Di carne e di sangue (Fiver #22.2015)

Sonic Youth - The Diamond Sea

Sonic Youth – The Diamond Sea EP

Non sono un critico musicale. Non sono un musicista. Sono un ascoltatore fanatico. Uno che non esce di casa senza le cuffie in tasca, si sa mai che arrivi il bisogno improvviso di ascoltare i Black Lips quando un chiodo nella testa non vuole smettere di bruciare, o Florence & The Machine perchè sta cominciando a piovere.
Ho sempre ascoltato musica. Non ho mai pensato di farne perchè il mio ego, già difficile da gestire, sarebbe probabilmente esploso sopra un palco con dei fans davanti. Gli unici fans che ho sono nel cassetto del bagno e li prendo dopo una sbronza esagerata quando il cervello sembra voler schizzare fuori dal cranio.
Non ho mai suonato niente se non il piffero alle elementari, dicevamo. Ma, ovviamente, pieno di turbe e ansie come tutti i figli del punk cresciuti a birre e chitarre acide anni ’90, non potevo non cercare disperatamente un modo di raccontare a tutti i cazzi miei, solo per sentirmi un po’ meno pesante quando diventano anche vostri.
Quindi, scrivo.
Scrivo da sempre, il primo romanzo lo iniziai sul sedile posteriore della macchina di mio padre. Ricordo la pioggia che bagnava il lunotto ed io che pensavo che quell’immagine che mi faceva arrotolare lo stomaco l’avrei dovuta raccontare a qualcuno. Anzi, a tutti. Avevo sette, otto anni e amavo la pioggia che bagnava i tetti di Sesto San Giovanni, dove andavo a trovare i nonni. Amavo la città perchè i tetti non finivano mai. E amavo i prati su cui correvo con la bici andando a fumare dietro i capanni degli attrezzi e le dolomiti che chiudevano l’orizzonte da tutti i lati di dove sono nato e cresciuto.
Scrivevo racconti, romanzi. Poi l’adolescenza e la poesia. E giù migliaia di versi per il dolore, l’amore, la fame di vita. Convinto di esser l’unico a comprendere Rimbaud perchè suo erede d’arte, ho rovesciato fiumi d’inchiostro ovunque. Tovagliolini, scontrini, pezzi di cartone. La maggior parte li ho ancora, si sa mai che la mia convinzione adolescenziale fosse azzeccata. Comunque, come il Poeta, a poco più di vent’anni già non scrivevo più versi. Vivevo a Bologna, scoprivo un mondo, ne lasciavo altri. Ascoltavo i Clash, il rock, elettronica, metal e, ovviamente, grunge e scrivevo sognando Naked Lunch e il divino Ellis di Less Than Zero immaginando fotogrammi alla Cronenberg e il ritmo era cyberpunk. Jeans stretti e magliette adidas taglia zerozero. Anfibi ai piedi. Sempre. E un trench alla Capitan Harlock. Per fortuna la mia generazione non aveva smartphone e quindi foto pochepochissime e sempre in posa.
Scrivevo storie. Rubavo le vite degli altri e le mischiavo con la mia.
Scrivevo, e ancora scrivo, nudo. Senza filtri, senza barriere. Raccontando quello che non ti direi mai guardandoti negli occhi, ammettendo quello che negherei fino alla morte davanti ad una birra.
L’angolo dei segreti ribaltato, occhi chiusi così nessuno mi vede gridando la verità. A tutti.
Una volta pensavo di scrivere così perchè era l’unico modo che conoscevo, non ero capace di fare altro. Adesso che ho pubblicato, che non ho più ansie a riguardo, che non ho più bisogno di sentirmi riconosciuto, ho scoperto che non è vero. Scrivo così per rispetto: rispetto l’arte che amo meno solo della musica. La letteratura. E se rispetti qualcosa non puoi mentire. Non ti puoi nascondere. Scrivere nudi è, per me, l’unico modo di scrivere. Chi produce carta stampata e scrive come un geometra disegna un bar non fa nulla di male. Ma non fa letteratura, me lo si conceda.
E allora essere nudi, scrivere pensieri di carne e di sangue come diceva il più sincero tra i grandi del ‘900 i cui pensieri ho tatuati sulla pelle, diventa necessità, metro di giudizio unico per chi, come me, non è in grado di usarne altri. Di dare forma a pensieri sulla tecnica, sulla metrica.
Io sento il sangue, ne posso annusare l’odore, oppure sento la sua assenza. Qui da noi, il più grande sanguinatore e unico amore mio folle in patria fu il povero Piervittorio, ora di gran moda nelle aule universitarie, tutti a cercare di cogliere la grandezza di un linguaggio padano che guardava a Ginsberg, che ascoltava il suono delle parole e non le vedeva solo come simboli stampati. Certo, grandissimo. Ma non per questo, che è la parte meno splendente della sua opera. Che puzza di carne e di sangue in ogni pagina. Questa la sua meraviglia: tutto quello che leggi dalla sua penna è verità. È vissuto, è cuore.
Questa è letteratura.
Ma qui si parla di musica, che poi non è che la forma d’arte suprema, quella in grado di far suonare un pensiero, che dona alle parole il ritmo e la melodia.
E, allora, come posso io, che non sono critico, parlar di musica qui? Beh, applicando lo stesso metro che uso per i libri: dove c’è sangue c’è musica, dove no, c’è divertissement, intrattenimento. Nulla di male, anzi: è vitale anche questo. Solo che è un’altra cosa.
E, allora, ecco le prime cinque canzoni che mi vengono in mente annusando il disco che gira sul piatto. Solo cinque di migliaia e sicuramente non le più importanti, ma le cinque che arrivano prima stasera, mentre fuori ha appena smesso di piovere e mi godo il fresco che entra dal terrazzo.

JEFF BUCKLEY – Hallelujah

E no, non nella versione del suo papà, ma, bestemmia, nella cover che ne fece il compianto Jeff Buckley. E come mettere in classifica una cover? Come può sanguinare se non l’ha nemmeno scritta? Fate silenzio. Appoggiate la testina sul bordo del vinile e ascoltate. Solo il sospiro che apre la sua versione fa saltare giro al cuore, Heart Skipped A Bit. Poi quella voce su una chitarrina che quasi non vuole farsi sentire. Ed è magia.
Quando si fa arte si può sanguinare anche solo interpretando. Un artista deve sanguinare, un grandissimo artista sa far sentire il sangue anche quando quello che scorre non è il suo. Ma lo diventa. E si mischia col suo.

LUIGI TENCO – Vedrai Vedrai

Nemmeno i violini e l’arrangiamento sanremese da prima serata RAI riesce a spegnere la sua voce. Nemmeno l’impostazione da bel canto italiota riesce ad incerottare in tempo le ferite che lui, povero lui, aveva così in fondo dentro al cuore.
E se è vero, come è vero, che quando tu senti un bagliore di dolore in una canzone, in una frase, chi l’ha scritta ci ha dovuto versare un’intera anima straziata per far passare qualcosa da una voce ad un orecchio, lui ha sanguinato come nessuno, come nemmeno la voce ferita di Lucio. No, non quello di Bologna, per favore.

LOU REED – Vicious

Ricordo un pezzetto di carta, scritto di suo pugno, che diceva solamente: “I think it’s important that people don’t feel alone.”
Nient’altro da dire. Semplice come la potenza di un tuono, la perfezione di un tramonto. Perchè lì dentro c’è tutto quello che fa veramente paura. E ammettere le proprie paure è la più grande tra le verità. Lou sta per Iggy e David. Gli altri due eroi su cui non spendo parole. Sarebbero tutte inutili. Ma adesso mi metto su Heroes, dopo, The Passenger.
E continuiamo a saltare di palo in frasca, di anni o di continenti, ma tanto qui non si sta parlando veramente di musica, ma di sangue.

NIRVANA – Heart-Shaped Box

E allora Heart-Shaped Box. Nirvana. Kurt non aveva ventisei anni quando ha scritto quel pezzo. Ricordo ancora la mattina in cui, andando da Lloret de mar (dove la notte prima volevo camminare sulle acque fino a raggiungere l’Africa, in quegli anni certe droghe erano molto diffuse) a Barcellona in autobus ho ascoltato tutto In Utero con la faccia appoggiata al finestrone battuto dalla pioggia e ho capito, ho sentito, tutto quello che quel ragazzo, poco più grande di me anche se allora mi sembrava lontanissimo, aveva nella testa e nel cuore.

E son già quattro quindi la quinta si fa difficilissima, ma in realtà l’ho già scelta. Anzi l’ha scelta Sofia, che non conoscete perchè è una ragazza un po’ pazza che vive in un mio racconto.
SONIC YOUTH – The Diamond Sea

L’altra sponda dell’oscurità anni novanta, quella meno invadente, più raffinata, meno potente, forse ancora più malata e dolorante. L’ha scelta lei e poi dirà perchè, io la confermo perchè dire “I wonder how it came to be my friend – that someone just like you has come again – you’ll never, never know how close you came” con quella cantilena un po’ scazzata un po’ sopra le righe e poi piazzarci quei dieci minuti di chitarre che sembrano lamette che tagliano sempre più in profondità, beh, vuol dire avere delle belle cicatrici.
Sofia, invece, l’ha voluta perchè io, prima, ho messo su i Nirvana che lei ama e che invece il suo ragazzo detesta. E, una sera, lei, prendendo in mano il vinile di Whashing Machine, dopo che lui si era sfogato su quanto uncool e volgare fosse la scena di Seattle, gli aveva sbraitato: “sei proprio un nerd, se la musica è sesso, i Nirvana sono una colossale scopata, i Sonic Youth le pippe che ti fai sotto la doccia”. Non è detto che la prima sia sempre meglio delle seconde. E poi è solo il parere di Sofia.

