Quei labili confini dei Deerhof

Deerhof

Deerhof


Non deve essere facile stare vent’anni nella nicchia a cercare di azzoppare il pop a suon di bastonate noise. Ma, come si usa dire, è un lavoro sporco che qualcuno deve pur fare. Tra questi qualcuno ci sono i Deerhoof “band di San Francisco dedita ad un indie-rock sperimentale molto stravagante per melodie, arrangiamenti e testi” secondo quanto scritto su Wikipedia. Gente che con una dozzina di album obliqui e sfocati alle spalle non si ri-inventa certo ora.homepage_large.132392a0Gente che ha sempre scelto dei titoli così così e che per questa nuova fatica discografica si è addirittura superata. Gente che cita Madonna e anche a te, di risposta, verrebbe da citarla la Madonna ma in un tutt’altro modo.

Per La Isla Bonita, uscito su Polyvinyl in USA e su svariate altre etichette tra cui la francese Clapping Music, i nostri eroi scombiccherati di Frisco dicono di essersi chiusi una settimana in cantina “cercando di suonare come Joan Jett o Janet Jackson”. In tutta onestà non penso siano riusciti nel loro intento: o forse quanto virgolettato era solo una boutade, chissà.

Di certo si sente l’aria fresca da cazzeggio domenicale nello strumentale God 2 ma qui e là cala la palpebra, ne è un esempio Mirror Monster nonostante il pezzo sia sostenuto da un videoclip home made niente male.

I Deerhoof sono uno strano gruppo, oserei dire “mimetico”. Nella loro musica, o meglio nelle loro musiche, i confini tra mestiere e genialità sono assai labili, eppure con quella vocina ripetitiva e sensuale Satomi Matsuzaki fa sempre la sua figura. Qui sopra prendono bene in tal senso Doom o la litania Black Pitch che pare da un momento all’altro compaia Mimì Clementi col toupet a declamare uno di quei testi che parlano di pizze d’asporto e lampioni nel mezzo del nulla.

Poi io sono un rozzo appassionato di chitarre senza un domani quindi per me la punta più alta dell’intero album sta nella cafonata punk rock ramonesiana Exit Only, che narra delle demenziali peripezie per ottenere il visto di soggiorno negli USA. Un pezzo scontato, nondimeno geniale. D’altronde si parlava della labilità di certi confini, no?

Manuel Graziani

Teenage Fanclub (Fiver # 04.11)

I know the secret: rock’n roll is a teenage sport, meant to be played by teenagers of all ages -they could be 15, 25 or 35. It all boils down to whether they’ve got the love in their hearts, that beautiful teenage spirit.
Calvin Johnson, 17 years old, in a letter to New York Rocker (1979)

 Alla fine la citazione che fa al caso nostro l’ho trovata. Non è stata neppure una faccenda complicata e con un po’ di buona volontà penso che ognuno possa trovare o adattare una citazione (che fa figo) a qualsiasi situazione.
Ma questa ci sta bene, dai. Ed essermi ritrovato ancora (ormai ho smesso di contarle), a 23 anni di distanza dalla prima volta, con il solito amico di sempre per le strade di Londra è una di quelle faccende che un po’ mi fanno pensare.
Pure Londra è rimasta la solita, nonostante i traffici legati alla musica si siano spostati da ovest a est della città, nonostante i mille cambiamenti architettonici. Ma questi alla fine sono dettagli insignificanti e questa non è una guida turistica. Si tratta piuttosto di raccontare esistenze trascorse con la musica a fare da presenza costante mentre tutto intorno cambia, si trasforma in maniera inevitabile. Figli, fidanzate, mogli, ex mogli, occupazioni. Ma i battiti di quel cuore adolescente rimangono i soliti. E lo spirito pure. A 17 anni Calvin Johnson, per tornare alla citazione iniziale, aveva già capito. Tutto forse no, ma insomma, ci è andato tremendamente vicino.
Questo Fiver è figlio delle ultime settimane. Passate in giro tra Bologna e Londra. Non canzoni nuove, quindi. Ma 5 concerti significativi che ho visto nel mese di novembre. Per questa volta me la sfango così, in ordine cronologico, che tempo di ascoltare musica ne ho avuto poco.

