You hit me with a flower*

« Strada di schiavi e di puttane. Di protettori e ladri di polli. Di mangiatori di topi. Anche di gatti, ovviamente. Origini oscure. Suburbia. Suburbia anche dopo, una volta inglobata alla città. Addossata alle mura. Terrorizzata dai mutamenti. Quasi campagna e quasi città. Rifugio di giocatori d’azzardo, esperti in truffa alla francese, preti, uomini arrapati, alcolizzati, cacciatori di topi, spie, travestiti. Fame perenne. Regno del precariato. Indolenza. Nel corso dei secoli. »
(Emidio Clementi, La notte del Pratello 2001)

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Ci vediamo in via del Pratello?
Mi blocco un’istante e non riesco a replicare, sbalordito. È solo questione di secondi e poi finalmente rispondo: va bene, via del Pratello va bene.
Jonathan Clancy é il mio interlocutore.
Ci salutiamo e realizzo che i casi della vita sono talvolta sorprendenti.
Penso a quel pomeriggio del 1994 quando ebbi una conversazione identica (questo é il motivo della mia sorpresa) con un gruppo di giovani musicisti che aveva appena pubblicato l’album d’esordio.
Mimí era il cantante, Vittoria la batterista.
Ci vediamo in via del Pratello per l’ intervista?

In quel caso finimmo in un appartamento a discutere di musica ed aspirazioni varie per un paio d’ore, questa volta l’appuntamento é in un bar.
Dai Massimo Volume a His Clancyness, comunque il meglio che musicalmente é uscito dalle cantine di questa cittá.
Via del Pratello non é una via amata dai bolognesi doc, a dire il vero. Ma quelli che a Bologna ci gravitano finiscono inevitabilmente per penzolarci attorno.
Come se quel “lavorare con lentezza” propagato giornalmente dalle frequenze di radio Alice, che in via del Pratello aveva la sede, fosse ancora in qualche modo nell’aria.

.Amo il Pratello -esordisce Jonathan– anche se non è più il posto di una volta. Ma sta migliorando, sopratutto in questi ultimi due tre anni hanno aperto un paio di locali nuovi che hanno rilanciato la zona. Posti non necessariamente per giovani ma comunque fighi. Abito qui vicino e di conseguenza vedo quello che succede in zona. Negli ultimi anni si era trasferito molto del movimento in via Mascarella, il Pratello si era fossilizzato negli stessi locali che erano invecchiati con la propria clientela ma, come dicevo, ultimamente è assai migliorato. La giunta Cofferati aveva tagliato le gambe un pò a tutte queste situazioni, piano piano ci si sta riprendendo.

Jonathan Clancy é un giovane uomo di 31 anni che ha pubblicato da pochi mesi uno di quei dischi che tracciano il sentiero. Un disco che ha fatto smuovere i figaccioni di Pitchfork, tanto per dire. Il NME, primo mondo per quanto riguarda le vicende musicali, sbrodola a proposito di “psych-pop che ha trovato accenti ruvidi e aggressivitá”, mentre nientemeno che il Guardian se ne esce con una recensione dai riferimenti che definire lusinghieri é fin poco: Galaxie 500, Ultra Vivid Scene, Suicide e Joy Division.

Al di lá delle formule, Vicious é un disco che in realtà ha concluso un percorso ma che per la freschezza e anche per quanto si distanzia dalle produzioni precedenti ho personalmente vissuto come un vero e proprio debutto. Mi fa piacere che la vedi così -continua Jonathansopratutto in Italia si rimane ancorati al proprio passato, a tutto quello che si è fatto prima. Tutte le recensioni iniziano facendo riferimento ai Settlefish o a A Classic Education, io invece penso: chi se ne frega di quello che è stato prima. Mi verrebbe da dire: ascoltate il disco. Non è che ho problemi con la mia produzione precedente, ne sono orgoglioso ma è roba che fa parte del passato. Ogni tanto ci capita di ascoltare quelle cose in furgone, quando siamo in tour, ma più come gag che altro.  Mi diverte invece notare come quel tipo di suono, in particolare le prime cose dei Settlefish, un certo tipo di emo stia tornando in auge, sopratutto in America in questo momento.

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Vicious è un album che arriva invece al culmine di un processo di maturazione e lo si nota ascoltando anche le parti strumentali che non vengono mai sacrificate, come se si fosse finalmente trovata una propria dimensione ed una propria consapevolezza. Effetivamente è così -prosegue Jonathanma è dovuto al fatto che per la prima volta non ho fatto tutto da solo. Ero abituato a lavorare su loop o tracce registrate o mi arrangiavo suonando la batteria ma non sono in grado tecnicamente di fare determinate cose.
Suonando per la prima volta come band invece abbiamo trovato una dimensione che non avevamo in precedenza.  In realtà sono stato sempre un grande fan di band strumentali, sono cresciuto con il post-rock, mi ricordo a 16 anni il sold-out del Covo con i June of ‘44 che fu per me un vero avvenimento. Interessante notare come quella generazione di musicisti, pre my space, sia stata in qualche modo completamente cancellata. Rodan, Rachel’s tutte band che ho amato molto che sono semplicemente sparite.
Comunque è il primo disco di cui non cambierei neanche una virgola anche a distanza di tempo, sono soddisfatto del suono, delle canzoni, è la prima volta che mi succede.

Torniamo a parlare della scena post-rock, sparita nel nulla come inghiottita. In questo caso non è semplicemente un problema di ricambio generazionale, Jonathan è difatti convinto che: la scena indie è cambiata e non è più quella che era appena 10 anni fa. Se guardi adesso una classifica di fine anno di Pitchfork e di Rolling Stone, ti rendi conto che su 20 nomi 10 sono identici, fino a 5-6 anni fa non era così. In questo momento diventa difficile trovare spazio. Quando i Make-Up facevano sold-out al Covo, non è che si andava a vedere un gruppo ostico o particolarmente difficile. Erano semplicemente cool, ma proprio quel genere di gruppi fanno più fatica ad emergere in questo momento. Adesso parliamo di Chvrches e Sky Ferreira, che per carità sono interessanti, ma è roba mainstream e non indie nel senso che l’intendiamo noi. Quando mi hanno detto che i No Age hanno fatto 80 persone qui a Bologna ci sono rimasto male.

Arturo Compagnoni e Massimiliano Bucchieri (redazione di Sniffin’Glucose presente al gran completo per l’occasione!) scuotono la testa e raccontano della nostra recente trasferta milanese per Parquet Courts. Nella nostra testa semplicemente l’avvenimento dell’anno che si è risolto con 40 paganti e la solita fastidiosa sensazione di trovarsi disconnessi da una realtà che si limita all’ultima ennesima e sterile polemica sul singolo di Brunori Sas (mi sembra si chiami così).
Jonathan Clancy in Italia in questo momento viaggia semplicemente in un’altra dimensione. Non è un caso che sia un italiano sui generis, per metà canadese, nel suo girovagare planetario si è scrollato di dosso il consueto provincialismo che da sempre accompagna la nostra scena. Sono fisso in Italia da quando ho 16 anni -racconta– prima ho vissuto praticamente ogni anno in un luogo differente tra Canada, Stati Uniti, Napoli, Lecce, Bari e Trieste, per via del lavoro di mia mamma che è professoressa universitaria. La mia prima lingua? Non esiste, in pratica, perchè a seconda delle situazioni penso indifferentemente in italiano o in inglese. La mia educazione musicale invece è merito di mia madre, che ha sempre vissuto con la musica in sottofondo: Van Morrison, Bowie, Stones, queste cose qua. Poi i due anni che ho passato a Toronto, in Canada, tra i 13 e i 15 anni mi hanno definitivamente formato musicalmente. Erano gli anni dei Nirvana, Soundgarden, tutti ascoltavano quel genere in quel periodo. Quando è morto Kurt Cobain ero a Toronto me lo ricordo benissimo. Poi si vivono le classiche situazioni che da quel tipo di band si passa a qualcos’altro. Quando ho visto Eddie Vedder con una maglietta dei Fugazi mi si è aperta una porta che mi ha introdotto inevitabilmente ai Pavement, Dinosaur Jr., etc;
Quando sono ritornato in Italia a 16 anni una roba fondamentale è stata Blow Up, la rivista. Che all’epoca era ancora una fanzine, ce l’ho in casa dal numero 2 anche se adesso sono un paio di anni che ho smesso di comprarla. Ma loro mi hanno formato musicalmente in maniera anche rilevante, mi ricordo il primo numero che ho comprato con David Grubbs in copertina che ho visto poi un paio di mesi dopo dal vivo a Bologna. All’epoca trattavano ancora parecchie cose che venivano dal post-punk comunque, che poi sono state quelle che ho sempre seguito. Per 3-4 anni sono stati veramente fighi poi, non saprei spiegare bene perchè, si sono un pò persi. Erano gli anni di Dischord, di Kranky, della Thrill Jockey, di Touch and Go, tutte etichette per me fondamentali.

