La musica sparita (Fiver # 03.11)

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Ormai non viaggio più molto. Se devo mettere insieme i nomi degli ultimi tre posti visitati all’estero devo tornare indietro di alcuni anni. Londra, Barcellona e Berlino. Tre luoghi diversi e con diversi significati per il sottoscritto ma accomunati da momenti indissolubilmente legati alla musica, vissuta o idealizzata.
Interminabili (e meravigliose) giornate a Londra e dintorni tra palchi di festival, negozi grandi e piccoli di dischi, libri, cinema e piccoli e grandi eventi che riempivano occhi, orecchie e cuore.
Momenti non meno importanti dei lunghi pomeriggi adoloscenziali con la trilogia berlinese di David Bowie sul piatto, imitando la copertina di Heroes allo specchio immaginando di partire dagli Hansa Studios per una passeggiata lungo il muro fino ai negozietti di dischi pulciosi di Kreuzberg.
Bene, questo mondo ben stampato nella mia memoria e nel mio dna non esiste più. Spariti o globalizzati in larga misura i negozi di Londra (a parte l’isola felice di Rough Trade East), con Berlino e Barcellona impegnate ad una inevitabile e insensata rincorsa per rendere le loro strade uguali a quelle della capitale londinese o di qualsiasi altra grande cittá europea cosi da raggiungere il poco allettante risultato di usicre di casa a Parigi, Roma, Londra o Berlino e avere la sensazione di essere sempre esattamente nello stesso posto e affanculo unicitá, autenticitá, odori, sapori e sogni. Un discorso che, restringendolo alla scala nazionale e all’ambito musicale, resta esattamente lo stesso. Il piacere di una gita a Milano da supporti fonografici, a Roma da disfunzioni musicali o a Firenze da contempo perso. Per sempre.
Non si torna più indietro, amaramente. In questi tempi che non ci lasciano piu immaginare nulla l’unico modo di difendersi da questa aggressione, nonostante la tentazione di issarsi come l’angelo Cassiel di wendersiana memoria sulla cima della Colonna della vittoria e chiamarsi fuori da tutto, è recuperare dentro se stessi quello che queste esperienze hanno lasciato o appropriarsi arrogantemente di nuovi ricordi.
È un lavoro duro ma è l’unico possibile.

Whirr – Ease

Giá passati in un mio fiver. Bassista dei Nothing, disco dell’anno e dintorni e bla bla bla. Durante il concerto dei Nothing Cesare esclama: Catherine Wheel! Ascolto Ease ed esclamo Boo Radleys! (quelli di I hang suspended non quelli molli successivi) e sono contento così. Un pezzo così potrei ascoltarlo tutto il giorno, tutti i giorni.

Parkay Quarts – Pretty Machines

Comprai New York di Lou Reed nell’89 da Nannucci. In cassetta. Slanted and Enchanted invece lo comprai da Underground nel 92. Se i due me stessi si fossero incontrati, diciamo, negli studi di Radio cittá 103 di via Masi avrebbero cominciato a suonare questa canzone su uno di quegli amplificatori scassati che erano parcheggiati nel sottoscala.

Girlpool – Blah Blah Blah

Shrieky indie è stato il termine coniato per loro. Sono in due. Basico è un termine perfino poco restrittivo applicato a loro. Maltrattano e blandiscono le loro chitarre con un alternanza schizoide. In bilico tra le Babes in Toyland e Juliana Hatfield. Questo pezzo è della prima specie e crea un curioso desiderio di staccare la traccia prima che sia finita …per rimetterla di nuovo e capire se ci stanno prendendo per il culo oppure no.

Virginia Wing – Marnie

Chissá se gli Stereolab suonerebbero così oggi. Londinesi che se la tirano un po’, a torto visto che l’album nella sua interezza sfianca, ma questo pezzo rimbalza sulle mura del mio appartamento infilato in un labirinto immaginario e non accenna a smettere.

And You Will Know Us by the Trail of the Dead – Jaded Apostles

Un lavoro che ti consuma dentro, la tangenziale intasata, le luci da obitorio del supermercato..ti prego sono stanco portami a casa.
Come fai a parlare male dei Trail Of Dead? Quintessenza indie. Un sacco di canzoni un po’ così, nè brutte nè belle ma poi partono quei soliti e stramaledetti tre accordi che ti hanno fregato migliaia di volte e ti ritrovi a casa. Finalmente.

Massimiliano Bucchieri

I can make believe I’m a ghost

Nothing

Nothing

Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.nothing-band-guitar-throw-400x400
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.

…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…

Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.Nothing-Guilty-Of-Everything-608x608
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.

…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…

Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

Cesare Lorenzi

Smell of Female (Fiver # 02.11)

NOTS

NOTS

Sono sempre stato portato a prendere in considerazione l’ipotesi che le mie idee, qualunque esse siano, possano anche non essere necessariamente quelle giuste.
Intendiamoci, ho un sacco di opinioni della cui correttezza sono convinto in maniera totale, ma sono (quasi) sempre disposto a metterle in discussione al cospetto di nuove prospettive attraverso cui valutarle.
E’ una regola che dovrebbe valere per tutti: tenere in considerazione il fatto che le nostre idee siano spesso e volentieri soltanto dei punti di vista e come tali possano essere soggetti a revisione, da parte propria come da altri, anche semplicemente al mutare dell’angolo di visuale da cui ci si pone a osservarli.
Questo è il motivo per cui mi piacciono quei film in cui la narrazione procede orizzontalmente lasciando l’interpretazione degli stessi eventi all’analisi dei diversi protagonisti i quali, attraverso il proprio filtro mentale composto da tante lenti sovrapposte (esperienze e cultura personali le principali), restituiscono all’occhio dello spettatore un racconto soggettivo di una realtà che viceversa avremmo ritenuto essere oggettiva.
Una visione pluridimensionale e colorata al posto di un monofonico grigiore.
L’altro giorno, ad esempio, mi è capitata sotto gli occhi la prima puntata di The Affair, ennesima nuova serie televisiva. Leggendo due cose in giro prima di attaccarne la visione, mi pare di capire che la serie esplori gli effetti di una relazione extraconiugale instauratasi tra un insegnante di New York padre di quattro figli, marito apparentemente felice e romanziere alle prese con la stesura del “difficile” secondo libro e una cameriera alla faticosa ricerca di un equilibrio pesantemente compromesso dalla morte del figlio.
Al di là della vicenda, più o meno interessante, quello che mi ha colpito da subito nel telefilm è la modalità scelta dagli autori per raccontare la storia: due distinte narrazioni degli stessi fatti rese diverse – a tratti molto diverse – dalla memoria dei due protagonisti e, circostanza ancor più intrigante, da pregiudizi e prospettive propri del mondo maschile e di quello femminile.
Sono molto curioso di vedere dove questa serie andrà a parare e scoprire fino a che punto le differenze tra uomo e donna – argomento che mi ha sempre appassionato e che da autodidatta sto personalmente studiando da decenni – possano indirizzare eventi e pensieri in una direzione piuttosto che in un’altra.
Per il momento ho deciso di fermarmi al primo episodio aspettando di recuperare tutte e dieci le puntate (in America al momento sono arrivati a trasmetterne quattro) per gustarmi la serie tutto d’un fiato: se sarà una delusione o una possibile illuminazione in grado di fornire nuovi elementi al mio studio ultra decennale lo scoprirò tra qualche settimana e magari a quel punto tornerò sull’argomento, affare in grado di catturare la mia attenzione da tempo e a cui prima o poi mi piacerebbe porre un punto fermo per capire una volta per tutte se le difficoltà di comprensione (e di conseguenza di relazione) con l’universo femminile siano una specifica propria del mio personalissimo mondo o piuttosto una faccenda collettiva riguardante due emisferi che da sempre tentiamo di incastrare in un eterno, improbabile, puzzle.

