Fiver # 05.09

Bleached

Bleached

L’altro giorno mi è capitato di leggere alcune righe a proposito del ritorno in auge del vinile, scritte da una persona che gode della mia personale ed incondizionata stima.
Più che del vinile in se, si parlava della moda che da un po’ di tempo a questa parte ha visto elevarsi il pezzo di plastica tondo e sottile a oggetto del desiderio: un po’ strumento di culto, un po’ soprammobile per arredamento domestico molto meno considerato, viceversa, per il suo reale utilizzo di supporto attraverso cui ascoltare musica.
Non mi interessa entrare nella discussione su quale sia il formato tecnicamente migliore con cui fruire canzoni né tantomeno battermi per sostenere tesi sulla superiorità di uno strumento rispetto ad altri, anzi dico qui pubblicamente una cosa che taglia – come si suol dire – la testa al toro: un buon 70% del tempo che dedico quotidianamente all’ascolto della musica lo spendo avendo come fonte di riproduzione una chiavetta usb che quasi quotidianamente aggiorno tramite l’hard disk del mio computer. Occorre fare di necessità virtu': se devo dedicarmi ad un disco in vinile ho bisogno di avere a disposizione il salotto di casa mia, luogo in cui riesco a parcheggiarmi non più di 2/3 ore al giorno e minimo la metà di quel tempo è necessariamente occupata da altre attività che non siano l’ascolto di un disco. La chiavetta usb o lo smartphone con la sua cartella per la musica e Spotify pronto all’uso sono invece sempre a portata di mano, soprattutto in macchina e durante le sgambate di running in mezzo ai campi, momenti in cui si concentrano buona parte dei miei ascolti.
I puristi della audiofilia sinceramente mi fanno sorridere: se parliamo di perfezione audio, credo che a casa propria, tra le persone che conosco, siano poche quelle dotate di un impianto stereo idoneo ad ascoltare musica in modo realmente adeguato. Per il genere di musica che abitualmente ascolto io poi, figuriamoci se importa la pulizia del suono.
Detto questo sono convinto che, come spesso accade quando gente come noi parla di musica, il nocciolo non sia tanto il discorrere di una tesi piuttosto che un’altra (quel disco è bello o è brutto? Quel gruppo è migliore di quell’altro? Il cd è superiore al vinile che però a sua volta sovrasta qualitativamente l’mp3?).
Per come la vedo io la questione, in fondo, riguarda ancora una volta l’attitudine con cui si fanno le cose. Anche nell’ascolto di un disco è l’attitudine a fare la differenza. Nessuno sarà mai penalizzato nel mio giudizio qualora preferisca i file audio a un lp, come nel caso faccia il tifo per gli Oasis anziché i Blur o per i Beatles contro gli Stones (anche se su tutti e tre i contenziosi ho opinioni ben precise).
Trovo però che ci sia una sostanziale differenza tra ascoltare musica in modo più o meno compulsivo, più o meno attento, più o meno occasionale (nel mio caso la casualità è direttamente correlata alla novità delle uscite, per cui: disco nuovo = scelta di ascolto privilegiata nell’immediato) e decidere piuttosto di andare in salotto, sfogliare accuratamente le coste cartonate dei dischi allineati in libreria, tirarne fuori uno, sfilarlo dalla busta, metterlo sul piatto, far scendere la puntina e sedersi sul divano ad ascoltarlo.
Questa non è l’unica maniera che ritengo adatta per ascoltare musica e non penso sia oggettivamente la migliore, ma è senza alcun dubbio la prassi che personalmente preferisco. Il modo non necessario ma cercato e voluto: quello che per quanto mi riguarda fa la differenza.
Henry Rollins (eccolo qui il vero motivo per cui ho messo in piedi il pippone: citare per una volta Henry Rollins su questo blog!) in una frase semplice ha espresso esattamente la mia idea su quale sia il modo più soddisfacente per ascoltare un disco. Un’attività che per gente come noi non è, nè mai sarà, un semplice passatempo, bensì un rito capace di generare emozioni e uno stato d’animo ben preciso: Sitting in a room, alone, listening to a cd is to be lonely. Sitting in a room alone with an lp crackling away, or sitting next to the turntable listening to a song at a time via 7 inch single, is enjoying the sublime state of solitude.

Bleached “For the Feel”

Da giovane non sono mai stato un grande fan dei Ramones. L’unico loro disco che comperai in tempo reale fu The End of the Century e lo acquistai perché nella sua produzione era coinvolto Phil Spector. Mi parevano troppo semplici e ripetitivi. Solo più tardi ho imparato che rimanere sempre uguali non è per forza sinonimo di mancanza di idee ma può anche voler dire restare fedeli a se stessi e che essere semplici non è per niente una cosa facile. Controprova di questa ultima affermazione il fatto che tra i tantissimi gruppi che in un modo o nell’altro hanno preso ispirazione dai finti fratelli del Queens solo in pochi sono arrivati ad infilare la giusta combinazione di velocità, ritmo e melodia. Le Bleached ci riescono nella canzone che spacchetta il loro nuovo singolo: una iniezione di adrenalina su un motivetto appiccicoso in puro stile Go Go’s: irresistibili.

The Juan Maclean “Love Stops Here”

Se fossi vissuto a New York negli anni ’70 non avrei mai frequentato posti come lo Studio 54. Ancora ricordo il disgusto che mi serrava lo stomaco alla visione de La Febbre del Sabato Sera: io non ero uno di loro. In ogni caso semmai avessi provato ad entrare allo Studio 54 quelli ovviamente non mi avrebbero fatto varcare la soglia d’ingresso. Poi, in netto anticipo su Simon Reynolds e la retromania tutta, un botto di anni fa ci pensò Boogie Nights a farmi finire dentro la nostalgia di un luogo mai vissuto, laddove una canzone come questa poteva costruire un mondo intero attorno a un sogno che non era il mio. Il rimpianto per aver perso (artisticamente) uno come James Murphy invece è caldo e del tutto attuale. Come sempre, come tutto quello che amo sul serio nella musica, in quel che faceva Murphy non importavano solo le canzoni – perfette in ogni caso – ma tutto l’universo che andava loro dietro.
Quella di Juan MacLean (ricordiamolo dai, un tempo chitarrista dei Six Fingers Satellite) è un’altra storia, ma poi non così tanto. Con Murphy si spartisce sin dal principio oneri e onori dell’idea DFA, e condivide col socio l’utilizzo in formazione della voce di Nancy Whang. Ora che il suo amico si è messo (momentaneamente?) da parte resta lui il nome su cui puntare due soldi da quelle parti. Questa Love Stops Here è costruita su un binomio beat metronomico / voce distratta che fa tantissimo LCD Soundsystem, dopo novanta secondi arrivano tastiere così eighties da non crederci, poi attorno al minuto tre e quaranta entra una chitarra che pare quella di Bernard Albrecht altezza secondo disco dei New Order (che assieme al terzo è una mia ossessione di sempre) e il gioco è fatto. E’ solo un attimo ma basta e avanza.

Spider Bags “Back with You Again in the World”

Sono convinto che in giro per l’Italia ci siano tantissimi ragazzi che nella vita sono di professione disoccupati, operai, portalettere, salumieri e nel tempo libero giocano a pallone, per passione e divertimento indossando la maglia di squadre iscritte a campionati più o meno immaginari. A volte qualcuno di questi dimostra doti tecniche pari o addirittura superiori, a quelle di tanti coetanei che hanno però avuto la fortuna di aver visto trasformarsi lo stesso hobby in professione dietro pagamento di stipendi ultramilionari.
La differenza spesso sta solo nella buona sorte: incontrare la persona giusta al momento giusto, ottenere la raccomandazione decisiva o pescare il jolly da 40 metri all’incrocio dei pali proprio il pomeriggio in cui quel tale procuratore ha deciso di passare al campetto a dare un occhiata. Così capita nella musica.
Gli Spider Bags hanno le canzoni, hanno i dischi, hanno il fisico che il loro ruolo impone, eppure ci sono voluti una decina di anni di attività e tre album prima che potessero avere un minimo di visibilità approdando in casa Merge. Questo pezzo che apre il loro nuovo album Frozen Letter – parti uguali di Strokes e Black Lips – ha un tiro micidiale, chissà se basterà a far girare il loro nome.

New Swears “Midnight Lovers”

Copio e incollo idealmente quello che ho appena scritto sopra per gli Spider Bags. Dei New Swears c’è però da dire che sono arrivati solo al secondo album e vengono dal Canada, peraltro da una città (Ottawa) non esattamente al centro delle cronache musicali. Un paio di settimane fa dovrebbero (uso il condizionale perché non ho avuto riscontri sull’evento) aver tenuto un concerto in un bar di Ravenna: non mi viene in mente un posto migliore dove poterli vedere suonare, tra sedie rovesciate e tavoli ingombri di bottiglie di birra mezze vuote. Ultras della cazzoneria al pari degli Orwells ma con un tasso alcolico senz’altro superiore, sono oggi quello che i Fidlar sono stati ieri e che qualcun altro sarà domani. Siccome del passato non ci interessa e del domani non v’è certezza prendiamoli oggi: va bene così e ne rimane anche d’avanzo.

