Made in Guastalla

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Le canzoni sono importanti.
I dischi sono importanti.
I concerti sono importanti.
La musica è importante.226102_2009470442685_565048_n
Ma per rendere tutto davvero speciale occorrono le persone.
Quelle giuste.
Quelle che hanno la tua stessa attitudine e che ci credono quanto ci credi tu, magari anche di più.
Perché c’è differenza tra ascoltare musica e viverla.
E per noi qui, la questione è proprio questa.
227194_10150177867794219_2674751_nPerché la musica, come già abbiamo scritto, oltre ad essere la colonna sonora delle nostre giornate definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Balzac diceva che parlare del proprio villaggio è il modo migliore per essere veramente universali. Non sappiamo se questa affermazione corrisponda alla realtà; così fosse noi di Sniffin’ Glucose saremmo i principi dell’universalità.
Perché scrivere di musica per noi è anche inevitabilmente raccontare le nostre vite e raccontare le nostre vite è l’unica cosa che sappiamo ed abbiamo voglia di fare.

Per questo ci piaceva scrivere qualcosa a proposito dell’Handmade: perché conosciamo personalmente buona parte dei gruppi che ci hanno suonato in passato e di quelli che suoneranno nell’edizione di quest’anno e ancora più conosciamo le persone – una in particolare – che hanno messo in piedi e tengono viva, estremamente viva, questa manifestazione.

 

E questi gruppi, queste persone, per i nostri parametri sono quelli giusti.
Hanno attitudine.

Copiare e incollare comunicati stampa e stilare elenchi di nomi non è pratica che ci appassioni.
Allora semplicemente abbiamo chiesto ad alcuni dei nomi inseriti nel cartellone di quest’anno di raccontarci quali sono i dischi che in questo momento amano. A noi ha sempre incuriosito sbirciare tra gli ascolti dei musicisti che ci piacciono.
Ed è un modo semplice per trovare il pretesto di piazzare il flyer dell’Handmade qui da noi.

MACHWEO

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Le cose che ho amato di più nell’ultimo anno sono sicuramente:
It’s Album Time di Todd Terje, il disco pop per eccellenza dell’ultimo anno. Pop per come suona nella mia testa, non certo perché risponda ai canoni del genere. Todd Terje ha trovato la formula giusta nella struttura dei pezzi, che per questo in buona parte si assomigliano ma finisci per curartene molto poco, anzi arrivato alla fine ne vuoi ancora.
The Inheritors di James Holden, probabilmente risale a poco più di dodici mesi fa, ma è troppo bello per escluderlo dagli ascolti attuali, E’ un capolavoro di sintesi sonora, non saprei come altro descriverlo. E James Holden è un visionario che da la merda a tutti.
Poi Sunbather dei Deafheaven, e giuro che non sono un poser e Engravings di Forest Swords perché per l’estetica che Forest Swords ha costruito è IL disco del progetto dell’anno. Uno che sa cosa sta facendo, uno che ha un’idea precisa, ecco.
Poi ammetto di essere supersaturo di novità, ho sviluppato un ascolto pigrissimo per mille e più motivi, primo tra tutti il fatto che sono molto concentrato a scrivere la mia musica da mesi.

GREEN LIKE JULY

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Due dischi che guardano al futuro ed uno che guarda al passato.
Tune-Yards, Nikki Nack e l’omonimo di St. Vincent sono due dischi semplicemente meravigliosi. Merrill Garbus e Annie Clark si confermano come due musiciste raffinate e sofisticate ed il loro modo di concepire la canzone pop è stato negli anni costante stimolo e fonte di ispirazione.
L’Orchestrina di Molto Agevole: Agevolissima! Vol. 1 è un disco che va a risvegliare gli angoli più assopiti del nostro inconscio collettivo. Ed è facile perdersi nei meandri di questo album. Da Rosamunda e Mazurca paesana si passa per polka e valzer fino ad arrivare all’immensa Ti scrivo e piango, vera perla del disco.

HIS CLANCYNESS

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Spero che il pubblico non dia per scontato due album pubblicati da John Dwyer nel 2014. Il primo è Drop come Thee Oh Sees, per me dopo millemila cose pubblicate il loro disco migliore. Un vero capolavoro, riesce finalmente a bilanciare bene la band incredibile che sono dal vivo con le canzoni su disco.
L’altro è Damaged Bug, il suo progetto synth sci-fi punk, che merita solo per la copertina raffigurante un quadro di Brian Eno all’interno di una cabina di controllo di una navicella spaziale. Registrato sul suo Tascam 388 fa viaggiare lontano e ricorda quasi il McCartney di Temporary Secretary.

