Di carne e di sangue: NO GLUCOSE FESTIVAL 21 e 22 maggio 2015

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L’idea iniziale era davvero quella di organizzare una piccola festa tra amici una sera di metà maggio, chiamando a suonare uno o due gruppi di quelli che ci piacciono e passando qualche disco per ballare tra di noi la musica che ci piace. Fondamentalmente c’era voglia di fare una cosa assieme, una cosa che parlasse di noi – Sniffin’ Glucose e No Hope – e che andasse oltre le parole che siamo abituati a scrivere e che qualcuno di voi si è benevolmente impegnato a leggere in rete o su carta in questi anni. Qualcosa di concreto che potesse essere condiviso e potesse coinvolgere il maggior numero possibile di persone che ci stanno a cuore, sia in qualità di interpreti che in quella di spettatori. Con queste premesse era abbastanza logico che la faccenda non si sarebbe risolta in una semplice festa di fine stagione. Eppure a conti fatti le cose sono state semplici. Sorprendentemente naturali e sequenziali, come se inconsapevolmente avessimo messo in moto un meccanismo capace di progredire da solo e auto generare nuove idee e situazioni lungo il suo cammino.
Hanno suonato otto gruppi, tutte band che in un modo o nell’altro condividono con noi l’idea di musica, non solo e non tanto come genere, bensì come attitudine ed è stata una grande festa a cui tutti abbiamo partecipato con entusiasmo e passione e in cui tutti abbiamo deciso di essere parte attiva. Quella condivisione che era negli intenti iniziali ma che non è semplice si verifichi è effettivamente stata il filo conduttore che ha legato il tutto. Ci piace pensare che non sia stato un caso fortuito. Ci piace pensare che se band, pubblico e anche ragazzi degli stand hanno mostrato stesso spirito, uguale passione e medesima attitudine ci sia un significato. Ci piace credere che tutte quelle persone che pensavamo ci fossero in giro ma che non eravamo così sicuri esistessero davvero invece esistano sul serio. E siamo riusciti a metterle tutte assieme per due sere di fila.

Sono stato troppo coinvolto nella preparazione e nella messa in opera del No Glucose per poterne scrivere con un minimo di lucidità. La cronaca di questi due giorni la lascio a Giovanni di No Hope, firma che in futuro troverete nuovamente anche qui da noi, a consolidare un gemellaggio che sta dando vita a un qualcosa di nuovo e, a mio modo di vedere, bellissimo.
Arturo Compagnoni

