare filtrata da un tremolo persino più audace del solito. La magia prende forma di nuovo e l’impressione, folle, è che come già con This Mortal Coil anche questa volta sia stata la canzone a scegliere la voce e la sensibilità adatta ad interpretarne il mistero. Non viceversa.

Luigi Mutarelli

 

Virtual place real pain (Fiver #05.2015)

The Charlatans

The Charlatans

Ultimamente mi è capitata una cosa che mi ha dato un po’ da pensare, al di là dell’evento stesso. Praticamente mi si sono quasi bloccati il collo e la spalla, con dolori veramente acuti. I malanni vengono e vanno (si auspica) perciò niente di particolarmente sorprendente.
Quello che mi ha sorpreso è stato che la spiegazione mi è stata data non dallo specialista interpellato ma da qualcuno che mi è più vicino. Mia figlia. “Ma papà, stai sempre con la testa chinata sul telefono o sul tablet…
Bingo! Diagnosi perfettta. Grazie dottoressa. Quanto le devo?
Ma, soprattutto, questa maledetta abitudine di buttare un occhio in continuazione a questi aggeggi infernali è veramente necessaria?
Per ogni argomento, dalla reunion delle Sleater Kinney al perchè i Verdena sono dei grandi artisti o dei gran cretini siamo subissati da una moltitudine di opinioni che ci sentiamo in dovere di seguire per avere l’illusione di non essere tagliati fuori da questa assurda piazza virtuale.
Peccato che in realtà quello è un non luogo ed il frequentarlo costa tempo e salute.
Prendiamo anche, per esempio, il non evento dell’annuncio del cartellone della nuova edizione del Primavera Sound e successive polemiche. Già, quel giochino del menga che ho perfino provato a fare, io che sono la negazione assoluta dei videogiochi. (In un mondo fatto da persone come me colossi come Nintendo, Sony e Sega sarebbero durati un paio di mesi).
Discussioni infinite sul perchè il Primavera sia finito, a volte condotte da persone che vedono quattro cinque concerti l’anno e che argomentano con un “bah guarda ho segnato non più di quindici nomi da vedere…”. E io, ancor più ottusamente, sto lì a leggermele tutte…
Premesso che ho autorizzato mia figlia a darmi un calcio qualora mi dovesse vedere per più di 10 minuti col collo storto sull’iphone rimpiango amaramente i tempi in cui per essere informato delle uscite discografiche o dei concerti in arrivo in città mi facevo una passeggiata in centro nei negozi di dischi e davo un occhiata ai muri dell’università, e alle studentesse, con infinito beneficio del mio collo e del mio umore.

The Charlatans – Come Home Baby

Come fai a voler male ad uno come Tim Burgess che si porta dietro ormai da anni un caschetto biondo che più impresentabile non si può? Come si fa a voler male a un gruppo che ha perso per strada tragicamente elementi per eventi di cronaca nera o malattie? Come si fa a voler male a chi, dopo tutti questi anni, infila un giro di hammond e ti fa cantare Come on Baby senza vergogna, braccia spalancate e sguardo felice rivolto al cielo?

Crushed Beaks – Overgrown

Londinesi innamorati dei Replacements. Mixano l’album d’esordio (in uscita il 9/2) a Roma nello studio di un quotato produttore di colonne sonore horror. Una chitarra che nel finale gioca a nascondino con gli accordi di Just Like Heaven e una sensazione di leggerezza mai fine a se stessa.

The Pop Group – Mad Truth

Ok, chi è Asia Argento? L’inquietante androgina seduta accanto a Raffaella Carrà in prima serata su Rai 1 impegnata a giudicare cantanti e ballerine o la regista di questo, piuttosto riuscito (va detto), video del Pop Group di Mark Stewart che tornano sulle scene dopo eoni? Di sicuro è una che ha capito tutto. E se questo irresistibile funkettone sbilenco e stralunato otterrà un pò di visibilità in più grazie ai suoi innegabili ed imperscrutabili agganci ne sarà valsa la pena.