DID

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Salad Days di Mac DeMarco, perchè lui è il cugino del nostro agente di booking Fabio De Marco (battuta, ndr) e nonostante questo è molto bravo. Ci ricorda i Real Estate ma fortunatamente anche Ariel Pink. Il disco è semplicemente stupendo, perfetto in autostrada nel tratto da Genova a Livorno.
Asiatisch di Fatima Al Qadiri: usciamo matti per le cose arabe e ancora più di testa per le cose finte arabe. Tutto l’album è un po’ pesante forse ma merita più di un ascolto.
E poi l’immaginario grafico è molto cooooool.
Drop the Vowels di Millie & Andrea: loro sono Andy Stott e Miles Whittaker di Demdike Stare. Musica un po’ pastigliette (“pastiglie” nel nostro speciale vocabolario significa musica elettronica) ma Quirino adora le pastiglie e quindi dovevamo metterlo.

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UNIVERSAL SEX ARENAWomen will be girls (2013)
Una band incredibile che fa un disco d’esordio incredibile, con così tanta carne al fuoco che tentare di incasellarlo sarebbe più inutile del solito. Solo da ascoltare e amare. E da vedere in concerto.
SCREAMING TREES Invisible Lantern (1988)
Uno di noi lo ascolta incessantemente dal 2000, anno in cui lo comprò per 20.000 lire da Underground Records. E non si è ancora rotto i coglioni.
THE PRETTY THINGSS.F. Sorrow (1968)
Dopo averli visti ormai settantenni al Locomotiv e, a distanza di un anno, al Freakout, e avendo constatato che i pezzi del periodo psichedelico gli riescono alla grande, abbiamo ritirato fuori questo lp, che è uno dei primi concept album della storia. Il più bel film mai visto.
SUN KIL MOONBenji (2014)
Uno di noi ci strippa, ma ora sta lavorando e non può dire il perché, quindi, qualora non lo conosceste, andatevelo a sentire.
RAIN PARADEExplosions In The Glass Palace (1984), Emergency Third Rail Power Trip (1983)
In ordine di assiduità di ascolto, almeno due di noi si sono sparati sonore pippe mentali su questi due album. Il primo (in ordine di citazione) è un road trip della madonna, nel senso di road ma, soprattutto, in quello di TRIP. Il secondo (che poi sarebbe il primo), è un monumento al jingle jangle, alla fattanza e all’ indolenza totale: sonnolento, pigro, mielosetto. In altre parole, un gioiello.
MINUTEMENDouble Nickels On The Dime (1984)
Uno di noi non li apprezza come dovrebbe, ed il risultato è che gli altri, quando lo esprime, lo guardano come si guarda una merda farcita all’amarena, e non hanno poi tutti i torti. Comunque è il disco che ci siamo sentiti in macchina mentre, usciti dallo studio di registrazione, andavamo a mangiare la salama da sugo, per la cronaca.
CLAUDIO ROCCHIVolo Magico N.1 (1971)
Insieme a Donovan e ad Alice Cooper, la perfetta colonna sonora per le nostre cene collettive a base di cinghiale. Non chiedeteci però il perchè.

Fiver#04.05.

Brian Jonestown Massacre

Brian Jonestown Massacre

5 canzoni per non sbattere la testa contro il muro

5 canzoni per superare uno dei mesi peggiori di sempre
5 canzoni per non pensare a tutto quello che aspettavi da tempo e ti è scivolato tra le dita
5 canzoni per comprendere che ci sono cose che neanche 5 belle canzoni possono risolvere ma anche che, senza di loro, probabilmente tutto sarebbe stato molto peggio

Sleaford Mods- Tied Up In Nottz
Nel 1981 io e Art spesso prendevamo un double decker bus per Morden con le nostre giovani facce sbarbate e una spilletta dei Clash appuntata sulla borsa EF.

Oggi dal secondo piano del bus quell’incrocio tra John Cooper Clarke ed un giovane Mark E Smith che risponde al nome di Jason Williamson probabilmente ci urlerebbe “Tied Up In Nottz..WITH A ‘Z’ YOU CUNT!”

