Old man whispers (Fiver #16.2015)

Pavement

Pavement

No, i Pavement non sono stati un gruppo come un altro, per quanto mi riguarda. Una delle primissime cose che concordai con Rumore fu un’intervista all’epoca del loro album di debutto. Vide la luce sul numero 9 della rivista, nel settembre del 1992.
A gennaio del 2001 firmai l’ultimo articolo, otto anni e pochi mesi dopo quella prima intervista. Si trattava di un resoconto delle varie attività di Malkmus e soci, per la prima volta in libera uscita, tutti più o meno impegnati nelle nuove attività musicali dopo la separazione della band.
No, non è stato un caso. Con la fine del gruppo di Malkmus e soci è come se si fosse anche esaurita la mia personale spinta allo scrivere di musica. Non ne avevo consapevolezza, allora. Mi sembrava solo di aver perduto gli stimoli giusti e non pensavo ci fosse una correlazione con la contemporanea fine del gruppo. O forse avevo troppo in testa le parole di qualche canzone della band….whenever I feel fine, I’m gonna walk away from all this. I wanted to stay there, but you know I needed more than that.
Era la fine di un’epoca, invece.
Mi fa sorridere il fatto che gli anni novanta abbiano assunto nel frattempo un’aura di mito da celebrare nonostante non abbia personalmente nessuna intenzione di partecipare a qualsivoglia resurrezione. Barra fissa verso il domani. Quasi una regola fissa per me e per quelli che mi fanno compagnia qui, tra le pagine virtuali di questo blog. Ma i Pavement insomma meritano anche uno strappo ai propri principi, avrete inteso.
In questi giorni si celebra il ventennale del terzo album del gruppo, Wowee Zowee.
Qualcuno, all’estero, ci ha scritto sopra un paio di concetti interessanti.
Primo: si può considerare l’equivalente di quello che ha rappresentato In Utero per i Nirvana. Disco trattato con poca indulgenza appena pubblicato ed invece destinato ad essere rivalutato in seguito.
Secondo: è stato l’album dei grandi rifiuti. In particolare nei confronti dell’industria discografica che ne avrebbe fatto volentieri i nuovi REM. Risposero con una canzone eloquente fin dal titolo: Fuck This Generation (poi trasformata in Fight This Generation).
Certamente all’epoca il disco venne accolto con scetticismo, come se si fosse sprecata una grande occasione. Ho recuperato una lunga intervista che feci a Mark Ibold in una mattinata di una fantastica primavera romana, nei giorni in cui l’album vide la luce. Ve la metto qui, alla fine di questo Fiver. Viene fuori la consapevolezza estrema con cui affrontarono le registrazioni. La voglia di piantare recinti invalicabili. Si intuì insomma che i Pavement non avrebbero mai potuto trasformarsi in qualcosa d’altro. Anche da scelte controverse come quella nacque un piccolo mito che ancora oggi, a vent’anni di distanza, continua a fare proseliti.
Ottimo disco di transizione o capolavoro da rivalutare è faccenda oziosa, alla fine. È una certezza invece quello che Wowee Zowee rappresenta: la capacità di mettere al centro delle priorità la propria integrità. Roba che non ha tempo ne data di scadenza.
Sinceramente, quel disco, non lo avevo mai più riascoltato. L’ho fatto ora, stimolato dalle belle chiacchere che sono state fatte in proposito. Insomma, lo sappiamo, c’è modo e modo d’invecchiare. Questa canzoni lo fanno nella maniera migliore possibile. In qualche modo mi rendono orgoglioso di appartenere a quella generazione (io e Malkmus siamo praticamente coetani). Ecco, mi piace credere di aver affrontato la vita allo stesso modo con cui i Pavement affrontarono lo scoglio di quel terzo album: con sfrontatezza, consapevoli di effettuare la scelta più scomoda. Con l’illusione di guardarsi allo specchio la mattina e non dover abbassare lo sguardo. Senza nessun rimpianto, senza nessun rimorso nonostante qualche inevitabile cicatrice.

PAVEMENT “AT&T”

JIMMY WHISPERS “Vacation”

Immaginatevi Daniel Johnston alle prese con qualche tastiera analogica scassata, una vecchia drum-machine e un’estate passata in un luogo troppo caldo, senza rifugio. Jimmy Whipsers canta canzoni senza protezione, alla ricerca di amore e di salvezza. Si mette completamente a nudo facendo della propria arte la propria vita. Regala un album di canzoncine fragili, stonate e spaccate. Ma quelle piccole melodie appena accenate rischiano comunque di rimanere indimenticate. Quantomeno a me fanno quell’effetto.

PROTOMARTYR “Blues Festival”

Grande band, i Protomartyr. Che ritorna con un singolino split pubblicato in occasione del Record Store Day. Si picchia duro nei territori di un blues stravolto, degno erede di Birthday Party e compagnia. Kelly Deal, delle Breeders, fa presenza discreta non modificando di una virgola il tiro di una grande canzone.

TAPE RUNS OUT “Friends”

140 secondi di perfezione pop, si sarebbe detto un tempo. Roba che potrà piacere a chi ha apprezzato in passato i primissimi Interpol, per esempio. Una canzone che finisce inaspettata nel momento in cui ci si aspetterebbero riverberi di chitarre e feedback leggero. Non so, se avete qualche disco degli Slowdive in casa, farete meglio a dargli un ascolto.

INSTITUTE “Perpetual Ebb”

Mi fa impazzire il tono con cui il cantante affronta la canzone: scazzato, non preoccupandosi per nulla di rendersi intellegibile. Sarà la fascinazione slacker, sarà che sembra un brano del primo album degli Stooges ma questa canzone basta e avanza a farmi diventare il prossimo debutto sulla lunga distanza di questi giovani texani uno dei dischi più attesi della stagione.

Cesare Lorenzi

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Black Strings (Fiver #15.2015)

Elliott Smith - Sufjan Stevens

Elliott Smith – Sufjan Stevens

Ok, l’hanno giá detto in parecchi. Ma devo dire che ci ero arrivato da solo la prima volta che l’ ho ascoltato. Una questione di fili, invisibili agli occhi di molti ma nei quali sono inciampato, fortunatamente o forse no. C’è un filo invisibile ma molto resistente che unisce Either/Or al nuovo Sufjan Stevens Carrie &Lowell. È una faccenda seria per il sottoscritto. Elliott Smith, un punk centrifugato da esperienze di vita sempre poco meno che disastrose e trasformato in un cantautore dal talento pazzesco, aggrappato al filo di un’esistenza per lui inaffrontabile. Probabilmente, nella loro assurda (im)perfezione, le immagini più esemplificative sono quelle di Elliott alla serata degli Oscar che sciorina Miss Misery, aggrappato alla sua chitarra come se dovesse essere spazzato via da un momento all’altro da un contesto lontano milioni di anni luce dalla sua essenza. Il bel regalo fattogli da Gus Van Sant che fece assurgere a effimera gloria le sue canzoni in Good Will Hunting. Per arrivare a Either/Or ovvero Lennon Mc Cartney e i fratelli Wilson in una dimensione parallela, relegati su un marciapiedi di Los Angeles, una vita da emarginati, alla ricerca di un altra dose.

..Drink up one more time
And I’ll make you mine
Keep you apart
Deep in my heart
Separate from the rest, Where I like you the best
And keep the things you forgot, the people you’ve been before
That you don’t want around anymore
That push and shove and won’t bend to your will I’ll keep them still..(da Between the bars)

Ovviamente non molto tempo dopo il filo si spezzò. Come quello che reggeva la sfortunata, a quel che sappiamo, esistenza di Carrie. Madre di Sufjan con storie alle spalle di abbandoni ingiustificabili, vizi assortiti e dissoluzioni varie. Sufjan, talento notevole e, ora lo possiamo dire, ancora inespresso a questi livelli, a queste altezze, esorcizza, o forse meglio ancora, sublima la materia di cui sono fatte vite intere. Rimpianti, dubbi, tardiva consapevolezza.

