Mascara, chiacchiere e dischi

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Mi ero proposta di elaborare una cosa che sfatasse un mito: quello che le ragazze non comprano dischi e riguardo la musica sono molto meno preparate rispetto ai ragazzi.
Pensando a cosa scrivere mi è però venuto un dubbio: è proprio vero che noi donne nella musica ci stiamo dentro tanto quanto gli uomini?

Una cosa è sicura: spesso e volentieri dentro a un negozio di dischi io mi sento come quando porto la macchina a riparare dal meccanico.
Spaesata e dubbiosa.

No, forse esagero.
In ogni caso la sensazione è più o meno questa: entro nel negozio con le migliori intenzioni del mondo e ne esco frustrata, perché in qualche modo ho ingenuamente innescato un processo di scetticismo, quando non di cinica ilarità, nel tipo che sta alla cassa.
Magari chiedendo il prezzo di un album come The Boy with the Arab Strap, disco bellissimo ma secondo lui probabilmente superato dai tempi.
Oppure, molto più raramente, ne esco da superfiga perché agli occhi di quello stesso commesso ho fatto l’acquisto giusto: un gruppo islandese sconosciuto ma dalle grandi potenzialità o il nuovo disco di Juan Wauters, un cantautore uruguaiano appena pubblicato dalla super hipster Captured Tracks.
Roba fina.

Un uomo non si può nemmeno immaginare cosa provo nello sfilare un album dalla pila mentre il commesso mi guarda.

Quella sensazione che se tiro fuori il disco sbagliato l’intera catasta franerà.
Come se da un castello di carte avessi tolto il puntello giusto e l’attimo successivo tutto crollerà sommergendo le mie poche certezze di ragazza appassionata di musica.

Una soluzione però l’ho trovata.
E’ squallida e si chiama Amazon Prime.
Ma anche in quel caso la mia poca competenza, presunta in quanto donna, mi viene sventolata innanzi.
Perché l’automatismo del programma mi chiede sempre se il disco che compero è un regalo?
Perché questo pregiudizio anche da parte di un commesso virtuale?
Avrà pure un fondo di verità allora la sfiducia che ci viene data?

Va detto che essere una ragazza rispetto ad essere un ragazzo comporta più cose.
Maggiori vincoli ed impegni.
Essere presenti ai concerti ci piace eccome, ma ci piace anche andarci con il vestito giusto.
E i vestiti costano.
Anche i dischi ci piacciono molto, certo.
Gli lp e i 7″ poi ci fanno impazzire.
Ma per acquistarli occorre denaro che del resto ci serve anche per comperare il rossetto rosso, il mascara e lo smalto nero.
Questo non vuol dire che la musica sia per noi solo un pretesto per apparire, o sia secondaria rispetto a tutto il resto.
Significa però che abbiamo il tempo e i fondi dimezzati rispetto al ragazzo che indossa la t­-shirt con disegnato il logo del gruppo musicale dove suona il suo migliore amico.
Quello che trascorre il sabato pomeriggio nei negozi di dischi in centro e le domeniche notte a studiarsi le line­up del Primavera Sound.
Lui mica deve riservare una fetta della sua giornata alla scelta dell’abito, della pettinatura e del trucco con cui presentarsi al club per ballare la sera.

I ragazzi nei tempi morti parlano di calcio, di fighe o di musica.
Le ragazze nei momenti di pausa parlano di cibo, vestiti, relazioni amorose fra cantanti di band indie, attori, vodka, famiglia, cinema.
Poi si, in fondo anche di musica.
Ecco di nuovo che il nostro tempo è ridotto.
Forse è proprio una questione di priorità o di
ridondanza di argomenti.
Dividiamo le passioni senza essere maniacali?
Con questo non voglio né vittimizzarci né elevarci a un rango superiore, sia chiaro.
Ad ogni modo i dischi li compriamo e non necessariamente i primi che abbiamo avuto nella nostra collezione sono quelli di Anna Calvi e di Edith Piaf.
Il giradischi in camera lo abbiamo e non solo perché fa tanto gingillo vintage.
Ci piace la musica, la buona musica come a qualsiasi ragazzo.

Però alla fine è vero che se dovessi chiedere un consiglio chiederei più volentieri a un amico, magari anche uno di seconda fascia, uno non tanto importante, piuttosto che alla mia amica del cuore.
Con lei parlerei d’altro.

Lucia Modena

Shut up!!*

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Esistono band che si trasformano in “classici” in poche settimane.
Esistono band che hanno la presunzione di cambiare la vita delle persone.
Esistono band che si amano per l’attitudine, prima ancora che per i suoni o per le canzoni.

Esistono band come le Savages.

La musica che ci piace di piú ama il confronto, la discussione e non si limita a fluttuare nell’ambito dello scontato.
Nessuna polvere di fata, in definitiva.
Non si parla di suoni, non si parla solamente di canzoni, in questo caso, o quantomeno non solo. Come ha ripetuto spesso ultimamente Jehnny Beth, la cantante delle Savages: la musica dovrebbe essere una fottuta forma d’arte. Non é pretenzioso ricordare al mondo questo fatto prezioso. Ma la veritá é che la musica viene utilizzata e riutilizzata come una puttana. L’unica opzione valida per un musicista é stare in piedi di fronte al mercato e sostenere che questa é una cazzo di forma d’arte. Per pensare meglio, per sentirsi meglio, questo é quello che dovrebbe essere il fine della musica.Savages_-_Silence_Yourself

If you tell me to shut up, I would tell you to shut up*

Non sono una band come le altre, le Savages. Vedere sulla copertina dell’albun d’esordio, Silence Yourself (Matador 2013), una vera e propria dichiarazione d’intenti, una sorta di manifesto é vicenda che ai nostri tempi é diventata una raritá. Una roba che ci rimanda ai tempi del primo post-punk, quando l’energia di una musica primitiva, istinitiva e definitiva si amalgamava con la pretesa di elevarsi artisticamente in qualcosa che potesse davvero colpire il cuore delle persone.

Arte e non mercato, innanzi tutto, ma anche idee e non conformismo.
È fantastico quando oltre ai suoni circolano anche parole, opinioni e contraddittorio e una scheggia di esistenzialismo a fare da perimetro.

A dire il vero in questo manifesto introduttivo al loro mondo, le Savages, dicono qualcosa di molto semplice. Lo fanno con enfasi e parole adeguate. Ma il concetto é disarmante: abbiamo fatto tutti quanti un passo troppo in lá, il rumore ci sommerge. Dobbiamo fermarci un attimo. Stare in silenzio e ripensare. Alle cose davvero importanti della nostra vita. Silenzio e non rumore. Quel silenzio peró capace di essere talmente forte da risultare assordante.

packshot_savages_hd_1024x1024Le Savages ci costringono a ripensare anche al nostro approccio con la musica. Al senso che troviamo veramente nel nostro affannarci al prossimo ascolto, alla prossima novitá. Finito uno sotto l’altro. Senza sforzi apparenti, é sufficente un semplice movimento dell’indice per archiviare una band e ripartire con una nuova canzone. Con il risultato che tutto si trasforma in rumore di sottofondo. Nessuna profonditá solo superficie. La musica gratuita comporta questa assurda penale da scontare: nessuno ha piú velleitá di elevarsi, tutti troppo occupati a sopravvivere nel grande oceano della socialitá virtuale, mentre la vita vera scorre lí fuori e nessuno sembra accorgersene o comunque preoccuparsene.

La nuova fruizione della musica prevede tanti “mi piace” ma pochissimi amori veri, purtroppo.

Le Savages entrano sul palco e rimangono ferme immobili, in silenzio. Scrutano il loro pubblico per alcuni secondi che diventano interminabili. Vogliono solamente assicurarsi di creare una connessione di sguardi, sentimenti e coinvolgimento. In tasca i cellulari spenti, come si premurano di far sapere alla loro audience prima del concerto, e poi via: 50 minuti di bomba post-punk, roba da lasciare annichiliti.

Non si limitano al mero aspetto sonoro, avrete inteso. E su questo punto é inutile da un certo punto di vista spendere troppe parole. Perché, sí é vero, sono un gruppo devirativo. Dannatamente giá sentito. Ma i riferimenti sono quelli giusti e questo basta ed avanza. Tutto il resto é attitudine ed energia. Non serve molto di piú, sopratutto quando quel di piú é roba che é diventata merce rara. Le menate a proposito dei “derivativi” mi avevano giá stufato ai tempi del primo Jesus and Mary Chain, per dire. E sono passati 29 anni.