Brian Jonestown Massacre – What You Isn’t

Fa sorridere come in ‘Dig’ Courtney Taylor-Taylor sembrasse un figo e Anton Newcombe un povero perdente. Il tempo ha provato esattamente il contrario. In queste giornate di semi insonnia è confortante farsi avvolgere da questa spirale tipicamente BJM. Sembra che non succeda niente ma in realtá sei lì che speri non finisca mai.

Tweens – Bored In The City
Perché non ho studiato in un college americano invece che in uno squallido palazzone al Numidio Quadrato? Scommetto che il giorno del diploma invece che in una pizzeria con i poster di Roberto Pruzzo alle pareti avrei spopolato al ballo di fine anno scambiandomi degli hi five con i Tweens prima di scatenarmi in un pogo educato.

Pink Mountaintops – The Second Summer Of Love
Ho perso un po’ le tracce di chi sta con Stephen Mc Bean nell’avventura Pink Mountaintops.  So per certo che in questi giorni ogni tanto sento il bisogno di stordirmi con questo pezzo che al quarto/quinto ascolto si trasforma regolarmente in “Police on my back” dei Clash.

Coves – Cast A Shadow
Marzo 92 Town and country club di Londra. Mi piacevano parecchio i Curve. Feci anche una intervista a Tony Halliday, avrei scommesso su di loro. Naturalmente scomparirono poco dopo. Beck Wood un po’ me la ricorda e anche le loro tessiture psych-pop. Mi piace pensarla così anche se, più che altro, Cast a shadow è Some Candy Talking con Lana Del Rey alla voce e gli Spiritualized come backing band.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

People from Ibiza

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NICO

La mattina in cui é uscito il nuovo album degli Swans mi sono affrettato a scaricarlo sul cellulare prima di partire per l’aeroporto. Immaginavo di ascoltarlo con calma nei giorni seguenti, una settimana scarsa di nullafacenza che mi aspettava ad Ibiza.

Ecco, uno va via qualche giorno, in vacanza, a Ibiza e lo fa con la ferma intenzione di ascoltare la musica degli Swans, che insomma non é propriamente una roba da intrattenimento leggero. Già qui ci sarebbe da ragionarci su e porsi delle domande su se stessi, su ciò che si vuole e su come si sia plasmato il concetto di intrattenimento personale.

Se non altro ho la fortuna di non dover condividere quello che ascolto. Nemmeno con chi mi accompagna in vacanza.

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SWANS “To Be Kind”

Così quel disco, che poi in realtà sono 2 o 3 a seconda se si consideri la versione in cd o quella in vinile, l’ho ascoltato in volo per la prima volta e mi ha occupato quasi per intero il viaggio d’andata. Disco al solito devastante. Che poi ho continuato ad ascoltare nei giorni seguenti, sfidando il sole, le spiagge, il clima. Sotto ogni aspetto Pharrell Williams sarebbe stata scelta più adatta. Ma niente, dovevo assimilare il disco nuovo degli Swans. Subito.

Così ho proseguito con quelle musiche nelle orecchie, senza farmi condizionare dall’umore e dall’ambiente. Anzi questo apparente contrasto mi ha permesso di entrare ancor più nel clima del disco.

Non so bene il motivo ma Ibiza ha conservato un alone di luogo di frontiera, di ultimo rifugio che contrasta con il divertimentificio acclarato del posto ma di cui in giro per l’isola si trovano ancora tracce.

Questa cosa mi ha fatto tornare in mente gli ultimi giorni di Nico, anche lei in fuga dal mondo, incapace di venire a patti con i propri fantasmi e le troppe droghe. Ho provato a cercare in rete informazioni sul luogo esatto dove avvenne l’incidente in cui perse la vita e mi sono ritrovato ad immaginare un pellegrinaggio. Ma nulla, non sono riuscito a trovare qualcosa di specifico. Gli articoli che ho consultato non sono andati più in là di un generico attacco cardiaco che provocò una caduta in bicicletta, senza mai specificare il luogo. Testa sul marciapiede ed emorragia cerebrale che se la portò via per sempre a 46 anni in un ospedale dell’isola. Immaginarsi Nico ancora in vita e in attività come musicista é esercizio inutile, va da sé, ma la cosa mi ha fatto riflettere su come e quanto le nostre vite personali e artistiche per chi artista è, siano condizionate da cicli.

Nico se ne é andata nel momento piú basso di una parabola che l’aveva vista protagonista (non amata dagli altri interpreti) del primo album dei Velvet Underground, ma anche attrice per Fellini e modella per Dior, roba da niente insomma. Ma se si fa riferimento all’eredità artistica allora non si può prescindere dai suoi due più importanti album solisti (“The Marble Index” e “Desertshore”) rispettivamente del 1969 e 1970.