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His Clancyness, come si diceva, da progetto solista si è trasformato in una band. Vicious è l’album che ha raccolto e sintetizzato in musica tutti i viaggi, fisici e musicali, di Jonathan nel corso degli anni. E’ il disco della consapevolezza, è anche un punto d’arrivo in qualche modo. Trentun’anni, un disco osannato dalla critica, una band che suona in contesti prestigiosi in Europa ma anche al di là dell’oceano. Difficile però pensare a quello che verrà dopo.
In effetti non sarà semplice -racconta Jonathan– proprio questi giorni ci siamo fermati per la prima volta da quando è stato pubblicato il disco. Siamo stati sempre in giro, fino ad ora. Ho avuto tempo di pensare al passo successivo e non è facile immaginarsi cosa possa venire. Sono contento di Vicious, così soddisfatto che non ho ancora pensato a come si potrà evolvere la nostra situazione. Andare oltre sarà una bella sfida ed ammetto che in questo momento non so dove andremo a parare. E’ una cosa che mi piace, però. E’ la prima volta che mi ritrovo in un certo senso libero di trovare una nuova strada. Poi i dischi mi piace che abbiano una propria storia ed un proprio immaginario di riferimento. Non ho ancora trovato il prossimo ma ci sto iniziando a pensare.

Immagini che vanno di pari passo con le sonorità, cosa che non sorprende se si osserva l’attenzione che la band ripone ai dettagli anche visuali. Ha sorpreso il Jonathan in versione glam con tanto di rossetto e l’atmosfera tendente al nero delle foto promozionali che hanno accompagnato l’uscita del disco. Ho bisogno di crearmi un aspetto visuale che possa in qualche modo riassumere i suoni. In questo è molto brava la mia compagna e tastierista della band, Giulia, che cura tutta la parte fotografica e anche i video del gruppo ma che sopratutto mi offre tanti input su cui lavorare. Sono aspetti che secondo me vanno curati anche se rischiano di arrivare solo ad una minoranza di persone, anche tra quelli che ci seguono. Sopratutto i più giovani non ci hanno fatto molto caso, ho l’impressione
Ma certe cose vogliamo comunque continuare a farle. Come la fanzine che abbiamo allegato all’uscita in vinile. Non so che impatto possa aver avuto ma intanto è importante che ci sia, importante sopratutto per noi come band.

Vicious come si diceva ha avuto recensioni importanti ma ha anche spiazzato: è un disco diffcile da inquadrare e difatti in sede di recensione si sono individuati i riferimenti più vari. Clancy forse per la storia che ha alle spalle si posiziona proprio a metà strada tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, e la sua band suona come una sorta di Deerhunter (l’unico nome che veramente mi sento di fare come riferimento riconoscibile) coniugati in un alfabeto pop tipicamente continentale.
Mi sento più americano, non tanto come suoni ma come attitudine -ci confida Jonathan– è una situazione più libera. In Inghilterra è tutto più controllato: anche se sei in una band piccola si parla già di manager, di avvocati, di situazioni molto orientate al business. In america non è così ed anche band grosse hanno un approccio più libero che si ripercuote anche nella musica.

Si finisce a parlare di gap generazionali, di età e di prospettive. Perchè al di là delle ottime recensioni e dei tour in due continenti gli His Clancyness ancora il lunario, grazie alla musica, non riescono a sbarcarlo. No, ci dobbiamo arrangiare con altri lavoretti – racconta Jonathan– io ad esempio faccio traduzioni e qualche dj set. I margini sono limitati, anche in tour. Per esempio dalla vendita dei dischi si tira fuori comunque troppo poco. Ma bisogna fare delle scelte. La mia è chiara: ho deciso che voglio suonare e lo farò per i prossimi dieci anni. Devo aggiustare la mia vita per seguire questa decisione, si tratta solo di trovare un sistema che mi permetta di tenere un buon equilibrio.

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 Non avrò una sicurezza economica ma in questo momento non m’importa. Non è una questione legata all’Italia questa, spesso all’estero è anche peggio. Noi siamo usciti subito fuori dai confini, già con i Settlefish all’epoca e quindi abbiamo avuto la fortuna di rendercene immediatamente conto. L’ultimo tour è durato un mese, almeno dieci volte abbiamo dormito per terra, altre dieci su un divano e alcune volte in hotel. Ma è la normalità, sopratutto negli Stati Uniti. Fin che non fai 500 paganti a data non esistono altre situazioni. Ma va bene così. Se ami quello che fai certe cose non pesano.

Il giorno dopo Clancy armato di sola chitarra affronta con piglio deciso il folto pubblico che si é radunato all’interno di una galleria d’arte, che é anche bar e pasticceria, lo Zoo. L’occasione é quella di Arte Fiera: Bologna brulica di avvenimenti e situazioni create per l’occasione.clancy

Clancy affronta la situazione con naturalezza, canta su di un palco improvvisato a pochi centimetri dalla prima fila. Le canzoni anche in versione solista mantengono il loro fascino. È una roba breve, intensa,  mezz’ora conclusa dalla cover di Promise Me  dei Gun Club.

Esco dalla porta, mi incammino sotto i portici: Bologna questa sera é splendida. Mi sento finalmente lontano dalla provincia, come se qui e adesso avesse finalmente un senso. In testa mi risuonano le note di una canzone…..Never spit on an icy day, Turn it around and make me say, You are pure, you are pure…..**

* Vicious, Lou Reed
** Zenith Diamond, His Clancyness

Cesare Lorenzi

In allegato qui sotto un estratto dalla fanzine di His Clancyness, contenuta nella prima edizione della stampa in vinile.
La potete ordinare qui.

Oppure la potete scaricare in formato pdf qui His Clancyness FANZINE

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Ed infine un omaggio ai 16 anni di Jonathan, un breve articolo che realizzai nel 1998 a proposito dei June of ’44, uscito originariamente per la rivista Rumore.

june of 44 articolo 02-1998

Kraut#Punk#Synth#Pop#Garage

urlHo sempre ritenuto che fino a un certo momento della vita una persona dovrebbe avere determinate caratteristiche. 
Prerogative oggettive legate all’età e per questo iscritte allo stesso modo nel dna di ogni individuo che sia più o meno coetaneo.
Non è che poi col passar del tempo questi elementi distintivi debbano andare necessariamente perduti, ma credo che fino ad un certo punto della vita uno li debba proprio avere, altrimenti c’è qualcosa che non va’.
Fin lì, semplificando il prototipo agli estremi, penso che una qualunque visione della politica dovrebbe contemplare esclusivamente bandiere rosse (qualche A cerchiata per i più spericolati) e tenere bene in vista la parola rivoluzione (possibilmente evitando di scolpirsi Che Guevara sul bicipite che di quello poi uno un domani se ne pente).
Allo stadio si dovrebbe entrare solo in curva e la partita la si dovrebbe guardare tutta in piedi non stancandosi mai di trasmettere sostegno alla propria squadra.
Ai concerti sarebbe d’obbligo la prima fila e non ci si dovrebbe curare minimamente di faccende marginali come la qualità dell’audio, il palco troppo basso o il vicino che ti pianta i gomiti tra le costole o ti calpesta i piedi.
La musica? Beh quella deve essere per forza veloce, avere ritmo e farti muovere.

Ad esempio se fossi ancora in quella fascia di età lì, io il faccione quadrato di uno come John Dwyer me lo tatuerei bello in grande da qualche parte (tanto poi anche a pentirsene dopo chi cazzo lo riconosce un domani John Dwyer disegnato sul tuo corpo?).
L’uomo è uno di quelli che alla soglia dei 40 anni ne ha già combinate di tutti i colori.
E non si ferma mai.
Non conosco tutte le cose che Dwyer ha fatto con la musica: sono troppe. 