The Coathangers “Drive

L’ultimo disco delle Coathangers me lo spedì gentilmente il loro distributore italiano qualche mese addietro: lo ascoltai con diligenza, mi piacque decisamente, lo recensii per Rumore, gli diedi 8. Poi il disco finì sotto una pila di altri cd e me ne dimenticai. Nemmeno sapere che le ragazze sarebbero venute a suonare vicino casa mia mi ha convinto a concedergli un altro ascolto. Poi un video intercettato per caso e tutto si rimette in moto. Qui dovrebbe partire l’ennesima tirata sulla superficialità dei nostri (miei) ascolti e sulla troppa roba inutile che affolla i nostri stereo (hard disk del pc, playlist di Spotify and so on) a discapito di cose che viceversa meriterebbero attenzione maggiore. Meglio lasciar perdere e far decollare la canzone con quella batteria da caverna e la voce che fa così tanto 90’s. Metto in valigia e stasera la suono al club.

Deers “Between Cans

Il primo a parlarmi delle Deers fu Stephen Pastel con un paio di righe postate in rete. Lui è uno che parla poco e quando parla bisogna dargli ascolto. Da allora le ragazzine spagnole sono diventate il mio nome su cui puntare per la speranza di un futuro migliore. Voce da bambina sopra strumenti che disegnano partiture semplicissime. Lo so che durerà un attimo poi tutto sarà finito. Lo so che certi sentimenti li ho sperimentati mille volte e sono destinati ad andare in vacca al calar del sole. Niente di nuovo, niente che possa durare più dello spazio di una canzone, forse due. Ma i grandi amori devono resistere giusto un attimo poi svanire di colpo prima che si trasformino in consuetudine. Giusto così.

NOTS “Fix

Il suono delle NOTS non tranquillizza, non rilassa, non è piacevole. La musica delle NOTS è una minaccia, come certe cose che si ascoltavano nelle canzoni delle rebel girl infilate tra i dischi dei taglia boschi grunge nel nord ovest americano a inizio anni ’90. E’ il rumore di un alba livida e piena di nuvole scure. Ho scelto la versione live, anche se a vederla si rischia il mal di mare, perché mi pare più adeguata a rendere l’idea del loro caos per nulla gentile. Essenziale la musica, essenziali loro.

The Beverleys “Hoodwink

Se Le NOTS decidessero di smussare giusto uno o due spigoli potrebbero suonare come queste Beverleys. L’ep che avevano fatto uscire la scorsa primavera in combutta con gli amici Fucked Up motivava in pieno la definizione di junk punk che le ragazze di Toronto si erano auto attribuite, il nuovo singolo ce le restituisce con giusto un pizzico di vena pop nella voce della cantante tale da allungare sul loro suono ombre di Hole e Breeders. Poi ad ogni passaggio della strofa Outta my head/ Outta my heart/ Outta my skin la cantante si lascia andare facendo salire i giri fino al finale tutta raucedine e carta vetro. Nome da segnare e tenere d’occhio.

Dream Police “Hypnotized

Postare cinque canzoni di cinque gruppi femminili sarebbe stato a questo punto uno stereotipo. Come dire che la musica suonata dalle donne rappresenta un genere a se stante rispetto a tutto il resto. Tipo la musica italiana. Magari un po’ è anche vero. In ogni caso i Dream Police sono uno spin off dei The Men Nick Chiericozzi e Mark Perro, progetto nato nel 2010 e mai sboccato in una produzione non fosse altro che un singolo pubblicato su cassetta. Leggermente provati da cinque mesi di tour ininterrotto in giro per il mondo con la band principale i due hanno deciso di buttar fuori un disco che giustifichi la parola dream nel loro nome e motivi l’hypnotized scelto come titolo: un incrocio tra Wooden Shjips e Spacemen 3 da ballare seguendo il ritmo sintetico di una drum machine.

ARTURO COMPAGNONI

 

THE FROWNING CLOUDS: del masticare e digerire dischi, ché alla fine tutto è legale

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I dischi vanno masticati e digeriti bene. Non sempre si ha il tempo o la voglia di farlo e talvolta rimangono sullo stomaco. Come i peperoni. Che ti dici “col cazzo che li rimangerò” e passa del tempo finché non li ri-assaggi e ti maledici per quello che ti sei perso.
Mi è successo con Listen Closelier, primo album degli australiani The Frowning Clouds, bollato troppo presto come derivativo, noiosetto, tipo un compitino calligrafico di chi vuole emulare a tutti i costi i giovani Stones.
Morta lì, insomma, fino a che un bel giorno a Siviglia incontro Nacho della Saturno Records (volendo potere leggere cosa ci siamo detti qui: http://www.manwell.it/?p=2855) che si spertica nelle lodi di ‘sti ragazzi di Geelong mettendomi in circolo la curiosità di andare più a fondo, di dare loro un’altra possibilità. Così, una volta rientrato nella mia tranquilla provincia dell’aperitivo col pane e salsiccia spalmata, faccio quello che devo fare. E inizio a ricredermi.
Il carico finale ce lo mette su il mio amico Gabriele della Goodbye Boozy Records che mi fa ascoltare in anteprima Beetle Bird, il nuovo singolo che si accinge a stampare ai ragazzi australiani. Non è un colpo di fulmine, piuttosto un tarlo che si insinua giorno dopo giorno, subdolo e bastardo, fino a farmi capitolare. Il pezzo è uno sballo psichedelico in slow motion che lavora come una valvola di espansione termostatica. Sul lato B lo stesso pezzo remixato in modo allucinato nientemeno che da “Spider” Rhys Webb e Joshua “Von Grimm” Hayward degli inglesi Horrors.
Siamo alla fine del 2013 e so che Beetle Bird farà parte del loro nuovo album, Whereabouts. Faccio mio il vinile e in men che non si dica esco completamente scemo per i cinque annebbiati manipolatori (neo)Sixties.

Meno di un anno dopo mi trovo a perlustrare coi polpastrelli e ad assaporare con le orecchie il loro terzo album Legalize Everything, pubblicato come i precedenti dalla spagnola Saturno Records. E che vi devo dire. I Frowning Clouds sono dei maledetti revivalisti fuori dal tempo, ma sono anche maledettamente geniali. Volendo fare dei paragoni “attuali”, tirerei in ballo gli Allah-Las. Entrambe le band, perdonate la trivialità, sono come la fica: non passeranno mai di moda. E questo è quanto.

Legalize Everything è drug-friendly sin dal titolo, ciononostante noi uomini medi possiamo accontentarci anche di una cannetta (o di una genziana) sul balcone dopo aver messo i bimbi al letto. Comunque sia, con o senza THC (con o senza alcol di montagna) in corpo, il viaggio è assicurato sfogliando il loro eccitante bignami di garage, surf, r’n’r, psichedelia e folk-rock. Inutile dilungarsi sulle singole tracce. Mi basta dirvi che in See the Girl apparecchiano la tavola con una tovaglia a fiori tutta ricamata, regalandoci un perfetto esempio di morbidezza dopata beatlesiana che un sacco di gruppi ben più blasonati (Oasis in testa) hanno sempre sognato. L’andamento sbarazzino e la melodia sottopelle dei migliori Kinks in Inner Circle fanno il resto.