Dischi che hanno condizionato scene intere (molte delle vicende del “dark” inglese degli anni settanta hanno preso spunto da quei due dischi) e che ciclicamente, guarda un pó, qualcuno si premura di farci sapere essere le proprie fonte di ispirazione principali.

Due album talmente “oltre” che naturalmente all’epoca dell’uscita ebbero riscontri decisamente deludenti.

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SWANS

Ecco, se parliamo di cicli e di vite artistiche, notiamo come per gli Swans invece in questo momento tutto indichi che siamo giunti al punto massimo della parabola. Fosse un titolo da tradare in borsa sarebbe roba da shortare ad occhi chiusi. Recensioni iperboliche che si limitano al massimo a valutare le differenti sfumature dell’eccellenza. Certo che chi ha la sfortuna (per una questione di carta d’identità) di ricordarsi quanto poco venissero considerati gli Swans nel periodo iniziale della loro carriera tutto ciò risulta quantomeno curioso.

Ancor più sorprendente se si tiene in considerazione il valore di quella discografia, in particolare quella del periodo di mezzo, dove alla voce fece la sua comparsa Jarboe, una che i dischi di Nico probabilmente li conosceva a memoria.

Il culmine di un ciclo però porta in dote i primi lamenti soffusi, le piccole dimostrazioni d’insofferenza, la voce del nemico che comincia piano piano a levarsi. Perché se “To Be Kind” è giustamente considerato un disco importante è anche altrettanto corretto segnalare che si nota un po’ di autoindulgenza e che se qualcuno si aspettava un “nuovo” album degli Swans e non il semplice proseguimento di “The Seer” rischia di rimanerci male.

Va anche detto che se quel qualcuno gli Swans li conosce veramente di questo fatto potrebbe pure non stupirsi tanto. Inutile aspettarsi cambiamenti epocali, del resto. Sopratutto in considerazione di come è nato il nuovo album.

Un processo spiegato molto bene da David Byrne nel suo libro “How Music Works”: il contesto influenza la creazione artistica. Non esiste una creazione pura, non è possibile distaccarsi dal mondo in cui si vive e rimanerne impermeabili. Gli ultimi mesi di Michael Gira e compagni sono trascorsi in tour, suonando all’infinito l’apocalisse di “The Seer” nei 5 continenti. Finito il tour il gruppo si è ritrovato immediatamente in studio di registrazione. Cos’altro poteva uscirne se non la diretta prosecuzione di quello che si è portato in scena per tanti mesi consecutivi? Ne viene di conseguenza che “To Be Kind” è il disco meno necessario della discografia recente degli Swans. Un album che sembra voler comprensibilmente consolidare il piccolo ma stabile successo che ha travolto il gruppo negli ultimi anni ma che in tutta onestà ha di converso perso quella urgenza espressiva che in passato era stata così pregnante nella discografia della band. David-Byrne-1-thumb-620x413-46759

Rimane il dubbio che il contesto in questo caso abbia suggestionato anche il sottoscritto. Quanto viene condizionato quello che percepiamo e che poi magari tramutiamo in parole dal momento che stiamo vivendo? Da un recensore (e non è il mio caso) ci si aspetterebbe sempre e comunque un minimo di “obiettività”, che tornando ai presupposti del libro di David Byrne è impossibile da ottenere. La lezione che ne traggo è semplice in effetti e scontata sin dal presupposto iniziale: Ibiza non è posto per Michael Gira, quantomeno non per ascoltarlo con attenzione. La prossima volta che capiterò da queste parti mi infilerò nel beach-club dell’Ushuaia e al quarto mojito avrò senz’altro scordato gli Swans concentrandomi sul Pharrell Williams di turno che senz’altro il locale si premurerà di tenere in sottofondo. Con i postumi di una nottata da smaltire, al mesto ritorno alla vita di tutti i giorni, sono certo che anche il mio giudizio sugli Swans sarà differente da quello parziale che ho appena esposto.

E cosa ancor più importante sarà decisamente migliore il ricordo della mia vacanza.

CESARE LORENZI

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A parte gli scherzi: Lorenzo Nada è uno dei ragazzi più carini che conosco. Uno di quelli che quando è dietro alla consolle ti fa scuotere le fondamenta, anelare i fermenti giovanili e vacillare fragile come le palafitte di Marina.