FABIO RODDA

Men with Guitars (Fiver #21.2015)

Jim O'Rourke

Jim O’Rourke

Giugno, l’estate è alle porte. E dunque: 1) ci becchiamo il carico delle ultime piogge, 2) peschiamo dal fondo dell’armadio i pantaloni corti, 3) organizziamo, calendario e cartina alla mano, gli spostamenti per i festival dei mesi a venire. Tuttavia giugno è ancora un mese di intersezione, non siamo costretti ad abbandonare l’asfalto rovente delle città e ringraziamo il cielo perché le spiagge non sono ancora popolate dai sound system giamaicani/salentini (nessun razzismo, semplici divergenze di gusto). Sarà che ultimamente si tende a dare per scontata l’equazione Sun Kil Moon = Dio (e chi è stato iniziato al culto ben prima dell’endorsement sorrentiniano, ha iniziato a chiamarlo semplicemente Mark Kozelek, per distinguersi dal novizio). Sarà che l’ex-leader dei Red House Painters ha fatto uscire l’ennesimo album capolavoro, Universal Themes, che col solito mix di vera partecipazione e spietata ironia ci racconta della sua vita e della vita di un’America crepuscolare, stavolta con qualche escursione più spinta nel garage blues. Sarà che il paragone fra quest’album e Carrie&Lowell, il lavoro di Sufjan Stevens spesso definito “il Benji del 2015”, mi sembra impietoso, sia per il talento debordante del buon Mark, sia per i difetti intriseci al suono di Stevens, quell’eccessiva pulizia sonora e quella disorganica tendenza a flirtare con l’elettronica che sin dai lavori precedenti non me lo ha fatto mai amare, considerandolo un musicista genialoide ma troppo confusionario. Sarà che questa settimana ho ascoltato, fino a consumarlo, il nuovo lavoro dei Dirty Fences, e avendoli visti live due volte a distanza di pochi giorni, con energia e guasconeria pressoché immutata, devo confessare che mi sembra una delle formazioni più potenti in giro, ultimamente. Sarà che i Moon Duo al Beaches Brew mi hanno incatenato con lo sguardo estasiato, grazie alla loro tenacia, capace di evocare campi sterminati di psichedelia. Sarà che da quando ho saputo delle date bolognesi, nell’autunno prossimo, di Metz e Yo la Tengo mi rimetto in pari con i loro lavori, serrando i pugni sulle linee di basso stuprate dei primi, portatori sani di quel suono stile Sub Pop che amo sin da quando, in adolescenza, ho iniziato a portare gli stessi occhiali di Steve Albini, o muovendo a ritmo la testa sulle melodie dei secondi, cantori di una stagione dell’indie americano che può rivivere in tutto il suo splendore solo attraverso le loro canzoni meravigliosamente pop. Sarà per questa serie di fattori, venuta a comporsi nelle giornate in cui il solleone inizia a picchiare duro, che, prima della strage di neuroni dettata dall’ennesimo dimenticabile tormentone da spiaggia, prima del naufragio nel mare di spritz consumato all’ennesimo noioso aperitivo, il simbolo del mio giugno è (mi si perdoni la banalità) il riffone di una chitarra. Dedicato a Ornette, padre del free jazz; e a Christopher , Signore dei Sith, nonché Signore di Isengard.

Jim O’ Rourke – Friends with Benefits
Jim O’Rourke è un mattacchione. Nel momento più fulgido della sua carriera ha dato vita ai Gastr Del Sol, una band che non può mancare fra gli ascolti degli appassionati di post-rock e che rivaleggia senza problemi con i più fortunati Slint. Successivamente ha collaborato con i musicisti più disparati: da Merzbow ai Sonic Youth, passando per progetti free jazz. Tuttavia ha sempre nutrito un amore viscerale per il songwriting, è lo dimostra con questo ultimo disco: Simple Songs. Non si tratta di un rimando al recente film di Sorrentino (al sottoscritto il regista partenopeo non piace) ma piuttosto una raffinata opera di pop barocco in cui si intrecciano melodie orecchiabili e sinfonie composte da archi e pianoforti. Questa è la prima traccia.

Föllakzoid – Feuerzeug
Conosco il Cile principalmente per due motivi: i libri di Roberto Bolano, uno dei miei autori prediletti, e le musiche monolitiche dei Föllakzoid. I sudamericani sfornano mastodonti kraut-psichedelici che sembrano inneggiare ad oscure divinità delle Ande. Per la loro terza prova la formula magica non cambia, e noi ne siamo abbastanza contenti. Istruzioni per l’uso: prima dell’ascolto procurarsi del peyote.

Kid Wave – Honey
Wonderlust è il primo album dei Kid Wave. Formazione londinese che spinge l’acceleratore sulle cavalcate chitarristiche e il cantato alla J Mascis. Insomma dentro ci troverete tanta nostalgia per gli anni ’90 declinata nella chiave più pop possibile. Si tratta di filologico revival, niente di nuovo sotto il sole, ma comunque roba che ti fa passare una bella mezz’ora, sorriso stampato in faccia e voglia di riprendere in mano la discografia dei Guided by Voices.

Mitski – Townie
Mitski, questo è il nome da tenere a mente. Non ho trovato molte informazioni sul suo conto, sennonché dovrebbe trattarsi di una ragazza americana di origini orientali di stanza a New York. In realtà non mi servono molte informazioni, mi basta ascoltare Bury Me At Makeout Creek.Recentemente ho avuto modo di pogare allegramente a un concerto delle Babes In Toyland, posso affermare in tranquillità che questo album, pur essendo infinitamente più pop, nasconde fra le pieghe della melodia le medesime schegge di metallo. E per di più ha il pregio di essere freschissimo.

Lone Wolf – Crimes
Lone Wolf è un cantautore di Leeds. La sua formula vincente consiste nell’intrecciare il songwriting intimista con una sorta di atmosfera new wave/soul creata grazie all’inserimento del pianoforte. Lodge è il suo terzo album e ci trasporta in un mondo onirico in cui gioia e dolore sono palpitanti potenze archetipe. Chiudete le imposte della vostra camera per un’oretta e lasciatevi rapire dalle atmosfere notturne che vibrano nelle corde vocali del lupo solitario.

Giovanni Bitetto

In coda a questo Fiver recuperiamo una vecchia intervista a Jim O’Rourke. Merita spazio il personaggio in generale ma ne merita ancor di più quando si mette a fare il songwriter in un’accezione quasi classica. Con il nuovo album (“Simple Songs”) è tornato a battere i territori della canzone pop come aveva già fatto in passato. Nel 1999 pubblicava sempre per Drag City “Eureka”, un disco che all’epoca fu vissuto come una vera e propria presa di distanza dal mondo dell’avanguardia e della sperimentazione sonora. Un grande disco che merita una riscoperta, magari. A distanza di 16 anni si aggiunge un nuovo album che può essere visto come un secondo capitolo. Un’intervista che ci ricorda come si affronta l’eterno dilemma del pop vs l’avanguardia. E come se ne esce vincitori. (C.L.)
rourke 1
rourke2
rourke3

The Poplover (Fiver #20.2015)

aminorplace
Ho scritto sempre pochissimo di musica italiana. Ricordo una lunga intervista a Daniele Rumori della Homesleep Records e poco altro. Un’etichetta che ha chiuso i battenti mentre non si può dire altrettanto dell’amicizia e stima che nacque quel giorno.
Non è mai stata una questione snobistica, penso. Quando nasceva l’occasione di muoversi per qualcosa che davvero mi piacesse l’ho sempre fatto al di là della provenienza geografica. Non vorrei sbagliarmi ma la primissima intervista uscita su di un mensile italiano ai Massimo Volume portava la mia firma, per esempio e ancora me ne compiaccio. Il problema casomai è sempre stato che di musica nata e prodotta in Italia me n’è piaciuta sempre poca. Tante cose carine, va bene. Alcune molto carine. Ma poco o nulla di quella roba che ti toglie il sonno, che ti manda in fibrillazione, che ti cambia anche un pò la vita.
Discorsi e gusti soggettivi, naturalmente. Non mi è mai interessato fare battaglie ideologiche. Nemmeno quando avevo vent’anni, figurarsi ora. Mi piace la statistica, però e forse è solo un problema di grandi numeri. Se ognuno di noi ha il mercato mondiale, ma anche solo quello anglo-americano, come punto di riferimento. Quanti mai potranno essere i dischi prodotti, pensati e suonati in Italia che davvero potranno fare breccia nelle proprie preferenze? Percentuale risibile, immagino, considerando i numeri della nostra produzione nazionale. Poi, se a uno interessa solo il giardino di casa non c’è nessun problema, figurarsi. Ma è un altro campionato. Pure io preferisco l’eccellenza regionale alla champions league, rimanendo in ambito calcistico. Ma la differenza tra Messi e il mio vicino di casa non penso che vada neppure spiegata.
Il circuito promo-recensione mi ha sempre creato un sacco d’imbarazzi, inoltre. Ne ho visti pochi (eufemismo), tra i giornalisti musicali, che sono riusciti a sottrarsi alla marchetta. Non di quelle finanziate, per carità. Ma il confine sottilissimo che rischia di confondersi tra amicizie, conoscenze e frequentazione degli stessi ambienti provoca comunque danni alla credibilità di una circuitazione che dovrebbe rimanere separata. Ma la divisione dei ruoli in Italia è davvero un concetto troppo complicato per il nostro dna, figurarsi in un’ambiente minuscolo come quello della scena musicale italiana.
Ogni tanto mi capita ancora che qualcuno mi mandi un promo o un link, come si usa oggi. Solitamente ringrazio e non prometto nulla. Al massimo si tratterebbe di una citazione tra queste pagine, comunque. Non proprio la maniera migliore di smuovere il mercato.
Quello che mi è successo con gli A Minor Place, non mi era ancora capitato, però. Ho apprezzato una loro canzone pubblicamente. Un innocente like su facebook, figuriamoci. In risposta ho ricevuto un messaggio privato da Andrea (il cantante) che mi domandava se poteva mandarmi un box di sette pollici della band. Alla mia solita rimostranza ha risposto in un modo che non poteva lasciarmi indifferente. Una cosa tipo: “non mi interessa se ne scriverai o meno, mi piace pensare che tu lo abbia nella tua collezione”. Vabbè, insomma, colpito e affondato.
Il mio è un’imbarazzante tentativo di mettere le mani avanti, perchè mi appresto ad utilizzare una serie di aggettivi che potrebbero farvi storcere la bocca.
Mi piace pensare che le persone, almeno un po’, si impara a conoscerle solamente leggendo quello che scrivono e, allo stesso modo, ascoltando quello che cantano. Mi piace pensare che ci si possa incontrare in mille modi differenti, anche senza mai essersi stretti la mano per davvero.
Mi piace pensare che sapesse perfettamente che non sarei riuscito a rimanere indifferente. Se potessi mandargli una fotografia della mia faccia quando per la prima volta mi sono rigirato quel piccolo ma incredibile box di sette pollici tra le mani si farebbe una grassa risata, ne sono certo. Una confezione bellissima, lussuosissima. Ogni canzone corredata da una cartolina con una fotografia e il testo della canzone. Sei dischi, dodici canzoni. Ognuno con una copertina illustrata in maniera divina. Un’operazione che mi ha ricordato la Hit Parade dei Wedding Present. 12 mesi per 12 singoli, di tanti anni fa. Sono sicuro che lo sapeva che lo avrei scritto o quantomeno pensato.
Comunque, confezione da sballo. Roba che chiunque ami il vinile, le copertine dei dischi, i booklet o quant’altro non potrà non apprezzare.
A MINOR PLACE – The Poplover