Manuel Graziani

Fiver #01.11 (Life in Exile)

Fugazi

Fugazi

Ognuno ha i miti che si merita. I Velvet Underground sono una di quelle poche storie che in un modo o nell’altro hanno finito per cambiarmi letteralmente la vita.
Non voglio parlare di loro, però. O quantomeno non direttamente.
Dei Velvet il personaggio che ho sempre amato di più è stata la batterista, Maureen Tucker. Nonostante nel processo creativo della band fosse probabilmente l’ultima ruota del carro, messa in ombra non solo dalla coppia Reed / Cale ma anche dalla tossica teutonica dai capelli color oro.
Nonostante non fosse oggettivamente una bellezza, il suo viso spigoloso, nascosto dagli immancabili occhiali scuri, ha rappresentato per me l’essenza della “coolness” nella sua forma più pura.
E il suo incedere minimale dietro i tamburi ha influenzato una marea di gruppi “nostri” che sono arrivati in seguito. Chiedere a Bobbie Gillespie, versione batterista nella primissima versione dei Jesus and Mary Chain, da chi avesse preso ispirazione, per dire.
Ricordo bene l’inutile tour dei Velvet del 1993. Di quella serata bolognese apprezzai unicamente il composto incedere della Tucker, che mi parve una luce nella tempesta di ego troppo grandi per stare rinchiusi in un unico palcoscenico.
Appena sbarcato in facebook, qualche hanno fa, le ho chiesto l’amicizia. Maureen accettò quasi immediatamente e mi pare di ricordare che me ne vantai pure con i soliti amici (quelli veri, in questo caso). Maureen è discreta anche nella sua vita sociale. Interviene di rado. Per lo più linkando articoli. Prevalentemente di politica e cronaca. Come se l’arte fosse scomparsa dai suoi radar. Simile ad una casalinga di Casalpusterlengo che vota lega nord: i suoi obiettivi preferiti sono gli immigrati clandestini messicani, l’islam e Obama. L’altro giorno a quell’amicizia virtuale ho definitivamente rinunciato. I pochi miti che uno ha non deve per forza farseli rovinare dal tragico scorrere del quotidiano.

Thurston Moore – Speak to the Wild

Thurston Moore, al contrario, nonostante si avvicini alla sessantina è il solito vulcano di progetti. Seguire lui, anche solo su facebook, è una continua ispirazione. Letteratura, fotografia e poi sopratutto musica, la sua, non solo la sua ma anche quella degli altri. Il giorno che è uscito il nuovo album sul mercato si è inventato una playlist fantastica. Non di pezzi suoi, sia chiaro. Ma roba a 360 gradi, tipo bignamino di quello che lo ha ispirato nel corso degli anni. Dischi e gruppi che qualsiasi appassionato di musica dovrebbe mandare a memoria. Quello è stato il suo modo di fare promozione al disco nuovo, per dire. Hai voglia a spiegare il significato di “indie” quando in alcuni casi c’è tutto un mondo da esplorare.
Il disco nuovo è a suo modo un classico, tanto è vicino per tematiche e sonorità ad un qualsiasi album dei Sonic Youth. E questo è il migliore complimento che mi possa venire in mente. Si potrebbe scegliere una canzone a caso ma questa Speak to the Wild, che il disco nuovo lo apre, con il suo incedere privo di insicurezze, quei soliti pochi accordi di chitarra così riconoscibili e una linea vocale appena più accennata del solito mi sembra che riassuma perfettamente la statura di un disco eccellente. Quello che stupisce semmai è la qualità della parte lirica, dell’album in generale e di questa canzone in particolare. A forza di nominare Burroghs e compagnia, di citazioni letterarie neppure tanto velate ci si ritrova tra le mani uno di quei rari dischi che vanno valutati da più prospettive. La forza creativa di Thurston Moore mi ha fatto tornare in mente una citazione di Jack Kerouac: “I just won’t sleep,” I decided. There were so many other interesting things to do.”  Sembra averlo preso in parola, per nostra fortuna.

Fugazi – Merchandise

 Era meglio il demo. Già, era meglio. E non è una gag in questo caso.
Questa versione di Merchandise, dei Fugazi, è tratta dal nuovo album che raccoglie appunto il primo demo della band, registrato quando avevano appena 10 concerti alle spalle.
Inutile girarci intorno, ci sono gruppi, dischi, canzoni di cui non potremmo mai parlare con obiettività. Fugazi è una storia di pugni stretti per la rabbia, di canzoni urlate in faccia, di sudore e di commozione. Quella che sale come un brivido quando ascolti per l’ennesima volta quelle parole e quella combinazione di chitarra e basso che ci rimandano all’Inghilterra del post-punk in maniera ancor più evidente che nella versione originale. In maniera ancor più cruda. Ancor più vera. Se possibile.

Menace Beach – Come On Give Up

 Bella canzone, questa Come On Give Up. La troverete nel debutto sulla lunga distanza di Menace Beach, band di Leeds, che uscirà ad inizio 2015. Un gruppo di chitarre, ritornelli accattivanti, melodie e una piccolissima dose di trasgressione. Roba tipicamente anni ‘90 off course, a metà strada tra Breeders, Elastica e Sleeper. Che detto così sembra un modo neppure tanto elegante di metterli fin da subito nell’angolino di quelle band che sì, vabbè, però, dai……e invece no, per una volta mi lascio conquistare fino in fondo da una canzone che si fa fischiettare dopo 3 ascolti. Nient’altro da chiedere ad una canzone pop, personalmente.

Hookworms – Off Screen

 Sempre da Leeds, Inghilterra arrivano anche Hookworms. Pure per loro album in uscita, il secondo in questo caso, in questi primi giorni di novembre. Questo brano che lo preannuncia è una bella sinfonia di synth e chitarre di quasi otto minuti. Chitarre, feedback, pedali e alla parete i santini di Loop, Slowdive, Spacemen 3, etc, etc; Si fa un gran parlare di neo-psichedelia, spesso a sproposito, ma in questo caso sembrano parole ben spese e il livello sembra davvero una spanna sopra tutto quello che ci è capitato di ascoltare nel genere ultimamente.

The Felines – Pity for your Eyes

 Irresistibili, direi. Tre ragazze di Copenaghen che arrivano fin dall’altra parte dell’oceano e grazie alla californiana, ottima, Burger Records, trovano distribuzione ed un minimo di esposizione. Questa canzone che preannuncia un nuovo album è puro stile Lee Hazlewood / Nancy Sinatra, seppur in una semplicità di arrangiamento che sfiora la banalità. Ma a certe cose, inutile, non riesco proprio ad opporre resistenza.

Cesare Lorenzi

Fiver #04.10 (In my own strange way I’ve always been true to you)

Ought

Ought


In una settimana in cui del tour italiano di Morrissey hanno parlato più o meno tutti ho veramente poco da aggiungere se non impressioni strettamente personali. Ho amato molto gli Smiths e ho cercato di stare dietro alla carriera solista di Morrissey che non ha sempre vissuto momenti indimenticabili ma l’imprinting subito la prima volta che ho ascoltato Reel Around The Fountain è una di quelle cose che ti porti dietro tutta la vita.
In particolare mi hanno fatto ridere le lamentele di chi voleva più canzoni degli Smiths. Pubblico evidentemente plagiato dal virus della reunion dove l’artista suona esattamente quello che voglio io, anzi si ricostituisce proprio per quello.. Un perfetto spirito dei tempi che viviamo dove il verbo desiderare ha perso ogni significato. Dove possiamo ascoltare la canzone che vogliamo, vedere il film che vogliamo o il leggere il libro che vogliamo nell’esatto momento in cui insorge il desiderio. E se non succede ci innervosiamo. Come si permette Morrissey di non suonare quello che voglio io?
Con Morrissey in realtà è un po’ diverso. A parte il fatto che la sua carriera solista ormai ammonta a ben 26 anni contro i soli 5 di militanza negli Smiths il diritto di suonare le canzoni che vuole se lo è guadagnato, a mio parere, mantenendo una onestà e coerenza che seppur non sempre visibile, o riconosciuta dai più, è in realtà, a guardare bene, sempre presente. Nei suoi testi, certamente, ma anche le polemiche sterili, le uscite esagerate sono sempre state in linea assoluta con il personaggio.
Ho sempre stimato le persone che, non importa il contesto o chi hanno davanti, hanno sempre saputo mantenere un proprio comportamento dettato da un’onestà di fondo.
Nel mio piccolo ho sempre cercato di non restare disgustato dall’immagine di chi mi si presenta la mattina quando mi specchio.
Possono essere comportamenti indecifrabili o non condivisibili ma coerenti ed onesti.
Forse è per questo che l’altra sera, durante il concerto bolognese, risentire la frase che apre questo Fiver mi ha fatto ricordare, in questi tempi difficili, chi sono e l’impressione che vorrei lasciare in chi incontro.