A Place to Bury Strangers – We’ve come so far

Il solito schiaffo in faccia da Brooklyn. Chitarre come lame che scattano in cento direzioni diverse e quella voce femminile sepolta sotto il rumore che cerca di inserire, inutilmente, una melodia.
Tranfixiation sarà l’album della consacrazione? Non so, forse non la raggiungeranno mai la consacrazione ma farsi scorticare vivi dagli APTBS è sempre un piacere.

Colleen Green – Pay Attention

I Want To Grow Up è il nuovo album della ragazza di LA con un grande amore per i Descendents e una voce che sembra un misto tra Juliana Hatfield e Tanya Donnelly.
Esattamente il tipo di canzone che mi aspetterei di sentire uscire dalle finestre di un college americano un sabato sera.

Massimiliano Bucchieri

Nostalghia (Fiver #04.2015)

QUARTERBACKS

QUARTERBACKS

Nell’era moderna, in campo musicale (e non solo in quello), gli anni ’80 sono stati praticamente la prima epoca di cui si è cominciata ad avvertire chiaramente la nostalgia di massa da parte di coloro che quell’epoca non l’avevano vissuta. Questa storia della nostalgia dimostrata rispetto a qualcosa che non si è provato è comunque una faccenda strana. Il termine nostalgia viene definito (fonte Treccani) come il desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano. Per estensione, uno stato d’animo melanconico causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano. Probabilmente è in quest’ultimo passaggio che sta il punto di tutta la questione. Nostalgia non come desiderio di recuperare una parte del proprio vissuto ma come ambizione ad uno stato diverso dall’attuale. Considerata così ecco spiegata questa continua corsa all’indietro: pur affogati da una quantità di musica incredibilmente ampia, oggi abbiamo voglia di spendere tempo coltivando nostalgia per il passato perché il presente non ci soddisfa. Esattamente la situazione opposta rispetto a quella sperimentata da coloro i quali erano già per strada trent’anni fa. Allora non c’era tempo e nemmeno voglia di rievocare con nostalgia un’età che non avevi vissuto: succedevano troppe cose.
Pensavo esattamente a questo quando l’altro giorno mi sono bevuto in un amen “50×80”, l’ottimo libricino allegato al numero di Rumore tuttora in edicola, in cui Carlo Bordone (assieme a Maurizio Blatto l’unica firma che posta in calce a un qualsiasi scritto mi convinca a leggere quello stesso scritto, di qualunque cosa si tratti) si impegna a scoprire il lato nascosto degli anni ’80 attraverso 50 (+50) dischi di culto di quel decennio. Quella lista di cento titoli ci ricorda che gli 80’s non sono stati solo gli anni della Factory Records e della 4AD, dello Small e dell’Aleph, della Traumfabrik e dello Slego, dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, ma sono stati anche gli anni degli Human Switchboard e dei Redskins, dei That Petrol Emotion e dei Miracle Workers, dei Felt e degli Au Pairs. Gli anni che se solo hai avuto l’avventura di viverli, soprattutto ad inizio decennio, potevano riuscire a convincerti che la musica contasse davvero tanto.
Detto questo, bando alla nostalgia (o Nostalghia per dirla alla Tarkovskij) e ascoltiamoci cinque ottime nuove canzoni di cinque ottimi nuovi gruppi.
Perché a noi, si sa, piace vivere nel presente e guardare al futuro. Sempre.

Quarterbacks “Not in Luv

I Tullycraft, i Boyracer, le Talulah Gosh, la K Records.
Oppure questi sessantaquattro secondi di pura perfezione pop punk.
Se il loro imminente primo album non sarà il mio personalissimo disco dell’anno sarà perchè uscirà qualcosa di meglio e allora vorrà dire che i dodici mesi che abbiamo appena cominciato a vivere saranno stati un periodo davvero eccezionale. Amore totale.

Girlpool “Alone at the Show

Il loro ep di qualche mese fa non mi aveva del tutto convinto ma i 106 secondi di questa canzone che si trova dentro la nuova compilation di The Le Sigh, (a blog that highlights women in music and art per chi, come me fino a 30 secondi fa, non lo sapesse) ribaltano tutto.
In questi giorni in cui il core business collettivo è spulciare l’elenco dei nomi partecipanti al Primavera per cercare un motivo per andare o una scusa per rimanere a casa io mi ascolto questa canzoncina in cui le due ragazze califoniane ci raccontano di come un concerto possa anche NON essere un evento sociale: I wanna look at you/ But you don’t want me to/ I’ve got a secret crush on you.

