Mathematic (Fiver # 26.2015)

Foals

Foals

Estate da cyborg. Sembra strano ma d’estate inizio ad avere un rapporto molto più stretto con il computer.
Il caldo a mille gradi mi impedisce di dormire la mattina (i ventilatori, si sa, non funzionano mai come si deve), gli alcolici della sera prima richiedono un consistente tributo in acqua per sedare i bruciori del palato, la testa pulsa e il bisogno di trascinarsi in cucina per ingoiare qualche compressa prende il sopravvento. Insomma mi sveglio molto presto, e con il mare a distanza considerevole (almeno fino a quando sono relegato nella bella città dai tanti portici, ma dalle poche piscine) non posso far altro che avviare il computer.
Il ronzio riempie la stanza, la luce azzurrata illumina la penombra, e ora che si fa? La comunità virtuale langue di notizie degne di nota, di guardare le foto di x o y al mare non ho voglia, dovrei chiudere il computer e farmi un giro a piedi? con questo caldo? No. Meglio spulciare le nuove uscite, qualche band che ha l’ardire di buttare fuori un album in estate si trova sempre. La notizia che più mi colpisce è l’annuncio del nuovo album dei Foals. La brigata di Yannis Philippakis (solo ora rifletto sulle sue origini greche, su come se la deve passare, seguendo questo periodo non troppo florido per gli abitatori dell’Egeo) è ormai arrivata al quarto album ed è incredibile come il loro suono, pur mantenendo una cifra stilistica coesa, si sia evoluto in maniera esponenziale, andando a toccare territori sempre nuovi, insomma i ragazzi hanno sempre dimostrato di avere la voglia e il talento per sperimentare.
Ma non è solo questo che mi colpisce. Non è neanche il fatto che una volta vidi un  loro concerto allucinante in cui proprio Philippakis si arrampico su un traliccio per buttarsi fra la folla. Certo questi sono fattori importanti. Ma no non è questo.  Ogni loro album, con relativo suono, sembra avere il prodigioso potere di sottolineare una fase specifica della mia vita. Anno Domini 2008, Antidotes, piena invasione barbarica delle band indie d’oltremanica, in tv passano un teen movie in cui i protagonisti sono ragazzetti di Brighton, nella mia generazione il sogno del rock n’ troll si rinverdisce sotto le spoglie della coolness inglese. La colonna sonora di  Skins, questo il nome  del telefilm, sono sicuro lo ricorderete, è composta per la maggiore da brani di band come Klaxons e per l’appunto i Foals. Il primo album sfodera un math rock travolgente, pezzi trascinanti ma allo stesso tempo complicati, tempi dispari e voci in falsetto, chitarre suonate con perizia e imbracciate all’altezza del petto, roba da nerd. Forse quel primo album, con la miscela perfetta di indie e math, rappresenta il lavoro più riuscito dei Foals,  o almeno è quello che mi è rimasto più nel cuore. Non che il prosieguo della loro carriera sia in discesa, anzi tutt’altro. 2010, Total Life Forever, i nostri ci riprovano, stavolta alzando il tiro. Abbiamo doppiato la boa del decennio e la sbornia indie sta per smorzarsi, i ragazzi ne sembrano coscienti. Stavolta sfoderano un post-rock confezionato al solito con l’amore per il pop e la commistione con il math, che li contraddistingue. Sono più simili ai Battles che a qualsiasi altra band, lunghe cavalcate che raggiungono momenti apicali di puro sentimento, anche stavolta prova passata a pieni voti.
2013, Holy Fire, forse l’abum che mi è piaciuto di meno, i soliti riferimenti al loro sound passato, ma stavolta c’è una dose massiccia di pop. Non siamo dalle parti di Arthur Russell, ma di sicuro la raffinatezza verso cui tendono lì fa imparentare con diverse band new wave. Tuttavia per me c’è qualcosa che non torna, forse non riescono a essere buoni interpreti del presente come in passato, chi lo sa, il terzo lavoro non è un album brutto ma per me risulta un passaggio a vuoto. E siamo al 2015, nuovo album in uscita ad Agosto e una canzone giù online. Cosa ci riserveranno stavolta i Foals? Da parte mia ho un motivo per aspettare Ferragosto, per buttarmi nelle sonorità geometriche anche sotto l’ombrellone.

Foals “Mountain at My Gates”

Dicevamo il primo pezzo del nuovo album dei Foals. Al principio mi dà una sensazione di freschezza, nonostante si senta anche molta retromania anni ’80 (ampiamente abusata in questi anni). I giudizi ferrei li accantono per un po’, per ora scuoto la testa a tempo.

LA Priest “Oino”

Nella colonna sonora del telefilm sopracitato andava forte anche un altro gruppo ormai dimenticato: i Late of The Pier.  Melodie liquefatte, voci schizoidi, tastierine giocattolo, l’elettroclash fusa con l’indie, la chiamavano indietronica. Purtroppo dopo il primo album tale gruppo, che sembrava promettere davvero bene si sciolse, sparì dai radar. E’ di pochi mesi fa la notizia della morte di un componente della band. Tristezza. Di pochi mesi fa è anche la notizia  di un nuovo progetto di un componente della band. Questo è il risultato, un suono che sembra riaprire il vecchio discorso. Gioia.

Alice Glass “Stillbirth”

Si questa settimana sono in trip con i sintetizzatori. I Crystal Castles si sono sciolti (almeno nella formazione originale), scazzi fra Ethan Kath e Alice Glass. Lei ci riprova da solista, arrivando a vette di cattiveria raggiunte solo nel primo album del duo. Ritorno dell’elettroclash? Staremo a vedere.

Ultimate Painting “Break the Chain”

“Si ok va bene ti fa schifo l’estate però calmati un attimo goditi la vita” direte voi. In effetti avete ragione. Meglio mettere sul piatto il secondo lavoro degli Ultimate Painting, lasciarsi cullare da cotanta semplicità tranquillità, serendipità. Questo è il primo estratto.

Chicos de Nazca “Hey Lord, Hey Babe”

Un paio di Fiver fa ho affermato che conoscevo il Cile solo per Bolano e per i Follakzoid, mi devo ricrede, dietro i secondi si cela un fitto sottobosco di band che sanno cosa significa fare psichedelia. Negli ultimi tempi ho recuperato.

Giovanni Bitetto

The Call of the Wild (Fiver #25.2015)

Peacers

Peacers

C’è stato un momento in cui ne ho avuto abbastanza. Di concerti ne avevo visti troppi e il mio cervello mi impediva di entrare ancora una volta in un club o di mettere piede ad un festival.
Ho continuato ad ascoltare musica, naturalmente. Ma non dal vivo.
Praticamente senza accorgermene ho passato 3 anni interi in questo modo. Un giorno però, il richiamo della foresta ha iniziato a farsi troppo insistente e sono tornato a casa. Nuovamente sotto un palcoscenico, nuovamente intento a programmare ferie, fine settimana e momenti liberi con la programmazione dei miei clubs e festival preferiti sotto il naso, come un tempo.
Il ritorno non è stato indolore, però. Mi sembra di ricordare che fossi a Parigi, al festival di Pitchfork. Un paio di giornate dedicate a quella che a torto o ragione è considerata la musica nuova. Mi sono passate sotto il naso cose che mi sono piaciute molto, altre che non conoscevo e che mi hanno entusiasmato. Gruppi che dovevano spaccare ed invece mi hanno annoiato a morte, costringendomi ad un giro di troppo al bar. Il solito programma di un festival, insomma. Ma una cosa mi sembrava cambiata, però. L’atmosfera era fin troppo rilassata, tra il pubblico ma anche tra i gruppi che si succedevano sul palcoscenico. Non un momento di tensione, mai uno scazzo. Tutti a ringraziare quelli di Pitchfork che gli avevano regalato questa opportunità, e poi che figata Parigi, vuoi mettere. E grazie ancora. Al pubblico, fantastico, naturalmente. Ad un certo punto ho sperato che se ne uscisse il Lux Interior di turno e provvedesse a tirare qualche calcio ben assestato. Un paio di aste del microfono sulle teste delle prime file. Un pogo che si trasformasse in una piccola rissa. Niente di tutto questo, invece. Quel festival è finito così, manco fossero state le giornate delle buone intenzioni e dell’amicizia universale.
Da quei giorni sono passati un paio di anni ed io, nel frattempo, ho preso le buone abitudini di un tempo ed appena posso mi fiondo tra le prime file di qualche scantinato. Quella sensazione però non mi ha mai abbandonato del tutto e mi sembra che un po’ della tensione che c’era un tempo sia semplicemente scemata. Ed un concerto senza tensione è come una partita di calcio amichevole, per me. Sostanzialmente inutile.
Ho visto un video dove qualcuno ripeteva questi concetti e mi sono rincuorato. Era una delle ultime interviste concesse da Lux Interior, il cantante dei Cramps, prima di morire. Diceva che molta della musica attuale (naturalmente è un video di qualche hanno fa) ha perso qualsiasi pericolosità. Mi sembra utilizzase proprio questo termine: pericoloso.

