You came to me as a ghost

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Quando ti capita di incontrare una persona o un’artista che ti segna tendi a ricordare tutto del tuo primo incontro con lui.

Conobbi la musica di Jason Molina dentro al glorioso negozio di dischi bolognese “Minnella Rock Shop”. Era l’anno 2000.
I due titolari del negozio, cui devo gran parte della mia collezione pre-web, avevano la gentilezza e l’intelligenza di fare ascoltare in postazioni apposite tutti i cd che potevano interessare. Mi sembra che nella pila di quel giorno ci fosse un Okkervil River, un Will Oldham, un Calexico: sarei già stato a posto così. Poi ,immerso nell’ascolto in cuffia, arrivò uno dei due titolari con un cd dalla copertina scura:
“Prova anche Songs:Ohia, lo conosci?”
“No, non lo conosco” fu la risposta.
“Ah…grave! questo è già il suo quinto disco”.
In quel momento il mio orgoglio da pseudo-intenditore subì un grave colpo.
Così il cd finì nella pila in maniera quasi indifferente; una copertina con un deserto e 4 palme e il titolo The Lioness. Qualche minuto dopo, una volta inserito il cd nel lettore, avvenne la metamorfosi tanto cara a noi malati di musica. Quella metamorfosi che trasforma un oggetto anonimo in una parte di noi.
Fu amore a primo ascolto.
Fino a quel momento il lo-fi non mi aveva ancora del tutto conquistato, ma lì c’era la chitarra giusta, la voce giusta, la batteria giusta.

Quando ti capita di incontrare un’artista che ti segna e ti capita di ascoltarlo per la prima volta in cuffia e in una situazione pubblica, può succederti di andare in corto circuito. Le postazioni di ascolto del negozio erano piazzate sopra un piano rialzato e davano su una strada di passaggio. Eri lì a darci dentro con il volume e intanto vedevi le persone passare, correre. Automobilisti nervosi per il traffico mentre tu eri così splendidamente ovattato e protetto da quel movimento che in quel momento non ti interessava. Il corto circuito mentale che si innesca è il fatto che in quegli istanti sei sicuro che se tutti quelli che vedi correre ed incazzarsi davanti a te si fermassero qualche minuto ad ascoltare il brano che ti sta invadendo i sensi, allora il mondo sarebbe un posto migliore.
Perché quando un loser incontra un loser succede qualcosa di magico. E i loser ti sembrano quelli che si fermano ad ascoltare.

Quando ti capita di incontrare una persona o un’artista che ti segna, tendi ad idealizzarlo e così per me Jason Molina con quella voce doveva essere una sorta di Mark Lanegan; un tenebroso e incazzereccio americano alto 2 metri.
Quando lo vidi per la prima volta al Velvet di Rimini nel 2002 mi si presentò davanti una persona timidissima, con un sorriso un po’ triste e molto dolce, alto non più di un metro e sessanta.
La serata del Velvet fu assurda, un concerto che iniziò all’una di notte e senza soundcheck perché si era fuso il motore del pullmino della band in autostrada. Non so perché ma pensai che a Mark Lanegan non sarebbe mai potuto accadere di rimanere a piedi sulla A 14.

Quando ti capita di incontrare una persona o un’artista che ti segna, avresti anche voglia di dirgli personalmente che la sua musica ti è rimasta dentro, poi pensi che sei già un uomo maturo e lasci perdere. Quindi in una splendida sera di novembre di qualche anno fa al Bronson di Ravenna mi limitai ad una semplice stretta di mano e al rito degli album autografati.

Quando ti capita di incontrare una persona o un’artista che ti segna, tendi a ricordare tutto del momento in cui apprendi la notizia della sua scomparsa. Nel mio caso ero semplicemente su facebook quando all’improvviso mi apparve una sua immagine e un semplice messaggio: “Ciao Jason”.
Il messaggio era scritto dall’etichetta bolognese Unhip Records che linkava anche una registrazione acustica di qualche anno prima negli studi di Radio Città del Capo. Dal “Ciao Jason” alle prime agenzie cercate sul web passarono pochi secondi. Depressione e alcool lo avevano vinto.
Appresi poi che la sua famiglia aveva inserito sul sito ufficiale un aggiornamento sulle sue condizioni di salute degli ultimi mesi e anche una concreta richiesta di aiuto: aiuto economico per pagare l’assicurazione sanitaria (in cambio di password per scaricare vecchi concerti live), ma anche aiuti molto semplici come l’invio di lettere e cartoline personali per incoraggiarlo a riprendersi e tornare in forma.
Anche quella sera non so perché pensai che uno come Mark Lanegan – per esempio – non avrebbe mai avuto la semplicità di chiedere aiuto in quel modo.
Sulla mia scrivania , come penso su tante altre, è idealmente rimasta una cartolina mai spedita con la scritta: “Hi Jason! How are you?”

Dal 1997 al 2009 Molina ha pubblicato una serie infinita di lavori tra album, ep e registrazioni live. Prima con lo pseudonimo Songs:Ohia, poi a suo nome e infine con la sua band Magnolia Electric Co. Per tutto l’arco della carriera ha lavorato con la mitica Secretly Canadian che nel mese di Aprile 2014 uscirà con 2 nuovi lavori: una raccolta di singoli dell’era Songs:Ohia (Journey On – Collected Singles) e un album tributo che si chiamerà Farewell Transmission – the music of Jason Molina che vedrà tra i partecipanti My Morning Jacket, Wooden Wand, The Black Swans e tanti altri.

Se avete la fortuna di non avere mai sentito Jason Molina e quindi vi trovate di fronte ad un mondo sconosciuto ancora tutto da esplorare, ecco la mia personale “collected singles” sull’era Songs:Ohia

Advices to aces
Cabwaylingo
Little beaver
Hearts newly arrived
One of those uncertain hands
Hot black sea
Love leaves its abusers
Tigress
Lioness
Coxcomb red
Just a spark
The body burned away
Ring the bell
Blue Chicago moon

Massimo Sterpi

This is our music

deanwareham-10.10.2013

Mi è rimasto impresso un episodio in particolare leggendo l’autobiografia di Dean Wareham (Black Postcards: A Rock & Roll Romance. New York: Penguins): raccontava del manager che lo aveva messo sotto contratto con l’Elektra.

Un ragazzo giovane per gli standard di una multinazionale, al quale era stato affidato un budget consistente e l’obbiettivo di scoprire nel circuito indipendente un paio di gruppi che potessero fare il salto. Mise sotto contratto i Luna di Dean Wareham, gli Stereolab e Afghan Whigs. Per un breve periodo Dean Wareham ebbe l’impressione di aver svoltato: spostamenti in limousine, studi di registrazioni importanti a disposizione e gli agi della vita da piccola rockstar. Durò poco.
Il tipo dell’Elektra venne licenziato ed ora lavora in un bar. Ho pensato che quel ragazzo aveva trovato un buon modo per cercarsi dei guai e che, con tutta probabilitá, se ne avessi avuto l’occasione mi sarei comportato allo stesso modo.
Rumore dedicò una copertina ad una mia intervista alle Sleater Kinney, nel febbraio del 1999. Era una band in cui credevo ciecamente e mi sembrava perfetta per il giornale che facevamo all’epoca. Fu uno dei numeri meno venduti di quegli anni e scherzosamente mi fu rimproverata per un bel pò di tempo. Ho firmato 6 o 7 copertine di Rumore, nel periodo in cui vi ho scritto. Quella delle Sleater Kinney è la mia preferita, tuttora.sleater kinney
Dean Wareham, nella mia immaginazione, è la copertina del mese, di questo mese, anno 2014. Per fortuna che al massimo devo renderne conto (o discuterne scherzosamente) con Arturo Compagnoni.
Dean Wareham ci ha messo una vita, in effetti quasi 30 anni, per pubblicare un disco solista, intitolato semplicemente con il suo nome ed è come se avesse consapevolmente riassunto il meglio della sua produzione in un unico album.
Una sorta di the best of, composto però solo da canzoni inedite.

Dean Wareham è sempre rimasto sulla stessa strada. Magari si è ridimensionato ma in fondo ha sempre saputo che quella roba lì, il contratto major e tutto il resto, era frutto di una coincidenza e di un momento storico irripitibile.
Ha sempre avuto l’aria di uno che si stupisce del clamore e delle buone recensioni, del resto.
Fin dai tempi dei Galaxie 500, quando fu accolto in Europa e sopratutto in Inghilterra come l’eroe della nuova psichedelia virata al folk e al culto dei Velvet Underground. Sembrava chiedere: siete sicuri? Proprio noi?
Uno di quei personaggi che nell’arco di quasi 30 anni di carriera ha in effetti spostato di pochissimo anche la propria cifra stilistica, rimanendo fedele ad un suono oramai riconoscibile. Quello che fa la differenza, giunti a questo punto, é la qualitá intrinseca della canzone stessa, la scrittura piú che i suoni. Quelli li conosciamo giá e sappiamo dove si andrá a finire. Insomma é sempre lo stesso disco, come ha detto giustamente qualcuno, ma quando la chimica, il momento, le congiunzioni astrali in qualche modo si allinenano rischia di uscirne un capolavoro.