Rimane la musica, poi. Che non è decisamente l’ultima cosa che merita risalto. Sono canzoni che viaggiano alla ricerca della melodia perfetta ma con la consapevolezza che sarà improbabile farcela. Come succede nei dischi dei Pastels o nelle canzoni di Will Oldahm o nel catalogo della Sarah Records, che quantomeno a livello di attitudine mi sembrano un buon punto di riferimento. Il tutto è permeato da un senso di incompiutezza, di insicurezza diffusa. Il trucco è esserne consapevoli e mettersi comunque in gioco. Quando parte “The Poplover”, giochino degno di “Losing My Edge”, mi consegno senza rimostranze. Sono catturato, definitivamente. Forse perchè quella lista di concerti che compone il testo della canzone non è altro che la mia giovinezza, che ha trovato da oggi un’altra canzone a fargli da colonna sonora. E magari, davvero….I’m losing my edge……..but I was there. Perché c’è modo e modo di affrontare le vicende musicali, di ascoltare la musica, di relazionarsi a questo mondo.
Il mio modo e il mio mondo me lo sono ritrovato sulla scrivania, racchiuso in 12 canzoni e un piccolo, preziosissimo, box di cartone e vinile. Poplover, appunto.

DAY WAVE – We Try but We Don’t Fit In

Canzoncina al limite della perfezione, con tanto di coretti, melodia appiccicosa e spleen da non appartenenza in sottofondo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricopia gli stilemi del rock indipendente più innocuo degli ultimi anni. Ma da queste parti bands come Real Estate piacciono da sempre, e neppure poco. Intanto mi limito a cliccare play, una volta, e poi ancora, e ancora….come se fosse una necessità tornare sempre nei soliti luoghi. E sentirsi a casa.
Ep di debutto in prossima uscita.

CHRISTOPHER OWENS –

Con tutto il bene che gli si vuole le ultime cose avevano tutt’altro che convinto. Le canzoncine slabbrate che ci avevano fatto capitolare con i Girls avevano lasciato il posto ad una ricerca della classicità di suoni e arrangiamenti decisamente forzata. Il disco nuovo è un ritorno alle origini, come se avesse deciso di fare penitenza e di concedersi nell’unico modo che davvero vogliamo. Quindi brevi intermezzi pop, scrittura semplice e piccole melodie. Il disco nel suo complesso zoppica un po’ ma una manciata di canzoni ce lo fanno ritrovare dove lo avevamo abbandonato, qualche anno fa. Tanto che viene voglia di aprire la finestra, lasciarsi travolgere dall’estate. Perché, come canta lui, it’s just the music of my heart…..

OSCAR – Beautiful Words

Non sembra di certo la canzone di un debuttante, questa. Manco fosse un punto d’arrivo più che una partenza, tanto sembra essere a fuoco, perfettamente calibrata. Un’atmosfera così prettamente britannica, inoltre, che fa venir voglia di tirar fuori Parklife, i Pulp, Scott Walker e Morrissey. Nomi enormi che messi di fianco ad un ragazzino come Oscar, 23enne londinese, rischiano di sembrare fuori luogo. Ma la verità è un’altra: questa è una canzone a suo modo anch’essa classica, che già immaginiamo cantata in coro, messa in coda alle serate indie-disco, con la gente ubriaca ad abbracciarsi felice in pista che si abbandona ad un’improbabile lento.

EZTV – Trampoline

Canzone nata sotto l’egida della grande stella. Big Star come punto di riferimento, Teenage Fanclub ad indicare la strada, tre singoli uno meglio dell’altro che anticipano un debutto per Captured Tracks. Suoni super classici, melodie cristalline che riportano in auge bands come i Feelies e i primissimi REM. Insomma, un gran bel sentire.

CESARE LORENZI

Post-Punk Bulletin (Fiver #19.2015)

Algiers

Algiers


Penso sia difficilissimo suonare post-punk. In primis per il genere: quel “post”, che non sai mai se intendere come superamento o disfacimento; se si propende per la prima accezione, è facile addentrarsi nei labirintici territori della new wave, perdendo di vista il primo termine di paragone, ovvero il punk; se, invece, lo si intende nel secondo modo, si rischia di adottare un’estetica (quella della dark wave o del gothic rock) stigmatizzata e spesso banale. In secondo luogo c’è una difficoltà di ordine storico: bisogna fare i conti con il grande padre della categoria, quel Ian Curtis che, essendo diventato suo malgrado un fenomeno pop di tale portata, proietta la sua ombra lunga a qualsiasi latitudine e viene puntualmente scomodato in paragoni imbarazzanti. Le band che si prendono tale rischio, senza sconfinare nel sottobosco dei generi altri, sono poche e ancor meno quelle realmente valide. Bisogna avere la capacità di inanellare un riff azzeccato dietro l’altro come gli Eagulls nell’omonimo album di esordio, un disco che fila dritto come un treno neanche fosse stato partorito da una band garage. Oppure avere il coraggio di interpretare il genere concedendo molto alla melodia senza snaturare le atmosfere cupe, il caso dei Protomartyr. O ancora essere degli eclettici sperimentatori, camaleontici e originali come i danesi Iceage, abilissimi a contaminare la loro musica con le influenze più disparate (dal country al blues) pur rimanendo coerenti con la personale interpretazione. E che dire delle geometri perfette dei Soft Moon o del carisma degli Ought? Mica male il panorama delle band (post-)post-punk del nostro particolare momento storico. Un’altra formazione che potrebbe rientrare in questo ristretto novero sono i Prinzhorn Dance School, arrivati ormai alla terza prova. La band inglese ha sempre collaborato con la DFA, l’etichetta di James Murphy il cui logo (il disegno di un fulmine che sembra l’infantile imitazione del simbolo dei Power Rangers) mi ricorda quelle feste del liceo in cui si finiva a ballare gli LCD Soundsystem con i bicchieri di carta in mano, ad imitazione dei teen-movie americani, sognando di finire a letto con la bella della classe, ma ritrovandosi a barcollare nel buio del corridoio di casa sperando di non essere sgamati da nessuno. Fatto sta che la label newyorkese ha intrapreso da sempre un’operazione filologica sulla musica dance e, benché James Murphy e soci siano scomparsi dai nostri radar, sembra che l’intento rimanga immutato. Infatti il duo di Portsmouth si distingue per l’abilità nel rivisitare le influenze art-punk (Wire e Pil su tutti) in chiave neoromantica. Sia nel primo disco omonimo che nel secondo (Clay Class del 2012) si avverte, nelle scarnificate composizioni post-punk, la mediazione dello spirito edonista del dancefloor. Staremo a vedere se anche in Home Economics, in uscita il 9 giugno, vincerà l’anima dance o quella più prettamente minimalista (il primo estratto Reign sembra confermare le attese di una felice sintesi). Per palati più fini, e dunque anche con più alto quoziente di rischio, è invece la proposta degli Algiers, terzetto americano con disco di debutto in uscita per Matador Records. La formula adottata dalla band di Atlanta ha del particolare: unire cupe ritmiche con il cantato soul /gospel del cantante afroamericano, addirittura facendo a meno della batteria. Ne viene fuori qualcosa di viaggia fra funk e cupo incubo metropolitano (fra l’altro i testi, infarciti di riferimenti colti, trattano tematiche sociali e politiche). Questa formula sarà vincente o alla lunga risulterà stucchevole? A mio giudizio la freschezza degli elementi messi in campo per ora ha prodotto un esito positivo. Insomma questo sfuggente post-punk, per essere un genere che ha avuto il suo picco massimo nel quadriennio che va dal 1978 al 1981, gode comunque di ottima salute.