Trust Fund “Reading the Wrappers”

Questi mi sono finiti tra i piedi improvvisamente una mattina all’alba, mentre facevo pulizia nel computer prima di andare a lavoro. Ho fatto partire lo split con i già cari Joanna Gruesome e la prima canzone che ho incontrato è stata questa. Appena è partito il giro di chitarra ho capito immediatamente che quella mattina avrei fatto tardi a lavoro perché avrei dovuto ascoltarla e ascoltarla di nuovo e ancora ascoltarla quella canzone. Boom. Mentre ascoltavo e riascoltavo quella canzone ho accumulato al volo le poche informazioni disponibili. Sono di Bristol, scrivo subito a uno che conosco e che vive là. Mi dice che anche dal vivo sono bravi. Cerco ancora. Oltre a queste tre canzoni ne hanno messe altre sette in un ep uscito giusto un anno fa. A sera le ascolto. Belle anche quelle. Il giorno dopo Fabio posta qualcosa su di loro in rete. Non ne avevamo parlato E’ un caso. Sono stati all’Indietracks 2014 penso subito. Si, sono proprio stati lì. Trovo i video su Youtube. So che non dureranno. I gruppi inglesi usciti negli ultimi 20 anni che piacciono a me non arrivano quasi mai a fare uscire un album. E’ un peccato perché i gruppi inglesi che piacciono a me mi piacciono davvero molto. Vorrei così tanto innamorarmi di nuovo di un gruppo inglese. Come succedeva tanto tempo fa. Ora.

ARTURO COMPAGNONI

Just like honey (I want more of that stuff)

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Domani riapre il Covo.

Due cose:
1) nessuno mi ha chiesto di scriverne (non che qualcosa scritta da me sia del resto in grado di spostare il benché minimo equilibrio in qualsivoglia campo)
2) quando affronto certi argomenti, non sono per nulla imparziale: sono un assiduo frequentatore del club più o meno da un trentennio, e da una quindicina d’anni mi diverto a improvvisarmi dj (meglio selezionatore di dischi, ché a fare il dj non sono mai stato capace e non credo proprio comincerò ad imparare ora).
Quando si parla del Covo sono quindi irrimediabilmente e totalmente parte in causa.

Chiarito questo, mi piaceva l’idea di salutare l’ennesima stagione che va a cominciare giusto domani.
Per farlo nel modo più rapido e (per me) indolore sono andato a recuperare una cosa scritta qualche anno fa.
All’epoca della sua prima pubblicazione il pezzo lo avevo intitolato These Important Years, Cesare mi ha bruciato l’idea facendone un uso più che appropriato per il suo bellissimo articolo su Bob Mould qualche mese fa.
Tutto questo detto per la cronaca, il resto è storia mentre il futuro – come diceva qualcuno – è ancora da scrivere.

THESE IMPORTANT YEARS (ONCE AGAIN)
Ognuno ha un angolo preferito in cui trascorrere il proprio tempo.
Una tettoia dove rifugiarsi quando la pioggia e i fulmini imperversano e le cose non girano come si vorrebbe, un perimetro all’interno del quale festeggiare con gli amici il raggiungimento di un obiettivo o una zona franca dove ignorare tutto il resto diventa possibile.
I posti possono diventare metafore.

Per quanto mi riguarda, di luoghi del genere nella vita ne ho incontrati un paio, non di più.
Uno di questi è la grande casa piazzata dietro un prato ad uno di quei meravigliosi incroci di memorie topografiche cattocomuniste, che solo da queste parti trovano una loro ragione d’essere: angolo tra via San Donato e viale Zagabria.
Uno di quei posti che mi ha sempre riparato, un luogo che ai miei occhi l’intervento umano magicamente non ha mai peggiorato, pur contribuendo indubbiamente e inevitabilmente a mutarne più volte l’aspetto in questi oltre 30 anni di vita.
Difficile datare i ricordi, soprattutto quelli più antichi.
L’unica certezza è che quel posto lo scoprii attorno al 1983, periodo in cui frequentavo gli ultimi due anni di liceo scientifico e in quella stessa scuola mio fratello affrontava il principio del linguistico.

In classe con lui c’era una coppia di gemelli, un ragazzo e u1601123_741200169267268_7041706107402675040_nna ragazza. Anch’essi avevano un fratello più grande.
Loro ed io: unico comune denominatore la musica.
Quattordici anni loro, diciassette io, qualcosa di più il fratello.
Lui, il fratello grande, disegnava fumetti e come fumetti disegnava anche i manifesti dei concerti organizzati dai ragazzi del suo quartiere in un posto di quartiere piazzato proprio davanti casa loro, al numero uno di viale Zagabria.
Conservo ancora un nastro che mi regalò: su un lato i Generation X, sull’altro i Ramones , copertina disegnata a mano da lui.
Bellissimo l’oggetto quanto il contenuto.
Fu così che cominciai a frequentare il Covo, che all’epoca non si chiamava in quel modo e non era nemmeno nello stesso posto dove si trova ora.
Per arrivare al Casalone, questo era il nome, bisognava difatti proseguire sulla scala che oggi porta al club e salire sino alla soffitta della grande casa, il posto che qualche anno dopo avrebbe preso il nome di Sottotetto e che oggi è murato da un cancello di ferro, proprio a fianco all’attuale entrata del Covo.
La cosa che ancora oggi ricordo distintamente è la sensazione di totale sorpresa che mi colse la prima volta che misi piede nel locale.
Quel posto, che già allora veniva considerato il più alternativo della città, non assomigliava per niente ad un rock club. Al locale si accedeva da una piccola porta piazzata in cima alla stretta e ripida scalinata esterna, di lì si entrava praticamente sul palco e la sala si srotolava poi in lungo. Soffitto basso, niente finestre, nessuna possibilità di fuga in caso di problemi.
Era appunto una grande soffitta di una enorme casa.
Lì in verità vidi un solo concerto, i Boohoos: rock and roll da Pesaro.
Ci passavo ogni tanto il pomeriggio, ancora troppo piccolo per trascorrerci qualche serata.MINERS
Di quei tempi mi è rimasto del materiale che veniva ingenuamente venduto in supporto al grande sciopero dei minatori inglesi contro il governo Thatcher.
Coal not Dole, era lo slogan stampato su adesivi tondi e gialli e su pezze di stoffa da cucire sulle spalle dei parkas di quella piccola comunità mod che da sempre gravitava da quelle parti.

Qualche anno appresso, dopo un breve periodo di stanca, il club traslocò al piano di sotto.
E cominciarono gli anni del Covo, con un logo in principio stilizzato sulla falsa riga del marchio Coca Cola.
La console dei dj stava nella sala dove oggi c’è il guardaroba ed era un tavolone sopra il quale le puntine dei Technics saltavano ad ogni urto.
Erano gli anni d’oro del brit pop.
Alberto, Ginka e Fede ai piatti, e la vecchia guardia, lì ancora da prima: Dedu e Yanez (gli Originals ancora oggi sul pezzo) e Steve, mentre Max ballava sulle panche a bordo sala sulle note di Pulp e Blur.

Poi vennero i concerti nella sala lunga e nera.FLYER 4
I miei vecchi appunti riportano la data del 1994 e nomi legati indissolubilmente all’epoca: These Animal Men e Mantaray.
L’anno dopo il salto avanti, in tutti i sensi: gente come Stereolab, Gene e Cast.
Di lì in poi la memoria aggancia nitidamente eventi e persone: gli Afterhours che affrontano la sala con la consapevolezza di essere diventati troppo grandi per quel posto o i Baustelle che si compiacciono di essere finalmente arrivati a suonare, cito testualmente, al CBGB’S di noialtri.
I Franz Ferdinand, gli XX e i Drums, tutti già pronti per un palasport ma per una notte ancora qui, davanti a 250 persone, col mondo fuori sparpagliato nel parco a reclamare un ingresso ormai impossibile.
I Mogwai che all’alba litigavano per portarsi a casa una cassa di birra, i Modest Mouse sul palco, più bevuti di noi che quella sera avevamo cominciato presto con i drink ed eravamo davvero belli avanti, i Libertines che dopo il concerto ballavano in pista, Eugene Kelly che suonava le canzoni dei Vaselines e i Comet Gain che suonavano le proprie di canzoni, spaccando cuori e spingendo fuori le lacrime. Le mille sere passate a far girare cd dentro i lettori davanti a sale a volte stracolme, a volte completamente deserte, ma sempre bellissime.

10616089_741197255934226_3977348375842319347_nSe trent’anni fa mi avessero detto che avrei visto tutto questo e anche molto di più e che in qualche modo sarei diventato parte integrante di questa realtà, avrei detto che sarei stato a posto così, che sarebbe stato anche troppo.
Oggi che la mia vita, non solo quella “musicale”, per un bizzarro ma evidentemente chiaro segno del destino gravita dentro e attorno a questo spicchio di vecchia periferia bolognese battezzata San Donnino, ora che trent’anni sono passati davvero e sono trascorsi proprio così, mi rendo conto che non ne ho ancora abbastanza.
Perché di un posto dove rifugiarmi chiudendo fuori tutto il resto avrò sempre bisogno.
Anzi ne ho bisogno oggi più che mai.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver #04.09