 

Thurston Moore – Bologna – Teatro Antoniano 03.11.2014
A proposito di eterni adolescenti niente di meglio che Thurston Moore, 56 anni portati con una leggerezza ed una consapevolezza che provocano brividi già solo a guardarlo.thurstonmoore2014_MG_0535
Thurston Moore ha portato in tour il nuovo album solista. Nella band il batterista di sempre, Steve Shelley, la bassista dei My Bloody Valentine (che rimarrà tutta la sera con le spalle rivolte al pubblico, e solo per questo sarà amore incondizionato) ed un nuovo chitarrista tirato fuori dal nuovo quartiere londinese dove dimora.
Una cosa va detta subito: l’album nuovo di Thurston Moore è un disco fantastico. Migliore di alcuni lavori dei Sonic Youth, senza ombra di dubbio. Perfettamente in equilibrio tra la forma canzone e le dilatazioni della sperimentazione, perfettamente bilanciato nel suo alternare rumore e silenzi. La voce, inoltre, sembra aver guadagnato in espressività e il tutto si traduce in uno dei migliori album dell’intera annata.
Dal vivo l’alchimia è stata se possibile non solo replicata ma amplificata (letteralmente) da una situazione al limite della perfezione. Thurston Moore è stato catalogato in tanti modi. Personalmente se dovessi descrivere l’esperienza di ascoltarlo dal vivo nella nuova incarnazione mi viene in mente un solo termine: psichedelica. E qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul significato della parola e di quanto sia abusata nella terminologia strettamente musicale. Vi rimando casomai a questo articolo bellissimo, al solito, di The Quietus che potete leggere qui.
Thurston Moore a Bologna, si diceva. Roba da chiudere gli occhi e ritrovarsi trasportati in un altro luogo. Catapultati davvero in un’altra dimensione. La magia della musica, insomma. In pieno effetto.

Nothing – Bologna – Freakout 04.11.2014
Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.nothing-band-guitar-throw-400x400
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.
…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…
Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.
…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…
Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

 Bob Mould – Londra – Village Underground 18.11.2014
Bob Mould entra sul palco di corsa e non si lascia andare a convenevoli. Tre canzoni, senza pause tra un brano e l’altro, dal repertorio degli Husker Du. Tanto per stenderci subito. Prenderci in ostaggio e non mollare più la presa.
Alla fine suonerà 24 canzoni, sono andato a controllare.37
Ci sarà un solo istante dove l’assalto assumerà appena appena un’altra piega. più melodica ed intimista. Hardly Getting Over It merita probabilmente un trattamento differente. Uno di quei momenti che la gola ti si stringe, inizi a guardarti le scarpe e cerchi di non pensarci troppo e di tenere l’emozione sotto controllo. Nonostante si sappia fin dalla prima nota che sarà praticamente impossibile.
Che poi alla fine, se si vanno a contare, quante ne ha scritte di canzoni così? Non solo con gli Husker Du ma negli Sugar (dei quali riprende un paio di pezzi, stasera) e sopratutto negli ultimi due album solisti.
Questo è il tour di di Beauty & Ruin, in effetti.
Mi ha colpito che nessuno, tutta la sera, si sia mai sognato di richiedere una canzone dei tempi andati. Nessun urlo disperato…..These Important Years, pleeeeasee!!!! Non ce n’è bisogno ed il motivo è semplice: le canzoni nuove stanno in piedi anche al cospetto dei classici e troppo è il rispetto che si deve ad un uomo che si mette a nudo in questo modo su di un palcoscenico.
Nessuna luce, solo un paio di faretti bianchi che illuminano la scena. Nessun artificio. Questa è una faccenda di emozioni ataviche. Basso, batteria e chitarra. Null’altro. Ma quell’uomo di mezza età, in camicia da boscaiolo che impugna la chitarra come se fosse un’arma, è capace di cantare come se quell’urlo dovesse salvarci da un’imminente quanto improbabile fine del mondo. Rabbia fuori controllo, emozioni represse, sudore ed amplificatori che chiedono pietà.
Orecchio destro fuori uso per un paio di giorni ma chi se ne importa, alla fine.
Quanta vita è possibile riassumere in settanta minuti? Alla faccia di chi le considera semplici canzonette.