..I should have wrote a letter
And grieve what I happen to grieve
My black shroud
I never trust my feelings
I waited for the remedy
When I was three, three maybe four
She left us at that video store
Be my rest, be my fantasy.. (da I Should Have Known Better)

Il privato assurto a pubblico ma non in uno squallido post su un social accanto al tutorial per cucinare le alici o alle foto di compleanno di uno sconosciuto. Il privato reso forma d’arte capace di commuovere, incazzare, incantare, durare. Ricordo una polemica ai tempi della Palma d’oro alla Stanza del figlio di Moretti. Facile commuovere e raggiungere grandi risultati con i “grandi drammi”. Non so, credo che ognuno di noi abbia avuto i suoi “grandi drammi” e che la capacitá di raccontarli, condividerli, ci fa sentire meno soli. Più vivi. Probabilmente Carrie e ed Elliott si incontreranno altrove, Between The Bars. Attratti da una forza invisibile ed ineluttabile con parecchie storie da raccontarsi. Una questione di fili, appunto.

Questo pezzo è stato scritto originariamente per la fanzine No Hope con cui condividiamo un ideale gemellaggio. Proseguendo secondo l’ immaginario calcistico il 21 e 22  maggio ci incontreremo per scambiarci le sciarpe, intonare qualche coro insieme e molto altro ancora che preciseremo fra non molto. Chi vorrà unirsi a noi sarà il benvenuto.

Spring King – City

A proposito di fanzine. Questi ragazzi di Manchester capitanati dal batterista Tarek Musa (!) oltre a confezionare una canzone dall’incedere fuzz/garage/pop veramente contagiosa, tratta dall’Ep di ottimo livello They’re Comin After You, punteggiano il tutto con un video veramente avvincente dove si alternano a raffica copertine di fanzine più o meno storiche. Quando al minuto 1.36 sfila la copertina della fanzine che questo blog omaggia nel nome e, si spera, nell’attitudine il cerchio si completa e leviamo le braccia al cielo estasiati.

White Reaper – Make Me Wanna Die

Da Louisville, Kentucky. Giovanissimi, con il poster dei Ramones appiccicato con lo scotch sui vetri del loro van scassato mentre la radio manda Vaccines, Buzzcocks e Jesus and Mary Chain a ciclo continuo. It’s all about speed, compression, fuzz and the melodic potential of the drone for these boys dice il Guardian e non possiamo che concordare.

Metz – Spit You Out

I canadesi picchiano duro con i piedi piantati negli anni 90 e lo sguardo fisso sull’orizzonte. Certo che.. leggi Sub Pop, senti la canzone e la parola che comincia con la N e finisce con irvana salta subito in mente ma.. rabbia, volume e distorsione sono un patrimonio universale (o almeno secondo la mia personalissima scala di valori) ed i Metz, nel loro nuovo e secondo album, attingono da tutto ciò con intelligenza e passione.

Total Babes – Circling

Un altra palla di suono infuocata. Dissonante e disturbata, con una chitarra che urla Wire! e Gang Of Four! in sottofondo e improvvise aperture melodiche. Total Babes è la creatura di Jayson Gerycz che pesta i tamburi per i Cloud Nothings di Dylan Baldi che in coda al pezzo maltratta il suo sax come un novello epigono di James Chance. Il tutto, ça va sans dire, lussurioso per le mie orecchie.

Girl Band – Lawman

Cocchi indiscussi della stampa inglese. In giro ormai da un paio di anni, il quartetto di Dublino sembra pronto per spiccare il volo. Presenti nei cartelloni dei festival che contano dalla Route du Rock a Visions non indietreggiano di un millimetro nell’oltranzismo della loro proposta sonora che pesca a piene mani in certa wave britannica minimalista di primi anni 80. Vedere per credere questo video e, se siete di stomaco mediamente forte, il nuovo Why they hide their bodies under my garage? Rispetto totale e incondizionato.

Massimiliano Bucchieri

The Dark Ages (Fiver # 14.2015)

Bedhead

Bedhead

At night when there’s no moon
No one has a history
The dark ages last a few hours
But that’s all the time that’s needed
To erase memories, create horrible dreams, ruin sleep
Destroy all possibility of elimination

(Bedhead, The Dark Ages)

Da qualche tempo nel calendario di alcuni club che frequento corre l’obbligo di inserire con ricorrenza ciclica feste a tema anni ’90. Di solito non vado a mettere dischi in queste occasioni. Non lo faccio per diversi motivi che credo interessino solamente a me, quindi non starò qui a farne un elenco. Una di queste ragioni mi serve però ad introdurre l’argomento di oggi. Dovessi trovare una musica che rappresenta bene i miei anni ’90 questa sarebbe la musica che stava dentro i dischi dei Bedhead. Che non è esattamente una musica da suonare ad una festa. Per quanto certe canzoni di Transaction de Novo, tipo Extramundane, potrebbero anche funzionare.
Qualche mese fa è uscito un bellissimo box curato dalla ottima Numero Group per raccogliere l’intera discografia dei Bedhead. I tre album in studio e un quarto disco, doppio nel cofanetto di vinili, in cui sono infilate le canzoni uscite nella manciata di singoli pubblicati dal gruppo. C’è anche una cover di Golden Brown degli Stranglers, sino ad ora inedita in quanto destinata al lato b di un 45 giri mai pubblicato.
C’è invece la loro versione di Disorder dei Joy Division. Di quella canzone ho già scritto su questo blog, ma torno a parlarne ora. Perché se c’è un momento in cui la vita prende una svolta secca e quel momento ha una sua precisa colonna sonora, allora l’attimo va celebrato con ogni riguardo. Quelli sono momenti cui in genere assistiamo solamente da spettatori di un film, molto difficilmente ne siamo parti in causa in prima persona. Uno di quei momenti a me capitò il 16 maggio del 1998, quando vidi suonare i Bedhead alla vecchia sede del Teatro Polivalente Occupato in via Irnerio. Il concerto fu di una intensità notevole, un impatto emotivo nel mio caso amplificato dal momento del tutto particolare che mi trovavo a vivere proprio in quelle settimane. Quella canzone, piazzata nei bis a fine concerto, fu in cinque minuti in grado di rappresentare rovina e catarsi, come ad aprire una voragine nel pavimento al primo colpo di batteria capace di inghiottirti dentro fino al buio più nero per spedirti poi fuori lanciandoti verso un altro mondo, totalmente nuovo, all’ultimo feeling, quasi aspirato sul fondo della canzone. Una versione in cui il nervosismo che nell’originale confluisce da subito in una blitzkrieg wave incalzante ed elettrica viene invece compresso, prima ancora che represso, in una lunga e dilatata slow motion, con la batteria che anziché far da traino a un treno in corsa si limita a fornire un tappeto di felpa su cui si intreccia il dialogo tra le chitarre mentre la voce racconta. Così intensa da togliere il respiro, eppure dolcissima.
Dei Bedhead sta per uscire un disco che documenta proprio quel tour. Mille copie pubblicate sempre dalla Numero Group in occasione del Record Store Day: il concerto di Chicago all’Empty Bottle nel tour di Transaction de Novo, giusto un mese prima di quello di Bologna, il 16 aprile del 1998.
Mi sono dato la regola di non comperare dischi pubblicati appositamente per il Record Store Day.
Questa volta la infrangerò.

Dei Bedhead ho appena scritto anche per la fanzine No Hope, articolo cui qui sopra ho rubato giusto una frase. Alla fanzine teniamo molto tutti noi di Sniffin’Glucose, la supportiamo e ci scriviamo, ci crediamo quanto ci credono i ragazzi che la fanno.
Presto, molto presto, faremo festa assieme.
Se ne parlerà a tempo debito, per ora controllate in agenda gli impegni del 21 e 22 maggio, se ne avete cancellateli, viceversa tenetevi liberi per quei due giorni.

Marching Church “King Of Song

La passione per Nick Cave mi è montata su negli anni, con lo scorrere in avanti del tempo.
Il cantante degli Iceage invece evidentemente ci è arrivato subito, sin da giovanissimo.
Fossi una ragazza io di un tipo così, che canta una canzone così, mi innamorerei perdutamente.

The Manhattan Love Suicides “(Never Stop) Hating You

Mi piace la gente consapevole. Quelli a cui piacciono certe cose e solo certe cose e non si vergognano a dirlo. Soprattutto se anche a me piacciono quelle stesse cose. I Jesus and Mary Chain di Psychocandy, i primi singoli di Motorcycle Boy, Flatmates, Primitives e le Talulah Gosh, l’unico 45 giri pubblicato dai Meat Whiplash e qualunque cosa abbiano inciso le Shop Assistants, Son of a Gun dei Vaselines e Truck Train Tractor dei Pastels. E si, i Manhattan Love Suicides li trovo fantastici sin dal nome che si sono scelti.

