Remember Bannockburn (Fiver # 31.2015)

The Pastels

The Pastels

Qualche settimana fa sono andato a veder suonare i Pastels. E’ stata la prima volta nella mia città e nel “mio club” (in versione estiva ma pur sempre il “mio club”), la seconda in assoluto. L’occasione precedente capitò nel ’93, l’estate in cui decisi di salire per il mio terzo e ultimo giro al festival di Reading. La presenza dei Pastels nel tardo pomeriggio, sotto la tenda che ospitava il secondo palco della rassegna, fu in pratica l’unico vero motivo che mi spinse a volare verso l’Inghilterra. Non ricordo molto di quel concerto, ma la sensazione che ancora oggi mi rimane a distanza di 22 anni non è quella che potrei associare ad un evento particolarmente memorabile. Tra anni più tardi, con la mia seconda vita arenata nella bassa marea di un preoccupante stand by passionale, in attesa di un disincaglio che di lì a poco avrebbe portato a un naufragio senza superstiti, organizzai un viaggio di una settimana in Scozia, una sorta di back to roots alla ricerca di radici che in realtà non avevo mai avuto. In quell’epoca la Scozia più che una passione era per me una vera e propria ossessione. Un’ossessione che, guarda caso, trovava nella musica la sua ragion d’essere. In particolare l’epicentro era localizzato nella mitologia indie della mia tarda adolescenza: la Postcard e la Creation, i Jesus and Mary Chain, gli Orange Juice, i Fire Engines, le Shop Assistants, i Vaselines, i Josef K e, naturalmente, i Pastels. Mitologia poi nutrita dal proseguo della storia: la Chemikal Underground, i Delgados, i Mogwai, gli Arab Strap, i Teenage Fanclub, fino a quel concerto dei Primal Scream a Benicassim ‘98 quando Gillespie e la sua band montarono sul palco all’ombra di un grande stendardo con ritratto un leone rosso in campo giallo sovrastato dalla scritta remember Bannockburn*.
Da quel giorno per diverso tempo accarezzai l’idea di stamparmi sul braccio un bel tatuaggio col disegno del cardo simbolo di Scozia o in nobile alternativa, un leone sormontato da quella stessa scritta: ricordatevi di Bannockburn. Ho sempre amato la retorica, lo ammetto.
Quel viaggio che poneva ovviamente Glasgow – città turisticamente non proprio appetibile – come meta ultima, aveva tra i suoi nemmeno tanto velati scopi il pellegrinaggio al negozio di dischi e libri gestito da Stephen McRobbie (alias Stephen Pastel, cantante, chitarrista e anima dei Pastels).
Questo per dire quanto questo gruppo possa aver significato per me.

Prima del concerto di qualche settimana fa, quello nella mia città, mi sono ripassato la loro intera discografia rendendomi conto che, in tutta sincerità, a me dei Pastels piacciono veramente ed incondizionatamente solamente due dischi tra i cinque pubblicati in oltre 30 anni di attività. Sono i primi due, roba di 25 e passa anni fa, che fanno poker con le raccolte di singoli Suck On e la successiva Truckload of Trouble, doppio vinile con dentro una delle mie canzoni preferite di sempre (Truck Train Tractor) e la formidabile coppia di ep del ‘91: Thru’ Your Heart e Speeding Motorcycle, con l’omonima cover strappa lacrime della canzone di Daniel Johnston.
Chiaro che il giudizio su un gruppo come i Pastels non può essere limitato alla musica. Stephen McRobbie ha – in maniera forse involontaria – codificato uno stile di vita più ancora che un genere musicale. Ma non è mia intenzione analizzare questa faccenda, né investigare la biografia del gruppo e neppure analizzarne la discografia. Ciò che pensavo quella sera, mentre assistevo al concerto, riguardava più che altro me stesso, mettendo in moto il più classico dei miei personali meccanismi di transfer: quello che utilizza la musica come chiave di lettura della vita o anche solo come traduttore istantaneo di singole situazioni quotidiane. Ragionavo sul fatto che al principio, negli anni di Up for a Bit (1987) e Sittin’ Pretty (1989) e di tutti i singoli di allora, i Pastels non solo mi piacevano ma di più, possedendo le due caratteristiche distintive del me stesso di allora, erano letteralmente lo specchio dentro cui mi riflettevo. Erano difatti dotati di una timidezza ai limiti del patologico associata all’allegra velocità con cui affrontavano le canzoni e attraverso la quale – probabilmente – schermavano anche una parte del loro impaccio relazionale (ora, non che le loro canzoni fossero particolarmente veloci, in ogni caso avevano però ritmo) . Pensavo questo proprio in chiusura di concerto sulla doppietta Baby Honey/Nothing to Be Done, indubbiamente un momento che ha ribaltato emotivamente l’intera serata, rilevando i differenti effetti che l’invecchiare ha prodotto su di loro e su di me.
Pensavo che loro negli anni hanno mantenuto inalterata la timidezza senza scalfirla con la tempra della maturità, mentre la saggezza degli anni trascorsi ne ha frenato la velocità. Da parte mia ho invece invertito il dosaggio degli elementi base. Lo scorrere del tempo ha in parte levigato la mia naturale introversione mentre la velocità, per non dire la fretta, è ancora l’unico ritmo che conosco per fare le cose a modo mio. Come se domani fosse sempre troppo tardi. Il che naturalmente non riveste un particolare significato. Però mi ha fornito lo spunto per parlare un po’ di uno di quei gruppi che in qualche modo hanno cambiato la mia vita. E tanto basta.

*La battaglia di Bannockburn (23/24 giugno 1314) fu una grande vittoria scozzese durante la prima guerra di indipendenza dall’Inghilterra. Lo scontro fu decisivo per le sorti della guerra e produsse come conseguenza di fatto la restaurazione dell’autonomia da parte della Scozia.

The Pastels “Truck Train Tractor

Una volta, tantissimi anni fa, il mio amico Alberto mi raccontò di un suo viaggio in Inghilterra. Una sera era stato in un club e il dj aveva suonato questa canzone. Pensai che un posto dove suonavano quella canzone doveva essere per forza il posto migliore del mondo, e per tanti anni ho sperato di trovare un locale del genere anche dalle mie parti. Ovviamente non l’ho mai trovato un posto così. Nemmeno quando ho cominciato a passare io i dischi ho mai messo questa canzone. Toccherà rimediare prima o poi.

Shop Assistants “I don’t Wanna Be Friends with You

Sono sempre rimasto in buoni rapporti con le mie ex. Ma guardandomi indietro e con il senno di poi credo che in almeno un paio di occasioni avrei dovuto metter su questa canzone a tutto volume, poi avrei dovuto girare le spalle e andarmene canticchiando astiosamente: You loved me and now you wanna leave me/think too much of me to deceive me/Say you wanna go while were still friends/ but I believe in the bitter end/If you don’t love me anymore/just tell me you don’t want to know/But I don’t wanna be civilized/You leave me and I’ll scratch your eyes out/I dont wanna be friends with you/I will never be friends with you/Honey, I will not lie to you/Honey, I would have died for you/But I could never be friends with you/I will never be friends with you.

Josef K “Sorry for Laughing

Praticamente i Franz Ferdinand con 30 anni di anticipo (loro, i Franz Ferdinand intendo, del resto non ne hanno mai fatto mistero). Solo con più spigoli e nervi scoperti. Del resto partivano da un nome scippato a Kafka (Josef K per quei 2 o 3 che non lo sapessero era il protagonista de Il Processo) e non avevano alcuna intenzione di semplificarsi la vita. Enormi.

Teenage Fanclub “Live at Reading Festival 1992

Questo concerto lo vidi assieme a Cesare se non sbaglio, a fianco di Bobby Gillespie. Naturalmente non eravamo in mezzo al fango. L’accoppiata The Concept/Everything Flow la suonarono nel finale e tra le 9 canzoni di quel set (la lista l’ho ritrovata in rete, mica me la ricordavo) piazzarono una cover di Dylan e una loro versione di Take the Skinheads Bowling dei Camper Van Beethoven. Come direbbero i miei amici giovani: ma di cosa stiamo parlando?

Primal Scream “Velocity Girl

Una volta qualcuno, molto più autorevole di me, scrisse che questa è la canzone pop perfetta. Non so, troppo difficile dirlo, ma se non lo è ci va molto molto vicino. Di sicuro rimane uno dei modi migliori per impiegare 85 secondi della propria vita.