L’approccio é a 360 gradi, inoltre. Guardatevi i video, per esempio. Meritano tutti. Particolarmente bello l’ultimo in ordine di tempo, questo…

Il rimando é a “lo straniero”, il romanzo di Albert Camus. Un’opera che aveva giá influenzato i Cure in passato, in una delle migliori canzoni del post-punk inglese, un singolo del 1978, “Killing an Arab“. Un urlo contro l’assurditá della vita, vero manifesto esistenzialista.

I numerosi riferimenti alla sessualitá femminile delle canzoni hanno fatto sí che nomi come quelli di Liz Phair, PJ Harvey o Patti Smith venissero tirati in ballo. Quel che é certo é che l’argomento ha la sua importanza nelle dinamiche della band, con opinioni che hanno fatto discutere. In particolare quando Jehnny Beth, la cantante, ha ammesso di apprezzare la pornografia che come ha spiegato: mi ha aiutato a liberarmi dalla pressione del romanticismo e dal mito del piacere della donna.

Le Savages si limitano ad evitare filtri quando si tratta di comunicare con il proprio pubblico, cercano di essere brutalmente oneste a rischio di risultare poi vulnerabili, che si tratti di sessualitá o meno. Ma nel loro caso non valgono gli artifici di scena, cosí comuni in ambito pop. Inseguono e cercano di realizzare, alla fine dei conti, solamente quella che é la magia dell’arte: alzare il volume, nel loro caso, mettersi a nudo senza barriere e entrare nella vita delle persone come una tempesta. Alla faccia della banalitá di chi parla di semplici canzonette.

A questo punto dovrebbero semplicemente uscire di scena. Sarebbe perfetto. Del resto la rabbia di questo ruggito ha per forza di cose vita breve. Non hanno sbagliato nulla e nulla è probabilmente migliorabile. E questa è musica che non può perdere d’intensità neanche un pò, a rischio di trasformarsi in triste rappresentazione. Un debutto, una folgorazione, un addio. Poi, tra dieci anni, il palco principale del Primavera per la reunion. Che razza di mondo.

Cesare Lorenzi

* Shut Up, Savages

Le Savages saranno in tour in Italia nei prossimi giorni, il 24 al Tunnel di Milano, il 25 al Circolo degli Artisti a Roma ed infine il 26 a Bologna al Locomotiv.

Occhi di diamante

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Se dovete salire su un palcoscenico fatelo come si deve.

Non pensate mai, neanche per un attimo, di mettervi lì, sotto la luce dei riflettori credendo che per risultare interessanti siano sufficenti due accordi e una strofa a proposito dell’ultima ragazza che ha scelto un altro al posto vostro.

Se decidete di suonare in pubblico fatelo come se dovesse essere l’ultima cosa che potete fare in vita vostra, suonate come se non ci fosse un cazzo di domani.

Gun Club suonavano cosí. A Los Angeles, 1981. Tutto subito, in quel momento, su quel palco.
A costo di bruciarsi, come poi effettivamente é stato.

Una scintilla, due album clamorosi e puff, magia sparita, fine delle trasmissioni.
Troppi sentimenti, troppe menate, troppe storie al limite per poter davvero andare avanti.
Sí, lo so, la discografia ufficiale dice che il gruppo rimase in circolazione fino al 1993 ma per quello andate a vedere wikipedia.AVT_Jeffrey-Lee-Pierce_7322

C’é una canzone, la mia preferita, nel primo album del gruppo Fire of Love. 
Una canzone che ad ascoltarla ora giá si capiva come sarebbe finita.
Tragica, evocativa, drammatica, bellissima.

Fire Spirit non dura nemmeno tre minuti ma non é necessario un secondo di piú.
È l’essenza del talento visionario di Jeffrey Lee Pierce….

Why can no one ever touch a Fire Spirit?
Why can no one ever hold a Fire Spirit?
Why can no one ever feel a Fire Spirit?

la coscienza che anche in quel mondo, in quella scena di talenti fuori dal normale (la Los Angeles dei primi anni ’80), nessuno avesse una sensibilitá romantica come la sua da condividere.
Emergeva giá (in fondo si tratta del primo album) l’esigenza di trovare il proprio spirito, lontano dal sunset.

I am going to the mountain,
I am going to the mountain,
I am going to the mountain….

I can see clearly
from my diamond eyes,
I’m going to the mountain with the Fire Spirit,
no one will accept all of me…
and the fire…will stop…

Fuggire via, verso la salvezza.
Ma cosí non é stato.
Il fuoco si é spento, come amaramente metteva in conto lo stesso Jeffrey.

C’è dell’epica in queste storie ed in queste canzoni quasi di frontiera, arrivano echi di un mondo che non esiste piú.
Quella California, quella Los Angeles sono cambiate profondamente nel frattempo.
Ma il meccanismo é rimasto sempre lo stesso, in fondo.
Gli occhi di diamante dei mille talenti che sbarcano nella terra promessa dell’industria dell’intrattenimento e ne escono a pezzi.
Oppure profondamente cambiati.

Jeffrey Lee Pierce se ne andó per una banale emorragia cerebrale nel 1996 a Salt Lake City.
Aveva 38 anni.

Due anni prima della tragedia lo vidi per l’ultima volta, in versione solista, in un club infimo non mi ricordo se in Austria o Germania.
Eravamo in 20. Scazzati, come e piú di lui.
Fece un concerto orribile.
Mi ricordo che in macchina, tornando a casa, con la mia compagna dell’epoca non scambiammo neanche una parola.
Diventa difficile vedere un uomo cadere a pezzi di fronte ai tuoi occhi e rimanere impassibile.
Ma non ero né deluso né arrabbiato.
Mi ero immedesimato in Jeffrey e pensavo che dopotutto la sua parabola in un certo modo rappresenta il nostro destino.
Semplicemente il fuoco aveva smesso di ardere e la consapevolezza della cosa che dimostrava su quel palcoscenico faceva quasi paura.
Avrei voluto abbracciarlo, alla fine.
Dirgli: va bene cosí, cazzo.
Torna a casa.

Mi devo invece accontentare di far partire ancora una volta Fire Spirit, é l’ultima della prima facciata. Sorrido, pensando che in fondo quello spirito non é andato perduto.
Mi aiuta a tenere la giusta rotta.
Giorno per giorno, finché sará il caso.

Cesare Lorenzi

La sconfitta dello stile

Una volta le cose erano diverse, molto diverse.

Da tempo ci siamo stancati di condividere opinioni con chi afferma che prima si stava infinitamente meglio e contrastare le affermazioni di coloro i quali sostengono quanto oggi le cose siano migliori.
O viceversa.
Ci limitiamo ad osservare, una volta per tutte, che l’attualità ha indubbiamente semplificato molte situazioni, consegnandoci come contropartita un corposo appiattimento delle emozioni.
La considerazione se vogliamo è ovvia: faticare per ottenere “cose” rende le stesse decisamente più desiderabili nella fase di ricerca e più gustose in quella successiva alla loro conquista.

Nei famigerati anni ’80 ad esempio non esisteva internet e le notizie viaggiavano a scartamento decisamente ridotto.
Per quanto riguarda la musica, perlomeno la musica che ci interessava, le fonti erano esclusivamente due: Rockerilla, unico mensile seriamente impegnato nella diffusione di musica nuova e i settimanali inglesi (Melody Maker, New Musical Express e Sounds) la cui reperibilità non era semplicissima e comunque diffusa solo in qualche edicola delle principali città italiane.
Da quei giornali tiravamo giù interminabili sequenze di titoli fantasticando su quali straordinarie canzoni avremmo potuto ascoltare.105
Perché ovviamente di ascoltarle sul serio quelle canzoni proprio non se ne parlava.

Fu in questo contesto che proprio sul finire di quel decennio, tra fine ’87 ed inizio ’89 arrivò in edicola una pubblicazione bizzarra ed in qualche modo rivoluzionaria.
Si chiamava Vinile: aveva lo spessore di un piccolo libro e le dimensioni di un 45 giri, proprio come quel pezzo di vinile a 7″ che ad ogni numero, infilato in una copertina di carta bianca, veniva allegato alla rivista.
Aveva un taglio diverso da qualunque cosa fossimo abituati a leggere, sia nella forma che nei contenuti.
Parlava la stessa lingua che parlavamo noi, ragazzini nati con il punk, cresciuti a botte di new wave e sbocciati grazie alle chitarre inglesi che stavano dentro la cassetta C86.
Lo faceva con un certo stile e con l’utilizzo di tonnellate di ironia.