Los Angeles Police Department

Los Angeles Police Department

Sulla questione del nuovo album degli U2 è stato detto tutto, a questo punto. Personalmente non mi sono scandalizzato per essermelo ritrovato nel computer e penso che l’unica fondamentale lezione che possiamo trarre da tutta l’operazione è del resto semplice semplice: la musica è diventata un gadget. Punto. Nessuno pagherà più per un prodotto che viene dato in regalo, senza nemmeno la fatica di richiederlo. Siamo arrivati al punto di non ritorno, non ci rimangono che le nicchie. Le nostre piccole porzioni di mondo che ci ritagliamo settimanalmente a seconda delle forme del nostro gusto, che ci intestardiamo a ritenere manifestazioni artistiche.
Si continuerà a scegliere, ad informarsi e a pescare tra le decine di canzoni, album, video che settimalamente ci finiscono, in un modo o nell’altro, tra le mani con la consapevolezza che il mercato, quello vero, batterà un territorio inesplorato. Sempre più distante da quella visione che abbiamo coltivato da sempre.
La gratuità del consumo musicale non mi riguarda personalmente, comunque. Guardavo lo scaffale dove tengo i vinili (sì, lo so che non fa più figo dirlo) dell’ultimo anno: quasi 70 pezzi in 9 mesi. Che sommati ai 10 euro mensili che, lo confesso, lascio a quelli di spotify, mi fanno sentire abbondantemente in pace con la mia coscienza.
Non so nemmeno io il motivo, a dire il vero. So solo che fin da quando ho iniziato a seguire le vicende legate alla musica, e parlo di un bel po’ di anni fa, il fatto che un disco fosse pubblicato o meno da un’etichetta indipendente costituiva fin da subito una di quelle pregiudiziali che proprio non sono mai riuscito ad evitare di considerare.
All’inizio è stata una questione di meri gusti musicali. Se pescavo nel catalogo SST o Rough Trade era proprio perchè quelli erano i suoni (e le parole) che più mi emozionavano. Probabile che certi dischi mi piacessero poi perchè erano la raffigurazione di un mondo che mi consentiva di sentirti finalmente “differente” e rappresentato. Insomma nell’arco di trent’anni di frequentazioni musicali ho riempito casa di centinaia di dischi cosidetti “indipendenti”. Non solo quelli, naturalmente, ma -come dicevo- con una decisa predilezione per la categoria in questione.
Ho sempre coltivato una piccola avversione per il mondo della discografia ufficiale, quello delle cosidette major, di conseguenza. Ricordo ancora lo slogan che l’industria musicale forgiò all’epoca: “home taping is killing music”. Figurarsi che effetto poteva avere per noi che i dischi li compravamo dividendoci gli acquisti. Uno passava alla cassa con i New Order e una cassetta vergine per l’amico. La settimana dopo era il contrario: Wedding Present e cassetta d’accompagnamento obbligatorio per la registrazione “pirata”.
Quando la musica si è trasformata, per un breve periodo, nella mia professione principale il rapporto con le major del disco è diventato, se possibile, ancor più problematico.
Era una questione di predisposizione e linguaggio, innanzitutto. Passione da una parte, professione dall’altra, che non faceva mai rima con professionalità inoltre. A dire il vero dovrei ringraziarli, i ragazzi delle major romane. È anche grazie a loro se mi sono costruito una discografia indipendente di tutto rispetto. Grazie alle borse di promo che finivano per essere scambiati con le discografie complete degli Wire o con i vinili della K Records con la benedizione dei ragazzi di Disfunzioni Musicali che mi trattavano con la benevolenza che solitamente viene concessa ai parenti stretti.
L’episodio più divertente fu quando la major di turno mi convocò per un ascolto privato di un nuovo album di Neil Young (mi sembra fosse Mirror Ball). Non potevano nemmeno far circolare una copia promo. Nulla. Riserbo assoluto. Mi presentai con la mia copia vergine di una cassetta e lo registrai seduta stante, mentre lo ascoltavo, direttamente dal loro impianto. Ti lasciavano da solo per favorire la concentrazione dell’ascolto, dicevano. La sera stessa lo passai in radio, sulle frequenze della Rai. Nessuno si accorse mai di nulla. Qualche ascoltatore di Stereonotte però quell’edizione ancora se la ricorda.
Ehi, ma bando alle chiacchere, è lunedì: il tempo delle nostre 5 canzoni……..

 
ARIEL PINK – Put Your Number In My Phone

Cazzone di gran talento, Ariel Pink, con un nuovo singolo e album in arrivo. Put Your Number In My Phone è una canzone languida che profuma di anni sessanta, di serate estive passate sulla spiaggia, di surf e strumentazione vintage. I 70 minuti del nuovo disco (in 2 brani con Kim Fowley) si prospettano come una delle potenziali bombe dell’anno.

 
FOXYGEN – Cosmic Vibrations

Da Ariel Pink a Foxygen il passo è breve, tant’è che pure loro hanno cercato di farsi produrre l’album in uscita da  Mr. Kim Fowley, senza riuscirci. Insomma il background è il medesimo: psichedelia virata in chiave pop, gli omaggi ad una certa stagione del rock classico con l’attitudine scapestrata di chi comunque non si può prendere troppo sul serio. Cosmic Vibrations (no, appunto….dai) è una ballata punteggiata da tastiere di altri tempi e voci in falsetto. Pezzo stratosferico.

 
LOS ANGELES POLICE DEPARTMENT – She Came Through (Again)

Questa canzone è fragile come le prime ballate dei Grandaddy. Poi appena appena qualcuno lavora sulle melodie vocali, su qualche arrangiamento a più voci, si tira in ballo il nome dei Beach Boys, inevitabilmente. Canzone dal tono intimo ma con un andamento che ti acchiappa e non ti fa più scappare, ti tiene stretto nella quiete di una psichedelia appena accenata. Gioiello.
Ryan Pollie canta, suona e registra, da solo in casa. L’album di debutto dura 24 minuti per 11 canzoni e ne fa una delle più interessanti scoperte di quest’anno.

 
OPERATORS – True

Mi mancano i dischi della DFA. Mi manca il faccione di James Murphy, sinceramente. Penso che LCD Soundsystem sia uno dei pochi nomi degli anni zero che meriti rispetto e devozione. Il nuovo progetto di Dan Boeckner (un passato da protagonista nei Wolf Parade, Handsome Furs e Divine Fits) sembra riavvolgere il nastro e ripartire da quei suoni che combinano l’aggressività del punk-rock, il ritmo del funk bianco e un diluvio di synth a ricordarci la sempreverde lezione della new-wave dei primi anni ottanta. Questa versione dal vivo, con la batteria posizionata in primo piano sul palco, è semplicemente fighissima.

 
SHELLAC - Dude Incredible

A sentire questa canzone (ma andrebbe bene l’intero album) qualcuno dovrebbe arrossire per la vergogna di aver mai posseduto e, sopratutto, ascoltato un qualsiasi disco dei Rage Against The Machine, per dire. Chitarre che scuotono le fondamenta, ritmi che prendono per la gola. Steve Albini ci ricorda semplicemente cosa significhi suonare duro, senza compromessi. Un basso, una batteria e una chitarra. Volumi da spavento. Riff come rasoiate (l’ho scritto? cazzo, l’ho scritto!) e una voce sgraziata che colpisce esattamente dove deve colpire. Dedicato a tutti quelli che ascoltavano “metal”. La vostra adolescenza è stata terribile, passata ad ascoltare quei dischi terribili. Una qualsiasi canzone degli Shellac vi costringe a dolorose sedute di autocommiserazione, ne sono certo.

Cesare Lorenzi

Fiver #03.09

Avi Buffalo

Avi Buffalo

“La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.” (Jep Gambardella)
Ora, io non ho l’etá del protagonista della Grande Bellezza però questa è una frase che, da quando l’ho sentita, pur nella sua apparente ovvietá, non sono più riuscito a scollarmela dalla mente.
Troppo spesso mi sono reso conto di aver seguito, anche al di fuori delle routine quotidiane imposte, anche quando non era indispensabile, percorsi consolidati seguendo una sorta di inerzia invisibile e ineludibile.
Restando alla musica la frase di cui sopra mi è tornata prepotentemente in mente l’altro giorno mentre ascoltavo il nuovo DFA 79.
Quante volte ho ascoltato cose assolutamente impresentabili solo perchè “dovevo”, per non restare tagliato fuori dalle logiche della massa?
Al di lá del disco in questione, che trovo brutto e banale ma che viene fatto passare per una geniale reinvenzione di canoni esistenti (?), volendo parlare anche di concerti, bestemmio se dico che all’ultimo concerto dei Mogwai, a cui sono andato per una sorta di obbligo morale (“cazzo vengono i Mogwai a 15 minuti da casa tua e non ci vai?”) mi sono slogato la mascella dagli sbadigli mentre poche sere fa accompagnando mia figlia a vedere Caparezza (lo so, lo so) sono tornato a casa fischiettando?
La realtá è che se stasera sono qui a scrivere questo Fiver mentre il mondo intero social e non, confessandolo o meno, “deve” ascoltare gli U2 è perchè, giusto o sbagliato, l’ho scelto io e non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

Whirr – Mumble

Probabilmente a fine anno al primo posto della mia personalissima classifica scriverò il nome Nothing. Nick Bassett, che della formazione di San Francisco è il bassista, ha deciso che se proprio devo togliere Guilt of Everything dal piatto sará solo per metterci sopra i suoi Whirr.
Ad ulteriore conferma mi sono ritrovato pochi giorni fa sotto le bianchissime statue della basilica di San Giovanni a Roma che si stagliavano contro un cielo color piombo.
Mi sembrava di essere dentro una copertina dei Joy Division…In quell ‘esatto momento le cuffie mi hanno imposto Mumble. Momento perfetto, se ce n’è uno.

Avi Buffalo – Memories Of You

Me lo ricordo ancora, Cesare, quando diversi anni addietro tra l’incredulo e il disgustato mi dicesti “ma come non conosci Elliott Smith? ..ma..ma Either Or è musica nostra al 100%.. “. Effettivamente non so perchè avevo “bucato” così clamorosamente uno degli artisti che in seguito avrebbe punteggiato molti dei miei ascolti (e stati d’animo). E quando questo pezzo scritto da quell’insopportabile genietto di Avigdor (!) Zahner-Isenberg (nome da cattivo di un film di james Bond, ne converrete ma anche gran talento) al secondo n. 13 di Memories of You si appiattisce sulla melodia di Son of Sam non posso fare altro che ascoltarlo fino alla fine con un sorriso amaro per poi rimetterlo su un altra volta, e un’altra ancora.

Twerps – Hypocrite

Questa è stata un’estate particolare e mi sono perso completamente le serate dell’Hana bi compreso quel momento immancabile che si ripresenta con inesorabile cadenza annuale nel quale io e il mio amico Fabio in evidente stato di alterazione alcolica sbandiamo in pista abbracciati facendo finta di sapere le parole di un pezzo particolarmente sgangherato ed irresistibile. Questo pezzo sarebbe stato perfetto, Fabio.