The Cramps

The Cramps

Ho avuto la fortuna di vedere i Cramps dal vivo. Erano una di quelle band che non potevi raccontare ai tuoi genitori. Uno di quei concerti dove era meglio stare in campana perchè qualcuno era pronto ad infilarti un gomito nel costato. Loro, erano semplicemente uno spettacolo. La musica come dovrebbe sempre essere. Una faccenda di sudore, di eversione sotterranea, di istiniti primordiali, di divertimento, al limite del lecito e del consentito. Non so se mi sono spiegato bene ma, ecco, una band come i Tame Impala (per dire) non me li vedo proprio a suonare davanti ad un pubblico di malati di mente in un ospedale psichiatrico. Sarà l’estate, non lo so, sarà che la maggior parte degli ascolti attuali mi sfugge come sabbia tra le dita. Sarà che mi sono tornate in mente le parole di Sándor Márai, che ha descritto in maniera sublime cosa è lecito aspettarsi da un’esperienza di ascolto soddisfacente: “dalla musica sembrava sprigionarsi una forza eversiva capace di sollevare i mobili e di gonfiare i pesanti tendaggi di seta alle finestre. Era come se tutte le cose vecchie e ammuffite, sepolte da tempo nei cuori umani, ricominciassero a vivere, come se nel cuore di ogni essere si annidasse un ritmo mortale che, a un certo punto della vita, potrebbe mettersi a pulsare con implacabile violenza. Gli ascoltatori pazienti compresero che la musica rappresentava un pericolo”.
Nonostante non si facciano sconti, che si sia scelto sempre e comunque di guardare in avanti, nonostante questo, mi diventa comunque inevitabile ricordare che il mio ritmo mortale ad un certo punto ha preso vita, anche grazie a quella coppia di allampati rocker vestiti di nero. Mi sono reso conto che, da quel giorno, sono sempre alla ricerca di quel beat, che in fondo in fondo è semplicemente un battito del cuore ma anche un inconsapevole termine di paragone che talvolta mi fa scalciare con i piedi in segno di frustrazione come un bambino capriccioso. In serate così non rimane che tornarsene a casa, accendere un computer e far partire un video tipo questo qui sotto, giusto per mettere nuovamente le cose in prospettiva.

THE CRAMPS – Live at the Napa State Mental Hospital

PEACERS – Laze It

Il ritorno di Mike Donovan va festeggiato come si conviene solo ai grandi avvenimenti. Precursore di tutta la scena garage di San Francisco, che ha trovato con Ty Segall e Thee Oh Sees in seguito una grande esposizione pubblica, torna con un album nuovo di zecca per Drag City. La stessa etichetta che aveva pubblicato all’epoca i dischi di Sic Alps (il suo primo gruppo) una band che ascoltata ancora oggi regala momenti sublimi e qualche brivido. A dirla tutta, “She’s On Top”, canzone uscita solamente su singolo nel 2013 fa bella presenza nella mia top five dei brani favoriti dell’ultimo lustro.
Tanta fotta (ndr: fotta è l’insostenibile desiderio di trombare dopo una lunga astinenza) trova soddisfazione in questi nuovi 90 secondi (del resto, dopo tanto tempo), in attesa di un album in uscita in questi giorni.  “Laze It” mette in chiaro che le coordinate sonore sono rimaste immutate. Psichedelia, virata in chiave garage e chitarre fuzz.  Canzone splendida.
(Ah, il brano, nel video, comincia dopo 35 secondi di silenzio).

SARAH CRACKNELL – Ragdoll

Questa canzone me la immagino cantata da Bobbie Gillespie.
Oppure, vista da un’altra prospettiva, potrebbe sembrare una cover dei Primal Scream che, a loro volta, fanno il verso ai Rolling Stones. Sarah Cracknell ci aggiunge la voce, sì, proprio quella voce. Quella che abbiamo imparato ad amare nei dischi dei St. Etienne.
In questo caso non si va oltre gli stilemi della ballata classica, avrete inteso.
Talvolta non abbiamo niente di meglio da chiedere. Questa è una di quelle occasioni.

THE BABE RAINBOW – Love Forever

Canzone che farà impazzire chi ha apprezzato i primi due dischi di Allah-Las. O i Growlers. Si muove nei medesimi territori: pop, in versione psichedelica, con i santini degli anna sessanta nel taschino e a completare il quadro pure un immaginario fatto di camice a fiori, sandali e vita sulla spiaggia, come compete a dei buoni australiani. Band da tenere d’occhio, mi pare.

OUGHT – Beautiful Blue Sky

L’ho sentita la prima volta che avevo i piedi tra la sabbia della spiaggia dell’Hana-Bi, poche settimane fa. Gli Ought stavano  pochi metri di fronte a me, su un palcoscenico che guardava il mare, e suonavano proprio questa canzone, all’epoca ancora inedita. E’ stato uno di quei momenti dove si ha la consapevolezza di vivere qualcosa di grande, decisamente oltre gli standard di un normale concerto. Gli Ought sono una band sopra la media, del resto, che accumula influenze riconoscibili e le trasforma in qualcosa di proprio, di personale. Si sente la New York dei Television e dei Velvet, certamente. Ma sembrano semplici suggestioni destinate a piegarsi al volere del carisma di Tim Beeler, uno che ha la faccia e la voce per farsi ricordare.
Una delle canzoni dell’anno, per quanto mi riguarda, tra chitarre irresistibili e parole che lasciano il segno.

CESARE LORENZI

Blue Monday (Fiver #24.2015)

neworder
New Order – Blue Monday
Tell me how do I feel
Tell me now how do I feel

Il lunedì è sempre stato un giorno strano. Per tanti è un giorno fa-ticoso, si rientra nel tram tram delle cose dopo il weekend. C’è un po’ di stanchezza nel pensare che hai davanti un’altra settimana di un lavoro che, quasi sempre, non vuoi ma devi. Che prima di un’uscita come si deve passeranno giorni, a meno che tu non abbia vent’anni e poco altro da fare. E tutti a lamentarsi che è lunedì.
Per me è sempre stato un giorno che dà sicurezza: torni proprio al tuo tram tram, alle tue cose, alle consuetudini che, alla fine, ti sei cercata tu. Per me la domenica è sempre stata il giorno difficile, quello che non ci si arriva in fondo. La domenica piena di malin-conie, di ansia o di nervoso. Il giorno dello scarico. Delle tensioni accumulate che fanno saltare i nervi se hai qualcuno che può farti da sacco da box. O della tristezza, se non ce l’hai.
La domenica è sempre stata un giorno da cercar di digerire. Ma il lunedì, non so, l’ho sempre trovato rassicurante. più facile.
Oggi è diverso. Sarà che questo novembre sembra voler scaricare tutta l’acqua del cielo sul mio terrazzo, che il mix del pezzo è arrivato e lo ascolto da due ora ma non capisco se mi piace o no, non capisco se ne sono felice.

Arcade Fire – My Body Is A Cage
My body is a cage
That keeps me from dancing with the one I love

Finito. Il primo pezzo del primo disco: il mio sogno che diventa realtà. E non riesco a ridere a crepapelle o piangere o gridare. Lo ascolto e non capisco, non capisco la mia voce, la mia chitarra, le mie parole. Non capisco, come se ci fosse una distanza fra me e me, come se non fossi del tutto io che vengo fuori dalle casse, così pulita e senza fruscio che sembra non essere me. Forse, solo, non ci sono abituata.
Sarà che Isabella guarda la finestra da stamattina e poi viene a miagolare e strusciarsi in cerca di coccole che non ho la forza di farle. Sarà che non riesco a smettere di pensare che vorrei chiamar-ti e farti sentire il pezzo e chiederti: «che ne dici, amore?».

Black Heart Procession – The Letter
And I know it’s not easy
Things can be so wrong
As we are lost in the waves

Per la prima volta oggi penso che il lunedì sia veramente uno schi-fo, che la domenica è difficile se sei sola, ma se lo sei hai un’amica sola come te e puoi passarla in tuta sul divano a guardare film stu-pidi e sparlare delle altre a casa ad annoiarsi coi morosi, mariti, figli. O puoi sbronzarti con lei di vino bianco e ridere fino a che ti scoppia la testa. Se non sei sola è da passare sotto le lenzuola con chi ami. E se ne vola via comunque.
Di lunedì se sei sola, ti senti sola. E le amiche sono a lavorare, co-me sarò io fra qualche ora, solito pomeriggio in libreria a vendere roba illeggibile a gente che non sa leggere. L’ultimo best seller sul cibo o sul sesso, o tutte e due le cose assieme, tanto si scrive solo di scopate e mangiate: nei tempi bui i bisogni primari si ammantano di bellezza. Solite cinque ore a rimettere a posto volumi che mai vorrei in casa mia, a stupirmi per i buchi tra i classici che neanche vengono riordinati, a dispiacermi per i capolavori che leggo e rimangono qualche settimana in scaffale per poi sparire nel nulla dei libri dimenticati.
Magari sono fortunata e oggi pomeriggio mi chiederanno Agota Kristof, Martin Amis, Bret Ellis e non E. L. James, Tondelli e non Baricco. Magari riesco a non annoiarmi per qualche minuto.
Il pezzo sfuma per quella che credo sia la decima volta. Isabella sbadiglia. Ti sei stufata anche tu di sentire sta lagna, vero? Metto su un caffè, che è meglio. Magari mi sbaglio e mi passa un po’ di questa pesantezza. Magari non metto sul piatto ancora Ofeliador-me

Ofeliadorme – The King Is Dead
The King is dead and I’m not the queen
The kingdom’s ruined and I’m not the queen .
Forgive me

e ascoltiamo un po’ di Crocodiles: un po’ di sole della California per far smettere di piovere.

Crocodiles – Mirrors
Something in the way you crucify me,
it makes me smile

Attacca “I Wanna Kill” e catturo Isabella che già aveva capito il momento e stava per saltare fuori dal balcone: meglio la pioggia che ballare con me. E invece la stringo e saltelliamo assieme sulla chitarra di Charles e lei mi guarda con odio e poi scappa e a me per un attimo viene da ridere: ti ricordi quando la prendevi e poi ballavamo i lenti tutti e tre assieme? Quanto abbiamo riso per le sue facce da gatta torturata? Quanto abbiamo riso assieme, noi?
Mi fermo. Isabella miagola, questa volta vuole la pappa. Uno scroscio più forte di traverso bagna i vetri della finestra. Le luci, fuori, trasformano il vetro in un quadro.
Ti odio perché siamo stati troppo felici.
Tiro la linguetta della scatoletta che non vuole aprirsi. Cazzo, neanche una scatoletta riesci ad aprire? Tiro più forte e il dito scivola e un secondo dopo sto sanguinando sui bocconcini di salmo-ne, Isabella miagola e io non riesco a non piangere. Piango perché il dito fa male, perché piove e sono stanca, perché è un fottuto lunedì e il disco è bellissimo ma io non riesco ad essere felice perché tu non lo ascolti con me e lo so che non poteva e lo so che non si riusciva e lo so che. Lo so, ma non me ne faccio un cazzo di saperlo e questo è un maledetto lunedì che odio.
D’ora in poi, come tutti, dirò che il lunedì è un giorno di merda e sarà colpa tua. E di questa scatoletta. Ti odio. Piove ancora. Avrei voluto. Il dito quasi non fa più male. Isa fa le fusa mentre mangia.