Hierophants “Pneumatic Drill

Everett True, mio antico mentore, vive da tempo in Australia e di conseguenza ascolta (anche) molta musica australiana. Non so se sia che ha ricominciato a scrivere in maniera massiccia oppure sono io che ho ricominciato a leggerlo, fatto sta che ultimamente mi capitano a tiro un sacco di buoni gruppi che arrivano da quelle parti. Agli Hierophants in realtà sono arrivato su segnalazione di qualcun’altro, ma poco importa. Tra un po’ uscirà il loro primo album, questo invece è il loro ultimo singolo. Punk Wave schizzata su sincope di tastiere. Robe così mi mandano sempre fuori di testa.

Jack Name “Running after Ganymede

Si infila in uno spazio alieno tra Chrome e Can, come viaggiasse di notte su di un’autostrada illuminata da neon bianco, questa canzone di John Webster Johns, aka Jack Name, ultimo pupillo di John Dwyer. Weird Moons, il suo album in uscita per la Castle Face, pare una versione cosmica dei primi nastri che Ariel Pink ci fece ascoltare qualche anno addietro. Stranamente affascinante.

Hurry “Shake it Off

Venirmi a raccontare che un nuovo gruppo che ancora non conosco si piazza da qualche parte tra il blu album dei Weezer e Alien Lanes dei Guided by Voices (Pitchfork) è una carognata. Ovvio che ci casco. Questa canzone la trovate dentro Strenght in Weakness, ep in split con altre cinque band di Philadelphia, una meglio dell’altra.
Chiudo che vado a recuperarmi Everyhing/Nothing, il primo album di questi Hurry uscito un paio di mesi fa. Saluti e baci.

Arturo Compagnoni

Happy when it rains (Fiver #03.2015)

Jessica Pratt

Jessica Pratt

Tra i pochissimi buoni propositi che cercherò di mettere in pratica in questo nuovo anno, uno in particolare riguarda la musica.
Ci pensavo ascoltando il nuovo album di Panda Bear che, lo saprete a questo punto, è il disco del momento quantomeno in termini di esposizione.
Rimuginavo sul fatto che il mio tempo lo utilizzo male.
Un problema che riguarda anche le attività che amo di più, tra le quali certamente ascoltare musica. La voglia di tenermi aggiornato mi porta ad ascoltare quintali di musica superflua.
E non parlo solo dei dischi oggettivamente brutti, quelli durano lo spazio di un ascolto e poi vengono archiviati e comunque se ci fosse una maniera di risparmiarseli sarebbe manna dal cielo. Ma di quei dischi e di quei gruppi che invece dovrebbero piacermi o che quantomeno hanno tutto per potermi piacere, però non lo fanno.
Panda Bear è uno di quelli.
Curioso che alla fine a forza di sentire pareri illuminati, amici che piangono lacrime di commozione, uno ci provi insistentemente.
È stato così con i loro dischi precedenti, già capolavori conclamati per buona parte della critica che conta. Mi sono ritrovato ad ascoltarli con insistenza e allo stesso tempo farmeli passare in superficie con la stessa facilità del bere un bicchiere di acqua fresca in una giornata da 40 gradi. Per poi riprovarci ancora. E ancora.
In attesa di quel benedetto click che mi facesse capire. In attesa di una rivelazione che invece non è mai avvenuta. Niente, buio completo o quasi.
Quando è stato il momento ho preso la macchina e fatto chilometri per vederlo dal vivo (Noah Lennox si esibisce da solo, infatti). Ma niente, anche in quel caso, nulla da fare.
Ecco, quest’anno, il nuovo disco di Panda Bear l’ho ascoltato poco. Un paio di tentativi, insomma.
Bisogna avere rispetto dei propri buoni propositi che sono frutto di ragionevolezza e lucidità estrema. Vivrò senza Panda Bear.
Se ne farà una ragione sicuramente anche lui e tutti voi, ne sono certo.
Quello che voglio dire, alla fine, è che tutta questa montagna di musica che ogni giorno mi si riversa addosso e tutte queste affannose ricerche sono dettate solo da quel momento, quell’istante che quando ritorna mi ripaga di tutte le ore spese inutilmente con l’amplificatore dell’impianto acceso.
Perché c’è musica e musica. Ma è solo quella che ci parla direttamente che funziona. Quel piccolo luogo di conforto che non tradisce mai le aspettative. Quel momento che quando accade ci si rende immediatamente conto che ne vale ancora la pena. Succede di rado. Ed è sempre più difficile fare in modo che accada.
Ecco, vorrei passare maggiormente tempo in compagnia della musica. Della mia musica. Non mi sembra di chiedere l’impossibile.