Free Pizza “Baby Girl

Ve la do buona subito: il nome fa schifo. Il pezzo no. Vengono da dove dichiara il titolo del loro primo album (Boston, MA) e per presentarsi nominano Meat Puppets, Angst e Texas Instruments.
Immagino che a chi ha meno di 40 anni questi nomi dicano poco. Pazienza.

Prinzhorn Dance School “Reign

Con i Prinzhorn Dance School è stato amore a prima vista. Poi li ho visti suonare due volte dal vivo e l’amore è cresciuto esponenzialmente. Un sacco di gente che conosco ha sprecato un sacco di tempo dietro a un sacco di inutili gruppi che negli ultimi 30 anni hanno provato a reinventare i suoni wave e in pochissimi si sono filati questi due. Tanto che credevo avessero deciso di chiudere baracca. Quando qualche giorno fa ho imparato che i Prinzhorn Dance School ad inizio giugno sarebbero usciti con un nuovo disco sono stato contento come un bambino quando si avvicina il natale.

Nic Hessler “Hearts, Repeating

Sole, tavolini di legno sul bordo della spiaggia, liquidi trasparenti e ghiacciati in bicchieri di vetro. Questa è una delle possibili colonne sonore. La mia di sicuro.

Arturo Compagnoni

Your eyes couldn’t hide anything (Fiver #13.2015)

Big Star

Big Star


Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star. Ogni volta che l’ascolto mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento. Mi fermo e penso: aspetta…ma quello sono io.
Nel senso che quella canzone parla di me. Non letteralmente, è chiaro. Ma arriva a muovere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto. Mi parla, appunto. Mi ci riconosco nonostante o forse grazie alla sua elementare semplicità. Una tempesta emozionale che non riesco a tenere sotto controllo.
Ci sono 5-6 canzoni in tutto che mi fanno quest’ effetto. Non di più.
Thirteen è una canzone semplice semplice, alla fin fine. Pochi accordi di chitarra che rincorrono una melodia che si fa memorabile e la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che ad un certo punto irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
Di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue.
Più che una canzone l’ archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio coniugato in note musicali. Parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. Roba per gente che sogna ad occhi aperti, che fa ruotare il bastone per aria con aria minacciosa e ne esce sconfitta. Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.

Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you

L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella roba che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.

Won’t you tell your dad, get off my back
Tell him what we said ’bout ‘Paint It Black’
Rock ‘n Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you

Il distacco e il rifiuto dell’autorità, foss’anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n roll come salvezza e come rifugio (ancora una volta). L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia va tutto bene. Non importa cosa ci attende lì fuori. Nubi oscure all’orizzonte. Colonna sonora i Rolling Stones più cupi di sempre.

Won’t you tell me what you’re thinking of
Would you be an outlaw for my love
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you

Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere….ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.

Thirteen con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare è una canzone perfetta da riprendere. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti.
Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha ripreso, si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.

Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa ma quando arriva al verso….Rock’n Roll is here to stay…..beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca e non sembrano una forzatura.

Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra`acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui reinterpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.

Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista ne hanno raccolto l’eredità. Wilco come i Big Star sono un gruppo pop ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n roll ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come “Kangaroo”, per esempio.

“Thirteen” è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub. Un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho provato a cercare “Thirteen”, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con64f231d2a39eea0be07709b7c78831e0b255cf4a_l ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un’enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 “Thirteen” era diventata maggiorenne da poco. Uscì nel 1972, difatti.
I Nirvana erano il mio gruppo preferito.
I Teenage Fanclub venivano subito dopo.
Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo.
Come se un cerchio si fosse chiuso. e tutto abbia un senso.

CESARE LORENZI

Talk Talk Talk (Fiver #12.2015)

The Spirit Club

The Spirit Club


Ci sono due dischi che hanno messo d’accordo un po’ tutti negli ultimi tempi. Quelli di D’Angelo e Kendrick Lamar. Anche negli ambiti “indie”. Dimostrazione di ampie vedute, di amore per la musica purchè sia buona, parrebbe. Io, invece, ho aspettato impazientemente lo scorso weekend che ha proposto cose, a mio parere, imperdibili. Sono uscito di casa e sono andato a vedere una giovane promessa (in realtá ha giá alcuni album all’attivo ma si è affacciato sulle scene relativamente di recente) come Purling Hiss al Covo, disco molto chiacchierato e ammirato: circa 50 persone presenti. Ok. Sera successiva. Evan Dando, personaggio che ha venduto dischi, è andato sulle copertine dei rotocalchi (termine desueto ma che rende l’idea di “popolare”), ha fatto da headliner nei festival: 70/80 persone (adoranti) sotto il palco. Ci guardiamo in faccia ci conosciamo più o meno tutti.

E con gli Ought, Ariel Pink, Ty Segall (con le dovute differenze) era stata più o meno la stessa cosa, persino Morrissey solo nel nostro disastrato paese ha registrato ampi vuoti sugli spalti mentre altrove è andato sold out in poche ore.
Mi faccio delle domande. Ma tutto questo amore per la musica come mai si ferma sulla porta di casa, davanti alla tastiera del pc? Io, fruitore informatizzato di musica 2015 voglio conoscere tutto e dire la mia su tutto intervenendo entusiasta e polemico. Non c’è bacheca che non meriti la mia competente opinione. Mi esprimo sulle nuove tendenze come Romare, dibatto sull’indie neoclassico di Tobias Jesso, argomento sul ritorno dei Libertines, attendo con ansia la reunion di quello o quell’altro, mi incazzo se qualcuno tocca i Verdena (per dire).. ma poi quando è il momento di concretizzare questa passione, quando, più prosaicamente, devo infilarmi le scarpe e togliere la macchina dal parcheggio un immane fatica mi pervade. Ho forse speso troppe energie davanti alla tastiera? Tutto questo amore dove è andato a finire? Non lo so. So solo che, dalla persona di non ampie vedute quale io sicuramente sono, D’Angelo mi annoia e Kendrick Lamar non lo capisco. Spengo il pc e mi preparo per andare a vedere Zola Jesus, per dirne uno, giovedì prossimo. Non ho una vera opinione su di lei ancora, conto di farmela da solo e, per una volta, mi farebbe piacere non trovare parcheggio…

Pity Sex – Acid Reflex

Sarà stato l’incerto incidere slacker/grungey alla Dinosaur Jr a farmi superare l’iniziale diffidenza verso un testo che tratta di reflussi gastrici. I Pity Sex dal Michigan azzeccano finalmente “il pezzo”  per lo split appena uscito con gli Adventures. Una traccia nata quasi per caso che rischia seriamente di trasformarsi nel loro passaporto per cose più importanti. Già mi vedo sotto una tenda stipata ad urlare I need love, I need drugs, I need looks, I need God, I need comfort, I need fortune, I need something.. Tutto molto slacker, effettivamente.

Spirit Club- Still Life

Mio fratello suonava la chitarra ma più che prenderla in mano qualche volta, facendo finta di essere il David Bowie di Ziggy Stardust, non sono andato. Dev’essere figo fare i dischi col proprio fratello. Nathan Williams (Wavves) ha deciso di farsi aiutare dal fratello Joel per questo nuovo progetto. Innesta il pilota automatico, lo stesso che nei suoi dischi quando funziona, funziona alla grande, a volte un po’ meno. Comunque il pezzo è buono con quella chitarra jangle pop che sottolinea la voce che subisce il tipico trattamento Wavves. Piace la sensazione che si stiano divertendo facendo esattamente quello che hanno voglia di fare. Anche di fare un video che fa veramente schifo, sissignori.

Nai Harvest – All the time

Vengono da Sheffield i Nai Harvest, sono molto giovani e danno l’idea di divertirsi un sacco. Soprattutto hanno un sacco di buone idee come aprire i barattoli con su scritto garage e surf per mischiarli fino a tirare fuori questa stramba canzone che mi stampa un sorriso sulla faccia ogni volta. Sta partendo il loro tour con i Best Friends magnificati su queste pagine poche settimane or sono e scommetto che saranno serate esplosive. Chissá se hanno bisogno di un roadie che potrebbe essere, quasi, loro nonno..

