Happy when it rains (Fiver #03.2015)

Jessica Pratt

Jessica Pratt

Tra i pochissimi buoni propositi che cercherò di mettere in pratica in questo nuovo anno, uno in particolare riguarda la musica.
Ci pensavo ascoltando il nuovo album di Panda Bear che, lo saprete a questo punto, è il disco del momento quantomeno in termini di esposizione.
Rimuginavo sul fatto che il mio tempo lo utilizzo male.
Un problema che riguarda anche le attività che amo di più, tra le quali certamente ascoltare musica. La voglia di tenermi aggiornato mi porta ad ascoltare quintali di musica superflua.
E non parlo solo dei dischi oggettivamente brutti, quelli durano lo spazio di un ascolto e poi vengono archiviati e comunque se ci fosse una maniera di risparmiarseli sarebbe manna dal cielo. Ma di quei dischi e di quei gruppi che invece dovrebbero piacermi o che quantomeno hanno tutto per potermi piacere, però non lo fanno.
Panda Bear è uno di quelli.
Curioso che alla fine a forza di sentire pareri illuminati, amici che piangono lacrime di commozione, uno ci provi insistentemente.
È stato così con i loro dischi precedenti, già capolavori conclamati per buona parte della critica che conta. Mi sono ritrovato ad ascoltarli con insistenza e allo stesso tempo farmeli passare in superficie con la stessa facilità del bere un bicchiere di acqua fresca in una giornata da 40 gradi. Per poi riprovarci ancora. E ancora.
In attesa di quel benedetto click che mi facesse capire. In attesa di una rivelazione che invece non è mai avvenuta. Niente, buio completo o quasi.
Quando è stato il momento ho preso la macchina e fatto chilometri per vederlo dal vivo (Noah Lennox si esibisce da solo, infatti). Ma niente, anche in quel caso, nulla da fare.
Ecco, quest’anno, il nuovo disco di Panda Bear l’ho ascoltato poco. Un paio di tentativi, insomma.
Bisogna avere rispetto dei propri buoni propositi che sono frutto di ragionevolezza e lucidità estrema. Vivrò senza Panda Bear.
Se ne farà una ragione sicuramente anche lui e tutti voi, ne sono certo.
Quello che voglio dire, alla fine, è che tutta questa montagna di musica che ogni giorno mi si riversa addosso e tutte queste affannose ricerche sono dettate solo da quel momento, quell’istante che quando ritorna mi ripaga di tutte le ore spese inutilmente con l’amplificatore dell’impianto acceso.
Perché c’è musica e musica. Ma è solo quella che ci parla direttamente che funziona. Quel piccolo luogo di conforto che non tradisce mai le aspettative. Quel momento che quando accade ci si rende immediatamente conto che ne vale ancora la pena. Succede di rado. Ed è sempre più difficile fare in modo che accada.
Ecco, vorrei passare maggiormente tempo in compagnia della musica. Della mia musica. Non mi sembra di chiedere l’impossibile.

Waxahatchee – Air

Katie Crutchfield sa come scrivere una canzone, questo è certo. Il problema casomai è che ci aveva abituato fin troppo bene nel recente passato. “Cerulean Salt”, l’album del 2013, l’ho letteralmente consumato, nonostante fossero canzoni che si reggevano in equilibrio precario: un po’ folk, ma con la giusta dose di rumore che faceva comunque capolino (tanto da farne comunque una band “indie”) e una capacità di scrittura sicuramente oltre la media. Perfetto, insomma. Ma anche fragile. Talmente delicato che in un attimo si rischia di ritrovarsi dalla parte del confine sbagliato: tra le braccia dei lettori di Mojo. Questa canzone che fa da apripista al nuovo album non ci toglie i timori, nonostante, alla fin fine, sia un gran pezzo. Produzione di lusso e deciso passo in avanti in termini di professionalità. Appunto, quello che potrebbe poi rivelarsi come un problema. Ma mettiamoci nei suoi panni, povera ragazza. Non può mica ascoltare noi che vorremmo tarparle le ali e tenercela stretta stretta con la sua acustica scassata e rumorosa a confortare il nostro vecchio cuore infranto. Magari va di lusso, comunque. Vai a sapere.

Wish – Slacker

Disco da riscoprire, il primo di Wish, canadesi di Toronto. Un gruppo che sembra trovarsi alla perfezione nei territori dell’indie-rock venato di chitarre e una psichedelia appena accennata.
Slacker (oh, anni novanta, do you remember?) piazza subito un giro di chitarra contagioso che ha il merito di trasformarsi in un lungo finale di rumore elettrico e distorsione. Roba che a qualcuno ricorderà i primi Yo La Tengo. Roba che da queste parti piace parecchio.

Best Friends – Shred til you’re dead

Non mi chiedete l’impossibile. Di resistere ad una canzone di 120 secondi che indovina un riffetto memorabile e lo fa con l’ostentata indifferenza dell’adolescenza, per esempio. Non me lo chiedete perchè mi risulterebbe impossibile. Questa è una canzone da ascoltare 50 volte consecutive, da consumarsi come una cazzo di big babol finchè non rimane nessun sapore e le mandibole girano a vuoto. Prendersi una pausa. E ricominciare di nuovo.

Jessica Pratt – Back, baby

Non mi fanno impazzire i dischi folk, di solito. Sopratutto quando rimangono nei territori di una tradizione al limite del conservatorismo: voce e chitarra acustica, tanto per intendersi. Ho solitamente bisogno di watt, distorsioni, ritmi e volumi. Poi escono dischi invece classicamente folk che adoro. Mi capiterà una volta all’anno, ad essere ottimisti. L’ultimo caso che mi ricordi è stato quello di Joanna Newsom (che volendo essere pignoli di folk inteso nella sua accezione più classica ha ben poco, ma insomma, dai, ci siamo capiti). Bene, con la Newsom, Jessica Pratt ha un paio di cose in comune: l’etichetta per cui incide, la fantastica Drag City, e -particolare ben più rilevante- una voce assolutamente fuori dal comune. Non si capisce se sia l’accento o se sia proprio il tono della voce ma il risultato è ugualmente strabiliante. Non solo quella, poi. Perchè Back, baby è un pezzo magnifico da qualsiasi parte lo si voglia prendere. Il tempo che passa, i rimorsi per quello che è stato e che nonostante gli sforzi non ritornerà mai più. L’illusione di promesse impossibili da mantenere. E infine l’invocazione del conforto della pioggia, tanto per potersi nuovamente rifugiare in un luogo sicuro. L’amore è solo un mito, in fondo. Na na na na na, la la la la la.

Matthew E. White – Rock & Roll is cold

“Rock & Roll is Cold is about how we continue to take, the most vibrant, soulful, deep music and make it a caricature of itself. We look into it, force it to turn in on itself, force it to turn back on itself, and we lose the source, we lose the mystery, the magic, and we seem to be unaware that any of that is even happening.“ – Matthew E. White
Rispetto per Matthew E. White. Rispetto per il tentativo di riscrivere un linguaggio che qualcuno considera ormai defunto. Lo fa nell’unico modo che conosce: omaggiando le radici. Pescando a piene mani dal repertorio dei classici del soul e del R&B. Ma con un’attitudine lontana anni luce dallo spirito del revival più villano. Un singolo che pone domande e allo stesso tempo porge le risposte. Ed intanto anticipa un album attesissimo.

Cesare Lorenzi

Not for sale / Not your girl / Not your thing

Sleater Kinney

Tra pochi giorni uscirà l’album nuovo di Sleater Kinney.
Sarà l’ottavo della serie, il primo dopo una pausa durata 10 anni.
Sleater Kinney per noi di Sniffin’Glucose non è una band come le altre.
Ma qualcosa in più e per una serie di ragioni diverse.
Sedici anni fa una nostra intervista finì sulla copertina di Rumore.
Adesso è arrivato il momento di tirarla fuori un’altra volta.
Prendetelo come un piccolo omaggio. Alla loro storia e un poco anche alla nostra.
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“No Cities To Love” esce il 19 gennaio.

Restart (Fiver #02.2015)

Kristin Hersh e Michael Stipe

Kristin Hersh e Michael Stipe

Un altro anno. Consciamente o inconsciamente me lo ritrovo sbattuto in faccia.
Ieri sera ero in macchina. Stavo andando ad espletare una di quelle funzioni che toccano ai padri, ovvero ritirare la torta di compleanno di mia figlia. Avendo la casa invasa da giovani fruitrici di musica che esultavano a ogni pezzo di Fedez o “della canzone di Frozen” rimandata dai loro telefonini non posso dire che questa incombenza mi fosse particolarmente sgradita. Alla mia richiesta su come scegliessero i loro ascolti la risposta mi aveva fatto sentire decrepito..“noi le canzoni che ci piacciono le troviamo su You Tube, basta che ne mettiamo una e le altre ce le consiglia You Tube!” esclamavano festanti. (Giustamente festanti come delle tredicenni possono e devono essere).
La radio sottolineava il breve tragitto con delle note familiari.
Ci ho messo poco a riconoscere “Your Ghost”, una vecchia canzone dall’album solista di Kristin Hersh con l’accompagnamento vocale di Michael Stipe.
Quel Michael Stipe riemerso negli ultimi giorni dopo diverso tempo per delle fugaci ed impreviste esibizioni dal vivo: giacca, cravatta e un viso così invecchiato…
IMG_3120 (2)Mi succede ogni volta. Quando incrocio il viso appassito di qualche artista o, peggio, calciatore della mia adolescenza sulle tv IMG_3121locali, mi assale lo sconforto per come deve sembrare il MIO di viso che ho seguito da semplice spettatore le parabole artistiche o sportive di questi personaggi e che ricordo lungocriniti (Michael Stipe) o a scavallare sulla fascia.
La canzone in questione però non è una canzone qualsiasi per il sottoscritto in quanto appariva in questa che è stata la mia prima recensione in assoluto per della stampa “importante”.
Febbraio 1994. 21 anni fa.
Ho evitato di guardare la mia immagine riflessa nell’ immenso specchio posto nella gelateria per paura di vedermi con una lunga barba bianca e il viso tempestato da rughe.
Sono corso a casa e ho tirato fuori questa foto che mi fa sempre sentire meglio.
Buon compleanno ragazza tredicenne concepita poche ore prima di un concerto dei Giardini di Mirò al Covo. Uno dei luoghi dove, ancora adesso, attorniato dalla mia mia musica e dai miei amici, gli specchi mi restituiscono un’immagine ancora accettabile.

