Fiver#05.06

Merchandise

Merchandise

C’è un momento, nella vita di ciascuno di noi, nel quale si fa un piccolo bilancio di quello che si è combinato. Di buono o meno, dell’immagine che si è data di se stessi. Lo sappiamo bene tutti. Certe volte questo momento te lo scegli, altre volte viene accelerato dagli eventi e ti si presenta un po’ all’improvviso.

Ulimamente la vita mi ha messo davanti un muro da scavalcare. Non un muro di cemento armato, per fortuna, ma un bel muro di mattoni sì, decisamente.
La cosa che mi ha lasciato sorpreso è come in quei momenti, nei quali il muro era davanti a me alto e apparantemente invalicabile, sia partito una sorta di tam tam sotteraneo (non incentivato in quanto la voglia di parlare era veramente inesistente) che ha chiamato a raccolta una quantità insospettabile e insperata di .. vogliamo chiamarli good thoughts?
Non saprei, ognuno li chiami come vuole. Una montagna di abbracci e buoni consigli (“Sguardo dritto e tutto andrà bene”.. ) che mi hanno aiutato come una spinta invisiblie a valicare quel muro che ora vedo nello specchietto retrovisore allontanarsi, molto lentamente, ma allontanarsi.

Non so come, anzi forse lo so ma tant’è.. mi è tornata alla mente una serata di diversi anni fa. Era il 25 novembre 1998 (serve a qualcosa tenere una maniacale agenda dei concerti..) e in una piccola stanza col soffitto basso chiamata Ex Machina a Forlì Robin Proper-Sheppard dava forma alle sue prime composizioni sotto la sigla Sophia e raccontava piccole storie tra una interpretazione e l’altra. Avevo amato molto Fixed Water, l’album d’esordio, e la piccola sala era impregnata di una malinconia tangibile e di sospiri sospesi.
La storia che mi è rimasta impressa, sin da allora, riguarda Jimmy Fernandez il bassista dei God Machine nei quali Robin aveva militato negli anni precedenti. I God Machine io li ho anche visti in un festival di Reading di pochi anni prima ma francamente ricordo poco e niente. Ricordo invece distintamente il racconto commosso di Robin. Di come, dopo aver visto il loro album tra i dischi consigliati in un negozio londinese, i due amici erano usciti sotto la pioggia correndo e piangendo di felicità. La comunanza spirituale provata in quel preciso momento.  Pochi mesi dopo Jimmy Fernandez moriva improvvisamente per un brutto male.

Due amici, attimi condivisi, segni lasciati per sempre.
Non é facile comportarsi sempre decentemente con chi incrocia il tuo cammino ma anche racconti come questi, cosi commossi e partecipi, hanno rappresentato un insegnamento che nel mio piccolo ho cercato di seguire.
La quantità di buoni pensieri che mi hanno sospinto in questi giorni difficili mi fa intravedere, fortunamente, un bilancio fortemente positivo.

Nothing – Bent nail

La vita spesso fa schifo, lo sappiamo. Dominic Palermo si ritrova in prigione a 21 anni per aver accoltellato un tizio. Si aggrappa agli ascolti fatti da ragazzo. La madre era una grande fan della 4Ad e dosi massicce di Cocteau Twins e Pale Saints oltre a Siouxsie e Cure venivano inoculate al figlio con suo grande turbamento, come confessato nelle rare interviste.
Finalmente fuori Dominic attacca la chitarra ad un amplificatore e alza il volume al massimo con lo sguardo ben fisso sulle proprie scarpe.
Swervedriver, Ride, primi Smashing Pumpkins (quando ancora il nome di Corgan non era diventato una parolaccia) il tutto al calor bianco, siamo su Relapse dopotutto.
Come i Cheatahs prima di loro, quest’anno, Nothing è il nome appeso alla mia parete con tre chiodi arrugginiti.

Priests – right wing

Preti. Non proprio una categoria con la quale ho una grande frequentazione nè mi confronto volentieri.
Per riguadagnare credibiltá ai miei occhi dovrebbero arruolare tra le loro fila un tipino come Katie Alice Glass.
Sguardo disorientato ma intenso, urla come se non ci fosse un dopo ma solo un adesso e, dietro, i suoi sodali incalzano con un assalto sonoro senza compromessi.
Post punk da Washington Dc ma nella gran parte delle loro schegge sonore la parola post casca a pezzi sul pavimento.

Happyness – Great Minds Think Alike, All Brains Taste The Same

Vento di terra. Non bisogna mettere le cose in acqua quando c’è vento di terra. Tristemente l’ho imparato dopo aver gonfiato per ore una costosa poltroncina  acquatica per mia figlia. Sembrava facilmente raggiungibile ma, beffardamente, appena ero a portata il vento maligno la spingeva un po’ piu in là fino a sparire all’orizzonte. Spero che qualche ragazzino di altra nazionalità se la stia godendo a quest’ora.
Gli Happyness mi fanno un po la stessa impressione. I riferimenti sono tutti davanti a me ben ordinati: Sparklehorse-Yo La Tengo-Pavement. Ma come cerchi di “metterli in acqua” ti sfuggono e non li raggiungi più.

The Phantom Band – The Wind That Cried The World

Negli ospedali la notte c’è un silenzio fragile spesso rotto, quando va male, da lamenti lontani o vicini e quando va bene dalle risate degli infermieri che cercano di alleggerire turni interminabili.
Rifugiarsi in cuffia è l’unica soluzione e se trovi anche qualcuno che ti “racconta una storia” come quei fantastici cialtroni della Phantom Band è ancora meglio.
Niente di meglio di un arcobaleno storto made in Glasgow per farsi trasportare altrove.

Merchandise – Little Killers

Da wikipedia: “Il chroma key o chiave cromatica (più precisamente intarsio a chiave colore), è una delle tecniche usate per realizzare i cosiddetti “effetti di Keying” (come il Luma Key o chiave di luminanza ed il Matte), effetti speciali usati soprattutto in ambito televisivo, ad esempio per le previsioni del tempo”.
Ecco il video del nuovo singolo dei Merchandise ne fa un gran uso di questa tecnica e posso dire, senza timore di smentita, che sia uno dei video più brutti degli ultimi anni.
Per fortuna in auto i video, ancora per poco immagino, non si possono vedere e allora Little Killers la posso ascoltare ancora ed ancora anche perchè con quel giro Strokes e quella voce Morrisseyana questa canzone porta impresso a lettere di fuoco la dicitura SONG OF THE SUMMER ’14.

