Fiver #04.10 (In my own strange way I’ve always been true to you)

Ought

Ought


In una settimana in cui del tour italiano di Morrissey hanno parlato più o meno tutti ho veramente poco da aggiungere se non impressioni strettamente personali. Ho amato molto gli Smiths e ho cercato di stare dietro alla carriera solista di Morrissey che non ha sempre vissuto momenti indimenticabili ma l’imprinting subito la prima volta che ho ascoltato Reel Around The Fountain è una di quelle cose che ti porti dietro tutta la vita.
In particolare mi hanno fatto ridere le lamentele di chi voleva più canzoni degli Smiths. Pubblico evidentemente plagiato dal virus della reunion dove l’artista suona esattamente quello che voglio io, anzi si ricostituisce proprio per quello.. Un perfetto spirito dei tempi che viviamo dove il verbo desiderare ha perso ogni significato. Dove possiamo ascoltare la canzone che vogliamo, vedere il film che vogliamo o il leggere il libro che vogliamo nell’esatto momento in cui insorge il desiderio. E se non succede ci innervosiamo. Come si permette Morrissey di non suonare quello che voglio io?
Con Morrissey in realtà è un po’ diverso. A parte il fatto che la sua carriera solista ormai ammonta a ben 26 anni contro i soli 5 di militanza negli Smiths il diritto di suonare le canzoni che vuole se lo è guadagnato, a mio parere, mantenendo una onestà e coerenza che seppur non sempre visibile, o riconosciuta dai più, è in realtà, a guardare bene, sempre presente. Nei suoi testi, certamente, ma anche le polemiche sterili, le uscite esagerate sono sempre state in linea assoluta con il personaggio.
Ho sempre stimato le persone che, non importa il contesto o chi hanno davanti, hanno sempre saputo mantenere un proprio comportamento dettato da un’onestà di fondo.
Nel mio piccolo ho sempre cercato di non restare disgustato dall’immagine di chi mi si presenta la mattina quando mi specchio.
Possono essere comportamenti indecifrabili o non condivisibili ma coerenti ed onesti.
Forse è per questo che l’altra sera, durante il concerto bolognese, risentire la frase che apre questo Fiver mi ha fatto ricordare, in questi tempi difficili, chi sono e l’impressione che vorrei lasciare in chi incontro.

Morrissey – Speedway Live in Bologna 17/10/2014

Fisico da pensionato, voce della Madonna. Credo di aver scritto così ad un amico. Se c’è un pezzo che da un senso all’intera carriera solista di Morrissey questo è Speedway da Vauxhall And I e vederselo recapitare come secondo pezzo in scaletta dritto in mezzo alla cassa toracica un venerdì sera in un vecchio palasport, con poca concentrazione e la testa ancora obnubilata dalle preoccupazioni per il presente e il futuro, è l’equivalente di uno schiaffone in faccia e mi ricorda improvvisamente tutto quello che abbiamo “passato insieme”. Ok, scusa Stephen, sono qua.

Ultimate Painting – Ultimate Painting

Si conoscono in un tour condiviso. Si annusano. Si piacciono. James Hoare (Mazes) e Jack Cooper (Veronica Falls) decidono di buttare giù un po’ di idee insieme e confezionano questo omaggio alla prima comunità hippy rurale americana. Finiscono abbastanza lontani dalle atmosfere dei rispettivi gruppi di provenienza. Ultimate Painting si srotola e avvolge. Conforta e accarezza nel suo andamento già ascoltato un milione di volte ma stranamente nuovo.

Ought – New Calm Pt 2

Proprio mentre nella loro solitamente pacifica madrepatria canadse succedono cose di una violenza inspiegabile e inaspettata gli Ought approdano dalle nostre parti e si fanno precedere da questa manciata di canzoni che si aggiungono al già apprezzatissimo More Than Any Other Day. In realtá questo non è un pezzo nuovo ma una rilettura sonicamente monocorde, della durata di 7’15, di un pezzo del 2012. “Oh I love this one” proclama in apertura il frontman Tim Beele prima di lanciarsi in una danza insensata sciorinando versi assurdi come “Hear me now that I am dead inside, that’s the refrain!” O, ancora, “Who invited Paul Simon? I didn’t invite him”. Tu ascolti e pensi..cazzo, i Fall. Hit the north accelerata?
Se l’8/11 al Covo durante il concerto vedete un tipo visibilmente provato che si gratta la testa a metà tra il perplesso e il deliziato passate a salutarmi. Mi fa piacere.