Arturo Compagnoni

Californication (Fiver #30.2015)

Joanna Newsom

Joanna Newsom

A vedere la seconda serie di True Detective mi sono tornate in mente alcune cose della mia adolescenza. Merito del padre “santone” di Rachel McAdams, la detective Bezzerides e della sorella di lei, per intendersi. Classico nucleo familiare deflagrato nel post-hippysmo, con percorsi anche tragici. Per farla breve, tra le mie amicizie della mia giovinezza avevo anche tre sorelle, di qualche anno più anziane. Due di queste ad un certo punto sparirono e si trasferirono in California. Tornavano una volta all’anno, vestite d’arancione. Seguaci di non so più quale guru. Avevano deciso di vivere in una di quelle comunità che proliferavano ancora nei primi anni ottanta, nonostante la vicenda Manson avesse già da tempo fatto comprendere che il sogno hippy era defunto da un pezzo. Peccato che all’epoca di Manson non avevo mai sentito parlare e probabilmente neppure loro.ani-black-jacket-true-detective
Quando tornavano, solitamente in piena estate, ci piaceva trascorrere lunghi pomeriggi insieme, nonostante le dosi di Cat Stevens e Neil Young che mi toccavano in sorte sono giornate ancora oggi vividissime nella mia memoria. Inutile dire che mi affascinava l’approccio totalmente differente che avevano nei confronti della vita in genere. Capitava che si uscisse di casa per ritornare dopo 2 giorni passati nei boschi, dormendo dove capitava e nutrendoci di quello che si trovava per strada, per la gioia di mia madre che mi avrebbe strozzato con le sue mani. Una vera estate alternativa. Io puntavo all’amore libero, in particolare. Peccato che loro prestassero maggiore attenzione a quelli con la macchina, il fumo e non sapessero che farsene di un adolescente che del mondo conosceva poco o nulla. Mi trascinarono a Bolzano a vedere il mio primo concerto in assoluto, però: Frank Zappa. Era l’estate del 1982. Non mi segnò l’esistenza. A quello ci pensarono i fratelli Reid, appena qualche estate più tardi.
Ripercorrendo queste vicende ora, a distanza di così tanto tempo e con occhi per forza di cose differenti, mi rendo conto che si trattava in fondo di una vicenda di inadeguatezza genitoriale, nel caso delle mie amiche hippy. Lo stesso argomento che ritorna prepotente nelle ultime puntate della seconda stagione di True Detective e che mi ha provocato qualche brivido pensando alla fine tutt’altro che romantica delle due sorelle Bezzerides e che, allo stesso tempo, delle mie vecchie amiche non ho più notizie da anni.
I richiami di certe esperienze di vita vissuta però, anche non volendo, alla fin fine tornano a galla anche in ambito strettamente musicale e probabilmente spiegano anche certa predilezione che ho da sempre per personaggi a metà strada tra hippysmo e new wave. Mi vengono in mente Kendra Smith, la stessa Hope Sandoval e in tempi più recenti Elisa Ambrogio, Devendra Banhart e Jessica Pratt che pur nelle differenze anche rilevanti di stile e di immaginario possiedono comunque un terreno comune che unisce.
Joanna Newsom in qualche modo potrebbe rientrare nella cerchia. Per lei nutro una vera e propria predilezione, in verità. Personaggio straordinario, di una bellezza accecante, cresciuta suonando l’arpa e figlia di una famiglia che qualcuno potrebbe definire bizzarra. Niente TV, niente internet ma arte, in tutte le sue forme a forgiare una personalità invero speciale. Come se fosse il prodotto dell’onda lunga delle migliori idee degli anni sessanta. Se le sorelle Bezzerides rappresentano la parte oscura, Joanna Newsom è luce, colori e bellezza. Ma in un certo modo è come se si trattasse di due polarità complementari. Quello che è certo, invece è che La Newsom torna con una canzone (e un video) spettacolare. Registrarta da Steve Albini preannuncia un nuovo album autunnale.
Arrangiamento e strumentazione più ricca del normale, solita verbosità irresistibile coniugata ad una leggerezza quasi pop. Ma la musica della Newsom non riesce mai ad essere banale o scontata. Alla base c’è un’ambizione inconsapevole che le conferisce comunque un’aurea e uno spessore che, hai voglia, a trovarne un po’ di più in giro si ascolterebbe musica più volentieri.

JOANNA NEWSOM Sapokanikan

MAJICAL CLOUDZ Silver Car Crash

I never show it, but I am always laughing
I want to kiss you, Inside a car that’s crashing
And we will both die laughing
Cause there is nothing left to do
And we will both die laughing
While I am holding onto you
Impossibile non pensare a quella canzone degli Smiths. Lo hanno già detto in tanti, infatti. Ma oltre a riprendere un’immagine pressochè identica alla There Is A Light That Never Goes Out di Morrisseyana memoria i Majical Cloudz ci servono su un piatto d’argento una versione di realismo/cinismo degna davvero della band di Manchester. Ecco, scrivere una canzone che già faccia solo il verso a Morrissey mi pare una piccola impresa. Farlo con un’intensità che non si trasformi in farsa ci conferma il duo canadese come una delle più interessanti band in circolazione.

YOUTH LAGOON – The Knower

Dopo un secondo album complicato, fuori fase e poco a fuoco ritorna Trevor Powers con una canzone che lascia il segno. Colpisce la consapevolezza con cui si getta in un falsetto senza compromessi, senza filtri e protezioni. E colpiscono anche i nuovi suoni e gli arrangiamenti floridi al limite dell’esagerazione. Merito di Ali Chant già dietro la consolle per l’album di Perfume Genius.
Mi piace la maniera che gli permette di andare in crescendo, in un turbinio di fiati quasi soul e un tappeto di synth che fanno da contraltare all’amara cognizione di un’esistenza comunque complicata.

ANY OTHER – Gladly Farewell

Qualcuno è pronto a scommettere che Any Other ci regaleranno uno dei debutti della stagione. Difficile dargli torto, evidentemente. Gladly Farewell è una canzone irresistibile, vuoi per l’incipit che preannuncia quei cambiamenti che tutti vorremmo in qualche modo affrontare e che invece si procastinano in continuazione, vuoi per una melodia semplice semplice che entra in testa e non se ne va più. Avrei voglia di saperne di più e di ascoltarne ancora, ecco. Invece mi devo accontentare di questi quattro minuti scarsi e segnarmi intanto la data del 18 settembre, quando finalmente sarà disponibile il primo album del gruppo. Non so se possa voler dire qualcosa ma questa canzone mi ha fatto cercare nello scaffale il primo album delle Throwing Muses, una di quelle band che ho letteralmente adorato, un tempo. Un segnale da non sottovalutare, per quanto mi riguarda.

ROYAL HEADACHE – Another World

Al primo ascolto distratto ho pensato ad una nuova canzone dei Parquet Courts. O ad un vecchio brano dei Buzzcocks, che non riuscivo a riconoscere. Si trattava invece degli australianissimi Royal Headache che ritornano dopo una lunga assenza, costellata da casini vari, litigi, scissioni e riappacificazioni. Insomma, disco nuovo su mercato: una roba che tira giù tutto. Uno di quei dischi che intanto mettiamo nella lista dei migliori dell’anno. Tra qualche mese vedremo che fine farà.

Cesare Lorenzi

French Connection

Savages....e poi lei è planata su di noi.......

Savages….e poi lei è planata su di noi…….

VENERDÌ

Ovviamente sono in ritardo. Stefano sta smadonnando mentre s’infila gli stivaloni di gomma sopra i jeans a sigaretta neri. Carlo, la faccia stravolta di chi ha guidato tutta la notte e dormito qualche ora su di un divano, lo guarda in cagnesco. Che non provi a lamentarsi, due ore a cazzeggiare e poi si sveglia che Thurston Moore sta suonando. Cazzo gliene frega poi a lui di Thurston Moore…
Stefano adesso cammina veloce, ha già preso il braccialetto all’ingresso e salutato Carlo: «dai, non t’incazzare, oh, io scappo sotto al palco, ci becchiamo dopo», che vuol dire “Non mi rompere le palle che devo ascoltare ogni nota possibile prima di tornarcene tutta una tirata in quella città del cazzo che te ami tanto”.
Thurston Moore, piaccia o no, ha sempre questo suono qui, quelle note malate che chiunque riconoscerebbe fra centomila chitarre lo-fi, riverberate, distorte. Stefano prende appunti mentali per le recensione che deve fare per la sua fanzine.
Stefano è alto e magro come un chiodo, lo sguardo sempre un po’ perso sotto i ricci neri che vanno dove pare a loro. Aspetta che Ty Segall salga coi Fuzz sul palco per far finalmente scoppiare il Forte.

Greta è arrivata nel primo pomeriggio: annullato per pioggia il concerto in spiaggia, si è chiusa in una brasserie con Angela e hanno bevuto sidro e fumato sigarette. Poi, appena ha smesso, navetta dal centro e Festival. Se ne sta seduta un po’ a lato del palco grande mentre i Fuzz fanno saltare tutto il pubblico e la terra diventa fango sotto migliaia di stivali di gomma e anfibi e piedi nudi per i più freaks. Lei oggi aspetta solo un gruppo: Timber Timbre che già sa spaccheranno come sempre. Li avrà visti già almeno cinque volte. Di una non è sicura perchè era troppo ubriaca e non si ricorda se dormiva o no mentre loro suonavano.
Greta ha lineamenti decisi, quasi tagliati col coltello, sensuali nella loro forza mitigata da una pelle liscia come se avesse due mesi e non quasi trent’anni. L’insieme le da un’aria dolce e gli occhi che si trasformano dal marrone al verde acceso illuminano un viso che ti colpisce come uno schiaffo.
Non è mai stata a La Route Du Rock e fondamentalmente non ci sarebbe venuta se Angela, che è fissata con ‘sto festival, non l’avesse convinta infilano i tre giorni a Saint-Malo in una vacanza a due tra Bretagna e Normandia. Sono anni che Greta ed Angela si promettono una vacanza assieme senza ragazzi, comitive, party. Solo loro due come quando erano in simbiosi nello stesso banco alle superiori.

La batteria di Ty Segall fa esplodere il Forte e Stefano è già coperto di fango quando Carlo lo trova al banco di uno dei bar: «Carico?»
«Sentito che bomba? Quello lì, qualunque cosa fa è una bomba!».