Vinile-4Copertina e pagine erano stampate su carta riciclata, mentre la grafica presentava immagini e disegni sporcati come fotocopie xerox.
Praticamente un libro con la foggia e lo stile di una fanzine.
Gli scritti erano soprattutto una miriade di recensioni brevi, pungenti e centrate.
Ne citiamo un paio piuttosto esplicativi circa lo spirito di quella pubblicazione.
Why Can’t I Be You, 7″ The Cure: la differenza principale tra i miti (Ian Curtis) e le leggende viventi (Robert Smith) è che le ultime non essendo morte (per definizione) hanno tutto il tempo che vogliono per ingrassare, sputtanarsi e arricchire.
17 Re, lp Litfiba: speriamo che facciano i soldi e si tolgano presto dai coglioni.
Capivi al volo se per un disco valeva le pena spenderci dei soldi e se davi retta non ti sbagliavi quasi mai.
Per noi che spesso e volentieri i dischi li compravamo a scatola chiusa ordinandoli per posta, non era una cosa da poco.
Ma ancora di più: avevamo qualcuno che facesse da megafono alla nostra idea di musica.
Qualcuno che desse forma e volto a un concetto, quello di musica indie, che già allora era arduo inquadrare nei fatti e difficilmente spiegabile a parole.
Un questione di attitudine piuttosto che di genere musicale.
Uno stile e un determinato approccio all’arte (perché si, la musica è arte).
Ne uscirono 5 numeri, e su quelle pagine – soprattutto dalle parole di Carlo Albertoli e Giacomo Spazio – imparammo cose che nessun’altro ci stava insegnando.
Fu lì che per la prima volta leggemmo dell’esistenza della Sarah Records, per dirne una.
Fu soprattutto leggendo quegli scritti che ci convincemmo che esisteva una barricata e che bisognava salirci sopra a quella barricata.
Combattere per quello in cui credevamo: esisteva un noi ed esisteva un loro.
E a noi importava.
Nel tempo il concetto, come detto già sfocato all’epoca, si è via via nebulizzato e integrato nell’allora odiato mainstream.
Fino a divenire negli ultimi anni un format adatto a tutto e a niente, aggettivando quasi sempre a sproposito situazioni diversissime tra loro e quasi mai in linea con quello che noi intendevamo.
Detto che a noi le polemiche in rete schifano, ma schifano sul serio, quando qualche settimana fa ci è capitato di leggere le poche righe che Giacomo Spazio ha scritto in occasione dell’uscita di una canzone di Brunori Sas e i pareri e le opinioni espresse un pò da tutti al riguardo, ci è venuta voglia di scambiare qualche chiacchiera con lui.
Non per soffiare sul falò della polemica e nemmeno per parlare della canzone incriminata.
Perché a noi di quella canzone non ce ne può fregar di meno e proprio perché non ce ne può fregar di meno ci ha meravigliato il fiorire di opinioni sorto attorno alla vicenda da parte di persone che, per come la vediamo noi, sarebbe lecito vedere affaccendate attorno ad altre storie.
Che poi era proprio il tema di ciò che aveva scritto Spazio.
La cui opinione ci interessa assai
perché lui è uno che c’era e c’è sempre stato,
perché lui è uno che ci crede,
perché lui è uno che stimiamo,
perché lui è uno che ha opinioni e ha pure chiaro il modo in cui esprimerle.
Sniffin’ Glucose

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Come possiamo spiegare a chi ha meno di, diciamo 40 anni, il significato originario della parola “indie”?
Permettetemi di fare un piccolo passo indietro.
Prima del 1977, “indie” era un vocabolo inesistente. Allora esisteva solo la parola ‘indipendente’, la quale indicava un processo creativo che viveva “al di fuori” sia dalla sfera culturale del ‘sistema’, sia dal mercato delle multinazionali della musica (major). La Sun Records, la mitica casa discografica che scoprì e lanciò Elvis Presley ne è un esempio. E sempre in quel periodo, la parola indipendente indicava anche una “musica di varia natura che assolutamente non impediva a priori a un musicista di raggiungere il successo commerciale”.
Indie invece è un neologismo derivato da indipendente (una contrazione dall’inglese > independent). Fu coniato e/o adottato, tra il 1977 e il 1978 per indicare uno stile di rottura e aiutava a definire una cultura allora difficile da interpretare, come ad esempio quella punk e le sue derive.
In musica invece descriveva “un suono che deliberatamente va contro tutti gli altri suoni ormai canonizzati ed esausti”. [[1]]
A questo punto per fare chiarezza su cosa significhi o meglio che cosa si indichi con il termine “indie”, bisogna tornare indietro quasi a 40 anni fa e raccontare un pò di storia. Cercherò di essere il più breve possibile. Come se fossi un bigino.
Nel 1975 la musica indipendente, sia in Inghilterra che in America, aveva esaurito la sua carica eversiva. Il mercato aveva riassorbito la rivoluzione hippie degli anni sessanta [http://en.wikipedia.org/wiki/Hippie] e la musica sonnecchiava o meglio ristagnava, crogiolandosi nelle produzioni “finto” indipendenti ma altamente colte della musica ‘progressive’, oppure in quelle nazional-popolari di matrice rock (principalmente Glam/Hard). [[2]]
Ed è proprio in questo periodo che un nutrito gruppo di persone (e questo accade in Inghilterra), che verranno definite con il termine “punk”, rianima una scena ormai morta. Da questo momento, niente sarà più uguale al passato. Esprimersi in prima persona è la parola d’ordine. Nasce in questo modo quello che per alcuni diverrà anche una filosofia: il DIY, acronimo che sta semplicemente a significare – Do It Yourself – che io personalmente ho sempre interpretato anche come fallo per te stesso e non solamente come fallo da solo. [[3]]
Di colpo, non è più solo la musica ad essere al centro della rivoluzione culturale, ma è la vita stessa che viene messa in discussione e viene re-inventata. Nasce quindi uno stile di vita ‘alternativo’ al sistema dominante che coinvolge migliaia di giovani e che ingloba anche il fare musica.
Da questo momento la parola indipendente che veniva usata per indicare un segmento musicale perde valore, decade e scivola momentaneamente nell’ombra.
In poco tempo tutto diventa alternativo. La musica che ormai non è più solo (il) punk, di conseguenza viene battezzata “alternative music” (a volte alternative rock). Dato il numero elevato delle persone coinvolte, la musica alternativa diventa un enorme mercato che il ‘sitema’ attraverso le Corporations cerca di normalizzare. Le Majors si danno un gran da fare per recuperare la situazione  creando finte case discografiche indipendenti. Molte bands alternative accettano ingaggi da queste piccole-mega industrie della musica, altre più intraprendenti, formano delle strutture parallele di distribuzione, informazione e vendita (valga come es. il negozio di dischi Rough Trade). Ed ecco che nel giro di pochi anni, la parola alternativa scompare e si riafferma la parola ‘indipendente’ che indica un sistema della musica (ma più in generale dell’arte) che si muove a se stante.
I principali organi di diffusione musicale (i settimanali di musica Sounds, New Musical Express conosciuto anche come NME, Melody Maker), riattivano anche loro il termine indipendente formando dapprima una categoria a se stante di vendita (la classifica dei dischi indipendenti più venduti), poi dato che le vendite di musica indipendente supera di molto le vendite della musica mainstream (il pop commerciale), inglobano il tutto in una sola classifica, ma la parola indipendente rimane per esprimere meglio il concetto di “altri suoni”.
Siamo circa tra 1979 e il 1981 ed è a questo punto che la parola ‘indipendente’ assorbe – ma non totalmente – la pratica e la carica eversiva contenuta nella parola ‘alternativa’, inglobando in sè con quella dicitura nello stesso tempo, lo stile di vita (pratico e politico) del DIY.
Ma nei primi anni ’80 anche in Inghilterra si respira “aria” di rivoluzione e non tutti i soggetti coinvolti nel panorama musicale e/o politico-musicale inglese, si riconoscono nella parola indipendente. Quindi la stampa (per descrivere, contestualizzare e circoscrivere un processo creativo musicale complesso che comprende bands dallo stile unico come Crass, Magazine, Ludus, P.I.L., Scritti Politti, Cabaret Voltaire, ABC, Throbbing Gristle che possiedono anche una vita “al di fuori“, sia dalla sfera culturale del ‘sistema’, sia dal mercato delle multinazionali), opterà per il neologismo INDIE. [[4]]. Questo neologismo, viene da tutti accettato e indie per una decina di anni indicherà per estensione, un sistema musicale complesso guidato da un’attitudine irriverente e talvolta anche culturalmente aggressivo.