Mazes – Salford

Inglesi innamorati di chitarre dispari con, da sempre, le mani grondanti ritmi motorik.
Salford parte con un basso tipicamente Fall e una chitarra arpeggiata molto Sonic Youth. Quando le voci di lui e lei cominciano a dialogare come in una moderna Kool Thing sono giá impegnato a saltare scompostamente per la stanza facendo inavvertitamente volare a terra i pokemon di mia figlia sotto il suo sguardo severo e un po’ sconsolato.

New Pornographers – Bill Bruisers

Il gruppo canadese appare e scompare. Ho perso il conto di chi ci suona e francamente mi inetressa poco. Quello che mi diverte è la svergognata indecenza con cui iniettano dosi cafone di Electric Light Orchestra nei pezzi del nuovo Brill Bruisers con risultati, in diversi pezzi, assloutamente irresistibili alle mie orecchie.
Dopotutto, volendo chiudere il cerchio, “Che cosa avete contro la nostalgia, eh? È l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro, l’unico.” (Romano-La grande bellezza).

Massimiliano Bucchieri

Fiver #02.09

Warren Ellis

Warren Ellis

Poco sesso, pochi scandali, molta guerra, molto teatro, molte famiglie in difficoltà e di sicuro nessun capolavoro. Questo in 2 righe quello che ha lasciato la 71esima Mostra del Cinema di Venezia. A mio avviso tra le edizioni più modeste degli ultimi anni anche a causa della concorrenza ormai agguerrita del sempre più potente Festival di Toronto in corso in questi giorni.

Sul fronte a noi più caro, quello musicale, segnaliamo invece i 2 lavori della coppia Warren Ellis e Nick Cave che firmano la colonna sonora di “Loin des Hommes” (di cui parleremo in seguito) e gli Explosions in the Sky che accompagnano per l’ennesima volta il lavoro del loro amico regista texano David Gordon Green . Green era il regista che alla vigilia aspettavo con più impazienza in quanto usciva da 2 film a mio avviso riuscitissimi come Prince Avalanche e Joe, entrambi in cima alle mie preferenze 2013 e segnalati anche su queste pagine.

Il suo nuovo lavoro : Manglehorn interpretato da Al Pacino risulta invece solamente “piacevole” e scivola via senza nessun graffio così come non graffiano gli amati Explosions in the Sky.

Ma non è compito di Fiver commentare le aspettative disattese oppure i premi assegnati nella giornata conclusiva, quindi mi attengo al più gradevole compito di  indicare le 5 opere che per un motivo o per l’altro mi sono rimaste più dentro nella settimana veneziana

 

LOIN DES HOMMES di David Oelhoffen  (Francia)

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Le colonne sonore di Warren Ellis non le senti. Però succede che sei lì che segui una narrazione piuttosto normale ed ordinaria e a metà film ti accorgi che tutto sta assumendo una dimensione epica come i vecchi western che vedevi da bambino e ti rendi conto che questo processo dell’anima è aiutato sostanzialmente proprio dalle note apparentemente innoque composte da Warren Ellis (ovviamente stiamo parlando del fondatore dei Dirty Three e non dell’ononimo scrittore britannico)

Mi era già capitata la stessa cosa con The Road, con Lawless e soprattutto con il sottovalutato “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, tutte pellicole di cui la coppia Ellis/Cave firmavano le splendide colonne sonore.

In questo caso i nostri si mettono al servizio del regista francese David Oelhoffen che ha l’idea originale di prendere un breve racconto di Camus (L’ospite) , ambientato nella guerra franco-algerina e girarlo come se fosse un western. Ne esce una pellicola a mio avviso tra le migliori viste a Venezia 2014 e che forse rappresenta il mio personalissimo Leone d’Oro.

Da sottolineare la prova di Viggo Mortensen che recita in arabo per rendere più credibile il suo personaggio (dopo aver recitato in russo per Cronenberg alcuni anni fa ne “La Promessa dell’assassino”). Uno dei mille motivi per scegliere sempre – quando è possibile – i film in lingua originale.

 

GOODNIGHT MOMMY di Veronika Franz e Severin Fiala (Austria)

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Il film che quest’anno non è riuscito a Kim Ki-Duk è invece riuscito alla regista austriaca Veronika Franz, qui alla sua opera prima e conosciuta in patria per essere la sceneggiatrice del regista di culto Ulrich Seidl.  Di sicuro il risultato ottenuto dalla Franz è quello di avere portato la trama a mio avviso più originale dell’intera rassegna, in una Mostra che al contrario ha spesso riproposto storie già viste.

In “Ich seh, ich seh”, il titolo austriaco del film che significa “Vedimi, Vedimi”, una madre ritorna a casa con il volto completamente bendato dopo un delicato intervento chirurgico. La donna non vorrà mai farsi vedere sbendata dai 2 figli (due gemelli di 10 anni) e il suo carattere risulterà completamente cambiato dopo l’intervento. Diventata più rigida e lontana dagli affetti tratterà i figli – senza padre – con gelo e severità, tanto che i bimbi inizieranno a dubitare che quella sia la loro vera madre. Per tutto il film saremo spettatori della relazione sempre più tesa tra i 3 protagonisti.

Non so se il film uscirà in Italia, ad oggi non mi risulta comprato da nessuna casa di distribuzione. Nel caso uscisse e venisse presentato come un horror (errore fatto con lo splendido “Lasciami entrare” di qualche anno fa) sicuramente non incontrerà il favore degli appassionati del genere.

Ma se verrà presentato come thriller psicologico e film d’autore penso possa avvicinare molti estimatori proprio per la sua originalità

 

SHE’S FUNNY THAT WAY di Peter Bogdanovich – Usa

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“La commedia non è un genere cinematografico è un modo per intendere la vita. La commedia non la puoi costruire o ce l’hai dentro oppure ti riuscirà un prodotto artefatto” Ho pensato a questo commento critico vedendo l’ottimo ritorno alla regia di Peter Bogdanovich. Non si può certo gridare al capolavoro o al film che rimarrà negli annali, ma in ogni modo vedere una commedia ad un Festival cinematografico è già un evento raro , vederla riuscita lo è ancora di più.

Fa strano rilevare che il il ritmo ed i dialoghi più freschi e genuini visti alla Mostra vengano da un regista di 75 anni tra l’altro finito per lunghi periodi nell’assoluto anonimato.

Per il resto , chi non lo ha ancora fatto , si segni il nome di Imogene Poots la giovane attrice inglese che sicuramente ha sempre di più la strada spianata anche ad Hollywood per ricevere infinite proposte. Vedremo se saprà sceglierle al meglio.

 

 

99 HOMES – di Ramin Bahrani – Usa

99 home

 

I registi indipendenti americani che sbarcano ad Hollywood hanno solo 2 possibilità: o vengono  inglobati dal mainstream o riescono a mantenere uno sguardo piuttosto originale sulle cose.

Il buon Ramin Baharani sembra appartenere a questa seconda categoria. In 99 Homes sceglie 2 attori conosciuti : il sempre più bravo Michael Shannon e il giovane Andrew Garfield (il nuovo Spiderman per intenderci) e ci racconta il dramma molto attuale delle famiglie sfrattate dal Governo degli Stati Uniti a causa dei mancati pagamenti di rate di affitto. Una trama del genere in mano ad un regista europeo avrebbe avuto sicuramente un taglio più lento e malinconico. Baharani riesce invece a girare un film ricco di adrenalina e con il ritmo quasi da action-movie. Per questo motivo il film (se e quando uscirà) potrà avere anche un buon riscontro di pubblico.

 

 

RETOUR A ITACHA di Laurent Cantet – Francia

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Il gioco che propone Laurent Cantet è molto simile a quello proposto ne “La Classe” il suo film più noto che vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2008. Se allora chiudeva tra le mura di una classe di liceo francese il professore ed i suoi alunni, questa volta Cantet ci propone per 2 ore l’incontro tra 5 amici cubani su una terrazza di l’Avana. Il motivo della serata è quella di ritrovarsi insieme dopo 16 anni per festeggiare il ritorno da esule di uno di loro. Le sceneggiature di Cantet non sono mai banali e portano a riflettere su vari punti di vista. In questo caso è la nostalgia a farla da padrona e tutti i protagonisti risulteranno sconfitti e schiacciati dai loro sogni e dalla loro terra.

Forse troppo spinto nel criticare Cuba il film sicuramente potrà interessare maggiormente agli amanti di questa splendida e contradditoria isola.

Il film dovrebbe uscire in Italia a Gennaio 2015 con il più scontato titolo “Ritorno a l’Avana” ..forse perché c’e’ timore che il pubblico non sia all’altezza di sapere che cosa è e cosa rappresenta l’isola di Itaca.

 

 

Come a volte può accadere nel Fiver, cado nella tentazione di segnalare una “bonus track” o movie..in questo caso..

Si tratta di “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer.

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Non l’ho segnalato nella mia top five solo perché se ne è largamente parlato sui giornali e inoltre la vittoria del Gran Premio della Giuria lo aiuterà sicuramente a girare nelle sale.

Il membro più noto nella giuria di quest’anno (Tim Roth) lo ha definito “masterpiece” : capolavoro.

Forse un giudizio esagerato dal punto di vista strettamente cinematografico, ma a mio avviso assolutamente calzante per l’importanza umanitaria dell’opera. Mettere cioè a confronto vittime ed artefici del genocidio indonesiano degli anni ’70 e di cui la storia ha tramandato ben poco.

In questi giorni sta passando su Sky Arte la precedente opera di Oppenheimer “The act of Killing” che ebbi il piacere di segnalare a gennaio su queste pagine tra i migliori documentari del 2013 e di cui “The Look of Silence” è l’ideale seguito.