Hanno ragione quelli che dicono che il sesso migliora con il tempo. Quando si perdono per strada insicurezze, paranoie, pretenziositá e l’esigenza di dimostrare qualcosa a tutti i costi. Quando si viene a patti con la propria natura e si trova, come dire, il proprio posto nell’universo. Il disco solista di Wareham é metaforicamente una scopata perfetta: come se tutto fosse improvvisamente al posto giusto. Merito anche della produzione di Jim James (dei My Morning Jacket) che sembra regalare al suono una profonditá che non ha mai avuto in passato.
Un disco che suona come un album dei Velvet (eh, lo so….) alle prese con il repertorio dei Byrds, con gli Spacemen 3 che se ne stanno in disparte e qualche volta pensano bene di fare capolino. Ma a questi riferimenti scontati per chi conosce la discografia di Wareham si aggiungono soluzioni inedite. Disco strumentalmente ricco: di tastiere, di soluzioni ritmiche inusuali che in qualche situazione mi ha ricordato finanche i Postal Service. Superficialmente potrebbe sembrare levigato, vellutato, addirittura innocuo. Ma é la combinazione dei suoni all’immaginario evocato da Wareham con le parole che trasforma un album musicalmente alla portata di molti in un viaggio decisamente piú pericoloso e oscuro e che ne decreta alla fin fine la grandezza.
171899a319ca4a28-coverimageThey made a desolation, but it call it peace… canta Wareham in Beat the Devil, giusto per ricordarci di non soffermarci alla superficie, che potrebbe sembrare rassicurante, ma se si osserva da un’altra prospettiva tutto cambia improvvisamente.
Il sentimento predominante é l’indecisione, buffo per un album cosí straordinariamente a fuoco. Ma questo é il registro abituale di Wareham, fin dai tempi dei Galaxie 500, e non é mai rassicurante. Ci tiene sul filo del rasoio, in bilico e i sentimenti messi in gioco non sono per nulla banali. Basterebbe lasciarsi andare alla narcotica disperazione western di Love is not a roof against the rain, dove un Dean Wareham mai cosí riflessivo si domanda cosa ha fatto per meritarsi tutto questo, convinto che neppure il piú dolce dei sentimenti riuscirá comunque ad offrire protezione. Il finale é peró all’insegna dell’ottimismo, Happy and free, si intitola il brano che chiude il disco. “Felice e libero, almeno per un po’…”, di piú sarebbe stato difficile pretendere.

Dean Wareham ha recentemente pubblicato una serie di “classifiche”, molto carine. Aiutano senz’altro ad inquadrare ancor meglio il personaggio….

Your three favourite Punk singles/songs?
“Little Johnny Jewel” by Television
“Blank Generation” by Richard Hell & the Voidoids
“Heart of Darkness” by Pere Ubu

A record that will make you dance?
“Fly Robin Fly” by the Silver Convention

The best “new” artist / band right now?
Foxygen. Great lyrics, music that nods to the ’60s but still sounds like 2013

Your favourite song about rebellion/revolution?
“Forces of Viktry” by Linton Kwesi Johnson


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Your favourite song last year?

“Get Lucky” by Daft Punk

Your favourite book about music?
Please Kill Me by Legs McNeil

The most overrated band/artist?
U2 — I wish they would go away

The best song you’ve ever written / recorded?
“Tugboat” – as Galaxie 500

Your favourite record of all time?
The Feelies – Crazy Rhythms

CESARE LORENZI

Gruesome flowers (a Captured Tracks history)

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Non abbiamo mai creduto davvero alla retorica “indie”. Ad ascoltare Calvin Johnson o Ian MacKaye abbiamo però compreso che talvolta stare dall’altra parte é una necessitá. Non per moda o per atteggiarsi ma semplicemente per sopravvivere. Trent’anni fa (la Dischord nasce nel 1980) parlare di etichette indipendenti rivestiva questa importanza. Chi ha avuto il buon gusto di guardare “The Punk Singer” (ne abbiamo parlato diffusamente qui) il film-documentario su Kathleen Hanna saprá a che cosa ci riferiamo.

Ma “indie” intese come etichette discografiche nel corso del tempo e nell’accezione comune sono diventate tutte quelle che semplicemente non facevano capo a nessuna multinazionale dell’industria discografica. Storie straordinarie in alcuni casi ma diventa difficile e per ovvii motivi paragonare Ian MacKaye ad Alan McGee, per esempio. (Sulla Creation di Alan McGee magari recuperatevi il documentario Upside Down: The Creation Record Story)

Tutto questo per dire che se abbiamo deciso di spendere due parole sulla Captured Tracks, un’etichetta indipendente di Brooklyn, é solo perché nel suo catalogo abbiamo trovato negli ultimi 6 anni il meglio delle nuove proposte “indie”, ma di etica, di alternativa, di filosofia morale nessuna traccia. Poco male.

Questa premessa era necessaria perché nel caso della CT va apprezzato innanzi tutto il lavoro, come dire, di scouting. La ricerca di nuovi talenti é proprio alla base del manifesto d’intenti che la label stessa si é premurata di pubblicare sul sito, e che potete leggere qui, casomai vi venisse voglia di mandargli un demo.

Impresa familiare, in sostanza, dove le decisioni vengono prese non in base a piani industriali ma grazie alla passione che ispira Mike Sniper (oltre che discografico anche musicista con la sigla Blank Dogs), il factotum che ha messo in piedi un piccolo fenomeno nel giro di poche stagioni. Le edizioni curate in maniera quasi artigianale (del vinile, in particolare) sono solo un altro esempio in questo senso. Amore per la musica, insomma, coniugato ad un eccellente gusto in fatto di nuove e vecchie band.

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Piú che di etica “indie” é piú corretto parlare di artigiani della piccola industria, insomma. Perché se l’ideologia é morta in politica figuriamoci in queste mere faccende legate all’intrattenimento o, ad essere buoni, all’arte.

Messo in chiaro il contesto bisognerebbe mettere in luce la figura di Mike Sniper. Un nerd di prima categoria. Come definire altrimenti qualcuno che se ne sta a Brooklyn e sogna di ristampare vecchie band di shoegazers anni ´90, preferibilmente inglesi?
La CT ha combinato i due aspetti: le ristampe e le novitá discografiche. Ha addirittura aperto una “filiale” destinata solo alle ristampe della Flying Nun, per dire. Ed intanto ha continuato a sfornare uscite di band clamorose, roba che ha segnato in maniera definitiva le ultime annate, a forza di dischi che abbiamo ritrovato nelle playlist di fine anno della stampa specializzata.

Se vi dovesse capitare l’occasione, a Brooklyn, in 10 minuti a piedi vi fate il negozio di Rough Trade e quello per l’appunto di CT, quest’ultimo con una selezioni di vinili usati che se non fate attenzione rischia di azzerarvi il conto corrente. Il negozio di vinile (e cassette) non é che l’ultima delle molteplici attivitá dell’universo che gravita attorno alla figura di Mike Sniper.CT-3-500x331

CT si é rapidamente trasformata in un’etichetta che ormai identifica un mondo. È una delle poche realtá che ha colmato quel vuoto lasciato nel corso degli anni dalle varie Matador, Sub Pop o Creation.

Indie-labels che negli anni ´90 hanno dettato i ritmi di quello che andava o non andava ascoltato, che hanno rappresentato lo stile che andava seguito, che ci hanno semplicemente fatto credere di avere il mondo ai propri piedi. Il sogno si é poi disintegrato ed é per questo motivo che seguiamo le vicende Captured Tracks con interesse, giusto per capire se é ancora possibile seguire una strada differente dalle solite. L’esperienza ci consiglia cautela ma intanto ci stiamo dentro con entrambi i piedi e siamo contenti di poterlo fare.
La Captured Tracks è una di quelle “cose” capaci prima di pigiare il tasto di arresto al fluire delle epoche e successivamente spingere quello di riavvolgimento del nastro senza per questo sembrare una faccenda per nostalgici rincoglioniti. Con i suoi dischi noi forty (e molto) something siamo precipitati in un buco spazio temporale, risucchiati verso la nostra adolescenza che pensavamo nostra e solo nostra ma che invece proprio al centro di quel vortice, un quarto di secolo dopo, ci siamo trovati a condividere con la gioventù di oggi.
Come se un black out totale avesse oscurato una bella fetta del recente passato riportando l’approccio alla musica verso un salutare (almeno per noi) back to basics.

Mike Sniper in una recente intervista ha messo in chiaro da dove viene. Quali sono le band che hanno messo in moto tutto questo processo che ha portato alla nascita della CT, perché ci sono sempre dei colpevoli alle spalle, ce lo ha insegnato la storia, anche la nostra personale.
Ha fatto tre nomi, tra gli altri: Lush, Pale Saints e Medicine (dei quali ha in effetti ristampato il catalogo).

Dei primi ricordiamo un’intervista che facemmo in coppia nel backstage di un locale modenese, nel settembre del 1992 (Sniffin’Glucose esiste da 22 anni, in pratica). Dei secondi un concerto a Francoforte, affrontato dopo 10 ore di macchina, con la stanchezza che piegava le ginocchia. Dei Medicine una data londinese in un pub, con il volume degli amplificatori talmente fuori dai limiti che in seguito i My Bloody Valentine ci sarebbero sembrati delle educande.

Francamente tre episodi che vissuti in prima persona mai ci avrebbero fatto pensare di poterne parlare a distanza di cosí tanto tempo. Ma questi sono i vantaggi dell’esserci stati. Non potevamo naturalmente sapere che dall’altra parte del mondo, gli stessi avvenimenti, avrebbero modellato l’“educazione sentimentale” di una persona che, a sua volta, si ritrova a condizionare i nostri ascolti attuali.

Una sorta di circuito di associazioni musicali, di indole e di attitudine che potrebbero sembrare casuali. Invece, se ci ritroviamo settimanalmente con quei dischi marchiati CT tra le mani significa solamente che un cerchio in qualche modo é andato a chiudersi.

Di seguito un elenco di personalissime scelte dal catalogo, per fare il punto dei questi primi sei magnifici anni di vita.

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Dum Dum Girls: s/t EP (CT 001, 2009)
Dietro la sigla pare si nasconda una ragazza che di nome fa Dee Dee (dice nulla?) e di mestiere cataloga libri in una biblioteca della città in cui vive, Los Angeles. Esaurita la manciata di copie del primo quarantacinque giri (Longhair, Hozac Rec.), elementare e dissonante esercizio sul canovaccio Velvet Underground/Jesus and Mary Chain, la ragazza ha pubblicato un 12” che pare la riedizione di un vecchio singolo dei Pastels riversato su vinile da un nastro ancor più vecchio e mal in arnese.
La musica esce rumorosa eppure avvolta nell’ovatta di una registrazione al cloroformio che narcotizza ganci surf, nasconde la voce e anestetizza chitarre fuzz. Il tempo sancirà se trattasi di meraviglia o ennesimo pacco, per ora registriamo con un sorriso il caos con cui dal suo sito la ragazza, o chi per lei, gestisce gli ordini delle prime uscite e posta video che paiono vecchi nastri di famiglia residuati dagli anni’70.

