Traiettorie

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Life Without Buildings

Una cosa che mi ha sempre divertito è osservare quei personalissimi processi mentali che periodicamente – invero piuttosto spesso – fissano la mia attenzione su specifiche faccende legate al mondo della musica unendo eventi e persone secondo traiettorie che agli occhi di uno spettatore esterno potrebbero apparire del tutto gratuite.
Occupandomi più o meno da 35 anni di dischi e canzoni, per diletto prima ancora che per lavoro (molto prima, perché in effetti il lavoro che mi paga le bollette nulla ha a che vedere con la musica), ho accumulato nel mio subconscio una mole tale di dati e situazioni che nel quotidiano capita spesso si mettano in moto meccanismi di rimando a situazioni già vissute fornendo spunti per collegamenti che poi a raffica dilagano tra i pensieri.
Vedere da quale punto esatto si staccano improvvisamente queste schegge di memoria e seguire le parabole attraverso cui le stesse vanno a conficcarsi nel presente, può considerarsi una sorta di cartina tornasole dell’evoluzione (o mancata evoluzione) del mio gusto e a volte può diventare anche occasione per avviare un (blando) processo di auto analisi.
Se agganciare il ricordo di un passaggio dei This Mortal Coil ad un vocalizzo di Zola Jesus è questione in certo senso abbastanza ovvia così come può esserlo sovrapporre un giro di chitarra dei Proper Ornaments a quello ascoltato in una delle prime canzoni dei Primal Scream, intravedere il profilo ispido e rotondo del cantante dei Fucked Up riflesso sulla lucida buccia rossa di una ciliegia appare senz’altro una storia un pelo più complicata da decifrare (questa ve la spiego qui*).
Fatto sta che ogni giorno mi capitano episodi di questo tipo in un rutilante dai e vai di rimandi che fornirebbero ad uno scrittore più in gamba del sottoscritto materiale per scriverci almeno un paio di libri i quali, va da se, interesserebbero poi nessun altro se non il loro stesso autore.

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Life Without Buildings

Qualche giorno fa ad esempio mi è capitata sotto gli occhi una recensione di Any Other City, primo ed unico disco degli scozzesi Life Without Buildings in origine pubblicato da Rough Trade nel 2001 e ristampato dai sempre benemeriti tipi di What’s Your Rupture? in occasione del Record Store Day di quest’anno.8594a427
I Life Without Buildings mi piacevano parecchio (del resto i gruppi nati a Glasgow sono da sempre stati una mia esplicita passione) ed ho acquistato ai tempi (2000/2001) tutti i loro dischi (tre ep e l’album di cui sopra), tralasciando solo il live pubblicato nel 2007, diversi anni dopo il loro scioglimento.
Anche dalle parti di Pitchfork i Life Without Buidings li devono apprezzare un bel po’: la ristampa dell’album in studio si è aggiudicato un più che lusinghiero 8.7 ed in precedenza quello stesso disco era stato inserito dallo staff editoriale della web zine nella top 200 degli lp fondamentali usciti negli anni zero (centoventottesimo posto per la cronaca) mentre The Leanover (lato a del primo singolo) venne a sua volta piazzata nella top cinquecento delle migliori canzoni di quel decennio (posizione numero centocinquantadue, sempre per la cronaca).

I Life Without Buildings erano studenti d’arte e art rock – sfruttando una delle tante definizioni paracule cui noi sedicenti giornalisti musicali spesso ci aggrappiamo – potrebbe definirsi la loro musica. Uno di quei neologismi rock adatti per descrivere qualunque cosa abbia a che vedere con gente tipo Fall e Wire. Roba buona insomma.
Il nome lo presero da una canzone dei Japan (stava sul lato b del singolo The Art of Parties) e già questo mi parve da subito un esercizio di stile da tenere in debito conto, mentre il loro core business era centrato indubbiamente sulla voce della cantante, Sue Tompkins, ultima aggiunta ad un gruppo che era partito da presupposti esclusivamente strumentali col preciso scopo di emulare gli idoli d’oltre oceano Don Caballero.
Sue Tompkins, artista e pittrice, era tutto fuorché una cantante, ma il modo in cui decise di affrontare il compito che le assegnarono diventò poi un marchio di fabbrica unico: una specie di spoken word a tratti incomprensibile, narrato da una bimba che ha in memoria la voce di Kate Bush e quella ascoltata una volta nei dischi dei Sugarcubes, che ripete all’infinito una serie di frasi con la stessa convinzione con cui un adulto declamerebbe i versi di un poema mentre nelle orecchie le girano in loop canzoni di Raincoats e Slits.
Questa prassi vocale sostanzialmente circolare, come se le parole fossero strumenti di un qualche gruppo kraut dei 70’s, combinato ad un approccio strumentale tarato su progressioni geometriche vagamente prese a prestito dal post rock, generava una specie di corto circuito straniante e bellissimo.

Se stessi parlando e non avessi dunque la possibilità tramite la rilettura di fare il punto su quanto sin qui detto, confesso che ora avrei perso il senso del discorso che viceversa ero inizialmente intenzionato a portare avanti.
E in effetti poi il punto che volevo trattare era proprio questo: l’accavallarsi di ricordi, idee e situazioni generatrici di sinapsi che si frantumano a ventaglio in tante diverse direzioni.

Nello specifico quando l’altra mattina mi sono imbattuto nella recensione di Pitchfork la scheggia che è schizzata via aveva sopra un nome, un luogo ed una data precisi: Grandaddy, Cambridge, 6 febbraio 2001.
In quel periodo i Grandaddy erano uno dei miei gruppi preferiti e il tour di supporto al loro nuovo album, The Sophtware Slump, prevedeva un’unica data in Italia, alla vecchia sede del Link di Bologna in via Fioravanti. Praticamente dietro casa mia. Quella data saltò e stante il fatto che i Grandaddy non sarebbero venuti da noi con Fabio e Flavia decidemmo di andare noi da loro. Il 6 febbraio del 2001 era un martedì e i Grandaddy avrebbero suonato allo Junction di Cambridge. Prendemmo un volo Ryan Air, una microscopica stanza in un piccolo albergo vicino la stazione della città e passammo un paio di giorni in Inghilterra. Le sere a nostra disposizione erano due. La prima, appunto il 6 di febbraio era già opzionata dal concerto per il quale eravamo partiti da Bologna quella stessa mattina, la seconda era libera. Scorrendo l’elenco dei concerti l’unica cosa interessante in programma il 7 febbraio era una data londinese dei Life Without Buildings. Suonavano al Barfly, di spalla avevano un nuovo gruppo americano che sbarcava in Inghilterra per la prima volta. Qualcuno ne aveva già iniziato a parlare ma il loro primo singolo, un ep contenente tre canzoni, sarebbe uscito proprio quel giorno.
Venni poi a sapere che all’ultimo momento era stato deciso di invertire i ruoli piazzando il gruppo spalla quale attrazione principale della serata: gli americani headliner, i Life Without Buildings di spalla.
Gli organizzatori ci videro evidentemente lungo, noi no.
Con la precisa sensazione che stavamo facendo una cazzata decidemmo infatti di rimanere a Cambridge, devolvendo il budget del concerto londinese per una cena a base di cibo indiano. Poi andammo a smaltire il tandoori chicken a botte di coca cola seduti sulle panchine sotto la pensilina della stazione, guardando come precoci pensionati i treni che passavano sfrecciando sul primo binario.
La mattina dopo prima di salire sull’aereo feci un salto all’HMV di Cambridge e comperai un paio di dischi. Uno era un 45 giri degli Starsailor, l’altro era il primo ep degli Strokes, il gruppo di New York che aveva scippato il ruolo di headliner ai Life Without Buildings la sera prima a Londra. C’erano tre canzoni in quel disco: The Modern Age (velocizzata rispetto alla versione che sarebbe poi apparsa sul primo album), Last Nite (probabilmente il più fortunato pezzo rock da dancefloor degli ultimi quindici anni) e Barely Legal.
Quando arrivai a casa la sera ascoltai quell’ep e mi fu subito chiaro che la sensazione del giorno prima non era per nulla sbagliata: avevamo fatto una cazzata.
Per espiare la colpa giusto un anno dopo Fabio, la Flavia ed io caricammo altri 4 amici su un van da sette e partimmo per Praga. L’8 marzo del 2002 in un piccolo teatro della città suonavano gli Strokes.
Era il tour di Is This It, il loro primo album.