Angela è in fila dietro a Carlo, con la mano chiama Greta che si alza lenta, l’aria di chi non voleva essere disturbata. Raggiunge l’amica. Davanti a loro questi due ragazzi italiani: uno rosso e ciccio con la faccia simpatica, l’altro allampananto e con gli occhi grandi, un sorriso stampato mentre parla gesticolando. Farà cinquanta chili coi vestiti ma ha qualcosa che la colpisce.
I Timber Timbre salgono sul palco e l’atmosfera si fa magica. Greta corre davanti alle transenne. Angela rimane in fila. Carlo e Stefano parlano avvicinandosi con calma alla folla.
Sulla navetta che riporta in centro Angela dormicchia, mentre Greta ripassa mentalmente la giornata. Timber Timbre. Solo loro. Prima gli esagitati di Ty Segall, i noiosi Algiers né carne né pesce e dopo quella shekerata di Nirvana e post punk, post hardcore post qualunque cosa che sono Girl Band. Quando poi il biondo è salito sul palco jeans azzurri e maglia a righe lei gli avrebbe voluto gridare: «Guarda che non è il ’91 e non ti chiami Kurt», ma è troppo timida per farlo. Poi la semi elettronica: i Ratatat amatissimi dai francesi. Due chitarre inutili su basi alla Moroder. E infine un djset da club qualunque di Rone. Line-up un po’ da riscaldamento.
Ma Timber Timbre valgono la giornata. Suoni da brivido, luci da brivido, atmosfera da brivido. Sempre i migliori.

Carlo cerca di far partire la macchina mentre Stefano sembra morto sul sedile dietro. Ha sbroccato solo alla fine, dopo aver ballato per tutto lo show di Ratatat e ovviamente dopo il pogo impazzito con Girl Band. Solo l’ultimo dj set non gli è piaciuto, o almeno a Carlo pare di aver capito questo dal farfugliamento davanti all’ultima pinta prima del crollo.

SABATO

Sabato il tempo concede una tregua, anzi, le nuvole lasciano posto ad un sole tiepido ed un cielo da cartolina. Greta è in spiaggia quando vede passare Stefano, gli stessi jeans ricoperti di fango, lo stesso giubbino strappato. Non sa chi è, né come si chiama, né perchè ha voglia di fermarlo e chiederli il nome, da dove viene, dove va.
Angela rompe perchè bisogna andare per le otto, che le Hinds non si possono perdere. Come se fossero una band figa davvero. Quattro sbarbe con due accordi. Per fortuna poi The Soft Moon, Spectres, Foals e poi si balla con Avery e Lindstrom. Giornata lunga, Only Real e Kiasmos in apertura, un’altra volta.
In spiaggia suona Flavien Berger e sotto nuvole bianche e leggere tatuaggi, short chiari sopra anfibi, jeans neri e stretti, barbe e Ray-Ban Clubmaster. Il vento spazza via i brutti pensieri e anche Angela sorride: «appena finito questo qui, saltiamo sulla navetta, ok?».
Greta annuisce. Con calma, saltiamo sulla navetta. Dopo un altro po’ di sole. Il ragazzo alto col giubbino scucito sopra la camicia gialla è scomparso tra la gente.

«Dai Carlo, aiutami a travasare il gin!»
«Dove lo mettiamo?»
«Come sempre, bottigliette d’acqua: qui le fanno entrare.»
Stefano ha già fatto diversi anni di La Route Du Rock malgrado di anni ne abbia pochi. A sedici già si era infilato nella macchina di amici per arrivare a Saint-Malo e da allora ogni anno è una tappa fissa: troppo bello quassù, bella dimensione, bella atmosfera, sempre bella line-up. Perfetto per le recensioni sulla fanzine.
«Ma non volevi vedere le Hinds?»
«Già viste, niente di che…»

Angela è in prima fila mentre Carlotta dal palco delle Hinds fa le sue facce smorfiose e non riesce a mettere in fila due parole di francese. Ma poi sorride con gli occhioni blu e tutti i maschietti si sciolgono. E alla fine queste canzoncine da sorriso sulla faccia non sono male.
Ma Greta aspetta tutti i gruppi da lì in poi: post punk, noise, mood dark. Tutto il mondo che ama da sempre, da quando ha scoperto i Joy Division e si è tatuata le linee della copertina di Unknown Pleasures dietro la spalla.

“The Soft Moon e il pubblico è un dancefloor cubo e pesante. Solo da metà concerto parte un pogo selvaggio, ma l’atmosfera è bollente ed esplode sotto l’altro palco con gli Spectres”. Stefano prende appunti seduto sulla paglia che di notte hanno buttato in tutto il Forte per coprire il fango e rendere di nuovo calpestabile il terreno. “Spectres fanno il live dell’anno: energia che colpisce come uno schiaffo in faccia e le prime file sbattono una contro l’altra dal primo all’ultimo accordo”.

Bene così, pensa Stefano. Gran concerti, gran recensione. Spacchiamo. E si fa una bella sorsata di gin. Carlo sarà come sempre a zonzo a cercare inutilmente di rimorchiare. Stefano sta per rialzarsi quando Greta ed Angela passano davanti a lui. La ragazza mora con un tatuaggio sulla schiena si volta e per un attimo i loro sguardi s’incontrano. Lei ha gli occhi di un marrone così intenso che lui non riesce ad alzarsi. Le fa un cenno impercettibile di saluto. Ma lei l’ha visto, lo sa. Lei è bellissima. Stefano prova ad alzarsi per seguirla, il coraggio dettato dal gin già quasi finito, ma lei ha voltato a destra ed è scomparsa tra la folla. Non ricorda il colore della maglia, troppo preso da quello dei suoi occhi.

Greta è ancora stravolta dal pogo e il crowd surfing con The Soft Moon e Spectres quando i Foals attaccano e una marea si lancia verso il palco. Sta andando anche lei da quella parte e per terra, vicino alle transenne coperte di tnt, vede di nuovo quel ragazzo pallido dal sorriso sbeccato. Deve essere bello cotto, visto che non riesce nemmeno ad alzarsi dopo che lei, passando, gli ha lanciato un’occhiata che avrebbe svegliato un morto. Ma non sarà certo lei a rallentare il passo e fermarsi per chiedergli chi è: si svegli il ragazzo. Lei va a ballare e saltare e non smetterà fino all’ultima nota di Lindstrom, un po’ sotto tono come Avery, ma una spanna sopra all’elettronica noia di ieri.
Prende una delle ultime navette. E’ quasi mattina quando lei ed Angela riescono a fatica ad aprire la porta dello studiò trovato su Airbnb. Chiuse le tende e a letto così come sono, che dopo tutto quel ballare, tutte quelle birre e quelle canne offerte dai ragazzi olandesi non ce n’è neanche per togliersi le calze. Si sente una ragazzina. Si sente che chissenefrega. Si addormenta abbracciata alla sua migliore amica, l’unica persona che vorrebbe vicino in questo momento.

“E’ notte al forte e si balla con lo stesso mood con Avery e Lindstrom. La gente resta fino all’ultima nota”. Adesso basta appunti che Carlo non si trova, la recensione del sabato è già tutta in testa dove adesso picchia il Gordon’s. Stefano barcolla verso l’uscita. Telefono scarico. Meeteng point in caso di smarrimenti vari: la macchina. Chissà chi è quella ragazza. Quasi quasi fanculo e salta sulla navetta che sta chiudendo le porte. Magari su c’è quella mora con la copertina dei Joy Division tatuata sulla schiena. Cazzo, Carlo ha le chiavi di casa. La porta della navetta si chiude, un tizio con la pettorina gli dice qualcosa in francese e Stefano barcolla verso il parcheggio.

DOMENICA

Domenica il sole sembra quello vero della riviera e tutti sono di nuovo in spiaggia quando suona Jimmy Whispers. Birrette e chiacchiere e coccole al sole sembrano le uniche cose sensate da fare in un pomeriggio così e Angela è d’accordo con Greta: si va con calma. E’ domenica, sono due giorni che bevono e non dormono un cavolo. Pazienza per The Districts e Father John Misty.
Bisogna essere lì per i Viet Cong di sicuro ma loro non cominciano che alle nove, c’è tutto il tempo per rilassarsi ancora un po’.

Stefano all’ultima nota di Jimmy Whispers sulla spiaggia sta già trascinando Carlo verso la macchina: «dai che oggi non mi voglio perdere nessuno!»
«macchepppalleeeee, ma non hai visto che marea di figa c’è in spiaggia? Ma stiamo qui, magari trovi la tua bella col tatuaggio sotto al collo…»
«Sulla scapola…», poi si ferma: «e tu, che cazzo ne sai dei tatuaggi, di quale mia bella, poi?»
Carlo adesso ha un braccio attorno alle spalle di Stefano e i due hanno ripreso a camminare: «vedi, Ste, tu di notte parli. Da sbronzo, poi, fai proprio i resoconti della giornata. E questa tipa dagli occhi marrone salta fuori ogni cinque minuti, come il suo tatuaggio. Originalissimo, poi…» Stefano fa un lungo sorso dalla bottiglia di plastica riempita col gin: «sei peggio di mia madre…» alza la bottiglia al cielo e sorride: «dai che non ci fermano neanche oggi. Oggi è l’ultima sera. Oggi devasto!».