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Oggi il termine indie, ha perso totalmente il suo potere esplicativo, diventando di fatto un termine evocativo. Un termine che possiede ancora molteplici sfumature, totalmente diverse dal significato originario, ma che tuttavia mantiene intatto tutto il suo potere seduttivo in grado di affascinare migliaia di ragazzi ignari della sua storia.[[5]]

Quando e perchè è diventato “figo” definirsi indie? E cosa centra Brunori s.a.s. con questa storia?
Per capire quando si è verificato questo passaggio che ha trasformato il significato della parola “indie” da indicatore di uno stile [[6]] a un termine indicatore di genere e di conseguenza in una moda [[7]] e quindi “figo”, bisogna risalire ai Nirvana. Fu infatti Kurt Cobain che, involontariamente, diede origine a questo slittamento culturale del neologismo indie che di fatto, trasformò una cultura in una moda. Rovinando tutto inevitabilmente.
Siamo nel 1991. I Nirvana accettano di andare in tour in Europa come spalla per i Sonic Youth [[8]]. A settembre esce nei negozi Nevermind (il loro tumblr_mbp7ddSkj61rccpkso1_1280secondo disco) e diventa immediatamente N.1 in classifica. E’ in questo momento che in America (e poi nel resto del mondo), le multinazionali del disco si accorgono che esiste “realmente” un pubblico per quella musica rock, zozza, rumorosa e drogata e che fino ad allora avevano sempre evitato come la peste. Un pubblico disposto a spendere quattrini per i propri beniamini e per sostenere i propri ideali. Così, grazie alle majors, dall’oggi al domani più un milione di persone scopre la musica “indie” e il suo potenziale ribelle. I giornali profumatamente “sponsorizzati”, lanciano il fenomeno e in pochissimo tempo ciò che era nato come come segno distintivo di altri valori, diventa una moda. Una moda fatta di jeans bucati sulle ginocchia (per chi non lo sapesse era perchè la gente cadeva dallo skate), T-shirt consumate ma con stampati sul davanti nomi di band assolutamente strani come; Germs, Sonic Youth, Dead Kennedys, Dinosaur Jr., Black Flag, Ramones, ecc. e sneakers Vans e/o Converse All Stars.
Non è stata realmente colpa sua (prima o poi sarebbe successo), ma è stato Kurt Cobain con il suo mal di vivere, con la sua ammirazione per i Sonic Youth, la sua propensione ad una musica più ‘orecchiabile’, il primo ad avere successo, e questo, da emotivo quale era, non se lo perdonò mai, almeno così sembra suggerirci la leggenda.
Da allora, anche qui da noi, il significato originario del neologismo indie si è perso sotto gli effetti del marketing che ne ha stemperato il piglio aggressivo e politico, sfuocandone la sua storia e rendendola difficile da identificare. Indie ora è solo un termine [[9]]. Una parola di uso comune che tende ad indicare una specifica categoria di mercato. Un termine facile da applicare a qualsiasi soggetto che odori di diverso.
Ed è per tutto questo che ritengo Brunori s.a.s, autore del brano intitolato ‘Kurt Cobain‘ [[10]], la massima espressione di questa confusione culturale e sociale che pervade il nostro panorama musicale.

Come possiamo oggi tracciare una linea di demarcazione che indichi cosa possa essere ritenuto indie e cosa no?
Mi è molto difficile rispondere. Penso che fondamentale sia l’attitudine. Ma stringendo il campo a chi canta in lingua Italiana, di certo indie non sono: Colapesce, Brunori, Raina -ultimo disco-, Dente, Non voglio che Clara, Casa del Vento, ManiPuma, I Cani, i Baustelle, l’Orso, Paolo Benvegnù, Morgan, Giuliano Palma, Neffa… sono davvero in troppi. Non me ne vogliano quelli che ho nominato, sono i primi che mi sono venuti in mente. Non ho nulla da dire sulla loro autenticità, tranne che quando li ascolto quello che esprimono (e quello che sento), non è nulla di diverso dalla musica di Tricarico, Elisa, Nina Zilli, Malika Ayane, Ligabue, Venditti, Niccolò Fabi, Samuele Bersani, Masini, Battiato. Negroamaro, Negrita… ovvero semplicemente MUSICA LEGGERA! La scrittura di tutti quelli nominati, tende alla canzone(tta) da classifica. Non è un male. Anzi a tutti loro auguro un immenso successo, ma li vorrei fuori dai media di settore e/o dal circuito cosidetto indipendente. Per essere preciso, che costoro si esibiscano (io abito a Milano) all’Alcatraz, ai Magazzini e non al Magnolia o al Lo-Fi! Che vengano recensiti su XL, Rolling Stone ma non su Rockerilla, Blow Up, Rumore, eccetera. Rock It è perfetto se è una piattaforma di musica italiana sui generis, ma perchè devono trovare spazio su riviste on line come Sentire e Ascoltare oppure Onda Rock. Come cazzo fanno a parlare bene sia di Brunori (sempre lui, mi spiace) e di King Krule [[11]] sulla stessa testata???. Se tutto questo non è avere smarrito l’obiettivo primario che è fare informazione culturale, ditemi allora che cosa è la bruttura che circonda le mie orecchie!??!. E per favore prima di rispondermi, rispondete a questa altra domanda. Perchè dopo Frigidaire non è più esistita una rivista che possiamo definire generazionale?
Per concludere con questa domanda, quello che sto cercando di dire è che molte cose che ascolto di produzione italiana che sono incensate, sono (per me) inconsistenti. Mancano di scrittura. Molti replicano un modello. Non dico che copiano, ma semplicemente le canzoni non ci sono. Cercano di suonare come nuove ma nascono vecchie (come nel caso di Niccolò Contessa e i suoi amici aka I Cani) e tendono come sonorità al commerciale. Quello da sottofondo. Quello che trovi nei film Aldo, Giovanni e Giacomo. Se ti metti le cuffie e ascolti I Cani con attenzione, senti che le musiche sono fatte in questo modo: “un pizzico di suoni strani (chiamiamoli rock vs.indie per comodità) + un fettina di rumore + un poco di melodia + un testo emozionale che non dice nulla di preciso, ma che sembra raccontare tutto = canzone”. I Cani applicano più o meno, questo modello alla loro musica. Un perfetto clichè dell’alternativo. “Have a fun”[[12]], direbbe Alfred Hitchcock. Ovvero: Che noia! In ogni caso per il momento I Cani, sono il meglio nel peggio. Al liceo direbbero; sono bravi ma non si applicano… Chissà, forse averli stroncati sul nascere, passami il termine, avrebbero tirato fuori le palle. O forse hanno solo bisogno di maturare.

Musica alternativa? Ma a chi e a cosa?
Al nulla che ci circonda![[13]].  Ecco ripartiamo da qui, da queste parole contenute in La storia infinita, di Michael Ende. Quando raccolsi il suggerimento di Carlo ‘Charlie’ Albertoli di creare legalmente una casa discografica era il 1988. L’intento era quello di sovvertire il mercato musicale italiano. Io fortemente volevo sfondare il mercato e non sfondare nel mercato. Volevo ridurlo in polvere, lottare duro e fare anche molti soldi. Ma non per diventare ricco ma per potere continuare a finanziare e sostenere altre situazioni “creative” che combattessero i canoni culturali che ci circondavano. Esiste un filmato, un documentario girato agli albori della Vox Pop. Io parlo di strategia, prodotto, merce, mercato e pubblico. Io volevo realmente “assaltare la cultura”[[14]]  e credo che questo obbiettivo lo abbiamo raggiunto. Abbiamo creato il precedente (e i modelli) per una via al rock italiano. Con questo non intendo dire che non ci siano state altre situazioni, ma compatte per intento e obbiettivo come la Vox Pop Records, nessuna. Poi anche noi siamo crollati. Ma a fare crollare la Vox Pop, non è stata, la presenza o la mancanza del denaro. A schiacciarci è stata proprio la direzione da prendere quando sembrava che il successo fosse a portata di mano. È stato il classico “Che Fare?” a ucciderci, ad annientarci. Quindi ognuno per la sua strada. Ma avere dimostrato che era possibile raggiungere il cuore del sistema e nello stesso tempo rimanerne fuori, ecco quell’obbiettivo so che lo abbiamo raggiunto ed è innegabile. La Vox Pop ha fornito i ‘nuovi’ modelli dello stile con gli Afterhours, La Crus, Africa United, Mau Mau, Ritmo Tribale, Sottotono, Persiana Jones e Le Tapparelle Maledette, Casino Royale, Prozac+, ecco perchè è importante. Ma è la generazione successiva che ha rotto gli argini. Argini inesistenti perchè costituiti da ideali, sogni, fantasia e attitudine. La generazione dopo ha annegato tutto pur di ottenere un facile successo o semplicemente per stare a galla economicamente.