*I Fucked Up, gruppo hardcore di Toronto, in barba a quelli che dividono rigidamente la musica in buona e cattiva a seconda del genere o peggio ancora della provenienza geografica, nel corso della loro brillante carriera hanno pubblicato una cover di Anorak City degli Another Sunny Day ed un intero ep di tributo alle Shop Assistants contenente due versioni di I Don’t Wanna Be Friends With You ed altrettante di Looking Back.
Una coppia di ciliegie rosse erano invece il simbolo della Sarah Records, etichetta feticcio dell’indie pop britannico.

Arturo Compagnoni

The scene that celebrates itself

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Da qualche tempo Pitchfork ha deciso di uscire sul mercato in formato cartaceo. Il sito web che ha nella sostanza modificato il nostro recente modo di vivere le notizie e la critica legati alla musica che più ci piace, ha sorpreso tutti in questo 2014 lanciandosi in un’avventura editoriale inattesa. Qui non si vogliono dare giudizi di merito né sul sito (che comunque sarebbero positivi) né sulla rivista in sé (che é a mio giudizio riuscitissima). Dopo 17 anni di vita online é come se si volesse prendere le distanze da quello che si é contribuito a creare o quantomeno trasformarlo in qualcosa di nuovo. Hanno probabilmente compreso che ancora l’unica maniera per approfondire qualsiasi discorso legato alla musica non può prescindere dalla carta stampata.

L’elegante primo numero (ne pubblicheranno 4 all’anno) é un libro più che un magazine che vuole, fin dal formato, mettere in chiaro che le parole e i contenuti dovranno occupare la scena. Una grafica all’insegna del understatement che rovescia in maniera radicale quello che é stato il lavoro di web designer (si dirà così poi, mah) e grafici di riviste musicali varie negli ultimi anni. L’esperimento va seguito con attenzione, naturalmente.

Non è mia intenzione affrontare nel dettaglio gli argomenti di cui si occupa The Pitchfork Reviewma l’articolo posizionato in apertura ha catturato la mia attenzione. La firma é quella di Simon Reynolds, inglese trapiantato a New York, autore di libri di successo come Retromania e Rip It Up and Start Again ma sopratutto giornalista di punta per il Melody Maker per quasi 20 anni.

Reynolds, cerco di riassumere in poche parole, analizza la storia della stampa musicale britannica, dell’impatto incredibile che i settimanali avevano all’epoca (diciamo dal 1975 al 2000) e di come e quanto si sia evoluto (o involuto), grazie ad internet, il modo di parlare e scrivere di musica in maniera quantomeno consapevole.

Sottolinea in modo decisamente critico l’attuale situazione: l’uscita di qualsiasi disco provoca nel giro di poche ore una valanga di decine di opinioni. Giudizi che solitamente si muovono a 360 gradi, dall’ entusiasmo alla stroncatura più feroce. Il risultato é che nessuno legge più veramente se non in maniera estremamente distratta. Si sa già in anticipo cosa aspettarsi, del resto. E di qualsiasi disco, con un minimo di ricerca, é possibile individuare la recensione che più si avvicina ai propri gusti musicali. Si genera insomma un grande rumore di sottofondo ma nessuno ha ormai l’autorità di elevarsi da questo mare di mediocrità.

Il problema non é solo del pubblico, aggiunge Reynolds, ma anche dei critici stessi. Se prima scrivere una recensione comportava in qualche modo una responsabilità ora non é più così. In qualsiasi caso sarà sotterrata da decine di opinioni simili e contrarie nel giro di poche ore. Tutto questo meccanismo, legato a doppia mandata al fatto di poter ascoltare gratuitamente e in tempo reale tutta la musica del mondo, ha generato un ulteriore problema. Non solo la lettura é diventata più superficiale ma anche l’ascolto e il rapporto che abbiamo con le band o con la musica che più ci piace é completamente cambiato. Non si vivono più grandi storie d’amore ma piccole avventure da fine settimana, per azzardare una metafora.pitchfork

L’articolo di Reynolds é brillante e il mio tentativo di riassumerlo in poche parole non gli rende giustizia. In alcuni passaggi mi ci sono ritrovato: quando racconta la corsa del martedì a recuperare la nuova copia del NME mi ha fatto ricordare i miei mercoledì mattina (7 giorni di ritardo sull’uscita inglese) dove puntualmente in via Mazzini, circondato dai pensionati e casalinghe che si recavano alle poste, andavo a ritirare la mia preziosissima copia del Melody Maker. Proprio questo dettaglio mi ha fatto ricordare un articolo che avevo letto da qualche parte. Ho fatto mente locale e mi é tornato in mente il vecchio blog di Arturo Compagnoni, che altro non è stato se non il progenitore del sito che state leggendo in questo momento. Ve lo ripropongo perché merita e sopratutto perché ci permetterà di fare qualche altra considerazione:

Oggi tornando a casa dal lavoro me la sono presa comoda.
Anziché infilare la rampa della tangenziale a Borgo Panigale, ho proseguito dritto lungo l’asse attrezzato, sbucando sui viali poco prima di Porta San Felice, proseguendo poi in circolo verso il ponte di via Stalingrado.
Così facendo sono passato davanti alla stazione dei treni e proprio mentre ero fermo al semaforo piantato poco prima la tabaccheria A.B., quella delle prevendite, ricordavo.
Non tanto quel 2 agosto, la vecchia radio Grundig posata sotto l’ombrellone che stava trasmettendo l’hit parade della RAI a quei tempi, 1980, un piccolo evento mediatico per un adolescente precocemente infatuato dalla musica e da quello che alla musica ruota attorno.
No, non è stato tanto quello a venirmi in mente.
Che a quello penso ogni volta mi capiti l’occhio sull’orologio sospeso in alto a sinistra, appeso al muro della stazione.
Immaginandolo sempre immobile sulle dieci e venticinque della mattina.
Rammentavo piuttosto le tante sgambate del mercoledì, diretto all’edicola, quella che ai tempi era piazzata di fronte all’ingresso, proprio sotto l’enorme tabellone nero dei treni in partenza ed in arrivo.
Era a quell’edicola che per primo arrivava il Melody Maker, ed era dunque da quell’edicola che si avviava settimanalmente il processo di conoscenza. Rozzo, basilare, fatto di dieci nomi a settimana da appuntare sull’agenda in un ordine via via più confuso.
Fatto di quarantacinque giri che sarebbe comunque stato impossibile procurarsi ed elenchi di concerti londinesi e favolosi in posti che avremmo poi testato negli anni a venire essere poco più che pub sgangherati.