ALGIERS – Blood

Come dicevo gli Algiers puntano sulla fusione a freddo fra cantato black e ritmiche crepuscolari, ne viene fuori uno stile capace di tracciare un ritratto oscuro della nostra società. Le liriche impegnate, con piglio cantautorale, tentano di mettere in luce le molteplici idiosincrasie del nostro Occidente.
FUFANU – Circus Life

A quanto pare il clima gelido aiuta le band a raffreddare le architetture sonore. Dopo gli Iceage ecco un altro gruppo che proviene dal profondo Nord; ma stavolta non si tratta della Scandinavia, bensì della piccola Islanda, che tante gioie dona alla musica. I Fufanu per ora hanno pubblicato solo un singolo e si preparano a rilasciare un ep. La loro musica vede una ripresa filologica degli stilemi del post-punk dilatati in un’atmosfera etera. Sembra che i ragazzi perseguano l’ideale della rarefazione, come le sconfinate steppe islandesi, ma che dentro covino il vapore bollente dei geyser. Vedremo se in futuro avverrà l’eruzione.
WIRE – Blogging

I Wire non hanno bisogno di presentazioni. A due anni di distanza dal loro ultimo album ritornano in pista con lavoro dal titolo omonimo. Il loro stile inimitabile, nonostante la carriera pluridecennale, sembra reggere bene le intemperie del tempo. Forse questo disco non aggiungerà ne toglierà niente al loro percorso artistico, ma è comunque un bel sentire e soprattutto ci da la possibilità di vederli nuovamente calcare il palco. Segnatevi la data: 30 luglio, Bologna. Nel frattempo godeteveli, questo è il primo pezzo in tracklist.
THE FALL – Auto Chip

Quando sto procrastinando qualcosa che assume i contorni dell’incombenza, penso sempre al faccione di Mark E. Smith che, con aria fra l’annoiato e il collerico, redarguisce i suoi musicisti. Subito dopo corro a fare quello che dovrei fare. Per la trentunesima volta la brigata dei Fall incide su disco gli sproloqui del loro, dispotico quanto geniale, leader. Sub-lingual tablet (complimenti per il titolo) aggiunge l’ennesima perla alla già sterminata discografia, questo ne è un (torrenziale) estratto.

SLEAFORD MODS – No Ones Bothered

Ok qui siamo nel campo delle ipotesi. E’ arduo inserire un gruppo hip hop in un discorso sul post-punk. Tuttavia abbiamo imparato ad apprezzare gli Sleaford Mods proprio per il loro sound particolare, che si situa in maniera equidistante fra il rap alla The Streets e la violenza verbale dei Fall. Le basi scarne di Fearn e lo scazzo perenne di Williamson non rimandano forse all’universo british evocato dal già citato Smith? Io penso di sì. Questo è il primo estratto da Key Markets, album di prossima uscita. Per capire l’aria che tira basta rifarsi alle ultime dichiarazioni di Williamson: «Il Key Markets era un grande supermercato che è rimasto nel centro di Grantham dai primi anni Settanta fino agli Ottanta, mia madre mi portava là e mi comprava una coca cola in un bicchiere di plastica arancione. Il disco è stato registrato in vari momenti tra l’estate del 2014 e ottobre dello stesso anno. Abbiamo lavorato velocemente come facciamo di solito, il metodo è stato lo stesso utilizzato per gli altri album, e il suono si è evoluto di conseguenza. Key Markets è abbastanza astratto in certi punti, ma ha sempre molto a che fare col disorientamento legato alla vita moderna». Una volta ho accompagnato un amico all’ufficio collocamento: sui sedili in simil-plastica attendeva il proprio turno una serie di volti che raccontavano di una classe media impoverita e stremata. Le stesse storie di strada che ritrovo nella musica degli Sleaford Mods.

Giovanni Bitetto

Rewind & Forward (Fiver #18.2015)

Sleater Kinney

Sleater Kinney

I Viet Cong non li ho visti , lo dico subito.
Gli Ought nemmeno, ho preferito loro i Replacements. Il giovane talento Tobias Jesso è stato cancellato dal mio schedule per far spazio all’ ennesimo concerto di Patti Smith. Con rammarico non ho visto i Chet Faker a cui ho preferito i Black Keys. Potrei andare avanti ancora a lungo e se mi avessero fatto vedere alcune di queste mie scelte solo qualche settimana fa, avrei forse stentato a riconoscerle come mie.
Tra band esordienti (o quasi) e quelle in circolazione da molto tempo mi è infatti usuale preferire sempre le prime.
In questa 15esima edizione del Primavera ho invece fatto alcune eccezioni che si sono rivelate poi piacevoli nella maggior parte dei casi.
Forse a volte c’e’ bisogno di sedersi e guardarsi un attimo indietro, non per riavvolgere un nastro nostalgico (lungi da me), ma semplicemente per ricordarsi da dove si viene e magari per cogliere con maggiore consapevolezza dove si è adesso e dove si ha desiderio di andare, musicalmente parlando.
Primavera is Fifteen, dicevano ormai da molto tempo gli organizzatori. Il Primavera si affaccia all’età adulta e forse ha desiderio anch’esso di guardarsi un po’ indietro. Le reunion in realtà sono sempre state di casa a Barcellona ma quest’anno ha tutto una parvenza più seria e le occasioni per vari “rewind” sono veramente tante.
Ad oggi non mi sono lanciato nella mischia di coloro che criticano il Primavera (“non è più quello di una volta…troppo caotico…alcuni main event sono discutibili”…etc etc). O meglio riconosco che tutte le affermazioni hanno un fondo di verità ma la tal cosa non ha ancora superato il piacere fisico ed emotivo di passare da un palco all’altro come un bambino immerso per la prima volta in un parco Disney.
Insomma , mi diverto ancora..perchè i Festival musicali sono fatti per divertire, è tutto qui alla fine.
Personalmente leggo sempre volentieri le classiche cronache : Day 1, Day 2, Day 3 , ma le lascio a testimoni più autorevoli del sottoscritto.
Le rigide regole del “fiver” impongono invece una scelta di 5 momenti/canzoni
Ma ricollegandomi all’inizio il mio inganno è proporre 2 cinquine: la prima legata ai Rewind e la seconda ai Forward.
Poi ognuno saprà se schiacciare o meno il proprio personale Play

REWIND

1) SLEATER KINNEY – No cities to love
Il Primavera sancisce, sempre che ce ne fosse bisogno, che il 2015 è l’anno delle Sleater Kinney.
1 ora e 15 .minuti di energia pura e uno dei concerti che si può sicuramente considerare tra i migliori della 3 giorni.
Corin Tucker e Carrie Brownstein si fanno assist a vicenda con la voce e non sembra affatto che siano state lontane per tanto tempo.
Ma è soprattutto la figura che si staglia al centro del palco quella che si impone con più carattere.
La ritmica portata da Janet Weiss è devastante. La pedana della batteria è leggermente avanzata proprio a risaltarne l’importanza.
Vecchie hit si alternano a momenti dell’ultimo album.
Nell’unico momento di rapporto con il pubblico (per il resto 75.minuti di musica tirata, con quasi tutti i brani attaccati l’uno all’altro in successione, senza un momento di sosta) Corin Tucker dice che sono state fortunate a vedere il live di Patti Smith (sullo stesso palco 3 ore prima) e che si sentono praticamente rinate e rigenerate.

2) PATTI SMITH – Free Money
Difatti vedere un concerto di Patti Smith equivale ad un rito, un po’ come vedere Alan McGee che mette su i dischi al Covo. Sai che non accadrà assolutamente nulla di sorprendente, ma ci stai e ti diverti. Alla vigilia la presenza a Barcellona era ancora meno sorprendente in quanto si conosceva già anche la scaletta. Patti Smith presentava “Horses” disco targato 1976. Sembra incredibile che siano passati 40 anni per questi brani (proposti nella stessa successione del disco, come rito impone).
Tutto risulta ancora attuale a testimonianza che si sta assistendo all’ omaggio ad uno dei dischi più importanti del rock.
Tornando al palco,o meglio al rito, anche visivamente tutto è uguale: stessa giacca, stesso gilet, stessi sputi, stessi musicisti tra cui spicca come sempre Lenny Kaye. Sono sempre gli stessi anche i proclami per un futuro migliore. Altri rischierebbero di risultare patetici, Patti Smith no. Uno dei live più intensi e sinceri di questo Primavera arriva da una signora di 68 anni. Chapeau.

3) JULIE RUIN – Ha Ha Ha
Ammetto di non avere mai seguito molto da vicino l’era delle Bikini Kill e poco di più quelle di Le Tigre. Il mio interesse per Kathleen Hanna viene soprattutto dal bellissimo documentario The Punk Singer di cui si è parlato egregiamente anche su queste pagine e dove si narrano le vicissitudini artistiche e soprattutto di vita di Katlhenn Hanna colpita da una rara malattia che la costrinse a ritirarsi dalle scene. Come candidamente spiegava lei stessa davanti alla camera, ora le condizioni sono migliori ma la malattia può colpirla all’improvviso e organizzare un intero tour è impresa molto difficile (vedi cancellazione dello scorso anno proprio al Primavera).
Venendo al palco, per quello che ho visto nel secondo giorno del festival (proprio abbandonando gli ultimi minuti del live di Patti Smith) Kathleen Hanna è in piena forma ed è bellissima, una sorta di Sophie Marceau venuta su a punk e non con”Il Tempo delle Mele”. Stesso giudizio per la sua fedele bassista Kathi Wilcox. La Hanna – dall’alto dei suoi 46 anni – si esibisce in danze sfrenate e capriole sul palco forse proprio a voler comunicare il suo momento positivo. Tra un salto e l’altro c’e’ tempo per frasi manifesto del tipo: “La rivoluzione sarà al femminile o non sarà rivoluzione” .
Di sicuro uno splendido ritorno sulle scene, da cui i Julie Ruin mancavano da mesi.