Massimiliano Bucchieri

The Devil, Daniel Johnston…and FRANK

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Chiariamoci subito su di un punto: se è etico o meno che il personaggio principale di un film sia in realtà una sorta di patchwork di vite di personaggi reali (nel nostro caso tutti musicisti).
Se pensate che l’operazione non sia intellettualmente onesta, questo film non fa per voi. Se invece andiamo oltre lo spirito biografico allora oso sostenere che FRANK si candida ad essere uno dei film dell’anno e – dal punto di vista “indie” uno dei film del decennio.
Come da mia caratteristica, non avrete una parola di trama del film, non vi verrà svelato se l’ottimo Michael Fassbender si toglierà o meno la maschera di Frank oppure se le corde emotive del film vireranno più sulla commedia o sul drammatico. Tutte cose che potrete scoprire e godervi da soli con la speranza che questo film possa uscire nelle sale italiane in programmazione ordinaria.
Quello che mi preme comunicare è la contestualizzazione del film in quanto il regista irlandese Lenny Abrahmson non solo si conferma come ottimo autore (forse qualcuno ricorderà il buon “Garage” vincitore del Torino Film Festival nel 2007) ma si rivela uno dei nostri e cioè una persona che vive di musica.
L’operazione di Abrahmson è quella di prendere la figura di Frank Sidebottom un’icona pop inglese degli anni 80 inventata e impersonificata da Chris Sievey (già noto nella scena di Manchester di fine anni 70 come cantante della band : The Freshies).
Frank Sidebottom ebbe successo più che per le sue doti musicali per la sua presenza scenica : una enorme e simpatica testa di cartapesta che indossava sia sul palco sia nelle esibizioni televisive.
Il successo lo portò infatti a diventare un personaggio acclamato anche sul canale inglese Channel 4 dove proponeva cover in versione strampalata dei Beatles , degli Smiths e di tanti altri, risultando gradito anche alle famiglie dai gusti più popolari.locandina
Ma prima parlavo di patchwork; Abramhson si limita ad ispirarsi a Frank Sidebottom semplicemente copiandone il suo testone e alcuni aneddoti da band presi da memorie autobiografiche di cui parleremo in chiusura e decide poi di donargli la mente e il cuore di Daniel Johnston , l’ispirazione ed il mood musicale di Captain Beefheart e l’alone di mistero e sperimentazione dei Residents. E’ in questa operazione molto originale che risiede il possibile amore o insofferenza per il film (nel mio caso ha stravinto il primo sentimento)
Quello che viene fuori è infatti una splendida non-biografia dove nessuno dei personaggi verrà mai citato ma che i vari appassionati potranno e sapranno riconoscere.
Il tutto viene poi riportato come storia ai giorni nostri, dove basta qualsiasi cazzata fuori dall’ordinario per ricevere migliaia di visualizzazioni su YouTube e dove basta la chiamata di un grande Festival (nel nostro caso il South by Southwest) per stravolgerti – nel vero senso della parola – la vita.
Frank potrà essere visto in tanti modi : potrà essere interpretato come semplice commediola demenzial-musicale oppure come ancora più semplice curiosità cinematografica sull’interpretazione di Michael Fassbender (che si rivela anche buon cantante con canzoni scritte appositamente per il film, tanto per non farsi mancare nulla). Quello che interesserà più a noi è una riflessione sul dilemma degli ultimi anni e cioè la linea di demarcazione tra ciò che è indie e ciò che è mainstream.
Per questo penso che se ne parlerà più sulle riviste musicali che su quelle cinematografiche.

Il film è stato presentato con successo al Sundance Festival 2014, uscito nelle sale inglesi qualche settimane fa e approdato in Italia al sempre lodevole Biografilm Festival (che tra l’altro presentava anche l’interessante anteprima del biopic su Jimi Hendrix : Jimi all is by my side).
Frank è tratto dalle memorie di Jon Ronson : tastierista e amico di Chris Sievey (Ronson è tra l’altro autore del libro “L’uomo che fissa le capre” da cui nacque un ottimo e divertente film con Ewan McGregor e George Clooney)

Se vi dovesse scappare questo film o se semplicemente volete fare un passo indietro, partite da un documentario vero : una riflessione poetica sull’arte, la creatività , la poesia e la pazzia .
Prendete o riprendete : The Devil and Daniel Johnston, davanti a tale meraviglia sfigurerebbe di certo anche il bellissimo Frank

MASSIMO STERPI

Qui sotto il Trailer originale di Frank

Qui invece il vero Frank impegnato a stravolgere Panic degli Smiths in uno dei tanti video di repertorio disponibili in rete

 

FIVER#04.06

Protomartyr

Protomartyr

Dicono che questi siano i migliori mondiali di calcio di tutti i tempi. Può darsi sia anche vero, chissà. Secondo me in ogni caso non si possono confrontare cose che appartengono a epoche diverse. Non so, magari i mondiali del Messico nell’estate del 1970 sono stati più belli, solo che non lo ricordiamo e comunque i parametri per giudicare certe cose sono completamente cambiati. In ogni caso credo sia impossibile vedere qualcosa di meglio delle due partite in Spagna in cui l’Italia batté in sequenza Argentina e Brasile nell’82.

Per la musica è diverso. Certi dischi di altre epoche restano e li giudichiamo oggi con gli stessi criteri di allora. Tra quelli che piacciono a me penso agli Stones, ai Velvet, agli Stooges, ai Roxy Music, ai Kinks solo a dire i primi nomi che mi vengono in mente.

Riflettendoci un attimo credo dipenda dal fatto che il calcio si è evoluto moltissimo negli anni, mentre la musica rock è rimasta – al contrario – sostanzialmente ferma: detto questo aggiungo che, per come la vedo io, l’evoluzione non è necessariamente un bene e il rimanere fermi, in certi casi, non è affatto un male.

 

Ought “The Weather Song”

Questa canzone mi gira in testa incessantemente da almeno un paio di mesi. L’ho ascoltata talmente tante volte che mi pare, nella consueta confusione tra accadimenti personali e pubblici, tutti la conoscano benissimo. Quasi come gli Ought fossero i cesarecremonini del Canada. In realtà quando l’altra sera l’ho suonata all’Hana Bi dopo il concerto dei Pains of Being Pure at Heart, la gente sotto la tettoia è rimasta un po’ sorpresa – miei amici a parte – e qualcuno è venuto a chiedermi ragguagli circa l’identità degli autori. Può essere che gli Ought quindi non li conoscano poi in così in tanti. A me comunque The Weather Song fa impazzire: mi impone di tenere dentro il fiato per il primo minuto, poi parte il fuoco d’artificio e tutto esce fuori d’un botto. Ogni volta che parte il pezzo conto i secondi, sessantadue in tutto, e resto sospeso nel timore che una cattiva magia abbia spostato da qualche altra parte lo stacco che a quel punto arriva, così che io non lo riesca più a trovare e rimanga lì col respiro piombato. Ovviamente quello stacco è invece sempre al suo posto: Yeah, I just wanna revel in your lies.  Così posso riprendere a respirare.

Il popolo ha la memoria corta e i più si sono fermati a citare gli Strokes. La prima volta che ho ascoltato il pezzo a me sono venuti in mente i Talking Heads. Vero è che anche la prima volta che ascoltai gli Strokes mi balenò il ricordo dei Talking Heads. I conti quindi, probabilmente tornano comunque.

 

Bob Mould “I Don’t Know You Anymore”

A tutti prima o poi capita di pronunciare questa frase rivolgendoci a qualche persona che fino all’attimo prima ci era cara: I don’t know you anymore. Se non vi è mai successo beati voi. Ci sono però persone che conosciamo da sempre e pur nelle loro mutazioni, nei cambiamenti necessari e inevitabili, rimangono fedeli a se stesse e le riconosciamo ora esattamente come le riconoscevamo tanti anni fa. Del disco nuovo di Bob Mould ha scritto già Cesare, e l’ha fatto talmente bene che non ho nient’altro da aggiungere. Se non rilevare il corto circuito emozionale che questa manciata di canzoni ha provocato in alcuni di noi. Perché alcuni di noi sono già arrivati al punto in cui oggi pare essere giunto Bob Mould: il momento in cui con determinazione ferrea e fiera convinzione si decide di tirare fuori tutto, chiarendo inequivocabilmente a se stessi e agli altri quello che si è. L’equivoco non è più ammesso quando arriva l’istante. Quello in cui rivendicare il passato di cui ci stavamo quasi dimenticando, affermandolo nel presente e proiettandolo verso il futuro.

L’attimo in cui l’unica cosa che rimane da fare è prendersi le proprie cose e riportarle a casa.

 

Cold Cave “A Little Death to Laugh”

C’è stato un momento, all’altezza dell’uscita di Love Comes Close, in cui pareva che Wesley Eisold e i suoi Cold Cave stessero per fare il botto. La canzone che titolava quel disco la passavamo spesso nelle nostre serate e alla gente piaceva parecchio. Il disco seguente, Cherish the Light Years, fu in realtà una mezza delusione e non mi pare abbia avuto particolare riscontro in giro. Magari il botto l’hanno pure fatto visto che, se ben ricordo, sono stati scelti dai NIN come spalla  per il loro tour di quest’anno, solo che io non me ne sono accorto. Il nuovo disco dei Cold Cave, Full Cold Moon, non è in effetti un nuovo disco dei Cold Cave, bensì una raccolta di singoli usciti nell’ultimo paio d’anni su alcune piccole etichette indipendenti. A quanto pare il vero nuovo album dei Cold Cave uscirà entro fine anno e dovrebbe intitolarsi Sunflower. Eisold lo definisce: a mix between some of the bigger sounds on Cherish and more minimal stuff I’m interested in now, like Suicide or 39 Clocks. Ben venga. Uno che mi cita Suicide e 39 Clocks avrà sempre la mia attenzione, quindi attendo con curiosità. A Little Death to Laugh uscì su un sette pollici Heartworm Press nel 2012. Ha una linea di tastiera semplice semplice, sciabolate di synth che accompagnano una drum machine tenebrosa al punto giusto e quella voce cupa che fa tanto Sisters of Mercy. Robe così le ho ascoltate mille volte suonate da mille gruppi diversi negli ultimi 30 anni. E potrei ascoltarle altre mille volte suonate da altri mille gruppi diversi nei prossimi 30 anni, ma non credo mi stancherei, non ancora.