Sleater Kinney – Bury Our Friends

Opero un piccolo scippo a Cesare Lorenzi. Questo è un gruppo “suo”, e sono certo che di qui a breve celebrerà doverosamente il loro ritorno. Io l’ho sempre apprezzato, diciamo cosi, un po’ da lontano.. Dischi piaciuti abbastanza, ma mai scattato l’amore. Visti nel 2000, mah. Portlandia, doppio mah. Eppure .. Il loro ritorno non saprei come altro definirlo se non “necessario”. Una canzone bella, che ci rispedisce a quando la musica “alternativa” sembrava veramente parlarci in modo diverso.

Communions – So long sun

Mi immagino John Squire che ascolta questa canzone alla radio e cade dalla sedia. Bum! Poi chiama Ian Brown dicendogli “sto invecchiando Ian, questo pezzo nostro proprio non me lo ricordo. Tra l’altro è proprio buono, sei quasi intonato..”. Premesso che da queste parti il primo album degli Stone Roses sta sul comodino proprio in mezzo tra gli occhiali e il bicchiere d’acqua della notte questi ragazzini danesi si affacciano dallo squarcio creato dai “maggiorenni” Iceage e Lower spedendoci dritti dritti a Spike Island.

Massimiliano Bucchieri

Fiver # 03.10 (Rassicurazioni)

Parqay Quarts

Parqay Quarts

But, still, it was a strange time for people heavily invested in the underground, a pre-internet moment when indie groups didn’t appear on late night TV as regularly as they do now, you never gave much thought to advertising or PR, and you could walk up to someone wearing a Jesus Lizard t-shirt and know you’d have a lot in common. So, even if you didn’t pay much attention to Nirvana’s ascension, when punk did break, previously small bands were swept up and placed in a context they were unfamiliar with until that moment; as a result, more people were coming to shows, wearing those shirts, and muddying the waters“.
(dalla recensione della ristampa di 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, Pitchfork 16/10/2014)