4) RIDE – Leave them all behind
Anche in questo caso non vado da fan dello shogaze, ma da semplice curioso.
Lo stesso approccio mi aveva portato lo scorso anno a godermi il live degli Slowdive e anche questa volta durante il concerto dei Ride provo sensazioni (positive) simili.
Un amico giorni fa scriveva che Andy Bell è finalmente libero dalla schiavitù degli Oasis e Beady Eye e a vederlo sul palco del Primavera , sembra proprio così.
Ma è il volto sereno e spesso sorridente del lead vocal Mark Gardener a colpirmi di più.
2 enormi pedaliere per lui e altre 2 per il suo compagno e il suono dei Ride scorre potente e in una scaletta che è una sorta di best of da Seagull a Ox4.
Leave the all behind è quasi inevitabilmente la canzone di ingresso che scalda subito l’atmosfera.
Solo il tempo potrà dire se questa reunion è cosa seria (in stile Blur per intenderci)
opure se un mezzo bidone. Intanto rimane il ricordo di 90 minuti molto piacevoli

5) THE REPLACEMENTS – Bastards of Young
Ai Replacements servono 20 minuti buoni per partire. Inizialmente con Takin a Ride esaltano subito il pubblico, ma nei pezzi successivi Paul Westerberg mi appare stanco e in un paio di occasioni stenta anche con i testi.
Poi con la cover dei Jackson 5 “I want you back” il buon Paul si toglie la giacchetta a vento color vomito indossata fino a quel momento e sembra dire “Ok, ora iniziamo a suonare veramente”e il concerto in effetti prende il volo inanellando un classico dietro l’altro tra cui spicca a mio gusto Bastards of Young
Sul lato estetico, invidiabile la forma fisica di tutti e sempre impressionante è la somiglianza del bassista Tommy Stinson ad un Sid Vicious 50 enne se fosse ancora su questa terra.
Al termine mi rimane però una sensazione di “vecchio”, al contrario non provata nei live descritti sopra. Forse questo è uno dei casi dove il tasto “rewind” poteva anche non essere spinto, lasciando la musica dei Replacements all’epoca che a loro appartiene. Ma ovviamente si parla di sensazioni personali, in quanto il pubblico (numeroso) sembrava davvero entusiasta.
Rimane ugualmente intaccata la mia personale simpatia per uno dei primissimi gruppi incontrati da adolescente e con il quale sono cresciuto.

FORWARD
1-BENJAMIN BOOKER– Wicked Waters
Si presenta nel classico trio : chitarra/basso/batteria.
I primi 15 minuti di live non mi convincono. Un inizio scaletta tiratissimo appiattisce un po’ la voce di Booker ed il suono è simile ad altre centinaia di band in circolazione.
Ma a concerto avviato, quando i ritmi virano sul blues e sul soul, le venature black saltano fuori e mi esaltano pienamente. L’unico difetto che gli si può imputare è che forse non ha ancora chiara la sua direzione. Ma tanto di cappello ad un ragazzo di 25 anni (di base a New Orleans, altro punto a suo favore) che con l’aspetto fisico che si ritrova, se scrivesse 2 ballate romantiche potrebbe essere sui mass media di mezzo mondo, ma la cosa sembra non interessargli affatto (per ora).
In ogni modo se ne sentirà parlare a lungo.
(le cronache riportano anche Patrick Carney- batterista dei Black Keys – presente tra il pubblico)

2- SYLVAN ESSO – Coffee
Chi non è affine ad una elettronica raffinata con voce al femminile, può lasciare perdere queste righe. Io al contrario ci casco spesso (vedi Polica, per stare su un esempio recente) e avevo anche inserito l’omonimo disco d’esordio dei Sylvan Esso nel mio personale best 2014.
Anche dal vivo il duo del North Carolina mi convince a pieno. Solo synth (Nick Sanborn ex Megafaun) e voce (una grandissima Amelia Meath, tutta da scoprire) , ma riescono nel non facile compito di riempire pienamente il main stage del Primavera. La voce e le movenze della Meath sono tra le cose più gradevoli che mi porto a casa dall’intero festival.

3 – THE HOTELIER – An introduction to the album
Il cantante Christian Holden mette le mani avanti dichiarando ad inizio concerto che la band è stanchissima venendo da un tour di un mese in tutta Europa, tour che vede gli impegni al Primavera proprio come ultimi atti prima di tornare negli Stati Uniti.
Io li vedo al Parco della Ciutadela, negli eventi “off” del festival ma che quasi da soli meriterebbero quasi il viaggio (Cheatahs,Ex Hex, Soak, Sean Lennon, Twerps, Hiss Golden Messanger) solo per citare alcuni nomi che si sono alternati in questi giorni per concerti di 30 minuti offerti gratuitamente ai passanti)
Tornando al quartetto del Massachussetts le scuse sembrano rivelarsi di circonstanza. Assisto a 30 minuti di buon rock in stile emocore che mettono gli Hotelier tra le band da ricordare nella mia 3 giorni.

4- TWERPS – Back to You
Lo scorso anno le mie attese per i Real Estate furono in gran parte disilluse; troppo fiacchi per riempire le dimensioni dei grandi palchi del Primavera.
Memore di questi ricordi, temevo la stessa cosa per i Twerps ma , al contrario, questa volta lo stupore è in positivo. Il tutto grazie ad una base ritmica che ben sostiene la leggerezza del jangle pop proposto dal quartetto australiano. Gradevolissimi i canti e controcanti di tutti i componenti della band tra cui spicca in voce e dolcezza la chitarrista Jules McFarlane. Sicuramente in spiaggia a Marina di Ravenna ci sarà da divertirsi

5 – STRAND OF OAKS – Heal
In realtà negli States circola già da qualche anno, ma il successo è arrivato con l’album “Heal” del 2014 Sembra sincero Timothy Showalter quando dichiara dal main stage del Primavera che sta passando i mesi più belli della sua vita e che non avrebbe mai pensato che le “sad stories” scritte nella sua camera potessero interessare al pubblico. Il progetto Strand of Oaks non aggiunge nulla di particolarmente nuovo alla reinterpretazione della tradizione rock americana, ma provo forte simpatia verso questo 32enne di Philadelphia che ha rischiato di lasciarci le penne 2 anni fa dopo un gravissimo incidente stradale.
Showalter appare infatti più poetico e delicato di quello che il suono potente della sua band potrebbe indicare, parvenza falsata anche dal suoi look, tra i più tamarri visti in circolazione negli ultimi anni. Anche lui sarà tra i nomi presenti al Beaches Brew in partenza oggi.

Venendo al faceto, registriamo tra il pubblico la presenza anche di Gigi Datome (Boston Celtics) a cui va la palma come miglior sportivo indie italiano. E poi il solito panorama vario delle t-shirt indossate dal folto pubblico (ma inferiore alle ultime 2 edizioni sembra). Tra le più originali citiamo quella con il volto di Charlie Manson e la scritta “Je suis Charlie” e quella degli Smiths riportante il volto di Will Smith con famiglia.
Ma il premio come uomo dell’anno va al tizio che ha curato l’acconciatura di Julian Casablancas.
Un lavoro simile non si vedeva dai tempi dei Sigue Sigue Sputnik

E ora è già in partenza la macchina per il 2016, sembra con l’innovativo cambio formula di 4 giorni
(1-4 Giugno) . In settimana partirà la prevendita e anche tutta questa macchina in fin dei conti altro non è che un semplice rito. Ad ognuno di noi la libera scelta se aderire o meno.

Massimo Sterpi

Di carne e di sangue: NO GLUCOSE FESTIVAL 21 e 22 maggio 2015

11351180_1591447611103503_3067546829364646737_n
L’idea iniziale era davvero quella di organizzare una piccola festa tra amici una sera di metà maggio, chiamando a suonare uno o due gruppi di quelli che ci piacciono e passando qualche disco per ballare tra di noi la musica che ci piace. Fondamentalmente c’era voglia di fare una cosa assieme, una cosa che parlasse di noi – Sniffin’ Glucose e No Hope – e che andasse oltre le parole che siamo abituati a scrivere e che qualcuno di voi si è benevolmente impegnato a leggere in rete o su carta in questi anni. Qualcosa di concreto che potesse essere condiviso e potesse coinvolgere il maggior numero possibile di persone che ci stanno a cuore, sia in qualità di interpreti che in quella di spettatori. Con queste premesse era abbastanza logico che la faccenda non si sarebbe risolta in una semplice festa di fine stagione. Eppure a conti fatti le cose sono state semplici. Sorprendentemente naturali e sequenziali, come se inconsapevolmente avessimo messo in moto un meccanismo capace di progredire da solo e auto generare nuove idee e situazioni lungo il suo cammino.
Hanno suonato otto gruppi, tutte band che in un modo o nell’altro condividono con noi l’idea di musica, non solo e non tanto come genere, bensì come attitudine ed è stata una grande festa a cui tutti abbiamo partecipato con entusiasmo e passione e in cui tutti abbiamo deciso di essere parte attiva. Quella condivisione che era negli intenti iniziali ma che non è semplice si verifichi è effettivamente stata il filo conduttore che ha legato il tutto. Ci piace pensare che non sia stato un caso fortuito. Ci piace pensare che se band, pubblico e anche ragazzi degli stand hanno mostrato stesso spirito, uguale passione e medesima attitudine ci sia un significato. Ci piace credere che tutte quelle persone che pensavamo ci fossero in giro ma che non eravamo così sicuri esistessero davvero invece esistano sul serio. E siamo riusciti a metterle tutte assieme per due sere di fila.