The Districts – 4th and Roebling

Band of outsiders da Lititz, Pennsylvania.
Un album in uscita a febbraio, un attitudine Diy e una gran voglia di spaccare il mondo con le armi che gli Strokes non sanno più usare.
Ascolto questo pezzo in tangenziale, stringo i pugni e ho voglia di abbracciare il camionista che mi taglia la strada per la terza volta urlando a squarciagola “I ain’t the same anymore, I ain’t the same from before”!

Bully – Brainfreeze

Un nome improbabile come Alicia Bognanno e un lavoro da “intern” nello studio di registrazione per il più scostante dei datori di lavoro: Steve Albini. I fogli tornano nel calendario e segnano un anno a piacere tra 1992 e 1994. Belly, Breeders, Juliana Hatfield. In quegli anni sembrava che la nazione del pop ce la saremmo annessa come in un assurda partita di Risiko. Non è andata poi così ma una melodia come questa riporta a quel periodo nel quale Evan Dando era sulle copertine dei giornali per teenagers e Kurt was God.

Benjamin Booker – Violent Shiver

Venticinque anni da New Orleans. Una faccia da star annunciata. Cita classici del blues e Gun Club tra le sue influenze. Arriva a pochi millimetri da una classicità troppo pronunciata per i miei gusti e so già che il prossimo album non mi piacerà ma finché i risultati sono questi è un bel viaggiare.

H Hawkline – Ghouls

Best kept secret secondo schiere di fan. Un album in uscita prodotto da Cate Le Bon e, pare, un carattere da inaffidabile cronico. Sembrano tutte carte in regola per sentirne parlare parecchio compresa questa stramba slackness che pervade Ghouls. Vedremo.

Trust Fund – Cut Me Out

Già giustamente incensati in un precedente fiver per lo split con i Joanna Gruesome. L’album in uscita si chiama “No One’s Coming For Us”. Amici dei Los Campesinos e Cut Me Out non atterra molto lontano da lì. Impossibile volergli male. Uno stupido video pieno di cani e facce buffe con tanto di credits finali (anche dei cani..). Sarebbe stato bello partecipare a Bristol al party di lancio improbabilmente battezzato “Ravioli Me Away”..ma rimedierò ascoltando l’album con dei ravioli nostrani nel piatto. Da quel punto di vista non credo di perdermi poi tanto.

Massimiliano Bucchieri

I ain’t go to sleep (Fiver #01.2015)

Brian Eno e Karl Hyde

Brian Eno e Karl Hyde

Sono abbastanza in fissa con le date. Forse è un modo per ricordare meglio le cose, oppure una maniera per contestualizzare gli eventi. O più probabilmente è una mania e basta, come tante altre.
Praticamente tutte le persone che mi conoscono sanno che tengo questa vecchia agenda su cui riporto con diligenza marziale tutte le date dei concerti che mi capita di vedere. Da sempre. Da lì mi accorgo di non essere mai stato bambino per quanto riguarda la musica. Sono partito direttamente dalla fine senza passare dal via. A parte un live di Renato Zero, primo amore ai tempi delle medie e unico concerto visto negli anni ’70, ai Clash in Piazza Maggiore. Nessuna mediazione, nessun passaggio intermedio, nessun processo di crescita: a 13 anni con Massi al Parco Nord sotto la tenda di Zerolandia e a 15 anni ancora con Massi in Piazza Maggiore a vedere i Clash. Punto.
Con quell’agenda per me è semplice ripercorrere il sentiero dei ricordi.
L’anno appena concluso ad esempio è compreso tra il 10 gennaio, serata al Covo con ospitata della nuova etichetta messa in piedi da Alan McGee (359 Records), e il 27 dicembre chiuso con l’accoppiata Be Forest/Le Man Avec Les Lunettes al Vibra di Modena (a capodanno sono arrivato giusto sui saluti dei Giuda, la serata dunque non va a referto). Scorrendo l’elenco cronologicamente il primo lampo è stato il concerto di Stephen Malkmus (Covo, 24/1) con quella Summer Babe arrivata all’improvviso come una lama che squarcia il telo dei ricordi, sensazione simile a quella provata sulle note della 4th of July dei Galaxie 500 piazzata in fondo al concerto di Dean Wareham al Mattatoio (16/5). I miei due gruppi (più o meno) nuovi dell’anno non hanno deluso alla prova del palco: i Cloud Nothings (Hana Bi, 4/6) mi hanno ricordato quale sia la mia strada di casa (non che ce ne fosse bisogno, ma puntellare le certezze non fa mai male) mentre gli Ought (Covo, 8/11) hanno regalato l’impressione di potersi piazzare per un pezzo una spanna sopra qualunque band loro coetanea, coniugando passato e presente in maniera perfetta con quella perizia mescolata a noncuranza che solo i canadesi posseggono. A proposito di coetanei, mi hanno emozionato parecchio quelli che hanno la mia età: dei Neutral Milk Hotel (Hana Bi, 5/6) ho già scritto, gli Slowdive (Radar Festival Padova, 16/7) hanno fatto scorrere – non solo metaforicamente – lacrime inattese, Morrissey (Paladozza, 17/10) ha impartito lezioni di stile come solo lui è in grado di fare, Vic Godard (Covo, 18/10) e Bob Mould (Village Underground Londra, 18/11) hanno inchiodato la certezza che si, possiamo ancora farlo.
Il gruppo che ho incrociato più volte sopra un palco (4) sono stati i Be Forest che hanno mostrato una progressione esponenziale nel prendere confidenza con il materiale del loro secondo disco: al Vibra a fine anno erano talmente belli da vedere e da ascoltare che quasi sembrava un peccato essermi già da tempo innamorato di loro per non poter così gustare il sapore del colpo di fulmine improvviso. Restando in Italia ho ritrovato con enorme piacere i Julie’s Haircut (Hana Bi, 25/7) che chissà perché avevo perso un po’ di vista e scoperto un paio di gruppi che penso e spero mi tirerò dietro per un pezzo: nella stessa sera al Locomotiv di Bologna (5/4) ho conosciuto difatti gli Own Boo (poi rivisti all’Handmade Festival l’1/6 e all’Hana Bi il 4/7) e gli Havah (anch’essi in replica all’Hana Bi il 5/7), da entrambi mi aspetto grandi cose in futuro a proseguimento dei già ottimi dischi messi fuori finora (un’ep per i primi, un paio di album per i secondi).
Se questo sia stato un anno buono per la musica che ascolto non lo so e nemmeno mi interessa saperlo, lascio volentieri ad altri il compito di tracciare classifiche e bilanci, io sono a stento capace di pensare a me stesso. Su 365 sere di cui un anno si compone, 80 le ho passate fuori di casa a vedere concerti, vale a dire una sera ogni 4,5. Ho visto suonare 142 gruppi, bevuto una quantità di gin tonic adeguata e fatto qualche conoscenza interessante, evitando altresì un sacco di persone desiderose di scoprire il mio giudizio sulle cose.
Ho accompagnato Giulio a vedere lo show case della Newtopia (serata non contata nel mio elenco): c’erano J-Ax e Fedez. Non mi è parso un evento educativo, ma sono convinto che le cose debbano fare il loro corso e quindi non mi dispiace averlo accontentato, il solo fatto che alla sua età si interessi così tanto (e in sua totale autonomia) alla musica mi fa innegabilmente piacere.
Sono tornato a Londra dopo diversi anni d’assenza e l’ho trovata bene, spero di aver fatto la stessa impressione io alla città.
Continuo a divertirmi, anzi quest’anno – non so perché – mi sono divertito più del solito. Mi diverto a vedere concerti, mi diverto ad ascoltare musica, mi diverto a suonare dischi nei club che piacciono a me.
Credo che la mia vita senza tutto questo sarebbe stata molto diversa. Sinceramente non sono convinto che sarebbe stata peggio, è una domanda che a volte mi pongo senza cercare mai seriamente una risposta. Per certi versi immagino che sarebbe stato più comodo fermarsi a un certo punto e provare a vivere come le persone normali. In ogni caso per me questa non è mai stata un’opzione. Faccio quello che so fare, faccio quello che devo fare, faccio quello che posso fare. Nient’altro.
Senza rimpianti e senza rimorsi, as usual.

Moon Duo “Animal

Non ricordo esattamente dove e come è cominciata la mia passione per i suoni ripetitivi. Di sicuro non dai gruppi kraut, che pure oggi apprezzo moltissimo, ma a cui sono arrivato ben in là nel corso della mia formazione musicale. Probabilmente fu la miscela innescata dalla quasi contemporanea scoperta (da parte mia) di Suicide e Velvet Underground ad innescare l’ordigno, fatto sta che nel tempo la mia passione per i suoni che si ripetono in loop non è mai diminuita e ogni volta che mi capitano sottomano personaggi che mettono in pratica la lezione di Neu e Can non posso esimermi da ascolto e apprezzamento. Ripley Johnson di sicuro è uno di questi: tra Wooden Shjips e Moon Duo non risparmia un colpo. Questa canzone sarà pubblicata come 7” allegato al loro nuovo album, Shadow of the Sun, in uscita il 3/3 per la sempre eccellente Sacred Bones. Non vedo l’ora di ascoltarlo.