Waxahatchee – Air

Katie Crutchfield sa come scrivere una canzone, questo è certo. Il problema casomai è che ci aveva abituato fin troppo bene nel recente passato. “Cerulean Salt”, l’album del 2013, l’ho letteralmente consumato, nonostante fossero canzoni che si reggevano in equilibrio precario: un po’ folk, ma con la giusta dose di rumore che faceva comunque capolino (tanto da farne comunque una band “indie”) e una capacità di scrittura sicuramente oltre la media. Perfetto, insomma. Ma anche fragile. Talmente delicato che in un attimo si rischia di ritrovarsi dalla parte del confine sbagliato: tra le braccia dei lettori di Mojo. Questa canzone che fa da apripista al nuovo album non ci toglie i timori, nonostante, alla fin fine, sia un gran pezzo. Produzione di lusso e deciso passo in avanti in termini di professionalità. Appunto, quello che potrebbe poi rivelarsi come un problema. Ma mettiamoci nei suoi panni, povera ragazza. Non può mica ascoltare noi che vorremmo tarparle le ali e tenercela stretta stretta con la sua acustica scassata e rumorosa a confortare il nostro vecchio cuore infranto. Magari va di lusso, comunque. Vai a sapere.

Wish – Slacker

Disco da riscoprire, il primo di Wish, canadesi di Toronto. Un gruppo che sembra trovarsi alla perfezione nei territori dell’indie-rock venato di chitarre e una psichedelia appena accennata.
Slacker (oh, anni novanta, do you remember?) piazza subito un giro di chitarra contagioso che ha il merito di trasformarsi in un lungo finale di rumore elettrico e distorsione. Roba che a qualcuno ricorderà i primi Yo La Tengo. Roba che da queste parti piace parecchio.

Best Friends – Shred til you’re dead

Non mi chiedete l’impossibile. Di resistere ad una canzone di 120 secondi che indovina un riffetto memorabile e lo fa con l’ostentata indifferenza dell’adolescenza, per esempio. Non me lo chiedete perchè mi risulterebbe impossibile. Questa è una canzone da ascoltare 50 volte consecutive, da consumarsi come una cazzo di big babol finchè non rimane nessun sapore e le mandibole girano a vuoto. Prendersi una pausa. E ricominciare di nuovo.

Jessica Pratt – Back, baby

Non mi fanno impazzire i dischi folk, di solito. Sopratutto quando rimangono nei territori di una tradizione al limite del conservatorismo: voce e chitarra acustica, tanto per intendersi. Ho solitamente bisogno di watt, distorsioni, ritmi e volumi. Poi escono dischi invece classicamente folk che adoro. Mi capiterà una volta all’anno, ad essere ottimisti. L’ultimo caso che mi ricordi è stato quello di Joanna Newsom (che volendo essere pignoli di folk inteso nella sua accezione più classica ha ben poco, ma insomma, dai, ci siamo capiti). Bene, con la Newsom, Jessica Pratt ha un paio di cose in comune: l’etichetta per cui incide, la fantastica Drag City, e -particolare ben più rilevante- una voce assolutamente fuori dal comune. Non si capisce se sia l’accento o se sia proprio il tono della voce ma il risultato è ugualmente strabiliante. Non solo quella, poi. Perchè Back, baby è un pezzo magnifico da qualsiasi parte lo si voglia prendere. Il tempo che passa, i rimorsi per quello che è stato e che nonostante gli sforzi non ritornerà mai più. L’illusione di promesse impossibili da mantenere. E infine l’invocazione del conforto della pioggia, tanto per potersi nuovamente rifugiare in un luogo sicuro. L’amore è solo un mito, in fondo. Na na na na na, la la la la la.