The Beets: Spit in the face of People Who Don’t Want to Be Cool LP (CT 010, 2009)
Sono in quattro e arrivano dal Queens (NY). Si inventano melodie a presa rapida, praticamente istantanea, ma fanno di tutto per nasconderle dietro ad un suono minimale e molto, molto casalingo. Sarà l’attitudine da buona la prima guai a riprovarci o anche solo il quartiere di provenienza, ma finiscono per ricordare i Ramones in salsa folk. O quei Moldy Peaches dei quali ci innamorammo qualche anno fa e dei quali ancor oggi stiamo cercando degni epigoni. Sgangherati nel sentire la musica, puliti e precisi nell’esprimere quel sentimento.

The German Measles: Wild EP (CT 030, 2009)
Gente che non ha la minima idea di ciò che sta facendo, i German Measles da Brooklyn. Quartetto il cui 50% milita nelle fila dei Cause Co-Motion! (non sapete chi sono? Affari vostri), piazzano su un vinile a 12” sei canzoni che friggono sopra un fuoco garage pop punk incredibilmente contagioso. Eternity, traccia d’apertura del secondo lato, è un vero e proprio inno. Di fronte a tale meraviglioso sfacelo non possiamo far altro che alzarci in piedi ed applaudire.
Dei German Measles si sono perse le tracce dopo A German Joke Is No Laughing Matter, album uscito per What’s Your Rupture nel 2011. Un paio di loro di recente hanno pubblicato in balotta totale (Crystal Stilts, Juan Waters, Gary Olson) un album a nome Beachniks. Se lo trovate in giro comperatene una copia anche per me, ve la pago bene.

Blank Dogs: Under and Under 2xLP (CT 059, 2010)
Synth e battiti elementari di drum machine, chitarra in riverbero perenne, il basso che ingrana giri wave. Il poker di inizio carriera dei Cure è la bibbia, tutto il resto si trova nella serie di ristampe infilata dall’etichetta del capo (Servants, Cleaner from Venus, Chills, Medicine, Wake, Servants, Clean). Pop in equilibrio, a tratti rumoroso e scuro a tratti semplicemente – appunto – pop con aperture melodiche capaci di suscitare emozioni.

Beach Fossils: s/t LP (CT 067, 2010)
A volte cercare di descrivere un suono semplice e diretto è più arduo che azzardare spiegazioni circa musiche costruite su strutture complesse.
Beach Boys e Byrds passati attraverso un setaccio che alla fine trattiene quasi tutto, tranne le melodie, perfette nel loro scheletrico splendore, giri di chitarra essenziali, voce lontana, simulazione di cori da spiaggia californiana e le improvvise virate in accelerazione brit wave di Twelve Roses e di Daydream, capolavoro assoluto per chi ha amato i suoni eighties di Sound e Chameleons.

Wild Nothing: Gemini LP (CT 068, 2010)
Cocteau Twins, Smiths, Belle and Sebastian e Pains of Being Pure at Heart. Scegliendo quattro punti cardinali distanti tra loro nel tempo ma ugualmente adatti ad inquadrarne il suono e ancora più lo spirito, il disco con cui Jack Tatum iscrive il suo nome a referto rimbalza nel perimetro limitato da questi quattro nomi. Un dream pop che quando trova la strada giusta nel mettere in fila ritmo, strofa e ritornello (Summer Holiday) sbriciola il gelo costruito altrove sulla rarefazione dei suoni (Pessimist e The Witching Hour) e sull’uso romantico e molto smithsiano delle parole: Boys don’t cry/They just want to die (ancora Pessimist) e più oltre Our lips won’t last forever and that’s exactly why/I’d rather live in dreams and I’d rather die (Live in Dreams). Ingenuo e minimale, Wild Nothing pare citare i New Order (Chinatown), ma in realtà come molti dei suoi coetanei punta verosimilmente altrove: ai mai dimenticati Field Mice, ai Wake e alla Svezia di scuola Labrador.

The Soft Moon: s/t LP (CT 085, 2010)
Tra i tanti gruppi che negli ultimi anni hanno fatto del revival wave la propria ragione di vita, i Soft Moon sono assieme ai Prinzhorne Dance School quelli che più di ogni altro sono riusciti a coniugare rigore stilistico e perfezione filologica nell’interpretazione di quel preciso immaginario. Suono secco e subito puntato alla gola, profondo. I muri tremano sotto i colpi del basso che pulsa come materia viva. Luci bianche e buio tra mille flash che si trasformano all’istante in flash back capaci di accentuare nei più giovani il rimpianto per un’epoca che per colpa dell’anagrafe non sono stati in grado di vivere.

Minks: By The Edge LP (CT 086, 2011)
I Minks sono l’ennesimo tassello di quella lunghissima sequenza di nomi che collega il primo decennio del nostro secolo alla penultima decade del precedente. Coppia newyorchese girl/boy talmente bella a vedersi da risultare quasi sospetta, i Minks a parole la buttano sul gotico (Funeral Song, Cemetery Rain, Our Ritual) mentre coi fatti pescano a piene mani dall’immaginario sonoro minore di quegli anni ’80 lontani ma sempre presenti: l’arpeggio della strumentale Indian Ocean è in parti uguali miscela di Felt e Durutti Column, mentre Funeral Song è a tutti gli effetti una canzone (riuscitissima) vagante nello spazio tra il secondo e il terzo album dei New Order.
Quelli fighi citeranno Wake, Field Mice e qualche sconosciuto singolo della Sarah, quelli meno sofisticati troveranno relazioni coi Drums (Cemetery Rain) e addirittura legami con i Culture Club (Ophelia).

Widowspeak: s/t LP (CT 118, 2011)
Condividono le visioni cupe dei Mazzy Star, una voce di donna che calca frequenze in zona Hopa Sandoval e una sensazione generale di tristezza, angoscia e malinconia spalmata su canzoni estremamente. La chitarra lambisce il feedback e arrota un suono che passeggia su bordi indie. Non ci sono tracce deboli e nessun riempitivo, la band con l’ aiuto di Jarvis Taveniere di Woods crea un suono unico utilizzando materiali pur familiari a tutti.

DIIV: Oshin LP (CT 158, 2012)
Non glielo auguriamo ma Zachary Cole Smith potrebbe diventare il Cobain della sua generazione. Per ora non si capisce quanto ci faccia e quanto ci sia, comunque sia il debutto dei suoi DIIV è stata una sorpresa: fortemente derivativo, come del resto il 100% del catalogo CT e tutto sommato piuttosto monocorde eppure pervaso di personalità e con una canzone (Doused) che a me personalmente ha risolto parecchie serate nell’ultimo biennio.

Holograms: s/t LP (CT 159, 2012)
Da Stoccolma via New York ancora un centro dalle parti dell’etichetta di Mike Sniper. Basterebbe una traccia per far scivolare l’omonimo debutto degli svedesi nei cuori degli indie kids se la categoria esistesse ancora: Chasing My Mind è frenetica, disordinata e orecchiabile come fosse un singolo punk del ’77 suonato con la consapevolezza della wave successiva, riuscendo ad essere canzone ugualmente monumentale e schizofrenica. Poi c’è tutto il resto, che è come se i Comet Gain avessero deciso di suonare i primi due dischi dei Killing Joke, per citare due realtà care a chi scrive. Tecnologia cheap, un pizzico di cattiveria, una parte di disperazione da noia e quel senso di melodia per cui gli svedesi sono secondi (forse) ai soli inglesi.
Innamoramento istantaneo.

Mac DeMarco: 2 LP (CT 164, 2012)
Come Ariel Pink in canadese Mac DeMarco, classe 1990, si tuffa nel soft rock americano anni ’70 e lo attualizza con gusto innato per la melodia. Sregolato, bizzarro e cazzone tout court il ragazzino quando decide di ingranare la marcia sbaraglia la concorrenza.

Perfect Pussy: Say Yes to Love LP (CT 192, 2014)
Siamo sinceri: dei Perfect Pussy non ci abbiamo ancora capito nulla. Il disco ci piace e non ci piace, ma loro sembra abbiano cose da dire e paiono molto molto interessanti.
Impossibile non prestargli attenzione, del resto con il nome che si sono scelti come si fa a girarsi dall’altra parte?

Arturo Compagnoni & Cesare Lorenzi

Last Great American Whale

Fatemi il nome di qualcuno che riuscirebbe a togliersi da quel ginepraio che era Berlin per fare Sally Can’t Dance – un disco di facili costumi, che ha svicolato dai gusti dei fan di vecchia data per fare tutte le concessioni possibili al genere commerciale, scendendo al livello più basso di porcheria tollerabile – e saprebbe far arrivare quel disco di merda tra i primi dieci in classifica.
Lester Bangs

I Velvet Underground sono uno dei miei gruppi preferiti di sempre.
Mi piace tutta la loro discografia.
E apprezzo praticamente ogni cosa che i componenti di quel gruppo hanno messo fuori dopo lo scioglimento della band.
L’unico che ho perso di vista è stato Sterling Morrison, per il resto mi piacciono da morire Chelsea Girl e Desertshore di Nico; ho consumato Vintage Violence e Fear di John Cale; I Spent a Week There the Other Night di Maureen Tucker mi fa uscire di testa.
E naturalmente amo qualunque cosa abbia pubblicato Lou Reed.
Persino Growin’ Up in Public.
Ecco, lascio da parte giusto Metal Machine Music che per i miei gusti indie snob è un pelo indigesto e Lulu perché i Metallica proprio non li sfango.