Colleen Green “Pay Attention

Chissà se il titolo del nuovo album di Colleen Green, I Wanna Grow Up, sia da intendersi in senso ironico oppure no. A vederla come posa sulla copertina del disco (che sarà pubblicato il 24/2) si direbbe buona la prima, in ogni caso la canzone che anticipa la sua uscita è in linea con quanto ci aveva sin qui fatto ascoltare: pop punk di quelli che si appiccicano alla suola delle scarpe con una voce il cui tono, tra lo scazzato e il mieloso, che fa la differenza.

ScotDrakula “I ain’t Going to Sleep

I tag sul loro sito dicono: punk/garage rock/lo-fi/soul/Melbourne, e tanto dovrebbe bastare. Non provate a cercare il loro disco perché l’hanno pubblicato solo in Australia e dubito che qualcuno si prenderà la briga di portarlo fuori di lì. Ed è un peccato. Perché se è vero che di gruppi così, che suonano un po’ come i Ramones solo rallentandone un po’ la velocità, nella mia vita ne ho trovati a centinaia, quando mi capita di scovarne un altro mi ci affeziono subito.

Schonwald “Triangle

Come spesso accade si presta attenzione a quello che accade a migliaia di chilometri da casa poi ci sfugge (o si snobba) ciò che succede nel proprio giardino. Gli Schonwald ad esempio: sono anni che mi capitano a tiro e mi dico dovrei ascoltarli e andare a vederli suonare dal vivo, poi invece niente. Questo pezzo sta nel loro ultimo album, Dream for the Fall, uscito già da qualche mese e trovo che nulla abbia da invidiare ai (giustamente) celebrati Soft Moon. La prossima volta che capiteranno dalle parti di casa mia li andrò a vedere, giuro.

Brian Eno & Karl Hyde “Return

Brian Eno oggi ha 66 anni. Era nella prima formazione dei Roxy Music (a mio avviso uno dei più sottovalutati tra i grandi gruppi rock inglesi di sempre), ha prodotto e/o suonato in dischi come Fear di John Cale, Low e Heroes di Bowie, il primo Ultravox e il primo Devo, la compilation manifesto No New York, Talking Heads, U2, James e Slowdive. Ha pubblicato una marea di dischi solisti, alcuni dei quali molto belli e certe sue uscite in collaborazione con altri hanno fatto la storia (quelle con David Byrne e Robert Fripp su tutte). Nell’anno appena trascorso ha trovato ancora il tempo, e soprattutto la voglia, di metter fuori due dischi assieme a Karl Hyde degli Underworld. Io uno così vorrei che stesse in giro in eterno. E una canzone del genere non mi stancherei mai di ascoltarla, un giorno appresso l’altro.

Arturo Compagnoni

Life Itself

“Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui
Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolata dalle tasche.
E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me.
Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa,
il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa;
c’e’ musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato.
Come fai a spiegarlo a qualcuno ?
Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami ?
Cosa succede , se poi non capisce ? ”
da SHOTGUN LOVESONGS di Nickolas Butler

Non vi svelo qual è il “qui” del protagonista di questo grande esordio letterario ognuno potrà metterci quello che vuole e fare diventare proprie queste parole. Per Sniffin’ Glucose quel “qui” è idealmente la musica ma penso che molti di voi concorderanno nel dire che il cinema va molto vicino come potere evocativo …e nel mio caso a volte la supera.
E’ tradizione di questo blog consigliare opere fuori dal circuito mainstream, non per snobismo, ma con la convinzione che là sotto, in quell’angolino del mondo
“tra i pioppi tremuli e le querce e persino tra i campi di mais essiccato”
c’e’ qualcosa che merita di essere elevato all’attenzione degli altri.
Troverete quindi, come 12 mesi fa, una manciata di storie non distribuite in Italia ma che a mio avviso meritano di essere cercate, inseguite e trovate (possibilmente in lingua originale)
Ce n’e’ per tutti i gusti e per tutti i generi, perché come ho sentito una volta..
“spesso non è importante quello che vivi..ma come lo racconti”
Di mio continuo ad essere appassionato alle classifiche di fine anno, mi aiutano a fare ordine
e non nascondo che è sempre presente un divertimento di fondo nel fare le mie e nel leggere quelle degli altri.
Quindi non resisto nel mettere un numero di fianco ad un titolo, a voi il compito di stravolgere tutto se avete visto o vedrete qualcosa

1- FILTH (di Jon S.Baird – SCOZIA)
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Non voglio dilungarmi nelle solite critiche alla distribuzione cinematografica italiana (con rare e lodevoli eccezioni), chi mi conosce sa come la penso.
Capisco che non si possa distribuire tutto in un paese di 60 milioni di abitanti, ma è triste constatare che FILTH è uscito praticamente in tutto il mondo tranne che qui.
La storia è tratta da “Il Lercio” di Irvin Welsh (non l’ultimo arrivato..suvvia) e il protagonista è il non certo sconosciuto James McAvoy che per questo film ha vinto il Bafta 2014 (tra i maggiori riconoscimenti del cinema britannico) come miglior attore.
Ci sono inoltre Jamie Bell, lo splendido Eddie Marsan e la stella nascente inglese Imogen Poots
Nonostante questi crediti il film non è uscito e il motivo a mio avviso è da ricondurre al fatto che siamo ancora un paese vecchio e perbenista.
Filth è estremo, osceno, volgare, sessista, scorretto …ma a mio avviso è grande cinema con un ritmo travolgente e ironico.
Filth è il film punk dell’anno ! Da vedere (per poi forse insultarmi)

2 – LIFE ITSELF (di Steve James – USA)
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Continuo a pensare che le parole “cinema” e “vita” siano molto vicine tra loro , l’ho testato anche quest’anno in tanti momenti . Uno di questi è sicuramente il documentario sulla vita di Roger Ebert, un critico cinematografico molto noto negli Stati Uniti (chi da anni vede il David Letterman Show lo avrà visto forse molte volte come ospite)
Un Ebert che, ripreso senza pudori nella sua malattia, non rinuncia al suo amore per il cinema e lo trasmette a noi spettatori in maniera potente ed ottimista, come dovrebbe essere “la vita stessa” .
Il film è stato presentato al Biografilm Festival 2014 e l’ottima “I wonder pictures” potrebbe ripresentarlo in sala anche nei prossimi mesi.

3 – CALVARY (di John Michael McDonagh – IRLANDA )
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Ho un debole per l’attore irlandese Brendan Gleeson vero mito in patria, e ho un debole per il regista John McDonagh di cui avevo apprezzato molto “The Guard” qualche anno fa (tradotto da noi con l’orrido titolo “Un poliziotto da happy hour”).
Ho un debole soprattutto per le storie raccontate con grande umanità e che sono metafore di altri racconti In Calvary ho trovato tutto questo.
Di sicuro non un capolavoro ma un film che in questo 2014 mi ha profondamente segnato.
Il film è stato acquistato dalla Fox …ma da lì ad uscire nelle sale non è cosa scontata. Vedremo…
Magari capiterà come “The Broken Circle Breakdown” (da noi tradotto come “Alabama Monroe”)
recensito su Sniffin’Glucose 12 mesi fa e poi diventato uno dei film dell’anno dopo la tardiva uscita in Italia la scorsa primavera.

4 -KREUZWEG (Stations of the Cross – di Dietrich Brugemann – GERMANIA)
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Orso d’Argento a Berlino 2014 come miglior sceneggiatura.
Meritatissimo premio per l’originalità di scrittura: la storia dell’educazione di una ragazzina che vive in una piccola comunità cattolica in Germania raccontata attraverso le ideali stazioni della Via Crucis. Un film severo e delicato al tempo stesso. Un piccolo grande gioiello.

5 -SUNSHINE ON LEITH (di Dexter Fletcher – UK)
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Non so chi di voi ricorda la band scozzese The Proclaimers, formata dai gemelli Reid. Ebbero un certo successo con i loro primi 3 album di folk-rock piuttosto collegiale a fine anni 80.
Io a quei tempi amavo molto gli Housemartins di cui erano amici e di conseguenza iniziai a seguirli.
Li vidi anche qualche anno fa al Cambridge Folk Festival e mai avrei immaginato che uno dei miei film dell’anno 2014 fosse un musical basato unicamente sulle loro canzoni.
Un film fresco, solare e che ha il raro dono di poter piacere ad un pubblico trasversale.
Il regista Dexter Fletcher (attore in mille produzioni inglesi)  è qui alla sua seconda opera come regista dopo l’ottimo Will Bill del 2012 e a mio avviso si sentirà ancora parlare molto di lui.

6 – FOR THOSE IN PERIL (di Paul Wright – SCOZIA)
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Se dovessi eleggere il mio attore dell’anno, nominerei sicuramente il giovane ventenne londinese George MacKay. L’ho trovato in tanti film che ho amato negli ultimi mesi
E’ nel gruppo di attori dell’appena citato “Sunshine on Leith” ed in quello del bellissimo “Pride” appena uscito nelle sale. MacKay è anche l’assoluto protagonista di “For those in peril”uscito in realtà anche nel circuito streaming on line italiano con il titolo “Il Superstite”.
Una Scozia dal mare sempre più in tempesta e che stravolge e a volte strazia i cuori.
Tragico e bellissimo.