Tanto tempo fa, più o meno verso fine anni ’90, mi ero segnato il nome dei Pink and Brown (lui era Pink).url
Pubblicarono un paio di dischi con un’etica, un’estetica e un suono simili ai Lightning Bolt; detto che per la mia scarsissima competenza in campo noise qualunque band sia costituita da due sole persone e suoni dal vivo a centro sala in mezzo alla gente somiglia per forza ai Lightning Bolt.
Qualcuno provò a descriverli come korean folk drumming gone punk.
Non ho idea di cosa ciò possa significare ma la trovo comunque una definizione che rende bene l’idea.

Poi conosco i Coachwhips.
Erano in tre, vestivano eleganti, suonavano un garage rock sporco quanto quello dei Gories e rumoroso come quello degli Oblivians. Di quello che cantava Dwyer non si capiva una beata mazza tanto la voce era sommersa da tutto il resto.
In formazione c’era una ragazza bionda che mi piaceva, tale Mary Ann Mc Namara, e a un certo punto transitò pure Matt Hartman dei Sic Alps, altro ex gruppo ultra figo cui dalle nostre parti si saranno appassionate si e no una ventina di persone tra cui Claudio Sorge, io e il ragazzo che lavora da Background (questo l’ho imparato sabato scorso quando ho comperato lì una copia del loro primo album).
urlDi loro (dei Coachwhips, intendo) recensii anche un disco per Rumore.
Lo descrissi come il parto di una unica sessione in studio, una ventina di minuti a microfoni aperti utilizzati per vomitare dieci canzoni selvagge e velocissime.
Rock and roll primordiale in preda ad attacco epilettico con una tastiera casio sepolta sotto la batteria, il riverbero di una chitarra e la voce di John Dwyer, strangolata dentro un microfono piazzato nella stanza di fianco.
Di recente è uscita la ristampa di Hands on the Control nelle cui note Dwyer scrive: We were young, we were  excited, we barely knew what we were doing half the time.

Infine ci sono Thee Oh Sees.
Questi li dovreste conoscere un pò tutti.
urlSono la migliore live band mi sia capitato di incontrare negli ultimi 5 anni, hanno pubblicato 7 album in 4 anni che diventano 12 in 9 se contiamo le precedenti incarnazioni come OCS e The Oh Sees (The con una sola e) e 3 raccolte di singoli di cui una doppia.
Dischi che, utilizzando parametri da giornalismo cool, hanno una qualità media da 7.8, decimale più decimale meno.
Anche loro hanno in formazione una ragazza di quelle che mi piacciono, Brigid Dawson, e uno skinhead spettacolare che suona una chitarra camuffata da basso e potrebbe stare dentro uno This Is England in salsa californiana.
La loro musica è unica quanto a capacità di rilettura dei (sotto) generi rock.
Trasformano il garage punk, base di partenza e filo conduttore del loro suono, in qualcosa di più e qualcosa d’altro by passando in tal modo le convenzioni che ingessano solitamente questa musica entro i confini di una indubbia ripetitività e sostanziale monotonicità (e questo lo dico da fan delle uscite Crypt).
A loro viene in mente, per dire, di riverniciare un pezzo dal primo ep dei Sonic Youth e riproporre una canzone di Mr. Quintron al solo scopo di violentare un sax e citare così la No New York di Contortions, DNA e Teenage Jesus, inchiodandogli a fianco una qualche citazione beatlesiana.
Quando sono in vena infilano poi jam di un quarto d’ora che sembrano cover dei Suicide suonate nel dubbio se essere i Neu! o i Black Lips dei primi due album.
Forse si sono sciolti, forse no.

Intanto John Dwyer sta per pubblicare un album solista.
La sigla sarà quella di Damaged Bug, il disco si intitolerà Hubba Bubba and Hits Stores e sarà pubblicato il 25 di febbraio dalla Castle Face, etichetta che gestisce lui assieme a un paio di amici.
Giusto per non farsi mancare nulla.
Il singolo che precede l’uscita è un sintetico e perfetto esempio di diy cold wave minimale.
A me ricorda Fad Gadget ma ho idea che se lo chiedete a lui vi dirà che l’ispirazione gli è venuta ascoltando una qualche ristampa dei Tronics.
Dei Tronics, di Ziro Baby e del doppio singolo di loro cover pubblicato dai Sic Alps qualche tempo fa magari torneremo a parlare che se apro la parentesi qui la chiudo che è già la primavera prossima.
Il pezzo è piuttosto diverso dalle cose che Dwyer ha fatto sinora, ma a pensarci bene c’è un filo conduttore unico.
Buona musica, riferimenti giusti.
Sempre.
Trasversalmente.
Sono sicuro che il disco mi piacerà.
Non fosse così pazienza, amici come prima Mr. Dwyer.

Arturo Compagnoni

In oltre 20 anni di Rumore, una delle pochissime volte in cui mi è capitato di recensire un disco del mese è stato nel dicembre del 2011. Il disco era Carrion Crawler/The Dream di Thee Oh Sees

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gennaio

A gennaio succede poco o nulla. E quel poco di solito non è per nulla rassicurante. E’ il mese dove i buoni propositi con cui si era chiuso l’anno precedente iniziano a mostrare i primi preoccupanti cedimenti ed anche in ambito strettamente musicale le uscite interessanti si contano sulle dita di una mano.
E´andata giá bene con l’album di Sthephen Malkmus (di cui potete leggere qui). Insomma mi sono girato e rigirato qualche vinile tra le mani, la solita montagna di ascolti in streaming (appena meno che in un mese normale) ma niente che mi abbia fatto scattare la scintilla. Del resto i propositi erano chiari quando abbiamo aperto il blog: si scrive solamente di quello che ci appassiona.
Avrei potuto buttare giú qualche riga a proposito dell’album dei Blank Realm, per esempio. SONY DSCPerché é un disco interessante, bello, che in qualche episodio entusiasma, che tocca le corde giuste. Che é roba nostra al 100%. Ma non vorrei fare una recensione. Vi dico solamente che si intitola “Grassed Inn” e che sono una band di Brisbane. I soliti professori del web hanno giá individuato i riferimenti capaci di solleticare la nostra attenzione: Royal Trux, Sonic Youth, Yo La Tengo ma non é sfuggita neppure una certa attenzione melodica tipica della new wave anni dei primi ‘80 e difatti qualcuno ha aggiunto una band come i Psychedelic Furs allo spettro di influenze.

Ho poi molto apprezzato il nuovo corso dei Mogwai. Che hanno quasi completamente smussato angoli e spigolositá. Ormai hanno un suono decisamente “cinematografico”, sereno e levigato. Ma non banale, anzi ancor piú interessante, ricco di sfumature e tonalitá. “Rave Tapes” é un album di una consapevolezza estrema. Si capisce quando una band ha raggiunto la capacitá di maneggiare il proprio linguaggio con autorevolezza. I Mogwai non sono mai stati cosí convincenti alle mie orecchie e il recitato che infilano in un brano a proposito dei Led Zeppelin e dei messaggi satanici contenuti nei dischi é esilarante. Roba che ti fa venire la voglia di prendere il vinile e suonarlo al contrario.mogwairavetapes

Ma gennaio é anche il mese degli inventari. E quest’anno ho deciso che era davvero arrivato il momento di fare le cose seriamente. Ho preso i dieci anni della mia vita che avevo infilato in un paio di casse in cantina in forma di riviste musicali ed ho iniziato a trasformare quelle pagine in file digitali. Non so perché ho sentito l’esigenza di doverlo fare in questo momento ma ho l’impressione che questo blog abbia avuto la sua importanza.
Tutto quel materiale (130 tra interviste e articoli, piú una marea di recensioni) ha fatto venire in luce una serie di episodi, ricordi e storie di vita vissuta che in qualche caso avevo rimosso. Ci sono i capitoli imbarazzanti ma anche gli episodi che mi hanno segnato in maniera definitiva, questi ultimi legati alle persone che ho incrociato nel corso degli anni, piú che alla musica stessa.
smith 1Una di queste non é piú tra noi. Elliott Smith si é suicidato nel mese di ottobre del 2003. Ci ha lasciato una manciata di dischi straordinari, inutile ricordarvelo. Per qualche minuto appena le nostre due vite si sono incrociate. Trenta minuti di telefonata intercontinentale, niente di piú. Ma neppure cosí poco perché me lo ricordo solare e disponibile, finanche rilassato nel suo interloquire.