Quindi di chi è la colpa di questa perdita?
Una delle colpe principali di questo sfacelo, legato alla situazione musicale, lo si deve alla stampa di settore. Perchè la musica e lo sappiamo tutti, dal punk in poi, influenza l’ambiente dove si vive e si cresce. Da noi invece le riviste come (e non voglio offendere nessuno, ma questa è la mia analisi) Rockerilla, Rumore, Il Mucchio, e infine Blow Up, non hanno mai avuto influenza nella vita quotidiana. Non sono mai state capaci di divenire vere e proprie piattaforme di cultura varia, dove la musica proveniente da una sottocultura, genera a cascata anche ‘altro‘ (anche semplicemente moda). In quelle riviste, ma proprio in nessuna di esse, è mai esistita alla base l’idea di produrre e/o generare una controcultura. Nessuna ha mai posseduto e tutt’ora possiede una vera strategia di “costume”. Inevitabile quindi che nel tempo abbiano perso importanza per i lettori e anche influenza, intesa come modello a cui ispirarsi, a cui attenersi e/o riferirsi per orientare il proprio gusto e seguire una via. Perdendo definitivamente un pubblico reale.
Poi indubbiamente il fiume di denaro proveniente dalle multinazionali ha fatto il resto e negli anni il modello da seguire in musica è tornato ad essere il favoloso Festival di San Remo, è inutile nasconderlo. Ora siamo soli e anche smarriti. Ed è difficile oggi farsi capire, perchè il passaggio del testimone come in una gara di staffetta, non è avvenuto. E se mi guardo intorno nella mia mente affiora una musica vecchia con un testo banale: “Il passato è passato. Il presente è un mercato. Fatevi sotto bambini. Occhio alle caramelle, occhio ai cioccolatini”.

Cosa possiamo fare per risalire la china?
Indicatemi quale figura di riferimento culturale possiede questo paese. Indicatemi il pensatore. Colui che quando tuona, la nazione presta realmente ascolto. Nella musica ve lo indico io. L’unico per cui spalanchiamo ancora gli occhi, nel bene o nel male è Lindo Ferretti…

Ci sarà ancora qualcuno che voglia davvero essere ‘indie’?
Di questo ne sono assolutamente certo. Da qualche parte, in questo fottuto ‘territorio’ e in questo preciso momento, ci sono dei baldi giovani, dei temerari cavalieri dello stile, dei ribelli senza causa che prenderanno a calci tutto quanto ci circonda, facendomi sorridere “un altra volta ancora”.

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You_Need_Me

Giacomo Spazio ha vissuto in prima persona o è stato quantomeno testimone di tutte le evoluzioni della scena “alternativa” italiana negli ultimi 30 anni. In ambito musicale con i libri di Stampa Alternativa, la rivista Vinile, l’attività in proprio come musicista e la gestione in prima persona della Vox Pop Records, la prima etichetta discografica “indie” italiana nell’accezione che diamo oggi alla parola. Un vulcano di idee e iniziative.

Ma Giacomo è anche curatore di gallerie d’arte: dal 2007 al 2011 è stato responsabile dei lavori esposti alla Limited Art Gallery di Milano. Il suo lavoro lo porta a girovagare tra New York, Berlino e Milano. Lavora però sempre in maniera autonoma, anche qui slegato dal mondo dell’arte istituzionale. Spirito libero, artista polivalente, occhi aperti a 360 gradi. I suoi lavori come pittore hanno trovato dimora in gallerie d’arte e in situazioni anche prestigiose. Potete eventualmente approfondire segendo questi link:

http://www.flickr.com/photos/giacomospazio/

http://www.lobodilattice.com/giacomo-spazio

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[1] Giacomo Spazio, A New Loop, Edizioni City Living , Milano 2003 – libro + cd audio.

[2] In Germania nello stesso momento esplodeva una musica introspettiva che mischiava rock, elettroacustica e musica classica. Il tutto condito con abbondante cibo lisergico. Questi sparuti musicisti, stavano cercando uno stile di musica che fosse realmente ‘tedesco’ e lo trovarono. In seguito venne battezzato krautorock!

[3] Il DIY è la pratica quotidiana e soggettiva di rivolta contro l’ordine e le regole stabilite dalla società in cui l’individuo vive.
Il DIY è la capacità del singolo individuo di operare le proprie scelte per dare libero sfogo ai propri desideri.
Il DIY è la capacità di inventarsi come soggetto ogni giorno, rifiutando costantemente di divenire un oggetto della catena di produzione di consenso economico/sociale,
Il DIY è unicità. Riguarda l’unico e ovviamente racchiude in se i tre aspetti che costituiscono l’essere umano, ovvero Io, Me e Me stesso.
Il DIY è crescita culturale costante.
Il DIY non ha nulla a che fare con la produzione di beni materiali commerciabili!
Il DIY è pura pratica autonoma di apprendimento ovvero se non sai fare una cosa impara a farla.
tratto da: Che cosa è il DIY, Milano  2013, Claudia Galal intervista a Giacomo Spazio.

[4] Per saperne di più consiglio la lettura del libro di Simon Reynolds, Post-Punk. Ed. ISBN, Milano.

[5] Un esempio che ci può aiutare a capire quanto sia difficile spiegare oggi a chi non ha vissuto direttamente il fenomeno cosa si intenda con la parola indie, lo si può trovare qui (http://it.wikipedia.org/wiki/Musica_indie). Dove, a mio parere, nel tentativo di rendere chiaro un concetto semplice e puro, succede l’esatto contrario, contribuendo solo a confondere il lettore.

[6] Lo stile è unicamente sfogo concreto di desiderio. Lo stile non persegue nessun obbiettivo è di per sé un fine. Lo stile è perennemente contradditorio. Quindi incompiuto, profetico e poetico. Lo stile si basa sull’elaborazione di immagini e simboli (es. il Punk) ed è unicamente sfogo concreto di desiderio. Lo stile vive nel suo manifestarsi, è possessivo, è assunzione cosciente da parte di chi vi si identifica. Lo stile produce una propria cultura e una cultura vive per capovolgere i limiti di un mondo precedentemente definito.

[7] La moda si limita a circoscrivere uno spazio di sensibilità. Una costellazione di idee, di attegiamenti. Se il sogno, l’apparenza e l’idea, possono dare origine allo stile. La moda cerca di adeguarlo a se.

[8] 1991: The Year That Punk Broke., regia David Markey (DVD) – Universal Music.

[9] Termine è l’unità lessicale in grado di contribuire alla descrizione di un dominio.
Con termine si indica a livello colloquiale una qualsiasi parola.
Con termine si indica anche la fine di qualcosa e la morte.

[10] Una mediocre e innocua melodia che fa il verso al peggiore Antonello Venditti e in più accompagnata da un testo pessimo con rime baciate e banali, in grado di piacere all’ascoltatore medio di un programma radiofonico/televisivo qualsiasi come Buongiorno Italia o presentato da Fazio.

[11] Se avete bisogno di un nome italiano per riuscire a capire eccovi serviti: Subsonica o Cosmetic, oppure Fitness Pump, Teatro degli Orrori.

[12] Gioco di parole ottenuto con il suono della parola FUN (divertente ) che suona come FAN (ventaglio). ‘Have a Fun’, in questo caso significa farsi aria coprendo con il ventaglio, lo sbadiglio. Noi italiani questo gesto lo facciamo agitanto la mano davanti alla bocca.

[13]  Giacomo Spazio – Mondochrome – anno 1996 (AA.VV. Living In The Ice Age – Milano 2000).

[14] Stewart Home – Assalto alla cultura – 1996   http://www.pinobertelli.it/uploads/libri/assalto_alla_cultura.pdf

Sniffin’Glucose

The St. Valentine’s Day Massacre

 SNIFFIN’ GLUCOSE NIGHT

 Bar L’Ugola, Via Garibaldi 40, Copparo (FE)

14/02/2014

from 10 p.m. to 1 a.m.

flyer 1

serata danzante in occasione dell’85° anniversario della strage di San Valentino*

colonna sonora a cura di Arturo Compagnoni (Covo Club/Hana Bi)

wave / indie / punk / britpop / twee / garage

spiritual guidance: Massimiliano Bucchieri & Cesare Lorenzi

* con il nome di Strage di San Valentino si identifica il massacro compiuto a Chicago il 14 febbraio 1929 con il quale gli uomini di Al Capone sterminarono la banda di Bugs Moran.

Nel nome del Padre, di Freak e di Bill Callahan

freak-antoni

Nel marzo del 2011 mi capitò di passare un intero pomeriggio in compagnia di Freak Antoni.

Il contesto era un seminario rivolto a giovani under 20 che organizzavo e dove Freak non ebbe alcuna remora nel parlare di sé , della sua carriera artistica, del suo amore per i Beatles ma anche delle sue malattie e del suo travagliato ed intenso percorso umano.