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Rivedere tutto come un enorme flashback: le birre spillate, le pacche sulle spalle, il percorso sinusoidale dei cavi, le vibrazioni degli amplificatori, guardare il cielo e pensare “forse pioverà”. La due giorni del No Glucose Festival è fatta di tante fugaci immagini che si depositano nel retro del cervello ed esplodono nei momenti più inaspettati, rimettendo in moto l’autocarro dei ricordi. Ma è bene non farsi travolgere, bisogna archiviare, incasellare, per capire quanto questo piccolo festival nato da un’idea, si sia rivelato qualcosa di grande, dimostrazione di una tesi tanto banale quanto insperata: rendere viva la propria passione, realizzare ciò che si è immaginato. Il Mikasa è un locale di recente apertura in una zona, un fazzoletto di asfalto, due strade dissestate a ridosso di un ponte, che fra locali, sale concerti e centri sociali, sta diventando l’espressione tangibile della proficua coesistenza delle molteplici realtà sottoculturali di Bologna. Il 21 maggio l’occasione è ghiotta: divertimento, rock n’ roll, una serata fra amici e l’ennesimo episodio nella saga della musica. Ogni meccanismo è stato oliato, gli stand espongono cd, vinili, poster e serigrafie; il cielo minaccia pioggia, ma le sporadiche stilettate non sembrano bagnare le copie di No Hope Fanzine che, anche stavolta, fra notti insonni e montagne di matite spezzate, ci racconta come gira nel mondo della musica, o meglio: cosa passa nelle nostre teste quando sono assorbite da ciò che passa nelle nostre orecchie. Ad avere l’onore (e l’onere) di dare il via alle danze sono le Naughty Betsy, un compatto quintetto tutto al femminile. Quando si parla di band formate da sole donne è facile cadere nell’abitudine di tirare in ballo l’immaginario riot grrrl e i riferimenti al foxcore; penso che, in molti casi, sia un atteggiamento pigro e passatista, indice di un maschilismo latente: le categorie vanno adoperate quando ce n’è davvero ragion d’essere. In questo caso le Naughty Betsy dimostrano come la musica si sia evoluta da quella grande stagione di female power, non c’è più il bisogno di superare gli uomini a destra sulla via del noise, il loro indie rock è vellutato e leggero, ma non avaro di momenti più ruvidi, segue perfettamente il saliscendi del nostro elettrocardiogramma. Le ragazze hanno scaldato le chitarre e ora è impossibile far scendere la temperatura, sul palco si avvicendano i Baseball Gregg, strana combo nata dall’interazione fra California e Sasso Marconi, ed è proprio così che suona la loro musica: folk malinconico, da scazzo perpetuo di provincia, frammisto ad atmosfere dreamy in perfetto stile Mac DeMarco. Certo, manca il batterista, che forse avrebbe dato più peso specifico all’esecuzione, ma i Baseball Gregg riescono comunque nell’intento di trasportarci in un’infanzia che non abbiamo mai vissuto. A farci tornare alla dura realtà, fatta di teste che si muovono a ritmo e corpi sbattuti nel pogo, ci pensano i Clever Square che portano in giro il recente album Nude Cavalcade. Il leitmotiv delle serata sembra essere la coesistenza di odio e amore, anche nella musica dei Clever Square possiamo trovare l’avvicendamento di queste potenze archetipe, fra le chitarre struggenti, i momenti di commozione, le lunghe cavalcate e i ritmi sincopati. Due canzoni estratte dall’ultimo album si intitolano Dream Eater e Lord Garbage, possiamo dire che fra questi due poli viaggia la loro musica: quando i sogni sono finiti non resta che sedersi sul trono della propria spazzatura, cucirsi le ferite e ricominciare a vivere. Annotavo: il pogo. Se già nel live dei Clever Square si vedevano timidi accenni di gomito contro gomito, questo era solo l’antipasto di ciò che sarebbe successo di lì a poco. Sul palco salgono i Parrots, l’act internazionale di No Glucose, dalle lande assolate della Spagna sono venuti a portare la loro incontenibile energia nella bolgia del Mikasa. I madrileni smerciano tonnellate di garage purissimo, mettono in scena un live tiratissimo in cui l’interazione con il pubblico è il fondamento per la costruzione di una festa. E allora le prime file si scatenano, un groviglio di corpi accoglie i molteplici stage-diving dei membri dei Parrots, il pogo esonda in tutte le direzioni, il pavimento si macchia di vino e sudore, gli amplificatori tremano sotto le spinte balorde. E’ l’inizio della fine e ormai la gradazione alcolica ha alterato l’andamento delle parole, così questa notte al Mikasa le braci della festa si rinfocolano ad ogni folata di vento provenienti dal freddo clima al di fuori. Il giorno seguente pare impossibile che il sole tramonterà nuovamente sugli impianti pronti per il sound-check, eppure se il primo atto è stato consegnato alla storia, il secondo è tutto ancora da scrivere, e altre quattro band scalpitano alle posizioni di partenza.IMG_9117
E’ venerdì: se già l’affluenza del giorno precedente aveva confermato la voglia di musica che c’è in quel di Bologna, il fiume di persone con le mani timbrate questa sera supera ogni più rosea aspettativa. Poco dopo le dieci è il momento dei Qlowski: la giovane band bolognese propone un gustoso menù, mixando atmosfere scanzonate indie-pop, attitudine surf rock e una solida struttura scippata al post-punk. Sembra che, pur essendo ai primi live, questi ragazzi intravedano un futuro appetibile, come è stata appetibile la loro musica per le nostre orecchie. IMG_9116
E se in questo primo capitolo abbiamo avuto l’irruenza giovanile, nel secondo live abbiamo invece l’esperienza: gli X-Ray Picnic hanno passato molto tempo ad ascoltare l’indie lo-fi americano scuola Dinosaur Jr.- Sebadoh, l’esito non può essere che felice. Fra solide ballad e momenti di rock muscolare, gli X-Ray interpretano magistralmente gli umori del pubblico, conducendolo per mano nel loro immaginario nineties. Mi chiedo se non siano i Built to Spill sotto copertura e forse farei meglio a smettere di scrivere e mandare la loro demo a Stephen Malkmus, magari ha voglia di sostituire i Jicks. La strada è segnata, dopo gli X-Ray Picnic si respira un’atmosfera di epica post-grunge, i Pueblo People caricano gli strumenti con un sacco di fuzz, le pistole non spareranno a salve. La band presenta il nuovo disco Giving Up on People, e per noi è tutto un caracollare fra distorsioni, intermezzi garage e liriche salmodiate con voce impastata, le palpebre si fanno pesanti sotto il peso delle personali visioni, tornano i fantasmi del passato, ma magari sono qui solo per sfiorarci, senza farci del male. Dopo questo florilegio di chitarre, essere proiettati nell’universo rarefatto della synthwave può risultare traumatico, derealizzante. Ma anche nelle vie tracciate dai Wolther Goes Stranger le emozioni non si nascondono dietro maschere. Fra le geometriche architetture delle new wave e le tastiere anni ’80 lo spazio sonoro del dancefloor può diventare un luogo in cui riflettere riappropriandosi del proprio corpo, senza dimenticare l’ironia. I Wolther Goes Stranger ci suggeriscono questa soluzione, sommessamente ma con polso saldo, nelle melodie spigolose e poligonali si fa strada il dolce naufragio dell’entropia. Ormai il locale è pieno all’inverosimile, tutti sono dimentichi della pioggia battente all’esterno, con i Wolther Goes Stranger si chiudono i live della prima edizione del No Glucose Festival, però c’è ancora spazio per la disco perpetua che annulla i confini fra i corpi. Ma qui i ricordi si perdono nella notte, si frammentano in uno sciame impazzito di sensazioni che come colibrì attraversano ogni fibra, ogni nervo. Non c’è più tempo per avvolgersi nelle spire delle parole, meglio chiosare con un’espressione banale ma carica di semplice significato.
E’ stato bello.
Rifacciamolo.
Giovani Bitetto

Violent Femmes “Hallowed Ground”

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Nel 1984 avevo 14 anni, così mettiamo subito in chiaro l’età dello scrivente.
A 14 anni non sei un essere umano razionale, sei una sorta di creatura fantastica degna di un film di Guillermo del Toro: la testa è a forma di radar ed è capace di captare ogni stimolo, il corpo ha le sembianze di una spugna e assorbe tutto ciò che arriva trasformandolo in emozioni.
Se abbassi la guardia la spugna rischia di riempirsi di disagio e paura, se invece hai la fortuna e la tenacia di entrare in contatto con la bellezza – sotto ogni forma essa si presenti – ecco che forse quell’incontro ti cambierà la vita e ti accompagnerà per sempre.
Se tutto si mischia insieme sotto forma di musica : disagio, paura, rabbia, bellezza, forse sei sulla strada del punk. Se sei su quella strada ed incroci una chitarra acustica invece che una elettrica allora ti accorgi che il folk-punk è più nelle tue corde. Se suoni folk-punk e tuo padre è un pastore battista appassionato di musica country e tu invece di rinnegarlo assorbi con rispetto tutto il suo credo, allora non c’è altro da dire : sei GORDON GANO e fondi i VIOLENT FEMMES