Nell’ultimo periodo sono terribilmente invecchiata. Ogni volta che mi guardo allo specchio mi trovo sempre più lacera e imbruttita e comincio ad assaporare l’amarezza e l’inutilità dei tanti sforzi fatti per realizzare un piano che in origine mi sembrava l’unica strada possibile da percorrere.
Nel 2006 da Roma mi sono trasferita a Ravenna. Qui ho assimilato i fondamenti del Mah-Jong, ho giocato e  perso ripetutamente a racchettoni contro un bambino di nove anni, ho lavorato in molti bagni del litorale, alcuni dei quali erano così sofisticati che gli illustrissimi clienti si lamentavano col direttore se ti vedevano bere dell’acqua dalla bottiglietta mentre eri in servizio, altri invece così grezzi che in otto ore di turno non avevi nemmeno il tempo di andare a pisciare. In ogni caso mi licenziavo sempre entro metà stagione. A Ravenna ho cominciato ad avere paura delle forze dell’ordine come degli happy hour. Qui ho mangiato per la prima volta i ciccioli e devo ammettere che mi sono trovata subito d’accordo col giudizio del mio exmorosino vegan: fanno proprio schifo. Ho osservato tutta la bellezza di una città sull’acqua, delle sue torri di fumo che squarciano violente il cielo oltre la pineta , ho goduto del sole e del mare come della nebbia e del gelo, delle delizie del Ravenna Festival e del Bronson, del niente da fare anche stasera: Ravenna è una città di frontiera.
Non c’è niente di più affascinante del constatare come questa piccola città e il suo peculiare contesto sociale riescano ad intrappolare la creatività dei locali, e di come se ne riesca in qualche maniera a venire fuori e a scivolare via in stanze nuove, più ampie e areate, soltanto allontanandosi. Quando svoltiamo gli angoli delle strade nelle quali abbiamo tracciato solchi profondi per un quarto della nostra vita, ci ritroviamo sospesi ” above the ground and caged the wires ” per dirlo alla Zao e rintracciamo proprio nei momenti più difficili e di solitudine tutta la forza che ci era mancata fino ad allora: quella che ci consente di buttarci nella piena, solo per il gusto di vedere cosa c’è dall’altra parte.
Lorenzo Nada si era appena trasferito a Berlino l’anno in cui sono arrivata a Ravenna. Per lui niente Ampeg da 800 watt, niente microfoni o effetti per chitarra al seguito. Solo un computer e una valigia ricca di suoni campionati: un curioso nella selva dei curiosi a Berlino, in cerca di tutto e di niente che firma un contratto per Equinox Records.

Come in un televisore in bianco e nero sul quale vengono proiettate luci colorate Veleno, il suo nuovo disco, ha il gusto inesorabile del rimandato, di un ricordo sospeso nel passato con la paura di quello che verrà. Anni di rap, sala prove e vita di provincia riflettono come un vetro appannato l’immagine attuale di Godblesscomputers, fatta di suoni che vengono dalla natura, beat reali come quelli di una goccia che cade dalla bocca di una fontana, voci spezzate di sitar che evocano atmosfere orientaleggianti:

Composto da otto tracce, “Veleno è un disco organico, pulsante, sgocciolante, colmo di suoni naturali, un sottobosco vivo.
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 La cosa che mi piace di più di Nada è il suo computer.

Quando si scrivono canzoni non si accetta mai di buon grado che una persona estranea allunghi lo sguardo sulle proprie cose e si può finire facilmente nell’ambito della coazione nel tentativo di giustificarsi, a raccontarsi, a spiegare anche con toni affannati e urgenti il proprio lavoro, e intanto si sorride ironicamente e si osserva con la coda dell’occhio, come la propria “carta di viaggio” venga accolta.
Questo disco parla di una personalità impetuosa, sospinta inconsapevolmente sull’acqua, di campi di suoni che affiorano e lambiscono un punto minuscolo della mia coscienza, che rimandano direttamente alle origini e ai luoghi in cui è cresciuto Lorenzo Nada e prendono la forma di beats che sono labirinti, cunicoli, precipizi per aprirsi in territori sterminati e acque calme e profonde.
Veleno è un disco che può coinvolgere anche chi non ama l’elettronica.
Chi non sa ascoltare con le orecchie, può sentire con il cuore.

MRS. GTATTO

Today more than other day…

OUGHT

OUGHT

Della polemica a proposito di Spotify mi ha infastidito solo una cosa, alla fine: la solita superficialità con cui si é affrontato un argomento così complesso. No, non voglio riaprire la questione adesso. Se ne é parlato abbastanza e spesso a sproposito un po’ ovunque.