Dopo l’incontro ebbi la fortuna di rimanere a lungo con lui in privato.
Non ricordo bene l’aggancio ma finimmo con il  parlare quasi esclusivamente del tema della Paternità.

Prima addirittura il Padre eterno, poi i commenti sui padri non naturali e cioè quegli incontri straordinari  che la vita ci riserva e che ci lasciano una sorta di testamento culturale e/o affettivo (lui citò per sé Gianni Celati, che aveva avuto come professore al Dams), poi mi parlò del suo vero padre: una persona semplice che gli insegnò l’ironia “ ..e senza ironia non puoi vivere..quindi mi ha dato la vita”, poi si iniziò a parlare della paternità mia e sua.
Io allora padre da 4 mesi e lui ormai da più di 10 anni della sua bellissima Margherita.

Un suo passaggio mi colpì più di altri ; rivolgendosi a me disse “Preparati al fatto che tuo figlio dovrà uccidere la tua cultura, che sia essa musicale, cinematografica, letteraria, di vita….dovrà ucciderla, farla morire, solo così potrà ricrearla e farla sua….. fattene una ragione mi raccomando,  così potrai stupirti del fatto che avrai creato una nuova vita e non un clone” …spero e penso di riportare tutte le parole impresse nella mia memoria correttamente.

Ho sempre tenuto e sempre terrò cara questa frase.  
Forse non la condivido nella sua interezza ma ne colgo lo spirito così libero, così anticonformista.  
Facendola mia e riflettendola sul piano musicale, penso che mio figlio non dovrà uccidere (sempre che desideri ascoltarli) un Bob Mould o un Gordon Gano qualsiasi solo perché li ascoltava il padre da adolescente, l’abilità forse dovrà essere quella del padre nel non occupare lo spazio del figlio.  
Più facile a dirsi che a farsi, vedremo.

Perché questo aneddoto ?
Non per celebrare Freak, non penso di essere all’altezza di farlo, posso semplicemente dire che è una delle umanità più fragili e delicate che mi sia mai capitato di incontrare e che porterò sempre un ricordo molto bello di lui.
Che ci crediate o no questo pezzo è stato buttato giù la sera del 9 Febbraio e solo rivisto in minima parte alla luce della scomparsa di Freak.

L’aneddoto della conversazione con lui sulla paternità mi è tornato alla mente grazie ad una telefonata casuale che mi è arrivata a metà gennaio.
Se può essere infatti affascinante ragionare su quanto i padri possono passare (o non passare) ai figli, lo è forse ancora di più farsi soprendere dal passaggio inverso.
E così il telefono di lavoro squilla in un monotono venerdì pomeriggio di gennaio, rispondo e dall’altra parte sento una voce distinta, matura, di sicuro il mio interlocutore non è un ragazzino.

“Parlo con il Teatro ?”
“Sì mi dica” rispondo io
“Volevo chiederle informazioni sul concerto di Bill Callahan, sul sito vedo che sono rimasti pochi biglietti e le chiedevo un consiglio su 2 biglietti molto laterali in galleria che sto valutando”
Io gli confermo che il sold out è imminente e lo rassicuro sui biglietti laterali, la visuale è ugualmente buona.
E a questo punto  parte il bello, quello che non ti aspetti.
Interlocutore : “Forse le sembrerò pignolo, mi scusi …ma ci tengo molto. E’ un regalo che voglio fare a mio figlio a sua insaputa, ha 16 anni e sinceramente non mi ero mai interessato alla musica che ascolta. Poi a Natale abbiamo avuto modo di passare più tempo insieme e mi ha detto “Papà, ti faccio sentire Bill Callahan sono certo che può piacere anche a te” .
L’ho sentito, lo trovo un artista straordinario e trovo ancora più straordinario che mio figlio ascolti della musica così bella, così profonda.
Penso che lui non sappia che questo cantante sia a Bologna tra qualche settimana e così gli farò questa sorpresa, verremo da Firenze, spero passeremo una bella serata insieme. Certo che quel Bill Callahan ha davvero una voce incredibile”

Prendo atto, saluto cordialmente e metto giù il cordless.

BillCallahan2byKirstieShanley

Un istante dopo mi rammarico per non avere fatto nessun commento. Di non avere ringraziato il mio interlocutore per quanto confidato.
Poi penso che forse sia meglio così, avrei fatto fatica a fargli capire quanto mi sono cari questi temi, lui d’altronde voleva solo sapere se i posti laterali erano buoni.
Mi limito a sperare che il 18 febbraio non ci sia la neve sulla Bologna Firenze .
Non ci sarà ne sono certo.

“Freak…ma tu ci credi in Dio ?”

“Mah…che dirti ?…diciamo che non ho ancora visto quella luce, ma forse sono io a non avere pagato la bolletta”

 Massimo Sterpi

L’attenzione

C’è una strada che ci piace percorrere la sera quando il traffico è molto diminuito e c’è poca gente in giro.morphine 2

Quella che finisce proprio sotto l’insegna Opel che illumina una fetta di verde insperata in mezzo a tutto quel cemento.

Io, al solito, con le cuffie nelle orecchie distratto e incurante di quello che mi accade intorno. Yuki invece attenta e concentratissima non si perde un movimento.

Lo shuffle propone musica a caso dentro confini non troppo rigidi.

Un gruppo di rumeni mi urla qualcosa da una macchina proprio durante She Found Now. Quasi non me ne accorgevo. Sorrido ripensando al pezzo di Blatto sull’ultimo Rumore.

Mi incupisco quando penso alla fatica che ho fatto per leggerlo. No, il pezzo è perfetto. Sono io che ogni quattro righe sento il bisogno di fermarmi e rileggere.. Manca l’attenzione, la concentrazione..Yuki me lo stava strappando di mano e avrebbe fatto bene.

Mi risoffermo su quello che sto ascoltando, sulle prime quasi non la riconosco ..quel basso, quella voce, il sax ..I hear a voice from the back of the room come on a little closer give me something good buena buena buena good good good.

La memoria si fionda all’nme stage del Reading festival 1994.

Morphine sul palco, Mark Sandman imbraccia il suo basso e snocciola divertito aneddoti dopo ogni canzone per un pubblico estasiato. Io colgo la metà di quello che viene detto ma mi riempio gli occhi e la mente di tanta profonda leggerezza.

joshua-budich-mark-sandmanI Morphine, cazzo quanto mi piacevano. Che fine hanno fatto?

Poi un pensiero mi fulmina ..è vero Mark Sandman non c’è più. Folgorato da un infarto su un palco di Palestrina 14 anni fa.. Che cazzo di fine. Non tanto per Palestrina ma …il punto non è questo.

Possibile che anche se per pochi secondi Mark Sandman nella mia testa è stato ancora vivo e vegeto? Possibile che da allora non ci ho mai più pensato? Possibile che ha perso valore una cosa che allora mi faceva stare così bene?

Cerco di giustificare..la memoria gioca brutti scherzi.. ma no, non è questione di memoria, è questione di attenzione, quella che ci è stata portata via a poco a poco saltando tra le righe di una pagina web, tra le cartelle mp3 di un hard disk, tra uno streaming interrotto a metà  o tra i commenti ad un post di facebook “scrollati” velocemente …

Lo so è tardi, non mi sono mai fermato veramente a pensarci ma I’m sorry Mark.

Yuki mi guarda interrogativa, mi chiede la strada poi si stanca di aspettare e si incammina.  Mi mostra la strada. Mi riporta al qui e ora.

Mi invita silenziosamente ad essere attento, a non perdere tempo.

Non lo fai da molto tempo. E’ ora di ricominciare.

Forse bisogna prima pagare i propri debiti per avere il diritto di ricordare.

Massimiliano Bucchieri

Torta di granchio blu*

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Ognuno di noi ha probabilmente il desiderio di poter cancellare qualche episodio della propria vita.
Non mi riferisco a cose particolarmente drammatiche, quelle naturalmente le butteremmo tutti nel cestino.
Ma proprio a quei piccoli avvenimenti che se ricordati provocano un piccolo imbarazzo e un pó di fastidio.
Io ne tengo una bella serie nel comodino, alcuni legati indissolubilmente alla musica.

Scrivere in maniera continuativa per una rivista specializzata per un bel pó di anni ha fatto sí che mi dovessi comunque trascinare dietro un piccolo bagaglio di cantonate e incomprensioni.
Niente di grave, ben inteso. Fatti che non tolgono il sonno, insomma.
Ci sono alcuni dettagli peró che se potessi viaggiare nel tempo non ci penserei un secondo a cambiare.