Detto questo, ricordo la prima volta che parlai con Frabbo.
Era la sera in cui gli Oh Sees suonarono al Covo qualche anno fa.
Stavo intrattenendo qualcuno con la mia passione – già allora evidente – per John Dwyer (argomento che mi è capitato di rinfrescare anche su questo blog qualche settimana fa), raccontando con enfasi di quanto mi piacessero i Coachwhips quando Frabbo, che ancora non conoscevo personalmente se non per il suo ruolo “pubblico” di cantante dei The Tunas, sibilò li di fianco a me un secco: a me i Coachwhips fanno cagare.
Non gliel’ho mai detto ma ho apprezzato la sua franchezza quella sera.
Mi interessano opinioni diverse dalla mia quando ad esprimerle sono persone che reputo interessanti.
Per il resto ho una tale età per cui posso permettermi di ignorare le opinioni di tutti gli altri.
Mi possono infastidire certo, a volte anche fare arrabbiare, ma sono tranquillamente in grado di ignorarle.
Per questo – colgo l’occasione di scriverlo qui a futura memoria – non sono solito rispondere a chi cerca di attacar briga.
Non so se questa introduzione può servire a spiegare in qualche modo il motivo per cui ho chiesto a Frabbo di intervenire in questa sede o aggiunge qualcosa a quello che lo stesso Frabbo ha scritto qui di seguito.
In ogni caso mi pareva il caso di scriverla.
Arturo Compagnoni

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Ascolto i Velvet Underground da una vita.
Li ho scoperti 17 anni fa, quando trovai tra le cose di mio padre una cassettina su cui erano stati registrati i loro primi due lp. Avevo 14 anni, frequentavo il primo anno all’Istituto D’Arte ed ero molto più sfigato di adesso.
Ricordo che c’era l’occupazione.
E la neve.
Chi mi conosce e sa del mio profondo amore per quei due album prima o poi arriva a pormi una domanda: ma te che piacciono tanto i Velvet Underground non sei anche quello cui fa cagare Lou Reed? .Lou-Reed-2
Eccomi qui, presente!

Alcune settimane fa Arturo mi ha incontrato mentre suonavo qualche disco ad una mostra fotografica dedicata alla NY di Lou Reed.
Lui è un fan dichiarato dell’uomo e chiacchierando della cosa si è incuriosito: non è che se a uno piacciono i Velvet necessariamente debba apprezzare anche colui il quale ne fu il cantante, ma il fatto di disprezzare Lou Reed e contemporaneamente amare profondamente i VU è una faccenda che un minimo di corto circuito può crearlo.
E capisco possa incuriosire.
Ergo mi ha detto – non in questi termini ma mi piace pensare che il significato intrinseco fosse questo – spiegami perchè i Velvet si e Reed no, magari scrivilo e dillo ai quattro venti, se hai le palle!
Ho accettato.
E ora provo ad andare con ordine, partendo dal principio.
La mia diffidenza nei confronti di Lou Reed comincia praticamente nel momento in cui mio padre cercò di introdurmi alla musica che ascoltava da giovane.
Superati senza problemi gli ascolti di Led Zeppelin, Cat Stevens, Deep Purple (periodo Machine Head, una vera tortura) – ostacoli davanti ai quali oggi peraltro scapperei a gambe levate – mi arenai una volta arrivato a Bowie che, per la cronaca, in seguito ho imparato ad apprezzare molto.

Nella situazione di stallo post Bowie, confidando nel sangue rollingstoniano che scorre nelle vene di famiglia, mio padre provò ad indirizzare la mia attenzione su Lou Reed, partendo da Transformer.
Quel disco riscosse immediatamente il mio interesse, non fosse altro per il fatto che il titolo pareva un richiamo agli amati (e profondamente desiderati) Transformers.
Fui effettivamente rapito dall’attacco di Vicious: che figata!
Poi però arrivò il resto e il dramma si sviluppò rapidamente.
Non che capissi chissà cosa al tempo, d’altra parte avrò avuto più o meno 9 anni, ma l’atmosfera decadente che permeava quei solchi mi parve qualcosa di estremamente artificioso.
Mi viene in mente quando qualche tempo dopo mi regalarono una copia di Loaded.
Avevo 15 anni.
Mamma mia che noia, che beatlesata da strapazzo.
Quel disco l’ho venduto dopo un anno per comprarmi Superfuzz Bigmuff dei Mudhoney.
Ora la mia morosa lo mette sempre su, ed io sopporto in (quasi) silenzio.
E ricordo anche quando ascoltai per la prima volta il terzo album dei VU, che a 19 anni mi feci prestare con la speranza di trovare tra i suoi solchi una risposta. Il tassello mancante in grado di svelarmi il mistero e farmi finalmente sentire parte del genere umano e non della solita imprecisata razza aliena.
Non arrivai a metà del disco: una rottura di palle così non l’avevo mai sentita.
E dire che ero uno che ascoltava Nick Drake, perciò ero avvezzo alla smaronata.
No, neanche stavolta ce la feci.
Ma sto divagando, torniamo al punto: perché allora, alla luce di tutto ciò, ho abboccato come uno stronzo ai primi due lp dei Velvet?
Bè, qui si apre un discorso che sarà difficile sintetizzare, ma ci proverò. Schematizzando, andando per punti ma soprattutto cercando di non essere troppo analitico, giacché questo articolo nasce come chiacchierata da bar, e come conversazione da bar deve morire:
1) Apprezzo l’essenzialità, la semplicità e tutte quelle belle cose che fanno “punk”. Ma la sperimentazione è sacra. I Velvet non sperimentavano: facevano il macello.
Chitarre quasi free jazz, rumore, beat monotoni, voci femminili solenni, r&b, influenze dylaniane ma, soprattutto, il disastro.
Annotate la cosa e ricordatela quando tra poche righe arriverete al punto 3).
2) L’orrendo clima artistoide attorno al quale gravitavano. Sarà un caso eh, ma la carica creativa più deflagrante di Lou Reed e dei VU si è consumata tutta nel periodo in cui bivaccavano alla corte di Warhol.
Mi verrebbe quasi da dire che Lou Reed sia una delle migliori creazioni di Warhol.
131027155626-11-lou-reed-restricted-horizontal-gallery Purtroppo, una volta scappatogli di mano (esattamente come la pop art), si è trasformato in quello che si è trasformato.
Ed infatti, come vediamo i quadri di Schifano fatti coi maccheroni venduti al Telemarket, ascoltiamo partire Perfect Day nei programmi della fascia oraria tardo pomeridiana che trattano di storie d’amore tra perfetti sconosciuti, quasi sempre al limite del subumano.
3) John Cale: lui era il vero supereroe dei VU.
Ok, Lou Reed scriveva la maggior parte delle canzoni, belle finché vuoi, ma senza John Cale dove vuoi andare?!?
Cosa ti salta in mente di mandar via uno così?!?
Sono convinto che la canzone bella sia tutto, ma a volte il vestitino che le metti fa la differenza.
20012660 Ad esempio, io sono sicuro al 100% che John Cale non avrebbe mai piazzato quel sax da pornazzo su Billy (da Sally Can’t Dance).
Infatti i dischi di John Cale da solo, in genere, non mi dispiacciono.
4) Nico. In White light/White heat non c’è ok, e quello è effettivamente il mio disco preferito dei VU.
Ma non importa.
Mi interessa quando canta, quasi declamando, la tragedia di All Tomorrow’s Parties o quando sussurra I’ll Be Your Mirror, con il suo accento teutonico e la violenta freddezza di un ghiacciolo infilato dove non batte il sole.
Sì insomma, non è male ascoltare ogni tanto qualcuno che non biascica dietro al microfono.
E infatti, come sopra, i dischi solisti di Nico, in genere, non mi dispiacciono.

Con Lou ce l’ho messa tutta ma non ha proprio funzionato.
Ho provato con Berlin, ho provato con Sally Can’t Dance, con Rock’n’Roll Animal, persino con New York e col blasonatissimo Street Hassle, e la mia personale conclusione è questa: il disco con i Metallica è la cosa più interessante e coraggiosa che abbia mai fatto dai tempi di Metal Machine Music.
Poi, che faccia oggettivamente vomitare, è un altro discorso.
Inoltre, non vorrei scadere nel radical-chic ad ogni costo, ma se dico che Metal Machine Music è l’unico suo disco che non mi tortura la borsa è, ahimè, tragicamente vero: non tanto per l’inutile rumorazzo che serpeggia fra i suoi solchi, ma per il concetto che sta dietro.
Sì, lo so anche io che col concetto e basta – per fortuna – non si fa musica, ma (e questo non lo dico io ma le sue interviste ed i suoi biografi) quando uno, la cui discografia è basata sull’inerzia e sulla poca convinzione nei confronti di quasi ogni suo disco, decide di andare totalmente a culo col mondo pubblicando un album del genere, bè per quanto mi riguarda è lì che vince.
Certo, qualche canzone che riesco ad ascoltare senza sbroccare l’ha certamente azzeccata, ma il solo fatto che non ne ricordi una (a parte la succitata Vicious) direi che è abbastanza sintomatico.
Poco tempo fa è capitato che le mie orecchie si imbattessero casualmente in Walk On The Wild Side, e sono stato colto da un’irritazione atroce, pari a quella che provo quando ascolto Battiato per radio o nel momento in cui qualcuno mi fissa.
Ero con un amico che in quell’istante ha condiviso il mio malumore mettendomi così una pulce nell’orecchio, e una domanda ha iniziato a rimbalzarmi in testa: ma davvero tutti pensano che sia questa colossale figata??
Seriamente, se dischi del genere li avesse fatti che so, Amedeo Minghi, e quando dico dischi del genere intendo proprio Street Hassle e roba così, davvero sareste tutti così convinti?
Boh, non so.
Il dubbio mi rimane.
In ogni caso, perdonatemi.
Davvero ci ho provato, ma non lo affronto.
Riccardo Frabetti

Are you giving me your heart??