 Jesus and Mary Chain – Londra – Troxy 19.11.2014
Se qualcuno mi avesse chiesto una volta qual’è il mio album preferito di tutti i tempi non avrei avuto dubbi nel rispondere: Psychocandy! Una risposta del genere, qualunque essa sia, è solo figlia dell’emozione e della propria storia personale, chiaramente. Non esistono formule che vadano al di là di una soggettività che lascia comunque il tempo che trova nelle vicende legate alla musica e all’arte in generale.
Ma il fatto che i Jesus and Mary Chain a distanza di 29 anni dalla pubblicazione originaria abbiano deciso di portare in tour proprio quel disco non poteva lasciarmi indifferente.The Jesus and Mary Chain at the Troxy
Intanto un po’ di cronaca: il concerto è diviso in due parti. La prima con i bis che comprendono sopratutto brani della primissima epoca ma non inclusi nell’album e poi la riproposizione per intero di Psychocandy. A differenza di Bob Mould che pur suonando ben 9 pezzi degli Husker Du e pescando anche nel repertorio degli Sugar ha da proporre comunque il nuovo repertorio che qualitativamente, insomma, è ancora a quei livelli d’eccellenza che fanno sentire le farfalle nello stomaco; i J&MC, dicevamo, invece non scrivono una canzone nuova da 16 anni ed una buona da oltre una ventina. Non si tratta di mettersi a fare i contabili ma talvolta la matematica è tutt’altro che un’opinione.
I J&MC suonano come hanno sempre fatto in carriera: in maniera orribile. L’imperizia tecnica non ha mai costituito un presupposto per valutare musica che comunque sapesse in qualche modo emozionare, questo è chiaro. Ma farlo a vent’anni, con la gente che ti urla insulti e qualche sputo, e tu impassibile rispondi a bottigliate mettendola in rissa e poi vai di feedback fino a stordire perchè non conosci nessun altro linguaggio che non sia quello dell’intensità, del trasporto e della passione. Ecco, se lo fai in quel modo, è decisamente un’altra cosa. Se cerchi di riproporlo ora, a distanza di una vita intera, risulti al contrario semplicemente patetico. Perchè è musica che funziona solo se collegata a quell’urgenza espressiva e non può essere replicata in nessun modo.Ci sono stagioni che vanno semplicemente vissute. Questi tentativi di riproporre un passato che comunque non potrà mai tornare sono una scatola vuota. E che molto dell’attuale business della musica sia sostenuto da operazioni di questo tenore è francamente l’aspetto più scoraggiante. Detto questo cosa volete che aggiunga? Psychocandy rimane il mio personale disco della vita. Ma gli attuali J&MC con quelle canzoni sembrano non avere più nulla a che fare.

 The Orwells – Londra – Electric Ballroom 20.11.2014
Gli Orwells sono un gruppo da 6. E se proprio vi piace il genere: rock’n roll suonato con la tentazione del ritornello facilone in chiave pop ma anche con un pizzico d’irruenza quasi garage punk, c’è senz’altro di meglio in giro. I Black Lips, per dire, stanno in un’altra dimensione.2014aford_Orwells-9444250214
Però qualche canzone buona in repertorio ce l’hanno e vederli dal vivo è uno spasso. Il divertimento, mettendoci del suo, sta sopratutto nell’osservare il pubblico. Giovanissimo con un entusiasmo incontenibile che fa pogare la sala già sul check della batteria prima del concerto. Giusto per rendere l’idea. Non fa in tempo a partire la prima canzone che il cantante è già in balia delle prime file e si capisce fin dal primo istante dove si andrà a parare.
Il servizio d’ordine della sala non sembra particolarmente accondiscendente, però. Ed inizia una lunga scaramuccia tra la band, la security e il pubblico che andrà avanti per tutta la durata del concerto. I tentativi di stage diving vengono frustrati con decisione mentre l’insofferenza della band sembra sempre più palpabile.
Il concerto s’interrompe in un paio di occasioni e prima che la situazioni degeneri del tutto il manager del locale sembra voler porre fine alla questione. La band reagisce, si sfiora la rissa vera. Il cantante non trova di meglio che prendere un’estintore ed aprirlo sulla folla.
Intrattenimento allo stato puro insomma. Come andare allo stadio e gustarsi gli incidenti della curva, con quel pizzico di adrenalina che ti tiene sul chi va là. Poi, uno torna a casa e non si ricorda nemmeno quant’è finita la partita. Il calcio è un’altra cosa. La musica, quella vera, probabilmente anche.