FABIO RODDA

Questo “Blue Monday” è il riadattamento per Sniffin’Glucose di un pezzo scritto e pubblicato il 23 giugno scorso sulla mia pagina fb.
https://www.facebook.com/pages/Fabio-Rodda/512576248828913?fref=ts
Fa parte di un progetto nato lo scorso autunno da una foto che ha dato vita a due personaggi, Adam ed Eve, nomi ispirati agli eterni amanti di Only Lovers Left Alive.
Sono spezzoni notturni; fotografie, appunto, di un racconto. Il racconto di una frattura, di un amore spezzato. Enorme. Forse morto, ancora non lo so.
Sono tutti scritti di getto e pubblicati senza nessuna revisione, sempre legati al link di una canzone che li ha ispirati e seguiti dalla scritta TOBECONTINUED. Potete trovarli tutti sulla mia pagina.
Se diventeranno parte di un racconto vero e proprio non lo so, per ora ho sol-tanto deciso di continuare così: a buttar fuori quello che mi gira nella pancia senza aspettare che il mattino porti consiglio.

3 gradi di separazione (Fiver #23.2015)

Unknow Mortal Orchestra

Unknow Mortal Orchestra

Dalla Grecia agli Unknown Mortal Orchestra passando per Vasco Rossi

I percorsi mentali, si sa, possono seguire i percorsi più imprevedibili ed imperscrutabili. Parti da un immagine, un suono e dopo poco ti ritrovi da tutt’altra parte. L’altra sera, ad esempio, stavo seguendo le drammatiche notizie dalla Grecia e mi sono tornate in mente un paio di immagini. La Grecia classica l’ho visitata circa 35 anni fa, da quindicenne, con i miei genitori, ma invece che il Partenone o Micene i miei ricordi sono più bizzarri e imprevisti. Il primo riguarda un’anziana proprietaria di una minuscola pasticceria di fianco all’hotel. Ricordo ancora che dopo avermi servito un dolcetto arrancò fuori dal bancone trascinandosi dietro una sedia sulla quale insistette mi accomodassi per poi portarmi un bicchiere d’acqua con mani tremanti. Ricordo ancora lo stupore e il surrealismo di quella scena. Il secondo “ricordo greco” riguarda una biondina felsinea che cercavo vanamente di approcciare sul pullman che ci portava in giro per la penisola ellenica. La ragazza blaterava in continuazione di questo esordiente ..blah blah..Vasco Rossi …blah blah…Albachiara..blah blah…. Per uno come me che staccava dal piatto Heroes solo per sostituirlo con il primo dei Clash, e viceversa, la conversazione era tra l’ostico e l’impossibile. Io Vasco l’avevo sentito e l’avevo agevolmente rigettato con una sicurezza che mi avrebbe accompagnato negli anni seguenti. I casi della vita mi hanno portato, molti anni dopo, a incontrare spesso la superstar emiliana per una, diciamo così, vicinanza geografica. Incontri muti tra un non fan ed un, devo dire, educato signore sottolineati al massimo da un cenno del capo. Ricordo in particolare un giorno, non molti anni fa, in cui, in attesa di parcheggiare la macchina, ho lasciato la portiera aperta con il primo disco degli Unknown Mortal Orchestra che rumorosamente si faceva strada nel silenzio del garage. Date le spalle alla vettura non ho notato la figura che sostava accanto alla portiera con sguardo interrogativo. Sì, era lui che, registrata la mia presenza, si sottrasse velocemente al benché minimo scambio di vedute. Ora, mi piacerebbe ricamare su questo piccolo episodio per testimoniare l’influenza del gruppo di Portland sulle prove successive del rocker di Zocca. Ma in realtà no, non è andata così. Le nostre strade si sono divise, lui con le sue fortune, io con i miei dischi incisi da sfigati. Peccato perché in Multi-Love ci sono tante e tali idee con le quali garantirsi una nuova carriera. Un gigantesco frullatore dove le teorie di pop psichedelico morbido dei Flaming Lips di Soft Bulletin incontrano la classe degli Steely Dan in un precipitato dall’approccio veramente “fisico”, quasi punk rock. Se poi ci si addentra nelle storie  di menage a trois, immigrazione e amore “altro” raccontate da Ruban Nielson non se ne esce più. (http://pitchfork.com/features/profiles/9646-love-is-strange-the-multitudes-of-unknown-mortal-orchestras-ruban-nielson/ )

UNKNOW MORTAL ORCHESTRA – Can’t keep checking my phone
 
Non un disco fondamentale ma un disco incredibilmente “necessario” che immancabilmente si fa ripetutamente strada tra i miei ascolti lasciandomi ogni volta un po’ così, tra lo stupito e l’incredulo, rispedendomi ai miei 15 anni con uno stato d’animo simile a quello provato su quella sedia in una scalcagnata pasticceria di Atene chiudendo il mio tortuoso, a dir poco, percorso mentale.
 WAVVES x CLOUD NOTHINGS – Come Down
Nathan Williams+Dylan Baldi. Con due addendi del genere il risultato non dovrebbe essere meno che esplosivo. In realtà i 22 minuti di “No life for me” non riservano grosse sorprese e suonano esattamente come la somma dei due (bella scoperta). Dettato più dalla voglia di divertirsi che dall’ambire a nuove vette artistiche l’album non lesina comunque momenti notevoli. Su tutti, per il sottoscritto, Come Down dall’incedere glam, coro contagioso e con indiscusse potenzialitá da dancefloor, di quelli “giusti” però.
J FERNANDEZ – Between The Channels
Elliott Smith (celebrato da queste parti non più tardi di una settimana fa), Evan Dando, Sufjan Stevens .. i paragoni lusinghieri ma alquanto scomodi si stanno sprecando per il giovane cantautore di Chicago.
Iperboli più che giustificate dopo i primi ascolti. Un talento fuori dal comune, benché ancora acerbo, nel sapere innervare di modernità le sue composizioni pur restando nel solco della tradizione.
Questo il pezzo di presentazione, dall’incedere classico, delicato, con un sottofondo di grande potenza trattenuta ma c’è molto altro, testare l’imprevedibilitá “stereolabica” di Holy Hesitation per credere.
BEACH HOUSE – Sparks
“It goes dark again, just like a spark…then it comes again”. Ho letto una bella interpretazione di questo estratto dal testo del nuovo pezzo e, più in generale, della musica dei Beach House che voglio fare mia. “Che cos’è una scintilla se non il momento prima dell’assenza di luce o forse la promessa di cose migliori prima di entrare nel buio?” La musica dei Beach House si nutre molto di queste sensazioni. Dissonante ed inquieta con improvvise aperture melodiche sognanti e consolatorie ma mai risolutive. Sparks non fa eccezione e riprende il discorso proprio dove Bloom l’aveva interrotto. La speranza /timore è che con il nuovo Depression/cherry ci aspettino nuove scintille. Belle e terribili.
WEAVES – Motorcycle
Toronto. Presentatori di tv per bambini e attivisti della scena artistica cittadina. Una imprevedibile miscela di jangle pop, gospel geek e surf rock come testimoniato da questo pezzo accompagnato da un coloratissimo ed assurdo cartoon. In bilico tra nonsense e  grandezza. Con la prova sulla lunga durata ne sapremo più. Per il momento chi ha ideato il tipo con la testa di rana che si porta a letto la sua motocicletta ridefinisce il significato della frase “fuori come un balcone”.
Massimiliano Bucchieri

HEAVEN ADORES YOU

A beginners’ guide to Elliott Smith – HEAVEN ADORES YOU di N. Rossi (2014)

Heaven-Adores-You-poster-small
Non ricordo più da quanto tempo fossi al corrente di questo film, certamente da mesi. Quando a inizio aprile di quest’anno leggo sul sito dei distributori “If you don’t see your theater listed below, click here to request a screening”, non mi lascio sfuggire l’occasione, scrivo e suggerisco il Biografilm Festival e la Cineteca di Bologna. In risposta mi scrive subito Mark, nientemeno che il President & Chief Operating Officer della Specticast e mi chiede maggiori info. Chiedo lumi al prof. Roy Menarini su chi contattare presso festival e Cineteca e gentilmente mi risponde (grazie ancora!). Fornisco dettagli ulteriori. A distanza di qualche settimana torno sulla stessa pagina e vedo finalmente la bandierina a indicare che ci sarà una proiezione italiana, clicco e… meraviglia, Bologna@Biografilm!
Premessa: ho incrociato la musica di Elliott Smith la prima volta nel 1997; mi trovavo in UK -a Leicester per la precisione- per un periodo di studio che sarebbe durato 1 anno. Quelle giornate piovosissime, la frustrazione di non potermi permettere grosse distrazioni (ero la sola straniera in un corso interamente frequentato da madrelingua, mica potevano aspettare me!), il disagio di trovarmi in un contesto abbastanza diverso da quello a cui ero abituata, fanno si che inizio a frequentare il sabato il negozietto di dischi del centro (Rockaboom si chiamava e si chiama ancora; che dio -o chi per lui- abbia sempre in gloria i ragazzi che lo gestiscono, perché ci ho scoperto diverse perle del periodo, su tutti i cataloghi K records e Domino, ma anche Southern e Drag City).
Il primo cd che mi capitò per le mani della discografia smithiana fu Either/or e fu sdilinquimento al primo ascolto! Da quel disco sono andata a ritroso a scoprire i precedenti, più acerbi di quello che tanto mi aveva colpito, ma comunque assai seducenti. Nella mia memoria, quel periodo è legato indissolubilmente a questo disco, a Mezzanine dei Massive Attack, a The normal years dei Built to Spill, a Lost Blues and Other Songs dei Palace Brothers e ai concerti organizzati dal mio amico Ian da Sunderland, che mi regalava le cassettine della sua musica preferita, e di cui poi avrei perso le tracce completamente (big hugs, my friend, wherever you are!).
XO l’ho preso sulla fiducia, ma non mi sono trovata a mio agio negli arrangiamenti del disco come con l’asciuttezza di Either/or. Più tardi sarei arrivata al punto di non acquistare Figure 8 (pur avendolo ascoltato, grazie alla indimenticata Phonoteca bolognese).
Poi 2 anni fa circa trovo in biblioteca la biografia dell’artista di Benjamin Nugent e decido di leggerla (prendendo le info con le molle; sapevo che il racconto non era di prima mano e diverse persone della cerchia del musicista si erano rifiutate di parlare). Da quel momento è tornata di prepotenza la passione per questa figura, grazie anche ad una lettura più approfondita dei testi delle canzoni. In breve acquisto tutta la pubblicistica e i dischi mancanti, inclusa la produzione completa degli Heatmiser.
Pochi giorni fa la tanto attesa pellicola!