Una cosa però dei servizi digitali mi da particolarmente fastidio: é quell’infido logaritmo responsabile di consigliarti altre band a seconda dei tuoi ascolti precedenti. Ancora peggio il servizio “radio”. Ascolti gli Smiths, faccio per dire, e poi ti propongono in successione Ocean Colour Scene, ancora gli Smiths (che te li infilano un brano sí ed uno no, cosí per non sbagliare), Johnny Marr (che fantasia, cazzo), Stone Roses, New Order, Interpol, Morrissey e così via. Niente di male, in effetti, direte voi. A me però questo “perfezionamento” indie-pop in versione union jack (nell’esempio in questione) che ti propinano un po’ mi inquieta invece che rassicurarmi. Non mi piace questo catalogare i tuoi gusti e di conseguenza i tuoi ascolti. Mi pare un brutto modo di tenerti in un recinto e di non farti scoprire tutto un mondo di altri suoni che magari potrebbero pure piacerti. Non mi piace in sostanza che ti invitino ad una specializzazione degli ascolti.

Mi é capitata sotto gli occhi una foto di una cassetta. Un concerto registrato al CBGB in maniera non ufficiale. Un bootleg su nastro, in pratica. Fine anni ottanta, anche se la data non é specificata. Una serata dove sul minuscolo palco del locale newyorkese si erano alternati Sonic Youth, Unsane, B.A.L.L. e Galaxie 500.a2f4ea9ce36411e2b36722000ae90e0a_7

I Galaxie 500 lì in mezzo fanno un po’ sorridere, vicino agli Unsane, ma a pensarci bene non era faccenda così insolita quella di ritrovare band differenti (nel suono e nell’attitudine) a condividere lo stesso palco. Abitudine che é andata in disuso nel corso del tempo, mi pare. In nome della “specializzazione”, appunto. E pensare che in casa tengo i dischi sia degli uni che degli altri, Unsane e Galaxie 500 intendo: due band che per motivi differenti ho comunque ascoltato ed amato tantissimo.
Le eccezioni sono sempre dietro l’angolo, sia chiaro. Esistono posti, sorprendentemente a due passi da casa nostra, che della specializzazione se ne fregano. Mi viene in mente il “Beaches Brew”, il festival estivo dell’Hana-Bi, che in quanto a diversità sorprende ogni anno. Gente capace di mettere Dream Syndicate e Dirty Beaches nella stessa serata avrà la mia eterna gratitudine, sia chiaro. Insomma qualcuno che non ragiona a compartimenti stagni si trova. Qualcuno che non si fará condizionare dai “consigli” di spotify quando c’é da mettere in piedi una programmazione, statene certi.
Poi alla fin fine si torna al solito discorso che la tecnologia dovrebbe essere utilizzata con un minimo di raziocinio. Le faccende legate alla musica non fanno eccezione, evidentemente. Anche perché i gruppi migliori si scoprono per altre vie. Mica grazie ad un algoritmo. Fidatevi degli amici, piuttosto. Io non ho mai smesso di ringraziare un conoscente che mi trascinò a vedere i Cramps, per esempio. Mi cambiò la vita e da quel giorno “damaged rock’n roll” é uno slogan che porto tatuato nel cuore.
Mi fidavo, e lo faccio tuttora, di alcuni critici musicali, inoltre. Qui il consiglio non é proprio disinteressato pensando a tutti quelli che leggono queste pagine e magari ne traggono ispirazione. Certe cose le ho scoperte così, però. I dischi SST, giusto per fare un nome.

Mi facevo condizionare da quello che leggevo. Compravo a scatola chiusa, portavo a casa e rimanevo sbalordito. Immaginatevi la mia faccia: passare dagli Smiths ai Firehose. Però vuoi mettere l’eccitazione di scoprire qualcosa di completamente differente, qualcosa che ti costringeva in qualche modo ad aprire se non il tuo cervello quantomeno le orecchie. E a spalancarle per bene, inoltre.

Non ho mai smesso di amare i gruppi che mi fanno quell’effetto. Che non mi fanno capire bene, che non mi danno punti di riferimento. Ogni tanto capita ancora, per fortuna. Recentemente mi é successo con gli Ought, band di passaporto americano stanziata in Canada che ha appena pubblicato un album per la Constellation Rec., la stessa che stampe gli ottimi Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra e i God Speed You! Black Emperor.