 Cesare Lorenzi

La musica sparita (Fiver # 03.11)

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Ormai non viaggio più molto. Se devo mettere insieme i nomi degli ultimi tre posti visitati all’estero devo tornare indietro di alcuni anni. Londra, Barcellona e Berlino. Tre luoghi diversi e con diversi significati per il sottoscritto ma accomunati da momenti indissolubilmente legati alla musica, vissuta o idealizzata.
Interminabili (e meravigliose) giornate a Londra e dintorni tra palchi di festival, negozi grandi e piccoli di dischi, libri, cinema e piccoli e grandi eventi che riempivano occhi, orecchie e cuore.
Momenti non meno importanti dei lunghi pomeriggi adoloscenziali con la trilogia berlinese di David Bowie sul piatto, imitando la copertina di Heroes allo specchio immaginando di partire dagli Hansa Studios per una passeggiata lungo il muro fino ai negozietti di dischi pulciosi di Kreuzberg.
Bene, questo mondo ben stampato nella mia memoria e nel mio dna non esiste più. Spariti o globalizzati in larga misura i negozi di Londra (a parte l’isola felice di Rough Trade East), con Berlino e Barcellona impegnate ad una inevitabile e insensata rincorsa per rendere le loro strade uguali a quelle della capitale londinese o di qualsiasi altra grande cittá europea cosi da raggiungere il poco allettante risultato di usicre di casa a Parigi, Roma, Londra o Berlino e avere la sensazione di essere sempre esattamente nello stesso posto e affanculo unicitá, autenticitá, odori, sapori e sogni. Un discorso che, restringendolo alla scala nazionale e all’ambito musicale, resta esattamente lo stesso. Il piacere di una gita a Milano da supporti fonografici, a Roma da disfunzioni musicali o a Firenze da contempo perso. Per sempre.
Non si torna più indietro, amaramente. In questi tempi che non ci lasciano piu immaginare nulla l’unico modo di difendersi da questa aggressione, nonostante la tentazione di issarsi come l’angelo Cassiel di wendersiana memoria sulla cima della Colonna della vittoria e chiamarsi fuori da tutto, è recuperare dentro se stessi quello che queste esperienze hanno lasciato o appropriarsi arrogantemente di nuovi ricordi.
È un lavoro duro ma è l’unico possibile.

Whirr – Ease

Giá passati in un mio fiver. Bassista dei Nothing, disco dell’anno e dintorni e bla bla bla. Durante il concerto dei Nothing Cesare esclama: Catherine Wheel! Ascolto Ease ed esclamo Boo Radleys! (quelli di I hang suspended non quelli molli successivi) e sono contento così. Un pezzo così potrei ascoltarlo tutto il giorno, tutti i giorni.

Parkay Quarts – Pretty Machines

Comprai New York di Lou Reed nell’89 da Nannucci. In cassetta. Slanted and Enchanted invece lo comprai da Underground nel 92. Se i due me stessi si fossero incontrati, diciamo, negli studi di Radio cittá 103 di via Masi avrebbero cominciato a suonare questa canzone su uno di quegli amplificatori scassati che erano parcheggiati nel sottoscala.

Girlpool – Blah Blah Blah

Shrieky indie è stato il termine coniato per loro. Sono in due. Basico è un termine perfino poco restrittivo applicato a loro. Maltrattano e blandiscono le loro chitarre con un alternanza schizoide. In bilico tra le Babes in Toyland e Juliana Hatfield. Questo pezzo è della prima specie e crea un curioso desiderio di staccare la traccia prima che sia finita …per rimetterla di nuovo e capire se ci stanno prendendo per il culo oppure no.

Virginia Wing – Marnie

Chissá se gli Stereolab suonerebbero così oggi. Londinesi che se la tirano un po’, a torto visto che l’album nella sua interezza sfianca, ma questo pezzo rimbalza sulle mura del mio appartamento infilato in un labirinto immaginario e non accenna a smettere.

And You Will Know Us by the Trail of the Dead – Jaded Apostles

Un lavoro che ti consuma dentro, la tangenziale intasata, le luci da obitorio del supermercato..ti prego sono stanco portami a casa.
Come fai a parlare male dei Trail Of Dead? Quintessenza indie. Un sacco di canzoni un po’ così, nè brutte nè belle ma poi partono quei soliti e stramaledetti tre accordi che ti hanno fregato migliaia di volte e ti ritrovi a casa. Finalmente.

Massimiliano Bucchieri

I can make believe I’m a ghost

Nothing

Nothing

Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.nothing-band-guitar-throw-400x400
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.