Greta si trucca gli occhi mentre la navetta fila veloce sulla route nationale. Metà del traffico di ieri: si vede che è domenica.
Eppure al festival il Forte è già murato prima che le bellissime Savages mettano piede sul palco. Potere di quel sound, quella voce e quella carica. E dell’esser così sexy.
Le luci vanno giù. Camille/Jenny Beth lascia intravedere un reggiseno nero sotto il bomber. Fa sesso quasi quanto è bava a cantare.
L’atmosfera è di fuoco, pochi pezzi e lei si lancia dalle transenne e vola sulle mani della gente. Che gioia abbandonarsi al volo sulle teste di sconosciuti. Lasciarsi andare così da fidarsi che ti terranno su. Che ti faranno atterrare senza che tu ti faccia male.
Se anche lei fosse riuscita a farlo prima. Anni prima…
Arriva Angela con due birre. Fuori le fiaschette di vodka nascoste negli stivali: bacio, cin, cicchetto e giù mezza pinta.

“The Districts, niente di nuovo. Father John Misty fascinoso come sempre, ma si perde un po’ su un palco così grande e davanti ad un parterre tutt’altro che pieno da domenica pomeriggio col sole e la spiaggia di Saint-Malo che per una volta che ci puoi stare in costume, chi te lo fa fare di andartene.
Poi Viet Cong, convincenti come ormai consuetudine, scaldano per bene il pubblico che si lancia in massa davanti al palco delle Savages. Jehnny Beth, splendida in jeans e bomber neri e capello lungo fino al mento ingellato indietro, sbraita con un magnetismo mai così potente fino a lanciarsi sul pubblico che, in adorazione, la porta a spasso in un crowd surfing che ormai pare marchio di fabbrica de La Route Du Rock”
Forse l’ultima riga è una stronzata. Però suona bene. Ci si penserà fra un paio di giorni a Milano. Carlo, come sempre, insegue due ragazzine francesi, short a vita alta e linea della chiappa in vista, anfibi e maglia larga e corta.
Stefano lo guarda concentrato sulla recensione che sta abbozzando mentre sul main stage i Ride mostrano i muscoli e mixano vent’anni di rock e shoegaze tenendo testa al live incendiario delle Savages. Stefano è già sbronzo e pensa che non vuol tornare a casa, che deve finire il pezzo per il numero di settembre e ci sono pochi giorni. Pensa alla ragazza dagli occhi d’onice.

I Ride sono un lampo nella vodka. Angela limona da un po’ con un biondo di due metri. Greta è presa bene ma vuole starsene per conto suo. passeggia ubriaca fra gli stand delle case discografiche indie, con le loro stampe numerate, le shopper à la page.Dan Deacon lancia bombe dal palco sul parterre ubriaco. Spunta un materasso che vola sulle teste. Poi sarà solo girotondo tra due palchi per gli show di The Juan Maclean e Jungle. Poi sarà buio. Forse la navetta, come sarà entrata in casa? Angela?

LUNEDI’

Lunedì il cielo è velato ma ancora senza pioggia. Il sole scalda meno di ieri ma l’ultima colazione in spiaggia è d’obbligo: pain au chocolat, flan alla boulangerie all’angolo e un café grand al bar e giù a guardare la marea che finisce di calare per tornare a salire finchè nasconderà la piscina e i trampolini a tre metri.
Greta è seduta sul chiodo coi suoi panta neri sotto una maglia oversize dei New Order che ha tagliato perchè cada asimmetrica e le lasci sempre scoperta la spalla sinistra. Quella tatuata. Si è tolta gli anfibi e sprofonda i piedi nella sabbia grossa e umida di Saint-Malo. I Wayfarer neri ben schiacciati sulle occhiaie che oggi proprio non perdonano.
Angela ride sulla tshirt “stop joking about britney spears” presa qualche anno fa quando gli Heike Has The Giggles aprivano i Gossip all’Estragon. Ultimo bikini, raccontando all’amica il ritorno a quattro zampe sui sampietrini e i tentativi di aprire la porta finchè il vicino, sei del mattino, è uscito sbraitando di piantarla di fare casino e la serratura ha finalmente ceduto facendole volare per terra in casa. Dove hanno dormito.
Greta si guarda intorno. Poca gente. Qualche zaino. Qualche bracciale blu del Festival e abbracci che sanno già di fine estate. Abbassa gli occhiali e guarda il mare. Ed è felice. E’ con la sua migliore amica. Ancora dieci giorni via da Bologna, a spasso per la Bretagna. Disintossicazione da alcol e ressa. Poi si vedrà. Poi ci si penserà.
D’improvviso, davanti a lei appare il ragazzo alto dal sorriso sbeccato. Oggi è più pallido del solito. Arranca con le Dr. Martens basse sulla sabbia. Si volta e per un attimo si guardano negli occhi.

Domenica notte è un mix di luci e suoni nella memoria. Stefano e Carlo rotolano al buio sulla sabbia: hanno fatto mattina con due belghe per guardare l’alba. Peccato che si siano addormentati come sassi all’ennesima canna e li abbia svegliati il vento gelido del mare. Quasi giorno quando s’infilano in casa e dormono qualche ora.
«Cazzo, Carlo! Ho lasciato il giubbino in spiaggia!»
«No dai…Non dirmelo. Non ce la faccio a scendere di nuovo. Fra qualche ora partiamo, devo dormire un po’…»
«Cazzo, che coglione, l’avevo dato alla tipa che poi l’ha mollato lì e io l’ho usato come cuscino…Devo andare a recuperalo! Tu dormitela che poi guidi.»
Stefano è in spiaggia e la giacca di jeans sdrucita è lì appallottolata dove l’aveva lasciata. Stefano pensa che solo lì poteva ritrovarla. Dove in autostrada stanno a destra e se sorpassano mettono la freccia, dove non hanno il bidet ma un festival come quello ha i bagni puliti e con la carta igienica, la paglia per terra se piove e una pinta di birra discreta costa poco più di cinque euro e c’è una navetta gratuita e il campeggio gratuito e puoi portarti l’acqua eccetera eccetera eccetera. Che se lo lasciava al Magnolia cinque minuti ne trovava due. Come no…

Stefano cammina per arrivare al bar e farsi un caffè quando si volta per un istante e incontra gli occhi della ragazza dal collo sottile e la bocca sexy ma dolce. La ragazza con quel tattoo stravisto ma che non gli va via dalla testa. Ha gli occhiali da sole abbassati e, sopra a profonde occhiaie nere, due dischi verdi le illuminano il viso. Cazzo, la ragazza dagli occhi marroni li cambia in verdi. Lei distoglie lo sguardo. Lui rallenta, forse vuole fermarsi: ultima occasione. Poi non la rivedrà mai più. Ma riprende il ritmo del passo e arriva al bar.
Troppo belli quegli occhi, troppo pericolosi occhi che da marrone diventano verdi quando guardi il mare. Quelli sì che possono fare male, altro che il crowd surfing impazzito sulla cassa in quattro di Dan Deacon.
E poi c’è da preparare la recensione anche per Sun Kil Moon, che anche se era giovedì alla Nouvelle Vague era sempre festival e poi c’è da tornare a Milano e quegli occhi sono un guaio. Chissà quali orizzonti hanno visto, vogliono guardare, due occhi così. Un sacco di guai. Un sacco. Fa un sorso di caffè. Si volta verso la ragazza perchè guaio o no, due occhi così non si può perderli per sempre. E poi come fai a dormire la notte se a quegli occhi non hai dato un nome e una storia?
Lei non c’è più.
Lui guarda tutto intorno. Non ricorda com’è vestita. Si è di nuovo fissato sui suoi occhi. Lei non ci sarà mai più. Per un attimo una fitta gli attraversa lo stomaco. Ma poi c’è da svegliare Carlo, tornare a Milano, la fanzine, il ristorante la sera, i party, la vita insomma. La vita senza la ragazza dagli occhi che cambiano.
Un colpo di vento. Stefano sente freddo. Ma gli sembra che venga da dentro.
Un gabbiano becca feroce sulla sabbia ciò che resta di un pain au chocolat.