Sono consapevole di vivere nell’anno 2014, così come sono cosciente del fatto che non riuscirò mai a stare dietro ai mutamenti che l’informatica propone quotidianamente alla mia vita. Questo non perché i cambiamenti non mi piacciano aprioristicamente o li ritenga superflui (non sempre, almeno) ma solo perché sono troppo pigro e tecnologicamente ignorante per tener dietro alle novità.
L’unico social network che frequento è facebook. Non vi dico quanto mi stia sulle palle utilizzare termini inglesi in un discorso espresso in italiano. Eppure di parole inglesi ne ho appena utilizzate tre in un’unica frase. L’ho fatto, come fanno tutti, perché d’altro canto non mi piace per nulla italianizzare definizioni inglesi che viceversa non avrebbero un equivalente per essere espresse nella nostra lingua. Così come utilizzo facebook, allo stesso modo in cui lo utilizzano quasi tutte le persone che conosco, pur non condividendo l’impiego che la maggior parte delle persone che conosco fa di questo strumento. Un congegno che mi pare sia capace di rendere apparentemente stupide anche le persone più intelligenti.
Le due cose, facebook e l’uso di vocaboli anglofoni, ovviamente non sono correlate tra loro, ma il parallelo mi occorre per esprimere un concetto: ci sono cose che non mi piace fare ma che ritengo sia necessario fare. Affermare che certe cose, tipo avere un profilo facebook, siano indispensabili è un pelo esagerato, ne convengo. E’ comunque un modo per dire che capisco come il rifiuto di certi meccanismi possa finire per tagliarti fuori dal mondo, anacronisticamente arroccato su posizioni che ricordano quelle del soldato giapponese trincerato in cima alla montagna, ignaro del fatto che la guerra è finita da un pezzo. Chiarito ciò aggiungo che quando qualcuno decide di prendere una posizione antiquata e fuori dal tempo su questi argomenti, a me quel qualcuno piace da morire. Soprattutto se quel qualcuno non è una persona arcaica quanto me.
Prendete i Parquet Courts ad esempio. Mi è appena capitata per le mani un’intervista da loro rilasciata al Guardian a fine giugno di quest’anno, dove i ragazzi (28 anni il più anziano dei 4) in buona sostanza dichiaravano il loro rifiuto all’utilizzo dei social media a fini promozionali, considerandoli un veicolo niente affatto necessario per far circolare il proprio nome. Un rifiuto che va di pari passo con la scelta di concentrarsi nella pubblicazione di dischi preferenzialmente su supporti analogici (cassette e vinili), anche tramite un’etichetta (Dull Tools) di proprietà del cantante, il pubblicizzare i propri concerti con flyer e poster disegnati a mano dalla band, l’avventurarsi in tour capillari e costanti organizzati da loro stessi, l’affidare la realizzazione dei video nelle mani di amici. Tutte cose che fanno migliaia di band ogni giorno in giro per il mondo, per carità, ma azioni non così usuali per gente che abbia una visibilità simile a quella già ottenuta da loro. Sostanzialmente si parla di fare le cose secondo regole dettate da nessun altro che non se stessi, nel solco che tanti anni fa tracciarono etichette quali SST (corporate rock still sucks, isn’t it?) e Dischord.
Vogliamo mantenere il controllo di ciò che mettiamo in giro: prestiamo attenzione a come vengono pubblicati i nostri dischi e a come vengono organizzati i nostri tour. Il come ti considera qualcuno che vive dall’altra parte del mondo, dipende anche dal fatto che tu decida di andare a fare concerti nella sua città, da quali sono i gruppi assieme ai quali suoni, da come i tuoi dischi vengono pubblicati e pubblicizzati. Ci interessa conservare una visione d’insieme“.
Per descrivere questi nuovi gruppi (Protomartyr, Yuppies, Xerox, Future Punx, Total Control, Eagulls), che provengono da aree diverse del globo e sanno parecchio di antico, c’è già pronto un acronimo tra il serio e il faceto, DIYUSECDIB: do it yourself unless someone else can do it better.
Può darsi sia retorica spicciola buona solo a farsi pubblicità presso una nicchia di pubblico ben precisa.
O è possibile sia quella nostalgia per situazioni ed epoche mai vissute che oggi pare affliggere chiunque e sulla quale i fanatici della modernità sarebbe bene cominciassero a porsi qualche domanda.
Può essere tutto e può essere – anzi quasi certamente sarà – nulla.
Ma la cosa, oltre che farmi sorridere, in qualche modo mi rassicura. E tanto basta, per ora.

Parkay Quarts “Uncast Shadow of a Southern Myth

Ebbene si, i Parquet Courts hanno una pagina a loro nome su facebook. E si è da quella pagina, prima ancora che dalla sezione news di Pitchfork, che ho appreso dell’uscita di un album a nome Parkay Quarts, sigla del progetto che vede coinvolti Andrew Savage e Austin Brown, entrambi chitarristi e cantanti nella band principale. Voi che trafficate con facebook dalla mattina alla sera, vi sarete però senz’altro accorti che quella non è una pagina gestita dal gruppo bensì a fan page of Parquet Courts. La differenza può essere sottile come un foglio di carta velina o spessa come la crosta di una fetta di pane raffermo ma, come direbbe il Merighi, poco importa. Questo primo estratto da quel disco è molto più rilassato delle cose che i PQ hanno infilato nei loro primi due dischi, ma non meno bello. Ha il sapore chill out di un’alba che viene dopo una notte livida, sudata e grondante alcol. Esattamente come questa domenica mattina in cui sto scrivendo, dopo il sabato notte passato. Canzone perfetta.

So Cow “Sugar Factory

Di loro ha già scritto Massimiliano un paio di settimane fa ma non posso fare a meno di tornarci sopra perché almeno quattro delle canzoni infilate nel nuovo album di questi tre irlandesi mi si sono appiccicate addosso e non riesco più a scollarle. Quando ho fatto ascoltare il disco a Cesare mi ha semplicemente detto che questo è un disco 100% Compagnoni. Ho trovato la definizione assolutamente appropriata, allora ho cercato di capire cosa rendesse questo disco un disco Compagnoni al 100%. Sinceramente non mi è venuto in mente niente di meglio di quello che ha scritto Massimiliano per descrivere il trio: storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Aggiungerei anche: hanno il ritmo, hanno i ritornelli, sono irlandesi ma sembrano americani. Meglio di così.