…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…

Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.Nothing-Guilty-Of-Everything-608x608
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.

…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…

Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

Cesare Lorenzi

Smell of Female (Fiver # 02.11)

NOTS

NOTS

Sono sempre stato portato a prendere in considerazione l’ipotesi che le mie idee, qualunque esse siano, possano anche non essere necessariamente quelle giuste.
Intendiamoci, ho un sacco di opinioni della cui correttezza sono convinto in maniera totale, ma sono (quasi) sempre disposto a metterle in discussione al cospetto di nuove prospettive attraverso cui valutarle.
E’ una regola che dovrebbe valere per tutti: tenere in considerazione il fatto che le nostre idee siano spesso e volentieri soltanto dei punti di vista e come tali possano essere soggetti a revisione, da parte propria come da altri, anche semplicemente al mutare dell’angolo di visuale da cui ci si pone a osservarli.
Questo è il motivo per cui mi piacciono quei film in cui la narrazione procede orizzontalmente lasciando l’interpretazione degli stessi eventi all’analisi dei diversi protagonisti i quali, attraverso il proprio filtro mentale composto da tante lenti sovrapposte (esperienze e cultura personali le principali), restituiscono all’occhio dello spettatore un racconto soggettivo di una realtà che viceversa avremmo ritenuto essere oggettiva.
Una visione pluridimensionale e colorata al posto di un monofonico grigiore.
L’altro giorno, ad esempio, mi è capitata sotto gli occhi la prima puntata di The Affair, ennesima nuova serie televisiva. Leggendo due cose in giro prima di attaccarne la visione, mi pare di capire che la serie esplori gli effetti di una relazione extraconiugale instauratasi tra un insegnante di New York padre di quattro figli, marito apparentemente felice e romanziere alle prese con la stesura del “difficile” secondo libro e una cameriera alla faticosa ricerca di un equilibrio pesantemente compromesso dalla morte del figlio.
Al di là della vicenda, più o meno interessante, quello che mi ha colpito da subito nel telefilm è la modalità scelta dagli autori per raccontare la storia: due distinte narrazioni degli stessi fatti rese diverse – a tratti molto diverse – dalla memoria dei due protagonisti e, circostanza ancor più intrigante, da pregiudizi e prospettive propri del mondo maschile e di quello femminile.
Sono molto curioso di vedere dove questa serie andrà a parare e scoprire fino a che punto le differenze tra uomo e donna – argomento che mi ha sempre appassionato e che da autodidatta sto personalmente studiando da decenni – possano indirizzare eventi e pensieri in una direzione piuttosto che in un’altra.
Per il momento ho deciso di fermarmi al primo episodio aspettando di recuperare tutte e dieci le puntate (in America al momento sono arrivati a trasmetterne quattro) per gustarmi la serie tutto d’un fiato: se sarà una delusione o una possibile illuminazione in grado di fornire nuovi elementi al mio studio ultra decennale lo scoprirò tra qualche settimana e magari a quel punto tornerò sull’argomento, affare in grado di catturare la mia attenzione da tempo e a cui prima o poi mi piacerebbe porre un punto fermo per capire una volta per tutte se le difficoltà di comprensione (e di conseguenza di relazione) con l’universo femminile siano una specifica propria del mio personalissimo mondo o piuttosto una faccenda collettiva riguardante due emisferi che da sempre tentiamo di incastrare in un eterno, improbabile, puzzle.

The Coathangers “Drive

L’ultimo disco delle Coathangers me lo spedì gentilmente il loro distributore italiano qualche mese addietro: lo ascoltai con diligenza, mi piacque decisamente, lo recensii per Rumore, gli diedi 8. Poi il disco finì sotto una pila di altri cd e me ne dimenticai. Nemmeno sapere che le ragazze sarebbero venute a suonare vicino casa mia mi ha convinto a concedergli un altro ascolto. Poi un video intercettato per caso e tutto si rimette in moto. Qui dovrebbe partire l’ennesima tirata sulla superficialità dei nostri (miei) ascolti e sulla troppa roba inutile che affolla i nostri stereo (hard disk del pc, playlist di Spotify and so on) a discapito di cose che viceversa meriterebbero attenzione maggiore. Meglio lasciar perdere e far decollare la canzone con quella batteria da caverna e la voce che fa così tanto 90’s. Metto in valigia e stasera la suono al club.