7 – A BIRDER’S GUIDE TO EVERYTHING (di Rob Meyer – USA)
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Ogni anno inserisco sempre qualche “racconto di formazione” nella mia top list. Il genere mi è da sempre vicino. Quest’anno il premio di miglior titolo indipendente sul mondo degli adolescenti se lo aggiudica questo piccolissimo “A birder’s guide to everything” dove un ragazzo si rifugia nell’amore per gli uccelli per superare le proprie difficoltà.
Chi vide lo splendido “The Road” di qualche anno fa ritroverà  il bambino che interpretava il figlio di Viggo Mortensen. Ora Kodi Smith McPhee ha 17 anni e sicuramente se ne sentirà ancora parlare

8 – LAS BRUJAS DE ZUGARRAMURDI ( Witching & Bitching di Alex de la Iglesia – SPAGNA)
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Alex de la Iglesia è un genio del cinema, il problema è che non lo sa o meglio non gli interessa niente. Avevo messo il suo precedente “Ballata dell’odio e dell’amore” tra i migliori film del 2010. Lo rifaccio ora con questo Witching & Bitching.
Avviso che ci sono streghe e situazioni surreali, quindi se non siete avvezzi al genere potete passare la mano.
Però vi sfido a vedere i primi 10 minuti e poi mi direte se non sono degni del miglior Tarantino.

9- RUN & JUMP (di Steph Greeen – USA)
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Il mio debole per il cinema indipendente americano è noto e torna fuori soprattutto in questi film dal tono agrodolce. Presentato al sempre ottimo Tribeca Film Festival, Run & Jump racconta la storia di un dottore che deve seguire la riabilitazione di un 40enne colpito da ictus.
Lo fa a casa del paziente in una splendida Irlanda inserendosi di conseguenza nel suo tessuto familiare. Protagonista un sempre più bravo Will Forte (già visto quest’anno in Nebraska)

10 – STARRED UP (di David MacKenzie – UK)
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Solitamente parto con un po’ di pregiudizi sui film che hanno come ambientazione il carcere ma le eccezioni quando ci sono mi entusiasmano non poco (un esempio su tutti : Hunger di Steve McQueen).
Questo Starred Up è un film potente e crudo. Ha finora vinto 12 premi in festival o manifestazioni a cui ha partecipato ma questo non è bastato per farlo uscire da noi (ma a Taiwan sì..per esempio)
L’assoluto protagonista Jack O’ Connell, giovane attore di Derby, è stato osannato dalla critica e la sua interpretazione è straordinaria. Speriamo di vederlo nella sale almeno in ” 71 ” di cui si parla un gran bene e che è appena uscito nel Regno Unito.

11 – SHORT TERM 12 ( di Destin Daniel Cretton – USA)
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Solitamente i film visti a gennaio faticano ad arrivare freschi nella memoria nelle classifiche di fine anno. Short Term 12, che racconta la vita in una comunità di adolescenti in difficoltà, mi è invece rimasto ed ha ottenuto un grande successo nei circuiti indipendenti statunitensi.
In questo caso sono ben una trentina i premi raccolti in festival di tutto il mondo, tra cui Locarno ed il South by Southwest

12 – GOD HELP THE GIRL (di Stuart Murdoch – SCOZIA)
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Uno dei film che aspettavo con più ansia in questo 2014 …e di solito quando si parte con tante aspettative si rimane delusi. Non è da tutti i giorni vedere uno dei propri cantanti del cuore darsi al cinema, tra l’altro con una trama che sa molto di Belle & Sebastian degli esordi e intriso della loro musica. La critica si è divisa e il film ha in effetti deluso non pochi. Io invece lo difendo ed eleggo God Help The Girl come film “indie” dell’anno.

13 – BORGMAN (di Alex Van Warmerdam – OLANDA)
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Anche in questo caso il film è uscito in tanti paesi (tra cui Estonia, Turchia, Polonia, Portogallo..etc…). Dire 2 parole di trama su Borgman significherebbe rovinarlo.
Vi dico solamente che il film si apre con un prete che insegue Borgman per ucciderlo. Cosa ha fatto ? Chi è Borgman ?

14 – COLD IN JULY (di Jim Mickle – USA)
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Nel mese di agosto è uscito nelle sale italiane “Out of the Fournace” (tradotto da noi “Il fuoco della vendetta”).
Se lo sono visto in pochi visto il periodo infelice di uscita , ma a mio avviso è un ottimo “revenge movie” dal grande cast (Christian Bale, Casey Affleck, Zoe Saldana e un cattivissimo Woody Harrelson). Questo Cold in July gli si avvicina nelle atmosfere, come si avvicina a tanti film di genere.
La presenza di Sam Shepard tra i protagonisti è sinonimo di garanzia.
Se vi piace il genere cercate anche Blue Ruin, film che non mi ha particolarmente colpito ma che è stato oggettivamente esaltato dalla critica in questo 2014.

15 – THE SELFISH GIANT(di Clio Barnard – UK)
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Una caterva di premi e nomination per questo “The Selfish Giant” ma anche in questo caso non sono serviti per l’uscita italiana.
A metà strada tra Ken Loach e i fratelli Dardenne anche se meno potente e meno sensibile (altrimenti si potrebbe gridare al capolavoro).
Il film narra la storia dell’amicizia tra 2 ragazzini inglesi che vivono la strada come la loro casa.
Di sicuro Clio Barnard è una regista da tenere d’occhio e questo “The Selfish Giant” l’ha sicuramente consacrata in patria.

16 – HOMESMAN (di Tommy Lee Jones – USA)
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Ok.. non esistono più i western di una volta , non ci sono più i registi di una volta..e bla bla bla..
Però c’e’ chi ci prova ancora e il buon Tommy Lee Jones è uno di questi. Avevo messo la sua opera prima “Le 3 sepolture” tra i film dell’anno nel 2005.
Sono passati quasi 10 anni e Tommy Lee Jones firma la sua seconda regia , sicuramente meno potente ma che merita sicuramente di essere vista per gli appassionati del genere.
Un western al femminile che vede come protagonista Hilary Swank

17 – ICH SEH, ICH SEH (Goodnight Mommy – di Veronika Franz AUSTRIA)
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Già citato nel mio “fiver” reportage dal Festival di Venezia di qualche mese fa, il film narra del rapporto tra una madre tornata a casa dopo un intervento chirurgico al volto e i suoi 2 figli gemelli che iniziano a dubitare sul fatto che sia la loro vera madre.
Il film sta partecipando a molti festival e uscirà in programmazione ordinaria nel suo paese d’origine (Austria) tra poche settimane. Vedremo come sarà accolto. A Venezia molti sono usciti dalla sala. Io evidentemente no.
Di certo l’ho trovato più potente dell’horror australiano “The Babadook” osannato dalla critica e che tratta di argomenti similari (rapporto madre – figli )

18 – THE INEVITABLE DEFEAT OF MISTER & PETE (di George Tillman Jr. – USA)
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Il mio film “afro-americano” dell’anno non è “12 anni schiavo” ma questo piccolissimo “Mister & Pete” 2 ragazzini che esigono e implorano nella loro maniera un posto in un mondo più giusto.
Un po’ faticoso nella narrativa, ma alla fine bellissimo.

19 – WISH I WAS HERE (di Zsch Braff – USA)
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Presentato al Sundance 2014 e piuttosto stroncato dalla critica americana.
Un film  che parla di cose importanti con il tono da commedia a tratti anche al limite del demenziale e che può ricordare da lontano le atmosfere presenti ne “I segreti di Walter Mitty” che mi conquistò 12 mesi fa.
Se poi non vi entusiasmerà, almeno ci potremo sentire un po’ di “nostra” musica, con una colonna sonora formata  da brani di Bon Iver, Badly Drawn Boy, Cat Power, Radical Face e tanti altri. Consigliato per una serata leggera

20 – HOJE EY QUERO VOLTAR SOZINHO (The Way He Looks – di Daniel Ribeiro- BRASILE)
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Un film di una semplicità disarmante, una storia di amicizia tra ragazzi in una scuola superiore di San Paolo.
Quasi impossibile non entrare in empatia con questi ragazzi (anche perché uno ascolta sempre i Belle & Sebastian).
Film lieve ….come il 2015 che vi auguriamo di trascorrere.

Massimo Sterpi

Top Five(r) 2014

Sniffin’Glucose esiste da poco più di un anno, da quando quello che era il blog di Arturo Compagnoni si è trasformato in uno spazio allargato agli amici di sempre, Cesare Lorenzi e Massimiliano Bucchieri in primis, ma anche a disposizione di chi in sintonia abbia voglia di raccontare vicende legate alla musica (ma non solo) e abbia voglia di farlo con un tono il più personale possibile, al limite dell’autoreferenziale, ché mica ci dispiace, anzi.
Non spetta a noi naturalmente dire se la cosa abbia un senso per altri che non per noi stessi, ma ci sono momenti in cui è necessario fermarsi un secondo (cosa al limite dell’impossibile per noi, che vogliamo solo e comunque guardare avanti) e tirare velocemente le somme.
Alla fine se questo blog abbia un senso, se ci sia interesse, se ci sia voglia di scambiarsi opinioni, lo decide solamente chi decide di leggerci.
La nostra classifica di fine anno l’avete fatta voi, insomma.
Da parte nostra possiamo solo prenderne atto, raccogliendo in una TOP 5 i link ai post più letti in questi ultimi dodici mesi.
A ben vedere, per varietà di firme e di argomenti è un bel modo di raccontarci.