Sono stato troppo coinvolto nella preparazione e nella messa in opera del No Glucose per poterne scrivere con un minimo di lucidità. La cronaca di questi due giorni la lascio a Giovanni di No Hope, firma che in futuro troverete nuovamente anche qui da noi, a consolidare un gemellaggio che sta dando vita a un qualcosa di nuovo e, a mio modo di vedere, bellissimo.
Arturo Compagnoni

IMG_9115
Rivedere tutto come un enorme flashback: le birre spillate, le pacche sulle spalle, il percorso sinusoidale dei cavi, le vibrazioni degli amplificatori, guardare il cielo e pensare “forse pioverà”. La due giorni del No Glucose Festival è fatta di tante fugaci immagini che si depositano nel retro del cervello ed esplodono nei momenti più inaspettati, rimettendo in moto l’autocarro dei ricordi. Ma è bene non farsi travolgere, bisogna archiviare, incasellare, per capire quanto questo piccolo festival nato da un’idea, si sia rivelato qualcosa di grande, dimostrazione di una tesi tanto banale quanto insperata: rendere viva la propria passione, realizzare ciò che si è immaginato. Il Mikasa è un locale di recente apertura in una zona, un fazzoletto di asfalto, due strade dissestate a ridosso di un ponte, che fra locali, sale concerti e centri sociali, sta diventando l’espressione tangibile della proficua coesistenza delle molteplici realtà sottoculturali di Bologna. Il 21 maggio l’occasione è ghiotta: divertimento, rock n’ roll, una serata fra amici e l’ennesimo episodio nella saga della musica. Ogni meccanismo è stato oliato, gli stand espongono cd, vinili, poster e serigrafie; il cielo minaccia pioggia, ma le sporadiche stilettate non sembrano bagnare le copie di No Hope Fanzine che, anche stavolta, fra notti insonni e montagne di matite spezzate, ci racconta come gira nel mondo della musica, o meglio: cosa passa nelle nostre teste quando sono assorbite da ciò che passa nelle nostre orecchie. Ad avere l’onore (e l’onere) di dare il via alle danze sono le Naughty Betsy, un compatto quintetto tutto al femminile. Quando si parla di band formate da sole donne è facile cadere nell’abitudine di tirare in ballo l’immaginario riot grrrl e i riferimenti al foxcore; penso che, in molti casi, sia un atteggiamento pigro e passatista, indice di un maschilismo latente: le categorie vanno adoperate quando ce n’è davvero ragion d’essere. In questo caso le Naughty Betsy dimostrano come la musica si sia evoluta da quella grande stagione di female power, non c’è più il bisogno di superare gli uomini a destra sulla via del noise, il loro indie rock è vellutato e leggero, ma non avaro di momenti più ruvidi, segue perfettamente il saliscendi del nostro elettrocardiogramma. Le ragazze hanno scaldato le chitarre e ora è impossibile far scendere la temperatura, sul palco si avvicendano i Baseball Gregg, strana combo nata dall’interazione fra California e Sasso Marconi, ed è proprio così che suona la loro musica: folk malinconico, da scazzo perpetuo di provincia, frammisto ad atmosfere dreamy in perfetto stile Mac DeMarco. Certo, manca il batterista, che forse avrebbe dato più peso specifico all’esecuzione, ma i Baseball Gregg riescono comunque nell’intento di trasportarci in un’infanzia che non abbiamo mai vissuto. A farci tornare alla dura realtà, fatta di teste che si muovono a ritmo e corpi sbattuti nel pogo, ci pensano i Clever Square che portano in giro il recente album Nude Cavalcade. Il leitmotiv delle serata sembra essere la coesistenza di odio e amore, anche nella musica dei Clever Square possiamo trovare l’avvicendamento di queste potenze archetipe, fra le chitarre struggenti, i momenti di commozione, le lunghe cavalcate e i ritmi sincopati. Due canzoni estratte dall’ultimo album si intitolano Dream Eater e Lord Garbage, possiamo dire che fra questi due poli viaggia la loro musica: quando i sogni sono finiti non resta che sedersi sul trono della propria spazzatura, cucirsi le ferite e ricominciare a vivere. Annotavo: il pogo. Se già nel live dei Clever Square si vedevano timidi accenni di gomito contro gomito, questo era solo l’antipasto di ciò che sarebbe successo di lì a poco. Sul palco salgono i Parrots, l’act internazionale di No Glucose, dalle lande assolate della Spagna sono venuti a portare la loro incontenibile energia nella bolgia del Mikasa. I madrileni smerciano tonnellate di garage purissimo, mettono in scena un live tiratissimo in cui l’interazione con il pubblico è il fondamento per la costruzione di una festa. E allora le prime file si scatenano, un groviglio di corpi accoglie i molteplici stage-diving dei membri dei Parrots, il pogo esonda in tutte le direzioni, il pavimento si macchia di vino e sudore, gli amplificatori tremano sotto le spinte balorde. E’ l’inizio della fine e ormai la gradazione alcolica ha alterato l’andamento delle parole, così questa notte al Mikasa le braci della festa si rinfocolano ad ogni folata di vento provenienti dal freddo clima al di fuori. Il giorno seguente pare impossibile che il sole tramonterà nuovamente sugli impianti pronti per il sound-check, eppure se il primo atto è stato consegnato alla storia, il secondo è tutto ancora da scrivere, e altre quattro band scalpitano alle posizioni di partenza.IMG_9117
E’ venerdì: se già l’affluenza del giorno precedente aveva confermato la voglia di musica che c’è in quel di Bologna, il fiume di persone con le mani timbrate questa sera supera ogni più rosea aspettativa. Poco dopo le dieci è il momento dei Qlowski: la giovane band bolognese propone un gustoso menù, mixando atmosfere scanzonate indie-pop, attitudine surf rock e una solida struttura scippata al post-punk. Sembra che, pur essendo ai primi live, questi ragazzi intravedano un futuro appetibile, come è stata appetibile la loro musica per le nostre orecchie. IMG_9116
E se in questo primo capitolo abbiamo avuto l’irruenza giovanile, nel secondo live abbiamo invece l’esperienza: gli X-Ray Picnic hanno passato molto tempo ad ascoltare l’indie lo-fi americano scuola Dinosaur Jr.- Sebadoh, l’esito non può essere che felice. Fra solide ballad e momenti di rock muscolare, gli X-Ray interpretano magistralmente gli umori del pubblico, conducendolo per mano nel loro immaginario nineties. Mi chiedo se non siano i Built to Spill sotto copertura e forse farei meglio a smettere di scrivere e mandare la loro demo a Stephen Malkmus, magari ha voglia di sostituire i Jicks. La strada è segnata, dopo gli X-Ray Picnic si respira un’atmosfera di epica post-grunge, i Pueblo People caricano gli strumenti con un sacco di fuzz, le pistole non spareranno a salve. La band presenta il nuovo disco Giving Up on People, e per noi è tutto un caracollare fra distorsioni, intermezzi garage e liriche salmodiate con voce impastata, le palpebre si fanno pesanti sotto il peso delle personali visioni, tornano i fantasmi del passato, ma magari sono qui solo per sfiorarci, senza farci del male. Dopo questo florilegio di chitarre, essere proiettati nell’universo rarefatto della synthwave può risultare traumatico, derealizzante. Ma anche nelle vie tracciate dai Wolther Goes Stranger le emozioni non si nascondono dietro maschere. Fra le geometriche architetture delle new wave e le tastiere anni ’80 lo spazio sonoro del dancefloor può diventare un luogo in cui riflettere riappropriandosi del proprio corpo, senza dimenticare l’ironia. I Wolther Goes Stranger ci suggeriscono questa soluzione, sommessamente ma con polso saldo, nelle melodie spigolose e poligonali si fa strada il dolce naufragio dell’entropia. Ormai il locale è pieno all’inverosimile, tutti sono dimentichi della pioggia battente all’esterno, con i Wolther Goes Stranger si chiudono i live della prima edizione del No Glucose Festival, però c’è ancora spazio per la disco perpetua che annulla i confini fra i corpi. Ma qui i ricordi si perdono nella notte, si frammentano in uno sciame impazzito di sensazioni che come colibrì attraversano ogni fibra, ogni nervo. Non c’è più tempo per avvolgersi nelle spire delle parole, meglio chiosare con un’espressione banale ma carica di semplice significato.
E’ stato bello.
Rifacciamolo.
Giovani Bitetto

Violent Femmes “Hallowed Ground”

violentfemmes-hallowedground(2)
Nel 1984 avevo 14 anni, così mettiamo subito in chiaro l’età dello scrivente.
A 14 anni non sei un essere umano razionale, sei una sorta di creatura fantastica degna di un film di Guillermo del Toro: la testa è a forma di radar ed è capace di captare ogni stimolo, il corpo ha le sembianze di una spugna e assorbe tutto ciò che arriva trasformandolo in emozioni.
Se abbassi la guardia la spugna rischia di riempirsi di disagio e paura, se invece hai la fortuna e la tenacia di entrare in contatto con la bellezza – sotto ogni forma essa si presenti – ecco che forse quell’incontro ti cambierà la vita e ti accompagnerà per sempre.
Se tutto si mischia insieme sotto forma di musica : disagio, paura, rabbia, bellezza, forse sei sulla strada del punk. Se sei su quella strada ed incroci una chitarra acustica invece che una elettrica allora ti accorgi che il folk-punk è più nelle tue corde. Se suoni folk-punk e tuo padre è un pastore battista appassionato di musica country e tu invece di rinnegarlo assorbi con rispetto tutto il suo credo, allora non c’è altro da dire : sei GORDON GANO e fondi i VIOLENT FEMMES

Milwaukee (Wisconsin) a me stava già simpatica di suo: un po’per Happy Days lì ambientato, un po’ perché in quegli anni nei Bucks (Nba) giocava Bob Lanier un pivot di 120 kg che aveva un solo movimento in attacco ma faceva sempre cesto….e anche quella è bellezza.
Insomma se doveva nascere un gruppo cazzaro nella mia testa doveva venire da Milwaukee.
Hallowed Ground, uscito nell’estate 1984, è in realtà il secondo album dei Violent Femmes. L’omonimo esordio era dell’anno precedente e conteneva la hit Gone Daddy Gone.
Ma è la serie di brani contenuti nel secondo album che mi fanno innamorare perdutamente.
Hallowed Ground ha il pregio di farmi scoprire che quando si compone con lucida follia, la contaminazione dei generi può rendere i tuoi brani senza età. Attingere dalla tradizione (in questo caso americana) e plasmarla fino a farla diventare attuale è ciò che andavo cercando e che ancora non aveva un nome.
Ascoltando Jesus walking on the water e Country Death Song scoprivo per esempio che il western country non era musica (solo) per vecchi.
E poi ancora venature punk, blues fino ad arrivare addirittura al gospel
I hear the rain non è quasi nemmeno assimilabile ad una canzone , è un mantra declamato da Gordon Gano con il controcanto del gemello artistico Brian Ritchie e sopra una batteria spazzolata da Victor De Lorenzo. In Black Girls subentra il delirio free-jazz di un giovane John Zorn al sax.
Ma sono i 7 minuti abbondanti di Never Tells a diventare per me una sorta di manifesto adolescenziale con la voce di Gordon Gano così sgraziata nel timbro e al tempo stesso piena di grazia nel voler condividere il suo dolore con gli altri. Una canzone (e un testo) che metto allo stesso livello di These important Years degli Husker Du che sarebbe uscita 3 anni dopo.