All Tvvins – Thank You

Sembra che sia uno dei nomi caldi per il prossimo SXSW. Di sicuro le dichiarazioni del cantante Conor Adams mi divertono..”We can be seven hours into some tune and realise we’ve written a Christina Aguilera song” o ancora “Usually I don’t have any idea of what I’m doing”.. E anche il video da l’idea di una persona che non si prende troppo sul serio. Al netto di queste cose resta questo basso new wave e una melodia che nelle mani del giovane gruppo inglese di turno con i  capelli alla moda volerebbe fuori dalla mia finestra in pochi secondi e che invece, pur nella sua apparente ovvietá, avvolge e si fa apprezzare.

Swervedriver – Last Rites

Che senso hanno le reunion? Ne ho già parlato fino alla nausea. Nessuno nella maggior parte dei casi. Gli Swervedriver mi piacevano un sacco, ascolto Last Rites e chiudo gli occhi estasiato. Al primo ascolto mi sembra di sapere giá quando il rumore lascerà spazio a quell’apertura melodica che mi spaccherá il cuore. In realtá non mi “sembra” di saperlo giá, lo so proprio.. Riascolto Never Lose That Feeling, loro pezzo del 1992. E’ praticamente identico. C’è da incazzarsi? Da urlare il proprio disappunto? Non so. Andate avanti voi. Io resto dietro ad ondeggiare la testa deliziato, senza farmi vedere. Se qualcuno me lo chiede faccio finta di non conoscerli.

Massimiliano Bucchieri

Barbarism Begins at Home (Fiver #11.2015)

davidpajo

David Pajo ha tentato il suicidio. Questa è la notizia bruta e brutta. Quella buona è che, a quanto pare, se la caverà. Non è una notizia fresca, lo so, però da quando è successo (qualche settimana fa) non posso fare a meno di continuare a pensarci. Ciò che non smette di tormentarmi non è il fatto in quanto tale (che per quanto mi riguarda resta un fatto privato su cui non posso né voglio dire nulla), ma la ridda di reazioni che ha seguito l’annuncio. Dove? Sulla mia timeline di facebook, ovviamente. Chi si è limitato a riportare la cosa, chi si è lasciato andare ad irresistibili gossip, chi si è spinto a fare la solita psicologia spicciola (Eh, ma se l’ha annunciato prima sul web, significa che era un atto solo dimostrativo!). Ho letto con interesse il resoconto, dettagliato ma sobrio, di Elia Alovisi sulle pagine web di Rumore dove vengono riportati ampi stralci del messaggio web con cui l’ex chitarrista degli Slint annunciava il suo gesto e sono rimasto allibito di fronte alla quantità e alla precisione dei dettagli sulla sua vita privata che, in un momento così difficile ed estremo, David Pajo ha voluto condividere con migliaia di perfetti sconosciuti. Senza voler fare paragoni che non stanno né in cielo né in terra, non sono comunque riuscito a impedirmi di pensare a Cesare Pavese e alla bellezza, cruda ed essenziale, del suo messaggio di commiato che invece si concludeva con un definitivo “Non fate troppi pettegolezzi”.

Penso che quando si parla di rivoluzione digitale in musica, a fianco di tutti i discorsi sui supporti e sul mercato, bisognerebbe cominciare ad affrontare seriamente la questione di come i social network abbiano cambiato lo stile della comunicazione, in un settore dove ormai il pubblico è sempre a diretto contatto con i propri beniamini, e sempre più spesso anche con la loro dimensione più privata. In particolare credo che facebook, il più invasivo e onnipervasivo dei social network, abbia alterato definitivamente il rapporto tra (e la percezione di) ciò che è pubblico e ciò che è privato. Solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile mettere in piazza le proprie magagne relazionali e le proprie miserie quotidiane così, senza filtri, gettate in pasto al meccanismo della condivisione. Ci sono voluti anni di un sistema che fomenta gli istinti più bassi degli utenti, dove il narcisismo di chi scrive si alimenta quasi esclusivamente del voyeurismo di chi legge, in una competizione a botte di like dove nessuno esce vincitore. E così, come si passa di feed in feed e come si finisce a guardare foto di matrimoni di perfetti sconosciuti, a maggior ragione si finisce a spulciare nelle vite dei musicisti che amiamo di più, anche laddove non si avrebbe nessuna ragione di andare a guardare.

Ma spesso sono loro che ci sbattono in faccia i fatti loro.

Sì e no. È che siamo tutti ugualmente vittime e carnefici di questa rivoluzione silenziosa. Si guardi il caso di Kim Gordon. Abbiamo veramente bisogno di sapere certi dettagli intimi della sua vita di coppia? O che la attuale compagna di Thurston Moore ancora prima di sedurre lui aveva una relazione con Jim O’ Rourke mentre era ancora sposata? Non solo, ma che è probabilmente a causa degli strascichi della fine ingloriosa della relazione tra lei e lo stesso Jim che questi ha deciso di lasciare i Sonic Youth? Abbiamo veramente bisogno di sapere tutto questo? Ma la domanda che veramente mi turba è questa: Kim Gordon avrebbe scritto o dichiarato tutto questo solo dieci/quindici anni fa, vale a dire in un contesto in cui non c’erano i vari Pitchfork o Stereogum pronti a riassumere la notizia in un titolo a pronto utilizzo di migliaia di famelici “condivisori”? Non è una domanda retorica e purtroppo non riesco a darmi una risposta che mi tranquillizzi. Di questo passo presto avremo qualcuno abbastanza audace e senza pudore da tentare una rilettura dell’intera storia del rock alla luce di corna, ripicche e due di picche.

Temo veramente che siamo giunti al punto in cui chi scrive, o rilascia dichiarazioni, lo fa nella quasi esclusiva preoccupazione dell’uso e consumo che ne faranno aggregatori e “condivisori”. Per esempio, onestamente non credo che Mark Kozelek avrebbe provato tanto gusto e divertimento a dileggiare Adam Granduciel e compagni se non avesse potuto assistere compiaciuto alla reazione a catena suscitata dalle sue sparate. Mi piace pensare che solo dieci anni fa, la querelle Sun Kill Moon / The War On Drugs si sarebbe conclusa in un paio di giorni e davanti a una birra alla prima occasione, consentendomi di conservare l’idea di Mark Kozelek come quella di una persona complessa e scorbutica, prima che settimane e settimane di bullismo mediatico la andassero inevitabilmente  a sovrapporre a quella di un arrogante coglione.

Se l’avvento dei social network ha avvicinato l’audience ai propri beniamini, lo ha fatto abbassando questi ultimi al livello dei piccoli pruriti del quotidiano dei primi.

Tanto valeva tenerli sul piedistallo.

 

The Wave PicturesI Could Hear The Telephone (3 Floors Above Me)

AI tre inglesi, è noto, piace omaggiare i propri idoli e dopo Daniel Johnston e Jason Molina (tra gli altri) per questo nuovo album hanno scelto Billy Childish chiamato a produrre e ad aggiungere la sua firma su molti dei pezzi di Great Big Flamingo Burning Moon. Questo singolo in particolare è un pezzo semplicemente perfetto per cominciare la settimana, soffusamente elettrico con grinta, un po’ alla maniera dei Violent Femmes.

MoonlandingzSweet Saturn Mine

Confesso che non avevo mai sentito parlare di questo The Eccentronic Research Council prima. Non so chi siano ma questo progetto insieme a quegli sciroccati di The Fat White Family promette benissimo. Un ep in uscita e una canzone ad anticiparlo che è un piccolo capolavoro di psichedelia da dancefloor. Segnatevi il nome.

SpectresWhere Flies Sleep

Non li avessi visti dal vivo, probabilmente avrei ceduto alla tentazione di archiviare questa band alla voce nu-gaze, fatto bene quanto vi pare, ma che non aggiunge niente al già sentito. E invece la ferocia con cui padroneggiano feedback e melodia è qualcosa che li rende speciali. Dying, il loro esordio, è stato accolto da NME con un 9 nella stessa pagina in cui a Noel Gallagher veniva cortesemente assegnato un 7. Per dire.

SiskiyouWasted Genius

C’è una tradizione nobile dell’indie-rock canadese che ha una sua specificità soprattutto per quanto riguarda l’approccio alla melodia. Le coordinate di questo suono sono state fissate in anni recenti dai compianti Wolf Parade e dagli Arcade Fire di Funeral. Con il nuovo Nervous anche i Siskiyou abbracciano questa tradizione innervandola con la propria sensibilità votata al folk. Con ottimi risultati.