Viet Cong “Continental Shelf

Il primo album dei Viet Cong in arrivo è uno dei dischi più attesi qui da noi. La canzone che lo anticipa ha una intro marziale molto wave e la voce che la accompagna non fa nulla per sviare i sospetti che laggiù affondano le radici di questa giovane band canadese. Sembra un pezzo dei Bunnymen pitturato con la vernice nera dei Bauhaus se non che in mezzo partono break melodici di un certo rilievo. Gran bella cosa.

Vic Godard and the Subway Sect “Holiday Hymn

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Vic Godard e il giorno prima ero a quello di Morrissey. Con quello che ho visto e ascoltato nelle due sere avrei talmente tanto materiale in mente da poter scrivere un trattato sulla cultura popolare britannica, la musica che ne consegue e il ruolo dei perdenti (e dei vincenti) nella società di oggi. Ho troppa confusione in testa e troppo poco tempo davanti, quindi rimando il trattato a quando sarò troppo vecchio e stanco per fare cose e avrò lo spazio giusto per mettermi a sedere e scrivere sul serio di qualcosa, anzichè starmene qui in rete a cazzeggiare. Nel disco nuovo di Vic Godard che ho comperato al concerto ieri sera c’è anche questa canzone, uscita su singolo nel 1985, poi ripresa anche dagli Orange Juice di Edwyn Collins. Storie di pop inglese e di perdenti, appunto. Magnifico.

Allo Darlin’ “Romance and Adventure

Gli Allo Darlin’ sono il tipico gruppo di cui si dice che se il mondo fosse un posto migliore loro sarebbero in cima alle classifiche di preferenza di milioni di persone. Così non è e tocca farsene una ragione, come di tante cose che in questa vita non girano come dovrebbero. Dovessi consigliare uno dei tre dischi che hanno pubblicato sinora non saprei quale scegliere perché sono tutti ugualmente belli. Dovessi scegliere una delle 11 canzoni di questo loro nuovo album per convincervi che sono il vostro gruppo preferito non saprei quale scegliere per lo stesso motivo. Metto questa solo perché è quella cui sono arrivato ora, tenendo il disco in sottofondo mentre scrivo. Adesso però spengo il pc e mi alzo: mi è venuta voglia di ballare.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver #02.10