Con Mark Kozelek ho un conto aperto in questo senso: ne stroncai un disco, quando ancora incideva con la sigla Red House Painters.
A dire il vero fui uno dei primi a parlarne in termini entusiasti quando esordí nel 1992 su 4AD.
Mi capitó di recensirne un paio dei primi album in termini molto positivi e cercai in tutti i modi di spingere perché la band avesse un minimo di visibilitá. (Ah, le famose riunioni mensili di redazione. Dopo il pranzo e la quarta bottiglia di Bonarda acquistavano un altro ritmo, vi assicuro. E difendere Kozelek davanti a Sorge era un’impresa, potete immaginare.)

Ma si diceva della stroncatura…..quello che piú mi indispone ancora oggi é la superficialitá che dimostrai in quell’occasione.
Non era il miglior disco del gruppo va detto (Songs for a blue guitar, per la cronaca), ma Kozelek é uno di quei personaggi con cui superficiali non si dovrebbe essere mai.
Non lo merita in qualsiasi caso.

imgresL’unica cosa che mi consola é che quel disco gli costó proprio il contratto con la 4AD, all’epoca.
Anche Ivo Watts-Russell non ne pensó benissimo evidentemente e decise che di Kozelek ne aveva avuto abbastanza. È probabile che Russell ed io abbiamo lo stesso fantasma che ci perseguita da quel giorno peró, tant’é che lui ha dichiarato in seguito che mandare via i Red House Painters é stata probabilmente una delle peggiori scelte nella storia dell’etichetta.

Dal 1996, data dell’episodio del “licenziamento” 4AD, Kozelek ha comunque continuato a fare musica, tra alti e bassi, utilizzando il proprio nome oppure nascondendosi dietro la sigla di Sun Kil Moon. Anche se va detto non esistono band quando Kozelek é coinvolto, al massimo musicisti che lo accompagnano, questo é certo.

Il nuovo album dei Sun Kil Moon, Benji (Caldo Verde Records), uscito in questi giorni ha generato entusiasmi che non circondavano il lavoro di Kozelek da tantissimi anni.url

Gran disco, in effetti. Che non aggiunge nulla a quanto giá non si sapesse a proposito della band.
Disco prettamente acustico ma arrangiato con gusto anche nei dettagli: l’utilizzo dei cori e delle voci risultano irresistibili in particolare.

Ma un lavoro di Kozelek si fa ricordare per le parole e non per i suoni.
In questo caso ce ne ha regalate di straordinarie: storie di vita reale, spesso drammatiche, raccontate con una disinvoltura che lascerebbe supporre una certa leggerezza.
Stordiscono, invece.
Ti gelano il sangue, in alcuni casi.
Il tono da affabulatore inganna.

In America si sono presi il tempo addirittura di controllare: nomi, luoghi, tutto quello che é citato nel disco.
Si é appurato che non c’é nulla di inventato, non c’é nulla di romanzato, tutta roba vera.
Questo é Kozelek del resto: travolge con un diluvio di parole poderose. Racconta la sua vita, nel dettaglio. Ma ha la straordinaria capacitá, attraverso le sue vicende personali, di mettere in scena la drammatica quotidianitá di tutti noi.
I particolari familiari, le perdite improvvise, la mortalitá e il tempo che passa inevitabile.
Anche per chi giá conosce il lavoro di Mark non si prospetta un ascolto semplice.

Poi il colpo di genio, tipico del personaggio.
In chiusura infila una canzone, Ben’s my friend, capace di cambiare l’intero tono del disco.
Il Ben del titolo non é altro che il Gibbard dei Postal Service.
La canzone é, tra le altre cose, il racconto di un concerto di questi ultimi:

The other night I went and saw the Postal Service
Ben’s my friend but getting there was the worst
At a festival in Spain, he was on a small stage then
And I didn’t know his name
Now he’s singing at the Greek and he’s busting moves
And my legs were hurt and then my feet were too
Calling after settling, said I’ll skip the backstage high five
Thanks for the nice music and all the exercise
And we laughed and it was alright, and we laughed and it was alright
It was alright
Between a middle guy man with a backstage pass
Hanging around like a jackass
Everybody was 20 years younger than me
I drove to my place near Tahoe
Got in my hot tub and thought that’s over
It was quiet and I was listening to the crickets
And Ben still out there, selling lots of tickets
then in a couple of days my meltdown passed
Back to the studio doing 12 hours shifts
Singing a song about one thing or another
Every day behind this tender, long summer

Ne esce una chiusura di disco clamorosa, anche il tono strumentale si fa piú leggero.
L’angoscia e lo sconforto lasciano il posto alla consapevolezza di un uomo di mezza etá che osserva con sguardo disincantato il successo di amici che un tempo gli aprivano le serate come band di supporto.

Ma non c’é rabbia solo amarezza casomai e una buona dose di autoironia nell’esporsi.
Quel finale che richiama una tenera estate, il lavoro in studio di registrazione, il cantare una nuova canzone a proposito di una cosa o di un’altra, ci offre esattamente uno spaccato della nostra esistenza, che nonostante tutto va avanti e talvolta, ma solo talvolta, regala anche un sorriso.

Era il 26 luglio dell’estate scorsa, quando i Postal Service suonavano al Greek Theatre di Berkley, in occasione del tour del decennale di Give Up.
Non finiremo mai di ringraziarli per aver inconsapevolmente messo in moto questo processo creativo.
Una volta tanto una delle solite inutili reunion ha avuto un senso: ne é uscito un album da ricordare ed il sottoscritto si ritrova con un piccolo peso in meno sulla coscienza.

Cesare Lorenzi

* Torta di granchio blu – tratto dal testo della canzone Ben’s my friend (…And we ate at Perry’s and we ordered crab cakes, blue crab cakes, blue crab cakes….)

Mark Kozelek sará in tour in Italia ad aprile: il 4 a Roma, il 5 a Ravenna al Bronson, il 6 a Padova e il 7 a Milano

Non c’è niente che sia per sempre*

“Nel nostro suono si possono percepire tutti gli errori: i buchi sono lì, si sentono, la musica diventa vulnerabile e invita alla critica.childish
E noi incoraggiamo sia la critica che la vulnerabilità perché queste sono le cose per cui vale la pena fare arte.
Se ascolti gli Stones, i Kinks, i Clash o qualsiasi altro gruppo rock and roll al suo inizio quello è l’elemento che cerchiamo.
Anche ora, dopo 25 anni, quando registriamo un disco, vogliamo che chi lo ascolta pensi che sia il primo disco del gruppo.
Questo è il nostro obiettivo: avere quell’energia, altrimenti non vale la pena suonare.
Crescere significa essere capaci di accedere a quelle parti di noi che uno vuole: il bambino dentro di noi, e non il teenager.
La gente pensa che rimanere giovani significhi comportarsi come teenager irresponsabili.
Ma quando hai 30 anni non devi più fare finta di essere un teenager: devi accedere a ciò che vuoi, ciò di cui hai bisogno”.

Billy Childish

Come ci insegnano i libri di storia più o meno contemporanea, il piano quinquennale è stato uno strumento di politica economica adottato da alcuni Paesi socialisti durante il secolo scorso.
Su Wikipedia c’è anche una pagina che spiega nel dettaglio di cosa si tratta.
Meglio si trattava, stante il fatto che il concetto di socialismo è ormai da tempo un soprammobile vintage poggiato su un vecchio scaffale della memoria.
Un po’ come i cimeli dell’Unione Sovietica allineati sui banchetti di certi mercatini dell’usato: i busti di Lenin, gli orologi e le bussole stellati di rosso, le bandiere color porpora vellutate e bordate con frange giallastre.
Comunque sia il piano quinquennale, proprio quello di cui cantavano i CCCP nel loro primo album, individuava determinati obiettivi di carattere economico da raggiungere in un periodo di – ovvio – cinque anni.
Il concetto, con riguardo ai vari settori dell’economia, fu introdotto per la prima volta da Stalin alla fine degli anni ’20 e fu in seguito rielaborato e proposto da altri paesi comunisti tra cui Cina e Vietnam.

Lasciando da parte politica ed economia, faccende di cui nulla so, trovo che il concetto di piano quinquennale dovrebbe essere assunto a sistema per ogni faccenda importante che affrontiamo nel quotidiano.
Credo fermamente che sarebbe cosa buona e giusta delineare con un certo rigore i limiti temporali entro cui far vivere le cose, dandoci una regola che vada bene per tutto e per tutti, così che nessuno ci rimanga male.
Lo sapremmo da subito: ogni cosa importante deve durare al massimo cinque anni, poi basta.
Proroghe e rinnovi sono ammissibili ma vanno valutati con attenzione ed approvati caso per caso da un arbitro esterno.