Milwaukee (Wisconsin) a me stava già simpatica di suo: un po’per Happy Days lì ambientato, un po’ perché in quegli anni nei Bucks (Nba) giocava Bob Lanier un pivot di 120 kg che aveva un solo movimento in attacco ma faceva sempre cesto….e anche quella è bellezza.
Insomma se doveva nascere un gruppo cazzaro nella mia testa doveva venire da Milwaukee.
Hallowed Ground, uscito nell’estate 1984, è in realtà il secondo album dei Violent Femmes. L’omonimo esordio era dell’anno precedente e conteneva la hit Gone Daddy Gone.
Ma è la serie di brani contenuti nel secondo album che mi fanno innamorare perdutamente.
Hallowed Ground ha il pregio di farmi scoprire che quando si compone con lucida follia, la contaminazione dei generi può rendere i tuoi brani senza età. Attingere dalla tradizione (in questo caso americana) e plasmarla fino a farla diventare attuale è ciò che andavo cercando e che ancora non aveva un nome.
Ascoltando Jesus walking on the water e Country Death Song scoprivo per esempio che il western country non era musica (solo) per vecchi.
E poi ancora venature punk, blues fino ad arrivare addirittura al gospel
I hear the rain non è quasi nemmeno assimilabile ad una canzone , è un mantra declamato da Gordon Gano con il controcanto del gemello artistico Brian Ritchie e sopra una batteria spazzolata da Victor De Lorenzo. In Black Girls subentra il delirio free-jazz di un giovane John Zorn al sax.
Ma sono i 7 minuti abbondanti di Never Tells a diventare per me una sorta di manifesto adolescenziale con la voce di Gordon Gano così sgraziata nel timbro e al tempo stesso piena di grazia nel voler condividere il suo dolore con gli altri. Una canzone (e un testo) che metto allo stesso livello di These important Years degli Husker Du che sarebbe uscita 3 anni dopo.

In tempo di reunion nemmeno i Violent Femmes si sono sottratti alla moda e così il 2013 li ha visti di nuovo protagonisti al Coachella e ad altri festival.
Il mese scorso (Aprile 2015) è uscito un loro Ep in occasione del Record Store Day con 4 nuovi brani, cosa che non accadeva da 15 anni. Gordon Gano ha dichiarato candidamente che vorrebbe essere nuovamente “scoperto” dai ventenni di oggi. Non so se accadrà e la cosa mi interessa il giusto. Quello di cui sono certo è che a distanza di 30 anni il mantra “I hear the rain, i hear the rain, i hear the rain .Got to kill the pain” è ancora presente in quella ideale spugna che tutto assorbe.

Massimo Sterpi

Questo pezzo, purtroppo non sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa, perchè abbiamo esaurito tutta la carta che avevamo a disposizione. Ci pareva troppo ottimistico tenerlo in serbo per la seconda edizione del festival e allora lo pubblichiamo ora. Ci vediamo domani sera.


Wolther Goes Stranger live @ No Glucose 22.05.15

Hüsker Dü “Warehouse: Songs and Stories”