Ex Hex

Ex Hex


Non ce lo chiede nessuno. Ma talvolta ci si crea un’immagine pubblica nonostante non si abbia un pubblico a cui fare riferimento. Si lavora d’immaginazione, o quantomeno lo faccio io. Si crea un territorio a metà strada tra realtà ed immaginazione, dove i fatti realmente accaduti si confondono con quelli che avremmo desiderato accadessero davvero. Musicalmente sono nato dopo il 1977. L’ho sempre pensato. E in effetti la maggioranza dei miei ascolti di una vita si sono concentrati in quel periodo. Il punk, la new-wave e tutto quello che è venuto dopo. Quella è la mia musica, quello è il mio mondo di riferimento. Per me sono arrivati prima i Joy Division e gli Smiths che non Dylan e Neil Young, per dire.
In realtà i confini non sono così definiti. A pensarci bene il primissimo concerto a cui ho assistito è stato Frank Zappa, trascinato da una fidanzata che aveva quattro anni più di me e il mito della California (non che centri qualcosa con Zappa, ma insomma ci siamo capiti). Ancor prima di Pino Daniele, che è stato il secondo.
Come tutti gli adolescenti della terra ho frequentato alcune discoteche, una in particolare.
Per arrivarci dovevi abbandonare la gardesana, appena fuori da Lazise. Arrivando da nord giravi a sinistra, una piccola stradina che a un certo punto diventava sterrata, immersa tra i vigneti e gli olivi del garda. L’insegna del Cosmic, modesta e circondata da piccole stelle, faceva bella vista, sopra il tunnel d’ingresso. Era un posto leggendario e vederlo per la prima volta dal vivo ti lasciava con la sorpresa delle sue dimensioni, relativamente ridotte, senza posti a sedere. Me lo immaginavo come il posto più grande e figo dell’universo, a sentire i racconti. Per ritrovarmi infine in aperta campagna e chiedermi se qualcuno non avesse esagerato con gli aggettivi. Invece bastavano poche ore per comprendere che, no, il Cosmic non era un posto come un altro.
Per la musica, intanto. Un insieme di sonorità differenti, dal funk, all’afro, la musica etnica, in particolare africana. A cui si aggiungeva un pizzico di avanguardia elettronica, new wave ed un utilizzo creativo dei livelli di equalizzazione. Era musica che passava di mano in mano su cassette che i DJ vendevano alle serate e che da qualche tempo sono state oggetto di riscoperta, sopratutto all’estero.
Con il solito provincialismo che ci contraddistingue non abbiamo saputo valutare immediatamente un fenomeno che musicalmente invece fosse capitato a Londra o New York sarebbe stato salutato in un altro modo. La galanteria dell’orologio che scorre mette le cose a posto, come al solito. Oppure rimedia un articolo del Guardian, più prosaicamente.
La stagione del Cosmic è stata inevitabilmente breve. Il successo del locale andava di pari passo con l’insofferenza delle amministrazioni e della comunitá locale. L’esperienza Cosmic era un pacchetto di musica alternativa (per davvero), droghe di tutti i tipi e probabilmente l’ultimo rimasticamento della cultura hippy degli anni sessanta.
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Aver vissuto in prima persona quel luogo ha lasciato tracce nel mio DNA musicale, alla faccia del punk, della new wave e di quello che mi piace credere. Me ne sono accorto ascoltando i Tinariwen o, più recentemente, l’album dei Goat. Musica che al Cosmic ci sarebbe stata benissimo in un modo o nell’altro e che in quei luoghi mi ha riportato.
Tutto questo per dire che ad un certo punto sarebbe bene venire a patti con il nostro passato, con il presente e, perchè no, anche con quello che si presume possa essere il futuro.
D’ora in avanti è probabile che i miei amici di Sniffin’Glucose capiranno meglio certi slanci e certe mie uscite per gruppi e dischi lontani dalle nostre orbite usuali: è quello stralcio di vita vissuta con l’innocenza che compete alla giovinezza che torna saltuariamente a galla. Giornate passate senza nessuna preoccupazione di cosa mangiare, dove dormire, come tornare a casa. Con il ritmo della musica del Cosmic nelle orecchie e anche nel cuore. Hai voglia a dire il punk, la new wave e il sapore amaro della vita vera.

Jim Sullivan – Highways

Ho scoperto Jim Sullivan ascoltando la radio. Il programma di Jonathan Clancy, per la precisione. Una scaletta di piccole gemme, di dischi minori, di culti che resistono allo scorrere del tempo. (questo il link della pagina fb della trasmissione, per chi fosse interessato).
Jim Sullivan, dicevamo. Storia incredibile, la sua. Scomparso nel deserto del New Mexico senza lasciare traccia. Caso ancora irrisolto anche per la polizia locale. Si parla di un fatto di cronaca del 1975. Appena qualche hanno prima pubblicava U.F.O. album di debutto semplicemente fantastico. Rock americano con elementi di country e folk arrangiato in maniera sublime. Quello che in seguito si sarebbe evoluto fino a trasformarsi in un genere vero e proprio, “americana”, per l’appunto. Un gioiello di disco che mi ha stregato in maniera definitiva.

Ex Hex – Don’t Wanna Lose

Rock ignorante, suonato come se non ci fosse un domani, con lo spirito di chi ha intenzione solo di divertirsi. A metà strada tra le Runaways e il miglior rock stradaiolo della fine anni settanta. Non una novellina Mary Timony ma una vera e propria veterana della scena: un passato negli Helium e più recentemente nelle Wild Flag di Carrie Brownstein. Qui, come si diceva, viene fuori un attitudine di puro spirito rock’n roll, revivalistico fin che si vuole ma capace comunque di trovare un suo perchè. Musica da suonare a tutto volume in macchina, d’estate possibilmente, con il finestrino abbassato. Senza preoccuparsi del grado di tamarragine che inevitabilmente tenderà a raggiungere i livelli massimi.