Quel momento é finito sulla copertina di una rivista chiamata Rumore nel aprile del 2000 ed ora, senza chiedere permesso a nessuno, ha deciso di uscire dal sottoscala dove era stato archiviato. Di quella storia, di tutti quegli anni, di tutta la vicenda legata a Rumore porto ancora addosso i segni, le tracce ed anche qualche cicatrice. In questo gennaio ho compreso che é inutile tentare di lasciare i fantasmi chiusi in cantina. Meglio spalancare le porte e coprire – come scrive Fiumani in Siberia – le distanze per raggiungere il fuoco che vive sotto la neve.
Cesare Lorenzi
In allegato qui sotto potete leggere l’intervista ad Elliott Smith pubblicata da Rumore nell’ aprile dell’anno 2000.
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And when she talked about the fall, I thought she talked about Mark E. Smith *

* (strofa di Maple Leaves, Jens Lekman 2004)

Mark E. Smith THE FALL

Mark E. Smith THE FALL


Per quanto mi riguarda Mark E. Smith è sempre stato un faro che indica una precisa direzione, uno spartiacque tra fare la cosa giusta e quella sbagliata.
O meglio: sul come arrivare alla situazione giusta tramite mille azioni sbagliate.
Il 5 marzo del 2007 l’uomo compiva 50 anni e gli inviai i miei auguri.
In quelle poche righe constatavo come tra le nostre rispettive età ci fosse una differenza di sette anni.
Il che significa che quando lui deciderà di mollare il colpo io avrò ancora un margine di 84 mesi, vale a dire 2.555 giorni per stabilire se imitarlo e chiudere alla sua stessa età.
Un bel po’ di tempo.
Questa cosa mi tranquillizzava allora come mi tranquillizza oggi.
Mi sono sempre proposto di recuperare quelle parole per festeggiare i miei 50 anni.
Tra poche settimane Mark E. Smith di anni ne compirà 57, il che significa che qualche mese dopo per me saranno appunto 50.
Avrei dovuto aspettare a scrivere, poi però nell’arco di pochi giorni mi è capitato di leggere le due cose che incollo qui sotto e mi è venuta voglia di buttare giù qualcosa adesso.

“Non mi sono guardato spesso quest’anno. Non lo faccio in generale.
La mia ultima moglie dice che ho delle belle guance a forma di mela, occhi azzurri e capelli castani.
Due mesi fa ho notato che i miei denti nell’arcata inferiore erano diventati piuttosto neri.
Non mi è parsa una buona cosa.
Il dentista è stato fantastico; per un paio di centinaia di sterline ha risolto il problema.
Ora i denti di sotto sono gialli, proprio come quelli di sopra che tra l’altro sono finti.
Ho l’osteoporosi: è una faccenda di famiglia.
Alcuni anni fa mi sono fratturato l’anca destra; ci sono voluti mesi per recuperare.
Per qualche tempo sono salito sul palco in sedia a rotelle, ora ho una piastra di acciaio in ogni anca e ho smesso di saltare in scena.
Ho 56 anni e mi piace invecchiare.
Quando ho cominciato con i Fall ero diciottenne, quindi ho sempre dovuto cercare di sembrare più vecchio di quello che ero per ottenere ingaggi come musicista.
Erano altri tempi.
Non credo che molti gruppi del passato sarebbero andati lontano con gli standard di stile che ci sono oggi: qualche idiota avrebbe di sicuro detto ai Kinks quali scarpe indossare”.

(Mark E. Smith, cantante dei Fall, 14/12/2013)

“Con il passare del tempo e con l’età ho capito che nella vita ci sono solo due strade: una conduce verso la costruzione di una vita sociale e affettiva, verso la cura della propria persona sia in termini spirituali che fisici e magari anche verso una carriera lavorativa che dispensi qualche soddisfazione.
L’altra strada invece porta dritto dritto a seguire maniacalmente tutto quello che fanno i Fall e Mark E. Smith.
Diciamo che io ormai una scelta l’ho fatta”.

(Ferruccio Quercetti, cantante dei Cut, 05/01/2014)

Ora, per come la vedo io, ci sono tre modi di invecchiare e uno solo è quello giusto.

C’è chi non si rassegna al passare degli anni ed in maniera artificiale altera il proprio aspetto fisico modificandone forzatamente le caratteristiche.
Ricicla oggetti, persone e situazioni, imponendosi una gioventù fittizia incastrata in un presente artefatto.

Altri invece adottano un approccio esattamente opposto: si consegnano disarmati all’oggi cancellando ciò che erano in passato ed eliminando così una prospettiva di futuro che sia se non ideale, perlomeno accettabile.
Costoro mettono in stand by ogni azione e atteggiamento che sino ad un certo punto della vita gli erano propri e spesso generavano passioni, barattandoli con un quieto vivere fonte di tranquillità quanto di appiattimento fisico e mentale.
Finché si rendono conto che il tasto premuto in precedenza non era quello di pausa ma quello di arresto.
Troppo tardi.
Stop.
Chiuso per cessata attività.

Infine ci sono quelli come Mark E. Smith.
Coloro i quali affrontano sfacciati il tempo senza nascondere il viso pieno di rughe, solchi sulla pelle come fossero cicatrici, una per ogni volta che si è andati oltre.
Gente il cui sguardo è puntato dritto avanti a sfidare con spavalderia e strafottenza il presente, forti di un passato con cui ci si è costruiti attorno un monolite di roccia ed alabastro.
Persone inattaccabili dentro a quel monolite la cui struttura molecolare è costituita dai rimorsi per le tante azioni sbagliate ma dove parimenti non trova alcuno spazio il rimpianto, perché di cose lasciate indietro non ce ne sono.
Ed è proprio lì il punto, la parola d’ordine.
In ogni caso nessun rimpianto.

Questa mattina in macchina ho ascoltato “45 84 89 a sides” dei Fall (come recita il titolo: i 45 giri dall’84 all’89).
Un disco che infila 17 canzoni sfacciatamente strepitose.
Canzoni su cui tanti altri hanno in seguito costruito carriere.
Nessuna però al servizio di quella voce stracciata, svogliatissima, incazzata e soprattutto cattiva.
La voce di Mark E. Smith.
Pensavo che è per canzoni come queste che vale la pena fare quello che ho sempre fatto.
Pensavo a quello che solo pochi giorni fa ha scritto il mio amico Ferruccio.
Pensavo che pur provando a fare delle scelte che conducano ad un certo tipo di esistenza, diciamo quella strada che dovrebbe indirizzare verso “la costruzione di una vita sociale e affettiva, verso la cura della propria persona e magari anche verso una carriera lavorativa che dispensi qualche soddisfazione”, alla fine bisogna farsi una ragione di quello che si è perché questa è l’unica via possibile, atteggiarsi è perfettamente inutile.
Arrendersi all’evidenza non solo è giusto ma è anche doveroso, anzi necessario.
Pensavo di quanto tutto ciò suoni simile alle parole di quella canzone di Malkmus che Cesare ha riportato poche righe sopra: you’re not what you aren’t, you aren’t what you’re not.
Pensavo che uno come Mark E. Smith ha ragione.
Pensavo che in fondo l’ho sempre saputo.
E mi auguro sia questa la giustificazione alle mie mille azioni sbagliate.

I Fall hanno pubblicato 30 album ufficiali, tra il 1979 ed il 2013.
Personalmente li ho visti suonare dal vivo due volte: al Festival di Reading in Inghilterra il 24 agosto del 1991 e al Covo Club di Bologna il 26 febbraio del 2002.
Mark E. Smith ha prestato la propria voce – tra gli altri – a canzoni di Inspiral Carpets, Tackhead, Coldcut, Elastica, Gorillaz e Mouse on Mars.

Arturo Compagnoni

Hanna e le sue sorelle: THE PUNK SINGER

The Punk Singer è il documentario su Kathleen Hanna che potete vedere solo se avete l’ADSL, sapete l’inglese, se le basi morali della società mentale dove vivete non sono ferme al 1967* e se sapevate che è la forza della tradizione e non quella della legge che nel vostro paese (minuscolo intenzionale) impedisce di chiamare vostro figlio o vostra figlia col cognome della madre come in tutti gli altri Paesi del Primo Mondo.**

Al di là che chi scrive è un maschio quindi sicuramente in fallo: l’ultimo libro interessante in materia di femminismo in Italia è un libro statunitense del 2002 che ha la traduzione e la prefazione della moglie di Giuliano Ferrara (o se vogliamo essere meno agenti provocatori possiamo citarvi dei libri a caso della belga Luce Irigaray che non a caso stava assieme ad un sindaco di Bologna: Renzo Imbeni is our AD ROCK).