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Non ho tempo di registrartelo” – disse Gabri (anzi “Gabbri” perché dalle nostre parti di raddoppia tutto il raddoppiabile) mentre mi passava la sua copia di Warehouse: Songs And Stories degli Hüsker Dü- “Ma tu questo disco lo devi ascoltare! Te lo presto così lo porti a casa, lo ascolti e se ti piace te lo metti su cassetta“.
Presi dalle sue mani quel doppio LP e iniziai subito a contemplarne la copertina stranissima: un giardino ricostruito al chiuso e fotografato sotto una luce livida e artificiale. Non riuscivo a capire che cosa volessero dire quelle immagini, cosa potessero racchiudere in termini musicali e soprattutto non potevo prevedere quello che le canzoni di quel disco avrebbero significato per me negli anni a venire.
Fu così che nacque il mio rapporto con uno degli album che mi avrebbero definitivamente cambiato la vita.
Era il 1987 e avevo 15 anni. Le mie visite a casa sua erano rarissime, ma Gabbri era forse l’unica saltuaria guida che avevo per addentrarmi nel mondo che da un paio di anni stavo faticosamente cercando di esplorare, ovvero quello del rock indipendente o meglio underground: un mondo pieno di misteri, rituali oscuri e suoni così eccitanti da star male. Erano cose completamente lontane dalla realtà del piccolo paese della costa adriatica nel quale consumavo la mia adolescenza. Eppure non c’era nulla che mi facesse sentire così a casa come quei dischi, quelle canzoni, quelle urla, quei rumori che sembravano senza senso a chiunque mi circondasse. Mi sembrava che il mio posto fosse lì, in una specie di iperspazio dove le persone come me, che si sentivano “out of step with the world” potevano trovare asilo. Quelle facce che mi fissavano dalle copertine dei dischi mi rassicuravano sul fatto che non fossi solo, che altre persone al mondo provavano, dicevano e pensavano cose che li tagliavano fuori dal grosso dei loro simili e nonostante tutto lanciavano segnali di vita e si facevano sentire: arrotolavano messaggi musicali in bottiglie di vinile e cartone senza aspettarsi nessun soccorso, nessuna salvezza, ma solo il contatto con altri naufraghi alla deriva come loro nel mare di plastica degli anni ‘80. Quei dischi non se li cagava nessuno per gli stessi motivi per cui nessuno si cagava me e il modo in cui ero fatto. Un cane dello spazio sotto un cielo liquido: era normale sentirsi così per me, ed è ancora così che mi sento la maggior parte del tempo.
Sapevo però che solo con la musica, con quella musica in particolare, potevo avere un dialogo, perché chi aveva fatto quei dischi sapeva di cosa stavamo parlando: WHAT WE DO IS SECRET, SECRET!  e pensavo che sarebbe stato per sempre così. Tutto sommato, ripensandoci dopo tanti anni di sottoesposizione e poi di sovraesposizione di questa musica e di questo mondo forse avevo ragione, nella mia ingenuità.
Me ne tornai a casa senza riuscire a staccare gli occhi da quella copertina. Volai dentro l’ufficio di mio padre, dove facevo i compiti e dove era collocato l’unico giradischi di casa.
Lo misi su e iniziai a tirare fuori dallo zaino il vocabolario e il libro di greco. Ancora un’altra cazzo di versione, ancora un altro pomeriggio di sole piegato sui libri. Ma c’era un disco nuovo da ascoltare, un disco che avevo bramato, desiderato per mesi.
Ovviamente avevo già sentito parlare degli Hüsker Dü, ne avevo letto su quelle riviste dai nomi strani che puntualmente causavano imbarazzo con gli edicolanti di paese: Rockerilla, Il Mucchio Selvaggio, gli unici dispacci da quell’iperspazio di cui dicevo prima. Le recensioni e gli articoli avevano acceso le mie più febbrili aspettative nei loro confronti. Tuttavia quel primo ascolto non mi colpì molto, non so perché. All’epoca si lavorava molto di immaginazione: leggevi un articolo e per mesi, a volte anni se vivevi in un posto simile al mio, non potevi far altro che fantasticare di quella band e di quei dischi. A quell’epoca nella mia mente ho ascoltato migliaia di album e sono andato a concerti che avrei avuto la possibilità di vedere e sentire realmente solo anni, se non decenni, dopo. A volta capitava che, un po’ come succede con le prime esperienze con il sesso, il confronto con la “cosa reale” fosse diverso dalle aspettative: questo non voleva dire che il disco o il concerto non mi piacesse, o che fosse meglio o peggio di quello che avevo immaginato, era solo che l’esperienza emotiva che avevo già vissuto per così tanto tempo aveva avuto connotati diversi. Mi sarebbe successo ancora con alcuni di quelli che sarebbero poi entrati nel novero dei miei album preferiti di sempre come Marquee Moon dei Television o The Velvet Underground & Nico. Per fortuna a quei tempi ai dischi si davano sempre molte chance. Del resto quello degli Hüsker Dü era l’unico disco che avrei avuto a disposizione nelle settimane successive, per questioni economiche e di reperibilità di materia prima diciamo, ed era un disco importante, cazzo: bisognava capire bene di cosa si trattava. E allora ci riprovai, per altri pomeriggi di sole passati sull’aoristo e sul neutro, senza troppi risultati sia dal punto di vista scolastico che musicale. Finché un giorno…LA FOLGORAZIONE! Stavo mettendo a posto i libri, mestamente arrampicato su una sedia, quando l’intro di Ice Cold Ice mi colpì come una martellata sulla fronte. Come avevo fatto a non capirlo subito? Questo era il disco che stavo aspettando, il disco che descriveva esattamente come mi sentivo e quello che confusamente desideravo nel modo in cui avrei sempre voluto, cioè alla massima velocità e potenza possibile. Piazzai la puntina nuovamente sul primo brano:  These Important Years. Questi sono i tuoi anni importanti, la tua vita. Diari pieni di autografi di amici che avresti potuto avere. Dov’erano quelle persone? Erano loro, erano Bob Mould e Grant Hart, quei punk rocker improbabili, dall’aspetto assolutamente normale proprio come il mio, ma che parlavano con sincerità, abbandono e trasporto, che racchiudevano le loro emozioni più profonde in proiettili punk hardcore incredibilmente melodici e strazianti. Esattamente come me inadeguati in qualsiasi contesto e a differenza del sottoscritto perfettamente in grado di far sentire la propria voce a chi condivideva la loro sensibilità. Una sensibilità che non poteva far altro che consegnarti alle schiere dei reietti: trying to fly away might have been your first mistake.  Lo spazio a mia disposizione è poco e non è il caso che passi in rassegna i brani di uno dei più bei dischi della storia del rock sul quale tanto è stato già scritto: voglio solo cercare di esprimere quanto necessaria fosse questo tipo di resistenza musicale (è solo così che riesco a descriverla) all’epoca e in quel clima culturale. Era fondamentale che qualcuno ci dicesse che non eravamo pazzi, che se stavi male e se non te ne fregava un cazzo di metterti il Moncler, di sorridere, di andare in palestra e di ascoltare i Simply Red o Madonna non era perché eri sempre e comunque tu il problema. Era fondamentale che qualcuno urlasse che non era importante essere un vincente nella vita, che non c’era bisogno di abbracciare quella visione competitiva dell’esistenza che stavano cercando di venderci. Non dovevi essere per forza Rocky Balboa e neppure Ivan Drago. Erano loro, i Reagan, le Thatcher, i Craxi con i loro Berlusconi in provetta, tutti quei bastardi di merda che stavano preparando il terreno per la devastazione culturale che sarebbe arrivata dopo, senza incontrare più alcun ostacolo. Vedete ora si parla con nostalgia degli anni ‘80, beh lasciatevelo dire da chi c’era: gli anni ‘80 erano una merda assoluta. Però noi avevamo un posto dove andare ed era quello dove erano collocati, seppure in punti diversi, gli Hüsker Dü, gli Smiths, i Go-Betweens, i Sonic Youth, gli Screaming Trees, i Replacements, i Fugazi e mille altri: vi posso garantire che quello era un luogo in cui la merda non entrava. Ecco io non ho alcuna nostalgia degli anni ottanta, ma di certo ho nostalgia di quel posto e per me, quando penso a quegli anni così importanti, quel posto somiglia molto al giardino impossibile della copertina di “Warehouse: Songs and Stories”.

PS: dopo qualche settimana tornai a casa di Gabbri per restituirgli il disco. L’avevo registrato in cassetta e mi ero rassegnato all’idea di possederlo solo in quel formato per chissà ancora quanto tempo. Gabbri mi liquidò velocemente: “La sai una cosa? Nel frattempo me lo sono ricomprato in CD e si sente molto meglio! Mi porti diecimila lire con calma e te lo puoi tenere“. Nel frattempo era già arrivato il 1988. Grazie ancora Gabbri.

Ferruccio Quercetti

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.

Pueblo People live @ No Glucose – 22.05.15

Qui in streaming il loro nuovo album.

Royal Trux “Accelerator”