The AmazingPicture You

Se non siete quelli dell’originalità a tutti costi, date un ascolto a questi svedesi che con il nuovo album mettono a fuoco un folk pop praticamente perfetto. Ci sono i Red House Painters, Neil Halstead e anche i Belle and Sebastian fanno capolino di tanto in tanto. Probabilmente me ne dimenticherò al momento di fare la classifica di fine anno, ma in questo strascico di inverno che fatica a farsi primavera si fanno ascoltare che è un piacere.

Luigi Mutarelli

No More Heroes (Fiver #10.2015)

Ian Svenonius

Ian Svenonius

Whatever happened to the heroes?
The Stranglers, 1977

Supponiamo che tra i miei amici ne avessi 10 di età sotto i 30, anzi no facciamo anche 35 anni, con una  asserita passione per la musica indie (lo so, il termine non descrive più nulla ma ancora non mi viene in mente nessun altro aggettivo per sostituirlo, se avete suggerimenti sono ben accetti). Immaginiamo anche che un giorno, spinto da motivi chiari soltanto a me stesso, decidessi di chiedere loro un’opinione circa uno come  Ian Svenonius. A bruciapelo senza un tablet, un pc, uno smartphone a portata di mano: niente wikipedia, allmusic.com, pitchfork, neppure uno Scaruffi qualunque in grado di bonificare con un clic il collettivo vuoto di conoscenza (e di coscienza). Se lo facessi credo – anzi sono certo – che non più di 2 su 10 saprebbero articolare una risposta in grado di dimostrare una cognizione di causa sia pur minima al riguardo. Temo succederebbe la stessa cosa se al posto di Ian Svenonius nominassi Calvin Johnson.
Detto che:
a) tra i pochi personaggi che in qualche modo hanno indirizzato in questi molti anni la mia idea di come la musica dovrebbe essere intesa, Ian Svenonius e Calvin Johnson occupano un ruolo di chiara rilevanza;
b) i due personaggi di cui sopra sono da almeno un quarto di secolo tra i principali punti di riferimento della scena indie rock americana, sia per i tanti dischi pubblicati con le band da loro guidate che per le idee professate con ogni mezzo necessario. In caso di obiezioni al riguardo, quale certificazione di qualità scorrete l’elenco di etichette discografiche che si sono impegnate a pubblicare i dischi di Svenonius nell’inventario posto in calce a queste poche righe (i libri scritti dall’uomo valgono giusto un pelo meno della sua musica, ma siamo lì, su questo quale attestazione di qualità vi deve necessariamente bastare il mio giudizio);
il fatto che nella mia congettura siano entrambi ignorati dalla grande maggioranza di persone titolari delle caratteristiche in premessa, significa sostanzialmente due cose, diverse ma probabilmente complementari tra loro:
1) non è più tempo per gli eroi
2) oggigiorno la musica è solamente musica, fine a se stessa. A pochi interessa il fatto che sia un veicolo adatto a trasportare ANCHE altre cose (cultura? arte? politica? in altre parole che possa essere uno strumento in grado di fornire una chiave di lettura della vita di tutti i giorni diversa da quella standard che viene assegnata in dotazione ad ogni essere vivente).
Il che non è necessariamente un male, solo un dato di fatto di cui tenere conto.
In ogni caso è un indizio di come oggi ci si avvicina alla musica con una visione molto, molto diversa da quella con cui sono cresciuto e con cui io sono stato abituato a convivere.
Oppure è solo che mi sono fatto un quadro sbagliato e pessimistico e la maggior parte dei miei amici ha tra i suoi dischi una stampa di Sound Verite e tiene una copia di Psychic Soviet sul comodino. In questo caso il prossimo giro a banco lo offro io.

Ian Svenonius con i Nation of Ulysses:
13 Point Program to Destroy America (Dischord, 1991)
Plays Pretty for Baby (Dischord, 1992)
The Embassy Tapes (Dischord, 2000)

Ian Svenonius con i Cupid Car Club
Join Our Club (Kill Rock Stars, 1993)

Ian Svenonius con i Make-Up:
Destination: Love – Live! At Cold Rice (Dischord, 1996)
After Dark (Dischord, 1997)
Sound Verite (K, 1997)
In Mass Mind (Dischord, 1998)
Save Yourself (K, 1999)
I Want Some (K, 1999)
Untouchable Sound (Drag City, 2006)

Ian Svenonius con i Weird War:
Weird War (Drag City, 2002)
If You Can’t Beat ‘em, Bite’em (Drag City, 2004)
Illuiminated by the Light (Drag City, 2005)

Ian Svenonius con gli Scene Creamers:
I Suck on that Emotion (Drag City, 2003)

Ian Svenonius con i Chain and the Gang:
Down with Liberty…Up with Chains! (K, 2009)
Music’s not for Everyone (K, 2011)
In Cold Blood (K, 2012)
Minimum Rock’n’Roll (Dischord, 2014)

Ian Svenonius con gli XYZ:
XYZ (Mono-tone, 2014)

Ian Svenonius e i libri:
The Psychic Soviet (Drag City, 2006)
Supernatural Strategies for Making a Rock’n’Roll Group (Akashic, 2013)
Censorship Now! (Akashic, in uscita ad ottobre 2015)

XYZ “Bubblegum

Con me Svenonius non si accontenta del risultato già abbondantemente acquisito ma vuole stravincere. Come quelle squadre che sul cinque a zero in loro favore continuano ad attaccare e non sono mai sazie. Lo fa decidendo di citare Alan Vega accoppiandosi con un amico francese: synth che sostengono una struttura scheletrica e la sua voce che al solito recita omelie. Per come la vedo io, irresistibile.

Young Guv “Crushing Sensation

Ho sempre avuto un rapporto strano con i Fucked Up. La voce del cantante ciccione è di quelle che non vorrei mai sentire e mi urta i nervi ma lui mi sta simpaticissimo. La loro musica mediamente mi piace, a tratti anzi mi piace molto. Ho sempre trovato che nella sua struttura quasi hc punk avesse comunque qualche sua radice infilata nell’indie inglese di metà 80’s, radici peraltro non disconosciute dal gruppo con la scelta di alcune cover di cui in passato qui abbiamo già scritto (Shop Assistants e Another Sunny Day in particolare). Il progetto solista del loro chitarrista Ben Cook (in uscita non a caso per Slumberland) va anche oltre, con il falsetto disco anni ’70 utilizzato da lui (o chiunque altro sia a cantare) in totale antitesi alla voce da cavernicolo del suo capo nei Fucked Up. Disimpegno divertente.

Playlounge “Skulls

Farsi trasportare dai collegamenti passando da un gruppo all’altro nella ragnatela di rimandi in rete. Vorrei incollare qui certe periodiche conversazioni telematiche con un paio di amici che sembrano partite a tennis con continue ribattute l’uno ai nomi proposti dall’altro. A questi Playlounge da Londra sud poi traslocati come tutti a nord, direzione Shoreditch, ci sono arrivato perché di recente hanno suonato assieme ai Best Friends, gruppo di cui già abbiamo parlato da queste parti. Qualcosa dei Los Campesinos, qualcosa dei Joanna Gruesome, qualcosa dei Therapy. Metronomici, violenti e melodici quanto basta.

Westkust “Swirl

Ogni tanto la Svezia la perdo di vista e mi pare non accada più nulla da quelle parti. Del resto tutto quello che deve succedere ora sta succedendo in Danimarca. Poi mi capita tra capo e collo una canzone così e mi si risveglia la voglia di Shout Out Louds, Love Is All e Radio Dept. Voci che si scambiano, chitarre che corrono, piedi che schiacciano distorsori e batteria che pianta chiodi. Il 22 aprile uscirà il loro disco, sarà aperto da questa canzone che lo anticiperà anche come singolo. Ci conto.