FABIO RODDA

Of British music and cinema…(Fiver #29.2015)

The Smiths

The Smiths

Uno dei miei primi ricordi di ascoltatrice musicale consapevole risale alla fine degli anni ’80. Nell’autunno del 1987 The Smiths stavano per arrivare in Italia per il loro primo vero tour dopo una deludente apparizione sanremese (il gruppo si esibì in playback) e la prima ed unica data romana di maggio 1985. Avevo acquistato il libro delle edizioni Arcana con tutti i testi, li avevo imparati a memoria (li so tuttora; ho imparato l’inglese in gran parte così) e non vedevo l’ora di saggiare la loro abilità dal vivo. Era prevista infatti un’esibizione al palasport di Padova; abitavo da quelle parti all’epoca, ma avrei trovato il modo –con mio fratello o qualche amica- di raggiungere la venue. Quel concerto, con mio enorme disappunto, non avrà mai luogo: il gruppo si scioglie ad un paio di mesi dall’evento.
Questo preambolo per raccontare di un film che ha a che fare con la band e che sono riuscita finalmente a recuperare dopo numerose ricerche: A taste of honey di Tony Richardson, del 1961, tratto dall’omonima opera teatrale di Shelagh Delaney. Qui l’intero film in lingua originale:

SPOILER: In breve, è la storia della diciassettenne Jo e di sua madre Helen, tra una casa in affitto decrepita e l’altra e tra un espediente e l’altro per sbarcare il lunario. Jo conosce un marinaio di colore e ne resta incinta; costui salpa dopo poco. La madre nel frattempo si accasa con un facoltoso amante e la lascia sola. Jo trova un nuovo alloggio che dividerà con un conoscente omosessuale, Geoffrey, che è disposto a fare da padre al nascituro. Helen infine lascia il marito e si trasferisce da Jo, rompendo l’equilibrio che si era venuto a creare tra i 2 giovani.
Ambientazione urbana (Manchester), paesaggi industriali, proletariato. Il film in sé è un capolavoro di “kitchen sink realism” e appartiene di diritto al Free cinema, il genere creato a metà anni ’50 dallo stesso Richardson con Lindsay Anderson, Karel Reisz e Lorenza Mazzetti (toscana trasferita a Londra che realizza là i suoi primi e quasi unici film). Il BFI nel 1999 colloca A taste of honey al 56° posto nella lista dei 100 migliori film britannici di sempre.
Morrissey ha attinto a piene mani –ed è stupefacente quanto- da questo film e in generale da questo immaginario cinematografico. This Night Has Opened My Eyes è la parafrasi di questa storia e contiene la frase di Geoffrey ‘The dream has gone but the baby is real’, nonché ‘I dreamt about you last night. Fell out of bed twice’ e ‘I’m not happy and I’m not sad’, pronunciate invece da Jo.
Altrettanto bello e raccomandato dallo stesso Morrissey, Saturday night and Sunday morning di Karel Reisz di un solo anno antecedente, con protagonisti gli strepitosi Albert Finney e Rachel Roberts. Un breve estratto qui:

Chiudo l’excursus con un altro film, stavolta documentario e contemporaneo, sempre dagli accenti fortemente british. Si tratta di My secret worldthe story of Sarah records, proiettato in una rara occasione al bolognese Zoo.
http://storyofsarahrecords.com/index.html
Set dell’azione stavolta è la Bristol di fine anni ’80-inizio anni ‘90, ma non quella del contemporaneo movimento trip-hop, ma di una delle etichette più misconosciute e disprezzate d’oltremanica: Sarah Records (http://sarahrecords.org.uk/). Twee –trad. sentimentale, affettata, antiquata- l’aggettivo che la stampa specializzata attribuiva alla musica che usciva da quella fucina. Rivoluzionari a capo del progetto la coppia Clare Wadd e Matt Haynes. Animati da istanze femministe -basti pensare al nome stesso dell’etichetta ed al fatto che ci fosse una donna a condividerne le responsabilità- e DIY, in un solo settennio –dal 1987 al 1995- hanno prodotto 100 tra dischi, eventi, fanzine e persino giochi (una versione del Monopoli chiamata Saropoly come 50° uscita). Tra i gruppi del roster: The Field Mice, The Sea Urchins, Blueboy, Secret Shine.

Dream pop fondamentalmente, ma senza preclusioni verso altri tipi di esperienze musicali, che in alcuni casi ha ricevuto l’endorsement persino di John Peel. Nel film, diretto da Lucy Dawkins e costato 4 anni di riprese, si presentano le uscite più significative del catalogo, con interviste alle band e immagini di repertorio. Così fino alla 100° uscita, ovverosia il party che chiuderà con il botto l’epopea Sarah. Ospiti speciali nel film Calvin Johnson della K Records e i giornalisti Everett True e Alexis Petridis. I 2 protagonisti, dopo tentativi autonomi di mettere a frutto l’esperienza dell’etichetta -Clare lavorando per un periodo per l’industria discografica, Matt creando una propria etichetta-, hanno cambiato attività e fanno altro: la contabile lei e non si sa bene cosa lui.
Cercate questa pellicola se avete almeno sentito nominare la Sarah Records!
Un’altra chicca stavolta per i fan: il 5 Novembre 2015 uscirà per Bloomsbury Popkiss: The Life and Afterlife of Sarah Records, scritto da Michael White.

Paola Bianco

I guess I’m still a dreamer

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Avevo un’abitudine quand’ero bambino. Immaginarmi cose irrealizzabili poco prima di addormentarmi. Ovviamente nel corso degli anni la materia di quanto immaginato è cambiata sensibilmente. Da centravanti della nazionale o divo di Hollywood sono passato a immaginarmi di diventare membro dei Ramones o dei Clash. Cose irrealizzabili, insomma, ma che mi facevano sentire meglio.

Credo che un’abitudine del genere appartenga anche agli organizzatori dell’Ypisgrock.
Solo che questi ragazzi il loro sogno irrealizzabile l’hanno realizzato.
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Non si può spiegare diversamente l’idea di inventarsi (letteralmente) un festival di musica alternativa in un piccolo paese sui monti siciliani e farlo diventare in pochi anni un appuntamento irrinunciabile per gli amanti del genere o per chi vuole vivere un’esperienza unica.
Una piazza sormontata da un Castello medioevale diventa un’ovvia area Main Stage, un antico chiostro uno stage alternativo, un ameno boschetto un area camping con tanto di area dj per ballare fino alle prime ore dell’alba (e anche oltre).
Un intero paese che nei suoi vicoli e piazze, bar e botteghe accoglie placidamente e benevolmente (durante tre giorni di incessante movimento faccio veramente fatica a ricordare un viso meno che sorridente) questa comunitá di 3000 persone che, osservata dall’alto, deve dare l’impressione di un corpo unico ed armonico che si stende, si raccoglie, si divide e si ricompone magicamente all’ombra del Castello.
Una stanza ideale di un mondo ideale dalla quale, una volta entrati, non si vuole più uscire. (Nelle parole del mai abbastanza compianto Stefano Cuzzocrea).
E poi c’è la musica. La scelta dei protagonisti che devono essere degni di cotanto scenario, umano e ambientale. Scelta mai banale nonostante, immagino, debba fare i conti con una miriade di problemi tra i quali la logistica e le possibilitá economiche tutt’altro che illimitate. Queste alcune delle immagini e dei pensieri annotati mentalmente in questi giorni.
La batteria dei Battles che con il suo piatto irragionevolmente alto ha dato una spinta propulsiva all’intero festival. Con loro non dimentico che la matematica non è mai stata la mia materia preferita cionondimeno siedo sui bastioni del Castello ammirato.
L’Inghilterra seventies dei Temples, la psichedelia ma anche il glam in attesa di un secondo album che confermi quanto di buono fatto intravedere con il primo.
L’esplosività dei Sonics. Losing my edge che prende vita. L’ora di lezione di storia dalla quale, tra danze e sudore, usciamo tutti più ricchi. E promossi.
I Be Forest, una crescita continua. Una conferma alla quale fa da contraltare l’inconsistenza di Kvb. Per una volta Italia-Inghilterra, musicalmente, finisce 2-0.
Le Hinds, di una simpatia contagiosa ma schiacciate da un hype pesante come un macigno confermano quello che si sospettava. Una potenziale ottima party band, in attesa di grandi canzoni.image1
Il cielo si apre e scarica fulmini e grandine ma ce li scrolliamo indifferenti dalle spalle mentre tutti, con successo, si adoperano per non fermare la festa.
Il genietto East India Youth si dimena e regala qualche bagliore e molta cassa dritta per la gioia dei più inclini al dimenamento.
Metronomy, il set pop perfetto. Tra Jersey boys e il molo di Brighton. I pezzi di The English Riviera regalano brividi. Gli altri a lot of fun.
The Fat White Family. The Fat White Family. The Fat White Family.
Una bomba sganciata sul Castello. Intossicati, intossicanti. Barcollanti e ingestibili scagliano le loro creature di blues apocalittico sul pubblico, novelli epigoni di Birthday Party e Gun Club. Il giorno dopo si parla solo di genitali ma, nel profondo, molti di noi sanno di essere entrati a far parte della loro Family.
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Ho amato molto i Notwist in passato. Grandi musicisti, grandi canzoni, grandi ricordi. Ma qualcosa stasera non funziona. Dal vivo vestono le loro canzoni di troppi fiocchi, fiocchetti, strass e ricami. Mi sembra di passare più di un’ora in una pasticceria dove mi costringono ad assaggiare tutto. Ma il pubblico assiste deliziato ed ha sicuramente ragione.
Concludono i Future Islands ma sono troppo stanco e felice per questionare sul loro pop sintetico al netto delle danze irragionevoli del loro cantante.
L’immaginazione ha vinto.
Stasera mi addormenterò immaginandomi di essere già là l’anno prossimo. Con buoni margini di successo, stavolta.
Massimiliano Bucchieri
 
P.S. Stima e amicizia per Fabio Nirta, anima e corpo Ypsi e perfetto anfitrione.