1) La sconfitta dello stile (di Giacomo Spazio, 16 febbraio 2014)
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…..Qualcuno che desse forma e volto a un concetto, quello di musica indie, che già allora era arduo inquadrare nei fatti e difficilmente spiegabile a parole.
Un questione di attitudine piuttosto che di genere musicale.
Uno stile e un determinato approccio all’arte (perché si, la musica è arte).
Ne uscirono 5 numeri, e su quelle pagine – soprattutto dalle parole di Carlo Albertoli e Giacomo Spazio – imparammo cose che nessun’altro ci stava insegnando.
Fu lì che per la prima volta leggemmo dell’esistenza della Sarah Records, per dirne una.
Fu soprattutto leggendo quegli scritti che ci convincemmo che esisteva una barricata e che bisognava salirci sopra a quella barricata.
Combattere per quello in cui credevamo: esisteva un noi ed esisteva un loro.
E a noi importava.
Nel tempo il concetto, come detto già sfocato all’epoca, si è via via nebulizzato e integrato nell’allora odiato mainstream.
Fino a divenire negli ultimi anni un format adatto a tutto e a niente, aggettivando quasi sempre a sproposito situazioni diversissime tra loro e quasi mai in linea con quello che noi intendevamo.
Detto che a noi le polemiche in rete schifano, ma schifano sul serio, quando qualche settimana fa ci è capitato di leggere le poche righe che Giacomo Spazio ha scritto in occasione dell’uscita di una canzone di Brunori Sas e i pareri e le opinioni espresse un pò da tutti al riguardo, ci è venuta voglia di scambiare qualche chiacchiera con lui.
Non per soffiare sul falò della polemica e nemmeno per parlare della canzone incriminata.
Perché a noi di quella canzone non ce ne può fregar di meno e proprio perché non ce ne può fregar di meno ci ha meravigliato il fiorire di opinioni sorto attorno alla vicenda da parte di persone che, per come la vediamo noi, sarebbe lecito vedere affaccendate attorno ad altre storie…..continua

2) Nel nome del Padre, di Freak e di Bill Callahan (di Massimo Sterpi, 12 febbraio 2014)
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…..Nel marzo del 2011 mi capitò di passare un intero pomeriggio in compagnia di Freak Antoni.
Il contesto era un seminario rivolto a giovani under 20 che organizzavo e dove Freak non ebbe alcuna remora nel parlare di sé , della sua carriera artistica, del suo amore per i Beatles ma anche delle sue malattie e del suo travagliato ed intenso percorso umano.
Dopo l’incontro ebbi la fortuna di rimanere a lungo con lui in privato.
Non ricordo bene l’aggancio ma finimmo con il  parlare quasi esclusivamente del tema della Paternità.
Prima addirittura il Padre eterno, poi i commenti sui padri non naturali e cioè quegli incontri straordinari  che la vita ci riserva e che ci lasciano una sorta di testamento culturale e/o affettivo (lui citò per sé Gianni Celati, che aveva avuto come professore al Dams), poi mi parlò del suo vero padre: una persona semplice che gli insegnò l’ironia “ ..e senza ironia non puoi vivere..quindi mi ha dato la vita”, poi si iniziò a parlare della paternità mia e sua.
Io allora padre da 4 mesi e lui ormai da più di 10 anni della sua bellissima Margherita…..continua

3) In the aereoplane over the sea (di Arturo Compagnoni, 12 giugno 2014)
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…..Ma se fossi uno che sa scrivere bene e che ha pure un briciolo di fantasia, uno di quelli bravi a fabbricare romanzi o sceneggiature di film, a questo punto mi inventerei un finale ad effetto. Una roba di quelle che ad esserci dentro ed avere 20 anni ti cambia la vita per sempre.
Tipo un ultimo concerto per chiudere tutto, questi tre giorni e quelli immediatamente precedenti. Un concerto unico, sulla spiaggia tra il mare e le dune, i piedi sotterrati dalla sabbia fresca, migliaia di persone sotto una luna tagliata perfettamente a metà.
Un tipo con barba lunga e un cappello che canta: what a beautiful face I have found in this place, that is circling all around the sun , tu che sei lì in mezzo e anche se a quelli la’ sopra al palco non è che ai tuoi tempi gli avessi dato poi tutta quest’importanza ora non puoi far altro che guardarli fuori fuoco con lo vista appannata dalle lacrime and when we meet on a cloud I’ll be laughing out loud I’ll be laughing with everyone I see can’t believe how strange it is to be anything at all con la gola che si attorciglia mentre pensi ai dieci anni che hai vissuto lì su quella spiaggia, tutti dall’inizio della storia e sai che quello che sta succendo ora sta succedendo anche per te. Non c’è nulla di casuale e in questo finale immaginario oggi è il giorno perfetto, questa è la notte perfetta e nient’altro conta. Niente. ……continua

4) The scene that celebrates itself (di Cesare Lorenzi, 22 aprile 2014)
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Poi uno mi chiede ancora perché dovrei leggere la stampa straniera? Perché non possiamo farlo noi? Non dico all’estero ma con i Massimo Volume, Julie’s Haircut, Teho Teardo o con His Clancyness (e sono solo i primi nomi che mi vengono in mente), per dire? Cos’altro abbiamo di meglio da fare? Stare tutto il giorno attaccati a facebook a sparare minchiate? Ecco, da lettore mi piacerebbe proprio vedere robe così, scritte da gente che muove il culo e sta sul pezzo, in occasioni diverse, magari facendoci qualche ragionamento attorno. Roba che valga la pena leggere, in definitiva, che ti offra almeno qualcosa in più delle banalità da comunicato stampa. O magari, visto che il web si è iniziato ad utilizzarlo, trovare una via più creativa che non limitarsi a riprendere le news delle case discografiche che abbiamo già letto ore prima da qualche altra parte……continua

5) I’ll meet you there (Fiver #02.12) (di Massimiliano Bucchieri, 8 dicembre 2014)
Photo: ©Andrew Stuart 2014
…….E’ ormai passato quasi un anno da quando Sniffin’ Glucose ha incontrato His Clancyness per una piacevole chiacchierata in un piovoso pomeriggio di inizio inverno.
Ad un certo punto della discussione, che aveva preso una piega incentrata sulle difficoltà, decisioni e riscontri per chi cerca di fare musica nel nostro paese, ma non solo, Clancy quasi sommessamente ma con sguardo risoluto ha mormorato “in definitiva .. io cerco di fare Arte”.
Da allora c’è questa frase che mi ronza in testa e che, pur nella sua apparente ovvietà, a mio parere, è centrale per ogni discorso riguardi la musica che amo.
Ci fu un nome suggerito da Clancy nel corso di quell’incontro che ben si attaglia a questo discorso, quello dei Viet Cong. Formazione di Calgary, Canada di cui è in circolazione in questi giorni il primo album.
Il primo commento che ho dato agli amici è stato né più né meno: ”una bella mattonata”.
Dopo ripetuti ascolti, sempre meno “faticosi”, ora posso riconoscere l’eccellenza del loro album. Gente che se ne frega di giocare “sicuro”.
Dunque, semplificando, l’Arte richiede fatica.
Da una parte il bisogno di esprimere un’urgenza creativa, dall’altra lo sforzo, in un’epoca che mira al disimpegno più totale, per affrancarsi dalle terribili difficoltà “reali” quotidiane.
Bevi, balla, ascolta solo quello che le playlists ti confezionano; compra, se li compri, solo i dischi che Amazon decide che sono i “tuoi” risparmiandoti la fatica di andarteli a cercare. E se vado ad un concerto scelgo una bella reunion, mica voglio essere spiazzato…
Tutto qui? Non proprio………continua

 

Looking straight at the camera (Fiver #04.12)

Fugazi

Fugazi

Il 2014 per quanto mi riguarda è stato l’anno del ritorno dei Fugazi. E i Fugazi sono stati un gruppo speciale per tanti motivi. Per esempio le foto del gruppo. Ce ne sono alcune dove fissano dritto in camera, senza tentennamenti o esitazioni, e l’impressione è proprio quella che siano loro a guardar te, e non viceversa.
Per diversi anni, quelli della mia giovinezza, quello sguardo si è confuso con quello della mia coscienza e ogni volta, quindi di frequente, che suonavo un loro disco, loro stavano lì a fissarmi con quell’aria seria ma rassicurante che chiamava all’impegno più che allo svago: quello che stai facendo non è solamente ascoltare della musica. L’impegno e la dedizione era il prezzo da pagare per sentirsi parte di qualcosa, di quella cosa, e io ho sempre pagato volentieri.
E anche oggi che tutto è cambiato, a 25 anni dalla prima volta che ho ascoltato Waiting Room, continuo a sentire quella frase che la mia coscienza mi ripeteva prendendo in prestito il volto dei Fugazi. Ad ogni disco che compro, ad ogni disco che suono, ad ogni coda che mi porta all’ingresso di una sala concerti.
Per questo avrei voluto cominciare questo fiver partendo da First Demo, con un loro brano. Ma non posso per una ragione molto banale: non riesco ad ascoltare quel disco. L’ho comprato, in vinile ça va sans dire, l’ho aperto, toccato e annusato seguendo il mio personale rituale, ho indugiato sulle foto e le note di copertina, poi l’ho messo via. Mi succede anche con Repeater per la verità. Ho paura di riascoltarlo. Di cosa esattamente è difficile dire, forse è anche solo paura che la mia coscienza torni a farsi sentire e con lo sguardo di Ian MacKaye mi inchiodi a una raffica di domande: e allora cosa hai fatto in tutti questi anni? Hai solo ascoltato dei dischi? E che ne è stato dell’attitudine? E l’impegno?
Ecco, ogni tanto io mi domando se sia mai esistito un altro gruppo così, capace di interrogarti, di sovrapporsi alla voce della tua coscienza. Un gruppo che per diventare veramente tuo, in qualche modo te lo dovevi meritare. Dovevi sentirti alla loro altezza.
A volte penso che mi piacerebbe che arrivasse qualcuno capace di spiegare cosa sono stati i Fugazi. A me mancano le parole. Ma forse non c’è bisogno di spiegare un bel niente. L’importante è che continuino a uscire gruppi capaci di ripartire da quella attitudine e da quel suono, come questi ragazzi canadesi con cui ho deciso di cominciare la mia cinquina.
Non me ne voglia la maggioranza che ascolta i dischi senza comprarli, ma questo fiver è dedicato a chi ogni tanto compra i dischi senza ascoltarli. Sia per abitudine, noncuranza o debolezza o per le ragioni più svariate. So che non sono il solo. Le cinque canzoni che seguono sono tra le mie preferite di questo 2014 e hanno in comune il fatto di far parte di album passati un po’ in sordina e, ognuno a modo suo, di saper guardare al passato in maniera intelligente e personale. Insomma, citando Cesare Lorenzi nel precedente fiver, gente capace di guardare indietro vivendo il momento invece di rincorrerlo.