In tempo di reunion nemmeno i Violent Femmes si sono sottratti alla moda e così il 2013 li ha visti di nuovo protagonisti al Coachella e ad altri festival.
Il mese scorso (Aprile 2015) è uscito un loro Ep in occasione del Record Store Day con 4 nuovi brani, cosa che non accadeva da 15 anni. Gordon Gano ha dichiarato candidamente che vorrebbe essere nuovamente “scoperto” dai ventenni di oggi. Non so se accadrà e la cosa mi interessa il giusto. Quello di cui sono certo è che a distanza di 30 anni il mantra “I hear the rain, i hear the rain, i hear the rain .Got to kill the pain” è ancora presente in quella ideale spugna che tutto assorbe.

Massimo Sterpi

Questo pezzo, purtroppo non sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa, perchè abbiamo esaurito tutta la carta che avevamo a disposizione. Ci pareva troppo ottimistico tenerlo in serbo per la seconda edizione del festival e allora lo pubblichiamo ora. Ci vediamo domani sera.


Wolther Goes Stranger live @ No Glucose 22.05.15

Hüsker Dü “Warehouse: Songs and Stories”

husker20du20-20warehouse20songs20and20stories20-20front

Non ho tempo di registrartelo” – disse Gabri (anzi “Gabbri” perché dalle nostre parti di raddoppia tutto il raddoppiabile) mentre mi passava la sua copia di Warehouse: Songs And Stories degli Hüsker Dü- “Ma tu questo disco lo devi ascoltare! Te lo presto così lo porti a casa, lo ascolti e se ti piace te lo metti su cassetta“.
Presi dalle sue mani quel doppio LP e iniziai subito a contemplarne la copertina stranissima: un giardino ricostruito al chiuso e fotografato sotto una luce livida e artificiale. Non riuscivo a capire che cosa volessero dire quelle immagini, cosa potessero racchiudere in termini musicali e soprattutto non potevo prevedere quello che le canzoni di quel disco avrebbero significato per me negli anni a venire.
Fu così che nacque il mio rapporto con uno degli album che mi avrebbero definitivamente cambiato la vita.
Era il 1987 e avevo 15 anni. Le mie visite a casa sua erano rarissime, ma Gabbri era forse l’unica saltuaria guida che avevo per addentrarmi nel mondo che da un paio di anni stavo faticosamente cercando di esplorare, ovvero quello del rock indipendente o meglio underground: un mondo pieno di misteri, rituali oscuri e suoni così eccitanti da star male. Erano cose completamente lontane dalla realtà del piccolo paese della costa adriatica nel quale consumavo la mia adolescenza. Eppure non c’era nulla che mi facesse sentire così a casa come quei dischi, quelle canzoni, quelle urla, quei rumori che sembravano senza senso a chiunque mi circondasse. Mi sembrava che il mio posto fosse lì, in una specie di iperspazio dove le persone come me, che si sentivano “out of step with the world” potevano trovare asilo. Quelle facce che mi fissavano dalle copertine dei dischi mi rassicuravano sul fatto che non fossi solo, che altre persone al mondo provavano, dicevano e pensavano cose che li tagliavano fuori dal grosso dei loro simili e nonostante tutto lanciavano segnali di vita e si facevano sentire: arrotolavano messaggi musicali in bottiglie di vinile e cartone senza aspettarsi nessun soccorso, nessuna salvezza, ma solo il contatto con altri naufraghi alla deriva come loro nel mare di plastica degli anni ‘80. Quei dischi non se li cagava nessuno per gli stessi motivi per cui nessuno si cagava me e il modo in cui ero fatto. Un cane dello spazio sotto un cielo liquido: era normale sentirsi così per me, ed è ancora così che mi sento la maggior parte del tempo.
Sapevo però che solo con la musica, con quella musica in particolare, potevo avere un dialogo, perché chi aveva fatto quei dischi sapeva di cosa stavamo parlando: WHAT WE DO IS SECRET, SECRET!  e pensavo che sarebbe stato per sempre così. Tutto sommato, ripensandoci dopo tanti anni di sottoesposizione e poi di sovraesposizione di questa musica e di questo mondo forse avevo ragione, nella mia ingenuità.
Me ne tornai a casa senza riuscire a staccare gli occhi da quella copertina. Volai dentro l’ufficio di mio padre, dove facevo i compiti e dove era collocato l’unico giradischi di casa.
Lo misi su e iniziai a tirare fuori dallo zaino il vocabolario e il libro di greco. Ancora un’altra cazzo di versione, ancora un altro pomeriggio di sole piegato sui libri. Ma c’era un disco nuovo da ascoltare, un disco che avevo bramato, desiderato per mesi.
Ovviamente avevo già sentito parlare degli Hüsker Dü, ne avevo letto su quelle riviste dai nomi strani che puntualmente causavano imbarazzo con gli edicolanti di paese: Rockerilla, Il Mucchio Selvaggio, gli unici dispacci da quell’iperspazio di cui dicevo prima. Le recensioni e gli articoli avevano acceso le mie più febbrili aspettative nei loro confronti. Tuttavia quel primo ascolto non mi colpì molto, non so perché. All’epoca si lavorava molto di immaginazione: leggevi un articolo e per mesi, a volte anni se vivevi in un posto simile al mio, non potevi far altro che fantasticare di quella band e di quei dischi. A quell’epoca nella mia mente ho ascoltato migliaia di album e sono andato a concerti che avrei avuto la possibilità di vedere e sentire realmente solo anni, se non decenni, dopo. A volta capitava che, un po’ come succede con le prime esperienze con il sesso, il confronto con la “cosa reale” fosse diverso dalle aspettative: questo non voleva dire che il disco o il concerto non mi piacesse, o che fosse meglio o peggio di quello che avevo immaginato, era solo che l’esperienza emotiva che avevo già vissuto per così tanto tempo aveva avuto connotati diversi. Mi sarebbe successo ancora con alcuni di quelli che sarebbero poi entrati nel novero dei miei album preferiti di sempre come Marquee Moon dei Television o The Velvet Underground & Nico. Per fortuna a quei tempi ai dischi si davano sempre molte chance. Del resto quello degli Hüsker Dü era l’unico disco che avrei avuto a disposizione nelle settimane successive, per questioni economiche e di reperibilità di materia prima diciamo, ed era un disco importante, cazzo: bisognava capire bene di cosa si trattava. E allora ci riprovai, per altri pomeriggi di sole passati sull’aoristo e sul neutro, senza troppi risultati sia dal punto di vista scolastico che musicale. Finché un giorno…LA FOLGORAZIONE! Stavo mettendo a posto i libri, mestamente arrampicato su una sedia, quando l’intro di Ice Cold Ice mi colpì come una martellata sulla fronte. Come avevo fatto a non capirlo subito? Questo era il disco che stavo aspettando, il disco che descriveva esattamente come mi sentivo e quello che confusamente desideravo nel modo in cui avrei sempre voluto, cioè alla massima velocità e potenza possibile. Piazzai la puntina nuovamente sul primo brano:  These Important Years. Questi sono i tuoi anni importanti, la tua vita. Diari pieni di autografi di amici che avresti potuto avere. Dov’erano quelle persone? Erano loro, erano Bob Mould e Grant Hart, quei punk rocker improbabili, dall’aspetto assolutamente normale proprio come il mio, ma che parlavano con sincerità, abbandono e trasporto, che racchiudevano le loro emozioni più profonde in proiettili punk hardcore incredibilmente melodici e strazianti. Esattamente come me inadeguati in qualsiasi contesto e a differenza del sottoscritto perfettamente in grado di far sentire la propria voce a chi condivideva la loro sensibilità. Una sensibilità che non poteva far altro che consegnarti alle schiere dei reietti: trying to fly away might have been your first mistake.  Lo spazio a mia disposizione è poco e non è il caso che passi in rassegna i brani di uno dei più bei dischi della storia del rock sul quale tanto è stato già scritto: voglio solo cercare di esprimere quanto necessaria fosse questo tipo di resistenza musicale (è solo così che riesco a descriverla) all’epoca e in quel clima culturale. Era fondamentale che qualcuno ci dicesse che non eravamo pazzi, che se stavi male e se non te ne fregava un cazzo di metterti il Moncler, di sorridere, di andare in palestra e di ascoltare i Simply Red o Madonna non era perché eri sempre e comunque tu il problema. Era fondamentale che qualcuno urlasse che non era importante essere un vincente nella vita, che non c’era bisogno di abbracciare quella visione competitiva dell’esistenza che stavano cercando di venderci. Non dovevi essere per forza Rocky Balboa e neppure Ivan Drago. Erano loro, i Reagan, le Thatcher, i Craxi con i loro Berlusconi in provetta, tutti quei bastardi di merda che stavano preparando il terreno per la devastazione culturale che sarebbe arrivata dopo, senza incontrare più alcun ostacolo. Vedete ora si parla con nostalgia degli anni ‘80, beh lasciatevelo dire da chi c’era: gli anni ‘80 erano una merda assoluta. Però noi avevamo un posto dove andare ed era quello dove erano collocati, seppure in punti diversi, gli Hüsker Dü, gli Smiths, i Go-Betweens, i Sonic Youth, gli Screaming Trees, i Replacements, i Fugazi e mille altri: vi posso garantire che quello era un luogo in cui la merda non entrava. Ecco io non ho alcuna nostalgia degli anni ottanta, ma di certo ho nostalgia di quel posto e per me, quando penso a quegli anni così importanti, quel posto somiglia molto al giardino impossibile della copertina di “Warehouse: Songs and Stories”.