AngelOlsen_byZiaAnger2

Ci sono arrivato per caso, in una di quelle serate passate di fronte allo schermo di un pc, cercando di schivare gli ultras da tastiera che infestano il web. Non so se avete presente, uno di quei momenti dove vi sembra che tutto il mondo (o magari solamente i vostri amici virtuali) abbia opinioni circostanziate, brillanti, definitive su qualsiasi fatto di cronaca.
Oscar a Sorrentino? Segue una valanga di insulti, precisazioni, battutine, freddure. In mezzo pure qualcosa di brillante, a dire il vero, che viene però affogato nella moltitudine di parole inutili.
Il giorno dopo è comunque tutto archiviato.
E si riparte, di nuovo.
Luci della centrale elettrica?
E via andare, un diluvio di cazzate scritte come tanti editorialisti del New York Times de noantri.
La sensazione è di inedeguatezza, di non appartenenza. Nulla di snobistico, intendiamoci. Anzi, al contrario. La scelta di rimanere fuori dall’arena, ai margini. Un’altra volta.

Are you lonely too?
Are you lonely too?
HIGH FIVE

Poi, come spesso accade, ti salva la giornata una canzone. Che sembra volerti tirar fuori da quel vortice. Sei da solo anche tu? Dammi un cinque! Così sono io.
E’ una voce fragile, la canzone è però accativante, direi pop. Il ritornello è irresistibile, neanche fosse una cover di Nancy Sinatra, con quell’andamento quasi country.
Hi-Five di Angel Olsen è sostanzialmente una di quelle canzoni che emerge, cattura, ti fa comprendere immediatamente che vale la pena investirci del tempo.jag244cvr

Angel Olsen parlando del disco che contiene la canzone in questione (il brillante Burn Your Fire For No Witness (Jagjaguwar Records) racconta che è nato proprio come assunzione di responsabilità. Talvolta è necessario distaccarsi anche dai propri amici, familiari, conoscenti per dare semplicemente ascolto alla propria anima. Angel Olsen ha coniugato in canzoni questa necessità personale. Ha per la prima volta registrato in uno studio professionale (è il terzo album), per la prima volta le priorità sono state semplicemente le canzoni. Si capisce quando un brano nasce da una forte spinta, come dire, di fermento emotivo.
Quando in quei pochi minuti si ritrova la vita di una persona.
Angel Olsen ha fatto un disco così: capace di raccontarsi con forza. Ho pensato al debutto di PJ Harvey, in qualche occasione. Non tanto come suoni ma per quel mettersi a nudo in maniera così definitiva.

Burn Your Fire For No Witness ha un altro grande merito: è un disco non di genere. Perchè ai brani più accattivanti, la già citata Hi-Five o l’altro singolo Forgiven/Forgotten, fanno da contraltare le composizioni più minimali, solo voce e chitarra. Il tono è quasi spettrale, lontano anni luce dal pop radiofonico degli episodi precedenti. Ma questi sono alla fin fine proprio i momenti che rischiano di rimanere più a lungo archiviati in memoria.

Angel Olsen é giunta ad un bivio, sembra lasciarsi definitivamente alle spalle il passato nei club piú scassati del circuito folk di Chicago (qualcuno la ricorderá anche sul palco con Will Oldham in un tour italiano) per ritrovare la propria frangetta catapultata tra le pagine della poca stampa musicale che ancora ha un ruolo.

Angel Olsen ci fa sentire semplicemente meno soli: sono canzoni che mettono in luce la consapevolezza della scelta di rimanere ai margini, in un ruolo che non vuole essere consolatorio ma dettato da una semplice scelta di parte. Senza nessuna polemica, senza doversi giustificare con nessuno. Alla ricerca di un posto dove poter venire a patti con se stessi.

Cesare Lorenzi

Pop kills your soul

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Per quelli che come noi hanno cominciato ad appassionarsi alla musica tra la fine degli anni ’70 e il decennio successivo le etichette discografiche hanno sempre rivestito una loro specifica importanza.
Il fatto di uscire per una label piuttosto che un’altra stabiliva di solito l’appartenenza a una tribù e spesso certificava la qualità della proposta offerta.
Rough Trade, Factory, 4AD, Alternative Tentacles, Creation giusto a dire le prime che ci vengono in mente, hanno tutte pubblicato almeno per un certo periodo di tempo, dischi che a comperarli a scatola chiusa non ti sbagliavi mai.

Anche in Italia di etichette discografiche importanti ne abbiamo avute.
Tra queste la Vox Pop per i nostri interessi e gusti personali è senz’altro stata una di quelle che negli anni in cui è stata in vita (tra il 1989 e il 1997) ha spostato cose e lasciato segni.
Per quel che ricordiamo da osservatori esterni (la Vox Pop aveva sede a Milano), giovani e magari anche un po’ ingenui, ci pareva che da quelle parti si fosse aperto un laboratorio importante. Un luogo dove si cercava, almeno agli inizi, di sommare un sano entusiasmo per musica e musicisti, un certo senso estetico e l’idea di dare in ogni caso un ordine alle cose rendendole appetibili al mercato e non semplicemente esercizi di stile fine a se stessi.
Riuscirono ad arrivare a un passo, forse anche meno, dal perseguire l’intento.
Poi il meccanismo si inceppò a causa del totale consumo delle forze disponibili e probabilmente pure per l’esaurimento di quel desiderio di divertimento che sempre ne caratterizzò scelte e gesta.

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Nelle scorse settimane ci è capitato per le mani un cortometraggio di cui non conoscevamo l’esistenza e che per quanto ne sappiamo è sempre rimasto inedito.
Un breve documentario che testimonia gli inizi di quell’avventura.
Oltre ai due personaggi che animarono la Vox Pop (Carlo Albertoli e Giacomo Spazio) ci sono dentro tre musicisti che in seguito sarebbero diventati, ognuno a modo suo, importanti: Mauro Ermanno Giovanardi, all’epoca noto come Joe, cantante dei Carnival of Fools e futuro La Crus; Stefano Rampoldi allora nei Ritmo Tribale, oggi a pubblicare dischi col solo pseudonimo di Edda; Manuel Agnelli, giovanissimo Afterhours che chiude il filmato con una cover acustica dei Joy Division.

E’ una testimonianza di un’altra epoca che ci limitiamo a condividere senza addentrarci in analisi o giudizi.
Un possibile spunto per qualche considerazione o semplicemente l’ennesimo esercizio voyeuristico per misurare come (e cosa) eravamo.
Fate voi.
Ci pare in qualche modo significativo e chiusura dell’ennesimo cerchio, scorrerne immagini e parole proprio nei giorni in cui gli Afterhours, indubbiamente a posteriori il più popolare tra i gruppi nati in casa Vox Pop, stanno mettendo in moto i festeggiamenti per il ventennale dall’uscita di Hai paura del Buio?, disco pubblicato dalla Mescal proprio nei giorni in cui Vox Pop chiudeva i battenti.

Sotto al documentario recuperiamo l’intervista a, Carlo Albertoli, con cui entrai in contatto via mail nella primavera del 2005, nel contesto di stesura della “Guida Pratica” di Rumore dedicata al rock italiano degli anni ’90.

Quando, come e perché è nata Vox Pop:
Anche se i primi dischi con il marchio Vox Pop sono del 1988, l’etichetta nasce ufficialmente nel novembre dell’anno successivo, come diretta conseguenza dell’avventura di Vinile, come gioco irresponsabile, come esigenza che prende corpo grazie ad un idea di Giacomo Spazio e alla voglia di cinque persone, presto ridotte a tre, di cui una in grado di investire sei milioni sei, di vecchie lire.
Vox Pop è nata perché ce n’era bisogno.

Quando, come e perché è morta Vox Pop:
Una mattina mi sono alzato, mi sono guardato allo specchio e non mi è piaciuto quello che ho visto. Ho detto basta anche perché l’avventura Vox Pop era già finita da tempo: per mancanza di soldi, per stanchezza, per l’indifferenza del mondo, per le pugnalate alle spalle di cui ancora porto i segni nel cuore.
Nel febbraio del 1998 il marchio Vox Pop è stato ceduto alla Flying Records. Tre mesi dopo me lo sono ripreso perché non mi hanno pagato, ma non ne ho più fatto niente.
Già che ci sono ci tengo a precisare che Vox Pop non è fallita, non si è lasciata alle spalle scie di creditori incazzati o di band sbandate. Vox Pop ha chiuso. Venduto il vendibile, pagati i debiti, chiuso bottega: tutti a casa.

Il momento in cui hai pensato di avercela fatta, e quello in cui hai pensato: la storia è finita?
Avercela fatta? Quando mai, ahimè. Ci sono stati momenti chiave, belli e brutti. In ordine sparso: il momento in cui siamo stati invitati a New York perché i nostri dischi in inglese piacevano; il momento in cui ho abbandonato il mio bel posto di commesso part-time in un negozio di dischi perché Vox Pop richiedeva oramai il tempo pieno; il momento in cui ho infilato il demo dei Prozac + nello stereo della macchina e dopo la prima canzone mi sono messo a suonare il clacson dalla contentezza; il momento in cui ho aperto Rumore e ho visto che la recensione di Germi di Afterhours era dodici righe in terza colonna; il momento in cui ho dovuto dire a Micro che non potevo più permettermi di pagarle uno stipendio; il momento in cui Mau Mau hanno firmato il contratto; il momento in cui Radio DJ ha cominciato a suonare i Sottotono; il momento in cui ho dovuto vendere il demo dei La Crus per pagare le bollette del telefono.
La storia è finita quando nessuna major si è dimostrata interessata a collaborare con Vox Pop a condizioni né strangolanti, né umilianti, che consentissero dignitosa sopravvivenza e ragionevole sviluppo a me e ai gruppi: le ho girate tutte. Volevo 400 milioni all’anno per mandare avanti un’etichetta con Afterhours, Africa Unite, Mau Mau, Prozac +, Sottotono, Technogod, Voci Atroci.
La EMI mi ha riso in faccia.