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La prima volta che misi sul piatto Accelerator rimasi istantaneamente folgorato dalla sua partenza. Mi piacque da subito il fatto che il disco cominciasse esplicitamente con un ritornello. Che poi, oddio, definirlo ritornello è davvero un azzardo, ma tant’è. Apprezzai la scelta di arrivare immediatamente al nocciolo senza perdere tempo, evitando i preamboli. Poche chiacchiere insomma: come avviare una canzone da metà, rifiutando canoni e strutture prestabilite con una dimostrazione di snobismo e noncuranza che è poi anche la propria dichiarazione di forza, la cifra stilistica di qualcuno che è già andato oltre e non riesce a tornare indietro se non facendolo a modo suo. A conferma di tanta ricercatezza, probabilmente del tutto casuale in quanto innata, scorrendo la mezz’ora che segue ci si accorge poi che le canzoni spesso terminano viceversa inattese, così come a sorpresa il disco era cominciato. Quando ancora si scruta il passaggio dietro un giro di chitarra attendendo un proseguo, il volume improvvisamente sfuma e si passa oltre.
In quella canzone che inizia dal suo centro ed inaugura il disco, esplode la voce rauca di Neil Michael Hagerty che si aggrappa alle parole: Now you know I’m ready/Can’t you see I’m ready/Well hell you know I’m ready/Now you know I’m ready e continua One more time around the block with me/One more time around the block, come a scolpire un semplice concetto. Che forse per loro, per i Royal Trux, tanto semplice in quel momento non era. Accelerator, anno di grazia 1998, è il disco che con i suoi auto dichiarati riferimenti agli anni ’80 (personalmente ho sempre fatto fatica ad individuarli questi riferimenti) concludeva l’ideale analisi dei tre decenni precedenti avviata con Thank You, il disco sixties, e proseguita da Sweet Sixteen dove sotto i riflettori erano finiti gli anni ’70. Ed è anche il disco del ritorno a mamma Drag City dopo l’esperienza Virgin, major che in preda alla fregola post Nirvana aveva follemente deciso di prenderseli in casa tre anni prima, sborsando la cifra di un milione di dollari per tre dischi. La lusinga stava nelle briciole di ordine che i due avevano infilato tra i solchi di Cats and Dogs, album che dopo anni di confusione e rumore aveva alzato una parabola che pareva potesse essere finalmente destinata a far loro bucare le nuvole, portandoli al sole. Un sole intossicato dai miasmi delle ciminiere sottostanti e inquinato da fiumi di droga, ma pur sempre un sole. In quel disco i Royal Trux avevano introdotto per la prima volta il concetto di normalità nel proprio suono, una normalità sui generis e tutta loro, comunque un notevole scarto in avanti se confrontato con i ritagli apparentemente privi di senso, per quanto imbottiti di spunti creativi, sparpagliati nei loro primi tre dischi, quelli sino a quel momento pubblicati. Con la Virgin durarono lo spazio di due album, poi la pazienza degli art director della label si esaurì, sbriciolandosi definitivamente contro la copertina di Sweet Sixteen, un intruglio di schifezze traboccanti dalla tazza di un cesso, foto per nulla bilanciata dallo scatto sul retro: il broncio eterno e bellissimo di Jennifer Herrema che per una volta, una volta sola nella vita, guarda dritta in camera.
Di Accelerator mi piace tutto: dal font utilizzato per logo del gruppo e titolo del disco in alto, ai colori della copertina con quel suo disegno strambo e in realtà molto piu 70’s che 80’s, ai violini ubriachi che aprono Yellow Kid, al fatto che sia tutto così stonato e al tempo stesso così perfettamente armonico. Un disco che riesce a trasmettere contemporaneamente l’amarezza della sconfitta e il gusto perfido della rivincita nel momento esatto in cui Neil Hagerty suona la sua versione di Exile on Main Street facendo finalmente capire che sta effettivamente suonando le canzoni degli Stones e non processando l’ennesimo tentativo di stupro su qualche mostruoso esperimento di laboratorio. Solo che queste canzoni le suona come fosse un ubriaco con in mente il ricordo dei Pussy Galore e al fianco una splendida bambolina tossica. Forse per questo suona tanto bene. E tanto mio.

I Royal Trux li vidi suonare nella mia città l’anno dopo, ai tempi dell’uscita di Veterans of Disorder, titolo perfetto da scolpire sulla lapide che di lì a poco avrebbero posato sulla propria tomba nel momento, per loro stranamente classico, in cui la coppia sciolse allo stesso tempo legame artistico e personale. Suonarono alla vecchia sede dell’Estragon in via Calzoni, ed erano in cinque: due batterie, un basso, la chitarra di Neil Hagerty ed una Jennifer Herrema fermamente decisa a catturare l’attenzione collettiva stando ben attenta a non fare assolutamente nulla. Viso tondo da bimba, con la frangia bionda schiacciata sulla fronte a coprire un paio di rayban fuori epoca, un poncho messicano da cui spuntavano gambe sottilissime fasciate in jeans rigorosamente strappati, ai piedi un paio di incredibili stivali pitonati e appesa alle labbra una sigaretta perennemente accesa. Cantava contemporaneamente in due microfoni. Uno schianto. La sala era mezza vuota ma emotivamente molto coinvolta. Almeno così mi parve. Alle ripetute richieste di bis a fine set Neil Hagerty rispose tornando immediatamente sul palco: senza degnare il pubblico di uno sguardo staccò il jack dal microfono e cominciò a smontare gli strumenti, da solo.

Arturo Compagnoni

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


The Clever Square live @ No Glucose – 21.05.15

The Clash “London Calling”

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All’epoca non c’era la lista delle upcoming releases di Pitchfork e i dischi uscivano “veramente” solamente quando li vedevi nelle vetrine dei negozi di dischi o tra le mani di qualche amico.
Così quella mattina di 35 anni fa non avevo idea che i Clash avessero fatto uscire un altro album, per di più un disco doppio. Loro erano già diventati da qualche tempo il “nostro” gruppo, mio e di Arturo e trovare un mio compagno di classe, che per inciso non mi ricordo neanche più chi fosse, rigirarsi quell’album tra le mani poco convinto fu un piccolo colpo al cuore. Pochi soldi, in tasca, fuori discussione l’acquisto. “Ok te lo puoi prendere ma riportamelo domani, capito?” Capito, capito. Grazie Antonio (?), Marco (?).  Volata a casa. Puntina sul vinile e…qua cominciarono i problemi. Ovviamente l’ascolto puro e semplice non era sufficiente, non lo è mai stato per me. Avevo bisogno di documentare, catalogare, registrare. Non possedevo una piastra di registrazione e l’unica soluzione era mettere la radio di fronte alla cassa dello stereo di mio fratello. Mono purissimo ma chissenefregava. Quattro facciate + altre quattro per Arturo. Un continuo stop/rec. “Cosa vuoi per merenda?” Ok grazie mamma. Puntina da sollevare e riportare al punto di partenza, registrazione da riavvolgere,  far ripartire. Pensavate di essere frustrati voi quando si interrompe un download a metà?
Comunque, la Storia con la esse maiuscola dimostrerà che ne sarebbe valsa la pena. Quella mia personale, con la esse minuscola, ancor di più. Riascoltandolo ancora oggi è impressionante la varietà degli stili musicali contenuti in quei solchi. Multilinguismo musicale e di attitudine, molto poco praticato in quegli anni di compartimenti stagni musicali. Apertura verso l’esterno, verso l’”altro” inteso in tutte le accezioni positive. Oppure, più semplicemente qui dentro c’era tutto quello di cui avevo bisogno per il passaggio all’età adulta. London Calling, Death Or Glory e Spanish Bombs per urlare col pugno alzato tenendo teso il cavo di collegamento con i primi due lp. Guns Of Brixton per muovere le chiappe e gettare un ponte che in mezzo ha The Magnificent Seven e all’altro capo Rock The Casbah. Lost in the supermarket, I’m not down e Train in vain gemme pop per fantasticare sulla compagna di classe del primo banco.
E molto, molto altro. Pochi mesi dopo il concerto in Piazza Maggiore fece la storia del nostro piccolo mondo. Rude Boy al cinema Rialto col registratore (ancora!) sotto il cappotto per mandare a memoria perfino i dialoghi di quello sgangheratissimo i film. Il tour di Sandinista e il concerto visto dalla Fiesole ballando in mezzo al polistirolo bruciato come se non ci fosse un domani.
Un domani poi c’è stato, naturalmente, ma forse le aspettative generate da un album come questo erano veramente troppo alte per essere mantenute.