Morrissey – Speedway Live in Bologna 17/10/2014

Fisico da pensionato, voce della Madonna. Credo di aver scritto così ad un amico. Se c’è un pezzo che da un senso all’intera carriera solista di Morrissey questo è Speedway da Vauxhall And I e vederselo recapitare come secondo pezzo in scaletta dritto in mezzo alla cassa toracica un venerdì sera in un vecchio palasport, con poca concentrazione e la testa ancora obnubilata dalle preoccupazioni per il presente e il futuro, è l’equivalente di uno schiaffone in faccia e mi ricorda improvvisamente tutto quello che abbiamo “passato insieme”. Ok, scusa Stephen, sono qua.

Ultimate Painting – Ultimate Painting

Si conoscono in un tour condiviso. Si annusano. Si piacciono. James Hoare (Mazes) e Jack Cooper (Veronica Falls) decidono di buttare giù un po’ di idee insieme e confezionano questo omaggio alla prima comunità hippy rurale americana. Finiscono abbastanza lontani dalle atmosfere dei rispettivi gruppi di provenienza. Ultimate Painting si srotola e avvolge. Conforta e accarezza nel suo andamento già ascoltato un milione di volte ma stranamente nuovo.

Ought – New Calm Pt 2

Proprio mentre nella loro solitamente pacifica madrepatria canadse succedono cose di una violenza inspiegabile e inaspettata gli Ought approdano dalle nostre parti e si fanno precedere da questa manciata di canzoni che si aggiungono al già apprezzatissimo More Than Any Other Day. In realtá questo non è un pezzo nuovo ma una rilettura sonicamente monocorde, della durata di 7’15, di un pezzo del 2012. “Oh I love this one” proclama in apertura il frontman Tim Beele prima di lanciarsi in una danza insensata sciorinando versi assurdi come “Hear me now that I am dead inside, that’s the refrain!” O, ancora, “Who invited Paul Simon? I didn’t invite him”. Tu ascolti e pensi..cazzo, i Fall. Hit the north accelerata?
Se l’8/11 al Covo durante il concerto vedete un tipo visibilmente provato che si gratta la testa a metà tra il perplesso e il deliziato passate a salutarmi. Mi fa piacere.

Sleater Kinney – Bury Our Friends

Opero un piccolo scippo a Cesare Lorenzi. Questo è un gruppo “suo”, e sono certo che di qui a breve celebrerà doverosamente il loro ritorno. Io l’ho sempre apprezzato, diciamo cosi, un po’ da lontano.. Dischi piaciuti abbastanza, ma mai scattato l’amore. Visti nel 2000, mah. Portlandia, doppio mah. Eppure .. Il loro ritorno non saprei come altro definirlo se non “necessario”. Una canzone bella, che ci rispedisce a quando la musica “alternativa” sembrava veramente parlarci in modo diverso.

Communions – So long sun

Mi immagino John Squire che ascolta questa canzone alla radio e cade dalla sedia. Bum! Poi chiama Ian Brown dicendogli “sto invecchiando Ian, questo pezzo nostro proprio non me lo ricordo. Tra l’altro è proprio buono, sei quasi intonato..”. Premesso che da queste parti il primo album degli Stone Roses sta sul comodino proprio in mezzo tra gli occhiali e il bicchiere d’acqua della notte questi ragazzini danesi si affacciano dallo squarcio creato dai “maggiorenni” Iceage e Lower spedendoci dritti dritti a Spike Island.

Massimiliano Bucchieri

Fiver # 03.10 (Rassicurazioni)

Parqay Quarts

Parqay Quarts

But, still, it was a strange time for people heavily invested in the underground, a pre-internet moment when indie groups didn’t appear on late night TV as regularly as they do now, you never gave much thought to advertising or PR, and you could walk up to someone wearing a Jesus Lizard t-shirt and know you’d have a lot in common. So, even if you didn’t pay much attention to Nirvana’s ascension, when punk did break, previously small bands were swept up and placed in a context they were unfamiliar with until that moment; as a result, more people were coming to shows, wearing those shirts, and muddying the waters“.
(dalla recensione della ristampa di 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, Pitchfork 16/10/2014)

Sono consapevole di vivere nell’anno 2014, così come sono cosciente del fatto che non riuscirò mai a stare dietro ai mutamenti che l’informatica propone quotidianamente alla mia vita. Questo non perché i cambiamenti non mi piacciano aprioristicamente o li ritenga superflui (non sempre, almeno) ma solo perché sono troppo pigro e tecnologicamente ignorante per tener dietro alle novità.
L’unico social network che frequento è facebook. Non vi dico quanto mi stia sulle palle utilizzare termini inglesi in un discorso espresso in italiano. Eppure di parole inglesi ne ho appena utilizzate tre in un’unica frase. L’ho fatto, come fanno tutti, perché d’altro canto non mi piace per nulla italianizzare definizioni inglesi che viceversa non avrebbero un equivalente per essere espresse nella nostra lingua. Così come utilizzo facebook, allo stesso modo in cui lo utilizzano quasi tutte le persone che conosco, pur non condividendo l’impiego che la maggior parte delle persone che conosco fa di questo strumento. Un congegno che mi pare sia capace di rendere apparentemente stupide anche le persone più intelligenti.
Le due cose, facebook e l’uso di vocaboli anglofoni, ovviamente non sono correlate tra loro, ma il parallelo mi occorre per esprimere un concetto: ci sono cose che non mi piace fare ma che ritengo sia necessario fare. Affermare che certe cose, tipo avere un profilo facebook, siano indispensabili è un pelo esagerato, ne convengo. E’ comunque un modo per dire che capisco come il rifiuto di certi meccanismi possa finire per tagliarti fuori dal mondo, anacronisticamente arroccato su posizioni che ricordano quelle del soldato giapponese trincerato in cima alla montagna, ignaro del fatto che la guerra è finita da un pezzo. Chiarito ciò aggiungo che quando qualcuno decide di prendere una posizione antiquata e fuori dal tempo su questi argomenti, a me quel qualcuno piace da morire. Soprattutto se quel qualcuno non è una persona arcaica quanto me.
Prendete i Parquet Courts ad esempio. Mi è appena capitata per le mani un’intervista da loro rilasciata al Guardian a fine giugno di quest’anno, dove i ragazzi (28 anni il più anziano dei 4) in buona sostanza dichiaravano il loro rifiuto all’utilizzo dei social media a fini promozionali, considerandoli un veicolo niente affatto necessario per far circolare il proprio nome. Un rifiuto che va di pari passo con la scelta di concentrarsi nella pubblicazione di dischi preferenzialmente su supporti analogici (cassette e vinili), anche tramite un’etichetta (Dull Tools) di proprietà del cantante, il pubblicizzare i propri concerti con flyer e poster disegnati a mano dalla band, l’avventurarsi in tour capillari e costanti organizzati da loro stessi, l’affidare la realizzazione dei video nelle mani di amici. Tutte cose che fanno migliaia di band ogni giorno in giro per il mondo, per carità, ma azioni non così usuali per gente che abbia una visibilità simile a quella già ottenuta da loro. Sostanzialmente si parla di fare le cose secondo regole dettate da nessun altro che non se stessi, nel solco che tanti anni fa tracciarono etichette quali SST (corporate rock still sucks, isn’t it?) e Dischord.
Vogliamo mantenere il controllo di ciò che mettiamo in giro: prestiamo attenzione a come vengono pubblicati i nostri dischi e a come vengono organizzati i nostri tour. Il come ti considera qualcuno che vive dall’altra parte del mondo, dipende anche dal fatto che tu decida di andare a fare concerti nella sua città, da quali sono i gruppi assieme ai quali suoni, da come i tuoi dischi vengono pubblicati e pubblicizzati. Ci interessa conservare una visione d’insieme“.
Per descrivere questi nuovi gruppi (Protomartyr, Yuppies, Xerox, Future Punx, Total Control, Eagulls), che provengono da aree diverse del globo e sanno parecchio di antico, c’è già pronto un acronimo tra il serio e il faceto, DIYUSECDIB: do it yourself unless someone else can do it better.
Può darsi sia retorica spicciola buona solo a farsi pubblicità presso una nicchia di pubblico ben precisa.
O è possibile sia quella nostalgia per situazioni ed epoche mai vissute che oggi pare affliggere chiunque e sulla quale i fanatici della modernità sarebbe bene cominciassero a porsi qualche domanda.
Può essere tutto e può essere – anzi quasi certamente sarà – nulla.
Ma la cosa, oltre che farmi sorridere, in qualche modo mi rassicura. E tanto basta, per ora.