Il disco di cui sei più orgoglioso, quello che a conti fatti non avresti mai voluto uscisse per Vox Pop, quello che avresti voluto far uscire tu ma ci ha pensato qualcun altro:
Sono orgoglioso degli Afterhours, degli Africa Unite, dei Mau Mau, di Mr. Puma, dei Prozac +, degli OhmegaTribe, di Kriminale, dei Sottotono, degli Strike, delle Voci Atroci. Saluto i Persiana Jones e colgo l’occasione per dire che non mi sono mai piaciuti, ma che Silvio e Beppe pur con la zucca dura che si ritrovano sono degli ottimi guaglioni. Ma soprattutto sono orgoglioso e onorato di aver lavorato con Mr. Puma, personaggio fulminante, illuminante, commovente.
Sui dischi imbarazzanti, che cali il meritato oblio. Mentre dei contemporanei non invidio niente, ma se fossi in giro adesso mi intrigherebbe lavorare con Verdena e Caparezza. E Vinicio Capossela, naturalmente.

Come venivano gestiti i rapporti con musicisti, stampa e altre etichette discografiche?
Con sincerità – schietta e un po’ violenta, stile Vinile – con giusto quel minimo di distorsione creativa della verità che aiuta a campare ma non fa male al prossimo. Questo non ha aiutato, ma quando i rapporti tengono, capisci che ne vale la pena. Particolarmente refrattari a sentirsi dire come la pensavo, ovviamente erano i giornalisti: ho anche rischiato la denuncia da una che si era un pochino inviperita. Per fortuna c’era Micro che si occupava di lisciare penne e massaggiare palloni gonfiati. I rapporti con la stampa erano difficili: ho sempre digerito male indifferenza, paternalismo, supponenza, distrazione e palese ignoranza. Pochi quelli buoni.
A parte Micro e uno che se aveva tempo e voglia si occupava della grafica, dal 1991 in avanti ho fatto tutto io da solo. Se ci ripenso non riesco ancora a capire come.
Con Flying, che ci distribuiva, ho avuto rapporti ottimi, c’erano persone eccezionali che mi hanno veramente aiutato. Con BMG è stato un disastro. L’EMI una tristezza da barzelletta.

L’idea musicale di partenza era decisamente anglofona, poi la svolta:
L’idea di passare al cantato in italiano è stata dei gruppi. Noi nel frattempo avevamo compreso che certe velleità di esportazione erano per l’appunto soltanto velleità e che se avevi qualcosa da dire in Italia, ad un pubblico italiano, tanto valeva farlo in italiano.

I tuoi anni ’90 e gli anni ’90 della tua città, Milano:
I miei anni ’90 li ho trascorsi incatenati alla Vox Pop, mentre intorno Milano si sgretolava sotto i colpi dei vari Pillitteri e Formentoni. Persone tante, amici pochi. Gli squat alternativ-chic mi davano l’orticaria. Per dirla con l’autorevole poeta meneghino Manuel Agnelli: l’alternativo è il tuo papà. Mi piace ricordare la breve stagione del Tunnel, locale disposto a rischiare ed un posto dove la musica veniva trattata con rispetto.

Hai nostalgia di quegli anni?
Assolutamente no. Vox Pop è stato il mio lavoro e la mia fidanzata, i gruppi i miei bambini. Adesso ho una moglie bella e vera e una pupa fantastica. Sono stati anni eccitanti ma terribilmente pesanti: quando fai cento milioni di debiti per pubblicare dei dischi che non sai se venderanno, può capitare ed è capitato di svegliarti la notte per il panico, e non è bello. Non so chi me l’abbia fatto fare, ma l’ho fatto. Però ora sono contento che sia tutto finito.

Col senno di poi: cosa cambieresti oggi delle decisioni prese allora?
Non darei il controllo della società parallela di edizioni musicali ad un criminale, nonché grandissima testa di cazzo. Per il resto ho fatto tutti gli sbagli più volte. Ma non ne sono pentito.

Ha un senso, secondo la tua esperienza, mettere in piedi un etichetta discografica in Italia? Tu lo ritenevi un passatempo in attesa di diventare grande o pensavi potesse trasformarsi nel lavoro della vita?
Diventare grande? Ho iniziato Vox Pop all’età di 28 anni e quindi già piuttosto cresciutello, magari non ancora per gli standard della gerontocrazia italiana (quanti ultratrentenni e quarantenni nei gruppi ancora considerati giovani?) ma comunque ancora in grado di intendere, volere e sognare. Non ho mai pensato, voluto, progettato di fare il discografico fino al momento in cui mi sono trovato a farlo. Ho fatto dischi con passione ed entusiasmo – certo non come hobby – e avrei anche continuato, ma non è stato possibile, perlomeno non nel modo in cui volevo farlo io.
Per mettere in piedi un etichetta discografica in Italia bisogna secondo me essere matti, oppure avere tanti soldi. Ma soprattutto NON considerarlo un passatempo.

Arturo Compagnoni

Di fotografie letterarie, di voci nella tempesta, di canzoni e amori eterni

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Bill Brandt (1904-1983) è considerato uno dei più importanti fotografi inglesi del ‘900. Nasce però ad Amburgo da padre inglese e madre tedesca. Poi rinnegherà l’origine tedesca finendo per sostenere di essere nato nel “sud di Londra”.

bill-brandt-690x1011I suoi lavori più noti, dopo la fase di “fotografia sociale” degli anni ’30, riguardano nudi e paesaggi. O meglio : vertono sull’utilizzo del nudo nel paesaggio e sul considerare il nudo “come paesaggio”. Le sue immagini sono fortemente distorte, al fine di creare prospettive e profondità che cerchino una sintonia compositiva con gli ambienti esterni, visti in un’ottica “onirica” ma, in qualche modo, alternativamente naturalistica. Analogamente spiazzanti, e conturbanti, risultano i nudi realizzati in interni, dove i corpi femminili – pur alterati nelle proporzioni e nelle forme dalle lenti distorte e dai grandangoli, assumono morbidezze e levigatezze di grande sensualita’ – sembrano dialogare in una specie di “immobile movimento” con gli elementi di arredamento (letti, divani, mobili, specchi….).proportional_620_BB2

Ma una cosa, tra le tante altre, mi rende particolarmente caro Bill Brandt : non era quasi per niente interessato alle fotografia come “momento della ripresa”. In effetti i suoi più importanti lavori sono arrivati al massimo livello espressivo mediante la rielaborazione fatta in camera oscura, aggiustando o modificando tonalità, luci, densità e taglio delle immagini, in un modo molto più radicale ed estremo di qualsiasi altro fotografo. Lui scattava, ecco tutto, e poi il vero lavoro cominciava in sede di rielaborazione, dove le costrizioni e le imposizioni dl tempo “reale”, così come le fasi meteorologiche o la semplice alternanza di giorno-notte, perdevano senso a beneficio della totale libertà di creare “qualcos’altro”, qualcosa che molto oltre la visione concreta si agganciava e viaggiava nel suo mondo profondo, nascosto soprattutto a lui stesso.
Insomma il suo lavoro l’ho sempre “sentito” e visto come il lavoro di un poeta, occupato a lavorare con le immagini, con immagini all’interno delle quali si nasconde un testo, e il lavoro si fa soprattutto per poterlo leggere e capire. Visto che la poesia, alla fine di ogni discorso, altro non è che il tentativo di buttare fuori qualcosa che solo quando appare in superficie può forse raccontarci il proprio significato.

Poi c’è ancora un’altra cosa : nel maggio del 1984, acquistai in una libreria di Shoreditch, una copia usata ma in perfette condizioni del libro fotografico di Brandt “Literary Britain”, la infilai in una 24 ore che pure avevo appena acquistato (finalmente cosciente di quanto peso, fra libri, carte e accidenti vari mi portavo addosso ogni giorno) e da quel momento non me ne sarei separato più, e avrei sempre continuato a leggerlo, rileggerlo, guardarlo, riguardarlo, copiarlo (certo…perché no?…), farne la base per tanti voli di fantasia, per un amore destinato a durare anni e anni per l’Inghilterra e per i suoi scrittori e per visite indotte ai tanti luoghi rivisitati in quelle immagini (stavo per scrivere “in quelle poesie”..).
9780893812232Brandt, dal 1948 al 1951, aveva viaggiato per tutto il paese, cercando I luoghi e le dimore dei poeti e degli scrittori più importanti e, soprattutto, più “britannici” in quanto a sensibilità e ambientazione. Il libro contiene circa 30 foto di queste locations in Inghilterra e Scozia, sempre accompagnate da qualche riga tratta dai testi di ogni autore. L’uso che Brandt fa del bianco e nero ha qualcosa di magico e irripetibile, sommamente evocativo ed elegante al tempo stesso, e sempre profondamente (anche se può sembrare un’ovvietà) letterario.

La tavola n. 9 del volume si chiama “Wuthering Heights”, naturalmente dedicata ad Emily Bronte, ed è accompagnata da alcune righe di Mrs.Gaskell che attestano come Emily avesse ambientato il romanzo in una costruzione del West Riding , nello Yorkshire, all’epoca chiamata “Top Whitens”.
Immagino che quasi tutti (chi più chi meno) conoscano la trama di “Cime Tempestose”, se non per aver letto il romanzo (del 1847), almeno per aver visto uno dei molti film o sceneggiati televisivi realizzati sulla storia.
Cime Tempestose non è solo il nome della casa della famiglia Earnshaw , posta su un’alta e ventosa collina, ma anche il simbolo della natura e della forza delle passioni che possono sconvolgere gli uomini. La storia dell’amore disperato e destinato ad infrangere le barriere del tempo e dello spazio tra Heathcliff e Catherine (Cathy), oltrepassa i confini anche rappresentativi del romanticismo, sconfina di volta in volta nella storia di fantasmi e nelle regole del romanzo tradizionale inglese come saga famigliare o romanzo di formazione, sempre mantenendo una potenza espressiva inconsueta, lasciando il lettore in un vortice di libere aggregazioni di segni e sogni che si scatenano nell’ambiente esterno, dove il vento e la tempesta fanno tremare le travi della casa e i cuori dei protagonisti.