 

Ausmuteants “Tinnitus”

Volevo fare un copia e incolla di quello che un paio di settimane fa scrissi a proposito dei Pow!: quella roba sul garage rock e i gruppi che suonano il genere aiutandosi con tastiere e synth, mescolando rock and roll, punk e new wave. E volevo aggiungerci un pensiero ai Brainiac e una citazione dei Man or Astro-man? che fa sempre figo e magari raccoglie pure qualche like trasversale. Ma negli ultimi giorni la tecnologia mi sta restituendo un po’ di quell’odio che le ho riservato negli anni: gli strumenti che sono solito utilizzare non funzionano (oppure sono io a non essere in grado di farli funzionare, in ogni caso il risultato non cambia) e così non riesco a recuperare quelle tre righe, quelle scritte a proposito dei Pow! Detto che punti esclamativi e interrogativi in questo pezzo sono funzionali alle scelte dei gruppi (nel senso che hanno deciso di metterli loro in calce al proprio nome), gli australiani Ausmuteants suonano, com’è scritto sullo sticker tondo appiccicato in alto a destra sulla copertina del loro disco uscito solo in vinile per la sempre ottima Goner, synth-driven snot punk classic! (anche in questo caso l’accezione esclamativa l’hanno messa loro). Assistere a un loro concerto deve per forza essere un’esperienza interessante, ma siccome sono uno che sa accontentarsi, in fondo mi basterebbe anche solo trovare un club dove la gente volesse ballare un pezzo come questo anziché venire a spappolarmi l’umore richiedendo per l’ennesima volta l’ascolto di Oasis e Pulp.

 

Protomartyr “Ain’t So Simple”

Questa settimana me la sarei cavata con un secondo copia e incolla, ripescando la frase con cui mesi e mesi fa Jonathan Clancy, al ritorno dalla sua permanenza a Detroit, mi descrisse le più interessanti band locali del momento. Tra queste c’erano appunto i Protomartyr, nome che non avevo mai sentito prima ma che diligentemente appuntai sulla mia agenda mentale delle possibili next big thing (prego dare il giusto peso all’aggettivo big considerando che nella mia agenda mentale al primo posto della categoria al momento ci sta gente come Krill e Dub Thompson, per dire). I Protomartyr hanno un cantante che snocciola in modo ripetitivo parole, mantenendo sempre un identico tono, e una linea ritmica che in questa canzone è tutta una sincope di charleston, chitarra e tamburo in contro tempo. Regalano quel senso di urgenza imbrigliata nella noia e (presumo) nell’impotenza trasmessa dal vivere in una città che è la fotografia più spietata possibile del declino dell’impero occidentale.

Scrivendo su questo blog mi accorgo di citare Mark E. Smith e Jonathan Clancy ogni tre per due: la mia monotematicità citazionistica mi sorprende. Devo dire però che la cosa non mi dispiace affatto: pochi punti fermi e attorno satelliti di caos che girano vorticosamente. Buono.

ARTURO COMPAGNONI

Questi anni importanti

Bob Mould

Bob Mould

Sono convinto che ognuno di noi abbia un talento particolare e che talvolta le vicende della vita non ce lo lascino coltivare come meriterebbe. Talvolta ci si perde in piccole rivincite personali, in litigi senza senso, in labirinti emozionali senza via d’uscita.

Poi, come d’improvviso, si torna a fare quello che riesce meglio. Magari a distanza di anni.

Suonare canzoni con il piglio del punk, nel caso di Bob Mould. E farlo con quella naturalezza che solo il talento, la predisposizione, gli astri e non so cos’ altro ci mettono a disposizione.

Certo che tra Bob Mould e il suo ex compare di avventure negli Husker Du, Grant Hart, diventa una bella gara di occasioni sprecate, talento inespresso e capacità di complicarsi l’esistenza. Come se Ryan Giggs avesse un giorno deciso di lasciare la sua amata fascia sinistra per giocare difensore centrale. Probabilmente lo avrebbe fatto senza particolari problemi, lavorando un pò sui muscoli e la forza fisica. Ma non sarebbe più stato “quel” Ryan Giggs. Ricordo ancora un pomeriggio del 1999, seduto sui gradoni di un pub del centro di Manchester. In compagnia di due greci emigrati in Inghilterra che scroccavano birre e sigarette. Stasera vi farà del male, mi avvertirino. Finì 2 a 0 per loro, la squadra di Manchester con le magliette rosse, in effetti. Vidi dal vivo cosa significava cavalcare quella fascia sinistra. Quella sera Ryan Giggs piazzò l’asticella. Chiunque volesse provarci poteva accomodarsi ma sapeva che il salto da fare era enorme e la ricaduta poteva fare male.

Hüsker Dü

Hüsker Dü

Bob Mould qualche anno prima piazzò l’asticella per chiunque volesse cimentarsi in una canzone suonata con 3 accordi, con l’energia di un areoplano al momento del decollo che usciva dagli amplificatori e la bile che a forza di urlare finiva direttamente nel microfono.

Gli Husker Du sono diventati velocemente leggenda, con tutte le contraddizioni tipiche del caso. Sono stati una storia intensa, una di quelle che lascia cicatrici e fa male. Comprensibile insomma che tutta la carriera solista, o comunque post Husker Du di Bob Mould sia vissuta nel tentativo di ricostruirsi un’immagine pubblica ed un futuro che si allontanasse il più possibile da quello che era stato.

Emblematico il disco solista, il primo della serie. Quel Workbook che è stato oggetto di ristampa proprio in questi giorni per i 25 anni dalla pubblicazione. . Disco acustico, di archi e di arrangiamenti sorprendenti. Come se volesse dirci che insomma vanno bene i Black Flag e i Minutemen ma, sotto sotto, il chitarrista che più lo ha influenzato è stato Richard Thompson. Una di quelle cose che da punk non potevi proprio ammettere. Ma l’eccesso di questa nuova libertà, al di là dell’entusiasmo iniziale, non ha mai prodotto capolavori. Tutto al più buone canzoni che, sì, insomma non sono veramente male ma però, dai, gli Husker Du erano decisamente un’altra cosa.

Mould_Bob_Workbook_25_OV-36-revised-300x300Anche gli Sugar, l’altro progetto di Mould rimasto a metà strada tra il periodo Husker Du e la carriera solista, nonostante il successo in termini prettamente commerciali, si può catalogare come tentativo di coniugare il vecchio linguaggio del punk rock a suoni tradizionalmente più rock. Senza punk. Con un gusto melodico mai così accennato. Roba che ci ha fatto pogare come se fosse la fine del mondo: canzoni che sono rimaste, anche quelle indelebili nella memoria. Ma anche gli Sugar alla fine li abbiamo sempre registrati come un eccellente rito di passaggio. Tra una vita e l’altra, come direbbe il Compagnoni.

Passaggio che sembra essersi completato con gli ultimi due album solisti. Bob Mould è tornato definitivamente a casa e sentirlo al massimo dei giri, nel più recente “Beauty & Ruin” è un vero piacere.

Quelle canzoni che abbiamo mandato a memoria in “anni importanti” assumono ora una valenza profetica. Mi ricordo bene l’ultimo periodo degli Husker Du: come i confini si fossero fatti improvvisamente troppo stretti. Si capiva che quella storia era alle battute finali e quella strada che portava alla rinuncia sembrava un incubo (ai nostri occhi di fan poco piú che adolescenti) che si materializzava. Il momento della disillusione, quando tutto sembra improvvisamente senza senso, il guardarsi intorno e non vedere appigli. Quel diventare grandi che ti stritola lo stomaco e non ti lascia spazio, il respiro diventa affanno….it makes you want to give it up, And drift into a haze….2A9176417-CE57-C77F-7A66AFF86BA88440

Non è piazzata lì per caso neppure quella foto di copertina: dove un Bob Mould maturo si sovrappone ad un ritratto di tanti anni fa. Come se le due epoche venissero improvvisamente a patti, come se si fosse davvero completato un ciclo.