Il film si apre con due eventi che segnano il percorso del musicista: la partecipazione del 1998 alla cerimonia degli Oscar e, a soli 5 anni di distanza, la tragica e violenta morte nella sua casa di L.A. Il primo evento, si suggerisce, porterà in qualche misura al secondo. Elliott si descrive dopo questa partecipazione “I’m the wrong kind of person to be really big and famous”: la sua etica era fondamentalmente punk e DIY, non poteva certo durare nella mecca del cinema (e del fake)!
Il film continua poi con il racconto degli anni giovanili -impreziosito da rare immagini familiari e della sua cerchia di amici-, anni (apparentemente) felici. I primi approcci con la musica, le prime band: Stranger than fiction, A murder of crows. L’evoluzione in Heatmiser e, dopo pochi anni, la fine brutale di quel gruppo, appena firmato il primo contratto con una major. Tutta la carriera solista, eccetto -inspiegabilmente- il doppio postumo New Moon. Inserite, tra un disco e l’altro, le voci di familiari (la sorellastra soltanto, in verità) e amici (musicisti, produttori, manager, ecc.). Abbondanti le registrazioni inedite, davvero succulente per i fan più accaniti. Mancano invece quasi del tutto le interviste al musicista e le poche riportate sono tra le più note e facilmente reperibili su youtube (niente in confronto a certe dichiarazioni che si leggono nella pagina Facebook So flawed and drunk and perfect still; cercatele, se vi interessa l’argomento). Si accenna soltanto al momento centrale della sua carriera: l’approdo agli studi di registrazione Abbey Road, di beatlesiana memoria, ovvero il sogno di una vita che si avvera! Fanatico di tecniche di registrazione per tutta la vita, l’episodio scivola via in pochi frame.
Il ritratto che ne esce è comunque vivido e a tratti commovente. Si soprassiede ai momenti più difficili di quell’esistenza: la presunta violenza subita da piccolo da parte del patrigno -che tanto spazio ha trovato nei testi delle canzoni-, gli ultimi anni di tossicodipendenza e di incapacità a reggere il palcoscenico (diversamente da quanto avveniva in precedenza). Giusta la collocazione ad inizio film della scomparsa del musicista, per non dare spazio a gossip e a curiosità morbose -che pure ci sono, non si può negare; soprattutto per le circostanze poco chiare in cui è avvenuta-. L’intento del regista, nonché di familiari e amici, ritengo che fosse -giustamente, a conti fatti- quello di traghettare verso il futuro la musica di Smith, più che descriverne la figura pubblica.
Consigliati il dvd, disponibile sul mercato a giorni, e la lettura della biografia ragionata e interpretazione dei testi Torment Saint: the life of Elliott Smith del prof. William Todd Schultz (solo in v.o.).
Paola Bianco

Di carne e di sangue (Fiver #22.2015)

Sonic Youth - The Diamond Sea

Sonic Youth – The Diamond Sea EP

Non sono un critico musicale. Non sono un musicista. Sono un ascoltatore fanatico. Uno che non esce di casa senza le cuffie in tasca, si sa mai che arrivi il bisogno improvviso di ascoltare i Black Lips quando un chiodo nella testa non vuole smettere di bruciare, o Florence & The Machine perchè sta cominciando a piovere.
Ho sempre ascoltato musica. Non ho mai pensato di farne perchè il mio ego, già difficile da gestire, sarebbe probabilmente esploso sopra un palco con dei fans davanti. Gli unici fans che ho sono nel cassetto del bagno e li prendo dopo una sbronza esagerata quando il cervello sembra voler schizzare fuori dal cranio.
Non ho mai suonato niente se non il piffero alle elementari, dicevamo. Ma, ovviamente, pieno di turbe e ansie come tutti i figli del punk cresciuti a birre e chitarre acide anni ’90, non potevo non cercare disperatamente un modo di raccontare a tutti i cazzi miei, solo per sentirmi un po’ meno pesante quando diventano anche vostri.
Quindi, scrivo.
Scrivo da sempre, il primo romanzo lo iniziai sul sedile posteriore della macchina di mio padre. Ricordo la pioggia che bagnava il lunotto ed io che pensavo che quell’immagine che mi faceva arrotolare lo stomaco l’avrei dovuta raccontare a qualcuno. Anzi, a tutti. Avevo sette, otto anni e amavo la pioggia che bagnava i tetti di Sesto San Giovanni, dove andavo a trovare i nonni. Amavo la città perchè i tetti non finivano mai. E amavo i prati su cui correvo con la bici andando a fumare dietro i capanni degli attrezzi e le dolomiti che chiudevano l’orizzonte da tutti i lati di dove sono nato e cresciuto.
Scrivevo racconti, romanzi. Poi l’adolescenza e la poesia. E giù migliaia di versi per il dolore, l’amore, la fame di vita. Convinto di esser l’unico a comprendere Rimbaud perchè suo erede d’arte, ho rovesciato fiumi d’inchiostro ovunque. Tovagliolini, scontrini, pezzi di cartone. La maggior parte li ho ancora, si sa mai che la mia convinzione adolescenziale fosse azzeccata. Comunque, come il Poeta, a poco più di vent’anni già non scrivevo più versi. Vivevo a Bologna, scoprivo un mondo, ne lasciavo altri. Ascoltavo i Clash, il rock, elettronica, metal e, ovviamente, grunge e scrivevo sognando Naked Lunch e il divino Ellis di Less Than Zero immaginando fotogrammi alla Cronenberg e il ritmo era cyberpunk. Jeans stretti e magliette adidas taglia zerozero. Anfibi ai piedi. Sempre. E un trench alla Capitan Harlock. Per fortuna la mia generazione non aveva smartphone e quindi foto pochepochissime e sempre in posa.
Scrivevo storie. Rubavo le vite degli altri e le mischiavo con la mia.
Scrivevo, e ancora scrivo, nudo. Senza filtri, senza barriere. Raccontando quello che non ti direi mai guardandoti negli occhi, ammettendo quello che negherei fino alla morte davanti ad una birra.
L’angolo dei segreti ribaltato, occhi chiusi così nessuno mi vede gridando la verità. A tutti.
Una volta pensavo di scrivere così perchè era l’unico modo che conoscevo, non ero capace di fare altro. Adesso che ho pubblicato, che non ho più ansie a riguardo, che non ho più bisogno di sentirmi riconosciuto, ho scoperto che non è vero. Scrivo così per rispetto: rispetto l’arte che amo meno solo della musica. La letteratura. E se rispetti qualcosa non puoi mentire. Non ti puoi nascondere. Scrivere nudi è, per me, l’unico modo di scrivere. Chi produce carta stampata e scrive come un geometra disegna un bar non fa nulla di male. Ma non fa letteratura, me lo si conceda.
E allora essere nudi, scrivere pensieri di carne e di sangue come diceva il più sincero tra i grandi del ‘900 i cui pensieri ho tatuati sulla pelle, diventa necessità, metro di giudizio unico per chi, come me, non è in grado di usarne altri. Di dare forma a pensieri sulla tecnica, sulla metrica.
Io sento il sangue, ne posso annusare l’odore, oppure sento la sua assenza. Qui da noi, il più grande sanguinatore e unico amore mio folle in patria fu il povero Piervittorio, ora di gran moda nelle aule universitarie, tutti a cercare di cogliere la grandezza di un linguaggio padano che guardava a Ginsberg, che ascoltava il suono delle parole e non le vedeva solo come simboli stampati. Certo, grandissimo. Ma non per questo, che è la parte meno splendente della sua opera. Che puzza di carne e di sangue in ogni pagina. Questa la sua meraviglia: tutto quello che leggi dalla sua penna è verità. È vissuto, è cuore.
Questa è letteratura.
Ma qui si parla di musica, che poi non è che la forma d’arte suprema, quella in grado di far suonare un pensiero, che dona alle parole il ritmo e la melodia.
E, allora, come posso io, che non sono critico, parlar di musica qui? Beh, applicando lo stesso metro che uso per i libri: dove c’è sangue c’è musica, dove no, c’è divertissement, intrattenimento. Nulla di male, anzi: è vitale anche questo. Solo che è un’altra cosa.
E, allora, ecco le prime cinque canzoni che mi vengono in mente annusando il disco che gira sul piatto. Solo cinque di migliaia e sicuramente non le più importanti, ma le cinque che arrivano prima stasera, mentre fuori ha appena smesso di piovere e mi godo il fresco che entra dal terrazzo.

JEFF BUCKLEY – Hallelujah

E no, non nella versione del suo papà, ma, bestemmia, nella cover che ne fece il compianto Jeff Buckley. E come mettere in classifica una cover? Come può sanguinare se non l’ha nemmeno scritta? Fate silenzio. Appoggiate la testina sul bordo del vinile e ascoltate. Solo il sospiro che apre la sua versione fa saltare giro al cuore, Heart Skipped A Bit. Poi quella voce su una chitarrina che quasi non vuole farsi sentire. Ed è magia.
Quando si fa arte si può sanguinare anche solo interpretando. Un artista deve sanguinare, un grandissimo artista sa far sentire il sangue anche quando quello che scorre non è il suo. Ma lo diventa. E si mischia col suo.