Novella “Land Gone

Novella-Psyche dream pop in full overdrive – sounds like The Passions in a head on collision with Neu! on an East London Autobahn (if such a place exists!) – we love it” – Bobby
Il like sulla pagina facebook dei Primal Scream mi serve soprattutto per tener dietro alle segnalazioni di Bobby Gillespie. Che prima ancora che musicista è sempre stato un grande appassionato di musica: di ogni genere e di ogni epoca (a chi altri sarebbe venuto in mente di citare i Passions?!). E raramente ha sbagliato. In questo caso sinceramente non sento nulla che già non abbia ascoltato dentro un qualunque singolo delle Lush o più recentemente delle Dum Dum Girls. Però, altrettanto sinceramente, io un gruppo segnalato da Gillespie con quattro ragazze carine in formazione non lo lascio in un angolo.

Arturo Compagnoni

No Hope Kids (Fiver #09.2015)

 

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Ci sono gruppi che alzano l’asticella. Arrivano, lasciano il segno, fanno semplicemente in modo che le cose non saranno mai più come prima. In maniera magari del tutto inconsapevole. Ma lo fanno. Sleater Kinney è uno di quei gruppi.

E’ tutt’ora così, anno domini 2015. Allo stesso modo di quell’estate del 1995 quando pubblicarono il primo album per una minuscola etichetta indie di Portland. La Chainsaw Records nacque come fanzine, legata a stretto giro alla scena queer del nord ovest e diede il via a tutto quell’insieme di bands che con una certa semplificazione furono etichettate come riot grrrl. Certo, anche le Bikini Kill e altre etichette come la Kill Rock Stars. Roba che davvero segnò un’epoca. Ma le Sleater Kinney, si capì immediatamente, in quei confini stavano dannatamente scomode. Erano di un’altra categoria, onestamente. Quando qualcuno lo faceva notare reagivano stizzite. Ma la verità era inconfutabile: quei dischi (non tanto il primo, ancora materia grezza, ma i due successivi, Call the Doctor e Dig Me Out) erano talmente buoni che non si potevano solo considerare il prodotto di una determinata scena ma l’evolversi di un intero linguaggio, quello del punk-rock più viscerale che, di colpo, trovò in quelle canzoni un modo per riaggiornare il proprio tempo biologico.

Tanto che la critica dell’epoca, anche quella importante, fu costretta ad ammettere che semplicemente le Sleater Kinney erano THE BEST BAND IN THE WORLD.

Greil Marcus si spinse oltre e dichiarò che…….If you finaly hear Sleater-Kinney’s music on your radio, you’ll know that the whole notion of radio–and maybe the world–has changed.

Sleater-Kinney

Sleater-Kinney

Dieci anni di canzoni e di parole mai banali. Di volumi esagerati, feedback e due chitarre riconoscibili, una che suona come un basso talvolta. Di un drumming così potente da trasformarlo nel battito di un cuore. Dieci anni di tour infiniti. Dieci anni di autogestione, sempre tutto sotto controllo mai un passo nella direzione sbagliata. Non hanno mai tradito, loro. Mai.

Un giorno hanno semplicemente deciso che era giunta l’ora di fare altro. E’ rimasta la musica (Carrie e Janet con Wild Flag, Corin Tucker con i dischi solisti) ma anche televisione (Portlandia, serie tv dove Carrie è protagonista) e scrittura. E poi, ancora, famiglie, figli. Vita vera, insomma. Altri 10 anni, trascorsi così.

Ci sono cose che vanno fatte. Ad un certo punto, senza una vera ragione a dover giustificare. Ci si ritrova con gli amici di sempre e si riparte.

A proposito di alzare l’asticella. Ecco, immaginatevi una qualsiasi reunion, d’ora in avanti. Adesso se qualcuno reputerà necessario tornare dovrà farlo con un disco nuovo. E farlo nel miglior modo possibile. Un disco che possibilmente finisca tra i migliori dell’anno. Se non funziona, meglio rinunciare. Meglio rimanere dove si è stati fino ad ora. Altri ritorni non avranno nessun senso e sarà solo la nostra sfrontata ed ingiustificabile condizione di fan a poter giustificare tutti i Ride, Slowdive, Replacements e Jesus and Mary Chain di questo mondo.

L’asticella è qui, sotto gli occhi di tutti. Se vuoi tornare fallo con il disco dell’anno. Come le Sleater Kinney. Non più il migliore gruppo del mondo. Ma l’unico che abbia davvero un senso in questo momento. No Cities To Love è un disco che fa un effetto del genere, ancora una volta.

(questo articolo è uscito originariamente per la fanzine NO HOPE, fatta a mano in edizione limitata in 100 pezzi, distribuita gratuitamente al Covo Club di Bologna durante la serata NO HOPE KIDS.)

SONIC YOUTH – Anti Orgasm

Non so se un gruppo come Sleater Kinney sarebbe mai esistito se Kim Gordon non avesse un giorno deciso che era comunque una buona idea far parte di una band. E’ di questi giorni l’uscita sul mercato dell’attesissima autobiografia, Girl in A Band. Un libro che si fa leggere con entusiasmo, ricco di citazioni, di nomi e di date che faranno la gioia di qualsiasi appassionato.513ZI-p-ZSL._SY344_BO1,204,203,200_
Mi è piaciuta tantissimo la prima parte in particolare, quella incentrata sull’adolescenza losangelina. Si è sempre pensato (giustamente) ai Sonic Youth come ad una band newyorkese e invece sorprende non poco la visione di una Kim Gordon adolescente prettamente californiana. Sarà una cosa banale ma quel passaggio dove appena quattordicenne racconta di sognare di poter vivere in una di quelle baite nel bosco che circondano le colline di LA, come facevano i musicisti dell’epoca, chiusa nella sua cameretta, fumando erba e ascoltando ossessivamente Joni Mitchell, mi ha emozionato e ricordato qualcosa della mia di adolescenza.
The Eternal è il mio disco dei Sonic Youth preferito. Lo dico per giustificare la canzone che ho piazzato qui sopra. Penso che i Sonic Youth siano l’unico gruppo in assoluto dove l’ultimo album di una discografia sia anche il mio preferito, condizione che solitamente è riservata al debutto o a quello subito successivo. Ma i Sonic Youth non sono mai stati un gruppo come un altro. E ricostruire, anche grazie alla biografia della Gordon, quel percorso è un’esperienza che chiunque abbia anche solo un minimo amato la band dovrebbe fare.
Anti-Orgasm è una canzone politica, dove Kim Gordon è protagonista di un duetto con l’ex marito Thurston Moore…..do you undestand the problem / anti war is anti orgasm / smash the moral hypocrisy / liberation / not your sex slave…..avercene, cazzo, di gruppi così, di donne così, di canzoni così…..

Built to Spill – Living Zoo

Uno parte fiducioso fin da subito. E ci mancherebbe altro, considerando che There’s Nothing Wrong with Love è uno dei miei album preferiti di sempre. Si aggiunge il fatto che ormai sono passati sei anni dall’ultimo disco e, insomma, le aspettative aumentano e, come dire, al primo ascolto ci si gioca il bonus fedeltà. Piace a prescindere, ecco.
In questi casi vale qualsiasi cosa, va detto. Conviene utilizzare anche le controprove. Tipo chiudere gli occhi, infilarsi le cuffie e cercare di immaginarsi la canzone suonata da un gruppo all’esordio, completamente sconosciuto. Piace comunque, va detto e sopravvive a qualsiasi verifica. Un’apertura che suona come se fosse una conclusione con quel solo di chitarra privo di sbocchi che sorprende per poi trasformarsi in una roba che fa battere il piedino, entra in testa e non molla più la presa. Pop, alle mie orecchie. Tanto quanto può esserlo una qualsiasi canzone dei Dinosaur Jr. Fossi un quindicenne abituato a scrivere solo su facebook ci aggiungerei pure qualche cuoricino, a questo punto. Per questa volta ve lo risparmio.

Courtney Barnett – Pedestrian at Best

Album numero due alle porte per Courtney Barnett. Australiana con alle spalle un debutto ai limiti del miracoloso. Una che scrive canzoni, tanto per iniziare. Non abbozzi di frasi rubate in giro ma roba che per verbosità sembra uscire direttamente dagli anni settanta con quello stile così particolare ed un cantato che sembra sempre essere sul punto di trasformarsi in una recita. Canzoni sempre a metà strada tra tragedia e puro intrattenimento.
Sinceramente il brano nuovo lascia perplessi. Troppa energia, troppa foga, troppo volume. Tutto un pò troppo, insomma. Basta però non soffermarsi in superficie per accorgersi che comunque questa è una canzone che sta in piedi senza problemi. Incrociamo le dita ed aspettiamo l’LP, come si sarebbe detto un tempo.