In fondo il talento è uno solo. Quello vero. In questo caso lo conosciamo fin troppo bene….once you’ve seen the light, you finally realize it might end up all right, it might end up all right now…

Tanto poi siamo quello che siamo e alla fine sempre lì torniamo, da dove siamo venuti. Magari non sarà strettamente la stessa cosa, non sará una faccenda calligrafica perchè ci abbiamo vissuto una vita in mezzo, ma insomma ci siamo capiti.

CESARE LORENZI

 

Fiver#03.06

Own Boo

Own Boo

É un’estate che é partita come meglio non si poteva. Lo avete letto: tra Beaches Brew e Handmade siamo stati bene. Cosí bene che ci sembra quasi impossibile. Essere qui, a pochi km di macchina, a pochi minuti di distanza da quelle serate, dai nostri amici, dalla nostra musica. E siamo solo all’inizio. Intanto segnatevi queste date: 4 e 5 luglio. Sotto la tettoia dell’Hana-Bi ci saremo anche noi in compagnia di qualche amico, a smanettare con il mixer e mettere qualche disco ma, sopratutto, a veder suonare dal vivo Soviet Soviet, His Clancyness, Own Boo e Havah. Vale a dire il meglio o quasi che gira in Italia in questi giorni. Sará il tempo di Ceremony, un festivalino che diventerá un evento, ne siamo certi.

Intanto, come ogni lunedí, le nostre 5 canzoni della settimana….

Own Boo “Edie”

Di una band come Own Boo mi piace praticamente tutto. Ad iniziare dalle foto promozionali che circolano in rete. Mi ricordano i My Bloody Valentine quando ancora si facevano ritrarre negli appartamenti che occupavano nel nord di Londra e pubblicavano EP di un fascino che rimarrá ineguagliato. O forse é solo suggestione causata dai suoni: chitarre distorte e fascinazioni psichedeliche. Un EP di quattro canzoni che é anche debutto discografico, un gioiellino che rimanda a band come i primissimi MBV e i Telescopes. La mia nuova band italiana preferita degli ultimi 12 mesi, senza ombra di dubbio.

Chad VanGaalen “Cut off My Hands”

Un brano, uno qualsiasi di un disco strepitoso. Un pretesto per parlare non tanto della canzone in sé (comunque adorabile: si apre con una semplice chitarra alla quale faranno poi da contraltare una serie di arrangiamenti bizzarri che rendono alla perfezione l’atmosfera evocata anche con il cantato….close my eyes and dream of different skies…) ma per segnalarvi  appunto un disco che sta raccogliendo recensioni entusiaste un pó ovunque ma che rischia comunque di passare sotto silenzio. Se ci fosse un pó di giustizia ci toglieremmo definitivamente dalle balle Wayne Coyne per lasciar spazio a roba come questa: che dei Flaming Lips raccoglie la visione ma la coniuga con la tradizione del folk a stelle e strisce.

Conor Oberst “Your are Your Mother’s Child”

A proposito dei Bright Eyes di Conor Oberst prima o poi mi toccherá scriverci qualcosa di serio, una di quelle cose che ogni tanto vi propongo alla voce “band della vita”. Peccato che i dischi solisti non siano mai stati all’altezza, arrivando addirittura ad indisporre in quel pedante tentativo di imboccare le strade del “classic rock”. In attesa che decida di ritornare a casa nutriamo la nostra fiducia di piccoli episodi che comunque continuano a sottolineare la straordinarietá del personaggio. Non é un caso che uno dei brani che rimangono del disco piú recente sia completamente acustico, una canzone che rischia di farvi tirare fuori il fazzoletto dalla tasca. Lo odierete per questo, allo stesso modo di quando vi commuovete guardando Titanic in televisione e odiate voi stessi.

Parquet Courts “Black and White”

La New York di fine anni ’70, i Pavement, i Modest Mouse……. i Parquet Courts. E pensare che il nuovo disco mi ha lasciato completamente spiazzato all’inizio. Perché non é un disco immediato, proprio per nulla. Ha bisogno, al contrario, di qualche ascolto ripetuto ma una volta che ci si prende confidenza diventa assolutamente indispensabile. Ho sempre avuto una visione in testa. La band perfetta: due chitarre, basso e batteria, l’urgenza degli Husker Du coniugata al talento compositivo di Bob Dylan. Sará pure una mezza chimera ma ogni tanto continuo a crederci. I Parquet Courts alimentano semplicemente  il sogno.

Total Control “Flesh War”

Santino dei New Order alla parete, assalto di synth a fare da colonna sonora. Ritmi che portano alla mente le vicende del post-punk dei primi anni ottanta. Passaporto australiano e secondo album in uscita a giorni. “Flesh War” é un estratto del disco in questione, ne hanno parlato i tizi di Pitchfork e ancora una volta sembrano aver ragione. Questa é una canzone che possiede l’epicitá ed il mistero per trasformarsi in un piccolo inno. Gran pezzo.

CESARE LORENZI

In the aeroplane over the sea

Qualcuno mi ha chiesto perché in quel famoso lungo week end di fine maggio non fossi a Barcellona quest’anno.
Probabilmente è perché sono sempre stato un indie snob che appena qualcosa o qualcuno finisce sotto i riflettori si rompe i maroni e decide che è il momento di andare a cercare qualcos’altro e qualcun’altro da qualche altra parte. Mettiamola così, me lo dico da solo e non ci pensiamo più. Aggiungo anche che nei giorni immediatamente successivi al famoso festival di Barcellona contro il quale, sia chiaro, non ho da dire proprio nulla, sono andato a vedere altre due cose (e mezzo) che mi hanno impegnato un bel po’ sia fisicamente che mentalmente.

Domenica primo giugno ero all’Handmade a Guastalla (RE), martedì, mercoledì e giovedì di quella stessa settimana mi sono fatto il Beaches Brew all’Hana Bi di Marina di Ravenna, in mezzo un giorno di passaggio al Rock in Idro di Bologna.

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Io che sono da sempre un indie snob (si si, il termine indie lo uso ancora perché mi fa comodo e non ho bisogno di nessuno che venga a ricordarmi il senso della parola – questa la spiego a parte se a qualcuno mai interessasse) anziché andare a vedere i National e gli Arcade Fire e tutte quelle altre belle cose che passavano in Catalogna sono stato a raccogliere margherite in un parco fuori Reggio Emilia, ricreandomi in testa una situazione che secondo il mio immaginario senz’altro limitato e indubbiamente un po’ deviato è la cosa plausibilmente più vicina ad un contesto come che so, l’International Pop Underground di Olympia.

In una giornata del genere ho recuperato alcune conferme, materiale di cui c’è sempre un gran bisogno per tenere dritta la barra di navigazione, illudendosi che le proprie convinzioni siano oggettivamente sensate.

A cominciare dal primo concerto incrociato all’Handmade, quello degli Own Boo, potenzialmente il miglior gruppo italiano uscito negli ultimi dodici mesi. I tre ragazzi sono dei giovanissimi freak spuntati fuori dalla San Francisco del ’67, delle due ragazze non dico nulla perché ogni volta che parlo di donne metto il piede in fallo e qualche mia amica o conoscente non perde occasione per farmelo notare. La cantante comunque ha una voce che porta da un’altra parte. Dico un nome solo: Mazzy Star, fatevelo bastare. Se continueranno su questa strada potranno arrivare dove vogliono e a un certo punto mi toccherà abbandonarli (vedi alla voce indie snob di cui sopra).