LUIGI TENCO – Vedrai Vedrai

Nemmeno i violini e l’arrangiamento sanremese da prima serata RAI riesce a spegnere la sua voce. Nemmeno l’impostazione da bel canto italiota riesce ad incerottare in tempo le ferite che lui, povero lui, aveva così in fondo dentro al cuore.
E se è vero, come è vero, che quando tu senti un bagliore di dolore in una canzone, in una frase, chi l’ha scritta ci ha dovuto versare un’intera anima straziata per far passare qualcosa da una voce ad un orecchio, lui ha sanguinato come nessuno, come nemmeno la voce ferita di Lucio. No, non quello di Bologna, per favore.

LOU REED – Vicious

Ricordo un pezzetto di carta, scritto di suo pugno, che diceva solamente: “I think it’s important that people don’t feel alone.”
Nient’altro da dire. Semplice come la potenza di un tuono, la perfezione di un tramonto. Perchè lì dentro c’è tutto quello che fa veramente paura. E ammettere le proprie paure è la più grande tra le verità. Lou sta per Iggy e David. Gli altri due eroi su cui non spendo parole. Sarebbero tutte inutili. Ma adesso mi metto su Heroes, dopo, The Passenger.
E continuiamo a saltare di palo in frasca, di anni o di continenti, ma tanto qui non si sta parlando veramente di musica, ma di sangue.

NIRVANA – Heart-Shaped Box

E allora Heart-Shaped Box. Nirvana. Kurt non aveva ventisei anni quando ha scritto quel pezzo. Ricordo ancora la mattina in cui, andando da Lloret de mar (dove la notte prima volevo camminare sulle acque fino a raggiungere l’Africa, in quegli anni certe droghe erano molto diffuse) a Barcellona in autobus ho ascoltato tutto In Utero con la faccia appoggiata al finestrone battuto dalla pioggia e ho capito, ho sentito, tutto quello che quel ragazzo, poco più grande di me anche se allora mi sembrava lontanissimo, aveva nella testa e nel cuore.

E son già quattro quindi la quinta si fa difficilissima, ma in realtà l’ho già scelta. Anzi l’ha scelta Sofia, che non conoscete perchè è una ragazza un po’ pazza che vive in un mio racconto.
SONIC YOUTH – The Diamond Sea

L’altra sponda dell’oscurità anni novanta, quella meno invadente, più raffinata, meno potente, forse ancora più malata e dolorante. L’ha scelta lei e poi dirà perchè, io la confermo perchè dire “I wonder how it came to be my friend – that someone just like you has come again – you’ll never, never know how close you came” con quella cantilena un po’ scazzata un po’ sopra le righe e poi piazzarci quei dieci minuti di chitarre che sembrano lamette che tagliano sempre più in profondità, beh, vuol dire avere delle belle cicatrici.
Sofia, invece, l’ha voluta perchè io, prima, ho messo su i Nirvana che lei ama e che invece il suo ragazzo detesta. E, una sera, lei, prendendo in mano il vinile di Whashing Machine, dopo che lui si era sfogato su quanto uncool e volgare fosse la scena di Seattle, gli aveva sbraitato: “sei proprio un nerd, se la musica è sesso, i Nirvana sono una colossale scopata, i Sonic Youth le pippe che ti fai sotto la doccia”. Non è detto che la prima sia sempre meglio delle seconde. E poi è solo il parere di Sofia.

FABIO RODDA

Men with Guitars (Fiver #21.2015)

Jim O'Rourke

Jim O’Rourke

Giugno, l’estate è alle porte. E dunque: 1) ci becchiamo il carico delle ultime piogge, 2) peschiamo dal fondo dell’armadio i pantaloni corti, 3) organizziamo, calendario e cartina alla mano, gli spostamenti per i festival dei mesi a venire. Tuttavia giugno è ancora un mese di intersezione, non siamo costretti ad abbandonare l’asfalto rovente delle città e ringraziamo il cielo perché le spiagge non sono ancora popolate dai sound system giamaicani/salentini (nessun razzismo, semplici divergenze di gusto). Sarà che ultimamente si tende a dare per scontata l’equazione Sun Kil Moon = Dio (e chi è stato iniziato al culto ben prima dell’endorsement sorrentiniano, ha iniziato a chiamarlo semplicemente Mark Kozelek, per distinguersi dal novizio). Sarà che l’ex-leader dei Red House Painters ha fatto uscire l’ennesimo album capolavoro, Universal Themes, che col solito mix di vera partecipazione e spietata ironia ci racconta della sua vita e della vita di un’America crepuscolare, stavolta con qualche escursione più spinta nel garage blues. Sarà che il paragone fra quest’album e Carrie&Lowell, il lavoro di Sufjan Stevens spesso definito “il Benji del 2015”, mi sembra impietoso, sia per il talento debordante del buon Mark, sia per i difetti intriseci al suono di Stevens, quell’eccessiva pulizia sonora e quella disorganica tendenza a flirtare con l’elettronica che sin dai lavori precedenti non me lo ha fatto mai amare, considerandolo un musicista genialoide ma troppo confusionario. Sarà che questa settimana ho ascoltato, fino a consumarlo, il nuovo lavoro dei Dirty Fences, e avendoli visti live due volte a distanza di pochi giorni, con energia e guasconeria pressoché immutata, devo confessare che mi sembra una delle formazioni più potenti in giro, ultimamente. Sarà che i Moon Duo al Beaches Brew mi hanno incatenato con lo sguardo estasiato, grazie alla loro tenacia, capace di evocare campi sterminati di psichedelia. Sarà che da quando ho saputo delle date bolognesi, nell’autunno prossimo, di Metz e Yo la Tengo mi rimetto in pari con i loro lavori, serrando i pugni sulle linee di basso stuprate dei primi, portatori sani di quel suono stile Sub Pop che amo sin da quando, in adolescenza, ho iniziato a portare gli stessi occhiali di Steve Albini, o muovendo a ritmo la testa sulle melodie dei secondi, cantori di una stagione dell’indie americano che può rivivere in tutto il suo splendore solo attraverso le loro canzoni meravigliosamente pop. Sarà per questa serie di fattori, venuta a comporsi nelle giornate in cui il solleone inizia a picchiare duro, che, prima della strage di neuroni dettata dall’ennesimo dimenticabile tormentone da spiaggia, prima del naufragio nel mare di spritz consumato all’ennesimo noioso aperitivo, il simbolo del mio giugno è (mi si perdoni la banalità) il riffone di una chitarra. Dedicato a Ornette, padre del free jazz; e a Christopher , Signore dei Sith, nonché Signore di Isengard.

Jim O’ Rourke – Friends with Benefits
Jim O’Rourke è un mattacchione. Nel momento più fulgido della sua carriera ha dato vita ai Gastr Del Sol, una band che non può mancare fra gli ascolti degli appassionati di post-rock e che rivaleggia senza problemi con i più fortunati Slint. Successivamente ha collaborato con i musicisti più disparati: da Merzbow ai Sonic Youth, passando per progetti free jazz. Tuttavia ha sempre nutrito un amore viscerale per il songwriting, è lo dimostra con questo ultimo disco: Simple Songs. Non si tratta di un rimando al recente film di Sorrentino (al sottoscritto il regista partenopeo non piace) ma piuttosto una raffinata opera di pop barocco in cui si intrecciano melodie orecchiabili e sinfonie composte da archi e pianoforti. Questa è la prima traccia.

Föllakzoid – Feuerzeug
Conosco il Cile principalmente per due motivi: i libri di Roberto Bolano, uno dei miei autori prediletti, e le musiche monolitiche dei Föllakzoid. I sudamericani sfornano mastodonti kraut-psichedelici che sembrano inneggiare ad oscure divinità delle Ande. Per la loro terza prova la formula magica non cambia, e noi ne siamo abbastanza contenti. Istruzioni per l’uso: prima dell’ascolto procurarsi del peyote.

Kid Wave – Honey
Wonderlust è il primo album dei Kid Wave. Formazione londinese che spinge l’acceleratore sulle cavalcate chitarristiche e il cantato alla J Mascis. Insomma dentro ci troverete tanta nostalgia per gli anni ’90 declinata nella chiave più pop possibile. Si tratta di filologico revival, niente di nuovo sotto il sole, ma comunque roba che ti fa passare una bella mezz’ora, sorriso stampato in faccia e voglia di riprendere in mano la discografia dei Guided by Voices.

Mitski – Townie
Mitski, questo è il nome da tenere a mente. Non ho trovato molte informazioni sul suo conto, sennonché dovrebbe trattarsi di una ragazza americana di origini orientali di stanza a New York. In realtà non mi servono molte informazioni, mi basta ascoltare Bury Me At Makeout Creek.Recentemente ho avuto modo di pogare allegramente a un concerto delle Babes In Toyland, posso affermare in tranquillità che questo album, pur essendo infinitamente più pop, nasconde fra le pieghe della melodia le medesime schegge di metallo. E per di più ha il pregio di essere freschissimo.

Lone Wolf – Crimes
Lone Wolf è un cantautore di Leeds. La sua formula vincente consiste nell’intrecciare il songwriting intimista con una sorta di atmosfera new wave/soul creata grazie all’inserimento del pianoforte. Lodge è il suo terzo album e ci trasporta in un mondo onirico in cui gioia e dolore sono palpitanti potenze archetipe. Chiudete le imposte della vostra camera per un’oretta e lasciatevi rapire dalle atmosfere notturne che vibrano nelle corde vocali del lupo solitario.