Sun Kil Moon – War On Drugs Can Suck My Cock

Eravamo sul palco e ho sentito un classico giro di batteria
Era più di 100 decibel, arrivava dall’altra parte della collina
Si stava facendo piuttosto alto, ho chiesto chi fossero
E un tizio con un k-way mi ha risposto, “Sono i War On Drugs”.
Sembrava rock basilare, alla John Fogerty,
E ho detto “La prossima canzone si chiama ‘I War On Drugs possono succhiarmi il cazzo.’”
Succhiatemi il cazzo, War On Drugs.
Stavamo suonando a Chapel Hill
Per un branco di paesanotti ubriachi e c’era puzza di cibo per maiali.
I microfoni non funzionavano, allo staff non fregava un cazzo,
Il pubblico si stava facendo fuori controllo e gli ho detto di stare zitti, cazzo.
Tutti voi redneck, state zitti, cazzo.
Qualcuno si è offeso e ha scritto una stronzata,
Una sorta di blogger teppistella, puttana, ricca e viziata
E ha postato dei graffiti lasciati da un qualche ritardato
Pensava che il mio vero nome fosse Sun Kil Moon, che testa di cazzo
Ho incontrato i War On Drugs stasera e sono piuttosto gentili
Ma i loro capelli sono lunghi e unti, spero non abbiano i pidocchi.
Li ho ascoltati fare il soundcheck e, assieme ai Byrds,
sono decisamente la band più bianca che abbia mai ascoltato.
La band più bianca che abbia mai ascoltato sono i War On Drugs.
C’è qualcos’altro!
Stasera suoneranno al Fillmore e hanno fatto soldout,
Anche i tamarri sono persone, e questa è la loro grande serata.
Hanno fumato una canna coi loro amici mentre arrivavano in macchina,
Stasera faranno rock ascoltando un po’ di chitarra solista da pubblicità.
Ai tamarri piace ascoltare i War On Drugs
War On Drugs, succhiatemi il cazzo / War On Drugs, rock da pubblicità di birra
Ai War On Drugs piacciono i Fleetwood Mac
Ai War On Drugs piace John Mellencamp
Facciamo un urlo per i War On Drugs
Ai War On Drugs ci sono voluti nove cazzo di anni per fare tre album.
Mark Kozelek è da prendere così, poche storie. La tizia dei Perfect Pussy gli ha scritto una letterina che con qualche buona ragione mette in risalto tutta la sua stronzaggine, dopo aver sentito questo pezzo. Ma non cambia di una virgola l’opinione che abbiamo della sua musica, sinceramente.
Limitiamoci a pochi semplici fatti: i War on Drugs fanno cagare. Benji, il disco di Kozalek firmato Sun Kil Moon è un capolavoro. Kozalek ODIA il cerimoniale dell’indie rock e appena può tira bastonate. Spesso a casaccio mettendo nel mezzo anche chi non lo meriterebbe.
Io ascolto questa canzone, me la rido sotto i baffi e mi viene voglia di aprirmi una birra.
Bella la vita, talvolta.
(Ah, grazie ai ragazzi di Rumore. Qualcuno da quelle parti si è preso la briga di tradurre il brano. Io ho solo copiato.)

Useless Eaters – Out In The Night

Per la serie: l’immancabile angolino di “damaged rock” del lunedì è il turno di Useless Eaters. La band di Seth Sutton sembra aver trovato temporanea dimora a San Francisco. Niente di meglio che cogliere l’occasione e registrare un album per la Castle Face Records. Disco di urgenze primordiali, di garage scassato ed attitudine punk. Una piccola bomba, insomma.

Tomorrows Tulips – Glued To You

Questa è gente che ha il mito dei Television Personalities, nonostante viva in California e pubblichi dischi per la Burger Records. Gente che ha ascoltato troppi dischi dei Velvet Underground. Per dire che questo è un album di fragilità ed insicurezze, in bilico tra melodie pop esagerate, feedback gentile, brevi dissonanze e malinconie assortite. Il genere di disco che sinceramente adoro. Questa Glued To You in particolare sembra una versione edulcorata dei primi Jesus and Mary Chain al confine con una psichedelia appena accennata.