Due stelle attraverso Cassiopea (Fiver #28.2015)

Cassiopeia con linee ico

Lei disse: « conosci le stelle? »
Lui alzò gli occhi al cielo e « certo che conosco le stelle. »
Lei sorrise con le sue sopracciglia sottili « vedi lassù? Siamo proprio sotto il grande carro. »
«Non sapevo neanche che esistesse il grande carro»
«Ma dai, lo sanno anche i bambini cos’è il grande carro! »
«Che ne dici se andiamo al mare?» accendendo una sigaretta che neanche Steve McQueen « ci sediamo in riva e ascoltiamo un po’ le onde.»
«Va bene.», risposero le sue labbra ridendo della posa da Marlboro rossa morbida: « Andiamo al mare. »

David Bowie “The Stars Are Out Tonight

Lei adesso guardava l’orizzonte, la schiena appoggiata al suo petto. Il respiro, rilassato, all’unisono. La sabbia umida tra le dita: «Guarda, dritto davanti a noi: Cassiopea!»
«Vedi il bello di non conoscere le stelle? Che c’è qualcuno che tieni stretto tra le braccia che te le racconta.»
«Ma mi avevi detto di conoscerle»
«Ti ho mentito. Non conosco le stelle, non conosco i loro nomi.»
«Hai visto la luna sparire, prima? Hai visto che strano? Sembrava appoggiarsi alla collina e poi “puf” e non c’era più.»
«Da me, in montagna, le stelle sembrano caderti in faccia. Le notti di inverno sono una cosa incredibile: alzi gli occhi e le hai lì, le puoi toccare.»
«Che bello, vorrei vederle così bene. Guarda, guarda! Hai visto?»
«Cosa?»
«Una stella cadente! Dentro Cassiopea! L’ha attraversata per il lungo. Una stella cadente!»
«Wow! No, non l’ho vista! Dev’esser proprio la tua serata: la luna che scompare, la stella cadente. Me…»
«Che scemo che sei…»
Lei adesso teneva gli occhi chiusi e si lasciava andare tra due braccia sconosciute che sembravano amiche da sempre. Si lasciava cullare al buio sullo lo stesso ritmo fresco della risacca.

Sonic Youth “Superstar

« Hai mai vissuto un momento senza farti domande? Senza chiederti assolutamente niente: non se ha senso, non se sia giu-sto, non cosa succederà domani, non perchè. Niente… » Lui guardava il mare che bagnava la sabbia e poi scappava via. Guardava quel movimento infinito e sentiva l’odore della sua pelle e pensava che quella notte poteva regalarsi il diritto di la-sciare che le cose accadessero, che il cuore scegliesse il suo ritmo senza domani, solo perché aveva voglia di battere così.
« Non lo so. Non è una domanda facile. »
« Non ti ho detto che ti avrei fatto domande facili. » Guar-dava dritto davanti a sé e carezzava i suoi capelli e stringeva le sue braccia e sentiva quant’era bello averla lì, sulla sabbia umida, in una notte che a pensarci avrebbe fatto troppa paura, ma a viverla veniva da sé, batteva il ritmo giusto dell’inevitabile leggerezza di ciò che non può che accadere.
« Non lo so. Forse adesso. »

Bilal “Star Now *

Lui guardava il buio infinito davanti a sé, toccava i granelli densi con una mano, l’altra appoggiata sulla pelle sconosciuta di lei.
Sospeso. Si sentiva galleggiare nell’assenza di tempo e spa-zio. Un momento lieve e incerto, lontano dalla confusione che era stata fino a poche ore prima e che sarebbe tornata, lo sapeva bene, poche ore dopo. Ma non gli importava: restava lì, in uno spazio sconosciuto, senza dare corpo a quello che, finalmente, fluttuava senza gravità.
« La domanda vera è: c’è qualcosa oltre te? C’è qualcosa che assume senso, valore, oltre la soddisfazione del tuo deside-rare, del tuo volere, del tuo essere? »
« Cosa vuoi dire? », rispose una voce quasi addormentata, sognante.
« Quanta paura hai di dover galleggiare vicino a qualcuno? Non lontano, non sola. Quello, in realtà è facile. Quello è duro solo quando torni a casa da sola all’alba troppo sbronza per dormire bene o troppo poco sbronza per svenire e dimenticare la serata inutile che hai speso. »

Foo Fighters “February Stars

« Perché mi fai queste domande? »
« Perché le posso fare solo stanotte. Solo a te. »
« Perché? »
« Perché devo capire. E posso farlo solo adesso, solo adesso che siamo sospesi dove non c’è peso, non c’è massa. Non senti che stiamo galleggiando sopra ogni cosa? E allora possiamo dire le cose più difficili, fare le domande più pesanti, perché scivole-ranno leggere sopra le onde. Come se stessimo sognando… »
« Cosa vuoi sapere? » sussurrarono due braccia che adesso si stringevano a lui.
« Da sola sei sempre tu. Solo tu. Con tutte le tue maschere, ma tu. Ma ci riesci a pensare a qualcosa che non sei solo tu? Qualcosa che comporta un altro? Un altro desiderio, un altro bi-sogno? Si può cercare la felicità di un’altra persona solo perché la si vuole vedere sorridere? Si può mettere tutto questo davanti a sé? »
« Vorrei risponderti di sì. »
« Vorrei che tu mi rispondessi di sì. »

Sigur Ros “Staralfur

Lei staccò la sua bocca da quella di lui. Sorrise e si voltò verso il mare: « guarda! »
« Che cosa? »
« Un’altra stella cadente! »
« Ma non è possibile! Ancora? E dove? »
Lei adesso era in piedi e saltava così leggera che a lui pareva potesse volar via al primo colpo di vento: « ancora lì, ancora attraverso Cassiopea! Due stelle, ho visto due stelle cadenti attra-versare Cassiopea! »
« La tua notte fortunata. »
« Possiamo fare che è la nostra. Solo per questa volta. Solo perché stanotte possiamo fare tutto, perché non c’è gravità. Me l’hai detto tu, no? Stanotte non c’è massa, né peso. Non ci sono ferite, non ci sono nemmeno le cicatrici. Possiamo fare che è così, se vogliamo. »
« Vorrei. »
« E allora è così. E allora posso risponderti di sì. Fra due ore non sarà più vero ma fra due ore avremo di nuovo una massa ma adesso non importa, perché adesso è adesso e abbiamo deciso che vogliamo sia così. »
« Va bene. Due stelle attraverso Cassiopea » disse la sua voce stendendosi sulla sabbia del primo raggio di sole. « Rac-contami di Cassiopea. Prima che sia giorno. »
« Prima che torni la gravità? »
« Prima che torni la gravità. »
« Va bene. » sorrise lei, stringendosi a quel petto che forse non avrebbe mai più sentito respirare così vicino, ma che ora si alzava ed abbassava assieme al suo, come fossero una cosa sola.
Galleggiavano. Leggeri. Pochi millimetri sopra la sabbia mentre il mare iniziava a tingersi lontano. Ancora abbastanza lon-tano da poter continuare a tenersi per mano e fluttuare. Ancora per qualche minuto: « ti racconto di Cassiopea. ».

Fabio Rodda

* grazie a Cesare Lorenzi

Community and unfinished business

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E’ il momento di chiudere qualche cerchio. Di mantenere qualche promessa fatta a me stesso durante l’ultimo anno. Un anno che mi ha visto contemplare l’ipotesi che forse molte di quelle cose da fare prima o poi, ma sempre rimandate, non sarebbe stato possibile farle mai più.
Un anno in cui tutto mi porta in Sicilia. Giá, la Sicilia, esperienze molto sporadiche nonostante il mio ceppo familiare ne porti impresse tracce imprescindibili.
La mia Sicilia “for dummies”. Arancini e cassate, Battiato e Pirandello, certo, ma soprattutto Uzeda e Steve Albini. I Rem a Catania con i Radiohead di supporto.
Un anno nel quale Sniffin’Glucose ha cercato di testimoniare l’indiscutibile crescita di una comunità che, per forza di cose, trova il suo baricentro nelle zone a noi vicine geograficamente e che abbiamo celebrato nella due giorni No Glucose organizzata con la fenomenale No Hope fanzine o partecipando a serate come quelle del Beaches Brew Festival o del concerto/evento dei Pastels al vicolo Bolognetti.
Serate nelle quale tra brindisi, abbracci e strette di mano ci siamo guardati in faccia e ci siamo “riconosciuti”.
L’Ypsigrock Festival, per quanto si è letto e ci è stato testimoniato, corrisponde in pieno al medesimo spirito. Un festival organizzato da dei fantastici pazzi furiosi nel cuore della Sicilia. E che ogni anno si radica sempre di più, benvenuto, nel nostro immaginario. Una comunità di 2000 persone che si da appuntamento sui monti Nebrodi per guardarsi in faccia e far festa e che, già che c’è, ascolta della buona musica. Della musica tremendamente buona.
Nonostante la distanza quest’anno Sniffin’ Glucose ed io non potevamo mancare.

Massimiliano Bucchieri

Hinds (in data unica all’Ypsigrock e per la prima volta in Italia) e Parrots (protagonisti del No Glucose Festival) fanno festa “on stage”. Questo è lo spirito che mi porto da casa.