Prima ancora che il semaforo girasse al verde pensavo, come spesso mi capita, a come le cose siano cambiate in un lasso di tempo tutto sommato poco rilevante.
A quanto comoda e raggiungibile sia oggi l’informazione, diffusa attraverso tecnologia a (relativamente) basso prezzo, e al contempo quanto poco rimanga di questa immensa massa di dati, notizie, pareri e riflessioni variamente assortite che ogni giorno si affastellano sugli scaffali della nostra memoria sempre più sovraccarica.
Quasi quanto l’hard disk del computer dal quale sto scrivendo ora.
E dunque a quanto inutile sia questa enorme quantità di informazioni.
Anzi a volte persino controproducente.
A meno che queste informazioni non si decida di elaborarle e trasformarle in conoscenza.
Intendiamoci, non è che il Melody Maker e la sua carta ruvida, di quelle con l’inchiostro che rimaneva appiccicato al polpastrello delle dita, potesse essere considerato uno strumento di cultura.
Anche se certi articoli del vecchio Everett True hanno concorso in maniera inconfutabile a forgiare parte del mio gusto.
E’ che il piacere di leggere e rileggere parole scritte su carta, sin quasi a mandarle a memoria, rimane per me unico, ora come allora.
E la parola scritta sulla carta rimane ancora, almeno a livello psicologico, una fonte di sapere più solida, un qualcosa a cui prestare attenzione maggiore.
Quello che è andato perduto e mai più sarà ritrovato è il successivo fascino delle ricerca che quelle pagine stimolavano (e tuttora sollecitano), irrimediabilmente smarrito dentro migliaia di cartelle condivise dagli utenti di un soul seek qualunque.
E poco dopo, mentre svoltavo a sinistra, sbirciando il portone colorato e decrepito che annuncia da lontano l’ingresso al Livello 57, pensavo a quanto assoluta, totale e granitica sia la convinzione che l’informazione sia cosa ben diversa dalla conoscenza e che se l’informazione totale ed immediata è oggi alla portata di tutti, non altrettanto lo è la conoscenza.
Quella la si acquisisce negli anni, e bisogna averne voglia, perché non basta avere una connessione veloce e tempo da investire in viaggio tra un link e l’altro.
Perché la conoscenza sta sempre là fuori.
E bisogna alzarsi e muoversi e faticare e resistere per accumularla.
(Artuto Compagnoni, dalla prima versione di Sniffin’ Glucose, ottobre 2007)

the-stone-roses-on-the-cover-of-melody-maker-9th-december-1989Quello che scrive oggi Reynolds, Arturo lo aveva semplicemente anticipato di qualche anno. Utilizzando un’altra forma naturalmente ma arrivando, seppur in tempi diversi, ad esporre concetti molto simili.

Non che tutto ciò abbia un significato particolare. È solo un fatto.

Certamente The Pitchfork Review concorrerà all’evoluzione del cartaceo che tratta di musica in maniera si spera rilevante. Qualcuno lo ha già detto e scritto, le vecchie riviste musicali rischiano di diventare cool quanto il vinile, destinate però sempre più ad un pubblico di nicchia. Disposto magari a pagare qualcosa in più per avere edizioni lussuose e approfondimenti. Tutto il resto finirà in rete, inevitabilmente.

Questa combinazione rete/cartaceo, come proposta dai tizi di Pitchfork (ripeto: al di lá di quello che se ne pensi in proposito) rischia di diventare un primo passo verso qualcosa che non si era ancora visto.

Recensioni, news, ascolti multimediali che per forza di cose finiranno on-line. Tutto il resto, per chi vorrà, in un magazine di iper-approfondimento. Considerando che le riviste specializzate del nostro paese sono ancorate ad un formato che ormai ha oltre vent’anni (quantomeno) di vita sarà interessante vedere chi riuscirà per primo a capire come muoversi e sopratutto in quale direzione.

Intanto i mensili italiani malinconicamente chiudono uno dopo l’altro. Novità non se ne vedono (ok, il sito e l’attività social di Rumore possono essere considerati un piccolissimo passo verso la modernità che arriva però con almeno due lustri di ritardo). L’impressione é che si sia messo in moto un meccanismo che trasformerà in maniera rilevante il nostro modo di raccogliere informazioni e leggere di musica. Purtroppo di qualsiasi cambiamento o rivoluzione si possa trattare non si vede proprio all’orizzonte qualcuno pronto a cavalcare l’onda. Piuttosto toccherà ancora una volta subire: in maniera provinciale, come é nostro destino.

Una precisazione a questo punto: la stampa musicale mi sta a cuore. Ho passato 10 anni straordinari in redazione a Rumore finché ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. Ma i contatti sono rimasti, alcune amicizie pure. Non ho nessuna intenzione di partecipare alla sagra dei picconatori di professione, quindi. Anzi, a dirla tutta, molte delle opinioni qualunquistiche, irrispettose di professionalità forgiate da anni di militanza, che si sono viste spuntare come funghi in tempi più o meno recenti tra blog e social mi risultano veramente insopportabili. Il meccanismo è mutuato dalla politica, il che è tutto dire. Si martella, si distrugge, si spara ad alzo zero. Leoni da tastiera che però a muovere il culo per vedere un concerto manco parlarne.

Gente che vomita giudizi definitivi per poi, alla prima proposta di una di quelle riviste tanto vituperate, fare il salto dall’altra parte. Improvvisamente giornalista musicale e non più blogger d’assalto con la verità in tasca da sventolare sul web. Che tristezza.

Quello che però va senz’altro sottolineato, parlando di stampa musicale, è la mancanza di coraggio. Si è rimasti ancorati ad un formato e ad una struttura pressochè identica da oltre trent’anni. Non c’è stato ricambio generazionale, inoltre. E sì che in questo momento di rivoluzione del mercato discografico davvero si potrebbe azzardare un nuovo formato. Intanto concentrandosi sulle straordinarie storie musicali che ha regalato il nostro paese negli ultimi tempi.

Non vorrei aprire uno spazio dedicato di consigli non richiesti ma è possibile che Pitchfork, ma anche Mojo, oppure Uncut, quando si tratta di fare approfondimento vero lo facciano in una maniera che a noi risulta impossibile. Leggevo una recente intervista a Mac De Marco, per esempio. Fatta in tre periodi temporali differenti. In studio di registrazione, a casa sua ed infine il giorno della pubblicazione dell’album. Poi uno mi chiede ancora perché dovrei leggere la stampa straniera? Perché non possiamo farlo noi? Non dico all’estero ma con i Massimo Volume, Julie’s Haircut, Teho Teardo o con His Clancyness (e sono solo i primi nomi che mi vengono in mente), per dire? Cos’altro abbiamo di meglio da fare? Stare tutto il giorno attaccati a facebook a sparare minchiate? Ecco, da lettore mi piacerebbe proprio vedere robe così, scritte da gente che muove il culo e sta sul pezzo, in occasioni diverse, magari facendoci qualche ragionamento attorno. Roba che valga la pena leggere, in definitiva, che ti offra almeno qualcosa in più delle banalità da comunicato stampa. O magari, visto che il web si è iniziato ad utilizzarlo, trovare una via più creativa che non limitarsi a riprendere le news delle case discografiche che abbiamo già letto ore prima da qualche altra parte.

Alla fin fine si torna a quello che scriveva Arturo Compagnoni un bel po’ di tempo fa: la conoscenza sta sempre là fuori, bisogna alzarsi e muoversi e faticare e resistere per accumularla.

Altre strade non ne conosciamo e le scorciatoie spesso ti fanno sbattere la faccia contro il muro.