GreysGuy Picciotto

Confesso che inizialmente mi era sfuggito questo If Anything, esordio di lunga durata della band di Toronto. Siano benedette le classifiche di fine anno che permettono di recuperare queste chicche dunque (e segnatamente quella di Crack). Come accennato, la geografia dice Canada ma il cuore dice Washington DC in questo caso. Se ci fossero dubbi sul background del loro suono, ci pensano loro a mettere le cose in chiaro intitolando il brano d’apertura Guy Picciotto. Rispetto ai Fugazi, il suono è più metallico e il drumming più quadrato (e in questo ricordano i concittadini Metz) ma la sostanza non cambia.

Wildest DreamsLast Ride

Londra, New York e Los Angeles. Il punk, la dance e la psichedelia. Dj Harvey deve essere talmente abituato a trovarsi al posto giusto al momento giusto che ormai deve essersi anche convinto che è lui a far succedere le cose. E forse non sarebbe neanche così lontano dal vero. Il nuovo album dei suoi Wildest Dreams gli assomiglia molto: libero, selvaggio ed estremamente cool. Attaccare i cavi, alzare i cursori e via: si cominci a sudare.

Lust For YouthNew Boys

Che poi uno ci prova a fare il duro, a imporsi la linea dura, a dire “no, è ora di finirla con il saccheggio degli anni ‘80”. Ecco, e poi arriva un trio di nordici coi capelli rasati e i fisici glabri che, per infierire, recuperano proprio quell’electro-pop nella maniera più pedissequa e calligrafica, e son capaci di azzeccare una canzone perfetta come questa. E a te non resta che cedere ancora, per l’ennesima volta.

Klaus Johann GrobeKOthek

Il 2014 è stato un grande anno per il kraut revival. In molti hanno recuperato quel suono ancora una volta e spesso lo hanno fatto dalla periferia dell’impero, come i nostri Lay Llamas o gli svedesi Les Big Byrds. Anche il gruppo in questione viene da un paese periferico come la Svizzera e dio benedica la Trouble In Mind per averli scovati. La loro rivisitazione del kraut punta dritto in direzione pop con risultati eccezionali. E per di più in tedesco.

Rodrigo AmaranteTardei

Per questo ultimo titolo ero indeciso tra lui e Sabina. Un’altra brasiliana che ha firmato un gran bel disco quest’anno (e credo di recente passaggio in Italia). Diciamo che sono affascinato dagli incontri tra culture e dall’utilizzo dal recupero del proprio linguaggio all’interno di una tradizione musicale differente (un altro ottimo esempio sono The Limiñanas). In ogni caso Rodrigo Amarante è il più bravo e il suo album Cavalo è stato scandalosamente snobbato. Recuperatelo se vi è sfuggito.

Luigi Mutarelli

Play your f*****g list!! (Fiver #03.12)

Sleater Kinney

Sleater Kinney


Non so se si cadrà nella consuetudine delle classifiche di fine anno anche da queste parti, alla fine. Ne avevamo discusso tra noi e la conclusione è stata unanime: meglio lasciar perdere, in quanto è diventata una pratica imbarazzante ed abusata (poi, magari non resistermo, meglio mettere le mani avanti). In questo periodo dell’anno siamo letteralmente invasi di classifiche di ogni tipo. Utilizzate ormai come veri e propri strumenti di marketing, vedi Rough Trade (99 sterline, offerta speciale, ti accatti la top 10) oppure tutta la stampa di profilo internazionale a caccia di click o qualche lettore in più del normale.
Il periodo in effetti si presta ai consuntivi, in quanto è una delle poche stagioni dove le nuove uscite si diradano e scorrere alcune di quelle liste consente magari qualche recupero dell’ultima ora. Ragionare un attimo su quello che è capitato negli ultimi 12 mesi a bocce ferme mi ha consentito però di ribadire una sensazione che ho avuto per tutta la stagione: il 2014 è stato un eccellente anno musicale, di grandi dischi, pubblicati in particolare da gruppi nuovi (diciamo bands che non esistevano prima del 2010).
Mi vengono in mente Parquet Courts, Ought, Nothing, Viet Cong, Proper Ornaments, Sleaford Mods, Happyness, Protomartyr, Total Control, Eagulls, Angel Olsen. Ne sto sicuramente dimenticando qualcuno e mi sono limitato solamente a scorrere velocemente i nomi che abbiamo pubblicato noi di Sniffin’Glucose in Fiver nel corso dell’anno, tra i nostri favoriti.
Quello che voglio dire è: abbiamo davvero bisogno del ritorno dei Ride? O degli Slowdive? O dei Jesus and Mary Chain? Quando abbiamo così tanta musica di qualità “nuova” di zecca. Niente contro questi gruppi, ben inteso. Alcuni sono tra i miei favoriti di sempre ma davvero: ne abbiamo bisogno? Penso di no, sinceramente. E mi sorprende l’entusiasmo con cui vengono accolti questi ritorni in particolare dai più giovani. Mi risulta sinceramente incomprensibile.
Sarebbe ora di liberarsi per sempre di questa fottuta retromania, di gente che da vent’anni non è capace di scrivere uno straccio di canzone e nonostante tutto continua a monopolizzare l’attenzione della scena.
Come abbiamo già detto in altre occasioni: si tratta di vivere il momento e non di rincorrerlo.
Se il fanatismo da retromania fosse impazzato già in passato mi sarei perso con tutta probabilitá  i Mudhoney davanti a 40 persone, i Nirvana pre Nevermind, i Pixies del primo album in un clubbino di periferia neppure esaurito,  i Primal Scream che facevano il verso agli MC5. Magari avrei dato la precedenza a qualche artista bollito, capace solamente di riproporre stancamente le solite vecchie canzoni. Si tratta il più delle volte di una rappresentazione di quello che è stato a discapito dell’energia del momento, dei vent’anni che non potranno comunque più tornare. Meglio, molto meglio, quelli che si mettono in gioco nonostante tutto: che non hanno paura di mettere in mostra qualche ruga di troppo ma che sono ancora capaci di scrivere una canzone come si deve. Thurston Moore e Bob Mould sono i primi che mi vengono in mente, ma non sono i soli.
Non è una questione di carta d’identità quindi, ma di spirito e attitudine, al solito.
Crogiolarsi nella propria leggenda, per la gioia di fan attempati e qualche ragazzino che non poteva esserci per forza di cose all’epoca originaria sembra essere il nuovo filone dell’industria discografica che si occupa di spettacoli dal vivo. Coachella (probabilmente il più importante festival al mondo) è nato ed ha avuto fortuna proprio in questa maniera: ogni anno mette in cartellone una reunion, non importa se supportata da una qualsivoglia vena artistica ritrovata. L’offerta che avrebbero fatto a Morrissey e compagni per un esclusivo ritorno degli Smiths è una roba che sta a metà strada tra la leggenda e la letteratura, arrivando addirittura a mettere sul piatto la trasformazione del festival in un evento vegano al 100%.
Quello che non si fa per il vile denaro, del resto.
Mi viene in mente una delle ultime canzoni pubblicate dalle Sleater Kinney prima del loro recentissimo ritorno:
You come around looking 1984
You’re such a bore, 1984
Nostalgia, you’re using it like a whore
It’s better than before
You come around sounding 1972
You did something new with 1972
Where is the fuck you?
Wheres the black and blue? (Sleater Kinney – Entertain)
A proposito di Sleater Kinney….
 

SLEATER KINNEY – SURFACE ENVY

Uscirà a gennaio il nuovo album del gruppo di Olympia, esattamente a 10 anni di distanza dall’ultima pubblicazione. Sembrava che non fossero mai andate via, a dire il vero. Le discografie post Sleater Kinney di Corin Tucker e Carrie Brownstein (Corin Tucker Band e Wild Flag) hanno sempre mitigato la ferita e dieci anni sono volati in un lampo. Sono stati sufficenti questi pochi accordi per riportarci però con i piedi per terra e farci capire che ne abbiamo ancora bisogno, come e ancor più di prima. Questa è una canzone che ce le riporta in pista in una forma strepitosa. Pezzo con un gran tiro, che non molla la presa, con un riff e un ritornello che entrano in testa e non si fanno dimenticare. Non è sufficente dire: un grande ritorno. No, non basta. Questa è una di quelle faccende che ti fanno ringraziare il fato e non so cos’altro. Una di quelle cose che ti rendono l’esistenza migliore, insomma.
 

CHROMATICS – CLOSER TO GREY

Semplicemente irresistibili, da sempre. E ancora oggi, con questa nuova canzone che preannuncia un nuovo attesissimo disco. Due minuti giusti giusti di ritmi sintetici che rimandano alla new wave marcata di nero a cui fa da contraltare una melodia che sembra uscire dal catalogo produttivo del migliore Phil Spector. Canzone meravigliosa. Aspettative altissime per l’album, a questo punto.
 

AMEN DUNES – SONG TO THE SIREN

Questa è sostanzialmente la cover di una cover. Sì, perchè la versione che ne fecero This Mortal Coil trasformò per sempre un brano (di Tim Buckley) irremidiabilmente in una cosa completamente differente dall’originale. Una canzone splendida che diventò una sorta di invocazione mistica, quasi una preghiera pagana dall’impatto emozionale devastante. Forse, la migliore cover di tutti i tempi.
Amen Dunes fanno riferimento proprio alla versione di This Mortal Coil in questo caso e pur non aggiungendo nulla di nuovo (cosa pressochè impossibile, del resto) si limitano (si fa per dire) ad aggiornare la canzone al loro impianto sonoro fatto di chitarre appena accenate e di una voce che (inevitabilmente, visto il pezzo) si avventura alla ricerca di pathos, di forza e intensità.
 