Non leggo, non lavoro, non vado al cinema, non guardo la tv (Fiver #27.2015)

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Quando ero piccolo io era un’epoca in cui i bambini prospettavano ancora a se stessi un modello di lavoro ideale per il proprio futuro. Un archetipo concreto e realistico intendo, non quel triangolo di ambizioni fittizie oggi in voga, con sui tre lati un’ipotesi omogenea e valida indistintamente per chiunque: velina/calciatore/personaggio televisivo a scelta purché belloccio e non particolarmente acculturato. A quei tempi io avevo un’idea estremamente precisa e circoscritta riguardo a ciò che mi sarebbe piaciuto fare da grande: volevo diventare giornalaio. Mio padre, uomo di istruzione senz’altro oltre media nazionale, cercava già allora di tradurre il mio pensiero in maniera più consona a quella che lui riteneva dovesse divenire la mia futura professione, sottolineando il fatto che io a quell’età probabilmente confondevo il ruolo di giornalaio con quello di giornalista. Invece no: volevo proprio fare il giornalaio. E il motivo era molto semplice: in quel modo avrei potuto sfogliare gratuitamente qualunque giornale. La lettura mi appassionava: Zagor, Tex, Intrepido, Il Monello. E non avevo ancora scoperto Rockerilla. E il porno.
I casi della vita hanno fatto si che poi sia in effetti finito a fare il giornalista, sia pur non quale professione primaria, mentre un’edicola invece non l’ho mai aperta. Oggi che come lettore mi sono completamente spento, rimpiango moltissimo quei tempi. Come rimpiango gli anni successivi, quelli degli scritti di Easton Ellis e McInerney ritmati dalle canzoni di Elvis Costello e baluginanti il neon delle mille luci newyorchesi, i giorni dei luoghi oscuri di Bunker e quelli della perduta innocenza di Ellroy, le storie di Coupland tagliate come fossero videoclip e quelle di Hornby ricalcate sulla cronaca della mia vita. Pagine ingoiate come fossero bicchieri di gin tonic ghiacciato come quelle dei saggi sulla musica e sullo sport e le pile di Mojo, Uncut, Melody Maker, Rumore, Blow Up appoggiate ovunque, con le loro copertine sgualcite e la carta stropicciata dalle ripetute letture. Ora non ho più voglia di leggere nulla. Non ho più voglia di sfogliare la carta come non ho mai avuto voglia di leggere pensieri, parole, opinioni, storie che scorrono sullo schermo di un pc. I motivi sono molteplici quanto alla fine irrilevanti. E’ il dato di fatto che conta, nient’altro. E non avendo alcuna voglia di leggere non ho nemmeno voglia di scrivere. Non poi che le due cose siano necessariamente sequenziali e si alimentino per forza vicendevolmente. Per quanto mi riguarda però si. Non mi sembrerebbe neanche giusto scrivere non avendo voglia di leggere; in ogni caso perderei il più assiduo e attento dei lettori: me stesso.
Quindi me ne resto in un angolo, aspetto e ascolto qualche canzone di quelle che mi piacciono.

Tijuana Panthers “Front Window Down

I Tijuana Panthers fanno parte di una speciale categoria di gruppi. Quelli che la prima volta che li ascolti ti chiedi che cosa mai avessi avuto di così importante per le mani in questi anni per non esserti accorto prima di loro. Poster, in uscita a fine agosto, sarà il loro quarto disco e io, fino al giorno in cui qualcuno ha deciso di portarli a suonare in spiaggia a casa mia, non mi ero accorto nemmeno che esistessero. Eppure hanno in canna tutto ciò che a me piace. Praticamente un gigantesco anello che in un colpo solo colma tutti i gradi di separazione che esistono tra Black Lips e Parquet Courts.

Royal Headache “High

Forse un pelo troppo maestosa nella sua combinazione di strumenti/verso/coro ma maledettamente efficace. Una canzone che si gonfia subito e non cala mai, ma al tempo stesso non si decide ad esplodere. Il suo segreto è consumare tutto nello spazio di 135 secondi, che sono esattamente quelli che servono per fare grande una canzone, non uno di più non uno di meno.

Jacuzzi Boys “Happy Damage

Quando gli Jacuzzi Boys mettono da parte la deriva 60’s sognante e un po’ psichedelica lasciandosi andare al divertimento puro diventano un gruppo cui pochi sanno stare dietro. Qui rubano l’uhu-uhu a Sympathy for the Devil degli Stones e si buttano a testa in giù tra le onde alte di un pogo totale.

Autobahn “Society

Un pezzo che inizia con un basso del genere cui poi va dietro una voce del genere con me vince subito. Non avrebbe bisogno di far esplodere chitarra e batteria dopo i primi 50 secondi. Così come il cantante non avrebbe bisogno di posare con una maglia dei Bauhaus. Ma loro con me non si accontentano di portare a casa il risultato, vogliono stravincere. Dopo Eagulls altro gruppo inglese da sottolineare col pennarello rosso.

Sauna Youth “Transmitters

Questi fanno il paio con gli Autobahn di cui sopra. Ritmo serrato con una dinamica ritmo/melodia da togliere il respiro. Vuoi vedere che in Inghilterra davvero si son dati una svegliata?

Arturo Compagnoni

Mathematic (Fiver # 26.2015)

Foals

Foals

Estate da cyborg. Sembra strano ma d’estate inizio ad avere un rapporto molto più stretto con il computer.
Il caldo a mille gradi mi impedisce di dormire la mattina (i ventilatori, si sa, non funzionano mai come si deve), gli alcolici della sera prima richiedono un consistente tributo in acqua per sedare i bruciori del palato, la testa pulsa e il bisogno di trascinarsi in cucina per ingoiare qualche compressa prende il sopravvento. Insomma mi sveglio molto presto, e con il mare a distanza considerevole (almeno fino a quando sono relegato nella bella città dai tanti portici, ma dalle poche piscine) non posso far altro che avviare il computer.
Il ronzio riempie la stanza, la luce azzurrata illumina la penombra, e ora che si fa? La comunità virtuale langue di notizie degne di nota, di guardare le foto di x o y al mare non ho voglia, dovrei chiudere il computer e farmi un giro a piedi? con questo caldo? No. Meglio spulciare le nuove uscite, qualche band che ha l’ardire di buttare fuori un album in estate si trova sempre. La notizia che più mi colpisce è l’annuncio del nuovo album dei Foals. La brigata di Yannis Philippakis (solo ora rifletto sulle sue origini greche, su come se la deve passare, seguendo questo periodo non troppo florido per gli abitatori dell’Egeo) è ormai arrivata al quarto album ed è incredibile come il loro suono, pur mantenendo una cifra stilistica coesa, si sia evoluto in maniera esponenziale, andando a toccare territori sempre nuovi, insomma i ragazzi hanno sempre dimostrato di avere la voglia e il talento per sperimentare.
Ma non è solo questo che mi colpisce. Non è neanche il fatto che una volta vidi un  loro concerto allucinante in cui proprio Philippakis si arrampico su un traliccio per buttarsi fra la folla. Certo questi sono fattori importanti. Ma no non è questo.  Ogni loro album, con relativo suono, sembra avere il prodigioso potere di sottolineare una fase specifica della mia vita. Anno Domini 2008, Antidotes, piena invasione barbarica delle band indie d’oltremanica, in tv passano un teen movie in cui i protagonisti sono ragazzetti di Brighton, nella mia generazione il sogno del rock n’ troll si rinverdisce sotto le spoglie della coolness inglese. La colonna sonora di  Skins, questo il nome  del telefilm, sono sicuro lo ricorderete, è composta per la maggiore da brani di band come Klaxons e per l’appunto i Foals. Il primo album sfodera un math rock travolgente, pezzi trascinanti ma allo stesso tempo complicati, tempi dispari e voci in falsetto, chitarre suonate con perizia e imbracciate all’altezza del petto, roba da nerd. Forse quel primo album, con la miscela perfetta di indie e math, rappresenta il lavoro più riuscito dei Foals,  o almeno è quello che mi è rimasto più nel cuore. Non che il prosieguo della loro carriera sia in discesa, anzi tutt’altro. 2010, Total Life Forever, i nostri ci riprovano, stavolta alzando il tiro. Abbiamo doppiato la boa del decennio e la sbornia indie sta per smorzarsi, i ragazzi ne sembrano coscienti. Stavolta sfoderano un post-rock confezionato al solito con l’amore per il pop e la commistione con il math, che li contraddistingue. Sono più simili ai Battles che a qualsiasi altra band, lunghe cavalcate che raggiungono momenti apicali di puro sentimento, anche stavolta prova passata a pieni voti.
2013, Holy Fire, forse l’abum che mi è piaciuto di meno, i soliti riferimenti al loro sound passato, ma stavolta c’è una dose massiccia di pop. Non siamo dalle parti di Arthur Russell, ma di sicuro la raffinatezza verso cui tendono lì fa imparentare con diverse band new wave. Tuttavia per me c’è qualcosa che non torna, forse non riescono a essere buoni interpreti del presente come in passato, chi lo sa, il terzo lavoro non è un album brutto ma per me risulta un passaggio a vuoto. E siamo al 2015, nuovo album in uscita ad Agosto e una canzone giù online. Cosa ci riserveranno stavolta i Foals? Da parte mia ho un motivo per aspettare Ferragosto, per buttarmi nelle sonorità geometriche anche sotto l’ombrellone.

Foals “Mountain at My Gates”

Dicevamo il primo pezzo del nuovo album dei Foals. Al principio mi dà una sensazione di freschezza, nonostante si senta anche molta retromania anni ’80 (ampiamente abusata in questi anni). I giudizi ferrei li accantono per un po’, per ora scuoto la testa a tempo.

LA Priest “Oino”

Nella colonna sonora del telefilm sopracitato andava forte anche un altro gruppo ormai dimenticato: i Late of The Pier.  Melodie liquefatte, voci schizoidi, tastierine giocattolo, l’elettroclash fusa con l’indie, la chiamavano indietronica. Purtroppo dopo il primo album tale gruppo, che sembrava promettere davvero bene si sciolse, sparì dai radar. E’ di pochi mesi fa la notizia della morte di un componente della band. Tristezza. Di pochi mesi fa è anche la notizia  di un nuovo progetto di un componente della band. Questo è il risultato, un suono che sembra riaprire il vecchio discorso. Gioia.