Ought "more than any other day"

Ought “more than any other day”

Gli Ought non mi hanno entusiasmato, al primo ascolto. Piuttosto mi hanno tenuto agganciato. Affascinandomi d subito quel tanto che é bastato per tornarci sopra un’altra volta, poi un’altra volta ancora . E ogni volta ho scoperto qualcosa in più, un altro dettaglio, un piccolo tassello di un mosaico che mano a mano prendeva forma. Echi di vecchia scuola post-punk, un mantra recitato che si trasforma in poesia. Accelerazioni, scariche elettriche, Birthday Party che si stagliano in sottofondo. E poi improvvisamente “canzoni”. The Feelies, i primi Strokes, e poi ancora Pop Group,Gang of Four e Modest Mouse. Roba che suona familiare ma non riconoscibile, che ha il buon gusto di non scadere nell’abusata riscoperta del primo post-punk. Non ci sono scorciatoie, si viaggia costantemente oltre i 5 minuti a canzone, che si sviluppano tutte come in un labirinto elettrico ma alla fine trovano sempre il modo di districarsi. Ci vuole però impegno. Ma il disco ripaga alla grande. Sopratutto dopo che ci avrete investito il tempo richiesto. Una band che non si pone limiti, che non vuole trasformarsi nella parodia di qualcos’altro. Suonano con la convinzione di fare arte e poesia, non semplici canzonette. Si percepisce che arde la sacra fiamma dell’ispirazione e di una sana ambizione.

Insomma sarebbe un peccato sottovalutare gli Ought, dategli un ascolto. Se poi non vi piaceranno potrete pure mandarmi al diavolo. Volete mettere la soddisfazione? Senz’altro maggiore che mandare a fanculo l’algoritmo di Spotify.

Cesare Lorenzi

Walls Come Tumbling Down!

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M E L A M P U S live set

aftershow I LOVE INDIE ROCK closing PARTY
>> AIROOM <<
SNIFFIN’ GLUCOSE dj set
:: records selector :: ARTURO COMPAGNONI (Covo Club, Hana Bi)
:: very special guest :: MRS. GTATTO

. indie rock . brit pop . punk . garage . new wave . twee pop .

C.C.A. Lughè
Via dell’Industria 23/1
Lugo (RA)

Fiver #4.2014

Per quanto riguarda noi di Sniffin’ Glucose la musica non è mai un sottofondo. E’ una colonna sonora costante delle nostre giornate. Ne scandisce ogni singolo momento, condiziona l’umore, risucchia quantità di tempo e denaro impressionanti. Potremmo affermare senza timore di smentita che la musica definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono. Ne’ più ne’ meno. Così ogni 30 giorni scrivere a turno di 5 canzoni che in qualche modo hanno per noi rivestito una particolare per quanto soggettiva importanza nel mese precedente ci pare un modo per fare il punto non solo sui nostri ascolti ma sulle nostre vite in generale. Su quello che ci è successo e su come è successo.
Sniffin’ Glucose

EMA

EMA

Per lungo tempo sono andato avanti considerando gli anni non nella loro durata solare bensì spezzati a metà, un po’ come i campionati di calcio o le stagioni scolastiche. Il 1998, per dirne uno caso, non cominciava a gennaio per finire a dicembre ma iniziava a settembre con i primi concerti nei club per concludersi a maggio con le feste di chiusura in quegli stessi locali. In mezzo qualche festival estivo, giusto per alleggerire il peso della vacanza forzata.
Oggi no, manca la soluzione di continuità e il flusso di eventi scorre continuo senza un segnale che scandisca con precisione lo scorrere del tempo. Necessariamente mi sono dovuto adeguare tornando a far riferimento al calendario civile: da Capodanno a San Silvestro.
In tutto questo, aprile ha finito per rivestire il ruolo di mese spartiacque tra le stagioni passate al chiuso e quelle consumate all’aperto, comunque stagioni vissute allo stesso identico modo: concerti, dj set, sigarette, alcol, un disco dietro all’altro senza pausa.
L’anima e lo spirito ringraziano, il fisico un po’ meno.