Lo scenario, se si sposta il fuoco della lente sul versante musica suonata e musica scritta – nel senso di “scritti sulla musica” e “scritti attraverso la musica” – è desolante, a meno che non si voglia finire a parlare di Jo Squillo e delle altre ragazze del ruock in salsa pummarola o peggio ancora ci si voglia sucare nongià il left one ma le menate fuori tempo massimo e fuori luogo (è il 2014 o no? File Under: Analisi ferme all’era pre-www.) del fu Jumpy Velena (ora Helena) e dei Raf Punk e l’età dell’oro.
urlIn questo caso come al solito in Italia alla fine la scelta non è nemmeno tra il versante ulta-ortodosso tipo quello del punk (non parliamo nemmeno del separtismo alla Tribe 8) e le groupies alla Pamela Des Barres, che alla fine erano “ragazze a perdere” (cercate su google: groupies + ragazze a perdere per sorbirvi la solita solfa sull’altra metà del cielo e blah blah).
Quella è l’America, e qui siamo in Italì.
Gli unici bagliori tricolori, ma parliamo proprio di lucciole che è stata l’unica volta che non sono state scambiate per lanterne, li abbiamo visti guarda caso negli anni ’90 in ambito punk hc (in questo senso non finirò mai di sostenere la tesi che il rock indipendente italiano degli anni ’90 è l’equivalente del copromesso storico DC-PCI con tutte le implicazioni di sottosviluppo culturale del caso: e non abbiamo nemmeno la magra consolazione di aver avuto Prima Linea e/o le Brigate Rosse ma solo l’eroina e il rifugio nelle religioni orientali), con qualche fanzine (Punto G, la April Fool Day italiana) e qualche gruppo significativo (Bambine Cattive, SSP per tagliare con l’accetta la questione).

Negli anni ’90 infatti, oltre alla rivoluzione operata dal grunge (come al solito poi si è vista o voluta vedere la punta dell’iceberg del fenomeno) la revolution summer assieme alle istanze di quella indiana (avvenuta poco prima dal punto di vista cronologico)*** portano con sè la revolution girl style now, che ha come figura di riferimento principale Kathleen Hanna, protagonista del documentario The Punk Singer.
Vi risparmiamo pure la menata sul fatto che a lei si deve il titolo della canzone più famosa dei Nirvana e che la batterista del suo primo gruppo (parliamo di Toby Vail e delle Bikini Kill ovviamente) avrebbe potuto salvare Kurt Cobain da quella Yoko Ono ma senza talento artistico-performativo (così dicono gli esperti quale io non sono: pare che Yoko Ono abbia talento, la compro come me la vendono) che risponde al nome di Courtney Love (una ubriaca che diede un cartone in faccia alla Hanna durante un Lollapalooza, la ricordiamo così: una sfattona ubriaca, nulla di più) e anche in questo caso per tagliarla con l’accetta e per usare un paragone figlio della cultura cattolica parlare di Kathleen Hanna è come dire che se Calvin Johnson è il figlio, Ian McKaye il padre Kathleen Hanna è assieme Spirito Santo e pure e ovviamente Madonna laica (nel senso che non è solo e solamente “madre di”).vail.cobain

The Punk singer, uscito in anteprima a Marzo 2013 a quel festival là in Texas (che è molto figo e che ci ha suonato His Clancyness) e nei cinema americani (fa un certo effetto pensare che possa anche essere uscito in un solo cinema in Italia una roba del genere, pensando tipo che mi sono perso un film come Searching For Sugar Man quando è uscito perchè lo hanno fatto a Bologna per due giorni, ‘na roba del genere insomma, per capirci) si può ovviamente solo vedere scaricandosi dal torrent il file .avi, senza sottotitoli etc etc.

Per il sottoscritto: una epifania, o meglio una cosa tipo sotterrare l’ascia di guerra, fare pace con parte del proprio trascorso riflettendo a freddo ma allo stesso tempo a caldo sul tuo passato. Una cosa che, parlando di altro campo sottoculturalmusicale rilevante nella mia formazione, ultimamente mi è capitata con l’hip hop italiano grazie ad un libro di Damir Ivic: tornare indietro sulle proprie prese di posizione radicali fatte e praticate in passato, ma senza rinnegarlo, il proprio passato (ed ecco che torna la moglie di Giuliano Ferrara…), separando la farina dalla pula, il bambino e l’acqua sporca.
Ad Arturo, con cui privatamente commentavo la visione (particolare rilevante: visione avvenuta su input di mia moglie Silvia, che “ovviamente” è stata parte del movimento riot-grrl italiano ed è stata ad un LadyFest Londra nel 2002 quando ancora Beth Ditto doveva passare per Simona Ventura, e che ha visto Le Tigre al Covo a Bologna sempre in quegli anni mentre io non ci sono andato perchè ho fatto il talebano dei sentimenti stando a casa, stile “marito cornuto che per fare un dispetto alla moglie”) a caldo ho detto una cosa del genere: “è stato come ritrovare la ragazza di cui ti eri innamorato 15-20 anni fa ma non lo volevi ammettere agli altri e soprattutto a te stesso” (con annesse le riflessioni sugli effetti devastanti sulle basi morali di una società arretrata* come ad esempio quella italica etc etc).
In sintesi il documentario riprende le fila interrotte della storia di Kathleen, che nel 2005 scompare al culmine del suo percorso artistico con Le Tigre, oramai lanciatissime. In poche parole Kathleen si ammala di un morbo assurdissimo che si prende dalle zecche dei cervi, il lyme disease e la diagnosi arriva dopo anni di calvario.
In mezzo un percorso di maturazione artistica, umana e relazionale (en passant: lo spoken  word in cui Kathleen parla della suo vissuto di violenza sessuale subita che apre il documentario, datato 1991 è preso dalla sua apparizione al Pop Underground  Festival del 1991: riconoscibile fra il pubblico un coinvoltissimo emozionalmente Ian McKaye) altrettanto doloroso in cui la accompagna il Beastie Boy (sì, quelli che negli anni ’80 cantavano un inno sessita all’ennesima potenza come Girls, Girls – to do the dishes Girls – to clean up my room Girls – to do the laundry… noi abbiamo avuto Jovanotti che invece, il giudizio sulla sua maturazione  umana ed artistica ve lo risparmio) Adam Horowitz aka AD Rock, con cui si sposa nel 2006, dopo un lungo fidanzamento.
Il documentario poi ci fa capire quanto in realtà un progetto di transizione sia come al solito fondamentale nella vita di una persona: Julie Ruin in questo senso per Kathleen, appena uscita dalla riserva indiana (doverosa: sempre sosentuto che la chiusura è necessaria in certi casi, per preservare la propria identità) riot-grrl dopo lo sciogliemento delle Bikini Kill (che nel 1996 suonarono in Italia e fecero uscire un 7″ per una etichetta punk hc romana. Nel 1996 e anche prima su un giornale come Rumore se ne parlava in copertina: cercate con google immagini RUMORE 51) è fondamentale per iniziare, dopo aver affermato la propria identità e indipendenza, la rel-azione (intesa come “azione relata”, una cosa del genere), professionale ed affettiva, con AD Rock (1997 circa) e crescere come persona e come artista.
Immaginare poi di trovare una canzone d’amore, anzi due, nell’album di una ragazza che nel suo gruppo precedente scriveva e cantava: Gotta listen to what the Man says / Time to make his stomach burn / Burn, burn, burn, burn…
Colpisce invece, della parte dedicata al progetto Le Tigre, vedere come una operazione che a qualcuno (alzo la mano per accusarmi del fallo, come a basket) aveva fatto storcere il naso perchè  puzzava di arty-farty (If you ever want a fashion show, I’ll walk on yr block/ Cuz my art is better than yr art) sia, rivista anni dopo, stata profetica (e tutto sommato culturalmente integerrima).
Difficile da verbalizzare, guardatevi l’impatto visivo delle coreografie e dei colori, una cosa che colpisce come forse solo i Devo e i Public Enemy (ma lì il colore era solo uno, quindi la faccenda era limitata e limitante: e pensare che negli show de Le Tigre c’era anche un dissing diretto ai PE, bestemmia per me in quegli anni).
Il documentario si conclude (ma come diceva un altro documentario: The Future Is Unwritten) col ritorno sul palco di Kathleen dopo sette dolorosi anni di silenzio.
Non è affatto casuale che il rientro sulle scene, documentato in maniera toccante ma non retorica (in questo senso non sono gratuite le immagini di Horowitz che fa una iniezione alla moglie poco prima che lei vada in scena), sia ancora legato al nome Julie Ruin, anche se significativamente il ritorno a questo giro è con un gruppo (e il risultato musicale è secondario in questo caso: l’album è sicuramente la cosa musicalmente meno rilevante che abbia prodotto).
Appaiono nel documentario Kim Gordon, Joan Jett, quella di Portlandia che tutti lo sanno che suonava nelle Sleater Kinney (naturalmente perse quando suonarono in Italia…).
Decisamente un must see se la vostra idea di musica si lega ad una sottocultura (o controcultura).