Parkay Quarts “Uncast Shadow of a Southern Myth

Ebbene si, i Parquet Courts hanno una pagina a loro nome su facebook. E si è da quella pagina, prima ancora che dalla sezione news di Pitchfork, che ho appreso dell’uscita di un album a nome Parkay Quarts, sigla del progetto che vede coinvolti Andrew Savage e Austin Brown, entrambi chitarristi e cantanti nella band principale. Voi che trafficate con facebook dalla mattina alla sera, vi sarete però senz’altro accorti che quella non è una pagina gestita dal gruppo bensì a fan page of Parquet Courts. La differenza può essere sottile come un foglio di carta velina o spessa come la crosta di una fetta di pane raffermo ma, come direbbe il Merighi, poco importa. Questo primo estratto da quel disco è molto più rilassato delle cose che i PQ hanno infilato nei loro primi due dischi, ma non meno bello. Ha il sapore chill out di un’alba che viene dopo una notte livida, sudata e grondante alcol. Esattamente come questa domenica mattina in cui sto scrivendo, dopo il sabato notte passato. Canzone perfetta.

So Cow “Sugar Factory

Di loro ha già scritto Massimiliano un paio di settimane fa ma non posso fare a meno di tornarci sopra perché almeno quattro delle canzoni infilate nel nuovo album di questi tre irlandesi mi si sono appiccicate addosso e non riesco più a scollarle. Quando ho fatto ascoltare il disco a Cesare mi ha semplicemente detto che questo è un disco 100% Compagnoni. Ho trovato la definizione assolutamente appropriata, allora ho cercato di capire cosa rendesse questo disco un disco Compagnoni al 100%. Sinceramente non mi è venuto in mente niente di meglio di quello che ha scritto Massimiliano per descrivere il trio: storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Aggiungerei anche: hanno il ritmo, hanno i ritornelli, sono irlandesi ma sembrano americani. Meglio di così.

Viet Cong “Continental Shelf

Il primo album dei Viet Cong in arrivo è uno dei dischi più attesi qui da noi. La canzone che lo anticipa ha una intro marziale molto wave e la voce che la accompagna non fa nulla per sviare i sospetti che laggiù affondano le radici di questa giovane band canadese. Sembra un pezzo dei Bunnymen pitturato con la vernice nera dei Bauhaus se non che in mezzo partono break melodici di un certo rilievo. Gran bella cosa.

Vic Godard and the Subway Sect “Holiday Hymn

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Vic Godard e il giorno prima ero a quello di Morrissey. Con quello che ho visto e ascoltato nelle due sere avrei talmente tanto materiale in mente da poter scrivere un trattato sulla cultura popolare britannica, la musica che ne consegue e il ruolo dei perdenti (e dei vincenti) nella società di oggi. Ho troppa confusione in testa e troppo poco tempo davanti, quindi rimando il trattato a quando sarò troppo vecchio e stanco per fare cose e avrò lo spazio giusto per mettermi a sedere e scrivere sul serio di qualcosa, anzichè starmene qui in rete a cazzeggiare. Nel disco nuovo di Vic Godard che ho comperato al concerto ieri sera c’è anche questa canzone, uscita su singolo nel 1985, poi ripresa anche dagli Orange Juice di Edwyn Collins. Storie di pop inglese e di perdenti, appunto. Magnifico.

Allo Darlin’ “Romance and Adventure

Gli Allo Darlin’ sono il tipico gruppo di cui si dice che se il mondo fosse un posto migliore loro sarebbero in cima alle classifiche di preferenza di milioni di persone. Così non è e tocca farsene una ragione, come di tante cose che in questa vita non girano come dovrebbero. Dovessi consigliare uno dei tre dischi che hanno pubblicato sinora non saprei quale scegliere perché sono tutti ugualmente belli. Dovessi scegliere una delle 11 canzoni di questo loro nuovo album per convincervi che sono il vostro gruppo preferito non saprei quale scegliere per lo stesso motivo. Metto questa solo perché è quella cui sono arrivato ora, tenendo il disco in sottofondo mentre scrivo. Adesso però spengo il pc e mi alzo: mi è venuta voglia di ballare.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver #02.10