Se vi capita – e se siete interessati a queste tematiche – non perdetelo …anche se di certo non saranno 2 ore di svago.

MASSIMO STERPI

 

Fiver # 01.09

The Hive Dwellers

The Hive Dwellers

In questo agosto appena concluso – mese strano come tutta l’estate che va sfumando senza mai essere davvero cominciata – mi è capitato di assistere ad alcuni concerti che per un motivo o per l’altro se non sono stati tra i migliori visti nel corso dell’intero anno, sono stati senz’altro quelli dove più mi sono divertito. D’altra parte infilare in sequenza Black Lips, Belle and Sebastian, Van Pelt e Oh Sees era un po’ come srotolare un tappeto rosso davanti ai miei piedi e invitarmi a passeggiarci sopra, peraltro in un periodo che per sua natura – festival a parte – non dovrebbe offrire grandi emozioni. Una premessa allettante che alla prova dei fatti non si è per nulla rivelata deludente.
Questi quattro concerti meriterebbero ognuno un racconto a parte e può anche darsi che prima o poi mi venga da scriverne: abbandonata ormai da tempo l’idea di essere tra i primi a parlare di una cosa in un’epoca in cui la cronaca si fa in tempo reale con un tweet, sarebbe d’obbligo essere viceversa gli ultimi a farlo, ragionandoci sopra con calma.
Qui volevo solo rilevare una caratteristica comune ai gruppi che ho incontrato in quei giorni, un attributo difficilmente definibile e scarsamente considerato dai più: l’attitudine. In particolare un paio di episodi hanno stimolato la mia attenzione: John Dwyer, unica pedina rimasta in piedi negli Oh Sees, presentatisi per il resto in formazione rimaneggiata e stravolta (ok, a tutti è mancata la presenza della ragazza alle tastiere e il chitarrista mod tatuato fino al mento), prima del concerto ha chiesto che fossero rimosse le transenne che separavano il pubblico (che si immaginava piuttosto caldo, per questo erano state previste barriere altrimenti assenti in quel luogo) dal palco (che come i frequentatori dell’Hana Bi sanno è alto quanto il palmo di una mano) e a concerto iniziato è poi entrato immediatamente in rotta di collisione con il servizio d’ordine che provava, come da contratto, ad arginare crowd surfing ed irruenza delle prime file che si, in effetti, erano piuttosto entusiaste, facendo si che lo stesso servizio d’ordine si ritirasse rapidamente ai margini della scena.
Poi mi ha colpito il fatto che dal canto loro i Black Lips, gruppo ormai da tempo elevato ad uno status major, qualunque significato vogliate dare al termine, vadano ancora in giro scassati come la prima volta che si presentarono a suonare da queste parti (credo fosse il tour di Let it Bloom e si esibirono se ben ricordo in un centro sociale di Ravenna tipo 2005, io quel giorno avevo altro da fare quindi non dispongo di dettagli) e quando decidono di creare un effetto scenico per il proprio palco lo fanno appendendo alle spalle del batterista due lenzuoli cuciti male con verniciato sopra a spray il loro nome sbilenco e qualche fiore dai contorni incerti.
Tutto ciò non significa probabilmente nulla.  Ma a me che sono nato (musicalmente) quando si cominciava a teorizzare l’abbattimento delle barriere tra un artista e il suo pubblico, si iniziava a praticare il do it yourself e tutte quelle menate che andavano di moda quando c’era il punk, ste robe ancora un po’ di effetto lo fanno.
E mi fanno riflettere ancora una volta circa cosa intendiamo noi per musica e cultura indie e cosa invece intende il resto del mondo. Ma il pippone stavolta lo risparmio: a me stesso prima ancora che a voialtri.

Reigning SoundFalling Rain

A proposito di pubblico irrequieto: uno dei concerti più coinvolgenti ed elettrici mi sia mai capitato davanti agli occhi fu la data che abbinava sulla stessa spiaggia i festeggiamenti per le estemporanee reunion di Oblivians e Gories (Hana Bi, 17/7/2009).
Uno dei tre Oblivians, Greg Cartwright, è anche il cantante e chitarrista dei Reigning Sound. Mi avessero detto solo qualche anno fa che a un certo punto sarei finito ad ascoltare (anche) questa musica non ci avrei mai creduto: tradizione americana pura tra Bob Dylan e Bruce Springsteen (addirittura!!!!). Per aspetti diversi potrei pensare la stessa cosa riguardo i miei ascolti del nuovo Ty Segall o dei Woods o di Kurt Vile, tutta gente che mi piace parecchio ma che di nuovo ha ben poco. Intendiamoci: oggi nulla è nuovo. Ma di qui a mettermi ad ascoltare musica che ha molto a che fare con Dylan e Springsteen (da un gruppo nato a Memphis, Tennessee potremmo aspettarci altro?) e nulla da spartire con Suicide e Joy Division, pensavo corresse molta più strada di quella che in realtà ho percorso. In ogni caso questo è un gran bel disco e Falling Rain è un pezzo che ha la cadenza e la portata di un piccolo inno.

Real EstatePaper Dolls

Per quanto anch’io non apprezzi per nulla i dischi di sole cover di un unico artista (cfr. Fiver di Cesare la scorsa settimana a proposito di Arthur Russell), nella mia personale collezione ho diversi album del genere che pagano tributo a Velvet Underground, Jam, Galaxie 500, Suicide, Joy Division, Slowdive e andando a braccio, lontano dalla libreria dove sono depositati, credo di dimenticarne qualcuno. A conferma della premessa devo dire che questi dischi li comperai per curiosità e che nessuno di questi mi piace. Viceversa apprezzo quegli artisti che pagano pegno alle proprie influenze ed esplicitano le loro passioni suonando cover di canzoni altrui ai concerti o infilandone qualche registrazione su disco, in genere sui lati b dei singoli. Mi vengono in mente la Disorder dei Bedhead e le Ceremony di Galaxie 500 e Xiu Xiu, ad esempio. I Real Estate piazzano sul retro del loro nuovo singolo (Had to Hear, estratto dall’ultimo album Atlas) Paper Dolls, canzone dei Nerves, misconosciuta ma gloriosa band power pop californiana con un impressionante rapporto inverso tra dischi pubblicati (un solo ep) e influenza esercitata sui posteri (uno dei pezzi più conosciuti dei Blondie, Hanging on the Telephone era roba loro, per dire). Ottima scelta quella di interpretare un pezzo dei Nerves, canzone che peraltro si adatta ai morbidi giri di chitarra della coppia Courtney/ Mondanile molto più di quanto mai avessimo potuto prevedere.

Twin Peaks “Flavor

Big Star, Teenage Fanclub, Posies, Replacements a proposito di power pop su le antenne e una bella girata alla manopola del volume: da Chicago ecco i Twin Peaks, quattro ragazzi giovanissimi che in attesa di farci ascoltare un album intero (in uscita proprio in questi giorni) hanno messo fuori un ep che si intitola come la canzone qui sopra. Meno di due minuti sono sufficienti per metterci dentro tutto quello che ci deve stare.

Burnt Palms “Isolation

Fossero stati britannici e nati 20/30 anni fa, questi Burnt Palms avrebbero avuto ottime possibilità di infilarsi nella classifica dei 50 migliori dischi indie inglesi che abbiamo appena finito di commentare. In realtà queste due ragazze e il loro amico sono nati giusto l’altro ieri nella California del Nord e suonano veloci, ritmati e melodici come si confà a chi ha i Buzzcocks nel cuore e le spiagge del Pacifico nell’anima. La batteria è una mieti trebbia che macina i primi  settantacinque secondi di questa canzone spianando il campo e lasciando poi a quel punto alla voce lo spazio per aprirsi in un verso che è ossigeno puro. The Girl You Knew è il loro secondo album e a quanto pare sarà stampato  dai tipi della We Were Never Being Boring, il che, per quanto mi riguarda, equivale a una certificazione di qualità doc.

The Hive Dwellers “Streets Of Olympia Town

Ogni volta che esce un disco che vede coinvolto Calvin Johnson a casa mia si fa festa. Gli Hive Dwellers sono la sua anima folk e Moanin’ è il loro secondo album. Allegro e ciondolante come il rimbombo della sua vociona che ci parla della città che tanto gli è cara in questa canzone. Sul sito della K Records a gennaio del 2013 misero un annuncio con cui cercavano ragazzi di Olympia che sapessero ballare come Calvin Johnson per partecipare alle riprese del video del pezzo. In giro non ne ho visto traccia e dato che è passato un anno e mezzo temo che non abbiano trovato soggetti adatti. Oppure il video uscirà adesso, in concomitanza della pubblicazione dell’album. Se lo vedete avvisatemi, non vorrei perderlo per nulla al mondo.

Arturo Compagnoni

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

10 – 1

10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21

leggi la quarta parte, i dischi dal  20 – 11

indie pop ain’t noise pollution (parte 4) 20-11

Spaceman 3

Spacemen 3

20 – 11

20) Spacemen 3 – Revolution (1988)

Ricordo che ne lessi su Rockerilla e rimasi affascinato prima ancora di aver ascoltato una sola nota. Gli occhiali scuri (così Velvet Underground), gli amplificatori Vox e le chitarre Telecaster (così vintage), i riferimenti alle droghe e ad una nuova specie di psichedelia minimale. Vennero prima loro (per me) e poi, grazie a loro, i Suicide e i 13th Floor Elevators, tra gli altri. I primi Spacemen 3 sono stati la mia formazione musicale principale, da lì è seguito tutto il resto. Sarà questo il motivo che mi ha sempre fatto odiare chiunque utilizzi il termine “derivativo” parlando di musica, di qualsiasi musica, di qualsiasi forma d’arte. (C.L.)
Lennon/McCartney, Morrissey/Marr, Gallagher/Gallagher: storie di coppie, ognuno ha la sua. La mia indubbiamente è stata Jason Pierce/Sonic Boom. Eternamente indeciso da che parte stare, troppo ed indivisibile l’amore per entrambi.
Questa è la canzone che preferisco. Quella che sparo in cuffia ad alzo zero quando la misura è colma: it takes just five seconds, just five seconds of decision to realize that the time is right to start thinking about a little… Revolution! (A.C.)
Per rispetto taccio il mio, tutto sommato, agnosticismo nei confronti del culto “spaziale” dei miei sodali. (M.B.)