Matthew E. White – Rock & Roll is cold

“Rock & Roll is Cold is about how we continue to take, the most vibrant, soulful, deep music and make it a caricature of itself. We look into it, force it to turn in on itself, force it to turn back on itself, and we lose the source, we lose the mystery, the magic, and we seem to be unaware that any of that is even happening.“ – Matthew E. White
Rispetto per Matthew E. White. Rispetto per il tentativo di riscrivere un linguaggio che qualcuno considera ormai defunto. Lo fa nell’unico modo che conosce: omaggiando le radici. Pescando a piene mani dal repertorio dei classici del soul e del R&B. Ma con un’attitudine lontana anni luce dallo spirito del revival più villano. Un singolo che pone domande e allo stesso tempo porge le risposte. Ed intanto anticipa un album attesissimo.

Cesare Lorenzi

Not for sale / Not your girl / Not your thing

Sleater Kinney

Tra pochi giorni uscirà l’album nuovo di Sleater Kinney.
Sarà l’ottavo della serie, il primo dopo una pausa durata 10 anni.
Sleater Kinney per noi di Sniffin’Glucose non è una band come le altre.
Ma qualcosa in più e per una serie di ragioni diverse.
Sedici anni fa una nostra intervista finì sulla copertina di Rumore.
Adesso è arrivato il momento di tirarla fuori un’altra volta.
Prendetelo come un piccolo omaggio. Alla loro storia e un poco anche alla nostra.
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“No Cities To Love” esce il 19 gennaio.

Restart (Fiver #02.2015)

Kristin Hersh e Michael Stipe

Kristin Hersh e Michael Stipe

Un altro anno. Consciamente o inconsciamente me lo ritrovo sbattuto in faccia.
Ieri sera ero in macchina. Stavo andando ad espletare una di quelle funzioni che toccano ai padri, ovvero ritirare la torta di compleanno di mia figlia. Avendo la casa invasa da giovani fruitrici di musica che esultavano a ogni pezzo di Fedez o “della canzone di Frozen” rimandata dai loro telefonini non posso dire che questa incombenza mi fosse particolarmente sgradita. Alla mia richiesta su come scegliessero i loro ascolti la risposta mi aveva fatto sentire decrepito..“noi le canzoni che ci piacciono le troviamo su You Tube, basta che ne mettiamo una e le altre ce le consiglia You Tube!” esclamavano festanti. (Giustamente festanti come delle tredicenni possono e devono essere).
La radio sottolineava il breve tragitto con delle note familiari.
Ci ho messo poco a riconoscere “Your Ghost”, una vecchia canzone dall’album solista di Kristin Hersh con l’accompagnamento vocale di Michael Stipe.
Quel Michael Stipe riemerso negli ultimi giorni dopo diverso tempo per delle fugaci ed impreviste esibizioni dal vivo: giacca, cravatta e un viso così invecchiato…
IMG_3120 (2)Mi succede ogni volta. Quando incrocio il viso appassito di qualche artista o, peggio, calciatore della mia adolescenza sulle tv IMG_3121locali, mi assale lo sconforto per come deve sembrare il MIO di viso che ho seguito da semplice spettatore le parabole artistiche o sportive di questi personaggi e che ricordo lungocriniti (Michael Stipe) o a scavallare sulla fascia.
La canzone in questione però non è una canzone qualsiasi per il sottoscritto in quanto appariva in questa che è stata la mia prima recensione in assoluto per della stampa “importante”.
Febbraio 1994. 21 anni fa.
Ho evitato di guardare la mia immagine riflessa nell’ immenso specchio posto nella gelateria per paura di vedermi con una lunga barba bianca e il viso tempestato da rughe.
Sono corso a casa e ho tirato fuori questa foto che mi fa sempre sentire meglio.
Buon compleanno ragazza tredicenne concepita poche ore prima di un concerto dei Giardini di Mirò al Covo. Uno dei luoghi dove, ancora adesso, attorniato dalla mia mia musica e dai miei amici, gli specchi mi restituiscono un’immagine ancora accettabile.