*Cercate su google: Le basi morali di una società arretrata;
** Cercate su google: corte europea condanna italia+cognome madre;
*** Cercate su google: Dance Of Days+two decades in the nation’s capital oppure FUGAZI+DISCHORD e K RECORDS+BEAT HAPPENING.

MARCO PECORARI

Nel marzo del 1993 Rumore pubblicò un articolo sul fenomeno Riot Grrrl. Ve lo riproponiamo qui in allegato con le 2 recensioni di Bikini Kill uscite all’epoca (l’EP di debutto nel luglio 1993 e il secondo album di giugno 1996). Reperti storici di un’altra epoca. (C.L.)

bikini kill (marzo 1993) 1

bikini kill (marzo 1993) 2

bikini killreject all american

A love like oxygen

95743537Malkmus é come un fratello, a dispetto del fatto che di persona ci avró parlato al massimo un paio di volte e non mi ricordo neppure bene. Abbiamo la stessa etá, del resto (qualche mese in piú lui, ad essere precisi). Siamo cresciuti con gli stessi dischi nonostante i 10.000 km che ci separavano. Forse non abbiamo fatto lo stesso percorso ma alla fine ci siamo ritrovati nello stesso luogo.

Malkmus é partito dal punk californiano dei primi anni ‘80, dai dischi della SST e si é ritrovato ad ascoltare i Can, i Fall, gli Swell Maps ma anche i classici del rock (da Bob Dylan ai Grateful Dead) e la prima new-wave inglese.
Io dalla new wave inglese della mia adolescenza ho fatto un salto mortale carpiato nell’underground a stelle e strisce, aggiungendoci gli immancabili classici di contorno, a piccole dosi.
Lui da musicista, io da appassionato.
Con i Pavement ha semplicemente coniugato tutto questo tragitto in canzoni. L’anno era il 1992 e quel disco (Slanted and Enchanted) ha fatto da colonna sonora alla nostra generazione.
A pensarci ora, ad oltre 20 anni di distanza, i Pavement sono stati una delle prime band che hanno abbattuto gli steccati sonori ai quali eravamo tutti inconsapevolmente legati. Era un’epoca nella quale i dischi si riconoscevano da lontano: inglesi e americani, non ci si poteva confondere e non era solo una questione di accento. Erano proprio mondi che non convergevano e toccava schierarsi da una parte o dall’altra.

La nostra generazione ha vissuto in un altro modo, globalizzata in maniera inconsapevole. Un luogo dove si poteva avere contemporaneamente i Wedding Present ed i Sonic Youth tra le band preferite, per dire. “We grew up listening to music from the best decade ever” canta nel nuovo album (Stephen Malkmus & The Jicks “ Wig Out at Jagbags”) e viene quasi da credergli.

Sette anni e cinque album dopo i Pavement si disintegrano per autocombustione. Ritornano nel 2010 per un tour sostanzialmente inutile.

Malkmus ha nel frattempo iniziato una nuova vita e dato il via ad una nuova band (The Jicks) lasciandosi alle spalle con un certo fastidio tutto quello che era venuto prima. Come spesso capita quando si sente l’esigenza di liberarsi di un passato che per qualche ragione era diventato troppo ingombrante non rimane che prenderne le distanze. I 5 album che pubblica con la nuova band (dal 2001 al 2011) suonano differenti, in maniera in qualche modo inevitabile. I critici di professione scrivono di riffs anni ‘70, di sperimentazioni elettroniche, di introspezione e incongruenza.
Si rimane costantemente a metá strada tra disillusione ed entusiasmo. Ma la veritá é che Malkmus ha mimetizzato il proprio talento, in maniera quasi snobistica. Come se si divertisse a regalarci frammenti di magia vera per poi prenderne volontariamente le distanze.
Si arriva ad un certo punto peró che bisogna fare i conti con quello che si é stati, il passato bussa e ci si accorge che é arrivato il momento di aprire la porta. Non si sa quali saranno le conseguenze ma va fatto.
Wig Out at Jagbags é il titolo del nuovo album, quello che chiude il ciclo del malcontento.url
Improvvisamente é di nuovo tutto a fuoco: l’album suona diretto e consapevole, non ci sono misteri e scorciatoie ma solo canzoni, nessun artificio ma la semplice complessitá di Malkmus autore. Che non sará mai uno qualsiasi, che banale non riesce a diventare neanche se ci provasse.
Sembra essere venuto a patti con il proprio passato ma sopratutto con quello che puó ancora offrire come musicista. Ha compreso che é arrivato il tempo di assecondare la propria natura. Accendere l’amplificatore, avvicinarsi al microfono, partire con un assolo fuorviante e dare ossigeno al nostro personale sogno pop.

Perché come canta nel nuovo album: “You’re not what you aren’t, You aren’t what you’re not” che sembra una cosa semplice ma a pensarci bene non lo é affatto.
Cesare Lorenzi

Nel 1998 “Rumore” pubblicó un mio articolo a proposito dei testi di Stephen Malkmus (e quelli di David Berman dei Silver Jews, a dire il vero). Penso che sia un buon articolo. Ve lo metto qui sotto in allegato, casomai qualcuno avesse voglia di leggere….

Stephen Malkmus & The Jicks saranno in Italia il 23 gennaio al Tunnel di Milano, il giorno dopo a Bologna al Covo!!

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Il principe valanga

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Alcuni amici mi chiedono di scrivere un pezzo per il loro blog (questo).
Ho sempre considerato i miei pensieri non molto interessanti per il mondo del web e così rimango prima stupito e poi onorato della richiesta. Riflettendoci penso poi che passati i 40 ogni occasione di condivisione con persone che stimo sia un modo sano per far circolare pensieri e passioni e così accetto volentieri.
Passano i giorni e di tanto in tanto penso ad un eventuale incipit del pezzo. Sono sempre stato affascinato dalle origini delle cose, delle passioni che vibrano ancora a distanza di così tanti anni e delle persone che ti hanno aiutato a coltivarle e ancora delle occasioni fortunate avute per aprire maggiormente il cuore e farci entrare ulteriori storie, ulteriori vibrazioni. E così penso che l’incipit potrebbe essere quel pomeriggio di tanti anni fa (29 per l’esattezza), un ragazzino introverso entra in un cinema bolognese per vedere Paris Texas di Wim Wenders e ne esce con emozioni mai sentite prima, perchè si accorge di non essere così solo come pensava di essere.
Oppure ancora lo stesso ragazzino che acquista Meat is Murder degli Smiths e non lo toglierà per mesi dalla puntina, maturando il pensiero che tutto il mondo poteva anche girargli di traverso, ma lui aveva la musica, il cinema e nessuno avrebbe mai potuto toglierglieli.
Quello era il suo mondo.

Ma non volevo incipit così autobiografici, desideravo una riflessione più a largo respiro, sulle vibrazioni che accomunano tutti sia che provengano da un film, da un brano folk o punk, da un quadro o da righe lette su di un libro.
E così quando meno me lo aspetto, ho la fortuna di avere qualche giorno fa un breve scambio con un signore di 75 anni che mi capita di frequentare di tanto in tanto.
Una frase semplice viene detta di commento ad un brano di musica classica di Felix Mendelssohn. La annoto , penso che sia quello che andavo cercando: “Vedi, l’arte da qualsiasi forma provenga, incarna un sentimento di gratitudine per la vita”. La cosa è amplificata dentro di me in quanto le parole sono dette lentamente con voce un po’ rotta, una commozione dovuta alla bellezza del brano. Mi pare lampante in quel momento che quegli occhi siano lucidi per bellezza, non per rimpianti o malinconia. E’ come se mi dicessero “Ho 75 anni e sono ancora qui che vibro per un brano…che meraviglia !”
Sono sicero, io Mendelssohn non sapevo nemmeno chi fosse fino a qualche giorno fa.
Se avessi giocato a Trivial avrei scelto l’opzione del terzino destro della Svezia e non quella del compositore tedesco, ma il senso della cosa è che se arriveremo a 75 anni vibrando ancora per una storia, un brano o una qualsiasi opera d’arte, allora vuole dire che davanti a noi ci aspettano ancora tanti anni pieni di sorprese.
Per il sottoscritto i 75 anni arriveranno (se arriveranno) nel 2045.