Giovanni Bitetto

In coda a questo Fiver recuperiamo una vecchia intervista a Jim O’Rourke. Merita spazio il personaggio in generale ma ne merita ancor di più quando si mette a fare il songwriter in un’accezione quasi classica. Con il nuovo album (“Simple Songs”) è tornato a battere i territori della canzone pop come aveva già fatto in passato. Nel 1999 pubblicava sempre per Drag City “Eureka”, un disco che all’epoca fu vissuto come una vera e propria presa di distanza dal mondo dell’avanguardia e della sperimentazione sonora. Un grande disco che merita una riscoperta, magari. A distanza di 16 anni si aggiunge un nuovo album che può essere visto come un secondo capitolo. Un’intervista che ci ricorda come si affronta l’eterno dilemma del pop vs l’avanguardia. E come se ne esce vincitori. (C.L.)
rourke 1
rourke2
rourke3

The Poplover (Fiver #20.2015)

aminorplace
Ho scritto sempre pochissimo di musica italiana. Ricordo una lunga intervista a Daniele Rumori della Homesleep Records e poco altro. Un’etichetta che ha chiuso i battenti mentre non si può dire altrettanto dell’amicizia e stima che nacque quel giorno.
Non è mai stata una questione snobistica, penso. Quando nasceva l’occasione di muoversi per qualcosa che davvero mi piacesse l’ho sempre fatto al di là della provenienza geografica. Non vorrei sbagliarmi ma la primissima intervista uscita su di un mensile italiano ai Massimo Volume portava la mia firma, per esempio e ancora me ne compiaccio. Il problema casomai è sempre stato che di musica nata e prodotta in Italia me n’è piaciuta sempre poca. Tante cose carine, va bene. Alcune molto carine. Ma poco o nulla di quella roba che ti toglie il sonno, che ti manda in fibrillazione, che ti cambia anche un pò la vita.
Discorsi e gusti soggettivi, naturalmente. Non mi è mai interessato fare battaglie ideologiche. Nemmeno quando avevo vent’anni, figurarsi ora. Mi piace la statistica, però e forse è solo un problema di grandi numeri. Se ognuno di noi ha il mercato mondiale, ma anche solo quello anglo-americano, come punto di riferimento. Quanti mai potranno essere i dischi prodotti, pensati e suonati in Italia che davvero potranno fare breccia nelle proprie preferenze? Percentuale risibile, immagino, considerando i numeri della nostra produzione nazionale. Poi, se a uno interessa solo il giardino di casa non c’è nessun problema, figurarsi. Ma è un altro campionato. Pure io preferisco l’eccellenza regionale alla champions league, rimanendo in ambito calcistico. Ma la differenza tra Messi e il mio vicino di casa non penso che vada neppure spiegata.
Il circuito promo-recensione mi ha sempre creato un sacco d’imbarazzi, inoltre. Ne ho visti pochi (eufemismo), tra i giornalisti musicali, che sono riusciti a sottrarsi alla marchetta. Non di quelle finanziate, per carità. Ma il confine sottilissimo che rischia di confondersi tra amicizie, conoscenze e frequentazione degli stessi ambienti provoca comunque danni alla credibilità di una circuitazione che dovrebbe rimanere separata. Ma la divisione dei ruoli in Italia è davvero un concetto troppo complicato per il nostro dna, figurarsi in un’ambiente minuscolo come quello della scena musicale italiana.
Ogni tanto mi capita ancora che qualcuno mi mandi un promo o un link, come si usa oggi. Solitamente ringrazio e non prometto nulla. Al massimo si tratterebbe di una citazione tra queste pagine, comunque. Non proprio la maniera migliore di smuovere il mercato.
Quello che mi è successo con gli A Minor Place, non mi era ancora capitato, però. Ho apprezzato una loro canzone pubblicamente. Un innocente like su facebook, figuriamoci. In risposta ho ricevuto un messaggio privato da Andrea (il cantante) che mi domandava se poteva mandarmi un box di sette pollici della band. Alla mia solita rimostranza ha risposto in un modo che non poteva lasciarmi indifferente. Una cosa tipo: “non mi interessa se ne scriverai o meno, mi piace pensare che tu lo abbia nella tua collezione”. Vabbè, insomma, colpito e affondato.
Il mio è un’imbarazzante tentativo di mettere le mani avanti, perchè mi appresto ad utilizzare una serie di aggettivi che potrebbero farvi storcere la bocca.
Mi piace pensare che le persone, almeno un po’, si impara a conoscerle solamente leggendo quello che scrivono e, allo stesso modo, ascoltando quello che cantano. Mi piace pensare che ci si possa incontrare in mille modi differenti, anche senza mai essersi stretti la mano per davvero.
Mi piace pensare che sapesse perfettamente che non sarei riuscito a rimanere indifferente. Se potessi mandargli una fotografia della mia faccia quando per la prima volta mi sono rigirato quel piccolo ma incredibile box di sette pollici tra le mani si farebbe una grassa risata, ne sono certo. Una confezione bellissima, lussuosissima. Ogni canzone corredata da una cartolina con una fotografia e il testo della canzone. Sei dischi, dodici canzoni. Ognuno con una copertina illustrata in maniera divina. Un’operazione che mi ha ricordato la Hit Parade dei Wedding Present. 12 mesi per 12 singoli, di tanti anni fa. Sono sicuro che lo sapeva che lo avrei scritto o quantomeno pensato.
Comunque, confezione da sballo. Roba che chiunque ami il vinile, le copertine dei dischi, i booklet o quant’altro non potrà non apprezzare.
A MINOR PLACE – The Poplover

Rimane la musica, poi. Che non è decisamente l’ultima cosa che merita risalto. Sono canzoni che viaggiano alla ricerca della melodia perfetta ma con la consapevolezza che sarà improbabile farcela. Come succede nei dischi dei Pastels o nelle canzoni di Will Oldahm o nel catalogo della Sarah Records, che quantomeno a livello di attitudine mi sembrano un buon punto di riferimento. Il tutto è permeato da un senso di incompiutezza, di insicurezza diffusa. Il trucco è esserne consapevoli e mettersi comunque in gioco. Quando parte “The Poplover”, giochino degno di “Losing My Edge”, mi consegno senza rimostranze. Sono catturato, definitivamente. Forse perchè quella lista di concerti che compone il testo della canzone non è altro che la mia giovinezza, che ha trovato da oggi un’altra canzone a fargli da colonna sonora. E magari, davvero….I’m losing my edge……..but I was there. Perché c’è modo e modo di affrontare le vicende musicali, di ascoltare la musica, di relazionarsi a questo mondo.
Il mio modo e il mio mondo me lo sono ritrovato sulla scrivania, racchiuso in 12 canzoni e un piccolo, preziosissimo, box di cartone e vinile. Poplover, appunto.

DAY WAVE – We Try but We Don’t Fit In

Canzoncina al limite della perfezione, con tanto di coretti, melodia appiccicosa e spleen da non appartenenza in sottofondo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricopia gli stilemi del rock indipendente più innocuo degli ultimi anni. Ma da queste parti bands come Real Estate piacciono da sempre, e neppure poco. Intanto mi limito a cliccare play, una volta, e poi ancora, e ancora….come se fosse una necessità tornare sempre nei soliti luoghi. E sentirsi a casa.
Ep di debutto in prossima uscita.

CHRISTOPHER OWENS –

Con tutto il bene che gli si vuole le ultime cose avevano tutt’altro che convinto. Le canzoncine slabbrate che ci avevano fatto capitolare con i Girls avevano lasciato il posto ad una ricerca della classicità di suoni e arrangiamenti decisamente forzata. Il disco nuovo è un ritorno alle origini, come se avesse deciso di fare penitenza e di concedersi nell’unico modo che davvero vogliamo. Quindi brevi intermezzi pop, scrittura semplice e piccole melodie. Il disco nel suo complesso zoppica un po’ ma una manciata di canzoni ce lo fanno ritrovare dove lo avevamo abbandonato, qualche anno fa. Tanto che viene voglia di aprire la finestra, lasciarsi travolgere dall’estate. Perché, come canta lui, it’s just the music of my heart…..

OSCAR – Beautiful Words

Non sembra di certo la canzone di un debuttante, questa. Manco fosse un punto d’arrivo più che una partenza, tanto sembra essere a fuoco, perfettamente calibrata. Un’atmosfera così prettamente britannica, inoltre, che fa venir voglia di tirar fuori Parklife, i Pulp, Scott Walker e Morrissey. Nomi enormi che messi di fianco ad un ragazzino come Oscar, 23enne londinese, rischiano di sembrare fuori luogo. Ma la verità è un’altra: questa è una canzone a suo modo anch’essa classica, che già immaginiamo cantata in coro, messa in coda alle serate indie-disco, con la gente ubriaca ad abbracciarsi felice in pista che si abbandona ad un’improbabile lento.

EZTV – Trampoline

Canzone nata sotto l’egida della grande stella. Big Star come punto di riferimento, Teenage Fanclub ad indicare la strada, tre singoli uno meglio dell’altro che anticipano un debutto per Captured Tracks. Suoni super classici, melodie cristalline che riportano in auge bands come i Feelies e i primissimi REM. Insomma, un gran bel sentire.