Own Boo

Own Boo

Seconda conferma: il malsano fascino che il garage rock esercita su di me. Vorrei disperatamente essere un garage rocker: possedere tutti i dischi della Crypt, padroneggiare il catalogo completo della Goner ed allineare a decine nella mia libreria le cassette della Burger. Ma in realtà il garage rock alla fine ascoltarlo di lungo (intendo per più di tre canzoni di fila) mi annoia. Come il reggae e lo ska anche se infinitamente più figo del reggae (sono un indie snob bianco della middle class in fin dei conti) e un po’ più interessante dello ska (che ai tempi miei, quelli di Beat, Specials, Madness e Selecter era niente male).
A meno che il garage rock non vada a vederlo dal vivo: allora è tutta un’altra storia. Soprattutto se il gruppo che suona dichiara anche una passione poco celata per wave e post punk inserendo tastiere storte e moog. Allora la frittata personale è fatta e servita. Prendetemi e portatemi con voi, non cerco altro. E’ quello che hanno fatto i Pow! sul microscopico palco B dell’Handmade lunedì, quando la sera stava per rimpiazzare il giorno. Bellissimi, oltre che bravi e coinvolgenti: lui una specie di eroe perduto del glam anni ’70 traslocato armi e bagagli sulla Bowery; lei un side project dei B52’S in età post adolescenziale; l’altro un capellone occhialuto timidissimo e infine il batterista. Ecco il batterista, che tra l’altro ha spezzato i cuori di un paio di mie amiche, sembrava capitato lì per caso, annoiato tra una canzone e l’altra, per poi partire improvvisamente senza sbagliare un colpo. Preciso come un metronomo in quel suo misto tra scazzo completo e professionalità eccelsa che inevitabilmente raccoglie il mio incondizionato consenso.

Potrei star qui ad andare di lungo scrivendo del non palco allestito da Tizio e dei magnifici e (per me) sconosciutissimi gruppi che si è scelto, indeciso se decorare con l’ambito titolo di Calvin Johnson della bassa lui, Tiziano Sgarbi aka Bob Corn o l’altro, Jonathan Clancy, aka il cantante degli His Clancyness. Potrei scrivere del vino e del cibo, di quel divano piazzato in mezzo ai campi tra le balle di fieno, o potrei anche parlare di quanto bella fosse la voce del cantante dei Green Like July che per più di un momento mi sono parsi la reincarnazione degli Orange Juice ipnotizzati dal catalogo dei Kings of Convenience o citare i Chow che passano carta vetro sulla tradizione americana anni ’70 con in mente tutti i dischi degli Screaming Trees.
Potrei scrivere un libro sull’Handmade perché ne varrebbe la pena, mo non qui e non ora, magari un giorno dei prossimi.

Tirata giù la serranda a sigillare il festival fatto in casa giusto il tempo di un passaggio tra la polvere del Parco Nord dietro casa mia a verificare che i Brian Jonestown Massacre sono sempre i Brian Jonestown Massacre anche alle tre del pomeriggio, su un palco troppo grande e troppo alto e con un sole feroce che gli sbatte in faccia, poi sono andato al mare infilandomi sulla A14 in direzione di Marina di Ravenna. Dove ho raccolto qualche altra conferma.
L’Hana Bi è uno dei migliori club del mondo. Ok, non è un club, ma è come se lo fosse. E’ un luogo che quando lo racconto a qualcuno che ancora non lo conosce questo non ci crede. Ed è un luogo che quando qualcuno viene da fuori e non lo ha mai visto poi mi viene a dire che non avevo raccontato tutto e il posto è ancora meglio di quello che avevo descritto. Ed è un posto che invece la gente che ci vive di fianco riesce a volte a criticare. Ma a ognuno il suo. Non mi interessa. Comunque io se fossi in Chris, che l’Hana Bi lo gestisce da 10 anni, farei come fece Poneman della Sub Pop venti e passa anni fa. Pagherei un viaggio e un soggiorno da queste parti a un paio di giornalisti di quelli che contano, uno americano e uno inglese. Poneman lo fece tramite la Sub Pop con Everett True. Seattle manco era segnata sulle mappe del rock che conta (o almeno era stata accantonata dai tempi di Hendrix e Sonics) e il grunge era solo una vaga idea nelle teste di tipi poco raccomandabili come Tad Doyle e Mark Lanegan. Da quel viaggio di una settimana Everett True tornò con un reportage che, pubblicato sulle pagine del Melody Maker, cambiò la vita a molti dei personaggi che abitavano nel sud ovest degli Stati Uniti trastullandosi con la musica ad inizio anni ’90. A molti la cambiò in meglio, a qualcuno in peggio.
Ecco, immagino cosa potrebbe scrivere un giornalista passando da questa spiaggia la settimana in cui si svolge il Beaches Brew e cosa ne potrebbe conseguire.

Parlando di quello che si è visto nella tre giorni la prima conferma arriva dai Cloud Nothings . Sono tre nerd sfigati che suonano come fossero gli Hüsker Dü (ah ah ah, lesa maestà!) e il batterista è la migliore macchina da guerra mi sia capitato di vedere da un imprecisato numero di anni a questa parte. Certo sono solo uno che pensa che per avere ancora vent’anni basta trovarsi una volta all’anno a sbattere la testa sotto a un palco e ammaccarsi le ginocchia e le costole e i gomiti contro una cazzo di transenna che manco mi aspettavo di trovare sotto al palco dell’Hana Bi che poi non è un palco e si, capisco che l’avete messa perché altrimenti il cambio palco per quattro volte di fila sarebbe stato impossibile e che si, se non la metterete anche per il concerto dei Black Lips alla terza canzone lo chiudiamo per impraticabilità del campo, però l’Hana Bi con una transenna attorno al palco non è la stessa cosa.
A parte questo i Cloud Nothings hanno comunque spaccato il culo, fatevene una ragione voi che ancora li trattate con la sufficienza che si dedica ai ragazzini: ad ascoltare i ragazzini (sorpresa!) a volte ci si diverte di più che non ad andar dietro ai vecchi maestri.
A proposito dei quali, tra quelli passati per Marina di Ravenna in questi tre giorni, potrei scrivere di Lee Ranaldo e magari anche di Damien Jurado, oppure potrei proseguire descrivendo il tipo degli Swearing at Motorists che meriterebbe una pagina solo per lui, o Dj Fitz che chiudeva le serate a botte di afro e funky, potrei dire che gli Speedy Ortiz, per quanto acerbi mi piacciono assai e ricordare che i Suuns dal vivo sono sempre micidiali.

Ma se fossi uno che sa scrivere bene e che ha pure un briciolo di fantasia, uno di quelli bravi a fabbricare romanzi o sceneggiature di film, a questo punto mi inventerei un finale ad effetto. Una roba di quelle che ad esserci dentro ed avere 20 anni ti cambia la vita per sempre.
Tipo un ultimo concerto per chiudere tutto, questi tre giorni e quelli immediatamente precedenti. Un concerto unico, sulla spiaggia tra il mare e le dune, i piedi sotterrati dalla sabbia fresca, migliaia di persone sotto una luna tagliata perfettamente a metà.
Un tipo con barba lunga e un cappello che canta: what a beautiful face I have found in this place, that is circling all around the sun , tu che sei lì in mezzo e anche se a quelli la’ sopra al palco non è che ai tuoi tempi gli avessi dato poi tutta quest’importanza ora non puoi far altro che guardarli fuori fuoco con lo vista appannata dalle lacrime and when we meet on a cloud I’ll be laughing out loud I’ll be laughing with everyone I see can’t believe how strange it is to be anything at all con la gola che si attorciglia mentre pensi ai dieci anni che hai vissuto lì su quella spiaggia, tutti dall’inizio della storia e sai che quello che sta succendo ora sta succedendo anche per te. Non c’è nulla di casuale e in questo finale immaginario oggi è il giorno perfetto, questa è la notte perfetta e nient’altro conta. Niente.
Tutto potrebbe finire lì e e le cose avrebbero un senso compiuto, definitivo: and one day we will die and our ashes will fly from the aeroplane over the sea.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver#02.06

Cloud-Nothings-01-Dani-Canto

Per la quarta volta raggiungo il Primavera Sound.
Alla fine di ogni edizione dico che sarà l’ultima, poi ci ricasco.