Cesare Lorenzi

I’ll be your Stumbleine, I’ll be your Super Queen

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La mia nuova casa è piena di aspergilli che contaminano odorosi quasi tutte le superfici. È stata costruita nei primi del novecento e come molte altre case bolognesi lasciate in uso alle fronde di studenti fuorisede, versa in un grave stato di decomposizione e abbandono.
Il mio materasso è lo stesso che ha custodito i sogni di altre dieci persone prima di me, e tra le mie idee notturne e loro c’è solo un sottile strato di cotone e poliestere.
Da quando abito qui, i miei vestiti hanno assunto un profumo atavico che mi ricorda quello della casa di montagna dei miei nonni nella quale trascorrevo l’estate da bambina, che sa di muffa e favole lette su un sussidiario, e di benessere interiore tipico di quell’età in cui ancora non si vive pressati dall’ansia dei progetti, ma si è sordamente concentrati solo sull’istante presente.

Da piccola non ho mai pensato in maniera cosciente al mio futuro, non che io ricordi.
A otto anni al massimo facevo castelli di playmobil in aria e recitavo stornelli di quartine ispirate ai cartoni musicati dai Raggi Fotonici.
Al di la dell’oceano invece una versione più smaliziata e consapevole della sottoscritta aveva già le idee chiare sul suo futuro e i piedi ben piantati nelle aspettative di una madre cantante e di un patrigno proprietario di uno studio di registrazione:
Chrysta Bell nell’88 è una bimba prodigio e come Cristina Aguilera e Britney Spears studia canto, ballo e recitazione .
Scevra dai fragorosi vantaggi offerti a tutti quelli che provengono dalla scuola Disney, la nostra Bell ha però trovato in seguito l’appoggio di una religione ben più efficace.

Chrysta Bell looks like a dream and Chrysta Bell Sings like a dream. And the dream is coming true.” – David Lynch

Chrysta Bell a soli diciannove anni canta in una swing jazz band con fama internazionale e nome felliniano, gli 8 ½ Souvenirs.

Grazie a questa esperienza viene notata da Bud Pruger, manager dei Megadeath, e da Brian Loucks della Creative Artists Agency, i quali la ingaggiano e la presentano a David Lynch.
Da questa amicizia nasce la stretta collaborazione che la porterà nel 2006 a registrare parte della colonna sonora di Inland Empire e nel 2011 a scrivere insieme allo stesso Lynch le 11 canzoni che ora sta portando sui palchi di tutta Europa. This Train è un album raffinato, carico di atmosfere oscure e attraenti, di un rock tarantiniano che inneggia all’elettronica di Portishead ed Everything But The Girl.

La sua esibizione del 10 Aprile al Bravo Caffè di Bologna è stata preceduta da un’intervista alla galleria ONO nella quale Chrysta Bell appare per quello che realmente è, al di là dell’immagine da Chanteuse di cui si è equipaggiata: è autoreferenziale quando parla di Lynch, si definisce “La sua Musa” ma non dice di non essere l’unica:

E’ una persona razionale che ha fatto della musica il suo lavoro e che ha voluto confezionare un “prodotto” di alta qualità puntando tutto sulla sua voce e sulla collaborazione con un regista, che dice lei ” ha tirato fuori un lato di me che non conoscevo, qualcosa che lui vede in me è che io vorrei essere“.

La musica al di là dei generi, la possiamo dividere in due categorie.
Una che chiamerei primaria, frutto della personalità, del vissuto e dell’urgenza espressiva di un musicista, e una secondaria che invece nasce pianificata a tavolino, un feticcio più che una panacea, e che per quanto ricercato o radio friendly, rischia comunque di avere il retrogusto del falso, dell’artificioso e della fesseria imbottita.

La verità su Chrysta Bell è un’altra. Una terza via.
Crhysta Bell è un’artista che allena il suo talento con estro e ferrea disciplina.
E il risultato è maggiore della somma delle sue parti.

Mrs. Gtatto

Ogni cosa a suo tempo

“Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del c***o, scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del c***o, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita.
Ma perché dovrei fare una cosa così?”

Trainspotting, Danny Boyle, 1996

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Ho sempre dato grande peso ai proverbi: li considero alla stregua di formule magiche destinate a svelare misteri e predire il futuro.
Qualora dovesse capitare una situazione cui potrebbe adattarsi un proverbio, allora state certi che provando a leggerla in quella chiave difficilmente sbaglierete.
Gran bella cosa la saggezza popolare.
A Giulio, che fa sempre la seconda elementare, cito spesso dei proverbi quando voglio convincerlo di qualcosa in modo semplice e chiaro.
Uno dei motti che più utilizzo in assoluto è: ogni cosa a suo tempo.
E invariabilmente, tutte le volte che pronuncio questa frase, mi compare davanti la copertina di un disco.
Un vecchio album dei Godfathers che si intitolava Birth, School, Work, Death.
E’ proprio quel titolo che crea il collegamento con l’aforisma di cui sopra. Una sequenza di parole che gira come il tamburo di un revolver: logica, diretta e ineludibile.
Ogni cosa a suo tempo, appunto.

The Godfathers - frontPur ritenendo che come ogni altro proverbio abbia caratteristiche di verità assoluta, questa massima non è in realtà utilizzabile in qualunque contesto.
Ci sono infatti alcune situazioni specifiche che non dovrebbero essere limitate da una determinata estensione temporale.
Ad esempio una faccenda che mi ha sempre fatto innervosire parecchio, è la spontanea abdicazione dei più dalle vicende legate alla musica.
Mi da fastidio il modo in cui certe persone (parecchie persone) apparentemente molto appassionate alla musica e a tutto ciò che alla musica gira attorno confinano le situazioni ad essa legate ad una specifica fase della propria vita.
Solitamente la fase che precede il fidanzamento, il matrimonio, la nascita di un figlio, l’ingresso nel mondo del lavoro.
Uno status che un tempo si incontrava inevitabilmente attorno al compimento dei 30 anni.
Oggi che tutto slitta continuamente e progressivamente in avanti potremmo dire che la soglia si attesti più tra i 35 e i 40.
A volte non è nemmeno necessario che si verifichi una delle situazioni sopra elencate, anche perché chi si fidanza o si sposa più al giorno d’oggi? Fare un figlio poi per carità e quanto al lavoro figurarsi.
Ma quella fase prima o poi arriva.
Perché quel momento coincide con l’istante in cui si decide che è giunta l’ora di considerarsi adulti.
Maturi.
Come se il crescere, il maturare, dovesse per forza essere sinonimo di serietà. Un metaforico abbandono della chitarra elettrica in favore dell’acustica. E se proprio dobbiamo ascoltare musica facciamolo stando chiusi nel nostro salotto, e mi raccomando, solo roba seriosa e con una sua certificata rispettabilità.

Concetto, quello di maturità, invero variabile a seconda del contesto di riferimento.
Intendiamoci, a me quelli che pensano di avere sempre vent’anni fanno girare un bel po’ i maroni.
Per contratto mi capita sovente di stare in mezzo a gente che ha più o meno la metà dei miei anni ma mai e dico mai mi balena per la testa l’idea di essere come loro, anche se a volte loro si ostinano a cercare di convincermi del contrario.
Potrei essere il padre di ciascuno di essi e il fatto che io sia aggiornato su qualunque uscita Sacred Bones e conosca tutti i nuovi gruppi che passano su Pitchfork prima ancora che Pitchfork li nomini non modifica di un’ora il giorno, il mese e l’anno della mia nascita.
Come dice Billy Childish in quel pensiero che ho citato in apertura di uno scritto qualche tempo fa: rimanere giovani non significa affatto comportarsi come teenager irresponsabili.
In quel caso si che vale il proverbio: non è più il tempo.
Però ritengo che rinunciare alla passione fissando come concambio la moneta del quieto vivere sia una cosa terribile.
Un crimine contro se stessi.
Tornando alle parole di Childish: devi accedere a ciò che vuoi, ciò di cui hai bisogno.
Rimane poi da capire cosa veramente vogliamo noi e cosa invece crediamo di volere, confondendo il desiderio di normalità e la comodità dell’abitudine con le reali necessità personali.
Insomma se il rimanere giovani non significa comportarsi come ragazzini irresponsabili il divenire adulti non deve necessariamente significare comportarsi da persone noiose, riabilitando peraltro situazioni che in passato si detestavano.
Io il verbo sdoganare lo vieterei per legge.