Ma Wuthering Heights è anche il primo singolo (1978) della cantante inglese Kate Bush che ha scritto la canzone all’età di diciotto anni dopo aver assistito alla riduzione cinematografica del 1970, colpita, in particolare, dalle sequenze finali della pellicola (e dopo aver scoperto di avere in comune con l’autrice del libro il giorno di nascita, il 30 luglio).

tumblr_lzcqnq9nWJ1rp21yfo4_1280 ll testo si ispira alle riflessioni amorose e ai sentimenti di Cathy Earnshaw, tanto da riprenderne i passaggi essenziali. La canzone è insinuante e struggente, le parti vocali e l’arrangiamento pop-melodico costruiscono un tappeto sonoro dal quale la fenomenale voce sopranile di Kate sale e sviluppa vibrazioni e tensioni subito ricomposte e condotte verso colorazioni di pura emozione.
Il ritornello, che dice “Heathcliff, it’s me, Cathy. Come Home!!!”, non lascia scampo e rimane nella memoria, come la voce nella tempesta del romanzo. Perfino oggi, ogni volta che mi capita di guardare nuovamente la foto di Bill Brandt, mi accorgo che in qualche modo la sto canticchiando ancora…

So che la “Bronte Society” (associazione britannica per la diffusione e la tutela delle opere delle sorelle Bronte) espresse un solenne encomio alla cantante per questo brano.
Non so se l’associazione espresse la stessa soddisfazione per la foto di Bill Brandt. Ma credo che ad un artista di tale spessore non sarebbe importato comunque più di un tanto.

Mi piacerebbe invece credere alla superstizione locale dello Yorkshire, secondo la quale Heathcliff e Cathy, finalmente liberi di amarsi, vagano eternamente per la brughiera tenendosi per mano.

Marco Bucchieri

Marco Bucchieri è Artista Visivo, Scrittore e Poeta.

Website : http://marcobucchieri.wix.com/marco-bucchieri-#!contact/czpl

Faceook Fan Page : https://www.facebook.com/pages/Marco-Bucchieri-Art-Page/166138440079169

Di Culti notturni minori e dell’arte del peccato originale

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Se dovessi rispondere a bruciapelo “quale è il tuo gruppo culto”, laddove l’attenzione e l’accento siano poste sul termine culto* risponderei senza esitazione: gli Ink&Dagger**, già anche solo per come sono arrivato a conoscere questo gruppo minore del post-hardcore a stelle e strisce della seconda metà degli anni ’90. Risparmiando tutta la manfrina del contesto del pre 2.0 pre social pre adsl, pre youtube, pre amazon, pre discogs in pratica succede questo: attorno alla primavera del 1999 ricevo una mail di richiesta di copie della mia fanzine da una ragazza che studia e vive a Bologna, che en passant mi chiede anche se voglia andare al Krazy Fest di Louisville (Kentucky) con lei. Questo festival è organizzato da una etichetta locale, la Initial***.

Giusto per fare dei nomi contestualizzando: questa etichetta viene ricordata per aver fatto uscire i primi dischi di Elliot, Plank Mistaken For Stars, Boysetsfire, Shipping News…praticamente tutti quei gruppi che un tipo famoso a caso cita come sue “oscure” influenze. Il Krazy Fest ha lanciato, dice wikipedia (ovviamente al festival non ci sono andato: fino al capodanno 1999 gli unici due stati esteri dove sono stato sono Vaticano e San Marino) gruppi come AFI, Dashaboard Confessional, Jimmy Eat World, Alkaline Trio, Dillinger Escape Plan…tutti gruppi che, nei loro progetti presenti e futuri se intervistati, citeranno come influenza i gruppi Initial, insomma. Tutti gruppi che, se intervistati da persone con cui hanno condiviso lo stesso culto, finiranno per discutere entusiasticamente con voi o chi per voi, dei vostri comuni gruppi culto: il mondo è pieno di versioni in sedicesimo di Dave Grohl in pratica.
Torniamo alla fanzine: visto che studio a Bologna da pendolare (c’è scritto sulla biografia) decido di consegnare le mie fanzine a questa tipa, che manco a dirlo abita vicino alla stazione, zona piazzale est.

Fa ridere, ma come è come non è mi invita a vedere la sua collezione di dischi. Sta in fissa per un disco in questo periodo, The Fine Art Of The Original Sin degli Ink&Dagger.
Il gruppo ha già fatto uscire qualche altro dischetto in precedenza e farà uscire qualcosa poi, ma questo lp è sicuramente il loro disco definitivo. Prima di tutto però questa band ha una gimmick (gli appassionati di wrestling sanno cosa si intende con questo termine) destinata a rimanere appunto oggetto di culto: si professano vampiri (è il 1997-1999: sono quindi comunque storie di amore meglio di Twilight) psichici e nei loro concerti, oltre a sfoggiare dei makeup simili al corpse painting dei black metallers fanno dei numeri tipo far uscire dalla bara la loro bassista in completo di latex (fate conto che poi abbandonerà il gruppo per aprire un sex shop negli Stati Uniti, che sono tutt’altra cosa che quelli pruriginosi italiani, non stiamo a tirar fuori ancora Kathleen Hanna o Diablo Cody…) che sputa sangue sul pubblico.

Cose di questo genere insomma, in un contesto cultural-musicale dove di solito ai concerti gli scenari sono, per semplificare, i due seguenti:

1) palestra da mosh e violent dancing per un pubblico di palestrati

2) tutti fermi in attesa di finire il college, seguire le orme o le aspirazioni dei genitori WASP predicando la politically correctness verso tutte le varie minoranze (etniche, di gender, animali…) per poi diventare la nuova classe dirigente statunitense (ricorda qualcosa?).

ink and dagger 1In questo contesto gli Ink&Dagger, soprattutto nella persona del suo cantante Sean McAbe (accreditato anche come Sean Patrick McAbe) da spettatori sono ancora più degli agent provocateurs. Per citare un episodio su tutti, facilmente rintracciabile su youtube: con addosso una pelliccia (finta) irrompe, da solo, ad un concerto degli Earth Crisis (gruppo simbolo dell’intransigenza vegan straight edge) tirando uno yogurt al cantante e venendo praticamente linciato da un manipolo di palestrati.
A livello musicale il termine “post” per l’hardcore suonato da questi vampiri provenienti dalla città dell’amore fraterno (Philadelphia) è quanto di più calzante per la band, che, partendo da influenze “post” di gruppi della fine del decennio precedente come i Circus Lupus (su Dischord, ovviamente, prodotti da Joan Jett…) gli Swiz (roba tipo: l’ex cantante dei Dag Nasty cacciato per far posto a quello nero che poi diventerà la bandiera dei conservative punks americani che ha un gruppo che incide sull’etichetta della sorella di Ian MacKaye) le unisce a influenze techno (anche in questo caso anticipatori: l’ultima traccia dell’album è un remix drum’n bass della prima traccia) e a grooves psichedelici.

In epoca di namedropping selvaggio e di proclami altisonanti potremmo dire che gli Ink & Dagger accostano influenze post hc (i nomi sono quelli sopra) ad Aphex Twin e Pink Floyd, riuscendo in un piccolo miracolo di sintesi visionaria. Come scritto in precedenza poi la con-fusione del lato musicale e quello attitudinale sono il quid che li fa assurgere a culto: già nel primo 7” Drive This Seven Inch Wooden Stake Thru My Philadeplhia Heart appariva una dichiarazione d’intenti (letta per la prima volta dalla bassista nell’episodio citato prima che ricordava una versione disincantata e provocatoria della Revolution Summer di Washington DC, in The Fine Art Of The Original Sin l’operato della band è definibile in tutto e per tutto a scolpire una pietra miliare che però (o per fortuna) viene scritta e concepita nel posto giusto ma al momento sbagliato e allo stesso tempo giusto. Nel concept ogni canzone è accompagnata da una spiegazione-profezia: suoneranno anche vaghe ma alcune di queste sono assolutamente anticipatorie (la caduta dell’industria musicale in The Six Feet Under Swindle o il proclama apocalittico e integrato del remix VampireFastCode ver. 1.5).

Impossibile fare di meglio dopo questo album: infatti prima dell’uscita dell’lp nuovo (uscito poi postumo per Buddyhead records, una sorta di versione più arrogante e nichilista di Vice, quindi più simpatica, con sede a Los Angeles) la storia finisce perché il buon Sean muore nel 2000 (indovinate a che età? Esatto, 27 anni) in una camera d’albergo, soffocato dal suo vomito (parrebbe una fine da rockstar ma non lo è: era a un convegno di lavoro, faceva l’agente immobiliare).
Nel 2010-2011 l’estemporanea reunion (alla voce il cantante dei Thursday!) arriva quasi fino in Italia. E’ programmato un concerto a Modena ma la band si sfalda nel corso del tour europeo: per fortuna li avevo già visti, quando era ora, nel maggio del 1998, a Cesena.

P.S la ragazza citata all’inizio del pezzo poi ha rinnegato tutto il suo passato: per qualche mese siamo stati anche fidanzati. Verso il 2000 ha deciso di cambiare vita dopo la laurea e tagliare tutti i ponti con la sua vita “precedente” da studentessa fuorisede-vampira psichica. In casi come questo considero assolutamente un imperativo morale rubare dischi (tra l’altro latamente una loro canzone, Cut-Throat Tactics, parla proprio di questo) come quello degli Ink&Dagger a persone del genere, per sottrarli all’oblio. La buon anima di Sean sicuramente approverebbe.