Tra le cose più originali c’e sempre il volo di andata.
Per ogni edizione prendo il volo Ryan Air da Bologna del giovedì mattina. E’ sempre piuttosto divertente realizzare che si tratta di una sorta di volo charter per il Festival, tanti sono i passeggeri facilmente riconoscibili dalle t-shirt. Quest’anno si va dai veterani con maglietta Husker Du ai più giovani con maglietta Chromeo. Sei così certo che la maggior parte di passeggeri stia andando al Primavera che si è chiamati a pensare che anche il pilota stia guidando con la maglietta dei Pixies e che il volo Ryan possa atterrare direttamente al Parc del Forum.

Ma è proprio nella riconoscibilità conclamata una volta saliti in aereo che possono scaturire osservazioni di antropologia pura.
Se il veterano del Primavera è seduto di fianco ad un neofita alla sua prima edizione, il neofita rischia un pippone di almeno 40 minuti. Verranno affrontati tutti i temi, dai consigli sui migliori falafel del festival, ai passaggi segreti tra un palco e l’altro per evitare le code, dai ferrei regolamenti dell’Auditorium ai consigli legati ai vari spazi Off del Festival.
Il veterano e il neofita sono molto diversi. Li si puo’ riconoscere già dal bagaglio.
Il neofita pensa di andare ai Caraibi a bere un mojito mentre ascolta in costume da bagno il live degli Arcade Fire. Il veterano ha invece in valigia un costoso abbigliamento tecnico da montagna e racconta al neofita aneddoti climatici simili a quelli narrati dalle popolazioni irochesi. Il neofita ascolta e sorride, pensando che il veterano stia esagerando, riderà meno 3 giorni dopo con 39 di febbre.
L’altro grande elemento di riconoscibilità tra le 2 categorie di festivalgoers è lo Schedule.
Tutti in aereo tiriamo fuori i già stropicciati foglietti dove sono stati diligentemente segnati i personali interessi delle 3 giornate. Le differenze le vedi dalle liste. Il neofita si è segnato 70 nomi, non li riuscirebbe a vedere nemmeno se stesse un mese a Barcellona, ma non può accettare e riconoscere con se stesso che se Sharon Van Etten suona alla stessa ora ad un kilometro di distanza dagli Slowdive , non esiste nessun Dio che potrà farglieli vedere entrambi.
Il veterano invece tira fuori uno schedule dove si è segnato pochi nomi a caratteri cubitali. Non perché è interessato a poche band, ma perché è da 4 mesi che si prepara per l’evento con selezioni dolorose. Ha già elaborato il lutto per tutto ciò che non potrà vedere e solitamente si autoconvince del suo operato con frasi del tipo “…Tanto John Grant l’ho già visto 3 volte”, ma intanto dentro sta piangendo.
L’ultima differenza è la programmazione dell’intero viaggio.
Il veterano dormirà fino a 15 minuti prima l’inizio del primo live e programmerà con serietà scientifica ogni spostamento da un palco all’altro, le sue energie sono centellinate per arrivare in forma anche per i concerti notturni. Ma a volte anche lui fallisce, non accettando che se il suo fisico ha superato i 40 non arriverà mai a vedere i Wolf Eyes alle 04 del mattino oppure può arrivarci ma probabilmente sarà l’ultimo live della vita.
Il neofita invece è da tanto che voleva visitare Barcellona e quindi oltre al Primavera si è segnato per ogni mattina gustose visite alla Sagrada Familia , al Museo Picasso e deve inoltre assolutamente trovare la maglietta originale di Puyol e Iniesta che aveva promesso agli amici.
Sovracaricandosi di così tanti impegni, il neofita si troverà già nel pomeriggio del secondo giorno a sperimentare nelle gambe quello che un ciclista prova scalando il Col du Galibier, solo che lui non è un ciclista e per di più ha pagato 180 euro il biglietto. Anche il neofita, tradito dal fisico, arriverà con il pianto nel cuore a rivedere i suoi 70 nomi che si era segnato nello schedule.
Vero elemento di originalità in questa edizione 2014 è lo “Schedule Emiliano-Romagnolo”. Tra Bologna e Ravenna nei giorni subito successivi al Primavera si sono esibite infatti ben 8 band presenti a Barcellona (tra cui 4 headliner). Il neofita ed il veterano si troveranno quindi uniti nell’ incrociare i propri schedules in base ai loro progetti dei giorni successivi.
Anche in questo caso il neofita – se molto giovane – rischia però di uscirne sconfitto. Dopo calcoli interminabili ammette a se stesso e agli altri che non ha la macchina e non saprà come caspita farà a raggiungere Marina di Ravenna.

Ma bando alle chiacchiere veniamo alla musica, il motivo per cui siamo qui e uno dei motivi per cui siamo al mondo.
Ecco il mio personalissimo “fiver” del PS 2014
Le 5 canzoni che più mi hanno emozionato nella 3 giorni barcellonese.
In ordine di apparizione on stage:

1) Midlake – Roscoe
I Midlake si esibiscono il primo giorno, all’ora del tramonto in uno dei rari momenti di sole e splendida temperatura. Ho amato in maniera smisurata i loro primi 3 album, poi a mio avviso la vena creativa si è di molto affievolita. Il live però me li fa tornare ad amare e i brani prendono tutti una certa epicità. Il tutto sarebbe ancora più bello se la voce di Eric Pulido fosse più limpida e meno effettata, ma forse il desiderio è quella di renderla più simile all’ex leader Tim Smith. Roscoe in ogni modo arriva a commuovere e rientrerebbe forse in un mio ideale best 100 degli anni 2000

2) Slowdive – Catch the Breeze
In questo caso non sono un fan, ma vado con molta curiosità. All’inizio tutto sembra un po’ incerto. Nei primi 2 brani Rachel Goswell e tutti i componenti della band sembrano quasi intimoriti (a parte Neil Halstead che ha occhi solo per la sua chitarra). Poi il concerto esplode con Catch the breeze, il calore del pubblico – tanto – arriva sul palco, la Goswell si scioglie ed elargirà sorrisi e dolcezze per tutta la durata del concerto. Le armonie di Catch the breeze e la voce di Rachel Goswell con il mare di fianco e le nuvole cariche di rosso tramonto è stato uno dei momenti emotivamente più forti del mio Primavera

3) War on Drugs – Under the Pressure
In questo caso non solo non sono (o meglio non ero) un fan, ma vado addirittura con un po’ di pregiudizi. Non avevo colto l’hype per il loro ultimo lavoro. Ma i Festival servono anche per questo, a volte incroci miti che ti deludono, altre volte gruppi nuovi con cui è amore a prima vista, altre volte ti trovi a rivedere completamente un giudizio su una band. E’ il mio caso con i War on Drugs , il live di gran lunga migliore – di quelli da me visti – di tutto il PS 2014.
Dal vivo si coglie molto di più il loro contatto con la tradizione “americana” e il mio gusto è ampiamente appagato. Finalmente colgo anche l’accomunanza con Bob Dylan, che fin qui non avevo assolutamente capito, il sound e soprattutto la voce di Adam Granduciel sono effettivamente equiparabili al Dylan dei migliori anni.

4) Volcano Choir – ComradeVolcano Choir 04 Dani Canto feat 600
Su Justin Vernon non sono obiettivo, lo confesso. Non mi ha ancora stancato come Bon Iver e lo apprezzo ulteriormente per le sue collaborazioni e per i suoi progetti collaterali tra cui il più importante è appunto Volcano Choir.
Contrariamente a quanto ci si può aspettare, il gruppo anche dal vivo risulta essere quello del chitarrista e compositore Chris Rosenau che ha il compito di presentare tutti i brani e relazionarsi con il pubblico. Mr. Vernon si limita ad essere la splendida voce della band e solo alla fine saluta e ringrazia tutti introducendo Still dal primo album dei V.C.
65 minuti a mio avviso splendidi.

5) Cloud Nothings – Stay Useless
Altro concerto che attendevo e altra conferma, questa volta in forma decisamente più oggettiva.
I Cloud Nothings sono devastanti e hanno dei brani meravigliosi che propongono senza tregua come se non ci fosse un domani. Iniziano con Quieter Today, poi Now Hear in ..e poi la splendida Stay Useless. Sono le 00,10 dell’ultima sera …e ho l’impressione che dopo questa non posso più chiedere nulla a Barcellona.