The Districts – 4th and Roebling

Band of outsiders da Lititz, Pennsylvania.
Un album in uscita a febbraio, un attitudine Diy e una gran voglia di spaccare il mondo con le armi che gli Strokes non sanno più usare.
Ascolto questo pezzo in tangenziale, stringo i pugni e ho voglia di abbracciare il camionista che mi taglia la strada per la terza volta urlando a squarciagola “I ain’t the same anymore, I ain’t the same from before”!

Bully – Brainfreeze

Un nome improbabile come Alicia Bognanno e un lavoro da “intern” nello studio di registrazione per il più scostante dei datori di lavoro: Steve Albini. I fogli tornano nel calendario e segnano un anno a piacere tra 1992 e 1994. Belly, Breeders, Juliana Hatfield. In quegli anni sembrava che la nazione del pop ce la saremmo annessa come in un assurda partita di Risiko. Non è andata poi così ma una melodia come questa riporta a quel periodo nel quale Evan Dando era sulle copertine dei giornali per teenagers e Kurt was God.

Benjamin Booker – Violent Shiver

Venticinque anni da New Orleans. Una faccia da star annunciata. Cita classici del blues e Gun Club tra le sue influenze. Arriva a pochi millimetri da una classicità troppo pronunciata per i miei gusti e so già che il prossimo album non mi piacerà ma finché i risultati sono questi è un bel viaggiare.

H Hawkline – Ghouls

Best kept secret secondo schiere di fan. Un album in uscita prodotto da Cate Le Bon e, pare, un carattere da inaffidabile cronico. Sembrano tutte carte in regola per sentirne parlare parecchio compresa questa stramba slackness che pervade Ghouls. Vedremo.

Trust Fund – Cut Me Out

Già giustamente incensati in un precedente fiver per lo split con i Joanna Gruesome. L’album in uscita si chiama “No One’s Coming For Us”. Amici dei Los Campesinos e Cut Me Out non atterra molto lontano da lì. Impossibile volergli male. Uno stupido video pieno di cani e facce buffe con tanto di credits finali (anche dei cani..). Sarebbe stato bello partecipare a Bristol al party di lancio improbabilmente battezzato “Ravioli Me Away”..ma rimedierò ascoltando l’album con dei ravioli nostrani nel piatto. Da quel punto di vista non credo di perdermi poi tanto.

Massimiliano Bucchieri

I ain’t go to sleep (Fiver #01.2015)