Ma forse la mia è solo invidia, dopo tutto.
Probabilmente un po’ mi rode vedere quelli che riescono a mettersi il cuore in pace e sanno accettare la sconfitta acquietandosi.
Bisognerebbe darsi una tarata, stabilire regole e accontentarsi di situazioni che consentano di sopravvivere.
A un certo punto decidere che essere normali, nel modo in cui la normalità viene convenzionalmente recepita, è una faccenda accettabile.
In fondo sarebbe molto più comodo.
Ma solo in fondo.
Tanto poi alla fine per quanto mi riguarda non sarebbe in nessun caso un’opzione.
Perché non posso fare altrimenti
E se devo scegliere tra sopravvivere e vivere scelgo vivere.
Sempre e comunque.
A qualunque costo.
Con ogni mezzo necessario.
Arturo Compagnoni

Attraverso lo specchio: BAMBINI, FOTOGRAFI, MUSICISTI, BIANCONIGLI E STREGATTI

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Charles Dodgson (1832-1878), è stato un reverendo, scrittore, matematico, fotografo e logico britannico. Ma tutto il mondo lo conosce con il suo pseudonimo : Lewis Carroll. E lo conosce soprattutto perché ha scritto niente di meno che “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”, pubblicato per la prima volta nel 1865, e seguito da “Attraverso lo specchio”.
Questi due romanzi, generalmente considerati come un “unicum”, lungi dall’essere confinati nella narrativa per ragazzi, hanno incontrato un tale favore popolare e l’entusiasmo di una tale varietà di lettori di ogni età, spessore, cultura, nazionalità e professione, da essere comunemente considerati tra le opere letterarie più celebri di ogni tempo.
alice-in-wonderland11Nel “Paese delle Meraviglie” – dove Alice sconfina casualmente, sognando di inseguire un coniglio bianco – tutte le regole logiche, linguistiche, fisiche e matematiche sono in qualche modo “parallele” a quelle del mondo reale, risultandone inevitabilmente invertite e concretamente rovesciate. Perché la piccola Alice intraprende questo viaggio? Semplicemente perchè desidera un altro punto di vista, una realtà e un paesaggio fisico e umano dove tutto è rovesciato, un mondo allo specchio.
Il romanzo, che contiene numerose chiavi di lettura, è comunemente visto come una metafora del processo di crescita. Il Paese delle meraviglie permette ad Alice di scuotersi dallo stato di immobilità indotto dalla severa e noiosa educazione vittoriana, stimola la sua curiosità, la porta a guardarsi attorno, a ragionare con la sua testa, ad accettare che si può anche sbagliare e, comunque, a scoprire una nuova parte di sé, quella che la porterà a rivedere tutte le sue precedenti certezze e a crearne di nuove, grazie anche ai personaggi che incontra (Pinco e Panco, Il Bianconiglio, lo Stregatto, la regina). E questo solo per rimanere in una lettura superficiale del racconto.
A me – che nei miei seminari cito molto spesso Alice – piace pensare che forse, imparando un “altra” logica, la bambina incontra il corretto funzionamento delle cose, perché il sovvertire le regole le fa intuire come in fondo sia il “gioco” a dirigere “il senso” e non il contrario. Il famoso dialogo con lo Stregatto ne è un esempio
Alice : Volevo solo chiederle che strada devo prendere!
Stregatto : Beh, tutto dipende da dove vuoi andare.
Alice : Oh, veramente importa poco, purchè io riesca a uscire di qui.
Stregatto : E allora importa poco che strada prendi, no?

Ancora una volta metafora esistenziale del fatto che per crescere, la strada da trovare non può essere una qualsiasi ma deve essere la “propria”.

Ma la storia, tra fantasia e realtà, è ancora più complessa. Lewis Carroll è anche un grande fotografo,un antesignano introdotto all’arte addirittura da Oscar Rejlander, uno dei pionieri della fotografia.
Per lui (che in definitiva è un uomo “di Dio”) la fotografia si rivela uno strumento ideale per esprimere ciò che chiamava “bellezza”: uno stato di grazia, di perfezione morale, estetica e fisica da cercare e trovare nelle arti, certo, ma anche nelle formule matematiche e soprattutto nella figura umana, specialmente se femminile, e specialmente se “innocente”.
Insomma : oltre la metà delle fotografie di Carroll sono di bambine, le quali (spesso fotografate nude) apponevano successivamente la propria firma in un angolo della stampa. Inutile dire che questa passione (dai risultati esteticamente meravigliosi : le immagini che ci sono giunte sono straordinariamente belle) gli creò una fama di pedofilo, quando invece il suo obiettivo era quello di liberarsi (e liberare le giovani modelle) dall’oppressivo fardello della simbologia vittoriana, immaginandole più come creature “della natura” piuttosto che come irreprensibili damigelle.Alice_Liddell_2
Ma Carroll fece ritratti anche per personaggi di spicco del suo tempo come John Everett Millais, Ellen Terry, Dante Gabriel Rossetti, Julia Margaret Cameron e Alfred Tennyson. Ora è considerato uno dei padri della fotografia moderna.
Ma, tornando alle sue giovanissime modelle, sapete come si chiamava la sua preferita ? Alice Liddell
Ed è proprio lei (di cui conosciamo perfettamente il volto) che nella fantasia di Carroll finisce nel paese delle meraviglie. Ma è anche lei che, esattamente sei mesi dopo il viaggio nel Paese delle Meraviglie, sonnecchiando su una poltrona del suo salotto, si chiede cosa ci sia dall’altra parte dello specchio e, con sua grande sorpresa, riesce a passarci attraverso ed a trovare una risposta alle sue curiosità.

Al di là dello specchio Alice incontrerà fiori parlanti, personaggi della scacchiera e stranissimi animali, oltre che tutti i personaggi delle sue filastrocche preferite (quelle tipiche della tradizione inglese) come gli assurdi gemelli Tweedledee e Tweedledum e Humpty Dumpty.
Ma Alice, mentre è occupata ad allargare ulteriormente il suo punto di vista visitando il paesaggio inquietante che è “dall’altra parte” dello specchio, non si accorge che, fermo e rigidamente bloccato, nei paraggi dello specchio stesso (proprio da dove è entrata lei) c’è anche un altro bambino, che forse potrebbe giovarsi molto dell’aiuto di Alice e della sua esperienza nell’”altrove”.