PS: dopo qualche settimana tornai a casa di Gabbri per restituirgli il disco. L’avevo registrato in cassetta e mi ero rassegnato all’idea di possederlo solo in quel formato per chissà ancora quanto tempo. Gabbri mi liquidò velocemente: “La sai una cosa? Nel frattempo me lo sono ricomprato in CD e si sente molto meglio! Mi porti diecimila lire con calma e te lo puoi tenere“. Nel frattempo era già arrivato il 1988. Grazie ancora Gabbri.

Ferruccio Quercetti

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.

Pueblo People live @ No Glucose – 22.05.15

Qui in streaming il loro nuovo album.

Royal Trux “Accelerator”

RoyalTrux_Accelerator
La prima volta che misi sul piatto Accelerator rimasi istantaneamente folgorato dalla sua partenza. Mi piacque da subito il fatto che il disco cominciasse esplicitamente con un ritornello. Che poi, oddio, definirlo ritornello è davvero un azzardo, ma tant’è. Apprezzai la scelta di arrivare immediatamente al nocciolo senza perdere tempo, evitando i preamboli. Poche chiacchiere insomma: come avviare una canzone da metà, rifiutando canoni e strutture prestabilite con una dimostrazione di snobismo e noncuranza che è poi anche la propria dichiarazione di forza, la cifra stilistica di qualcuno che è già andato oltre e non riesce a tornare indietro se non facendolo a modo suo. A conferma di tanta ricercatezza, probabilmente del tutto casuale in quanto innata, scorrendo la mezz’ora che segue ci si accorge poi che le canzoni spesso terminano viceversa inattese, così come a sorpresa il disco era cominciato. Quando ancora si scruta il passaggio dietro un giro di chitarra attendendo un proseguo, il volume improvvisamente sfuma e si passa oltre.
In quella canzone che inizia dal suo centro ed inaugura il disco, esplode la voce rauca di Neil Michael Hagerty che si aggrappa alle parole: Now you know I’m ready/Can’t you see I’m ready/Well hell you know I’m ready/Now you know I’m ready e continua One more time around the block with me/One more time around the block, come a scolpire un semplice concetto. Che forse per loro, per i Royal Trux, tanto semplice in quel momento non era. Accelerator, anno di grazia 1998, è il disco che con i suoi auto dichiarati riferimenti agli anni ’80 (personalmente ho sempre fatto fatica ad individuarli questi riferimenti) concludeva l’ideale analisi dei tre decenni precedenti avviata con Thank You, il disco sixties, e proseguita da Sweet Sixteen dove sotto i riflettori erano finiti gli anni ’70. Ed è anche il disco del ritorno a mamma Drag City dopo l’esperienza Virgin, major che in preda alla fregola post Nirvana aveva follemente deciso di prenderseli in casa tre anni prima, sborsando la cifra di un milione di dollari per tre dischi. La lusinga stava nelle briciole di ordine che i due avevano infilato tra i solchi di Cats and Dogs, album che dopo anni di confusione e rumore aveva alzato una parabola che pareva potesse essere finalmente destinata a far loro bucare le nuvole, portandoli al sole. Un sole intossicato dai miasmi delle ciminiere sottostanti e inquinato da fiumi di droga, ma pur sempre un sole. In quel disco i Royal Trux avevano introdotto per la prima volta il concetto di normalità nel proprio suono, una normalità sui generis e tutta loro, comunque un notevole scarto in avanti se confrontato con i ritagli apparentemente privi di senso, per quanto imbottiti di spunti creativi, sparpagliati nei loro primi tre dischi, quelli sino a quel momento pubblicati. Con la Virgin durarono lo spazio di due album, poi la pazienza degli art director della label si esaurì, sbriciolandosi definitivamente contro la copertina di Sweet Sixteen, un intruglio di schifezze traboccanti dalla tazza di un cesso, foto per nulla bilanciata dallo scatto sul retro: il broncio eterno e bellissimo di Jennifer Herrema che per una volta, una volta sola nella vita, guarda dritta in camera.
Di Accelerator mi piace tutto: dal font utilizzato per logo del gruppo e titolo del disco in alto, ai colori della copertina con quel suo disegno strambo e in realtà molto piu 70’s che 80’s, ai violini ubriachi che aprono Yellow Kid, al fatto che sia tutto così stonato e al tempo stesso così perfettamente armonico. Un disco che riesce a trasmettere contemporaneamente l’amarezza della sconfitta e il gusto perfido della rivincita nel momento esatto in cui Neil Hagerty suona la sua versione di Exile on Main Street facendo finalmente capire che sta effettivamente suonando le canzoni degli Stones e non processando l’ennesimo tentativo di stupro su qualche mostruoso esperimento di laboratorio. Solo che queste canzoni le suona come fosse un ubriaco con in mente il ricordo dei Pussy Galore e al fianco una splendida bambolina tossica. Forse per questo suona tanto bene. E tanto mio.

I Royal Trux li vidi suonare nella mia città l’anno dopo, ai tempi dell’uscita di Veterans of Disorder, titolo perfetto da scolpire sulla lapide che di lì a poco avrebbero posato sulla propria tomba nel momento, per loro stranamente classico, in cui la coppia sciolse allo stesso tempo legame artistico e personale. Suonarono alla vecchia sede dell’Estragon in via Calzoni, ed erano in cinque: due batterie, un basso, la chitarra di Neil Hagerty ed una Jennifer Herrema fermamente decisa a catturare l’attenzione collettiva stando ben attenta a non fare assolutamente nulla. Viso tondo da bimba, con la frangia bionda schiacciata sulla fronte a coprire un paio di rayban fuori epoca, un poncho messicano da cui spuntavano gambe sottilissime fasciate in jeans rigorosamente strappati, ai piedi un paio di incredibili stivali pitonati e appesa alle labbra una sigaretta perennemente accesa. Cantava contemporaneamente in due microfoni. Uno schianto. La sala era mezza vuota ma emotivamente molto coinvolta. Almeno così mi parve. Alle ripetute richieste di bis a fine set Neil Hagerty rispose tornando immediatamente sul palco: senza degnare il pubblico di uno sguardo staccò il jack dal microfono e cominciò a smontare gli strumenti, da solo.

Arturo Compagnoni

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


The Clever Square live @ No Glucose – 21.05.15

The Clash “London Calling”

clash-london-calling
All’epoca non c’era la lista delle upcoming releases di Pitchfork e i dischi uscivano “veramente” solamente quando li vedevi nelle vetrine dei negozi di dischi o tra le mani di qualche amico.
Così quella mattina di 35 anni fa non avevo idea che i Clash avessero fatto uscire un altro album, per di più un disco doppio. Loro erano già diventati da qualche tempo il “nostro” gruppo, mio e di Arturo e trovare un mio compagno di classe, che per inciso non mi ricordo neanche più chi fosse, rigirarsi quell’album tra le mani poco convinto fu un piccolo colpo al cuore. Pochi soldi, in tasca, fuori discussione l’acquisto. “Ok te lo puoi prendere ma riportamelo domani, capito?” Capito, capito. Grazie Antonio (?), Marco (?).  Volata a casa. Puntina sul vinile e…qua cominciarono i problemi. Ovviamente l’ascolto puro e semplice non era sufficiente, non lo è mai stato per me. Avevo bisogno di documentare, catalogare, registrare. Non possedevo una piastra di registrazione e l’unica soluzione era mettere la radio di fronte alla cassa dello stereo di mio fratello. Mono purissimo ma chissenefregava. Quattro facciate + altre quattro per Arturo. Un continuo stop/rec. “Cosa vuoi per merenda?” Ok grazie mamma. Puntina da sollevare e riportare al punto di partenza, registrazione da riavvolgere,  far ripartire. Pensavate di essere frustrati voi quando si interrompe un download a metà?
Comunque, la Storia con la esse maiuscola dimostrerà che ne sarebbe valsa la pena. Quella mia personale, con la esse minuscola, ancor di più. Riascoltandolo ancora oggi è impressionante la varietà degli stili musicali contenuti in quei solchi. Multilinguismo musicale e di attitudine, molto poco praticato in quegli anni di compartimenti stagni musicali. Apertura verso l’esterno, verso l’”altro” inteso in tutte le accezioni positive. Oppure, più semplicemente qui dentro c’era tutto quello di cui avevo bisogno per il passaggio all’età adulta. London Calling, Death Or Glory e Spanish Bombs per urlare col pugno alzato tenendo teso il cavo di collegamento con i primi due lp. Guns Of Brixton per muovere le chiappe e gettare un ponte che in mezzo ha The Magnificent Seven e all’altro capo Rock The Casbah. Lost in the supermarket, I’m not down e Train in vain gemme pop per fantasticare sulla compagna di classe del primo banco.
E molto, molto altro. Pochi mesi dopo il concerto in Piazza Maggiore fece la storia del nostro piccolo mondo. Rude Boy al cinema Rialto col registratore (ancora!) sotto il cappotto per mandare a memoria perfino i dialoghi di quello sgangheratissimo i film. Il tour di Sandinista e il concerto visto dalla Fiesole ballando in mezzo al polistirolo bruciato come se non ci fosse un domani.
Un domani poi c’è stato, naturalmente, ma forse le aspettative generate da un album come questo erano veramente troppo alte per essere mantenute.

Massimiliano Bucchieri

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


The Parrots live @ No Glucose – 21.05.15