Brian Eno e Karl Hyde

Brian Eno e Karl Hyde

Sono abbastanza in fissa con le date. Forse è un modo per ricordare meglio le cose, oppure una maniera per contestualizzare gli eventi. O più probabilmente è una mania e basta, come tante altre.
Praticamente tutte le persone che mi conoscono sanno che tengo questa vecchia agenda su cui riporto con diligenza marziale tutte le date dei concerti che mi capita di vedere. Da sempre. Da lì mi accorgo di non essere mai stato bambino per quanto riguarda la musica. Sono partito direttamente dalla fine senza passare dal via. A parte un live di Renato Zero, primo amore ai tempi delle medie e unico concerto visto negli anni ’70, ai Clash in Piazza Maggiore. Nessuna mediazione, nessun passaggio intermedio, nessun processo di crescita: a 13 anni con Massi al Parco Nord sotto la tenda di Zerolandia e a 15 anni ancora con Massi in Piazza Maggiore a vedere i Clash. Punto.
Con quell’agenda per me è semplice ripercorrere il sentiero dei ricordi.
L’anno appena concluso ad esempio è compreso tra il 10 gennaio, serata al Covo con ospitata della nuova etichetta messa in piedi da Alan McGee (359 Records), e il 27 dicembre chiuso con l’accoppiata Be Forest/Le Man Avec Les Lunettes al Vibra di Modena (a capodanno sono arrivato giusto sui saluti dei Giuda, la serata dunque non va a referto). Scorrendo l’elenco cronologicamente il primo lampo è stato il concerto di Stephen Malkmus (Covo, 24/1) con quella Summer Babe arrivata all’improvviso come una lama che squarcia il telo dei ricordi, sensazione simile a quella provata sulle note della 4th of July dei Galaxie 500 piazzata in fondo al concerto di Dean Wareham al Mattatoio (16/5). I miei due gruppi (più o meno) nuovi dell’anno non hanno deluso alla prova del palco: i Cloud Nothings (Hana Bi, 4/6) mi hanno ricordato quale sia la mia strada di casa (non che ce ne fosse bisogno, ma puntellare le certezze non fa mai male) mentre gli Ought (Covo, 8/11) hanno regalato l’impressione di potersi piazzare per un pezzo una spanna sopra qualunque band loro coetanea, coniugando passato e presente in maniera perfetta con quella perizia mescolata a noncuranza che solo i canadesi posseggono. A proposito di coetanei, mi hanno emozionato parecchio quelli che hanno la mia età: dei Neutral Milk Hotel (Hana Bi, 5/6) ho già scritto, gli Slowdive (Radar Festival Padova, 16/7) hanno fatto scorrere – non solo metaforicamente – lacrime inattese, Morrissey (Paladozza, 17/10) ha impartito lezioni di stile come solo lui è in grado di fare, Vic Godard (Covo, 18/10) e Bob Mould (Village Underground Londra, 18/11) hanno inchiodato la certezza che si, possiamo ancora farlo.
Il gruppo che ho incrociato più volte sopra un palco (4) sono stati i Be Forest che hanno mostrato una progressione esponenziale nel prendere confidenza con il materiale del loro secondo disco: al Vibra a fine anno erano talmente belli da vedere e da ascoltare che quasi sembrava un peccato essermi già da tempo innamorato di loro per non poter così gustare il sapore del colpo di fulmine improvviso. Restando in Italia ho ritrovato con enorme piacere i Julie’s Haircut (Hana Bi, 25/7) che chissà perché avevo perso un po’ di vista e scoperto un paio di gruppi che penso e spero mi tirerò dietro per un pezzo: nella stessa sera al Locomotiv di Bologna (5/4) ho conosciuto difatti gli Own Boo (poi rivisti all’Handmade Festival l’1/6 e all’Hana Bi il 4/7) e gli Havah (anch’essi in replica all’Hana Bi il 5/7), da entrambi mi aspetto grandi cose in futuro a proseguimento dei già ottimi dischi messi fuori finora (un’ep per i primi, un paio di album per i secondi).
Se questo sia stato un anno buono per la musica che ascolto non lo so e nemmeno mi interessa saperlo, lascio volentieri ad altri il compito di tracciare classifiche e bilanci, io sono a stento capace di pensare a me stesso. Su 365 sere di cui un anno si compone, 80 le ho passate fuori di casa a vedere concerti, vale a dire una sera ogni 4,5. Ho visto suonare 142 gruppi, bevuto una quantità di gin tonic adeguata e fatto qualche conoscenza interessante, evitando altresì un sacco di persone desiderose di scoprire il mio giudizio sulle cose.
Ho accompagnato Giulio a vedere lo show case della Newtopia (serata non contata nel mio elenco): c’erano J-Ax e Fedez. Non mi è parso un evento educativo, ma sono convinto che le cose debbano fare il loro corso e quindi non mi dispiace averlo accontentato, il solo fatto che alla sua età si interessi così tanto (e in sua totale autonomia) alla musica mi fa innegabilmente piacere.
Sono tornato a Londra dopo diversi anni d’assenza e l’ho trovata bene, spero di aver fatto la stessa impressione io alla città.
Continuo a divertirmi, anzi quest’anno – non so perché – mi sono divertito più del solito. Mi diverto a vedere concerti, mi diverto ad ascoltare musica, mi diverto a suonare dischi nei club che piacciono a me.
Credo che la mia vita senza tutto questo sarebbe stata molto diversa. Sinceramente non sono convinto che sarebbe stata peggio, è una domanda che a volte mi pongo senza cercare mai seriamente una risposta. Per certi versi immagino che sarebbe stato più comodo fermarsi a un certo punto e provare a vivere come le persone normali. In ogni caso per me questa non è mai stata un’opzione. Faccio quello che so fare, faccio quello che devo fare, faccio quello che posso fare. Nient’altro.
Senza rimpianti e senza rimorsi, as usual.