WILL BUTLER – TAKE MY SIDE

Ho ascoltato questo pezzo la prima volta non sapendo di chi fosse. Ho pensato: figo, sembrano i Violent Femmes! E poi, ancora, i Dream Syndicate. Una canzone semplice semplice che fa il suo sporco lavoro, insomma, efficace e cattiva al punto giusto. Una volta che si scopre che è il brano che prennuncia il disco solista di quel Will Butler che capeggia le megastar Arcade Fire si potrebbe anche chiedersi perchè. Ma il rock’n roll è roba che offre risposte più che porre domande. Non resta che cliccare play un’altra volta.
 

DEAN BLUNT – LUSH

Questo è il classico album che spiazza manco fosse Messi all’interno dell’area di rigore. Catalogato come artista provocatore, irriverente e sperimentatore Dean Blunt, inglese della periferia di Londra, se ne esce con una collezione di brevi canzoncine irresistibili che si alternano a lunghe suite strumentali. Un deciso passo avanti nei territori dell’accessibilità a forza di samples dei Big Star e dei Pastels che si adagiano su una struttura di ritmi ed atmosfere degne del Gil-Scott Heron più minimale.
Lush è il pezzo che apre l’intero album (Black Metal) e con il suo arrangiamento orchestrale e i suoi 100 secondi di durata ti fa immediatamente comprendere che questa è una faccenda che merita assolutamente il nostro tempo.
 

CESARE LORENZI

I’ll meet you there (Fiver # 02.12)

Photo: ©Andrew Stuart 2014
Ho un viziaccio. Da sempre do un peso esagerato alle parole, una sorta di discepolo fondamentalista del Michele Apicella di Palombella Rossa.
E’ ormai passato quasi un anno da quando Sniffin’ Glucose ha incontrato His Clancyness per una piacevole chiacchierata in un piovoso pomeriggio di inizio inverno.
Ad un certo punto della discussione, che aveva preso una piega incentrata sulle difficoltà, decisioni e riscontri per chi cerca di fare musica nel nostro paese, ma non solo, Clancy quasi sommessamente ma con sguardo risoluto ha mormorato “in definitiva .. io cerco di fare Arte”.
Da allora c’è questa frase che mi ronza in testa e che, pur nella sua apparente ovvietà, a mio parere, è centrale per ogni discorso riguardi la musica che amo.
Ci fu un nome suggerito da Clancy nel corso di quell’incontro che ben si attaglia a questo discorso, quello dei Viet Cong. Formazione di Calgary, Canada di cui è in circolazione in questi giorni il primo album.
Il primo commento che ho dato agli amici è stato né più né meno: ”una bella mattonata”.
Dopo ripetuti ascolti, sempre meno “faticosi”, ora posso riconoscere l’eccellenza del loro album. Gente che se ne frega di giocare “sicuro”.
Dunque, semplificando, l’Arte richiede fatica.
Da una parte il bisogno di esprimere un’urgenza creativa, dall’altra lo sforzo, in un’epoca che mira al disimpegno più totale, per affrancarsi dalle terribili difficoltà “reali” quotidiane.
Bevi, balla, ascolta solo quello che le playlists ti confezionano; compra, se li compri, solo i dischi che Amazon decide che sono i “tuoi” risparmiandoti la fatica di andarteli a cercare. E se vado ad un concerto scelgo una bella reunion, mica voglio essere spiazzato…
Tutto qui? Non proprio.
In realtà il discorso è un po’ più complesso di così, perchè un mondo di soli artisti è un utopia e forse, alla fine, anche un mondo mortalmente noioso. Ci vogliono gli artigiani per tenere tutto in piedi.
Dave Grohl è un ottimo artigiano.
Dagli un pezzo di legno e lui ti tira fuori un tavolo e quattro sedie che verranno vendute in un batter d’occhio, ma non gli chiedere niente di più complicato, o che richieda uno sforzo d’immaginazione. A suo modo un arte (con la a volutamente minuscola) anche questa.
Dove il discorso trova la sua “quadra” (un termine orribile ma che volevo provare, così, per pura fascinazione pornografica) è quando Dave Grohl dà indietro un po’ di quello che ha ricevuto.
Come nell’operazione “Sonic Highways”.
Probabilmente stare seduto dietro ad una batteria guardando le spalle di un Artista ha avuto un’importanza decisiva ma riconosco al soggetto in questione qualità genuine non indifferenti.
Otto città americane studiate, rivissute, raccontate con un occhio acuto e con grandissimo rispetto. Le parole di Ian MacKaye o Dr Know, per fare un esempio, ascoltate con attenzione ed in religioso silenzio.
Il rispetto dovuto all’Arte.
Dave Grohl è un miliardario? Chissenefrega. Se più persone avranno la curiosità di sapere chi sono i Bad Brains o i Fugazi per me ne è valsa la pena.
Dove porta questo discorso? Probabilmente da nessuna parte.
Mi piace solo pensare che talvolta chi fa qualcosa con passione e genio e pochi riscontri percorra una strada che a un certo punto si incrocia con quella di chi, magari con meno genio ma con passione, ha avuto molto (se non tutto) per poi sedersi insieme ad un tavolo, nel reciproco rispetto, a condividerne un piccolo pezzo.

Viet Cong – Pointless Experience

Tempi dispari, una batteria impossibile, aperture melodiche inaspettate ed insospettabli. Gli ex Women raccolgono l’eredità dei Wolf Parade e spostano tutto un po’ più avanti. Mi allungo faticosamente per cercare di afferrarli ma quando, finalmente, ci riesco, la ricompensa è grande.

Kevin Morby – The Ballad Of Arlo Jones

26 anni. Un curriculum con dentro Woods, Babies e due album solisti. Non male. Still Life a volte scivola nel classic rock ma altrove, come in The Ballad of Arlo Jones, mischia le carte e ne pesca una dove c’è scritto a chiare lettere Camper-Van-Beethoven. Kevin se la tiene stretta e rilancia con un testo fantastico da dedicare all’amico che tutti noi abbiamo avuto, ingiustificabile ma “tuo amico” e tanto basta.

He was drunk, he wasn’t fun, he was my friend
He was wild, he was wild
He was wild, he was wild
He was

One, he was my friend
Two, took a bullet to the head
Three, he was my friend!
Four, oh, where is Arlo now?
Five, he was my friend
Six, he got high and ran his mouth
Seven, he was my friend!
Eight, now he cannot move around
Nine, he was my friend
Oh, ten, ten, ten

Mourn – Dark Issues

Nel febbraio del ’92 mi trovai a Londra in concomitanza con la prima data londinese di Pj Harvey alla ULU e l’uscita di Dry. Ricordo ancora la faccia stupita del ragazzo di Rough Trade a Neil’s Yard quando mi presentai alla cassa con sette copie, per amici e conoscenti, dell’album in tiratura limitata con le versioni acustiche di tutti i brani… Rough Trade a Neil’s Yard non c’è più e anche Pj Harvey percorre, rispettabilmente, tutt’altre strade, ma quando parte Dark Issues chiudo gli occhi e rivedo la giovane ma determinatissima Pj aggrappata alla sua chitarra scomparire nel giubbotto di pelle in quella fredda serata prima di spaccarci il cuore con la sua classe immensa per la prima di innumerevoli volte.

The Soft Moon – Black

Traccia ad elevata tossicità che fa a pugni con tante (troppe) recenti “carinerie” targate Captured Tracks. La band di San Francisco accantona ogni prudenza, prende per mano i Fuck Buttons e gli fa intravedere cosa c’è “veramente” oltre quel muro (del suono). Sviluppo interessante che crea aspettative da soddisfare.

Ceremony – Birds

Come ampiamente sproloquiato in precedenza da queste parti i Nothing sono probabilmente il disco dell’anno. Non solo. Il tasto follow dei social in questo caso riservava altre soddisfazioni. Difficilmente, altrimenti, sarei venuto a conoscenza dei Ceremony da Rohnert Park California che hanno ospitato il gruppo di Dominic Palermo come supporter prima di inchinarsi alla loro crescita esponenziale ed invertire l’ordine di apparizione sui palchi americani. Tre album all’attivo e questo nuovo Ep uscito quest’anno prodotto dal tipo degli A Place To Bury Strangers che ci spedisce in un mondo parallelo dove, tra cascate di feedback e melodia, i Jesus And Mary Chain hanno appena pubblicato Psychocandy e io litigo con la mia fidanzata per chi si deve portare a casa un singolo degli Swervedriver.