* cerca su google: culto
** vedi su Wikipedia: Ink And Dagger o Ink & Dagger.
*** cerca con google: Initial records

MARCO PECORARI

Happiness is a warm gun

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Fin dal nome il pop, in quanto identificativo di un genere musicale, richiama l’idea di qualcosa di semplice, non troppo elaborato, per l’appunto popolare.
Buono per tutti i palati: da quelli raffinati fino a quelli che nutrono la propria conoscenza musicale a botte di radio commerciali.
Musica come genere di consumo, insomma.

Quanto di piú lontano da quello che proponiamo settimanalmente su queste pagine. O no?
Beh, no. Oppure: non solo.

Non c’é niente di meglio di un brano pop, a dire il vero. Una di quelle canzoni che ascoltate la prima volta si rimane agganciati per sempre. Il sempre in questione é poi variabile, in effetti.
Da pochi giorni ad anni interi, magari una vita.

Se dovessi indicare il mio archetipo di canzone pop non avrei dubbi: Velocity Girl dei Primal Scream. Un minuto e 22 secondi di perfezione. A dire il vero la canzone in questione non é che abbia tante di quelle caratteristiche che si diceva prima. Non penso nemmeno sia mai stata suonata da qualche radio commerciale, per esempio. In classifica ha latitato. Non ha la classica struttura strofa alternata al ritornello. Possiede una delle caratteristiche che accomuna la migliore musica pop, peró: si parla di relazioni.crystalcrescentprimalscream_L230709
In effetti il boys like girls coniugato in tutti le maniere possibili ha sempre rappresentato il caposaldo di qualsiasi testo di canzone davvero pop-oular.

She’s up all night ‘til the sun
I’m up all night to get some
I’m up all night to get lucky (Daft Punk)

Va forse detto che la semplicitá che sottointende un brano pop non va affatto a braccetto con il numero di grandi canzoni pop prodotte. Nell’arco di una stagione si possono contare sulle dita di una mano quelle veramente da ricordare . Perché scrivere una canzone pop eccellente é faccenda dannatamente complicata, al di lá delle apparenze. Un pó come al cinema imbattersi in una commedia che funzioni, insomma.

Ho peró l’impressione che per quest’anno una l’ho trovata. Non che sia una sorpresa imbattersi in un grande pezzo targato Pharrell Williams, ad essere sinceri. Non per niente é considerato una sorta di re mida del pop moderno sopratutto in qualitá di produttore e sopratutto in ambito commerciale. Sua la mano dietro il successo planetario di Robin Thicke, per dire.

daft-punk-get-lucky-featuring-pharrell-williams-and-nile-rodgers-official-audio-11Uno che ha perduto nel tempo tutta la coolness che aveva all’inizio degli anni 2000 quando come N*E*R*D* fece un album che travalicó le audience di genere. Hipsterismo ai massimi livelli, recensioni entusiaste che si sono velocemente trasformate in disappunto per un proseguo di carriera deludente. Pitchfork gli rifiló un calcio in culo e un 3,9 di voto che marchió il debutto solista per bene.
Si parla di otto anni fa e intanto, in questo tempo, Pharrell si é completamente reinventato una carriera. Da culto fighissimo ma sotterraneo a personaggio indesiderabile e indesiderato fino alla nuova e recente rinascita da produttore e guest-star dal tocco magico.

Happy é il brano che fa da apripista al nuovo tentativo da solista di Mr. Pharrell.
Happy é una canzone semplice in fondo, quasi retró. Un upbeat irresistibile coniugato dagli stilemi del soul piú classico. Handclapping a nastro e profusione solare di buon umore.
Un brano capace di cambiare il corso di una giornata, roba che viene voglia di buttare il monitor dell’ufficio fuori dalla finestra, prendere la macchina e partire in direzione della spiaggia piú vicina, nonostante sia ancora inverno. La magia della migliore musica pop in pieno effetto.
Il coro che incoraggia l’handclapping é contagioso….clap along if you feel like happiness is the truth.
Happy ci ricorda che é ora di amare la vita. La musica pop, come l’arte in generale tracciano semplicemente la via. Tanto vale imboccare la strada…..because I’m happy…..

CESARE LORENZI

La versione originale di Pharrell Williams

e una irresistibile versione northern soul

ed infine la versione northern soul di cui sopra con l’aggiunta della parte vocale di Pharrell….un giochetto irresistibile e potenzialmente senza fine

Fiver #02.2014

Per quanto riguarda noi di Sniffin’ Glucose la musica non è mai un sottofondo.
E’ una colonna sonora costante delle nostre giornate.
Ne scandisce ogni singolo momento, condiziona l’umore, risucchia quantità di tempo e denaro impressionanti.
Potremmo affermare senza timore di smentita che la musica definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Ne’ più ne’ meno.
Così ogni 30 giorni scrivere a turno di 5 canzoni che in qualche modo hanno per noi rivestito una particolare per quanto soggettiva importanza nel mese precedente ci pare un modo per fare il punto non solo sui nostri ascolti ma sulle nostre vite in generale.
Su quello che ci è successo e su come è successo.
Sniffin’ Glucose
Keel%20Her
E’ stato il febbraio più caldo che io ricordi.
Sono uscite un sacco di canzoni ma pochi dischi.
Una volta le canzoni uscivano assieme ai dischi, anzi no dentro ai dischi.
Ora arrivano prima, sparpagliate una ad una e un pò rovinano la sorpresa.

Real Estate  Talking Backwards

Alla musica ho cominciato ad avvicinarmi partendo dal punk, poi crescendo sono sempre stato troppo pigro e poco interessato per farmi coinvolgere nel cercare di capire come si suona uno strumento.
Quindi di fingerpicking, pentagrammi, strumming e accordature continuo a non capirci una sega: la tecnica proprio non sono in grado di apprezzarla.
Quando metto su un disco difficilmente mi fermo ad ascoltare il suono dei singoli strumenti, di solito è l’insieme che mi intriga. Tuttavia alcune canzoni possiedono momenti in cui un loro preciso passaggio mi affascina in maniera totale. Di solito è la chitarra che assolve questo ruolo di magnete per la mia attenzione. Mi viene in mente il riff di Marquee Moon per citare un esempio decisamente alto e noto (spero) a chiunque.
Lungi da me paragonare i Real Estate ai Television, ma in questa canzone c’è un giro di chitarra semplice semplice, un arpeggio che parte subito all’inizio, morbido e allegro poi ritorna poi scompare di nuovo dopo 3 minuti e 8 secondi di pura pefezione pop.
Che lascia lì a volerne ancora e ancora.

Cloud Nothings  I’m not Part of Me

Voglia di saltare e di urlare.
Un mio amico mi ha fatto notare che sembra un pezzo dei Green Day.
Pazienza.

 Temples Mesmerise

Una volta girava una foto di Bobby Gillespie con indosso una t-shirt su cui era stampato lo slogan “Kill All Hippies”.
Sul tema, evidentemente a lui caro, l’uomo ha pure scritto una canzone piazzandola in apertura di un disco dei Primal Scream.
Posto che a me Gillespie è sempre piaciuto e detto che ormai da un pezzo per quanto riguarda i nuovi dischi è necessariamente tutta una questione di ricorsi storici e retromanie assortite, affermo qui e senza remore che se devo scegliere sceglierò ora e sempre un gruppo il cui luogo ed epoca di riferimento siano Manchester e il 1979 piuttosto di uno che  affondi le proprie radici nella California del 1967.
Chiarito ciò i Temples, che stando a quanto ho appena scritto non avrebbero esattamente le caratteristiche giuste per piacermi, centrano il punto alla grande semplicemente perché sanno come si scrive una canzone.
Anche se a occhio mi sembrano dei figli dei fiori fuori tempo massimo e copie brit (di conseguenza pop) dei Tame Impala.

Keel Her  Riot Grrrl

Rose Keeler-Schäffeler arriva da Brighton ed è la cosa migliore che mi sia capitata in questo primo scorcio di anno.
Probabile che queste settimane per me non siano state particolarmente eccitanti, ma può anche essere che lei sia proprio quel tipo di roba di cui ho bisogno ora.
Del resto una frase come fuck me in the backseat, I’m so bored rispecchia abbastanza fedelmente i miei desideri ed il mio stato d’animo in questo periodo.
La musica poi è come se inquadrasse Bratmobile e Jay Reatard dall’angolo in cui sono impilati i dischi di Pastels, Shop Assistants e Talulah Gosh: roba mia al 100% insomma.
Lei è in giro dal 2012 e per un certo periodo, anche abbastanza lungo, ha pubblicato una canzone al giorno sul suo Bandcamp. Se aprite la pagina ci sono 21 dischi da scaricare e il primo porta la data di agosto 2011.
Mi sorge spontanea una domanda: dove cazzo ero io nel frattempo per non accorgermi di lei?

Eagulls  Possessed
Gli Eagulls sono di Leeds. Il che significa che per questa rubrica oggi ho scelto 3 robe inglesi su 5. Penso che la volta precedente in cui ho selezionato 3 canzoni inglesi in una playlist a 5 sia stato tipo l’inizio degli anni ’90.
Non credo che ciò significhi nulla, anche perché le 3 canzoni elencate qui sono molto diverse tra loro e almeno 2 su 3 ritengo resteranno in una posizione che in una ipotetica classifica degli ascolti collettivi andrà dal molto secondario al totalmente marginale, ergo non è supponibile ipotizzare rinascite o nuovi movimenti in arrivo da casa madre Albione.
In ogni caso gli Eagulls hanno un bel tiro e sino ad oggi – prima dell’uscita del loro album in cui è contenuta questa canzone – hanno pubblicato su disco 2 cover: Requiem dei Killing Joke (sul retro del loro primo 7″) e Mystery dei Wipers nel 12″ splittato con i Mazes.
Dal mio punto di vista indubbiamente una eccellente dimostrazione di buon gusto.

Arturo Compagnoni