Massimiliano Bucchieri

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


The Parrots live @ No Glucose – 21.05.15

Black Heart Procession “Six”

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La puntina si appoggia morbida sul vinile. Il caffè che sale sbuffa e bagna la piastra elettrica della cucina. Casa mia. Forse un po’ casa nostra. Ti guardo. Il tuo broncio mentre dormi. Le palpebre che tremano ogni tanto. Forse ballano. Forse cantano.
Il solco sul 33 giri strappa un po’ dalle casse. If you bury me/If you miss me.
Albeggia. Io non riesco a dormire e dal terrazzo l’aria fresca scivola potente sulla pelle. I could find the perfect spot.
Fruscio e di nuovo musica. Bassissima, perché non voglio svegliarti. Voglio rimanere a guardarti mentre ti giri e sorridi. Poi ti volti coi pugni come a stringere qualcosa sopra la tua testa. Non voglio svegliarti. I’m not leaving till the devil is dead/The devil is dead/This is the wasteland.
Quando ti ho incontrata ho pensato I found heaven and hell/I thought you came save my heart/You came to crush my soul. Ho pensato che stavo giocando una partita troppo alta, col piatto vuoto. Un bluff che mi sarebbe costato caro, che mi sarebbe costato tutto. I lost my mind to lose my love.
Ho pensato: I took your poison to see how you suffer/I took your drugs to see you high/I took your hand to walk with you. Mi farai a pezzi, marcerai sul mio cuore come un esercito in fuga dall’inverno siberiano.
Ti ho incontrata in un pomeriggio umido mentre aspettavi di attraversare la strada. Io con queste note nelle cuffie. Ho aspettato che muovessi un piede per muovere il mio col tuo perché battessero il tacco assieme, così forse potevamo battere allo stesso ritmo e allora non sarebbero servite parole.
Don’t say a word/Just close your eyes/See if you remember me.

Un pezzo dietro l’altro mentre arrotolo ancora una sigaretta e il sole comincia a disegnare lame di luce sui palazzi di fronte. La paura a volte è solo una pozzanghera che sembra un oceano. Basta salire in alto per vederne i confini.
Ho pensato Forget my heart/No reason to lie to me it can’t get any worse.
Ho pensato: dovrò faticare ancora per rimettermi in piedi, camminare da solo senza idea di dove andare. Ho pensato: dovrò perdermi e ricominciare a cercare e non ne ho più voglia. Ho pensato: In the desert I found life/I found death. Ho pensato.
Quasi mattino. Il caffè è finito e il sole ormai è una palla rossa che comincia a scaldare l’aria. Il colpo ripetitivo della testina sul bordo, la risacca dalla carta al centro del vinile.
Intorno a me nasceva un giorno nuovo e allora ho smesso di pensare ed ho guardato e tu eri lì, dove ti avevo lasciata, e il mio cuore era intero e rideva felice.
Ho pensato: forse oggi posso pensare un pensiero diverso.
Anche un disco può mentire. Può raccontare una storia che, una volta tanto, non sarà.
Mi alzo. Sollevo il braccio e le casse danno un piccolo “pop” e tu, per un istante, apri gli occhi.
Sono lì che li guardo.
Sorridi, ti tiri la coperta sulla testa e ti giri stringendo il cuscino. Sei ancora qui.
Rimetto la puntina sul primo solco. Musica da un vecchio carillon. When You Finish Me. Quando tu. Quando tu sei qui. Quando questo basta e tutto gira come deve girare, come il vinile lento sul piatto.

Fabio Rodda

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


Qlowski live @ No Glucose – 22.05.15

Sentridoh “The Original Losing Losers”

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L’ultima volta che ho visto Lou Barlow dal vivo era il 2010 e stava sostenendo col basso un assolo infinito di J Mascis. A un certo punto, all’ennesima svisata del chitarrista dei Dinosaur Jr., Lou gli ha rivolto un’occhiataccia esasperata il cui significato era fin troppo trasparente anche per il pubblico astante: “Vogliamo andare a chiusura una buona volta?”. Ecco, in quel momento rivelatore ho pensato che sì, Lou ce l’aveva fatta. Perché se dopo avere scritto alcune delle pagine più belle degli anni ’90, avere fatto parte dell’olimpo dell’indie rock con i Sebadoh, ti ritrovi a fine carriera a fare da sostegno all’ennesimo attacco acuto di sindrome da Neil Young del tuo amico/nemico di sempre… beh allora sì, lo possiamo dire: sei un perdente. E io a Lou Barlow ho sempre voluto bene per tante ragioni, ma soprattutto perché grazie a questo disco mi ha messo di fronte a una verità troppo evidente perché ne prendessi coscienza da solo: ci sono perdenti che vincono e perdenti che perdono. Gli anni ’90 sono stati probabilmente la golden era dei perdenti di successo. Quelli che vendevano milioni di copie cantando “I am loser baby… so why don’t you kill me?”, quelli che erano più ambiziosi di quanto fossero disposti ad ammettere (vero Stephen Malkmus?) e quelli che non furono in grado di reggere il peso di una popolarità a cui non erano minimamente preparati (sì, sto pensando a Kurt Cobain). E poi, perché no?, possiamo aggiungere all’elenco i nomi citati dallo stesso Barlow in quell’anthem per una generazione senza inni intitolato Gimme Indie Rock: Thurston Moore e i Sonic Youth, Pussy Galore e gli Stooges, passando per gli Hüsker Dü per arrivare fino agli stessi Dinosaur Jr. Un pantheon preso affettuosamente per i fondelli come da chi sa, già nel 1991, che non entrerà mai a farne parte, e per una ragione molto banale: ha scelto di starne fuori.