Ex Hex

Ex Hex


Non ce lo chiede nessuno. Ma talvolta ci si crea un’immagine pubblica nonostante non si abbia un pubblico a cui fare riferimento. Si lavora d’immaginazione, o quantomeno lo faccio io. Si crea un territorio a metà strada tra realtà ed immaginazione, dove i fatti realmente accaduti si confondono con quelli che avremmo desiderato accadessero davvero. Musicalmente sono nato dopo il 1977. L’ho sempre pensato. E in effetti la maggioranza dei miei ascolti di una vita si sono concentrati in quel periodo. Il punk, la new-wave e tutto quello che è venuto dopo. Quella è la mia musica, quello è il mio mondo di riferimento. Per me sono arrivati prima i Joy Division e gli Smiths che non Dylan e Neil Young, per dire.
In realtà i confini non sono così definiti. A pensarci bene il primissimo concerto a cui ho assistito è stato Frank Zappa, trascinato da una fidanzata che aveva quattro anni più di me e il mito della California (non che centri qualcosa con Zappa, ma insomma ci siamo capiti). Ancor prima di Pino Daniele, che è stato il secondo.
Come tutti gli adolescenti della terra ho frequentato alcune discoteche, una in particolare.
Per arrivarci dovevi abbandonare la gardesana, appena fuori da Lazise. Arrivando da nord giravi a sinistra, una piccola stradina che a un certo punto diventava sterrata, immersa tra i vigneti e gli olivi del garda. L’insegna del Cosmic, modesta e circondata da piccole stelle, faceva bella vista, sopra il tunnel d’ingresso. Era un posto leggendario e vederlo per la prima volta dal vivo ti lasciava con la sorpresa delle sue dimensioni, relativamente ridotte, senza posti a sedere. Me lo immaginavo come il posto più grande e figo dell’universo, a sentire i racconti. Per ritrovarmi infine in aperta campagna e chiedermi se qualcuno non avesse esagerato con gli aggettivi. Invece bastavano poche ore per comprendere che, no, il Cosmic non era un posto come un altro.
Per la musica, intanto. Un insieme di sonorità differenti, dal funk, all’afro, la musica etnica, in particolare africana. A cui si aggiungeva un pizzico di avanguardia elettronica, new wave ed un utilizzo creativo dei livelli di equalizzazione. Era musica che passava di mano in mano su cassette che i DJ vendevano alle serate e che da qualche tempo sono state oggetto di riscoperta, sopratutto all’estero.
Con il solito provincialismo che ci contraddistingue non abbiamo saputo valutare immediatamente un fenomeno che musicalmente invece fosse capitato a Londra o New York sarebbe stato salutato in un altro modo. La galanteria dell’orologio che scorre mette le cose a posto, come al solito. Oppure rimedia un articolo del Guardian, più prosaicamente.
La stagione del Cosmic è stata inevitabilmente breve. Il successo del locale andava di pari passo con l’insofferenza delle amministrazioni e della comunitá locale. L’esperienza Cosmic era un pacchetto di musica alternativa (per davvero), droghe di tutti i tipi e probabilmente l’ultimo rimasticamento della cultura hippy degli anni sessanta.
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Aver vissuto in prima persona quel luogo ha lasciato tracce nel mio DNA musicale, alla faccia del punk, della new wave e di quello che mi piace credere. Me ne sono accorto ascoltando i Tinariwen o, più recentemente, l’album dei Goat. Musica che al Cosmic ci sarebbe stata benissimo in un modo o nell’altro e che in quei luoghi mi ha riportato.
Tutto questo per dire che ad un certo punto sarebbe bene venire a patti con il nostro passato, con il presente e, perchè no, anche con quello che si presume possa essere il futuro.
D’ora in avanti è probabile che i miei amici di Sniffin’Glucose capiranno meglio certi slanci e certe mie uscite per gruppi e dischi lontani dalle nostre orbite usuali: è quello stralcio di vita vissuta con l’innocenza che compete alla giovinezza che torna saltuariamente a galla. Giornate passate senza nessuna preoccupazione di cosa mangiare, dove dormire, come tornare a casa. Con il ritmo della musica del Cosmic nelle orecchie e anche nel cuore. Hai voglia a dire il punk, la new wave e il sapore amaro della vita vera.

Jim Sullivan – Highways

Ho scoperto Jim Sullivan ascoltando la radio. Il programma di Jonathan Clancy, per la precisione. Una scaletta di piccole gemme, di dischi minori, di culti che resistono allo scorrere del tempo. (questo il link della pagina fb della trasmissione, per chi fosse interessato).
Jim Sullivan, dicevamo. Storia incredibile, la sua. Scomparso nel deserto del New Mexico senza lasciare traccia. Caso ancora irrisolto anche per la polizia locale. Si parla di un fatto di cronaca del 1975. Appena qualche hanno prima pubblicava U.F.O. album di debutto semplicemente fantastico. Rock americano con elementi di country e folk arrangiato in maniera sublime. Quello che in seguito si sarebbe evoluto fino a trasformarsi in un genere vero e proprio, “americana”, per l’appunto. Un gioiello di disco che mi ha stregato in maniera definitiva.

Ex Hex – Don’t Wanna Lose

Rock ignorante, suonato come se non ci fosse un domani, con lo spirito di chi ha intenzione solo di divertirsi. A metà strada tra le Runaways e il miglior rock stradaiolo della fine anni settanta. Non una novellina Mary Timony ma una vera e propria veterana della scena: un passato negli Helium e più recentemente nelle Wild Flag di Carrie Brownstein. Qui, come si diceva, viene fuori un attitudine di puro spirito rock’n roll, revivalistico fin che si vuole ma capace comunque di trovare un suo perchè. Musica da suonare a tutto volume in macchina, d’estate possibilmente, con il finestrino abbassato. Senza preoccuparsi del grado di tamarragine che inevitabilmente tenderà a raggiungere i livelli massimi.

Sun Kil Moon – War On Drugs Can Suck My Cock

Eravamo sul palco e ho sentito un classico giro di batteria
Era più di 100 decibel, arrivava dall’altra parte della collina
Si stava facendo piuttosto alto, ho chiesto chi fossero
E un tizio con un k-way mi ha risposto, “Sono i War On Drugs”.
Sembrava rock basilare, alla John Fogerty,
E ho detto “La prossima canzone si chiama ‘I War On Drugs possono succhiarmi il cazzo.’”
Succhiatemi il cazzo, War On Drugs.
Stavamo suonando a Chapel Hill
Per un branco di paesanotti ubriachi e c’era puzza di cibo per maiali.
I microfoni non funzionavano, allo staff non fregava un cazzo,
Il pubblico si stava facendo fuori controllo e gli ho detto di stare zitti, cazzo.
Tutti voi redneck, state zitti, cazzo.
Qualcuno si è offeso e ha scritto una stronzata,
Una sorta di blogger teppistella, puttana, ricca e viziata
E ha postato dei graffiti lasciati da un qualche ritardato
Pensava che il mio vero nome fosse Sun Kil Moon, che testa di cazzo
Ho incontrato i War On Drugs stasera e sono piuttosto gentili
Ma i loro capelli sono lunghi e unti, spero non abbiano i pidocchi.
Li ho ascoltati fare il soundcheck e, assieme ai Byrds,
sono decisamente la band più bianca che abbia mai ascoltato.
La band più bianca che abbia mai ascoltato sono i War On Drugs.
C’è qualcos’altro!
Stasera suoneranno al Fillmore e hanno fatto soldout,
Anche i tamarri sono persone, e questa è la loro grande serata.
Hanno fumato una canna coi loro amici mentre arrivavano in macchina,
Stasera faranno rock ascoltando un po’ di chitarra solista da pubblicità.
Ai tamarri piace ascoltare i War On Drugs
War On Drugs, succhiatemi il cazzo / War On Drugs, rock da pubblicità di birra
Ai War On Drugs piacciono i Fleetwood Mac
Ai War On Drugs piace John Mellencamp
Facciamo un urlo per i War On Drugs
Ai War On Drugs ci sono voluti nove cazzo di anni per fare tre album.
Mark Kozelek è da prendere così, poche storie. La tizia dei Perfect Pussy gli ha scritto una letterina che con qualche buona ragione mette in risalto tutta la sua stronzaggine, dopo aver sentito questo pezzo. Ma non cambia di una virgola l’opinione che abbiamo della sua musica, sinceramente.
Limitiamoci a pochi semplici fatti: i War on Drugs fanno cagare. Benji, il disco di Kozalek firmato Sun Kil Moon è un capolavoro. Kozalek ODIA il cerimoniale dell’indie rock e appena può tira bastonate. Spesso a casaccio mettendo nel mezzo anche chi non lo meriterebbe.
Io ascolto questa canzone, me la rido sotto i baffi e mi viene voglia di aprirmi una birra.
Bella la vita, talvolta.
(Ah, grazie ai ragazzi di Rumore. Qualcuno da quelle parti si è preso la briga di tradurre il brano. Io ho solo copiato.)

Useless Eaters – Out In The Night

Per la serie: l’immancabile angolino di “damaged rock” del lunedì è il turno di Useless Eaters. La band di Seth Sutton sembra aver trovato temporanea dimora a San Francisco. Niente di meglio che cogliere l’occasione e registrare un album per la Castle Face Records. Disco di urgenze primordiali, di garage scassato ed attitudine punk. Una piccola bomba, insomma.