Per il resto torno a casa con lo zaino pieno di tanti altri momenti.
Come tanti, uso il Primavera anche come contenitori di generi, come occasione per conoscere band nuove e infine per concedermi “main event” che frequento sempre meno ma in cui mi accorgo di divertirmi ancora . Nel primo gruppo inserisco gli ottimi live dei Kronos Quartet , Caetano Veloso e Dr. John nel secondo gruppo (quello a cui tengo di più) La Sera, Majical Cloudz, Courtney Barnett e nell’ultimo decisamente i National – una spanna sopra tutti a mio avviso – e gli Arcade Fire.
E poi c’era Mr. Julian Cope in apertura della 3 giorni, a tessere un ideale filo conduttore tra quello che ero a 20 anni e quello che sono adesso.

MASSIMO STERPI

Il terzo album dei Van Pelt

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The Van Pelt

Una antica leggenda metropolitana circolante tra i miei amici e conoscenti sostiene che nel segmento di persone nate negli anni ’60, oggi in vita e non ancora affette da totale rincoglionimento senile, io abbia presenziato a più concerti rispetto chiunque altro.
Ad alimentare il mito contribuisce senz’altro il fatto che i concerti visti li ho tutti segnati, quindi li ricordo bene e non ho alcuna difficoltà a citarli uno ad uno, con tanto di luogo e data di svolgimento. Il vademecum unico, quello che assurge a custodia di tutto ciò che mi è capitato di vedere sui palcoscenici di mezzo mondo in questi ultimi 35 anni, è una vecchia agenda del Banco di Sicilia, reliquia senza ombra di dubbio della mia seconda vita.
Ovvio che non sia così: non ho visto tutto quello che avrei potuto vedere. C’è gente che ha senz’altro avuto modo di assistere a più concerti che non il sottoscritto. Non molti magari, ma qualcuno di sicuro c’è. Ogni tanto è capitato che facessi errori di valutazione e lasciassi perdere cose che invece avrebbero meritato attenzione, altre volte è successo che non fossi dell’umore giusto per uscire di casa e infilarmi in mezzo agli altri, fatto sta che di cose rimaste indietro ce ne sono eccome.
Di certo però non ho mai bucato un concerto perché avessi qualcosa di più importante da fare. Del resto la mia vita non è di per se particolarmente interessante, non ci sono molte cose che mi piaccia fare e quelle poche hanno tutte a che vedere con la musica. Rarissimamente poi mi è capitato di saltare un concerto per semplice pigrizia: anche se sono sempre stanco detesto la gente pigra.

Tra le cose che non mi sarei dovuto lasciar sfuggire ma che in effetti mi sono perso ce ne sono alcune di cui mi pentirò in eterno, come il live dei Bauhaus al Puntacapo, il primo tour italiano di Nick Cave con i Bad Seeds e la calata degli Hüsker Dü, eventi entrambi capitati se non erro nel reggiano, ed omissioni un pò meno gravi, tipo il concerto dei Van Pelt.

hd_namelogoQuando i Van Pelt vennero a suonare in Italia ero in un periodo piuttosto complicato, più o meno all’altezza della 3/4 della mia seconda vita. Con questa faccenda del numero di vite e sul come queste trovino una loro precisa collocazione non credo sia il caso di occupare spazio qui. Diciamo che la cadenza degli intervalli l’hanno decretata apparizioni e successive sparizioni di determinate ed importanti figure femminili.
Ora ad esempio ho da un pezzo in corso la quarta vita e sono convinto non ve ne sarà una quinta; piuttosto tanti quattro punto qualcosa che ne protrarranno la durata finché il cielo non deciderà altrimenti.

Quando i Van Pelt vennero a suonare in Italia si era attorno al 1997 e come mi ha di recente ricordato Jukka, chitarrista di una nota rock band emiliana, dalle mie parti fecero tappa alla Scintilla di Modena. In quel periodo mi stavano scoppiando in mano situazioni e c’erano buchi da tappare, così la musica passò per qualche tempo un pelo in secondo piano. Fu in quei mesi, se non sbaglio, che persi cose che in altri momenti mai mi sarebbe capitato di lasciare indietro: tipo i Pavement ai Magazzini Generali e i Lemonheads al Vox, robe incredibili solo a immaginarle.
Mi consola in parte il fatto di aver timbrato presenza al concerto del fratello del cantante dei Van Pelt, Ted Leo che qualche tempo dopo (il 24 marzo del 2005) venne a suonare coi Pharmacists all’Atlantide. Chiuse con una cover di Suspect Device degli Stiff Little Fingers che ancora me la ricordo; andai a casa con gli occhi che bruciavano e non importava che fossi più vicino all’alba che al tramonto e il fatto che alle sei e mezza la sveglia sarebbe suonata era solo un dettaglio, perché l’unica cosa che veramente contava era il suono della chitarra che martellava le tempie e il ronzio degli amplificatori ficcato nelle orecchie.

In ogni caso devo essere sincero e far poco il figo: con i Van Pelt avevo un rapporto strano e forse li avrei saltati comunque, anche se non fossero capitati dalle mie parti al momento sbagliato, sulla 3/4 della mia seconda vita.
Mi piacevano, certo. Nanzen Kills a Cat in particolare era una di quelle canzoni che spesso capitava nel mio stereo. Con quel giro lì di chitarra all’inizio, seguito da un rullo di tamburi asciutto e preciso, poi la voce di Chris Leo che entra dopo cinquanta secondi: there it is, plain and simple, frasi tagliuzzate e parole in libera uscita: on top of the world, think about it, there’s nothing, frammenti di discorso che potrebbero non dire nulla ma che a te dicono tutto.

Alla fine i Van Pelt non li ho mai inquadrati davvero. Nel tempo ho ripassato più volte i loro due dischi e ogni volta che li ho ascoltati mi rendevo conto di quanto quei dischi – specie il secondo, Sultans of Sentiment – fossero buoni. Mi piacquero pure i Lapse dopo, anche se quando partiva la voce della giapponese mi ricordavano un po’ troppo i Blonde Redhead.
Eppure né Van Pelt né Lapse sono mai entrati nel lotto dei miei favoriti in maniera totale ed incondizionata.
Potrei inventarmi le più complesse giustificazioni ed i più disparati motivi sul perché ciò sia successo, ma la verità è che di motivi veri non ce ne sono e di giustificazioni reali non ne ho. Dei Van Pelt mi accorsi subito, li ascoltavo in diretta all’epoca, non me li sono persi ai loro tempi e di loro non mi sono poi dimenticato negli anni a seguire. Semplicemente mi sono sempre scivolati via dalle mani finendo in seconda fila, dietro a qualcun’altro.
Uno di quei piccoli eventi da catalogare nella categoria delle cose che capitano e quando te ne accorgi, quando ti fermi a pensarci un attimo, non capisci bene perché siano successe. Non riesci ad inquadrare il punto.
Forse trovavo troppo complicato ascoltarli. Quelle ritmiche spezzate e quella voce che non canta e alla fine nemmeno parla, non racconta storie ma esclama frasi utilizzando una metrica che è da manuale del suicidio commerciale.
La scuola Mark E. Smith in effetti, e come tale avrei dovuto considerarla da subito e apprezzarla più di quanto in effetti abbia fatto.