Diet Cig – Scene Sick

Scacco matto in 3 mosse.
1) “I just wanna dance, I just wanna dance/ Come on take my hand, fuck all your romance, I just wanna dance”…..intrattenimento è un concetto che ai gruppi indie dovrebbero insegnare da piccoli. Come le tabelline ai vostri figli in prima elementare. Troppi se ne dimenticano, difatti. Alla fine vogliamo solo ballare, chiaro??
2) la K Records è una delle mie etichette preferite di tutti i tempi. I Diet Cig sono un gruppo K, a tutti gli effetti, nonostante abbiano inciso il loro EP di debutto per non so nemmeno chi. In virtù della strumentazione, prima di tutto: chitarra e batteria. Beat Happening, anyone?? E poi canzoni di pochi minuti, l’amore per il ritornello che non fa prigionieri. 6 canzoni, 6 potenziali singoli.
3) Punk come poteva esserlo un gruppo della Sarah Records? Ho detto Sarah? Sì, appunto, scacco matto.

Father John Misty – When You’re Smiling and Astride Me

Father John Misty, il progetto di Joshua Tillman, se ne sta in un’altra dimensione. Lassù da qualche parte dove il 99% della scena indie non arriverrà mai. A scrivere canzoni talmente perfette da risultare immediatamente classiche. Classico è pure l’impianto sonoro che sta esattamente a metà strada tra il rock radiofonico di un’ altra epoca e il folk-rock. Senza paura di abbondare con synth, archi ed arrangiamenti sopra le righe. Esattamente all’opposto di una band come Diet Cig, per intendersi. Eppure non mi sembra così sconveniente trovare spazio per entrambi, tutt’altro. Basta semplicemente non affrontare le vicende musicale come se ci fosse alla base un’ideologia da difendere. Per gente che tiene in casa i dischi di Randy Newman e degli Stooges come se fosse la cosa più naturale del mondo da fare. Impossibile resistere ad un viaggio che sa essere drammatico, esilarante, rabbioso, miserabille e comico allo stesso tempo. E il disco di Joshua Tillman è tutte queste cose messe insieme.
When You’re Smiling and Astride Me è una delle mie preferite.

Cesare Lorenzi

An old passion. For Tomorrow. (Fiver #08.2015)

BLUR

BLUR

Credo sia innegabile che per tutti esistano Passioni e passioni. Storie fondamentali che poi finiscono. Fiammate insane che bruciano nello spazio di poco tempo. Relazioni che durano tutta una vita anche se poi, dopo tutto, in nessun momento sono mai stati la “tua storia più importante”.

Ci sono due nomi che mi vengono in mente, ovviamente a livello personale, quando cerco di applicare all’ambito musicale questa teoria (esercizio tipico per chi alla musica ha assegnato una centralità nella propria vita per molti altri incomprensibile), i REM e i Blur.

Gruppi che mi hanno accompagnato nel tempo senza mai tradirmi e che hanno punteggiato fasi e momenti della mia vita ma senza essere mai, se non per brevissimi momenti, veramente imprescindibili.

Quando, nei giorni scorsi, è uscita la notizia del nuovo album dei Blur, atteso da anni, in questa overdose quotidiana di notizie, l’effetto è stato un po’ quello della lettera che estrai subito dalla pila, o la mail o il messaggio di whatsapp che vai a leggere per primo, una questione di sentimento sempre ben presente, o semplicemente di rispetto. E a un tratto mi sono tornati alla mente i particolari della nostra “relazione”.

Reading Festival 1991Reading 1991

Setlist: Explain, Bang, High Cool, Bad Day, Oily Water, She’s So High, Turn It Up, There’s No Other Way, Wear Me Down, Mr. Briggs, Slow Down, Come Together, Commercial Break

Damon con un caschetto biondo improbabile. Blur piazzati a metà pomeriggio, molto lontani dagli headliner Carter USM e James, con la stampa inglese che li da già per finiti.Io nel pratone con una compagnia improbabile a chiedermi perchè mi sono perso i Nirvana il giorno prima.

Reading Festival 1993

Setlist: Intermission, Popscene, Come Together, Colin Zeal, She’s So High, Sunday Sunday, Bank Holiday, Pressure On Julian, Commercial Break, There’s No Other Way, Chemical World, Coping, Parklife, For Tomorrow, Advert.

Una tenda imballata, il palco come un salotto. Modern Life is Rubbish. For Tomorrow che  sembra Bowie. Euforia contagiosa. Un impressione di decollo imminente.

Factory, Milano 12/11/1994

Setlist: Lot 105, Coping, Jubilee, Popscene, Tracy Jacks, End Of A Century, Chemical World, Badhead, There’s No Other Way, To The End, Advert, Supa Shoppa, Parklife, Girls & Boys, The Debt Collector, Bank Holiday, This Is A Low

Parklife, l’apoteosi. Per una sera Milano mi sembra Londra. La Londra che non c’è più. Comprare Ep e magazines la sera tardi da Tower Records a Piccadilly, il Melody Maker, il Notting Hill Records Exchange…

Vox Club Nonantola (Mo), 14/3/1996

Setlist: Intermission, Popscene, It Could Be You, Charmless Man,Tracy Jacks, End Of A Century, Coping, To The End, Entertain Me, Jubilee, Mr. Robinson’s Quango, Globe Alone,Advert, Bank Holiday, Supa Shoppa, Country House – 1st Encore – Girls & Boys, He Thought Of Cars, Stereotypes, This Is A Low- 2nd Encore -Parklife – The Universal

Country House, la gazzarra con gli Oasis. Il Britpop degenera. The great escape. L’edonismo. Una sensazione di vuoto.

Taratata, Paladozza Bologna 1/3/1999taratata1marzo

Può esistere qualcosa di più assurdo dell’accoppiata Blur/Grignani impegnati in mini show introdotti dal desaparecido Enrico Silvestrin a favore delle telecamere televisive? Non credo. Dalle gradinate amore per i Blur adulti di Beetlebum e Song 2 ma la classicità farlocca di Tender mi sconforta. Per una coincidenza a posteriori veramente bizzarra gli altri megaospiti stranieri di quella sgangherata trasmissione furono proprio i Rem…

Primavera Sound, Barcelona 2013

Setlist: (Theme From Retro), Girls & Boys, Popscene, There’s No Other Way, Beetlebum, Out Of Time, Trimm Trabb, Caramel, Coffee & TV, Tender, Country House, Parklife, End Of A Century, This Is A Low -Encore – Under The Westway, For Tomorrow (Visit To Primrose Hill Extended), The Universal, Song 2

Quattordici anni dopo ci ritroviamo. Invecchiati. (Io peggio indubbiamente) Ma dopo un iniziale imbarazzo l’abbraccio è di quelli caldi e sinceri.

E arriviamo ad oggi. Go Out è fuori. Niente di incredibile ma è un pezzo non banale da preferire a molte altre cose in circolazione che giocano “sicuro”. Una certezza a cui (ri)aggrapparsi.

Il nuovo album esce il 27/4 e saremo lì in tanti, innamorati o semplici compagni di percorso.

Una passione con la p minuscola ma che fa parte in maniera indiscutibile della mia Vita.

Blur – Go Out

Yung- Nobody Cares

Semplicemente una bomba. Da Aarhus, Danimarca.

Parte arpeggiato, si trasforma in un invito a pogare, si arresta, cambia strada e si conclude come un inno generazionale con quel “Nobody Cares” urlato parossisticamente.

In mezzo tante di quelle idee da riempirci un album e una giostra impazzita di riferimenti inglesi, americani e australiani.

Impensabile perderseli al prossimo Beaches Brew.

Cheatahs – Sunne

Lo so, lo so. Loveless. My Bloody Valentine. Lazarus. Boo Radleys, blah, blah. Chissenefrega. Tipiche sonorità che su di me hanno lo stesso effetto della presa del dito Wuxi…Kung Fu Panda anyone? Insomma, Skatoosh! Tornano i Cheathas con 4 tracce che compongono il Sunne Ep e mi spaccano il cuore in due un’altra volta.

Il tutto incomprensibile per chi guarda da fuori, come il vero amore d’altronde.

Krill – Tiger

Chissà se ne hanno venduta almeno una delle mozzarelle nelle quali avevano posizionato una chiavetta usb con la loro musica..