CESARE LORENZI

Post-Punk Bulletin (Fiver #19.2015)

Algiers

Algiers


Penso sia difficilissimo suonare post-punk. In primis per il genere: quel “post”, che non sai mai se intendere come superamento o disfacimento; se si propende per la prima accezione, è facile addentrarsi nei labirintici territori della new wave, perdendo di vista il primo termine di paragone, ovvero il punk; se, invece, lo si intende nel secondo modo, si rischia di adottare un’estetica (quella della dark wave o del gothic rock) stigmatizzata e spesso banale. In secondo luogo c’è una difficoltà di ordine storico: bisogna fare i conti con il grande padre della categoria, quel Ian Curtis che, essendo diventato suo malgrado un fenomeno pop di tale portata, proietta la sua ombra lunga a qualsiasi latitudine e viene puntualmente scomodato in paragoni imbarazzanti. Le band che si prendono tale rischio, senza sconfinare nel sottobosco dei generi altri, sono poche e ancor meno quelle realmente valide. Bisogna avere la capacità di inanellare un riff azzeccato dietro l’altro come gli Eagulls nell’omonimo album di esordio, un disco che fila dritto come un treno neanche fosse stato partorito da una band garage. Oppure avere il coraggio di interpretare il genere concedendo molto alla melodia senza snaturare le atmosfere cupe, il caso dei Protomartyr. O ancora essere degli eclettici sperimentatori, camaleontici e originali come i danesi Iceage, abilissimi a contaminare la loro musica con le influenze più disparate (dal country al blues) pur rimanendo coerenti con la personale interpretazione. E che dire delle geometri perfette dei Soft Moon o del carisma degli Ought? Mica male il panorama delle band (post-)post-punk del nostro particolare momento storico. Un’altra formazione che potrebbe rientrare in questo ristretto novero sono i Prinzhorn Dance School, arrivati ormai alla terza prova. La band inglese ha sempre collaborato con la DFA, l’etichetta di James Murphy il cui logo (il disegno di un fulmine che sembra l’infantile imitazione del simbolo dei Power Rangers) mi ricorda quelle feste del liceo in cui si finiva a ballare gli LCD Soundsystem con i bicchieri di carta in mano, ad imitazione dei teen-movie americani, sognando di finire a letto con la bella della classe, ma ritrovandosi a barcollare nel buio del corridoio di casa sperando di non essere sgamati da nessuno. Fatto sta che la label newyorkese ha intrapreso da sempre un’operazione filologica sulla musica dance e, benché James Murphy e soci siano scomparsi dai nostri radar, sembra che l’intento rimanga immutato. Infatti il duo di Portsmouth si distingue per l’abilità nel rivisitare le influenze art-punk (Wire e Pil su tutti) in chiave neoromantica. Sia nel primo disco omonimo che nel secondo (Clay Class del 2012) si avverte, nelle scarnificate composizioni post-punk, la mediazione dello spirito edonista del dancefloor. Staremo a vedere se anche in Home Economics, in uscita il 9 giugno, vincerà l’anima dance o quella più prettamente minimalista (il primo estratto Reign sembra confermare le attese di una felice sintesi). Per palati più fini, e dunque anche con più alto quoziente di rischio, è invece la proposta degli Algiers, terzetto americano con disco di debutto in uscita per Matador Records. La formula adottata dalla band di Atlanta ha del particolare: unire cupe ritmiche con il cantato soul /gospel del cantante afroamericano, addirittura facendo a meno della batteria. Ne viene fuori qualcosa di viaggia fra funk e cupo incubo metropolitano (fra l’altro i testi, infarciti di riferimenti colti, trattano tematiche sociali e politiche). Questa formula sarà vincente o alla lunga risulterà stucchevole? A mio giudizio la freschezza degli elementi messi in campo per ora ha prodotto un esito positivo. Insomma questo sfuggente post-punk, per essere un genere che ha avuto il suo picco massimo nel quadriennio che va dal 1978 al 1981, gode comunque di ottima salute.

ALGIERS – Blood

Come dicevo gli Algiers puntano sulla fusione a freddo fra cantato black e ritmiche crepuscolari, ne viene fuori uno stile capace di tracciare un ritratto oscuro della nostra società. Le liriche impegnate, con piglio cantautorale, tentano di mettere in luce le molteplici idiosincrasie del nostro Occidente.
FUFANU – Circus Life

A quanto pare il clima gelido aiuta le band a raffreddare le architetture sonore. Dopo gli Iceage ecco un altro gruppo che proviene dal profondo Nord; ma stavolta non si tratta della Scandinavia, bensì della piccola Islanda, che tante gioie dona alla musica. I Fufanu per ora hanno pubblicato solo un singolo e si preparano a rilasciare un ep. La loro musica vede una ripresa filologica degli stilemi del post-punk dilatati in un’atmosfera etera. Sembra che i ragazzi perseguano l’ideale della rarefazione, come le sconfinate steppe islandesi, ma che dentro covino il vapore bollente dei geyser. Vedremo se in futuro avverrà l’eruzione.
WIRE – Blogging

I Wire non hanno bisogno di presentazioni. A due anni di distanza dal loro ultimo album ritornano in pista con lavoro dal titolo omonimo. Il loro stile inimitabile, nonostante la carriera pluridecennale, sembra reggere bene le intemperie del tempo. Forse questo disco non aggiungerà ne toglierà niente al loro percorso artistico, ma è comunque un bel sentire e soprattutto ci da la possibilità di vederli nuovamente calcare il palco. Segnatevi la data: 30 luglio, Bologna. Nel frattempo godeteveli, questo è il primo pezzo in tracklist.
THE FALL – Auto Chip

Quando sto procrastinando qualcosa che assume i contorni dell’incombenza, penso sempre al faccione di Mark E. Smith che, con aria fra l’annoiato e il collerico, redarguisce i suoi musicisti. Subito dopo corro a fare quello che dovrei fare. Per la trentunesima volta la brigata dei Fall incide su disco gli sproloqui del loro, dispotico quanto geniale, leader. Sub-lingual tablet (complimenti per il titolo) aggiunge l’ennesima perla alla già sterminata discografia, questo ne è un (torrenziale) estratto.

SLEAFORD MODS – No Ones Bothered

Ok qui siamo nel campo delle ipotesi. E’ arduo inserire un gruppo hip hop in un discorso sul post-punk. Tuttavia abbiamo imparato ad apprezzare gli Sleaford Mods proprio per il loro sound particolare, che si situa in maniera equidistante fra il rap alla The Streets e la violenza verbale dei Fall. Le basi scarne di Fearn e lo scazzo perenne di Williamson non rimandano forse all’universo british evocato dal già citato Smith? Io penso di sì. Questo è il primo estratto da Key Markets, album di prossima uscita. Per capire l’aria che tira basta rifarsi alle ultime dichiarazioni di Williamson: «Il Key Markets era un grande supermercato che è rimasto nel centro di Grantham dai primi anni Settanta fino agli Ottanta, mia madre mi portava là e mi comprava una coca cola in un bicchiere di plastica arancione. Il disco è stato registrato in vari momenti tra l’estate del 2014 e ottobre dello stesso anno. Abbiamo lavorato velocemente come facciamo di solito, il metodo è stato lo stesso utilizzato per gli altri album, e il suono si è evoluto di conseguenza. Key Markets è abbastanza astratto in certi punti, ma ha sempre molto a che fare col disorientamento legato alla vita moderna». Una volta ho accompagnato un amico all’ufficio collocamento: sui sedili in simil-plastica attendeva il proprio turno una serie di volti che raccontavano di una classe media impoverita e stremata. Le stesse storie di strada che ritrovo nella musica degli Sleaford Mods.

Giovanni Bitetto

Rewind & Forward (Fiver #18.2015)

Sleater Kinney

Sleater Kinney

I Viet Cong non li ho visti , lo dico subito.
Gli Ought nemmeno, ho preferito loro i Replacements. Il giovane talento Tobias Jesso è stato cancellato dal mio schedule per far spazio all’ ennesimo concerto di Patti Smith. Con rammarico non ho visto i Chet Faker a cui ho preferito i Black Keys. Potrei andare avanti ancora a lungo e se mi avessero fatto vedere alcune di queste mie scelte solo qualche settimana fa, avrei forse stentato a riconoscerle come mie.
Tra band esordienti (o quasi) e quelle in circolazione da molto tempo mi è infatti usuale preferire sempre le prime.
In questa 15esima edizione del Primavera ho invece fatto alcune eccezioni che si sono rivelate poi piacevoli nella maggior parte dei casi.
Forse a volte c’e’ bisogno di sedersi e guardarsi un attimo indietro, non per riavvolgere un nastro nostalgico (lungi da me), ma semplicemente per ricordarsi da dove si viene e magari per cogliere con maggiore consapevolezza dove si è adesso e dove si ha desiderio di andare, musicalmente parlando.
Primavera is Fifteen, dicevano ormai da molto tempo gli organizzatori. Il Primavera si affaccia all’età adulta e forse ha desiderio anch’esso di guardarsi un po’ indietro. Le reunion in realtà sono sempre state di casa a Barcellona ma quest’anno ha tutto una parvenza più seria e le occasioni per vari “rewind” sono veramente tante.
Ad oggi non mi sono lanciato nella mischia di coloro che criticano il Primavera (“non è più quello di una volta…troppo caotico…alcuni main event sono discutibili”…etc etc). O meglio riconosco che tutte le affermazioni hanno un fondo di verità ma la tal cosa non ha ancora superato il piacere fisico ed emotivo di passare da un palco all’altro come un bambino immerso per la prima volta in un parco Disney.
Insomma , mi diverto ancora..perchè i Festival musicali sono fatti per divertire, è tutto qui alla fine.
Personalmente leggo sempre volentieri le classiche cronache : Day 1, Day 2, Day 3 , ma le lascio a testimoni più autorevoli del sottoscritto.
Le rigide regole del “fiver” impongono invece una scelta di 5 momenti/canzoni
Ma ricollegandomi all’inizio il mio inganno è proporre 2 cinquine: la prima legata ai Rewind e la seconda ai Forward.
Poi ognuno saprà se schiacciare o meno il proprio personale Play

REWIND

1) SLEATER KINNEY – No cities to love
Il Primavera sancisce, sempre che ce ne fosse bisogno, che il 2015 è l’anno delle Sleater Kinney.
1 ora e 15 .minuti di energia pura e uno dei concerti che si può sicuramente considerare tra i migliori della 3 giorni.
Corin Tucker e Carrie Brownstein si fanno assist a vicenda con la voce e non sembra affatto che siano state lontane per tanto tempo.
Ma è soprattutto la figura che si staglia al centro del palco quella che si impone con più carattere.
La ritmica portata da Janet Weiss è devastante. La pedana della batteria è leggermente avanzata proprio a risaltarne l’importanza.
Vecchie hit si alternano a momenti dell’ultimo album.
Nell’unico momento di rapporto con il pubblico (per il resto 75.minuti di musica tirata, con quasi tutti i brani attaccati l’uno all’altro in successione, senza un momento di sosta) Corin Tucker dice che sono state fortunate a vedere il live di Patti Smith (sullo stesso palco 3 ore prima) e che si sentono praticamente rinate e rigenerate.