Deers “Between Cans

Il primo a parlarmi delle Deers fu Stephen Pastel con un paio di righe postate in rete. Lui è uno che parla poco e quando parla bisogna dargli ascolto. Da allora le ragazzine spagnole sono diventate il mio nome su cui puntare per la speranza di un futuro migliore. Voce da bambina sopra strumenti che disegnano partiture semplicissime. Lo so che durerà un attimo poi tutto sarà finito. Lo so che certi sentimenti li ho sperimentati mille volte e sono destinati ad andare in vacca al calar del sole. Niente di nuovo, niente che possa durare più dello spazio di una canzone, forse due. Ma i grandi amori devono resistere giusto un attimo poi svanire di colpo prima che si trasformino in consuetudine. Giusto così.

NOTS “Fix

Il suono delle NOTS non tranquillizza, non rilassa, non è piacevole. La musica delle NOTS è una minaccia, come certe cose che si ascoltavano nelle canzoni delle rebel girl infilate tra i dischi dei taglia boschi grunge nel nord ovest americano a inizio anni ’90. E’ il rumore di un alba livida e piena di nuvole scure. Ho scelto la versione live, anche se a vederla si rischia il mal di mare, perché mi pare più adeguata a rendere l’idea del loro caos per nulla gentile. Essenziale la musica, essenziali loro.

The Beverleys “Hoodwink

Se Le NOTS decidessero di smussare giusto uno o due spigoli potrebbero suonare come queste Beverleys. L’ep che avevano fatto uscire la scorsa primavera in combutta con gli amici Fucked Up motivava in pieno la definizione di junk punk che le ragazze di Toronto si erano auto attribuite, il nuovo singolo ce le restituisce con giusto un pizzico di vena pop nella voce della cantante tale da allungare sul loro suono ombre di Hole e Breeders. Poi ad ogni passaggio della strofa Outta my head/ Outta my heart/ Outta my skin la cantante si lascia andare facendo salire i giri fino al finale tutta raucedine e carta vetro. Nome da segnare e tenere d’occhio.

Dream Police “Hypnotized

Postare cinque canzoni di cinque gruppi femminili sarebbe stato a questo punto uno stereotipo. Come dire che la musica suonata dalle donne rappresenta un genere a se stante rispetto a tutto il resto. Tipo la musica italiana. Magari un po’ è anche vero. In ogni caso i Dream Police sono uno spin off dei The Men Nick Chiericozzi e Mark Perro, progetto nato nel 2010 e mai sboccato in una produzione non fosse altro che un singolo pubblicato su cassetta. Leggermente provati da cinque mesi di tour ininterrotto in giro per il mondo con la band principale i due hanno deciso di buttar fuori un disco che giustifichi la parola dream nel loro nome e motivi l’hypnotized scelto come titolo: un incrocio tra Wooden Shjips e Spacemen 3 da ballare seguendo il ritmo sintetico di una drum machine.

ARTURO COMPAGNONI

 

THE FROWNING CLOUDS: del masticare e digerire dischi, ché alla fine tutto è legale

FrowningClouds_LegalizeEverything (1)
I dischi vanno masticati e digeriti bene. Non sempre si ha il tempo o la voglia di farlo e talvolta rimangono sullo stomaco. Come i peperoni. Che ti dici “col cazzo che li rimangerò” e passa del tempo finché non li ri-assaggi e ti maledici per quello che ti sei perso.
Mi è successo con Listen Closelier, primo album degli australiani The Frowning Clouds, bollato troppo presto come derivativo, noiosetto, tipo un compitino calligrafico di chi vuole emulare a tutti i costi i giovani Stones.
Morta lì, insomma, fino a che un bel giorno a Siviglia incontro Nacho della Saturno Records (volendo potere leggere cosa ci siamo detti qui: http://www.manwell.it/?p=2855) che si spertica nelle lodi di ‘sti ragazzi di Geelong mettendomi in circolo la curiosità di andare più a fondo, di dare loro un’altra possibilità. Così, una volta rientrato nella mia tranquilla provincia dell’aperitivo col pane e salsiccia spalmata, faccio quello che devo fare. E inizio a ricredermi.
Il carico finale ce lo mette su il mio amico Gabriele della Goodbye Boozy Records che mi fa ascoltare in anteprima Beetle Bird, il nuovo singolo che si accinge a stampare ai ragazzi australiani. Non è un colpo di fulmine, piuttosto un tarlo che si insinua giorno dopo giorno, subdolo e bastardo, fino a farmi capitolare. Il pezzo è uno sballo psichedelico in slow motion che lavora come una valvola di espansione termostatica. Sul lato B lo stesso pezzo remixato in modo allucinato nientemeno che da “Spider” Rhys Webb e Joshua “Von Grimm” Hayward degli inglesi Horrors.
Siamo alla fine del 2013 e so che Beetle Bird farà parte del loro nuovo album, Whereabouts. Faccio mio il vinile e in men che non si dica esco completamente scemo per i cinque annebbiati manipolatori (neo)Sixties.