“Tommy” è un disco degli Who. Uscito nel 1969 è probabilmente uno dei pochi capolavori assoluti della storia del rock. Un’opera dalla quale verrà poi tratto un film di Ken Russell.Tommy-ST-RTR-USA-The_Who
Tommy è un ragazzo che assiste (da dietro uno specchio) all’omicidio dell’amante della madre da parte del padre, aviatore britannico al ritorno dal fronte. I genitori di Tommy, ordinano al bambino di non dire, vedere e sentire nulla (See me, Feel me, Touch me, Heal me è la canzone che come leitmotiv attraversa l’intera opera e che gli Who eseguiranno pochi mesi dopo a Woodstock, entrando definitivamente nella leggenda).
Tommy riceve l’ordine traumatico e diviene così muto, cieco e sordo. In pratica, è come se rimanesse “dietro lo specchio”, ma in un ordine sovrapposto e parallelo al reale dove l’assenza di logica e il ribaltamento del senso comune, che per Alice si popola di buffe e paradossali figure in qualche modo “didattiche”, per lui diviene un autentico calvario, esposto com’è ad ogni tipo di violenza, abuso e sopraffazione da parte dei “normali” che lo circondano.
Ma poi avviene il riscatto : Tommy, viaggiando attraverso l’unica magia che può praticare, l’intuito, scopre di essere un fantastico giocatore di flipper.
In breve tempo sbaraglia chiunque altro, anche il più grande, il campione del mondo, che, sbalordito, lo chiama “Pimball Wizard” (mago del flipper) e, rivolgendosi al pubblico (nella canzone) cerca di spiegare cosa prova a vedere questo ragazzo che “gioca d’intuito. E’ cieco, muto e sordo ed è un mago del Flipper. Non ha nulla che lo distrae ma non può vedere le luci, i segnali, i colori, i flash, e non può sentire i campanelli e le vibrazioni della macchina. Lui gioca secondo il senso dell’olfatto, e non sbaglia mai”.

Tommy, una volta ricco e famoso, riuscirà però a riacquistare la normalità, la voce, l’udito, la vista solo quando la madre distruggerà lo specchio, permettendogli così finalmente di “uscire dall’altra parte” e, magari, di incontrare da quelle parti una graziosa ragazza che, intanto (come lui, del resto) si è fatta proprio grande.

Siouxsie_&_the_Banshees-Through_the_Looking_Glass

• Nell’album Over di Peter Hammill si seguono due brani (Alice e This side of the Looking Glass) che usano metafore tratte da Dietro lo specchio per riferirsi alla dolorosa conclusione di una storia d’amore.
• Nell’album Twilight in Olympus dei Symphony X si trova un brano intitolato Through the Looking Glass ispirato appunto all’omonimo libro dello scrittore Lewis Carroll.
• I gruppi Toto, Siouxsie and the Banshees e Jefferson Airplane hanno pubblicato album intitolati Through the Looking Glass.
Your move, la prima parte della canzone I’ve Seen All Good People del gruppo progressive rock Yes, si ispira a questo romanzo.
• Nella canzone White Rabbit dei Jefferson Airplane vi sono alcuni riferimenti riguardanti “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”

Marco Bucchieri

Marco Bucchieri è Artista Visivo, Scrittore e Poeta.

Website : http://marcobucchieri.wix.com/marco-bucchieri-#!contact/czpl

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Novanta e non sentirli

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CLOUD NOTHINGS

Si fa un gran parlare di anni ‘90, di quanto fosse meglio allora.
La musica, innanzitutto. Ma non solo quella. No, si dice che è stata l’ultima stagione del rock inteso nella sua forma classica. L’ultima epoca che consentiva di immedesimarsi, di trovare addirittura rappresentazione. Tutto vero, probabilmente.

Ma in questa ricostruzione non è che mi ci ritrovo proprio, oppure più semplicemente vedo le cose da un’altra prospettiva. Forse perchè non ho mai affrontato le vicende legate alla musica come se si dovesse scegliere davvero da che parte stare, come se ci fosse una contesa da dirimere. Non mi sono neppure mai preoccupato di prendere posizione nella celebre querelle Oasis vs Blur, per dire.

Dei primi amavo l’ignoranza sopra le righe coniugata al talento di scrivere canzoni capaci di celebrare l’adolescenza. Dei secondi la capacità di omaggiare la storia del pop inglese in maniera così ruffiana. Oppure, per andare ancora più in là nel tempo, davvero sarei costretto a scegliere tra Rolling Stones e Beatles? Anche volendo, mi risulta pressochè impossibile.
Alla fin fine mi sono sempre limitato a seguire un gruppo, una band, un cantante, un dj, qualsiasi cosa mi piacesse, per quello che proponeva, per come lo faceva. Per la maniera di affrontare il mondo, insomma. Questione di attitudine, innanzitutto. Poi anche di suoni e canzoni, naturalmente. Come già diceva qualcuno più autorevole e importante di me: l’arte che più ci piace è quella dove ci si ritrova almeno un poco.
Ecco, magari la domanda da porsi è se davvero le cose si sono trasformate così tanto, dagli anni novanta fino ai giorni nostri.
Sinceramente non me ne sono accorto.
Il mio modello di ascoltatore, presumo particolarmente attento, in quanto appassionato, funziona sempre allo stesso modo. Nel 2014 come nel 1994. Sono cambiati tanti dettagli di contorno. Ma la sostanza mi pare immutata.
Nel 1994 lo schema era: comprare la stampa musicale inglese per segnarsi nomi, date e luoghi. Vent’anni dopo è cambiato il modo, in effetti. Adesso è il web a fornirci le informazioni. Ma il risultato è sempre il solito: nomi che non è più necessario segnarsi come un tempo in un’agenda in quanto si approfondisce subito. Un clic e si ascolta.

In maniera più superficiale? Boh, non mi sembra. Se una band mi piace, compro il disco, allo stesso modo di un tempo, con la differenza che adesso è più semplice. Lo ascolto, se mi capita vado a vedere il gruppo dal vivo. Magari mi programmo una vacanza appositamente. Giusto per avere un’occasione di capitare ad Utrecht, che altrimenti chi mai ci sarebbe andato.
Mi viene il dubbio che alla fin fine sono rimasto uguale io, il mondo attorno è cambiato e non me ne sono accorto. Non che mi stupirebbe particolarmente, poi.

Ma questi anni ‘90? Di cosa parliamo in fondo? Dell’ultima epoca dove l’industria discografica ha provato a portare i gruppi “alternativi” in classifica? Parliamo di quello? Allora diciamo pure che quella stagione si è conclusa amaramente, con un colpo di fucile in una camera da letto disfatta nel nord-ovest americano.
O parliamo di quel suono? Anni ‘90 è diventato sinonimo di band con chitarre, che possibilmente pubblicano dischi per un’etichetta indipendente. Esattamente quella roba che è in via di demolizione nei blog più fighetti della penisola. Scordando magari che alcune delle migliori nuove proposte degli ultimi mesi suonano proprio in quel modo. Roba tipo Speedy Ortiz, Parquet Courts o Cloud Nothings. Roba suonata da gruppi giovani, chi più chi meno, senza nessuna patina nostalgica che fa capolino. E questo è dettaglio non da poco.

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CLOUD NOTHINGS Here and Nowhere Else

Prendiamo i Cloud Nothings, per esempio. Il gruppo del momento. Capitanato da Dylan Baldi, 22 anni. No, dico VENTIDUE anni.
Una band che ha avuto un percorso lineare, come altre 1.000 prima di loro. Disco d’esordio per una piccolissima “indie”. Centinaia di concerti nelle cantine e nei bar più scassati d’America a fare da contorno. Volume al massimo, vecchi amplificatori e chitarre sgangherate. Tutte le sere davanti ad un pubblico di pochi scettici che a forza di insistere si trasformano in amici. Gira la voce, insomma. Dai, e ancora dai. Alza il volume, guida il furgone, sopravvivi a 200 giorni dormendo sul pavimento. E poi un disco ancora, magari con Steve Albini in regia. E poi, di nuovo, via andare. Questa volta in Europa. Prima volta in assoluto da queste parti. Concerti davanti a 4 gatti ma non importa, tanto sai che alla fine qualche amico comunque lo porti a casa. E puoi raccontare, a Cleveland, che hai suonato a Parigi.