Tomorrows Tulips – Glued To You

Questa è gente che ha il mito dei Television Personalities, nonostante viva in California e pubblichi dischi per la Burger Records. Gente che ha ascoltato troppi dischi dei Velvet Underground. Per dire che questo è un album di fragilità ed insicurezze, in bilico tra melodie pop esagerate, feedback gentile, brevi dissonanze e malinconie assortite. Il genere di disco che sinceramente adoro. Questa Glued To You in particolare sembra una versione edulcorata dei primi Jesus and Mary Chain al confine con una psichedelia appena accennata.

Cesare Lorenzi

Fiver #01.10

Perfume Genius

Perfume Genius

Poche sere fa, dopo alcune giornate nella capitale, esasperato ed estasiato in parti uguali, scrivevo ai miei sodali “Roma: perennemente in bilico tra l’insopportabile e il sublime”.
Frasi dettate dalla amara constatazione che in quella che, peraltro, è praticamente la mia cittá, ogni giorno si avverte, a tutti i livelli, la lotta per trovare il proprio spazio.
Mi scuserà Massimo, “firma cinematografica” e non solo di questo blog, se gli rubo l’aneddoto ma, coincidenza, proprio ieri sera mi raccontava che, nel vedere macchine incolonnate su un solo lato, abituato al tetris delle strade romane dove spesso non resta spazio neanche per una bicicletta, recentemente un suo amico romano scuoteva la testa sconsolato commentando “non capisco perchè voi non occupate gli spazi..”
Frase immaginifica che cade a proposito perchè questo è un fiver composto perlopiù da magnifici perdenti.
Gente che, per un motivo o per un altro, non ha saputo “occupare gli spazi” ma che nonostante ciò, anzi forse proprio per questo, qui a Sniffing Glucose la portiamo nel cuore.

Jamie T – Trouble

Bizzarra la sorte di Jamie T.  Anni per mettere a punto la sua formula di “wordy rappinghood strummeriano”, mantenendo la giusta street credibility, e lo sbarbato Kid Krule, senza mettere la freccia, lo supera a destra nella considerazione di tutti facendogli solo intravedere le luci posteriori che scompaiono in lontananza.
Probabilmente Jamie se ne frega dall’alto dei suoi molti dischi venduti ma il destino sarebbe ancora piu beffardo se Carry on the Grudge fosse veramente un album da 9 come frettolosamente stabilito da Nme invece no, non ci va neanche vicino.
Peccato perche Trouble mostra quello di cui il Wimbledon chap è capace quando azzecca le dosi giuste dei suoi ingredienti.

Perfume Genius – Queen

La definizione “Antony dopo una cura di bistecche” coniata da un amico è semplicistica ma rende abbastanza l’idea. Inviso a molti, con punte di autentico livore sul web ho constatato, Mike Hadreas con questo album sembra essere finalmente riuscito ad invertire la rotta. Aggiungiamo una fascinazione per tastiere electropop tardi 80 che resa in piccole dosi centra il bersaglio. Con un pezzo come Queen chiudo gli occhi e mi lascio trasportare. Al terzo pezzo come questo apro gli occhi infastidito e metto su i Growlers.

The Growlers – Good Advice

Quarto album per i californiani e, se ci fosse una giustizia a questo mondo, sarebbe l’album della loro esplosione. Ma la giustizia, si sa, è come la moneta da 3 euro. Non esiste.
Una tastiera che solleva polvere del deserto, chitarra intossicata e basso pulsante. Stappo una bud, indosso i miei stivali a punta e oscillo per casa silenziosamente che il resto della famiglia dorme.

So Cow – Science Fiction

La Goner Records di Eric Friedl degli Oblivians da Memphis Tennessee, dal 1993 premiata “house of garage” ed etichetta figa se ce n’è una, offre asilo agli irlandesi con strane connessioni sud coreane (!), So Cow. Quattro album, molto trascurati da tutti. Pitchfork un po’ li maltratta ma noi ce ne freghiamo perchè sono storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Hanno il pregio di strattonarci per il bavero per tutta la durata del nuovo The Long Con come solo a Dublino, o a Seul (?), sanno fare.

Purling Hiss – Forcefield of Solitude

Mike Polizze è un tipo strano, recuperate il teaser del nuovo album Weirdon e mi darete ragione. Nel 2009 imbraccia la chitarra e la tortura sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi amici con base a Psycadelphia Kurt Vile e War On Drugs. Nel 2013 firma con Drag City e sforna due album che frullano grunge e slacker pop magnificamente mentre i santini di J Mascis e Doug Martsch lo osservano compiaciuti dal comodino.

Massimiliano Bucchieri

Fiver # 05.09

Bleached

Bleached

L’altro giorno mi è capitato di leggere alcune righe a proposito del ritorno in auge del vinile, scritte da una persona che gode della mia personale ed incondizionata stima.
Più che del vinile in se, si parlava della moda che da un po’ di tempo a questa parte ha visto elevarsi il pezzo di plastica tondo e sottile a oggetto del desiderio: un po’ strumento di culto, un po’ soprammobile per arredamento domestico molto meno considerato, viceversa, per il suo reale utilizzo di supporto attraverso cui ascoltare musica.
Non mi interessa entrare nella discussione su quale sia il formato tecnicamente migliore con cui fruire canzoni né tantomeno battermi per sostenere tesi sulla superiorità di uno strumento rispetto ad altri, anzi dico qui pubblicamente una cosa che taglia – come si suol dire – la testa al toro: un buon 70% del tempo che dedico quotidianamente all’ascolto della musica lo spendo avendo come fonte di riproduzione una chiavetta usb che quasi quotidianamente aggiorno tramite l’hard disk del mio computer. Occorre fare di necessità virtu’: se devo dedicarmi ad un disco in vinile ho bisogno di avere a disposizione il salotto di casa mia, luogo in cui riesco a parcheggiarmi non più di 2/3 ore al giorno e minimo la metà di quel tempo è necessariamente occupata da altre attività che non siano l’ascolto di un disco. La chiavetta usb o lo smartphone con la sua cartella per la musica e Spotify pronto all’uso sono invece sempre a portata di mano, soprattutto in macchina e durante le sgambate di running in mezzo ai campi, momenti in cui si concentrano buona parte dei miei ascolti.
I puristi della audiofilia sinceramente mi fanno sorridere: se parliamo di perfezione audio, credo che a casa propria, tra le persone che conosco, siano poche quelle dotate di un impianto stereo idoneo ad ascoltare musica in modo realmente adeguato. Per il genere di musica che abitualmente ascolto io poi, figuriamoci se importa la pulizia del suono.
Detto questo sono convinto che, come spesso accade quando gente come noi parla di musica, il nocciolo non sia tanto il discorrere di una tesi piuttosto che un’altra (quel disco è bello o è brutto? Quel gruppo è migliore di quell’altro? Il cd è superiore al vinile che però a sua volta sovrasta qualitativamente l’mp3?).
Per come la vedo io la questione, in fondo, riguarda ancora una volta l’attitudine con cui si fanno le cose. Anche nell’ascolto di un disco è l’attitudine a fare la differenza. Nessuno sarà mai penalizzato nel mio giudizio qualora preferisca i file audio a un lp, come nel caso faccia il tifo per gli Oasis anziché i Blur o per i Beatles contro gli Stones (anche se su tutti e tre i contenziosi ho opinioni ben precise).
Trovo però che ci sia una sostanziale differenza tra ascoltare musica in modo più o meno compulsivo, più o meno attento, più o meno occasionale (nel mio caso la casualità è direttamente correlata alla novità delle uscite, per cui: disco nuovo = scelta di ascolto privilegiata nell’immediato) e decidere piuttosto di andare in salotto, sfogliare accuratamente le coste cartonate dei dischi allineati in libreria, tirarne fuori uno, sfilarlo dalla busta, metterlo sul piatto, far scendere la puntina e sedersi sul divano ad ascoltarlo.
Questa non è l’unica maniera che ritengo adatta per ascoltare musica e non penso sia oggettivamente la migliore, ma è senza alcun dubbio la prassi che personalmente preferisco. Il modo non necessario ma cercato e voluto: quello che per quanto mi riguarda fa la differenza.
Henry Rollins (eccolo qui il vero motivo per cui ho messo in piedi il pippone: citare per una volta Henry Rollins su questo blog!) in una frase semplice ha espresso esattamente la mia idea su quale sia il modo più soddisfacente per ascoltare un disco. Un’attività che per gente come noi non è, nè mai sarà, un semplice passatempo, bensì un rito capace di generare emozioni e uno stato d’animo ben preciso: Sitting in a room, alone, listening to a cd is to be lonely. Sitting in a room alone with an lp crackling away, or sitting next to the turntable listening to a song at a time via 7 inch single, is enjoying the sublime state of solitude.