19) This Mortal Coil – Song to the Siren (1983)

Il primo disco 4AD che ho comprato è stato il debutto dei Pixies. Mi son perso tutta la prima fase “dark” dell’etichetta che mi è toccato recuperare in seguito con poco entusiasmo. Per questa canzone però è stato differente e il fatto che sia un brano originale di Tim Buckley ha senz’altro giocato un ruolo rilevante. Comunque sia, tutto il primo periodo dell’etichetta per me è racchiuso in questi tre minuti abbondanti. Pura magia per una cover tra le migliori mai pubblicate in assoluto negli ultimi trentacinque anni di musica. (C.L.)
A me invece la penombra 4AD ha sempre affascinato e su questa canzone, come sulla Holocaust ripresa dagli stessi TMC dal repertorio di Alex Chilton, ho speso tante di quelle lacrime da consumarci gli occhi. (A.C.)
Per noi amanti dei Cocteau Twins una canzone per perpetuare il sogno. Ancora oggi medesimi brividi. (M.B.)

18) Lloyd Cole & The Commotions – Rattlesnakes (1984)

Dai sto’ pezzo non è male, anzi una gran canzone. Come tutto l’album. Ma poi chi se ne importa di Lloyd Cole alla fine. Qui in mezzo ci finisce quasi per abitudine ma i fuoriclasse sono da un’altra parte. (C.L.)
Ho tanto amato questo disco quanto ignorato tutto quello che Lloyd Cole ha combinato in seguito. Non so dire se la faccenda sia colpa della mia soglia di attenzione notoriamente bassa o di un calo qualitativo della produzione successiva dell’uomo. Grande disco, comunque. (A.C.)
Un grande disco anche se si sprecavano le discussioni su quanto fosse “troppo pop”. Un po’ sparito alla distanza. (M.B.)

17) Teenage Fanclub – Everything Flows (1990)

Come scrive qualcuno nei commenti a questo video….sembrano i Nirvana, quantomeno nel look. Questo brano, poi. L’ho cantato, in silenzio nella mia testa, per un periodo indefinito ma comunque lungo. Dai 20 ai 35 anni, regolarmente. Non l’ho mai abbandonato. Quando davvero non sapevo dove sarei finito…..I’ll never know which way to flow….set a course that I don’t know…..grazie a questa canzone ho sempre tenuto, si fa per dire, la barra dritta in mezzo alla tempesta. (C.L.)
Il negozio di Federico Ferrari in via Petroni, i lunghi pomeriggi spesi in chiacchiere su quale fosse il nuovo singolo inglese su cui puntare e le classifiche delle nostre trasmissioni radiofoniche scritte a macchina ed appese alla bacheca come fossero quadri di Rembrandt. (A.C.)
Agosto 92. Listening post di hmv a Edimburgo. Cielo color piombo e il castello di fronte a me. My star dei tfc nelle orecchie. Uno di quei momenti che definiscono in modo definitivo il mio amore per la musica. (M. B.)

16) Wire – Outdoor Miner (1980)

La grandiosità degli wire, oltre che nelle schiere di epigoni figliate dalle loro intransigenze sonore, sta anche nell’assoluta rilevanza delle prove successive, fino ai tempi attuali. (M.B.)
I primi tre dischi dei Wire sono capolavori assoluti. Ma a dire il vero anche quando qualcuno li ha accusati di aver messo il piede in fallo (diciamo i tre album seguenti di seconda metà 80’s) loro sono stati sempre un paio di passi avanti a tutti gli altri. (A.C.)
Ci sono canzoni che mi piace ascoltare dieci, venti volte consecutive. Canzoni che non mi stufano mai. Outdoor Miner è una di quelle. Sono i Wire più accessibili, quasi pop nel loro incedere. Gruppo semplicemente fantastico. (C.L.)

15) Echo and the Bunnymen – Crocodiles (1980)

Poco da aggiungere a quanto racconta Arturo più giù. Arricchisco il tutto solo col ricordo del concerto al  palasport di Bologna (!) dei giovanissimi Bunnymen che promuovevano l’appena uscito Heaven Up Here. Era il 21/2/1983 e in mezzo a tanto bagliore tutto sembrava, ancora, possibile. (M.B.)
Non so spiegare il motivo ma io e i Bunnymen non abbiamo mai avuto un gran feeling. Hanno tutto quello che serve ad un gruppo per rientrare nella mia personale categoria di favoriti ma, in verità, non sono mai riuscito a farmeli piacere sul serio. E sì che ci ho provato più volte e in tempi diversi. Problema mio, naturalmente. (C.L.)
A Crocodiles arrivai qualche tempo dopo la sua uscita, di ritorno dal mio primo viaggio all’estero nell’estate dell’81. Andammo a Londra, Massimiliano ed io, in vacanza studio per tre settimane, avevamo sedici anni e aspettative infinite. Vedemmo la finale di Charity Shield a Wembley: Tottenham-Aston Villa. Oltreché con bellissimi e incancellabili ricordi, tornai a casa con in valigia i miei primi oggetti musicali: i vinili di Heaven Up Here dei Bunnymen e di Closer dei Joy Division e un bracciale borchiato con il logo degli AC/DC. Dire che quel viaggio è stato uno dei 3/4 incroci in cui la mia vita ha svoltato mi pare appropriato. (A.C.)

14) Belle & Sebastian – Tigermilk (1996)

Non ne disconosco l’importanza ma gli scozzesi sono arrivati cronologicamente dietro gli Smiths e hanno trovato la porta della mia attenzione serrata. (M.B.)
Un gruppo scozzese che pare una comune di figli dei fiori fuori tempo massimo che prende il nome da una raccolta di racconti da cui una serie televisiva francese degli anni ’60: praticamente la rappresentazione in formato fisico dell’immaginario indie pop nerd. Una volta stabilito questo non resta da far altro che perdercisi dentro. (A.C.)

13) The House of Love – Destroy the Heart (1988)

A nessuno di noi qui a SG piace dire che si stava meglio un tempo. Però poi uno pensa a un gruppo che che nell’arco di un anno mette fuori quattro singoli come Shine On, Real Animal, Christine e Destroy the Heart e viene da dire che si, beh, forse, chissà. Ma davvero pensiamo che oggi qualcuno sarebbe in grado di fare qualcosa di simile? (A.C.)
Quei quattro singoli e l’album di debutto che andò a raccoglierli fu una delle migliori cose mai uscite in Inghilterra in quel periodo e uno dei migliori dischi targati Creation ad aver visto la luce. Poi, troppe droghe, troppi scazzi e una casa discografica folle rovinarono l’alchimia. (C.L.)
Dissolti come neve al sole ma qualitativamente tra i più rilevanti artisti Creation. Canzoni come The girl with the loneliest eyes e Shine On risplendono ancora nei nostri cuori. (M.B.)

12) Subway Sect – Ambition (1978)

I Subway Sect incarnano alla perfezione quello che io intendo per stile. Piantati con entrambe le scarpe in mezzo al magmatico caos generato dalla rivoluzione punk e stimati dai protagonisti della scena (i Clash li portavano in palmo di mano), i Subway Sect se ne andavano per una strada tutta loro, tra raffinatezze pop e riferimenti cinematografici evocati sin dal nome del leader indiscusso, Vic Godard. Troppo diversi ed eclettici per durare eppure, pur senza aver mai pubblicato un vero e proprio album e a oltre 30 anni dal loro scioglimento, sono tornati a girare il mondo. Tra un paio di mesi li vedremo suonare dalle nostre parti, inutile dire che esserci sarebbe d’obbligo. (A.C.)

11) Felt – Forever Breathes the Lonely Word (1986)

Tra I dischi dei Felt (10 album in 10 anni di vita) è difficile sceglierne uno. Forse Forever Breathes è però effettivamente la loro cosa migliore: otto canzoni e poco più di mezz’ora di musica per il primo piccolo classico in formato lp di casa Creation, con la tastiera di Martin Duffy, futuro Primal Scream e faccia tagliata a mezzo in copertina, a fare da spalla alla chitarra e alla voce di Lawrence. (A.C.)
Nel 1986 i Felt con l’album Forever Breathes the Lonely Word si piazzarono al primo posto della mia personale classifca da nerd. A fare la classifiche annuali avevo iniziato l’anno prima e ad oggi, ventinove anni dopo, non ho ancora perso l’abitudine. Ho ancora una trentina di pagine libere, penso che saranno sufficenti.
Al secondo posto si piazzarono gli Smiths e al terzo gli Hüsker Dü. (C.L.)
Ignite the seven cannons, Robin Guthrie, Liz Fraser, Primitive Painters… troppo tutto insieme. Il cuore strabordò. (M.B.)