Massimiliano Bucchieri

The Year Punk Broke (Fiver # 01.12)

Premessa: quel che segue, oltre ad essere liberamente ispirato alla percentuale di astensionismo registrata alle elezioni regionali dello scorso 23 novembre in Emilia Romagna (62,30%),  è il frutto di una serie di associazioni di idee scaturite dall’aver casualmente pescato nello scaffale delle t-shirt una maglietta che non indossavo da anni. Nello scritto i concetti di sinistra, indie, mainstream sono utilizzati in maniera totalmente arbitraria e fantasiosa senza alcuna attinenza a qualunque significato venga loro attribuito nella realtà attuale.
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Sarà che ogni settimana ci si trova tra i piedi la commemorazione del ventennale di un qualche disco supposto capolavoro della storia del rock, sarà che agli ex giovani giornalisti e blogger non par vero di scoprirsi finalmente in età giusta per celebrare il revival di un’epoca da loro effettivamente vissuta, sarà che ogni occasione è buona per provare a far festa e si è sempre alla ricerca di un pretesto che accenda la miccia, fatto sta che mi pare non si sia mai parlato e scritto così tanto riguardo agli anni ’90 come in questi ultimi dodici mesi.
Dovessi riassumerli io, che a quei tempi pensavo già di essere vecchio, quegli anni li condenserei sostanzialmente in un unico flash: le immagini del documentario musicale (rockumentary, come piace dire oggi) che portava il titolo di The Year Punk Broke.
Se non che l’anno posto in premessa a quel titolo è il 1991. Il che potrebbe sembrare un controsenso: sintetizzare un decennio puntando dritto il primo anno di quel decennio stesso. E dopo cosa è successo? Il 1991 è solo un’appendice dei favolosi anni ’80 o l’avvio di un qualcosa che poi è maturato oltre?
Non lo so. E nemmeno mi interessa saperlo. Avessi mai avuto l’acume e la lucidità necessari per condurre una qualsiasi analisi lo avrei fatto tanti anni fa.
Oggi come oggi mi piace solo (tradotto: sono solo in grado di) scattare fotografie in calce alle quali riesco al massimo a porre qualche didascalia, giusto per dare un indirizzo di massima sul perché mai abbia deciso di mettere a fuoco quelle immagini piuttosto che altre: istantanee che ritraggono oggetti, persone e momenti, attorno e sopra le quali ognuno è libero di costruire ciò che meglio crede, giungendo alle conclusioni che più ritiene opportune.
In effetti andando a sfogliare il booklet fotografico della memoria 90’s è evidente come proprio nel ’91, l’anno in cui il punk esplose stando al titolo del documentario di cui sopra, uscirono alcuni dischi che per quanto mi riguarda segnarono un’epoca: Screamadelica, Nevermind, Bandwagonesque, Loveless, Spiderland e qui mi fermo ma potrei pure proseguire. Mettiamoci che in quello stesso periodo mossero i primi passi su disco i Pavement (la trilogia di ep e singoli Slay Tracks, Demolition Plot J-7 e Perfect Sound Forever vide la luce tra l’89 e il ’91 mentre Slanted and Enchanted venne fuori nel ’92) e il quadro, per quel che mi riguarda, è completo.
In generale comunque tutta la prima metà degli anni ’90 ha fornito occasioni di (più o meno) sicuro interesse. Per rendere l’idea quelli furono anni in cui la più che benemerita divisione italiana di una multinazionale del disco stampava una maglietta come quella che ho ritrovato nell’armadio l’altro giorno e per promuovere certi dischi la stessa inviava alla gloriosa radio di Bologna in cui all’epoca lavoravo un angelo cartonato di dimensioni reali (In Utero, of course), un pacco di spaghetti con barattolo di sugo griffato Guns’n’Roses (The Spaghetti Incident datato 1993) e una gigantesca candela nera profumata con su scritto Songs of Fate and Devotion (i Depeche Mode se ne uscirono anch’essi con un disco in quel periodo), giusto per elencare gli oggetti più significativi che io ricordi. Niente di incredibile certo, ma immaginare investimenti di questo tipo (destinati allo spazio chiuso di una radio, peraltro) su un certo tipo di dischi ancora oggi lascia stupiti (anzi soprattutto oggi quando gran parte della promozione viene esercitata a costo zero dagli interessati, affidandosi unicamente a sequenze di file da scaricare su un pc).
Al di là del personale snobismo, che tranquillamente ammetto vantandomene pure, inutile dire che in musica certe cose dovrebbero restare patrimonio di pochi.
Per fare un esempio, completamente differente ma a mio (distorto) modo di vedere calzante, è un po’ come dovrebbe essere la posizione dei partiti di sinistra in politica.
I quali dovrebbero necessariamente rimanere all’opposizione per avere un senso: meglio una forte opposizione che induca la maggioranza conservatrice ad assumere qualche punto di vista progressista che non una maggioranza progressista di nome ma necessariamente conservatrice (per governare, almeno in Italia, essere conservatori è un obbligo) le cui idee procedano di pari passo con quelle dell’opposizione.
Allo stesso modo in cui la sinistra snatura il proprio dna nel momento in cui è posta in condizioni di comandare un paese, la musica che arriva dal basso quale “alternativa” (oh, quanto piaceva definire alternativa la musica indie negli anni ’90) al mainstream (ma che davvero sto ancora qui a parlare di mainstream vs indie e di corporate rock still sucks quando le case discografiche multinazionali sono svanite nel tempo come lacrime nella pioggia – cit. Philip K. Dick via Ridley Scott – e l’aggettivo indie è un concetto che ha finito per assumere sfumature tra il ridicolo e il grottesco?) dovrebbe rimanere libera da quei vincoli necessari a piacere alle masse ma così inappropriati per farli piacere a noi: suoni gommosi, produzioni che smussano ogni spigolo eliminando qualsiasi imperfezione, livellamento sostanziale delle idee. Per chiudere qualunque discussione, che già sono andato di lungo e sto perdendo il filo, a questo punto dovrei chiedere di alzare la mano a chi ritiene che gli ultimi dischi di che so, National e Arcade Fire, per fare due nomi comunque ancora credibili e “sul pezzo”, non siano comunque i peggiori delle rispettive discografie.
Siccome di politica non so nulla e quel poco che sapevo risale a un’era geologica in cui circolavano Enrico Berlinguer e Mario Capanna e di musica ormai ne ho ascoltata troppa e tendo a confondere sacro e profano, può darsi che il pensiero appena esposto sia una grossa stupidaggine, il paragone tra musica e politica non regga un accidente e Trouble Will Find Me e Reflektor siano effettivamente due tra i dischi migliori prodotti dalle band dell’esempio di cui sopra.
Personalmente, da vecchio snob fuori dal tempo e probabilmente anche dello spazio, resto dell’idea che smettere di votare a sinistra nel momento in cui la sinistra arrivi al governo sia una cosa buona e giusta, esattamente come lo è abbandonare una rock band quando questa decida di saltare il fosso per consegnarsi alle masse sintonizzate sui network nazionali.
Ma questa, naturalmente, è solo una fotografia: sotto di essa ognuno ci scriva quel che vuole.

The Skygreen Leopards “Leave the Family

Gli Skygreen Leopards hanno pubblicato un sacco di dischi da inizio anni zero ad oggi. La maggior parte dei quali sono usciti per Jagjaguwar, l’ultimo per Woodsist. Due etichette cui di solito presto particolare attenzione. Il fatto di essermi sinora perso tutte ma proprio tutte le uscite di questi tipi mi lascia pertanto a dir poco sorpreso. Family Crimes è un disco bellissimo che si apre con una canzone bellissima. Tra la California degli anni ’60 e la Glasgow dei primi singoli Creation.

Outrageous Cherry “The Department of Ghosts

Alla stessa categoria Skygreen Leopards, di gruppi che fanno bella musica da un sacco di tempo ma di cui io non mi sono mai accorto, appartengono gli Outrageous Cherry. Per arrivare a un loro disco ci ho messo 20 anni e mai ci sarei arrivato se a pubblicarlo non fosse stata la Burger, etichetta per cui ultimamente sono decisamente in fissa. Arrivano da Detroit e suonano diverse cose che a me piacciono mettendole tutte assieme: power pop, spruzzi di rock’n’roll garage e indie vecchia scuola. Come questa canzone che pare un outtake da Alien Lanes, il mio disco preferito dei Guided by Voices.

TV on the Radio “Happy Idiot

I TV on the Radio sono il tipico gruppo che all’inizio mi piaceva tantissimo poi ho un po’ perso di vista e che, stando ai miei abituali parametri, dovrebbe starmi terribilmente sulle scatole. In teoria sarebbe il tipico prodotto adatto all’internazionale radical chic, quella che si sveglia una volta l’anno per l’unico concerto “giusto” e per scaricare l’intero catalogo del Sundance Film Festival in originale con i sottotitoli (ogni riferimento alla carriera cinematografica del cantante Tunde Adebimpe è ovviamente voluto) . Ogni volta che esce un loro disco vorrei trovare brutte cose da dire coi miei amici e invece quelli (i TV on the Radio) finisce che mi fregano sempre. Bravi loro, e che cazzo.

Elisa Ambrogio “Superstitious

Lei mi ricorda un sacco Zooey Deschanel ed è la cantante dei Magic Markers, il suo primo disco solista esce per Drag City. Il disco intero non l’ho ancora ascoltato, questa canzone però sembra non avere nulla a che fare col repertorio dei Magic Markers e poco a che vedere con il catalogo Drag City. Nonostante questo (i Magic Markers mi piacciono assai e il catalogo Drag City anche) il pezzo è da amore al primo ascolto, lei da amore a prima vista.

Bedhead “Disorder

Il 16 maggio del ’98 vidi suonare i Bedhead al vecchio Teatro Polivalente Occupato in via Irnerio. Era un teatro in via di costruzione da anni eppure molto bello nella sua struttura ancora largamente incompleta. Il pubblico stava seduto su larghi gradoni di legno dove avrebbero dovuto essere poi montate le poltrone e giù in fondo stava il palco. Ero in un periodo difficile, alla vigilia di grandi cambiamenti e quando quella sera nei bis i Bedhead attaccarono la loro versione di Disorder mi sentii come nel momento in cui Edward Norton guarda Helena Bonham Carter, le prende la mano e le dice: “Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita”, mentre i Pixies suonano Where’s My Mind e di là dal vetro la città esplode. Un momento bellissimo e irripetibile. Tra il 1992 e il 1998 i Bedhead pubblicarono tre album ed alcuni singoli ed ep. In questi giorni la sempre ottima Numero Group ha stampato in un box spettacolare la loro opera omnia. Dentro c’è anche questa canzone.

Arturo Compagnoni