E poco importa che Lou Barlow non sia stato l’unico a portare avanti con intransigenza l’ideale di un perdente fiero di esserlo, di sicuro resta quello che lo ha fatto con un’ironia e una leggerezza che parlavano alla mia sensibilità di teenager di provincia (soprattutto se paragonata all’alternativismo militante in voga all’epoca) e cantando con orgoglio la propria appartenenza non solo attraverso i titoli dei dischi (questo The Original Losing Losers dei Sentridoh, ma anche Sebadoh VS Helmet suggerisce una forte presa di posizione in senso estetico) ma attraverso un suono e un attitudine che esprimevano appieno questo concetto: melodie perfette bruciate in meno di un minuto, appena accennate o lasciate volutamente allo stadio di bozzetti, riffoni hard parodiati con un suono troppo approssimativo anche per il più entusiasta dei fan del lo-fi, palesi e irresistibili prese per il culo (si pensi anche all’esilarante video di Ocean). E allora anche se non consiglierei mai di cominciare da questa raccolta a qualcuno che volesse scoprire la musica di Lou, io mi tengo questo album come qualcosa di caro e di prezioso, perché qui c’è molto più di una quarantina di melodie buttate lì. Qui c’è una visione, un mondo che non c’è più e a cui sono stato fiero di appartenere.

Ecco, io a Lou Barlow voglio bene non solo perché mi ha indicato qual era il mio posto – da che parte volevo stare – ma perché mi ha insegnato che potevo andarne fiero.

Luigi Mutarelli

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.

Naughty Betsy live @ No Glucose – 21.05.15

Altro “Prodotto”

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Per tanti anni l’unico disco cantato in Italiano che ho ascoltato è stato Prodotto, mi parlava istantaneamente, non avevo bisogno di nessuna traduzione. Certo, per un paio di stagioni la canzone che metteva tutti d’accordo sul furgone era stata Pitagora che stava su Candore, il primo album degli Altro, ma è con il loro secondo disco, Prodotto, che ho veramente capito di amarli. Fui attratto da quel gruppo quando la Love Boat, etichetta discografica che li pubblicava, nella descrizione dell’esordio piazzò come riferimento il nome degli Unwound, una delle mie band preferite. Dovevo assolutamente sentirli ed il mio scetticismo iniziale venne spazzato via alla prima nota. Le canzoni potevo cantarle tutte e non erano in inglese, una cosa che non mi era mai successa prima senza farmi per questo sentire strano, imbarazzato o a disagio. Nessuno suonava così dalle nostre parti; erano anni di band muscolari, quadrate o epiche e gli Altro al contrario si presentavano sinuosi, veloci, sensibili e inzuppati di furia post-punk, quella vera, dove ogni cosa è in bilico e da un momento all’altro sai che tutto sta per frantumarsi e crollare, ma non succede mai! Undici canzoni minimali che risultano pienissime, dense, senza una nota fuori posto, 18 minuti e 35 secondi perfetti e una registrazione che mette in risalto la perizia negli arrangiamenti per niente scontati ed un suono di chitarra “to die for”.
Spesso penso a quale sia la miglior sequenza di due canzoni punk rock’n’roll nella mia collezione di dischi e tutte le volte arrivo alla stessa risposta: Ancora/Ipotesi, traccia 7 e 8 di Prodotto e A Raincoat’s Room/Blenheim Shots da Jane From Occupied Europe degli Swell Maps.
Quattro pugni da KO totale che stanno bene assieme.

Jonathan Clancy

Il 12 maggio Prodotto degli Altro è stato stampato per la prima volta in vinile dalla rinata Love Boat Records, vinile nero 180 grammi, edizione limitata di 300 copie numerate.

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


Wolther Goes Stranger live @ No Glucose 22.05.15

Arctic Monkeys “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”