Meno di un anno dopo mi trovo a perlustrare coi polpastrelli e ad assaporare con le orecchie il loro terzo album Legalize Everything, pubblicato come i precedenti dalla spagnola Saturno Records. E che vi devo dire. I Frowning Clouds sono dei maledetti revivalisti fuori dal tempo, ma sono anche maledettamente geniali. Volendo fare dei paragoni “attuali”, tirerei in ballo gli Allah-Las. Entrambe le band, perdonate la trivialità, sono come la fica: non passeranno mai di moda. E questo è quanto.

Legalize Everything è drug-friendly sin dal titolo, ciononostante noi uomini medi possiamo accontentarci anche di una cannetta (o di una genziana) sul balcone dopo aver messo i bimbi al letto. Comunque sia, con o senza THC (con o senza alcol di montagna) in corpo, il viaggio è assicurato sfogliando il loro eccitante bignami di garage, surf, r’n’r, psichedelia e folk-rock. Inutile dilungarsi sulle singole tracce. Mi basta dirvi che in See the Girl apparecchiano la tavola con una tovaglia a fiori tutta ricamata, regalandoci un perfetto esempio di morbidezza dopata beatlesiana che un sacco di gruppi ben più blasonati (Oasis in testa) hanno sempre sognato. L’andamento sbarazzino e la melodia sottopelle dei migliori Kinks in Inner Circle fanno il resto.

Manuel Graziani

Fiver #01.11 (Life in Exile)

Fugazi

Fugazi

Ognuno ha i miti che si merita. I Velvet Underground sono una di quelle poche storie che in un modo o nell’altro hanno finito per cambiarmi letteralmente la vita.
Non voglio parlare di loro, però. O quantomeno non direttamente.
Dei Velvet il personaggio che ho sempre amato di più è stata la batterista, Maureen Tucker. Nonostante nel processo creativo della band fosse probabilmente l’ultima ruota del carro, messa in ombra non solo dalla coppia Reed / Cale ma anche dalla tossica teutonica dai capelli color oro.
Nonostante non fosse oggettivamente una bellezza, il suo viso spigoloso, nascosto dagli immancabili occhiali scuri, ha rappresentato per me l’essenza della “coolness” nella sua forma più pura.
E il suo incedere minimale dietro i tamburi ha influenzato una marea di gruppi “nostri” che sono arrivati in seguito. Chiedere a Bobbie Gillespie, versione batterista nella primissima versione dei Jesus and Mary Chain, da chi avesse preso ispirazione, per dire.
Ricordo bene l’inutile tour dei Velvet del 1993. Di quella serata bolognese apprezzai unicamente il composto incedere della Tucker, che mi parve una luce nella tempesta di ego troppo grandi per stare rinchiusi in un unico palcoscenico.
Appena sbarcato in facebook, qualche hanno fa, le ho chiesto l’amicizia. Maureen accettò quasi immediatamente e mi pare di ricordare che me ne vantai pure con i soliti amici (quelli veri, in questo caso). Maureen è discreta anche nella sua vita sociale. Interviene di rado. Per lo più linkando articoli. Prevalentemente di politica e cronaca. Come se l’arte fosse scomparsa dai suoi radar. Simile ad una casalinga di Casalpusterlengo che vota lega nord: i suoi obiettivi preferiti sono gli immigrati clandestini messicani, l’islam e Obama. L’altro giorno a quell’amicizia virtuale ho definitivamente rinunciato. I pochi miti che uno ha non deve per forza farseli rovinare dal tragico scorrere del quotidiano.