Per adesso vi segnalo le 10 opere cinematografiche che più mi hanno fatto vibrare nel 2013.
Ho scelto una lista di film non usciti in sala, ma rintracciabili piuttosto comodamente in rete.
Tutto questo non per snobismo ma unicamente perchè dei film che escono in sala se ne parla ovunque e molto meglio di quello che potrei fare io.
Pensare che certi film non trovino una distribuzione nel nostro paese, può riempire di amarezza.
Poi basta una buona connessione e ci ritroviamo meno italiani e più dentro al mondo.

Ecco allora il mio personale
BEST UNDISTRIBUTED MOVIES 2013

10 – THE BROKEN CIRCLE BREAKDOWN
Uno di quei classici film su cui potrei essere crocefisso. Troppo “romance”, troppo mieloso.
Però una Nashville trasportata idealmente in Belgio e un amore vissuto attraverso il country folk, mi hanno toccato.
Da difendere !

09 – THE WAY WAY BACK
Ho inserito 4 film/racconti di formazione in questa mia classifica, 2 in stile “comedy” (come questo) e 2 in stile “drama”. Forse continuo ad avere ancora voglia di formarmi e quindi risulto sensibile al tema.
Film dal grande cast: Steve Carrell, Sam Rockwell, Toni Collette.
Ritmo “popolare” per tutti i gusti.
Se non esce in sala in Italia sarà una grande gaffe della distribuzione.

08- KINGS OF SUMMER
Se si è giustamente amato “The Perks of Being a Wallflower” (Noi siamo infinito), ci si può lasciare andare anche a questa visione. Mancano le canzoni degli Smiths, Sonic Youth e Dexys Midnight Runners, ma i ragazzi protagonisti sono ancora più veri.

07- JOE
David Gordon Green aveva girato l’ottimo “All the real girls” nel 2003. Poi aveva preso la via del divertimento con commedie insieme agli amici Seth Rogen, James Franco e Jonah Hill.
Tutte commedie simpatiche che restavano giusto l’arco della serata. Nel 2013 prende una troupe e gira 2 film in 5 mesi nelle stesse location (vicino ad Austin-Texas) .
Gli riescono a mio avviso 2 piccoli capolavori.
E’ proprio vero che se l’ispirazione arriva bisogna approfittarne.

06 – FRANCES HA
Questo potrebbe anche uscire nelle sale italiane nel 2014, o meglio è stato acquistato (che non vuol dire che esca). Scanso equivoci non racconto nulla ma se dovesse uscire non perdetevi la versione originale con l’entusiasmo e lo splendido recitato di Greta Gerwig

05- LIBERAL ARTS
Josh Radnor (il Ted Mosby di How I Met Your Mother) è diventato regista e lo fa molto bene.
All’esordio un paio di anni fa con un altro film da recuperare (Happythankyoumoreplease), firma qui la sua seconda regia. Una commedia apparentemente leggera scritta alla grande. Poi la protagonista femminile è Elisabeth Olsen e solo questo vale il film.

04- MUD
Mud e Joe (dalle trame molto simili) non dicono nulla di nuovo sul genere ma hanno il pregio di regalare grandi regie e un giovane attore in comune (Tye Sheridan) che diventerà sicuramente un grande se non verrà appiattito da Hollywood . Il regista è invece Jeff Nichols che l’anno scorso si era fatto conoscere per Take Shelter.
(Se vi siete persi Take Shelter, recuperatelo per non commettere un crimine contro l’umanità).

03- AIN’T THEM BODIES SAINTS
Una trama sottile che tiene con il fiato sospeso fino alla fine.
Un grande giovane regista accompagna uno degli attori più sottovalutati degli ultimi anni: Casey Affleck. Un western non western che potrà piacere a molti.

02- FRUITVALE STATION
Tra poche settimane ai Golden Globes e agli Oscar si parlerà molto di “black people” grazie a titoli altisonanti. Ma come al solito il cinema indie batte anch’esso un colpo nella stessa direzione con un pugno diretto allo stomaco ed un film che tocca.

01- PRINCE AVALANCHE
Di David Gordon Green ho già parlato in JOE , per me è il regista dell’anno.
Una storia assolutamente insignificante, raccontabile in 10 parole. Però mi ritrovo a desiderare di chiacchierare a vita con Paul Rudd ed Emile Hirsh circondato dal nulla del Texas e in attesa della compagnia musicale degli Explosions in the Sky.
Il Principe Valanga è il mio Felix Mendelsshon del 2013.

Se qualcuno come me è malato di documentari segnalo nella stessa sezione
The Act of Killing, West of Memphis, The Central Park Five, Mission to Lars e The Imposter

Massimo Sterpi

Dovendo scegliere preferirei niente

Con le classifiche, in generale, ho un rapporto difficile.
Potrei quasi definirlo di amore e odio, se solo amore e odio non fossero sentimenti tali che associarli a una classifica fa venir da ridere.

Invidio uno come Nick Hornby.
La sua capacità – quand’anche al solo servizio della fiction – di elencare fatti e persone infilando nomi in scaletta: i cinque libri, i cinque film, le cinque canzoni di Elvis Costello, le cinque separazioni più importanti della vita.

Ammiro anche quelli che ogni anno per tutto il mese di dicembre, si impegnano meticolosamente a mettere assieme le proprie liste di preferenze per poi renderle pubbliche.
Al contrario detesto quelli che si pigliano la briga di analizzare e disquisire sulla giustezza delle proprie scelte e di quelle altrui, piazzando a pioggia commenti e like come se a qualcuno davvero interessasse la loro opinione.
Discussioni che per inutilità sono seconde soltanto a quelle ascoltate e lette al momento dell’uscita degli ultimi dischi di Daft Punk e Arcade Fire, giusto per restare a quanto ascoltato e letto in giro nell’anno appena trascorso. 
Dimenticandosi che tutto quello che c’è da sapere riguardo ad una qualsiasi playlist è che questa non è nient’altro che l’espressione del gusto e della personalità di chi la compila.    

A me in generale proprio non riesce di classificare le cose mettendo un simile ordine nelle mie faccende, soprattutto in quelle importanti.
Faccio fatica a fare mente locale, concentrarmi e ricordare tutte le cose che mi piacciono e quelle che non mi piacciono e ho sempre il timore di dimenticare qualcosa.
Poi devo anche ammettere che i miei gusti cambiano in continuazione e fissarli in un determinato momento non mi sembra giusto.
Sono volubile e meteoropatico.
Circoscrivendo la questione ai soli dischi, argomento di cui mi dovrei occupare ora, a volte mi basta ascoltare un album in un momento piuttosto che in un altro – anche a distanza di un brevissimo frammento temporale – per ottenerne una prospettiva nuova, posizionarlo da un’altra parte.
Un po’ come con le fotografie: cambi una luce per uno stesso soggetto e ottieni una visione completamente nuova.
E’ solo una questione di messa a fuoco.
Alla fine le mie preferenze sono del tutto volatili, casuali e tirate via.
Più che altro sono una questione di angolazioni da cui mi fermo ad osservare le cose, nei pochissimi momenti in cui effettivamente mi fermo.
Umori differenti assecondati da musiche differenti, voglia di un certo tipo di canzoni piuttosto che di un altro.
Del resto nell’arco di un anno possono cambiare molte cose, e i cambiamenti necessitano di una colonna sonora adeguata. 
Musiche che li accompagnino e li assecondino, giorno dopo giorno.
Per questo la lista che mi verrebbe da scrivere ora sarebbe molto diversa da quella che avrei stilato anche solo un mese fa, dunque a mio modo di vedere non ha alcun senso che io pubblichi un elenco delle mie scelte.
Dovessi farlo allora risolverei la cosa facendo un solo nome.
Quello dei tizi del video qui sotto.
Amen.

Arturo Compagnoni

2013 in due atti

speedy-ortiz

ATTO 1 – IL DISCO

SPEEDY ORTIZ – MAJOR ARCANA

1981

M. ha 17 anni e va a vedere i Clash a Firenze. 
Canta a squarciagola sugli spalti di uno stadio, balla perfino. Tornando con un espresso a tarda notte fantastica di fare di quell’esperienza un progetto di vita, una rotta per gli anni a venire.