THE FAUNS Ease Down

Considerando valida la tesi di cui sopra, lo scorso sabato è stata la giornata di confine.
Nella stessa lunga serata si è aperta la stagione open air sotto la tettoia, sulla spiaggia tra le dune e il mare e si è chiusa quella consumata al riparo delle mura di viale Zagabria. Nel percorso tra Ravenna e Bologna, trasferimento fisico e simbolico senza appunto soluzione di continuità tra il prima e il dopo trasformatosi in un unico infinito durante, mi sono addormentato mentre sotto scorreva la musica. Quando mi sono svegliato stava andando questa canzone.
Non la conoscevo, ma in quel preciso momento mi è parsa perfetta.
Perfetta per disegnare quella lunga linea diritta che non riesco più a trovare. Quella che separa il prima dal dopo.

THE PAINS OF BEING PURE AT HEART Until the Sun Explodes

Se tra i gruppi almeno un po’ noti devo sceglierne uno in grado di materializzarmi l’estate davanti all’improvviso, questi sono i Pains of Being Pure at Heart. Il loro nuovo album esce in questi giorni ma il video di questa canzone, quella che nel disco mi piace di più, è vecchio di un anno. E’ una cosa registrata per MTV e non sarà il video ufficiale, presumo. Vederlo oggi fa quasi tenerezza, perché da allora il gruppo è esploso come il sole del titolo. Dei quattro ne è rimasto uno solo: il cantante. Chissà se quando hanno registrato quelle immagini qualcuno di loro pensava a come sarebbe andata a finire.
Buffo rivederli ora mentre suonano tutti assieme questa canzone che in effetti oggi esce suonata da tutt’altra gente. Ma, come direbbe un mio vecchio amico, poco importa: non è più il tempo dei grandi amori e le storie come cominciano finiscono. Se sono sempre rimasto buon amico delle mie ex, figuriamoci se non posso restare amico dei Pains of Being Pure at Heart. Bentornato allora caro Kip, fosse anche solo con te canteremo e balleremo ancora una volta, con i piedi nella sabbia e il sale sulla pelle: until the sun explodes.

PAWS Tongues

Ho sempre amato molto i gruppi britannici che suonano come fossero americani così come ho sempre amato i gruppi americani che suonano come fossero gruppi inglesi.
Trovo che ognuno aggiunga quel qualcosa che all’altro manca e poi mi piacciono quelli che mescolano le carte e spiazzano.
Loro sono addirittura scozzesi e avendo già dichiarato il mio sbilanciamento ormonale verso chi arriva da quelle parti, specie se la città natale è Glasgow, non aggiungo altro.
I Paws incalzano senza mettere fretta, si fermano esattamente quando c’è bisogno di uno stacco, poi ripartono più decisi e dritti di prima facendo viaggiare voce e strumenti di pari passo.
Hanno messo assieme anche un bel video, il che non guasta mai.

EMA When She Comes

Apprezzai molto Past Life Martyred Saints, il disco uscito prima di questo. Non ho ancora capito se il nuovo mi piaccia altrettanto, come non ho ancora capito se Erika M. Anderson sia un pacco o meno. Quando l’ho vista suonare dal vivo al Locomotiv un po’ di tempo fa, aveva con se una band talmente impresentabile da risultare ingiudicabile. Di certo lei ha una bella voce e sa come usarla, che decida di urlare o preferisca sussurrare, come in questa canzone. Le cose semplici mi sono sempre piaciute, trovo che la vita sia già abbastanza complicata di suo senza dover andar a metterci del nostro per inasprire le salite, così quando incontro canzoni del genere mi lascio andare senza pormi tanti problemi e sollevare domande. Sembra un pezzo semi acustico preso da Live Through This che, per quanto Courtney Love resti il male fatto persona, rimane un buon disco.
Dovessi innamorarmi di qualcuno ora, mi piace pensare che sceglierei questo pezzo come colonna sonora.

POSSE Interesting Thing No.2

We made this in our basement for song off of our album, which we also made in our basement.
In questi ultimi mesi ho perso il conto delle definizioni che ho letto in giro circa cosa significhi la parola hipster. In pochi però, quasi nessuno a dire il vero, hanno provato a descrivere il suo opposto. Ecco, questo gruppo, questa canzone, questo video sono l’esatto opposto di qualunque cosa possa essere definito hipster: parrucchieri da discount, camicie sbiadite, birkenstocks ai piedi e appoggiati al naso occhiali nè troppo grandi nè troppo piccoli. In altre parole: anonimi. Nelle canzoni di questo trio di Seattle ci sono gli Yo La Tengo e i Feelies, i Galaxie 500 e i Real Estate, i Pavement e i Built to Spill: tutto il contrario dell’anonimato, almeno da queste parti.
Una piccola meraviglia, insomma.

ARTURO COMPAGNONI