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Quando la sbornia di indie rock targato anni ‘00 ha accusato la sua naturale risacca con il passaggio di decade, ci siamo trovati con l’hard disk pieno di chitarrine e gruppi misconosciuti non arrivati mai al banco di prova del secondo disco. E’ difficile dire quali catalogare sotto gli errori di gioventù o a quali concedere l’onore delle armi; sta di fatto che, nell’ossessione di inizio millennio per le melodie facili e la cultura da NME, i gruppi che poi si sono rilevati dei cavalli di razza superando la prova del tempo si possono contare in punta di dita, anche fra quelli maggiori. Uno di questi fortunati casi è sicuramente quello degli Arctic Monkeys.
Sono nato nel ’92 e questa strana passione per l’indie rock mi ha investito all’incirca a metà adolescenza, c’erano già gli Strokes, i Franz Ferdinand, gli Editors e gli Interpol, tutti gruppi che hanno contribuito a formare il canone dominante del mainstream musicale di quel vicino-lontano decennio. Non mi convinceva appieno, pur rispettando, né il rock muscolare e la posa di maledettismo della band di Casablancas, né la raffinatezza ed eleganza della formazione di Paul Banks e neppure la baldanzosa sfrontatezza del quartetto scozzese di Kapranos. Avevo bisogno di un gruppo che incarnasse le gioie e i dolori della gioventù con energia e immediatezza e che, a suo modo, gridasse un ingenuo vaffanculo al mondo degli adulti senza stare troppo a pensare alla costruzione della propria immagine: quel gruppo l’ho ritrovato nei primi Arctic Monkeys. Prima di Josh Homme, del desert rock, della rinnovata attenzione per i Beatles, delle ballad strappalacrime, dell’aura da sex-symbol, insomma di tutta quella intersezione di fattori che hanno contribuito a trasformare i ragazzi di Sheffield in un sapido fenomeno pop, gli Arctic Monkeys erano dei quasi ventenni che parlavo senza troppi patemi d’animo delle scazzottate, delle serate nei locali, degli amori e della vita di strada di una gioventù borghese in cui riconoscersi. Lo facevano rinnovando la gloriosa formula del brit rock e aggiungendoci quell’irriverenza giovanile e quella voglia di “fare casino in sala prove” che li hanno imposti subito all’attenzione mondiale. Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, qualunque cosa la gente dica che io sia, io non lo sono: era questa la loro attitudine. E a riascoltarlo a distanza di dieci anni quel disco dall’artwork aggressivo (un volto con una sigaretta fra le labbra e il cd a fare da posacenere strapieno, come a ribadire gli umori saturnini da teenager della middle class inglese) non perde il suo smalto. E come potrebbe: The View from The Afternoon e I Bet You Look Good On Dance Floor sparate in successione, una doppietta letale che mette subito in mostra i talenti del gruppo, la bravura di Matt Helders nel macinare qualsiasi suono sui tom della batteria, dimostrandosi uno dei musicisti più vigorosi della sua generazione, e la capacità nel songwriting di Alex Turner, frontman silenzioso ma carismatico. E questi sono solo i primi episodi di un album che annovera una sequela di brani entrati di prepotenza nella scaletta di tutte le heavy rotation radiofoniche del periodo: il rock ubriaco di Fake Tales on San Francisco e When The Sun Goes Down, il cinico intimismo di Mardy Bum che li metteva in contatto con il sound delle fraterne formazioni di Pete Doherty (e anche qui fra Libertines e Babyshambles si parla di qualcosa di inglesissimo e provocatoriamente generazionale), la frenesia danzereccia di From The Ritz To The Rubble e Red Lights Indicates Doors Are Secured, e per finire la magniloquenza cinematica di A Certain Romance (e arrivati a questo punto non si può non versare qualche lacrimuccia sul climax ascendente delle chitarre imbizzarrite). La prima volta che vidi gli Arctic Monkeys dal vivo fu qualche anno dopo quel clamoroso esordio del 2006, era già passata acqua sotto i ponti e io avevo implementato il noise fra i miei ascolti. Loro erano impegnati nel tour di Humbug,il disco della svolta “adulta”, mi colpì molto lo scarto fra i brani dell’ultimo album, così particolareggiati e cerebrali, sebbene indubbiamente di ottima fattura, e l’irruenza dei vecchi pezzi tratti dal loro primo album e da Favourite Worst Nightmare ( questo sì, un secondo lavoro che supera il banco di prova di cui sopra); la band di Turner era avviata nella lenta trasformazione che li ha portati a essere oggi una solida realtà anche fuori dalla nicchia dorata del genere indie, ma io ebbi l’impressione che qualcosa fosse cambiato irrimediabilmente, che una stagione della gioventù fosse finita e che non sarebbe stato più possibile sbattersene le palle della realtà circostante con la medesima franchezza. Ecco, forse è questo il significato delle band e degli album generazionali, che ci ricordano con quale ingenuità (che è in stretta parentela con la genuinità) abbiamo aderito in passato a un determinato sistema di valori, e a volte è bello ripescarli per far risalire a galla tali emozioni. Nel mio caso tutto si svolge a livello epidermico, è la mia faccia che, nell’ascolto del cd, riadatta i lineamenti, recupera i connotati di una volta; e mi ritrovo a guardare lo specchio con un inconsolabile broncio.

Giovanni Bitetto

Questo pezzo, come tutti quelli che leggerete in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


Baseball Gregg live @ No Glucose – 21.05.15

Waxahatchee “Ivy Tripp”

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Sono una ragazza punk. Non credo al successo. Dichiara Katie Crutchfield risoluta.
Difficile non crederle, basta osservare il tatuaggio che porta sul braccio: la copertina di The Executions of all Things, di Rilo Kiley, disco di vero culto emo.
Punk in senso lato, si capisce. Non si tratta di musica, in questo caso. Ma di aver appreso la solita vecchia lezione. Hai qualcosa da dire? Bene, fallo. Esci là fuori, sali sul palcoscenico, chitarra acustica e microfono. Nessun filtro ma anche nessuna protezione.
Canzoni che devono funzionare immediatamente. Chiudi gli occhi ed attacchi. Racconti la tua storia che è quella di una qualsiasi adolescente non allineata. Ma lo fai con una convinzione, una grinta e un cuore fuori dal comune. La gente lo capisce immediatamente. Applausi.
Seguono dischi registrati in casa da amici.
Tatuaggi con il tuo nome su braccia non ancora maggiorenni di gente che ti guarda estasiata e ti dice: ma tu canti la mia vita. La stessa cosa che pensavi tu di quell’album di Rilo Kiley.
Canzoni come un salvagente in un mare in tempesta. Roba che talvolta salva la vita.
Due dischi (American Weekend e Cerulean Salt) di cui ci si innamora perdutamente. Che spaziano dall’acustico fino a qualche concessione al rumore e alla distorsione. Li registri con il nome Waxahatchee e nessuno capisce bene perchè. È roba tua, solo tua. Non esiste una band. Solo qualche amico, qualche ex fidanzato che si ferma qualche giorno e suona. Giri il mondo, in tour. Talvolta da sola. Spesso accompagnata. Ma senza soluzione di continuità. Gente che va e viene. Ma non importa: contano le canzoni, in casi come questo.
Ivy Tripp è il terzo album di Waxahatchee.
Non sono più le canzoni che erano un tempo. È il primo album dell’età adulta, evidentemente.
I could stop praying for everybody, I’m just wasting my time, canta Katie ad un certo punto. Come se quella responsabilità e il relativo peso dello scrivere canzoni che ti trasformano in un’amica immaginaria fosse diventato improvvisamente un fardello del quale liberarsi.
Come se avesse capito che non sempre conviene mettere tutto di se stessi in una canzone. Bisogna imparare ad utilizzare la terza persona, talvolta.
Perchè il tempo che passa non rende le cose intellegibili. Anzi, I confini si fanno sfumati. E la cameretta da adolescente problematica è ormai un lontano ricordo.
Canzoni di una persona che ha deciso di muoversi in avanti e non poteva essere altrimenti.
Ma quello che notoriamente rischia di trasformarsi “nel difficile terzo album” si trasforma invece in una nuova versione, più matura e consapevole, di una minuta cantante punk che suona e canta piccole meraviglie pop.

Cesare Lorenzi

Questo pezzo, come tutti quelli che leggerete in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.

Qlowski live @ No Glucose – 22.05.15