2005

S. ha 16 anni ascolta i Pavement nella sua cameretta in un college di Northampton (Ma).
Decide di formare una cover band: le Babement.

Lui i Pavement li ha visti nel 1992 e gli hanno fatto lo stesso effetto  di quella sera a Firenze.
Lei nel 1992 aveva tre anni.
Oggi M. ha 49 anni, S. 24.
Lei forma gli Speedy Ortiz e suona come se i Pavement non si fossero mai sciolti, non si fossero mai ricostituiti, non fossero mai cresciuti.
L’altro ha un lavoro che detesta e una come S. la odia perchè ha fatto un disco che ha il suono fragoroso dei suo sogni frantumati e sparpagliati sul pavimento.

Disco dell’anno, ovviamente.

ATTO 2 – IL CONCERTO

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB – 16/7/13 VICOLO BOLOGNETTI

C’è una serata calda di mezza estate.
C’è una band americana di buon successo che, discograficamente, ha passato il suo periodo migliore da un bel pezzo.
C’è un bel cortile nel cuore di Bologna.
Le aspettative sono inversamente proporzionali alle età anagrafiche degli intervenuti ma c’è un eccezione.
Un sosia di Ken Loach sui sessanta spinti che conversa faticosamente ed educatamente con due giovani ragazze americane che lo osservano diffidenti come fosse un animale mitologico materializzatosi tra hipster, turisti e vecchi appassionati.
Parte il concerto.
Potenza e classe senza una sbavatura.
Trenta minuti di fuoco e fiamme dopo, in un raro momento di pausa tra un assalto sonoro ed un altro, si avverte distintamente un suono.
Quel suono è “THUMB”.
E’ il suono delle mascelle degli scettici e degli infedeli al culto che crollano pesantemente a terra per la sorpresa. Sorpresa che non sfiora minimamente Ken Loach impegnato in una assurda, sciamanica danza che lo conduce in territori “altri”. Le americane ora lo guardano con occhi diversi, oserei dire ammirati.
L’intensità, umanamente, cala ma l’intera platea è convertita, in scioltezza.
Ken Loach è un cencio pallido e sudato, si asciuga gli occhiali, saluta timidamente le americane e arranca verso la fermata del 27.

Massimiliano Bucchieri

Aspettando la primavera

live 047

1) The Proper Ornaments “Waiting for the Summer”
L’alfabeto estetico conta. In ambito musicale é faccenda fondamentale, altroché. Una canzone puó catturare al primo ascolto, magari, ma é piú probabile che quello che colpisca, prima ancora della musica stessa, sia l’immaginario che inevitabilmente un musicista si trascina dietro, consapevolmente o meno.
Ecco, i Proper Ornaments sapevo che mi sarebbero piaciuti giá prima di ascoltarne una singola nota. Non immaginavo che ne avrei fatto il mio personalissimo disco dell’anno, ma questo é un dettaglio.
Due tizi, troppo magri, con gli occhiali scuri e delle camice rubate ad un mercatino dell’usato, stivaletti a punta e una faccia che sta lí a raccontare di troppe serate passate ad ascoltare i Velvet e il catalogo della prima Creation.
Del resto lo dicono loro stessi che i Velvet in questa storia hanno avuto un ruolo decisivo: “ci siamo incrociati in un negozio di vestiti usati ed abbiamo iniziato a parlare di Lou Reed”. Cosí raccontano il primo incontro James Hoare (anche nelle Veronica Falls) e Max Clapps, argentino trapiantato a Londra. I dettagli dicono anche che uno facesse il commesso e l’altro il palo ad una fidanzata cleptomane ma questa forse é giá cronaca romanzata e ci interessa il giusto, che é decisamente poco.
Quello che conta alla fine é la collezione di canzoni che sono riusciti a mettere insieme per un album di debutto intitolato “Waiting for the Summer”, che é emblematico fin dal titolo di quell’universo estetico di cui facevamo riferimento all’inizio. Dieci canzoni pressoché perfette, figlie dei Byrds, dei Velvet come si diceva, ma anche del primo album dei Rain Parade. Venate di quella malinconia rassicurante che é in fondo il tratto fondamentale delle migliori canzoni pop in assoluto.
Un disco minore, potrebbe obiettare qualcuno, ma nelle questioni musicali è fondamentalmente inutile valutare utilizzando un approccio colto, scientifico o razionale, qui si parla semplicemente di fede. Nient’altro che fede.

2) Majical Cloudz “Impersonator”
Non ci sono finzioni, non c’é teatro, neppure intrattenimento. Con i Majical Cloudz é tutta una questione di intimitá e intensitá. Canzoni talmente personali e dirette che ti costringono a guardarti la punta delle scarpe per l’imbarazzo. Minimale anche l’approccio musicale: synth-pop glaciale ma sotto le apparenze si nasconde un cuore in fiamme.
3) Sleaford Mods “Austerity Dogs”
Andate a ripescare l’articolo di qualche settimana fa, pubblicato sempre da queste parti.
4) John Grant “Pale Green Ghosts”
Si potrebbe ripetere quanto scritto per i Majical Cloudz ma qui entra in ballo un elemento nuovo: il sarcasmo. John Grant si é divertito in questo album, siamo sicuri che si sará fatto qualche amara risata: e ci immaginiamo le facce di quelli che l’avevano giá eletto nuovo eroe del rock piú tradizionale grazie al disco precedente “Queen of Denmark”. Ed invece si sono ritrovati tra le mani un disco di elettronica dozzinale capace di risultare comunque geniale. John Grant é un gran figlio di puttana, un irresistibile bastardo che ci travolge sotto una valanga di parole e ci regala alcune delle piú irresistibili canzoni degli ultimi anni.
5) Parquet Courts “Light Up Gold”
In ogni playlist che si rispetti ci deve essere il momento “Hüsker Dü”.
6) Waxahatchee “Cerulean Salt”
Mi ha ricordato le prime cose di Cat Power….basta e avanza per qualsiasi classifica.
7) Daft Punk “Random Access Memories”
Non c’é niente da aggiungere al diluvio di inchiostro che é stato versato a proposito del nuovo Daft Punk. Io ci ballo sopra a casa, da solo. Prima di loro riusciva a farmelo fare solamente Donna Summer.
8) Savages “Silence Yourself”
Qui bisogna crederci. Loro lo fanno. Chiedono semplicemente un pó di fiducia che proprio non riusciamo a negargli.
9) His Clancyness “Vicious”
Il disco “indie” dell’anno, senza dubbio. Uno di quei rari casi dove il coacervo di influenze riconoscibili si trasforma in qualcosa di inedito, capace di sorprendere ad ogni nuovo ascolto. Clancy ci é sempre piaciuto ma qui ha raggiunto una consapevolezza ed un’ ispirazione che si fatica a ritrovare in qualsiasi disco con le chitarre di quest’anno.
10) My Bloody Valentine “MBV”
Lo aspettavo dal 1991. Mi sembra una ragione sufficente. Da grande vorrei essere come Kevin Shields!

WE LOVE ITALY
“Move to Italy. I mean it: they know about living in debt; they don’t care. I stayed out there for five months while I was making a film called ‘Order Of Death,’ and they’ve really got it sussed. Nice cars. Sharp suits. Great food. Stroll into work at 10. Lunch from 12 till three. Leave work at five. That’s living!” (John Lydon)

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Vorrei solamente sottolineare quanti dischi importanti, belli, dal respiro assolutamente internazionale sono stati prodotti in Italia quest’anno. E ve lo dice il più esterofilo degli appassionati di musica in circolazione. Ad iniziare dall’album di Theo Teardo e Blixa Bargeld (Still Smiling) che è un piccolo capolavoro dai tratti esilaranti e dal dosaggio perfetto di rumori, melodie e canzoni. Bello anche il nuovo Porcelain Raft (Permanent Signal). Un capitolo a parte merita His Clancyness (Vicious) e piú sopra ho appena spiegato il motivo. Ottimo anche il lavoro dei Brothers in Law (Hard Times For Dreamers) che piazzano (Lose Control) una delle mie canzoni preferite dell’intera annata. Una certezza i Massimo Volume (Aspettando i barbari) e piú che convincente anche il disco dei Santo Niente di Umberto Palazzo (Mare Tranquillitatis). Maria Callas è una delle canzoni italiane più belle che mi sono capitate tra le mani ultimamente. Sorprendente infine il nuovo Julie’s Haircut (Ashram Equinox), disco senza limiti di linguaggio e costrizioni. Semplicemente oltre.
Cesare Lorenzi