CCCP

Le cose, in generale, dovrebbero andare avanti il giusto, importanti o meno che siano.
Quelle brutte perché naturalmente non abbiamo nessun desiderio di sperimentarle per un tempo superiore a quello strettamente necessario a farle finire.
Quelle belle perché basta un niente a trasformarle in altro e mandare tutto, come si suol dire, in vacca.
Ad esempio una qualunque storia d’amore non ha senso debba durare per più di un lustro.
Fosse per me lo metterei per legge che dopo cinque anni (e sono stato pure largo) qualunque coppia debba sottoporsi ad un esame accurato al cospetto di un giudice imparziale, inflessibile e munito di un manuale che elenchi la necessaria presenza di una serie di elementi oggettivi per consentire il proseguimento del cammino intrapreso cinque anni prima.
Se superi l’esame vai oltre, altrimenti ognuno a casa sua.
Basta con le storie che vanno avanti per inerzia.
Quale lavoro non viene poi a noia dopo 60 mesi?
O se vogliamo vederla dalla parte di chi vi paga per lavorare: in quale lavoro si da ancora il meglio di se dopo un lasso di tempo del genere?
L’esperienza acquisita nel quinquennio può compensare l’entusiasmo smarrito?
Ammesso che esistano lavori entusiasmanti, fosse anche solo per un giorno, una settimana, un mese.
Tra le cose importanti della vita manterrei una sola eccezione: l’amicizia.
Quella dovrebbe durare.
Quando dura aiuta sul serio a vivere meglio.

collageMa in realtà, come sempre, volevo scrivere di musica, mica di grandi sistemi.
Una volta mi capitò di affermare che il rock and roll dovrebbe essere una faccenda esclusivamente adolescenziale.
Naturalmente non è vero, non del tutto almeno.
E’ però vero che l’adolescenza, con tutto il suo carico di stupidità e ignoranza, ingenuità e innocenza, consenta di azzardare entusiasmi e di accollarsi rischi che successivamente diventano difficili da gestire e a volte impossibili da accettare.
Per non parlare della passione, che invariabilmente con il passare del tempo tende a sbiadire, sfumando dal rosso acceso alle varie tonalità dell’arancio, scivolando poi sui colori pastello prima di congelarsi in un grigio sbiadito ed uniforme.
E’ da quell’entusiasmo, da quei rischi affrontati con spavalda euforia, da quelle passioni bruciate in un attimo che in genere nascono le cose che poi meritano di essere tramandate ai posteri.
Per questo personalmente credo che un gruppo dovrebbe sciogliersi entro i primi cinque anni di vita.
Per questo ritengo che l’album d’esordio sia quasi sempre il migliore all’interno della discografia di qualunque gruppo.
L’ipotesi che nel tempo la pratica possa rendere perfetti non riveste il benché minimo interesse per il sottoscritto, più o meno quanto l’idea di esaurire la vista alla ricerca delle increspature che sottolineino le imperfezioni di un debuttante.
Sinceramente non mi è mai importato di verificare quanto tecnicamente i musicisti siano migliorati disco dopo disco.
Anche perché di tecnica non ho mai capito una sega.

Slanted and Enchanted è il mio disco dei Pavement, anche se non ha le canzoni di Crooked Rain Crooked Rain né l’estro sbilenco di Wowee Zowee.
Il primo disco dei Velvet Underground è la storia, così come lo sono il primo dei Clash o il debutto degli Stooges.
Anche se dopo sono arrivati capolavori come White Light/White Heat, London Calling e Fun House.
Mi piacciono quelle band che rompono le righe prima di rompere i coglioni, mi piacciono i concerti che non superano i 45 minuti e i film che non varcano la soglia dell’ora e mezza.
Mi piacciono gli amori che spariscono prima di camuffarsi in consuetudine e le persone che smettono di parlare un attimo prima che il mio pensiero traslochi da qualche altra parte.
Mi piacciono i long drink serviti in cilindri lunghi e sottili, che finiscono in fretta lasciando ancora ghiaccio sul fondo del bicchiere.

La cosa più bella che mi sia mai capitata di leggere circa questo argomento, tema che mi sta davvero molto a cuore, fu il manifesto che la Sarah Records pubblicò su New Musical Express e Melody Maker nell’agosto del ’95.
L’etichetta in realtà visse più di 5 anni essendone trascorsi 7 tra la data della prima uscita (il 45 giri di Pristine Christine dei Sea Urchins) e l’ultima (la compilation There and Back Again Lane).
In maniera ingenua e romantica e proprio per questo bellissima, scrivevano:adayfordestroying
Quando avevi 19 anni non hai mai desiderato creare qualcosa di puro e meraviglioso solo perché un giorno tu potessi distruggerlo?
Niente dovrebbe essere per sempre.
Le band dovrebbero incidere un solo singolo poi sciogliersi, le fanzine pubblicare un numero perfetto poi chiudere, gli amanti lasciarsi sotto la pioggia alle 5 di un mattino e non rivedersi mai più.
L’abitudine e il timore del cambiamento sono le peggiori ragioni che possano spingerti a mandare avanti qualcosa.
Il primo atto di una rivoluzione è la distruzione e la prima cosa da distruggere è il passato.
E’ una cosa spaventosa.
Come innamorarsi.
Ma ci ricorda che siamo vivi.

*Afterhours, Non è per sempre

Arturo Compagnoni

fiver #01.2014

Per quanto riguarda noi di Sniffin’ Glucose la musica non è mai un sottofondo.
E’ una colonna sonora costante delle nostre giornate.
Ne scandisce ogni singolo momento, condiziona l’umore, risucchia quantità di tempo e denaro impressionanti.
Potremmo affermare senza timore di smentita che la musica definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Ne’ più ne’ meno.
Così ogni 30 giorni scrivere a turno di 5 canzoni che in qualche modo hanno per noi rivestito una particolare per quanto soggettiva importanza nel mese precedente ci pare un modo per fare il punto non solo sui nostri ascolti ma sulle nostre vite in generale.
Su quello che ci è successo e su come è successo.
Sniffin’ Glucose
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Gennaio è lungo, Gennaio è finito.
Tiro fuori dalla tasca un foglietto appallottolato e gli do un ultima occhiata prima di buttarlo.
Sopra ci sono 5 nomi.

  • Perfect Pussy “Driver”

Mi hanno attirato da quando hanno intitolato la loro debut tape “I’ve lost all desires for feeling” (con un titolo del genere dovrei quantomeno chiedergli i diritti).
Meredith Graves ha uno sguardo acuto e dice cose tipo “Another good thing about our name is that it heads off assholes right out of the gate. Nobody can look at me and say shit about my appearance or my body, which is all too common for women in music. It’s like, “Are you going to call me a cunt? Are you going to tell me I’m ugly? Well, here’s my band name—do your worst, motherfucker.”
Scommetto che quacuno prima o poi gli avrá detto “lavati la bocca signorina prima di parlare”.
Meredith se ne fotte.
Alla grande.
Urla ancora piu forte.
E ci piace ancora di più.
Si chiamano Perfect Pussy (esatto) e “Driver” suona come un treno deragliato che si schianta sulla nostra indifferenza.

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  • Moose Blood “Moving Home”

Da canterbury, emo prima che diventasse una parolaccia.
“Forget about what I said, I was drunk when I said it
I got the note you wrote, I cried when I read it
I don’t wanna speak, just let me watch TV”
con un osservatorio privilegiato sulle nostre sale da pranzo, evidentemente…

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  • No Joy “Last Boss”
Shoegaze a casa mia è un complimento e sullo stesso muro su cui ho inciso col fuoco le parole Ride, Pale Saints, Lush ho attaccato un post it con scritto No Joy from Montreal.
Non è ancora caduto.
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  • Angel Olsen “Forgiven, Forgotten”
Emaciata folk singer fino a 5 minuti fa.
Prende Breeders Belly PJ Harvey Hole e le mette in un frullatore.
Che palle, roba gia sentita.
Cos’è il 1992?
Però, ti prego, mettila su un altra volta.
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  • Stephen Malkmus & The Jicks – Covo Bologna 24/1/2014
Stick Figures in Love/Summer Babe
Arrivi infreddolito e stanco con in tasca la lista della spesa alla conad della mattina seguente.
Dopo 30 minuti urli e canti abbracciato ai tuoi migliori amici come a degli sconosciuti.
Alla fine Malkmus fende la folla e alla tua timida pacca sulla spalla risponde con un ghigno ed un “thanks for coming.”
E a un tratto tutto acquista un senso.

Massimiliano Bucchieri