2) PATTI SMITH – Free Money
Difatti vedere un concerto di Patti Smith equivale ad un rito, un po’ come vedere Alan McGee che mette su i dischi al Covo. Sai che non accadrà assolutamente nulla di sorprendente, ma ci stai e ti diverti. Alla vigilia la presenza a Barcellona era ancora meno sorprendente in quanto si conosceva già anche la scaletta. Patti Smith presentava “Horses” disco targato 1976. Sembra incredibile che siano passati 40 anni per questi brani (proposti nella stessa successione del disco, come rito impone).
Tutto risulta ancora attuale a testimonianza che si sta assistendo all’ omaggio ad uno dei dischi più importanti del rock.
Tornando al palco,o meglio al rito, anche visivamente tutto è uguale: stessa giacca, stesso gilet, stessi sputi, stessi musicisti tra cui spicca come sempre Lenny Kaye. Sono sempre gli stessi anche i proclami per un futuro migliore. Altri rischierebbero di risultare patetici, Patti Smith no. Uno dei live più intensi e sinceri di questo Primavera arriva da una signora di 68 anni. Chapeau.

3) JULIE RUIN – Ha Ha Ha
Ammetto di non avere mai seguito molto da vicino l’era delle Bikini Kill e poco di più quelle di Le Tigre. Il mio interesse per Kathleen Hanna viene soprattutto dal bellissimo documentario The Punk Singer di cui si è parlato egregiamente anche su queste pagine e dove si narrano le vicissitudini artistiche e soprattutto di vita di Katlhenn Hanna colpita da una rara malattia che la costrinse a ritirarsi dalle scene. Come candidamente spiegava lei stessa davanti alla camera, ora le condizioni sono migliori ma la malattia può colpirla all’improvviso e organizzare un intero tour è impresa molto difficile (vedi cancellazione dello scorso anno proprio al Primavera).
Venendo al palco, per quello che ho visto nel secondo giorno del festival (proprio abbandonando gli ultimi minuti del live di Patti Smith) Kathleen Hanna è in piena forma ed è bellissima, una sorta di Sophie Marceau venuta su a punk e non con”Il Tempo delle Mele”. Stesso giudizio per la sua fedele bassista Kathi Wilcox. La Hanna – dall’alto dei suoi 46 anni – si esibisce in danze sfrenate e capriole sul palco forse proprio a voler comunicare il suo momento positivo. Tra un salto e l’altro c’e’ tempo per frasi manifesto del tipo: “La rivoluzione sarà al femminile o non sarà rivoluzione” .
Di sicuro uno splendido ritorno sulle scene, da cui i Julie Ruin mancavano da mesi.

4) RIDE – Leave them all behind
Anche in questo caso non vado da fan dello shogaze, ma da semplice curioso.
Lo stesso approccio mi aveva portato lo scorso anno a godermi il live degli Slowdive e anche questa volta durante il concerto dei Ride provo sensazioni (positive) simili.
Un amico giorni fa scriveva che Andy Bell è finalmente libero dalla schiavitù degli Oasis e Beady Eye e a vederlo sul palco del Primavera , sembra proprio così.
Ma è il volto sereno e spesso sorridente del lead vocal Mark Gardener a colpirmi di più.
2 enormi pedaliere per lui e altre 2 per il suo compagno e il suono dei Ride scorre potente e in una scaletta che è una sorta di best of da Seagull a Ox4.
Leave the all behind è quasi inevitabilmente la canzone di ingresso che scalda subito l’atmosfera.
Solo il tempo potrà dire se questa reunion è cosa seria (in stile Blur per intenderci)
opure se un mezzo bidone. Intanto rimane il ricordo di 90 minuti molto piacevoli

5) THE REPLACEMENTS – Bastards of Young
Ai Replacements servono 20 minuti buoni per partire. Inizialmente con Takin a Ride esaltano subito il pubblico, ma nei pezzi successivi Paul Westerberg mi appare stanco e in un paio di occasioni stenta anche con i testi.
Poi con la cover dei Jackson 5 “I want you back” il buon Paul si toglie la giacchetta a vento color vomito indossata fino a quel momento e sembra dire “Ok, ora iniziamo a suonare veramente”e il concerto in effetti prende il volo inanellando un classico dietro l’altro tra cui spicca a mio gusto Bastards of Young
Sul lato estetico, invidiabile la forma fisica di tutti e sempre impressionante è la somiglianza del bassista Tommy Stinson ad un Sid Vicious 50 enne se fosse ancora su questa terra.
Al termine mi rimane però una sensazione di “vecchio”, al contrario non provata nei live descritti sopra. Forse questo è uno dei casi dove il tasto “rewind” poteva anche non essere spinto, lasciando la musica dei Replacements all’epoca che a loro appartiene. Ma ovviamente si parla di sensazioni personali, in quanto il pubblico (numeroso) sembrava davvero entusiasta.
Rimane ugualmente intaccata la mia personale simpatia per uno dei primissimi gruppi incontrati da adolescente e con il quale sono cresciuto.

FORWARD
1-BENJAMIN BOOKER– Wicked Waters
Si presenta nel classico trio : chitarra/basso/batteria.
I primi 15 minuti di live non mi convincono. Un inizio scaletta tiratissimo appiattisce un po’ la voce di Booker ed il suono è simile ad altre centinaia di band in circolazione.
Ma a concerto avviato, quando i ritmi virano sul blues e sul soul, le venature black saltano fuori e mi esaltano pienamente. L’unico difetto che gli si può imputare è che forse non ha ancora chiara la sua direzione. Ma tanto di cappello ad un ragazzo di 25 anni (di base a New Orleans, altro punto a suo favore) che con l’aspetto fisico che si ritrova, se scrivesse 2 ballate romantiche potrebbe essere sui mass media di mezzo mondo, ma la cosa sembra non interessargli affatto (per ora).
In ogni modo se ne sentirà parlare a lungo.
(le cronache riportano anche Patrick Carney- batterista dei Black Keys – presente tra il pubblico)

2- SYLVAN ESSO – Coffee
Chi non è affine ad una elettronica raffinata con voce al femminile, può lasciare perdere queste righe. Io al contrario ci casco spesso (vedi Polica, per stare su un esempio recente) e avevo anche inserito l’omonimo disco d’esordio dei Sylvan Esso nel mio personale best 2014.
Anche dal vivo il duo del North Carolina mi convince a pieno. Solo synth (Nick Sanborn ex Megafaun) e voce (una grandissima Amelia Meath, tutta da scoprire) , ma riescono nel non facile compito di riempire pienamente il main stage del Primavera. La voce e le movenze della Meath sono tra le cose più gradevoli che mi porto a casa dall’intero festival.

3 – THE HOTELIER – An introduction to the album
Il cantante Christian Holden mette le mani avanti dichiarando ad inizio concerto che la band è stanchissima venendo da un tour di un mese in tutta Europa, tour che vede gli impegni al Primavera proprio come ultimi atti prima di tornare negli Stati Uniti.
Io li vedo al Parco della Ciutadela, negli eventi “off” del festival ma che quasi da soli meriterebbero quasi il viaggio (Cheatahs,Ex Hex, Soak, Sean Lennon, Twerps, Hiss Golden Messanger) solo per citare alcuni nomi che si sono alternati in questi giorni per concerti di 30 minuti offerti gratuitamente ai passanti)
Tornando al quartetto del Massachussetts le scuse sembrano rivelarsi di circonstanza. Assisto a 30 minuti di buon rock in stile emocore che mettono gli Hotelier tra le band da ricordare nella mia 3 giorni.

4- TWERPS – Back to You
Lo scorso anno le mie attese per i Real Estate furono in gran parte disilluse; troppo fiacchi per riempire le dimensioni dei grandi palchi del Primavera.
Memore di questi ricordi, temevo la stessa cosa per i Twerps ma , al contrario, questa volta lo stupore è in positivo. Il tutto grazie ad una base ritmica che ben sostiene la leggerezza del jangle pop proposto dal quartetto australiano. Gradevolissimi i canti e controcanti di tutti i componenti della band tra cui spicca in voce e dolcezza la chitarrista Jules McFarlane. Sicuramente in spiaggia a Marina di Ravenna ci sarà da divertirsi

5 – STRAND OF OAKS – Heal
In realtà negli States circola già da qualche anno, ma il successo è arrivato con l’album “Heal” del 2014 Sembra sincero Timothy Showalter quando dichiara dal main stage del Primavera che sta passando i mesi più belli della sua vita e che non avrebbe mai pensato che le “sad stories” scritte nella sua camera potessero interessare al pubblico. Il progetto Strand of Oaks non aggiunge nulla di particolarmente nuovo alla reinterpretazione della tradizione rock americana, ma provo forte simpatia verso questo 32enne di Philadelphia che ha rischiato di lasciarci le penne 2 anni fa dopo un gravissimo incidente stradale.
Showalter appare infatti più poetico e delicato di quello che il suono potente della sua band potrebbe indicare, parvenza falsata anche dal suoi look, tra i più tamarri visti in circolazione negli ultimi anni. Anche lui sarà tra i nomi presenti al Beaches Brew in partenza oggi.

Venendo al faceto, registriamo tra il pubblico la presenza anche di Gigi Datome (Boston Celtics) a cui va la palma come miglior sportivo indie italiano. E poi il solito panorama vario delle t-shirt indossate dal folto pubblico (ma inferiore alle ultime 2 edizioni sembra). Tra le più originali citiamo quella con il volto di Charlie Manson e la scritta “Je suis Charlie” e quella degli Smiths riportante il volto di Will Smith con famiglia.
Ma il premio come uomo dell’anno va al tizio che ha curato l’acconciatura di Julian Casablancas.
Un lavoro simile non si vedeva dai tempi dei Sigue Sigue Sputnik

E ora è già in partenza la macchina per il 2016, sembra con l’innovativo cambio formula di 4 giorni
(1-4 Giugno) . In settimana partirà la prevendita e anche tutta questa macchina in fin dei conti altro non è che un semplice rito. Ad ognuno di noi la libera scelta se aderire o meno.

Massimo Sterpi