Cesare Lorenzi

Fiver #01.10

Perfume Genius

Perfume Genius

Poche sere fa, dopo alcune giornate nella capitale, esasperato ed estasiato in parti uguali, scrivevo ai miei sodali “Roma: perennemente in bilico tra l’insopportabile e il sublime”.
Frasi dettate dalla amara constatazione che in quella che, peraltro, è praticamente la mia cittá, ogni giorno si avverte, a tutti i livelli, la lotta per trovare il proprio spazio.
Mi scuserà Massimo, “firma cinematografica” e non solo di questo blog, se gli rubo l’aneddoto ma, coincidenza, proprio ieri sera mi raccontava che, nel vedere macchine incolonnate su un solo lato, abituato al tetris delle strade romane dove spesso non resta spazio neanche per una bicicletta, recentemente un suo amico romano scuoteva la testa sconsolato commentando “non capisco perchè voi non occupate gli spazi..”
Frase immaginifica che cade a proposito perchè questo è un fiver composto perlopiù da magnifici perdenti.
Gente che, per un motivo o per un altro, non ha saputo “occupare gli spazi” ma che nonostante ciò, anzi forse proprio per questo, qui a Sniffing Glucose la portiamo nel cuore.

Jamie T – Trouble

Bizzarra la sorte di Jamie T.  Anni per mettere a punto la sua formula di “wordy rappinghood strummeriano”, mantenendo la giusta street credibility, e lo sbarbato Kid Krule, senza mettere la freccia, lo supera a destra nella considerazione di tutti facendogli solo intravedere le luci posteriori che scompaiono in lontananza.
Probabilmente Jamie se ne frega dall’alto dei suoi molti dischi venduti ma il destino sarebbe ancora piu beffardo se Carry on the Grudge fosse veramente un album da 9 come frettolosamente stabilito da Nme invece no, non ci va neanche vicino.
Peccato perche Trouble mostra quello di cui il Wimbledon chap è capace quando azzecca le dosi giuste dei suoi ingredienti.

Perfume Genius – Queen

La definizione “Antony dopo una cura di bistecche” coniata da un amico è semplicistica ma rende abbastanza l’idea. Inviso a molti, con punte di autentico livore sul web ho constatato, Mike Hadreas con questo album sembra essere finalmente riuscito ad invertire la rotta. Aggiungiamo una fascinazione per tastiere electropop tardi 80 che resa in piccole dosi centra il bersaglio. Con un pezzo come Queen chiudo gli occhi e mi lascio trasportare. Al terzo pezzo come questo apro gli occhi infastidito e metto su i Growlers.

The Growlers – Good Advice

Quarto album per i californiani e, se ci fosse una giustizia a questo mondo, sarebbe l’album della loro esplosione. Ma la giustizia, si sa, è come la moneta da 3 euro. Non esiste.
Una tastiera che solleva polvere del deserto, chitarra intossicata e basso pulsante. Stappo una bud, indosso i miei stivali a punta e oscillo per casa silenziosamente che il resto della famiglia dorme.

So Cow – Science Fiction

La Goner Records di Eric Friedl degli Oblivians da Memphis Tennessee, dal 1993 premiata “house of garage” ed etichetta figa se ce n’è una, offre asilo agli irlandesi con strane connessioni sud coreane (!), So Cow. Quattro album, molto trascurati da tutti. Pitchfork un po’ li maltratta ma noi ce ne freghiamo perchè sono storti, strambi, e a tratti irresistibilmente ottusi. Hanno il pregio di strattonarci per il bavero per tutta la durata del nuovo The Long Con come solo a Dublino, o a Seul (?), sanno fare.

Purling Hiss – Forcefield of Solitude

Mike Polizze è un tipo strano, recuperate il teaser del nuovo album Weirdon e mi darete ragione. Nel 2009 imbraccia la chitarra e la tortura sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi amici con base a Psycadelphia Kurt Vile e War On Drugs. Nel 2013 firma con Drag City e sforna due album che frullano grunge e slacker pop magnificamente mentre i santini di J Mascis e Doug Martsch lo osservano compiaciuti dal comodino.

Massimiliano Bucchieri