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indie pop ain’t noise pollution (parte 3) 30-21

v1

The Vaselines

30 – 21

30) Wedding Present – George Best (1987)

C’è stato un momento al Primavera Sound Festival dell’anno scorso, a pochi minuti dall’attesissima esibizione dei Blur, nel quale l’aria si è riempita di note familiari e l’occhio ha scovato, non senza fatica, un manipolo di musicisti su un palchetto laterale di fortuna…esatto erano i Wedding Present che dopo tre canzoni hanno lasciato la ribalta ai loro ben piu blasonati connazionali. So the story goes. Un doveroso omaggio, certo, ma anche un amara constatazione di come questo disco, per molti versi perfetto a partire dall’omaggio al giocatore di football piu punk rock di tutti i tempi e con una manciata di canzoni indimenticabili edificate su una muraglia chitarristica ostica e carezzevole meritava di essere, come é nei nostri cuori, molto piû in alto di un modesto n. 30. (M.B.)
La prima volta che mi è capitato d’ascoltarlo sono rimasto interdetto. Capitava di comprare i dischi per sentito dire o per la copertina, una volta. E non sempre ti andava bene. Questo dei Wedding Present lo comprai perchè ne scrivevano i tizi di Vinile, e quello che dicevano loro per me era legge. Poi la copertina fece il resto, in effetti. Capitava pure che un disco dovevi fartelo piacere per forza o comunque dovevi provarci per bene. Mica potevi cliccare un’altra volta play e passare oltre. Così a forza d’insistere i Wedding Present sono diventati la mia band preferita di quel periodo e ancora oggi mi bastano pochi secondi per riconoscerne qualsiasi canzone presente in questo disco. Una cosa che non potrà mai più capitarmi con nessun altro gruppo, evidentemente. (C.L.)
Col loro primo disco i Wedding Present indovinarono tutto: titolo, copertina e suoni. Innescarono in me un corto circuito che dura ancora oggi, ogni volta che lascio scendere la puntina sul disco e partono le note di Everyone thinks He Looks Daft. (A.C.)

29) Young Marble Giants – Colossal Youth (1980)

Leggendario ma, quanto meno dal sottoscritto, tutto sommato poco conosciuto album rimasto unico nella discografia del gruppo. Eppure, datato 1980, butta sul tappeto tutti gli ingredienti della generazione wave di lí da venire. Drum machine, chitarra nervosa, secca ed essenziale, basso che insinua funk al calor bianco, voce femminile che figlierá legioni di emule. Un obbligo riascoltarli per percepirne i conifini della grandezza. (M.B.)
Gli Young Marble Giants non somigliavano a nessuno e nessuno in seguito è riuscito a somigliare loro. Riuscivano allo stesso tempo a rendere ansiose le canzoni più allegre e a stemperare la tensione di quelle più elettriche. Tra i tanti meriti di Kurt Cobain iscriviamo anche la loro riscoperta, vistata in seguito anche dalla consorte Courtney Love che inserì un loro pezzo (Credit in the Straight World) nella scaletta di Live Through This delle Hole. (A.C.)

28) New Order – Temptation (1982)

1981. Torno dalla mia prima volta a Londra con una borsa carica di magliette dei Clash, poster e il 7″ di Ceremony versione New Order. Lo consumo con gli ascolti. Tempation, per alcuni solo la prova generale per Blue Monday, in realtá è anch’essa vera e propria pietra angolare con cui cominciare a sfondare la porta che ci impediva di accedere al dancefloor e ballare, oddio ballare…, al suono della “nostra musica”. (M.B.)
Oddio i synth, oddio il beat, oddio il pop…..vita dura quella dei New Order prima versione, con i fan dell’epoca Joy Division che si sentivano cornuti e mazziati. Mi ricordo le cronache dei primissimi concerti italiani che raccontavano di una parte del pubblico che passava il tempo a sputare al cantante. Io i primi dischi dei New Order invece li adoro, compreso questo brano uscito originariamente solo su singolo. (C.L.)
Temptation è stato il coltello infilato nella tela scura del post punk. Lo squarcio prodotto dal solco della lama lasciò intravedere quello che sarebbe venuto dopo: una lunga scia chimica che partì dall’Hacienda fino a lambire le coste di Spike Island: gruppo di importanza incalcolabile. (A.C.)

27) Franz Ferdinand – Take Me Out (2004)

Simpatici sono simpatici i FF e questo pezzo ascoltato in ogni contesto ti fa venire voglia di saltare scompostamente urlando. La prima volta che l’ho sentita ho pensato “fantastico, ne voglio ancora”. Ecco forse mi hanno preso un po’troppo in parola…Il limite degli scozzesi forse è stato ripetere, sempre molto dignitosamente per caritá, la medesima formula. Ma se mi invitate ad una festa assicuratevi di avere Take me out in scaletta. (M.B.)
Il loro live al Covo (13/03/2004) rimane uno degli high light di quel locale a me particolarmente caro e il dj set che preparai per il riscaldamento del pubblico pre concerto una delle cose di cui vado più fiero. Una lista di pezzi che comprendeva buona parte delle canzoni presenti in questa classifica, canzoni che poi erano la fonte di ispirazione dichiarata dai Franz Ferdinand. Gran bella cosa il loro primo disco: peccato che di lì in avanti i ragazzi si siano mossi solo con piccolissimi passi, quasi impercettibili. (A.C.)

26) The Libertines – What A Waster (2002)

Non discuto il loro valore, il carisma e la catchiness dei loro pezzi, la stramba dinamica Doherty/Barat, Albione, il romance, la tragedia e tutto quello che volete ma per chi, come me, nel 1980 aveva 16 anni e White Man In Hammersmith Palais sul piatto i Libertines resteranno sempre solo un piacevole diversivo e niente più. (M.B.)
Non si può sempre essere d’accordo su tutto. Questa è una grande canzone. Una delle pochissime dei Libertines. Che saranno pure una band mediocre, rovinata dalle droghe sbagliate. Ma questa canzone è un momento di celebrazione assoluta: la giovinezza che si staglia prepotente come dovrebbe sempre accadere in un grande brano pop. Quello che la rende peró veramente gigante è quel sentimento di amarezza che viene a galla, come se la consapevolezza della fine (quantomeno dell’adolescenza) prendesse il sopravvento. (C.L.)
Al netto della facile, crescente e condivisibile ironia con cui col passare degli anni tutti noi abbiamo trattato il personaggio Pete Doherty e dimenticandoci quello che i Libertines hanno finito col rappresentare (praticamente i Doors della generazione hipster anni zero), i quattro londinesi hanno lasciato alcune canzoni che non posso fare a meno di continuare ad amare. Tra cui questa, il loro primo singolo. (A.C.)

25) The Loft – Up The Hill And Down The Slope (1985)

Insieme a Why Does The Rain una doppietta memorabile sferrata da Peter Astor a forza di chitarra serrata e melodie irresistibili al cuore di chi sognava nel chiuso della propria cameretta la ragazza carina intravista al pub locale ma con la quale non aveva il coraggio di parlare. Dopo verranno i Weather Prophets. Due grossi mattoni su cui verrá edificata la casa Creation. (M.B.)
La Creation Records è passata alla storia soprattutto per i dischi degli Oasis, in seconda battuta per quelli dei My Bloody Valentine. La mia storia personale invece l’hanno cambiata quattro singoli pubblicati tra il novembre dell’84 e il maggio dell’86. Uno di questi era Up the Hill and Down the Slope, gli altri tre Upside Down dei Jesus and Mary Chain, I’m Alright with You dei Pastels e Crystal Crescent dei Primal Scream. (A.C.)

24) The Vaselines – Son Of A Gun (1987)

Scozia, Nirvana, Sub Pop, storie di fama planetaria e di perdenti nati. Non posso aggiungere nulla che non sia giá stato detto meglio e più appassionatamente da Cesare Lorenzi su queste pagine non molto tempo fa. https://sniffinglucose.com/2014/07/02/v-for-nirvana/ (M.B.)
Il giorno in cui Eugene Kelly venne a suonare al Covo, inutile dirlo, io c’ero. Era un periodo in cui si erano spenti i riflettori accesi ad inizio ’90 dall’attenzione di Kurt Cobain e non si era ancora avviata la seconda vita dei Vaselines. Eugene Kelly era sul palco da solo, voce e chitarra. Suonò diverse canzoni del suo vecchio gruppo tra cui, ovviamente, Son of a Gun. Il concerto fu talmente ricco di emozioni e così pieno di ricordi da risultare semplicemente troppo. Quella notte, tornato a casa, non riuscii a chiudere occhio. (A.C.)

23) Happy Mondays – Lazyitis (1989)

Gli Happy Mondays prima delle pillole e dei mal di pancia. Uno strano gruppo funk rock storto prodotto da Martin Hannett con la voce perennemente scazzata, ma ancora lucida, di Shaun Ryder. Una strana canzone che scimmiotta Ticket to ride e mentre ci si appiccicava addosso, confusi, ci affacciavamo alla finestra e giá intravedevamo chiaramente Madchester. (M.B.)
Ecco, Madchester. Alla fine ho sempre preferito la versione pop dei Mondays, quella che arrivò dopo questa canzone, che flirtava con i suoni che uscivano dall’Hacienda e si distaccava dalle primissime influenze wave. Poche bands hanno rappresentato un’epoca come loro, che rimarranno per sempre quelli che attraversarono i confini. Magari senza troppo talento ma con lo spirito e l’attitudine. Alla fine non conta nient’altro. (C.L.)
Arrivarono a farsi produrre dischi da Martin Hannett e John Cale, da Paul Oakenfold e da Tina Weymouth e Chris Frantz dei Talking Heads. Fecero ballare una intera generazione e provarono a mandar giù più droghe di chiunque altro al mondo. Riuscirono praticamente a far fallire la Factory Records.
Ancora oggi mi chiedo come sia possibile che una coppia di fratelli sballati in compagnia di un ballerino fuori sincrono siano stati in grado di fare tutte queste cose, e sopravvivere a se stessi. (A.C.)