Moon Duo “Animal

Non ricordo esattamente dove e come è cominciata la mia passione per i suoni ripetitivi. Di sicuro non dai gruppi kraut, che pure oggi apprezzo moltissimo, ma a cui sono arrivato ben in là nel corso della mia formazione musicale. Probabilmente fu la miscela innescata dalla quasi contemporanea scoperta (da parte mia) di Suicide e Velvet Underground ad innescare l’ordigno, fatto sta che nel tempo la mia passione per i suoni che si ripetono in loop non è mai diminuita e ogni volta che mi capitano sottomano personaggi che mettono in pratica la lezione di Neu e Can non posso esimermi da ascolto e apprezzamento. Ripley Johnson di sicuro è uno di questi: tra Wooden Shjips e Moon Duo non risparmia un colpo. Questa canzone sarà pubblicata come 7” allegato al loro nuovo album, Shadow of the Sun, in uscita il 3/3 per la sempre eccellente Sacred Bones. Non vedo l’ora di ascoltarlo.

Colleen Green “Pay Attention

Chissà se il titolo del nuovo album di Colleen Green, I Wanna Grow Up, sia da intendersi in senso ironico oppure no. A vederla come posa sulla copertina del disco (che sarà pubblicato il 24/2) si direbbe buona la prima, in ogni caso la canzone che anticipa la sua uscita è in linea con quanto ci aveva sin qui fatto ascoltare: pop punk di quelli che si appiccicano alla suola delle scarpe con una voce il cui tono, tra lo scazzato e il mieloso, che fa la differenza.

ScotDrakula “I ain’t Going to Sleep

I tag sul loro sito dicono: punk/garage rock/lo-fi/soul/Melbourne, e tanto dovrebbe bastare. Non provate a cercare il loro disco perché l’hanno pubblicato solo in Australia e dubito che qualcuno si prenderà la briga di portarlo fuori di lì. Ed è un peccato. Perché se è vero che di gruppi così, che suonano un po’ come i Ramones solo rallentandone un po’ la velocità, nella mia vita ne ho trovati a centinaia, quando mi capita di scovarne un altro mi ci affeziono subito.

Schonwald “Triangle

Come spesso accade si presta attenzione a quello che accade a migliaia di chilometri da casa poi ci sfugge (o si snobba) ciò che succede nel proprio giardino. Gli Schonwald ad esempio: sono anni che mi capitano a tiro e mi dico dovrei ascoltarli e andare a vederli suonare dal vivo, poi invece niente. Questo pezzo sta nel loro ultimo album, Dream for the Fall, uscito già da qualche mese e trovo che nulla abbia da invidiare ai (giustamente) celebrati Soft Moon. La prossima volta che capiteranno dalle parti di casa mia li andrò a vedere, giuro.

Brian Eno & Karl Hyde “Return

Brian Eno oggi ha 66 anni. Era nella prima formazione dei Roxy Music (a mio avviso uno dei più sottovalutati tra i grandi gruppi rock inglesi di sempre), ha prodotto e/o suonato in dischi come Fear di John Cale, Low e Heroes di Bowie, il primo Ultravox e il primo Devo, la compilation manifesto No New York, Talking Heads, U2, James e Slowdive. Ha pubblicato una marea di dischi solisti, alcuni dei quali molto belli e certe sue uscite in collaborazione con altri hanno fatto la storia (quelle con David Byrne e Robert Fripp su tutte). Nell’anno appena trascorso ha trovato ancora il tempo, e soprattutto la voglia, di metter fuori due dischi assieme a Karl Hyde degli Underworld. Io uno così vorrei che stesse in giro in eterno. E una canzone del genere non mi stancherei mai di ascoltarla, un giorno appresso l’altro.

Arturo Compagnoni