Alice Glass “Stillbirth”

Si questa settimana sono in trip con i sintetizzatori. I Crystal Castles si sono sciolti (almeno nella formazione originale), scazzi fra Ethan Kath e Alice Glass. Lei ci riprova da solista, arrivando a vette di cattiveria raggiunte solo nel primo album del duo. Ritorno dell’elettroclash? Staremo a vedere.

Ultimate Painting “Break the Chain”

“Si ok va bene ti fa schifo l’estate però calmati un attimo goditi la vita” direte voi. In effetti avete ragione. Meglio mettere sul piatto il secondo lavoro degli Ultimate Painting, lasciarsi cullare da cotanta semplicità tranquillità, serendipità. Questo è il primo estratto.

Chicos de Nazca “Hey Lord, Hey Babe”

Un paio di Fiver fa ho affermato che conoscevo il Cile solo per Bolano e per i Follakzoid, mi devo ricrede, dietro i secondi si cela un fitto sottobosco di band che sanno cosa significa fare psichedelia. Negli ultimi tempi ho recuperato.

Giovanni Bitetto

The Call of the Wild (Fiver #25.2015)

Peacers

Peacers

C’è stato un momento in cui ne ho avuto abbastanza. Di concerti ne avevo visti troppi e il mio cervello mi impediva di entrare ancora una volta in un club o di mettere piede ad un festival.
Ho continuato ad ascoltare musica, naturalmente. Ma non dal vivo.
Praticamente senza accorgermene ho passato 3 anni interi in questo modo. Un giorno però, il richiamo della foresta ha iniziato a farsi troppo insistente e sono tornato a casa. Nuovamente sotto un palcoscenico, nuovamente intento a programmare ferie, fine settimana e momenti liberi con la programmazione dei miei clubs e festival preferiti sotto il naso, come un tempo.
Il ritorno non è stato indolore, però. Mi sembra di ricordare che fossi a Parigi, al festival di Pitchfork. Un paio di giornate dedicate a quella che a torto o ragione è considerata la musica nuova. Mi sono passate sotto il naso cose che mi sono piaciute molto, altre che non conoscevo e che mi hanno entusiasmato. Gruppi che dovevano spaccare ed invece mi hanno annoiato a morte, costringendomi ad un giro di troppo al bar. Il solito programma di un festival, insomma. Ma una cosa mi sembrava cambiata, però. L’atmosfera era fin troppo rilassata, tra il pubblico ma anche tra i gruppi che si succedevano sul palcoscenico. Non un momento di tensione, mai uno scazzo. Tutti a ringraziare quelli di Pitchfork che gli avevano regalato questa opportunità, e poi che figata Parigi, vuoi mettere. E grazie ancora. Al pubblico, fantastico, naturalmente. Ad un certo punto ho sperato che se ne uscisse il Lux Interior di turno e provvedesse a tirare qualche calcio ben assestato. Un paio di aste del microfono sulle teste delle prime file. Un pogo che si trasformasse in una piccola rissa. Niente di tutto questo, invece. Quel festival è finito così, manco fossero state le giornate delle buone intenzioni e dell’amicizia universale.
Da quei giorni sono passati un paio di anni ed io, nel frattempo, ho preso le buone abitudini di un tempo ed appena posso mi fiondo tra le prime file di qualche scantinato. Quella sensazione però non mi ha mai abbandonato del tutto e mi sembra che un po’ della tensione che c’era un tempo sia semplicemente scemata. Ed un concerto senza tensione è come una partita di calcio amichevole, per me. Sostanzialmente inutile.
Ho visto un video dove qualcuno ripeteva questi concetti e mi sono rincuorato. Era una delle ultime interviste concesse da Lux Interior, il cantante dei Cramps, prima di morire. Diceva che molta della musica attuale (naturalmente è un video di qualche hanno fa) ha perso qualsiasi pericolosità. Mi sembra utilizzase proprio questo termine: pericoloso.

The Cramps

The Cramps

Ho avuto la fortuna di vedere i Cramps dal vivo. Erano una di quelle band che non potevi raccontare ai tuoi genitori. Uno di quei concerti dove era meglio stare in campana perchè qualcuno era pronto ad infilarti un gomito nel costato. Loro, erano semplicemente uno spettacolo. La musica come dovrebbe sempre essere. Una faccenda di sudore, di eversione sotterranea, di istiniti primordiali, di divertimento, al limite del lecito e del consentito. Non so se mi sono spiegato bene ma, ecco, una band come i Tame Impala (per dire) non me li vedo proprio a suonare davanti ad un pubblico di malati di mente in un ospedale psichiatrico. Sarà l’estate, non lo so, sarà che la maggior parte degli ascolti attuali mi sfugge come sabbia tra le dita. Sarà che mi sono tornate in mente le parole di Sándor Márai, che ha descritto in maniera sublime cosa è lecito aspettarsi da un’esperienza di ascolto soddisfacente: “dalla musica sembrava sprigionarsi una forza eversiva capace di sollevare i mobili e di gonfiare i pesanti tendaggi di seta alle finestre. Era come se tutte le cose vecchie e ammuffite, sepolte da tempo nei cuori umani, ricominciassero a vivere, come se nel cuore di ogni essere si annidasse un ritmo mortale che, a un certo punto della vita, potrebbe mettersi a pulsare con implacabile violenza. Gli ascoltatori pazienti compresero che la musica rappresentava un pericolo”.
Nonostante non si facciano sconti, che si sia scelto sempre e comunque di guardare in avanti, nonostante questo, mi diventa comunque inevitabile ricordare che il mio ritmo mortale ad un certo punto ha preso vita, anche grazie a quella coppia di allampati rocker vestiti di nero. Mi sono reso conto che, da quel giorno, sono sempre alla ricerca di quel beat, che in fondo in fondo è semplicemente un battito del cuore ma anche un inconsapevole termine di paragone che talvolta mi fa scalciare con i piedi in segno di frustrazione come un bambino capriccioso. In serate così non rimane che tornarsene a casa, accendere un computer e far partire un video tipo questo qui sotto, giusto per mettere nuovamente le cose in prospettiva.

THE CRAMPS – Live at the Napa State Mental Hospital

PEACERS – Laze It

Il ritorno di Mike Donovan va festeggiato come si conviene solo ai grandi avvenimenti. Precursore di tutta la scena garage di San Francisco, che ha trovato con Ty Segall e Thee Oh Sees in seguito una grande esposizione pubblica, torna con un album nuovo di zecca per Drag City. La stessa etichetta che aveva pubblicato all’epoca i dischi di Sic Alps (il suo primo gruppo) una band che ascoltata ancora oggi regala momenti sublimi e qualche brivido. A dirla tutta, “She’s On Top”, canzone uscita solamente su singolo nel 2013 fa bella presenza nella mia top five dei brani favoriti dell’ultimo lustro.
Tanta fotta (ndr: fotta è l’insostenibile desiderio di trombare dopo una lunga astinenza) trova soddisfazione in questi nuovi 90 secondi (del resto, dopo tanto tempo), in attesa di un album in uscita in questi giorni.  “Laze It” mette in chiaro che le coordinate sonore sono rimaste immutate. Psichedelia, virata in chiave garage e chitarre fuzz.  Canzone splendida.
(Ah, il brano, nel video, comincia dopo 35 secondi di silenzio).

SARAH CRACKNELL – Ragdoll

Questa canzone me la immagino cantata da Bobbie Gillespie.
Oppure, vista da un’altra prospettiva, potrebbe sembrare una cover dei Primal Scream che, a loro volta, fanno il verso ai Rolling Stones. Sarah Cracknell ci aggiunge la voce, sì, proprio quella voce. Quella che abbiamo imparato ad amare nei dischi dei St. Etienne.
In questo caso non si va oltre gli stilemi della ballata classica, avrete inteso.
Talvolta non abbiamo niente di meglio da chiedere. Questa è una di quelle occasioni.

THE BABE RAINBOW – Love Forever

Canzone che farà impazzire chi ha apprezzato i primi due dischi di Allah-Las. O i Growlers. Si muove nei medesimi territori: pop, in versione psichedelica, con i santini degli anna sessanta nel taschino e a completare il quadro pure un immaginario fatto di camice a fiori, sandali e vita sulla spiaggia, come compete a dei buoni australiani. Band da tenere d’occhio, mi pare.

OUGHT – Beautiful Blue Sky

L’ho sentita la prima volta che avevo i piedi tra la sabbia della spiaggia dell’Hana-Bi, poche settimane fa. Gli Ought stavano  pochi metri di fronte a me, su un palcoscenico che guardava il mare, e suonavano proprio questa canzone, all’epoca ancora inedita. E’ stato uno di quei momenti dove si ha la consapevolezza di vivere qualcosa di grande, decisamente oltre gli standard di un normale concerto. Gli Ought sono una band sopra la media, del resto, che accumula influenze riconoscibili e le trasforma in qualcosa di proprio, di personale. Si sente la New York dei Television e dei Velvet, certamente. Ma sembrano semplici suggestioni destinate a piegarsi al volere del carisma di Tim Beeler, uno che ha la faccia e la voce per farsi ricordare.
Una delle canzoni dell’anno, per quanto mi riguarda, tra chitarre irresistibili e parole che lasciano il segno.

CESARE LORENZI