Thurston Moore – Speak to the Wild

Thurston Moore, al contrario, nonostante si avvicini alla sessantina è il solito vulcano di progetti. Seguire lui, anche solo su facebook, è una continua ispirazione. Letteratura, fotografia e poi sopratutto musica, la sua, non solo la sua ma anche quella degli altri. Il giorno che è uscito il nuovo album sul mercato si è inventato una playlist fantastica. Non di pezzi suoi, sia chiaro. Ma roba a 360 gradi, tipo bignamino di quello che lo ha ispirato nel corso degli anni. Dischi e gruppi che qualsiasi appassionato di musica dovrebbe mandare a memoria. Quello è stato il suo modo di fare promozione al disco nuovo, per dire. Hai voglia a spiegare il significato di “indie” quando in alcuni casi c’è tutto un mondo da esplorare.
Il disco nuovo è a suo modo un classico, tanto è vicino per tematiche e sonorità ad un qualsiasi album dei Sonic Youth. E questo è il migliore complimento che mi possa venire in mente. Si potrebbe scegliere una canzone a caso ma questa Speak to the Wild, che il disco nuovo lo apre, con il suo incedere privo di insicurezze, quei soliti pochi accordi di chitarra così riconoscibili e una linea vocale appena più accennata del solito mi sembra che riassuma perfettamente la statura di un disco eccellente. Quello che stupisce semmai è la qualità della parte lirica, dell’album in generale e di questa canzone in particolare. A forza di nominare Burroghs e compagnia, di citazioni letterarie neppure tanto velate ci si ritrova tra le mani uno di quei rari dischi che vanno valutati da più prospettive. La forza creativa di Thurston Moore mi ha fatto tornare in mente una citazione di Jack Kerouac: “I just won’t sleep,” I decided. There were so many other interesting things to do.”  Sembra averlo preso in parola, per nostra fortuna.

Fugazi – Merchandise

 Era meglio il demo. Già, era meglio. E non è una gag in questo caso.
Questa versione di Merchandise, dei Fugazi, è tratta dal nuovo album che raccoglie appunto il primo demo della band, registrato quando avevano appena 10 concerti alle spalle.
Inutile girarci intorno, ci sono gruppi, dischi, canzoni di cui non potremmo mai parlare con obiettività. Fugazi è una storia di pugni stretti per la rabbia, di canzoni urlate in faccia, di sudore e di commozione. Quella che sale come un brivido quando ascolti per l’ennesima volta quelle parole e quella combinazione di chitarra e basso che ci rimandano all’Inghilterra del post-punk in maniera ancor più evidente che nella versione originale. In maniera ancor più cruda. Ancor più vera. Se possibile.

Menace Beach – Come On Give Up

 Bella canzone, questa Come On Give Up. La troverete nel debutto sulla lunga distanza di Menace Beach, band di Leeds, che uscirà ad inizio 2015. Un gruppo di chitarre, ritornelli accattivanti, melodie e una piccolissima dose di trasgressione. Roba tipicamente anni ‘90 off course, a metà strada tra Breeders, Elastica e Sleeper. Che detto così sembra un modo neppure tanto elegante di metterli fin da subito nell’angolino di quelle band che sì, vabbè, però, dai……e invece no, per una volta mi lascio conquistare fino in fondo da una canzone che si fa fischiettare dopo 3 ascolti. Nient’altro da chiedere ad una canzone pop, personalmente.

Hookworms – Off Screen

 Sempre da Leeds, Inghilterra arrivano anche Hookworms. Pure per loro album in uscita, il secondo in questo caso, in questi primi giorni di novembre. Questo brano che lo preannuncia è una bella sinfonia di synth e chitarre di quasi otto minuti. Chitarre, feedback, pedali e alla parete i santini di Loop, Slowdive, Spacemen 3, etc, etc; Si fa un gran parlare di neo-psichedelia, spesso a sproposito, ma in questo caso sembrano parole ben spese e il livello sembra davvero una spanna sopra tutto quello che ci è capitato di ascoltare nel genere ultimamente.

The Felines – Pity for your Eyes

 Irresistibili, direi. Tre ragazze di Copenaghen che arrivano fin dall’altra parte dell’oceano e grazie alla californiana, ottima, Burger Records, trovano distribuzione ed un minimo di esposizione. Questa canzone che preannuncia un nuovo album è puro stile Lee Hazlewood / Nancy Sinatra, seppur in una semplicità di arrangiamento che sfiora la banalità. Ma a certe cose, inutile, non riesco proprio ad opporre resistenza.

Cesare Lorenzi