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PARQUET COURTS

A forza di insistere hai capito come funziona, cosa ti serve in studio di registrazione, adesso hai l’esperienza necessaria. E pubblichi un nuovo album, ci canti dentro tutto il disagio che hai accumulato, tutta la frustrazione. No, non è il momento ancora di abbassare il volume. Indovini un paio di melodie, fai un disco clamoroso. Pigi sull’acceleratore e rialzi il piede dopo otto canzoni. Lo intitoli Here and Nowhere Else. Ti prepari a sbarcare nuovamente in Europa, questa volta ti aspettano buoni slot nei festival più importanti. Non vedi l’ora di suonare in quel posto sulla spiaggia, sotto a una tettoia, come l’altra volta. Questa volta sai già che ti aspetterà molta più gente. Qualcuno canterà a memoria alcune delle tue nuove canzoni, puoi giurarci.
E’ il 2014, l’anno dei Cloud Nothings. In attesa del nuovo Parquet Courts. E le cose funzionano ancora come allora. Lo abbiamo già visto, già vissuto in passato. E’ il 2014 e gli anni novanta non li abbiamo dimenticati. Il mondo ci cambia attorno, alla velocità della luce, e noi siamo ancora qui, con i soliti tre accordi a farci da colonna sonora.
Non saranno i nuovi Hüsker Dü, magari. Ma chi se ne importa. Ne parleremo ancora tra qualche anno, probabilmente.
Chissà cosa si racconterà ancora di quei famigerati anni novanta.

CESARE LORENZI

It’s not your fault

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Venerdì, quando ero già fuori dalla porta di casa, ripassando mentalmente la dotazione che mi stavo portando appresso mi sono accorto di non avere con me della musica.
Ancora non mi sono abituato a caricare dischi sul telefono, il vecchio ma sempre utile i-pod era al solito stipato di album nuovi che in quel momento non avevo alcuna voglia di ascoltare e in macchina già sapevo di non aver lasciato alcun cd.
In realtà avrei anche potuto fare senza musica; in effetti il Covo, dove venerdì sera suonavano i Toy, dista da casa mia non più di cinque minuti di macchina. Ma sarebbe stato un modo inadeguato per cominciare il week end: cinque minuti di silenzio dentro la mia macchina, da solo. Troppo spazio libero per i pensieri; sarebbe stato un po’ come lasciare a casa la mia personale coperta di Linus.
Dunque sono rientrato diretto allo scaffale dei cd, deciso a prendere la prima cosa che mi fosse capitata per le mani. Caso vuole che nella stanza della musica, dritto per dritto, siano allineati in ordine i dischi i cui nomi dei gruppi iniziano con la lettera T. A differenza dei vinili i cd nella mia libreria sono disposti alfabeticamente. C’è un motivo perché i cd sono in ordine di lettera ed i vinili no, ma in questo momento non è faccenda rilevante.
Comunque alla lettera T, proprio al centro della fila stanno i Thin White Rope, a portata d’occhio ideale, come certi prodotti esposti sapientemente sugli scaffali dei supermercati per conquistare clienti.
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Era una vita che non ascoltavo i Thin White Rope, nemmeno ricordavo di averli in cd. Sicuramente Moonhead, il loro secondo disco, non lo comperai in quel formato nel 1987, anno in cui uscì.
A quell’epoca infatti ancora non acquistavo cd, ne sono certo. Devo averlo recuperato dopo; chissà quando, chissà perché. Beh no, non è vero, il perché posso immaginarlo: è un disco che ti ribalta e presumo volessi averlo anche in cd per ascoltarlo in auto. Magari proprio al principio di una serata come quella di venerdì scorso. Fatto sta che me lo sono portato in macchina e lì quel disco è rimasto per tutto il fine settimana. Il che equivale a dire che, tra un giro e l’altro, fino a tutta la mattina di lunedì l’ho ascoltato per intero più o meno tre volte.

Ricordavo bene l’avvio, Not Your Fault, quello che non ricordavo invece era quanto fosse bello quel disco. Tutto, dal principio alla fine. Quando venerdì sera Not Your Fault è partita ero ancora parcheggiato sotto casa.
Mi piace pensare che aver scelto quel disco ed avere cominciato la serata con quella canzone abbia in qualche modo deviato le sorti di tutto il week end. Che quella canzone abbia dato una carica e una motivazione differente dal solito.
Al contrario a dire il vero, poi nel fine settimana non è successo nulla di particolare. Ho visto un paio di concerti più (Mogwai) o meno (Toy) significativi, ho osservato la gente ballare, ho guardato un po’ di football in tv, ho recuperato la visione della prima parte di Nymphomaniac e di un paio di puntate di True Detective, ho comperato un botto di album usati al Disco d’Oro e ho provato a spiegare a Giulio i numeri inglesi dotati del suffisso teen.
Poi come sempre sono andato a correre e ho corso come fosse l’ultima cosa da fare prima dell’apocalisse.
Naturalmente l’apocalisse non è arrivata.
E io il lunedì mi sono alzato che mi sentivo come se mi fosse passato sopra un tir completo di rimorchio su cui era stato stipato un carico misto di elefanti, ippopotami e rinoceronti.
Ma dentro all’autoradio lunedì mattina, mi sono ritrovato Moonhead e da li sono ripartito.
Esattamente dalla stessa canzone con cui poco più di 48 ore prima avevo inaugurato il fine settimana.

Not Your Fault è uno dei miei pezzi preferiti di sempre e mentre le chitarre esplodevano a tutto volume venerdì sera sulla San Donato, pensavo a come fosse stato possibile che non lo ascoltassi da così tanto tempo.
Come ho fatto a privarmi per anni di una canzone del genere?
Dei nostri ascolti intasati da mille dischi inutili che la mattina ci sembrano capolavori imprescindibili, il pomeriggio cominciano ad annoiarci e la sera scompaiono nel più opportuno oblio e di quanto sia ingiusto che certi dischi occupino lo spazio che dovrebbe essere destinato ad altri forse ne abbiamo già parlato e inevitabilmente prima o poi torneremo a parlarne.
Ora mi interessa solo scrivere qualcosa riguardo Not Your Fault.

Not Your Fault parte con una batteria secca che al tempo stesso suona pulita e netta eppure rimbomba come arrivasse da dentro una caverna, una batteria di quelle che piacciono a me e che invariabilmente mi ricordano le batterie registrate da Martin Hannett. Anche se Martin Hannett coi Thin White Rope non c’entra nulla. Dubito li abbia mai ascoltati come dubito che i Thin White Rope si siano ispirati al lavoro di Martin Hannet per registrare il suono dei loro tamburi. Pochi secondi e dietro al rullante entrano le chitarre che sono due e forse per questo spediscono la memoria dalle parti dei Television. E come i Television infilano giri che prima graffiano, quindi si artigliano alla memoria e alla fine non si staccano più. Poi arriva Guy Kyser uno che già dal nome sembra puntare dritto al centro della mischia. La sua voce raschia la gola, comprime rabbia e sibila minaccia, ma lo fa in modo sereno, quasi consapevole che l’unica strada da percorrere sia quella che prima o poi porterà alla sconfitta: I know you’re confused and want a word for everything you see, but watch her when she comes to parties glowing like the third degree, e parte il gancio. Uno di quelli che non puoi far altro che seguire cantando, alzando il braccio e puntando l’indice al cielo: It’s not your fault, it’s no fault at all, she only wants you to join in her fall. E riparte il giro delle chitarre, tensione regolata, trattenuta, compressa ma non repressa. Poco dopo i due minuti la batteria batte colpi marziali che sembrano quelli destinati a chiudere la questione, accelera poi si ferma un attimo. E’ il minuto due punto trenta e davvero pare tutto finito, ma è appunto solo un attimo e i tamburi ripartono lì dove avevano iniziato: secchi, puliti e netti. It isn’t that she hated you because she thought you’re mormon-pure, but you should see she doesn’t like you and it’s nothing drugs will cure. E torna il gancio: It’s not your fault, it’s no fault at all, she only wants you to join in her fall, il dito che ora punta dritto in avanti indicando cosa neanche tu lo sai e la voce che urla dietro a quella di Guy Kyser.
Finchè c’è fiato, fino a che reggono le gambe, fin quando i nervi tesi fino a vibrare ancora non saltano.
Poi la canzone finisce, finisce per davvero.