Bleached “For the Feel”

Da giovane non sono mai stato un grande fan dei Ramones. L’unico loro disco che comperai in tempo reale fu The End of the Century e lo acquistai perché nella sua produzione era coinvolto Phil Spector. Mi parevano troppo semplici e ripetitivi. Solo più tardi ho imparato che rimanere sempre uguali non è per forza sinonimo di mancanza di idee ma può anche voler dire restare fedeli a se stessi e che essere semplici non è per niente una cosa facile. Controprova di questa ultima affermazione il fatto che tra i tantissimi gruppi che in un modo o nell’altro hanno preso ispirazione dai finti fratelli del Queens solo in pochi sono arrivati ad infilare la giusta combinazione di velocità, ritmo e melodia. Le Bleached ci riescono nella canzone che spacchetta il loro nuovo singolo: una iniezione di adrenalina su un motivetto appiccicoso in puro stile Go Go’s: irresistibili.

The Juan Maclean “Love Stops Here”

Se fossi vissuto a New York negli anni ’70 non avrei mai frequentato posti come lo Studio 54. Ancora ricordo il disgusto che mi serrava lo stomaco alla visione de La Febbre del Sabato Sera: io non ero uno di loro. In ogni caso semmai avessi provato ad entrare allo Studio 54 quelli ovviamente non mi avrebbero fatto varcare la soglia d’ingresso. Poi, in netto anticipo su Simon Reynolds e la retromania tutta, un botto di anni fa ci pensò Boogie Nights a farmi finire dentro la nostalgia di un luogo mai vissuto, laddove una canzone come questa poteva costruire un mondo intero attorno a un sogno che non era il mio. Il rimpianto per aver perso (artisticamente) uno come James Murphy invece è caldo e del tutto attuale. Come sempre, come tutto quello che amo sul serio nella musica, in quel che faceva Murphy non importavano solo le canzoni – perfette in ogni caso – ma tutto l’universo che andava loro dietro.
Quella di Juan MacLean (ricordiamolo dai, un tempo chitarrista dei Six Fingers Satellite) è un’altra storia, ma poi non così tanto. Con Murphy si spartisce sin dal principio oneri e onori dell’idea DFA, e condivide col socio l’utilizzo in formazione della voce di Nancy Whang. Ora che il suo amico si è messo (momentaneamente?) da parte resta lui il nome su cui puntare due soldi da quelle parti. Questa Love Stops Here è costruita su un binomio beat metronomico / voce distratta che fa tantissimo LCD Soundsystem, dopo novanta secondi arrivano tastiere così eighties da non crederci, poi attorno al minuto tre e quaranta entra una chitarra che pare quella di Bernard Albrecht altezza secondo disco dei New Order (che assieme al terzo è una mia ossessione di sempre) e il gioco è fatto. E’ solo un attimo ma basta e avanza.

Spider Bags “Back with You Again in the World”

Sono convinto che in giro per l’Italia ci siano tantissimi ragazzi che nella vita sono di professione disoccupati, operai, portalettere, salumieri e nel tempo libero giocano a pallone, per passione e divertimento indossando la maglia di squadre iscritte a campionati più o meno immaginari. A volte qualcuno di questi dimostra doti tecniche pari o addirittura superiori, a quelle di tanti coetanei che hanno però avuto la fortuna di aver visto trasformarsi lo stesso hobby in professione dietro pagamento di stipendi ultramilionari.
La differenza spesso sta solo nella buona sorte: incontrare la persona giusta al momento giusto, ottenere la raccomandazione decisiva o pescare il jolly da 40 metri all’incrocio dei pali proprio il pomeriggio in cui quel tale procuratore ha deciso di passare al campetto a dare un occhiata. Così capita nella musica.
Gli Spider Bags hanno le canzoni, hanno i dischi, hanno il fisico che il loro ruolo impone, eppure ci sono voluti una decina di anni di attività e tre album prima che potessero avere un minimo di visibilità approdando in casa Merge. Questo pezzo che apre il loro nuovo album Frozen Letter – parti uguali di Strokes e Black Lips – ha un tiro micidiale, chissà se basterà a far girare il loro nome.

New Swears “Midnight Lovers”

Copio e incollo idealmente quello che ho appena scritto sopra per gli Spider Bags. Dei New Swears c’è però da dire che sono arrivati solo al secondo album e vengono dal Canada, peraltro da una città (Ottawa) non esattamente al centro delle cronache musicali. Un paio di settimane fa dovrebbero (uso il condizionale perché non ho avuto riscontri sull’evento) aver tenuto un concerto in un bar di Ravenna: non mi viene in mente un posto migliore dove poterli vedere suonare, tra sedie rovesciate e tavoli ingombri di bottiglie di birra mezze vuote. Ultras della cazzoneria al pari degli Orwells ma con un tasso alcolico senz’altro superiore, sono oggi quello che i Fidlar sono stati ieri e che qualcun altro sarà domani. Siccome del passato non ci interessa e del domani non v’è certezza prendiamoli oggi: va bene così e ne rimane anche d’avanzo.

Trust Fund “Reading the Wrappers”

Questi mi sono finiti tra i piedi improvvisamente una mattina all’alba, mentre facevo pulizia nel computer prima di andare a lavoro. Ho fatto partire lo split con i già cari Joanna Gruesome e la prima canzone che ho incontrato è stata questa. Appena è partito il giro di chitarra ho capito immediatamente che quella mattina avrei fatto tardi a lavoro perché avrei dovuto ascoltarla e ascoltarla di nuovo e ancora ascoltarla quella canzone. Boom. Mentre ascoltavo e riascoltavo quella canzone ho accumulato al volo le poche informazioni disponibili. Sono di Bristol, scrivo subito a uno che conosco e che vive là. Mi dice che anche dal vivo sono bravi. Cerco ancora. Oltre a queste tre canzoni ne hanno messe altre sette in un ep uscito giusto un anno fa. A sera le ascolto. Belle anche quelle. Il giorno dopo Fabio posta qualcosa su di loro in rete. Non ne avevamo parlato E’ un caso. Sono stati all’Indietracks 2014 penso subito. Si, sono proprio stati lì. Trovo i video su Youtube. So che non dureranno. I gruppi inglesi usciti negli ultimi 20 anni che piacciono a me non arrivano quasi mai a fare uscire un album. E’ un peccato perché i gruppi inglesi che piacciono a me mi piacciono davvero molto. Vorrei così tanto innamorarmi di nuovo di un gruppo inglese. Come succedeva tanto tempo fa. Ora.

ARTURO COMPAGNONI