22) Aztec Camera – High Land Hard Rain (1983)

Quando abitavo a Roma c’era un negozio a due passi da casa mia chiamato Rock Set con una fantastica serranda con la raffigurazione della copertina di London Calling. Lo scaffale dei dischi usati era la mia destinazione prediletta e lí pescai una copia di questo album forse segnalato da Rockerilla. Da allora per un bel periodo nella mia cameretta sognavo pomeriggi piovosi scozzesi e dedicavo mentalmente Walk Out To Winter a graziose ragazze romane intraviste sulla metro. (M.B.)
Dischi come questi dovrebbero istituzionalmente essere destinati a fornire la colonna sonora per il principio di ogni storia d’amore. Ho sempre sognato di incantare una ragazza facendole ascoltare un disco del genere: non ci sono mai riuscito. (A.C.)
21) The Pastels – Up For A Bit With The Pastels (1987)

Ho sempre molto apprezzato i Pastels ma non è mai stato proprio un “mio” gruppo (per questo citofonare Compagnoni, please). Cionondimeno, riascoltato oggi, un disco fondamentale tra armonie ineffabili e sbilenche e la voce di Stephen Pastel svogliata e impegnata a gettare i semi in termini di ispirazione per una generazioni di cantanti a venire
Il tutto a certificare una egemonia impressionante delle band scozzesi del periodo. (M.B.)
Se uno mi dice Scozia e aggiunge “indie” non posso che non pensare a loro. Ho passato la mia giovinezza a fantasticare di aprire un’etichetta indipendente. Avrei voluto farlo solamente per pubblicare un loro singolo. Non mi sarebbe servito nient’altro, davvero. (C.L.)
Difficile spiegare i Pastels a chi non li conosce: una filosofia di vita più che una band. Per entrarci occorre farlo partendo dall’inizio, tanto più considerando il fatto che il loro primo album – Up for a Bit – a mio parere resta a tutt’oggi la loro cosa migliore. Tanti anni fa, mentre tutto attorno il mio mondo si stava sgretolando organizzai un viaggio itinerante in Scozia giusto un attimo prima di venire sommerso dalle macerie. Non ammisi con nessuno, nemmeno con me stesso, che il principale motivo per cui avevo deciso di intraprendere quel viaggio fosse fare visita al Monorail, il negozio di libri e dischi che Stephen Pastel aveva aperto in centro a Glasgow. (A.C.)

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Saint Etienne

Saint Etienne

40 – 31

40) Jane and Barton – It’s a fine day (1983)

Non solo non conoscevo la canzone ma confesso che questi Jane and Barton non li avevo mai sentiti nemmeno lontanamente nominare. Tanto esile da far apparire i Belle and Sebastian un gruppo death metal, non ho idea di come questa canzone sia finita in un elenco del genere. (A.C.)
Mai sentiti prima di oggi. Non penso che finirò per riascoltarli ancora (C.L.)

39) Josef K – The missionary (1982)

Mi piacerebbe incontrarli oggi i Josef K, prototipi art rock sin dal nome (so che lo sapete già, comunque Josef K era il protagonista del Processo Kafkiano), per chieder loro di cosa avessero in mente quando decisero di mettere su un gruppo come quello. Nel piccolo ma basilare catalogo Postcard il lato oscuro degli (altrettanto meravigliosi) Orange Juice. (A.C.)
Funkettone che vira sul punk, gran pezzo, gran gruppo. Da riscoprire. (C.L.)
Riferimenti letterari come piovesse. Musica avanti di decadi. Un gioco troppo bello per durare, infatti. (M.B.)

38) Ride – Ride EP (1990)

Sui Ride non c’è molto da dire. Ogni loro disco ha un significato particolare e segna una evoluzione che all’epoca, confesso, in parte mi sfuggì. Siccome i dischi d’esordio sono una mia fissa, questo ep che porta il loro nome rimane la cosa cui ancora oggi sono più affezionato.  (A.C.)
Poi uno si domanda perchè gli Slowdive sì e i Ride no. Va a finire che anche in sede di ristampe, riscoperte, revival si scelgono i gruppi sbagliati. Comunque i primi due EP della band sono tra le cose migliori mai prodotte dal giro di quelle bands che amavano guardarsi le scarpe mentre suonavano. (C.L.)
Confesso di non essere imparziale. Li amo da sempre. Da questo primo ep fino a Going Blank Again un centro dietro l’altro. Melodia a braccetto con un muro di chitarre al calor bianco. Shoegaze band n.1 (M.B.)

37) The Bodines – Therese (1986)

Potremmo discutere ore su come e quanto certi gruppi presenti nel catalogo di inizio attività Creation abbiano influito sulla formazione musicale della coppia Morrissey/Marr. Ma non lo faremo. (A.C.)
Questa canzone faceva parte della famigerata compilation C86 e ci stava alla grande. I Bodines funzionavano bene così, presi a canzoni singole. L’unico album invece fu un fiasco, pubblicato da una major con troppe aspettative. (C.L.)
Pop is vital, at the end of the day. The Bodines. Melody Maker 22/08/1987. Parole sante. (M.B.)

36) Shop Assistants – Safety Net (1986)

Le Shop Assistants sono il prototipo dei gruppi per cui ho sempre perso la testa: formazione femminile, natali scozzesi, un suono che prende il catalogo della Motown, lo ficca dentro un boiler e lascia che chitarra, basso e batteria rimbalzino contro le pareti. (A.C.)
Come il cane di Pavlov alle prime note di questo pezzo comincio a sbattere contro le pareti di casa. Passata in radio fino allo sfinimento (che non è mai arrivato). (M.B.)

35) The Primitives – Really Stupid (1986)

Copio e incollo le parole appena spese per le Shop Assistants. Solo che qui di femminile c’è solamente la voce e il (delizioso) volto della cantante. L’industria discografica li puntò di brutto e questa fu la loro rovina. Se ci fossero fermati dopo i primi quattro singoli (Really Stupid fu il primo della fila), ché l’album Crash per quanto carino era già troppo lisciato, i Primitives sarebbero diventati mito totale. (A.C.)
Difficile che una canzone che duri meno di due minuti, che alterni rumore e melodie al sapore di zucchero possa veramente non piacermi. I primi Primitives erano esattamente così: una piccola certezza che durò troppo poco, rovinati dall’ambizione e da una produzione troppo patinata. (C.L.)
Mai veramente apprezzati. Se comparati alle Shop Assistants qui è tutto un po’ troppo “a posto”. (M.B.)

34) Saint Etienne – So Tough (1993)

Bob Stanley e Pete Wiggs sono personaggi di quelli che non si limitano a comporre musica ma creano mondi. A partire dal nome che si scelsero, tributo alla città con la cui maglia Le Roy Platini avviò la sua meravigliosa carriera di calciatore (su quella di dirigente calcistico stendiamo invece pietosamente un velo). Sofisticatissimi ed eleganti, dovessi scegliere un loro disco punterei dritto sul primo, Foxbase Alpha, se non altro perché dentro ci sta una cover di Neil Young che squaglierebbe il ghiaccio depositato sopra qualunque cuore. (A.C.)
Etichettati come indie dance, in realtà progetto dalle connotazioni concettuali come pochi, spandevano stile con le movenze vellutate di Sarah Cracknell. Una sfilza di singoli spaventosamente irresistibili. (M.B.)

33) The Sea Urchines – Pristine Christine (1987)

Il mio singolo Sarah Records è senz’altro Emma’s House dei Field Mice, ma questo dei Sea Urchins è il numero uno del catalogo e può starci in rappresentanza di una etichetta troppo importante per essere riassunta in poche righe. Un giorno apriremo i nostri archivi personali e ci scriveremo su una enciclopedia. (A.C.)
Riascoltati oggi reggono la prova del tempo alla grande. Tra i primi a mettere la parola twee sul vocabolario. (M.B.)

32) Elastica – Line Up (1994)

Dunque: in Line Up scippavano il coro a I Am the Fly degli Wire, in Connection ricalcavano le chitarre di Three Girl Rhumba (ancora Wire) e in Waking Up mostravano di essersi studiati No More Heroes degli Stranglers talmente bene da decidere di fermarsi giusto un mezzo passo prima del plagio. E queste sono le loro tre migliori canzoni. Cosa ci fanno qui? (A.C.)
Perfettamente d’accordo. Una volta che la stampa inglese realizzò che Justine Frischmann e Damon Albarn avevano rotto se ne disfò abbastanza rapidamente. (M.B.)
Quando ti innamori della ragazza sbagliata devi solo sperare che duri poco. Elastica è stato il mio colpo di fulmine. Durò lo spazio di qualche singolo ma ancora oggi, nonostante l’evidenza dica che non eravamo fatti per stare insieme, sono pronto a difenderle/li. E questa canzone spacca!! (C.L.)

31) Stereolab – Peng (1992)

Tim Gane che suonava la chitarra nei McCarthy, la voce deliziosamente francese di Laetitia Sadier, la Duophonic che proiettava il passato nel futuro (il post rock nacque anche da qui), il pop marxista e la space age bachelor pad music, i leggendari 45 giri in edizione limitata venduti ai loro concerti.
Davvero tanta roba, in certi momenti pure troppa, gli Stereolab hanno sempre viaggiato per conto loro, in un universo parallelo e supremo, unici e irraggiungibili. (A.C.)
Qui il n. 31 suona come una bestemmia. Gruppo di importanza incalcolabile. Labirinti sonori nei quali si incontrano indie rock, krautrock, pop, elettronica e mille altre cose mentre Laetitia Sadier ci guida imbronciata. (M.B.)
Quando scoprimmo che Tim Gane aveva messo in piedi una nuova band dopo l’esaltante esperienza nei McCarthy fu un piccolo evento. Uscirono due 10 pollici con 4 canzoni ciascuno. Non esisteva internet, non esisteva Amazon, non esisteva distribuzione italiana. Prendevi carta e penna mettendoci qualche sterlina ben nascosta e ci provavi spiegando che trasmettevi in un piccola radio indipendente bolognese. Capitava che ti arrivava il disco con una lettera scritta a mano che vi allego qui sotto. Giusto per farvi capire i tempi, giusto per chiarire cosa significava il termine “indie” per me all’epoca. (C.L.)
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