Giusto il tempo di spingersi nella nuova settimana, acquisire il solito ritmo e rinnovare gli abituali riti. A primavera si sa, escono un sacco di dischi e c’è sempre poco tempo per ascoltarli tutti. Moonhead rientra nella sua custodia di plastica rigida e dalla macchina torna allo scaffale alla lettera T, dritto entrato nella stanza, fila centrale ad altezza occhi.

Gli Thin White Rope hanno pubblicato cinque album in studio tra il 1985 e il 1991 ed uno dal vivo che documenta il loro ultimo concerto tenutosi a Gand in Belgio, il 28 giugno del ’92.
Il loro nome, la sottile corda bianca, fu ispirato da una metafora usata per definire lo sperma da William S. Burroughs ne Il pasto nudo.
Personalmente li ho visti suonare dal vivo cinque volte, tra l’87 e il ’91: alla festa dell’Unità di Reggio Emilia, al Festival di Ebensee in Austria, a Monaco di Baviera in Germania, al Festival di Reading in Inghilterra e al Velvet Perestrojka di Rimini.

Arturo Compagnoni

Fiver #03.2014

Per quanto riguarda noi di Sniffin’ Glucose la musica non è mai un sottofondo.
E’ una colonna sonora costante delle nostre giornate.
Ne scandisce ogni singolo momento, condiziona l’umore, risucchia quantità di tempo e denaro impressionanti.
Potremmo affermare senza timore di smentita che la musica definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Ne’ più ne’ meno.
Così ogni 30 giorni scrivere a turno di 5 canzoni che in qualche modo hanno per noi rivestito una particolare per quanto soggettiva importanza nel mese precedente ci pare un modo per fare il punto non solo sui nostri ascolti ma sulle nostre vite in generale.
Su quello che ci è successo e su come è successo.
Sniffin’ Glucose

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Viet Cong

Non credete a quelli che vi dicono che era meglio prima. Che adesso non esce piú niente di buono. Cazzate.
Ogni anno, da quando presto attenzione alle vicende legate alla musica, ho sempre trovato 20-30 dischi da mettere da parte. Da tenere nello scaffale apposito della roba buona.
Non ci sono anni sessanta, novanta, duemila o duemilaedieci che tengano.
Non ha mai fatto nessuna differenza.
Non ci sono epoche auree o miti da inseguire.
Esiste solo la musica buona e quella meno buona. O meglio: ci sono dischi che ci fanno emozionare. Punto.
Ci sono stati e continueranno ad esserci.
Queste sono le mie 5 canzoni del mese di marzo.

THE MEN Different Days

5 album in 5 anni. Questo ultimo non é il migliore. Ma è comunque un disco capace di regalarci pezzi come questo. Quasi cinque minuti di rock’n roll. Alla fine di questo si tratta: niente di piú niente di meno. Ho pensato agli Stooges (non in questa canzone, a dire il vero) e ai Parquet Courts. Ma anche ai Replacements e ai Rolling Stones. Perché suona dannatamente classico, fin troppo forse. Giá, forse…

 

CHRISTOPHER OWENS It Comes Back To You


A proposito di classici Owens si puoi ormai catalogare al pari di Beck tra gli autori che si rifanno alla grande tradizione della canzone americana. Archiviati i volumi e le piccole dissonanze degli esordi con i (le?) Girls ormai le canzoni di Owens trasudano west cost e epoche perdute. In questo caso un crescendo gospel da brividi punteggia una canzone classicamente bella, malinconicamente figlia elettiva del country-rock dei Big Star. Lacrime e applausi.

 

VIET CONG Throw It Away


Viet Cong da Calgary. Sono in quattro. Non sono dei novellini: si ricordano due album dati alle stampe come Woman, tra le altre cose. Un progetto che aveva generato un certo interesse, all’epoca (2008-2010).
Il programma attuale é il seguente: album di debutto in autunno preceduto dalla ristampa dell’unica cassetta pubblicata fino ad ora. Throw It Away é un’estratto proprio di quest’unico reperto attualmente in circolazione. Sará per un riff memorabile subito in apertura, per come si sviluppa e cresce una melodia indimenticabile fin da subito, senza mai diventare banale. Sará per quel coro dal sapore post-punk e per quella chitarra cosí Television. Sará che talvolta certi gruppi catturano cosí, immediatamente e non mollano piú la presa ma questa canzone é semplicemente una celebrazione della musica che amo.

 

FRANKIE COSMOS Owen


Greta Kline, diciannovenne newyorkese, figlia dell’attore Kevin Kline, e responsabile del progetto Frankie Cosmos  ha pubblicato su Bandcamp dal 2009 fino ad oggi 40 album. Praticamente qualsiasi cosa gli passasse per la testa l’ha registrata e messa in rete.
Ma no, non vi preoccupate non vi toccherá andare a spulciare un repertorio di queste dimensioni. Ci ha pensato lei, per la prima volta in compagnia di un batterista, per la prima volta su vinile e cd, a recuperare e registare nuovamente, in maniera piú professionale, una selezione di quelle canzoni. L’album di debutto (se cosí si puó dire) si intitola Zentropy ed é francamente irresistibile. Immaginatevi i Beat Happening o uno qualsiasi dei gruppi indie-pop che hanno fatto della bassa fedeltá (di suono) e dell’amore per melodie semplici ed immediate una piccola religione. Niente di banale, peró. Fin dal nome della band (un omaggio al poeta Frank O’Hara) si rifuggono luoghi comuni e consuetudini. Una ventata d’aria fresca che si addice perfettamente alla primavera che stiamo vivendo. Ah, visto che questa dovrebbe essere una rubrica dedicata alle canzoni ne scelgo una in particolare, Owen: ho sempre amato i brani cantati in coppia.

POW Hi-Tech Boom


Direttamente dal fantastico universo di garage rock senza speranza di Mr. John Dwyer (Thee Oh Sees, etc)  arrivano i Pow, trio di San Francisco. Debutto targato Castle Face, difatti.
Solito armamentario vintage di strumenti e di suoni, solito carico di fuzz strabordante e di tastiere che regalano un retrogusto wave. È la San Francisco dell’immaginario alternativo che ancora resiste, che non vuole mollare il colpo all’arrembante carico di “creativi” digitali che con i portafogli gonfi di stock-option stanno facendo piazza pulita a suon di sfratti di tutte le realtá “altre” della cittá. Magari, per qualcuno, non sará nient’altro che un ronzio di sottofondo ma questa musica ha un’urgenza che ci fa credere il contrario.

CESARE LORENZI