Qualche tempo fa è successo che dodici anni dopo il loro scioglimento il gruppo abbia deciso di tornare assieme per qualche concerto. Il perché lo abbia fatto sinceramente non mi interessa. Mi irrito quando qualcuno commenta il ritorno in scena di un gruppo liquidandolo con supponenti questioni di cassa. Certo e allora? Pensate forse che io mi alzi alle sei e mezza tutte le mattine perché mi piaccia farlo? Alla fine è sempre una questione di cassa, la cassa serve per vivere.
Comunque sia, trascorsi altri cinque anni da quella riunione i Van Pelt hanno pensato fosse il momento di mettere mano a quella manciata di pezzi che venti anni prima avevano registrato e di piazzarli su un disco stampato in vinile, le prime 240 copie di colore verde, dai tizi de La Castanya, una piccola casa discografica di Barcellona.photo
Erano le canzoni destinate ad entrare nel terzo disco, un disco mai uscito. A metà tra ironia e mito scelgono un titolo decisamente adeguato (Imaginary Third) per un album che, banale dirlo, suona fresco ed attuale come pochi.
Anzi suona forse meglio oggi di quanto i Van Pelt suonassero bene allora.
Con loro che entrano senza preamboli, nessun incipit. L’introduzione è un colpo di tamburo che sembra il proseguimento di una canzone e non il suo inizio; proprio come avessero ripreso le loro faccende lì dove le avevano lasciate, tre lustri or sono. Del resto quasi ovvio sia così stante il fatto che quelle canzoni erano lì allora e dei primi due dischi sono di conseguenza il logico proseguimento.
Anzi alcune di quelle canzoni già le conoscevamo costituendo l’ossatura di Betrayal!, il primo disco dei Lapse.
Quindi Imaginary Third più che un nuovo ascolto per aggiungere altre prospettive rispetto quanto già conoscessimo dei Van Pelt, è una maniera per riassumere le caratteristiche del loro suono, rispolverarne e, nel caso necessitasse, approfondirne la conoscenza.

Col senno di poi comprendo bene solo ora dove risieda la grandezza di una band del genere: le canzoni dei Van Pelt nutrono l’aspettativa. Dietro ogni passaggio strumentale ti aspetti che capiti qualcosa che regolarmente invece non succede così che il nostro pronostico venga eluso e si rimanga in attesa di altro.
Come è noto quello che non succede non ti delude: l’aspettativa rimane la forma più pura di piacere, come certi amori mai dichiarati che restano prima sospesi poi scompaiono irrisolti lasciandoti nel dubbio. Lo stesso dubbio che in fondo rimane ascoltando le canzoni dei Van Pelt, che basterebbe un niente, una virgola spostata di mezza riga o una pausa in meno tra le parole per trasformarle in altro. In qualcosa di più lineare e accattivante. In una canzone di Imaginary Third, una sola, si intravede contro luce quello che con altre scelte i Van Pelt sarebbero potuti diventare. La canzone si chiama The Threat e al principio sembra uguale alle altre: una cavalcata ad alto indice emotivo che pare non andare da nessuna parte; trattenuta, misurata e irrisolta. Poi a un certo punto quando ormai non te lo aspetti più, al minuto uno punto venti si apre, come a spiegare le vele o a spingere tutti i cilindri del suo motore.

Paradossalmente è quella canzone che fa capire come la bellezza dei Van Pelt fosse in fondo altrove.
Non nello splendore di una carnagione levigata e perfetta ma nel gonfiore sotto gli occhi che si mostra ogni mattina che segue la serata giusta, nel bugno scuro e tumefatto di un livido o ancora in quella mano che anziché carezzare il velluto preferisce far scorrere il dito nel solco di una vecchia cicatrice per seguire il contorno delle linee irregolari.
Ma in definitiva e soprattutto, il terzo album dei Van Pelt sarà la matita che mi consentirà di mettere una croce sopra al loro concerto. Una di quelle caselle lasciate indietro tanti anni fa, all’altezza della 3/4 della mia seconda vita.

ARTURO COMPAGNONI

I Van Pelt suoneranno in Italia ad agosto al Bianconiglio di Vittorio Veneto (TV) il 13 e all’Hana Bi di Marina di Ravenna il 14.

Fiver#01.06

Invece delle abituali 5 canzoni del lunedì oggi sono 5 momenti: i 5 momenti dell’appena conclusosi Primavera Sound, o quantomeno dei primi 2 giorni del festival spagnolo cui ho assistito.
Più semplice a dirsi che a farsi, ho scoperto a mie spese. Complice anche una delle più fiacche edizioni degli ultimi anni.
Ecco, si potrebbe pure partire da qui: da come e quanto si é trasformato il Primavera nel corso del tempo. Perché al di là delle dichiarazioni ufficiali le cose sono cambiate. Ed io, piccolo indie-nerd snob dal quoziente elettivo e visione del mondo limitata (me lo dico da solo prima che ci pensi qualcun’altro), ad un certo punto della prima serata, sotto il palco targato Sony con gli Arcade Fire tutti lustrini in versione U2 mi sono semplicemente chiesto: che cazzo ci faccio qui?

Majical Cloudz

Momento “entusiasmo adolescenziale incontrollato parte 1”
Devon Welsh, il cantante di Majical Cloudz, tiene stretto tra le mani il cavo del microfono come se da quella presa dipendessero i destini del mondo. Si scusa prima di cominciare perché la musica che andrà a proporre é “quiet”, dicendolo si guarda attorno e anche lui sembra pensare che cazzo ci faccio qui? Trema. Insomma é una di quelle faccende dove il termometro di emotività repressa segna i picchi massimi. Poi é un diluvio di synth e parole. Voce filtrata che diventa a sua volta strumento. Tempo 4 canzoni ed il pubblico si è dimezzato. Chi rimane però è letteralmente rapito e il concerto si trasforma in un trionfo. Il giorno dopo, di primo pomeriggio vado a rivederli in un palco improvvisato in centro cittadino. E confermano tutte le cose buone del giorno prima. Qualcuno che si è spellato le mani a forza di applausi per James Blake farebbe bene a non passarci sopra con troppa noncuranza.

Momento “vorrei ma non posso, non ancora almeno”
Speedy Ortiz hanno 3 buone canzoni. Quando le suonano quelle 3 canzoni ti fanno chiudere gli occhi e ciondolare il capo seguendo il ritmo. Regalano qualche brivido, insomma. Per il resto sembrano un gruppo un po’ in crisi esistenziale che fatica a mantenere le attese di un hype ingombrante, tra suoni confusi e un chitarrista che sembra prestato da una band hardcore (no, questa non è una buona cosa). Il prossimo disco probabilmente farà da spartiacque e capiremo da che parte della lavagna metterli.

Momento “superclassificashow”
L’ultima volta che ho visto i Pixies dal vivo era il 1990. Sono andato a controllare prima di partire e questa cosa non mi lasciava affatto sereno, comprenderete. Comunque, al Primavera ero in compagnia di qualcuno che i Pixies non li aveva ancora mai visti. Ho pensato: tocca sacrificarsi. Alla fine il tempo è volato via in un baleno. Mi sono ritrovato a battere il tempo e pure a cantare qualche ritornello che ancora mi era rimasto in memoria. Lo so, sono indifendibili. L’ultimo album è una roba inascoltabile ma, cazzo, quante grandi canzoni hanno in repertorio. Uno finisce al Primavera anche per questo: un po’ di sano divertimento senza pretese, e che diamine!

Momento “dall’ufficio del catasto al palcoscenico del festival indie più importante del pianeta non è in fondo chissà quale salto”
Il tastierista, sono sicuro, da’ ripetizioni di musica ai ragazzini delle medie. I rimanenti quattro Real Estate in compenso sembrano la rappresentazione del perfetto nerd. Un’immagine pubblica del genere regala speranza a tutti gli adolescenti rinchiusi nelle loro camerette. Tocca avere talento, però. E quello ai Real Estate non manca. L’ultimo album è un piccolo gioiello che loro ripropongono tale e quale. Brividi. Poi, alla fine di ogni canzone ringraziano, contenti come non abbiamo mai visto nessun altro su quel palcoscenico.

Momento “entusiasmo adolescenziale incontrollato parte 2”
John Grant avrà pensato: sono io o è proprio la sfiga che mi perseguita? Perché alla fine è stato l’unico ad esibirsi sotto una tempesta tropicale, durata per l’appunto il tempo della sua esibizione. Che detto sinceramente avrei voluto non finisse mai. Perché le canzoni sono di un altro livello e la band che lo accompagnava spaccava letteralmente. Conclude con il classico The Queen of Denmark, sprezzante della pioggia, si alza e guarda verso il cielo. Rimane così, fermo immobile per qualche secondo e il sole fa capolino tra le nuvole. Me ne vado bagnato fino alle mutande, contento come un bambino al quale hanno appena regalato qualcosa di grande e inaspettato.

CESARE LORENZI