Dall’eccellente Exploding In Sound Records di Brooklyn, dalla quale sono in arrivo anche i potentissimi Pile, i Krill si ripresentano dopo l’interessante ma incompiuto Lucky Leaves del 2012.

Chitarre storte, melodie accennate, potenza trattenuta. Tiger si ferma un attimo prima di diventare un pezzo dei fratelli Kinsella, un attimo prima di diventare un pezzo dei Pavement, un attimo dopo avermi fatto (quasi) innamorare.

Boxed In – All Your Love Is Gone

Ricordo un’assurda trasferta di mezza estate, diversi anni fa, ad Arezzo per vedere gli Lcd Soundsystem che avevano pubblicato da poco tempo il primo album e una manciata di singoli. Partenza a metà pomeriggio, autostrada imballata. Caldo africano.

Nell’incantevole (!) cornice dello stadio comunale James Murphy e soci mi acchiapparono letteralmente braccia e gambe scaraventandomi in un’insensata, irrefrenabile danza. Alcune ore dopo, a notte fonda, il ritorno a Bologna sulla multipla del mio amico Marco, ovviamente placidamente addormentato accanto a me,  si trasformò in un’ epica battaglia con il sonno che se l’avessi persa non sarei ora qui a raccontare.

E i Boxed In? Ah, ok. Sono inglesi, nell’album vogliono giocare a fare i Disclosure con poca fortuna ma questo pezzo, ogni volta, mi fa sentire allo stadio comunale di Arezzo e mi dipinge un sorriso malinconico sulle labbra.

Massimiliano Bucchieri

Now or Neverland (Fiver #07.2015)

I'M FROM BARCELONA

I’M FROM BARCELONA

Uno dei tanti processi che periodicamente mi ricordano quanto tanto la musica influenzi le mie giornate è la constatazione dei continui incroci tra episodi, anche banali, che capitano quotidianamente e frammenti, spesso piccoli e apparentemente insignificanti di dischi, canzoni e amenità varie che in un modo o nell’altro finiscono per collegarsi ad essi. Spesso ho la netta sensazione che, per quanto mi riguardi, sia la vita di tutti i giorni a ruotare attorno alla musica e non la musica a capitare incidentalmente, per quanto spesso, dentro la vita reale. L’altro giorno è bastato imbattermi in un paio di titoli di dischi in uscita per attivare tra me e me stesso una serie di considerazioni circa un argomento che in realtà ritorna da sempre ciclicamente nelle mie analisi, sia quelle personali che quelle relazionate alla gente che mi sta attorno. I dischi sono i nuovi album di I’m from Barcelona e Colleen Green e i rispettivi titoli, apparentemente antitetici, sono Growing Up Is for Trees e I Want to Grow Up. Entrambe le affermazioni si adattano perfettamente ai relativi autori e riflettono altrettanto fedelmente le corrispondenti età anagrafiche. Necessità di crescita e rifiuto della stessa sono due temi ricorrenti e difficilmente inquadrabili in opinioni pre costituite, per quanto in giro in molti sembrano avere giudizi fermi e sicuri sul tema. Per tanti anni pensavo fosse una cosa solo mia sta storia di non impegnarmi a crescere, inaugurata ufficialmente quando a cavallo dei 15 anni mi piombò tra capo e collo quel disco di Bennato che rileggeva la favola di Peter Pan cambiando la mia prospettiva sul come osservare le cose. In effetti a quell’epoca ero in anticipo sui tempi, bruciando di qualche anno la psicologia tutta (The Peter Pan Syndrome: Men Who Never Grown Up, il trattato con cui Dan Kiley definì la questione, usci nell’83 mentre Sono Solo canzonette di Edoardo Bennato venne pubblicato nel 1980). In realtà l’eterno fanciullo che credevo fosse faccenda solo mia era invece farina del sacco di un certo Ovidio, che già duemila anni fa codificava l’archetipo con aspetti mitologici nelle sue Metamorfosi. Il puer aeternus, eterno fanciullo appunto: un’esistenza condotta impegnandosi ad evitare le responsabilità e a schivare qualunque impegno definitivo. Una vita che fa perno su indipendenza e libertà, intollerabile porre limitazioni e confine alcuno. Che detta così sinceramente è una visione cui difficilmente potrei trovare qualcosa da obiettare. Se non che ad un certo punto ti accorgi che per quanto ti impegni a schivare problemi e responsabilità capita che prima o poi siano loro a scovare te e ad inchiodarti in un angolo da cui sei totalmente incapace di uscire perché non hai in mano alcuno strumento per farlo, non ci sei abituato. Però poi magari quel momento potrebbe anche non arrivare. Allora tanto vale continuare ad ascoltare le canzoni eternamente fanciulle degli I’m from Barcelona, efficace surrogato all’idea di affrontare un mondo concreto e una vita reale.

I’m from Barcelona “Violins

Ecco, appunto.

No Age “Six Pack

Con le cover ho un rapporto strano. Ogni volta che mi giunge notizia che uno dei “miei” gruppi pubblicherà la cover di una delle “mie” canzoni non sto nella pelle dalla voglia di ascoltarla. Poi immancabilmente quando la ascolto resto indifferente quando non addirittura contrariato. Ovvio che sia così. Se la canzone originale è una delle “mie” canzoni perché mai qualcun altro che non sia il suo autore originale dovrebbe riuscire a farne una versione migliore? In definitiva sono giunto alla conclusione che non è l’ascolto della canzone che mi interessa, bensì la dichiarazione ideologica che la scelta della canzone sottende. Nel caso dei No Age, gruppo troppo spesso (o troppo presto) dimenticato da molti, la dichiarazione a questo giro è di quelle che non lasciano spazio al dubbio: un 45 giri con su un lato Six Pack dei Black Flag e sull’altro Sex Beat dei Gun Club. Complimenti vivissimi.

Birth Defects “Party Suicide

Gli show degli Oh Sees sono piuttosto memorabili. C’è un motivo principale (la presenza di John Dwyer) e diversi motivi collaterali. Uno di questi è (era perché ora non c’è più) la figura di Petey Dammit, lo skinhead spilungone che suona una chitarra letteralmente appesa al collo facendola passare tramite amplificatori da basso (questa me l’hanno spiegata perché di tecnica notoriamente non capisco un accidente). Da quando ha abbandonato gli Oh Sees aspetto di vederlo ricomparire da qualche parte. Logico dunque che l’altro giorno, quando mi è capitato sotto gli occhi il video dei Birth Defects, la mia attenzione sia stata immediatamente catturata dalla sua presenza sulla sinistra. Non più skinhead ma indubitabilmente mod (culture del resto limitrofe e spesso sovrapponibili) e stessa chitarra (o è un basso?) agganciata al collo. Apprendo che il batterista di questi Birth Defects suonava nelle Bleached, il disco sarà prodotto da Ty Segall ed uscirà per la Ghost Ramp, nuova etichetta di Nathan “Wavves” Williams. Praticamente una bomba atomica pronta ad esplodere. Immagino che i promoter non abbiano bisogno del mio consiglio per segnarsi il loro nome e portarli immediatamente a suonare dalle nostre parti.

Joanna Gruesome “Last Year

La scorsa settimana ho letto un sacco di roba riguardo Sanremo scritta da un sacco di gente che fa parte del “mio giro”. Sinceramente mi sfugge il perché qualcuno che faccia parte del “mio giro” dovrebbe occupare il suo tempo guardando Sanremo e ascoltando certe canzoni e pure spendere le proprie energie per commentare l’evento. Non vedo un motivo che sia uno. Soprattutto se durante quella stessa settimana i Joanna Gruesome mettono a disposizione l’ascolto di una nuova canzone che sarà inclusa nel loro secondo album in uscita il prossimo (molto prossimo) 11 di maggio.

Dick Diver “Tearing the Posters Down

E’ abbastanza evidente che sto andando in fissa con l’Australia. I Dick Diver arrivano da Melbourne e stanno per pubblicare il loro terzo album per la Trouble in Mind, una di quelle etichette che sono garanzia di qualità. Questa canzone porta dritti tra le braccia di Chills e Go-Betweens e piacerà senza dubbio a chi apprezza i più recenti percorsi di una certa area di nuova America che ha tanto il sapor di antico (diciamo Woods e Real Estate, tanto per tracciare una linea).

Arturo Compagnoni