Top Five(r) 2014

Sniffin’Glucose esiste da poco più di un anno, da quando quello che era il blog di Arturo Compagnoni si è trasformato in uno spazio allargato agli amici di sempre, Cesare Lorenzi e Massimiliano Bucchieri in primis, ma anche a disposizione di chi in sintonia abbia voglia di raccontare vicende legate alla musica (ma non solo) e abbia voglia di farlo con un tono il più personale possibile, al limite dell’autoreferenziale, ché mica ci dispiace, anzi.
Non spetta a noi naturalmente dire se la cosa abbia un senso per altri che non per noi stessi, ma ci sono momenti in cui è necessario fermarsi un secondo (cosa al limite dell’impossibile per noi, che vogliamo solo e comunque guardare avanti) e tirare velocemente le somme.
Alla fine se questo blog abbia un senso, se ci sia interesse, se ci sia voglia di scambiarsi opinioni, lo decide solamente chi decide di leggerci.
La nostra classifica di fine anno l’avete fatta voi, insomma.
Da parte nostra possiamo solo prenderne atto, raccogliendo in una TOP 5 i link ai post più letti in questi ultimi dodici mesi.
A ben vedere, per varietà di firme e di argomenti è un bel modo di raccontarci.

1) La sconfitta dello stile (di Giacomo Spazio, 16 febbraio 2014)
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…..Qualcuno che desse forma e volto a un concetto, quello di musica indie, che già allora era arduo inquadrare nei fatti e difficilmente spiegabile a parole.
Un questione di attitudine piuttosto che di genere musicale.
Uno stile e un determinato approccio all’arte (perché si, la musica è arte).
Ne uscirono 5 numeri, e su quelle pagine – soprattutto dalle parole di Carlo Albertoli e Giacomo Spazio – imparammo cose che nessun’altro ci stava insegnando.
Fu lì che per la prima volta leggemmo dell’esistenza della Sarah Records, per dirne una.
Fu soprattutto leggendo quegli scritti che ci convincemmo che esisteva una barricata e che bisognava salirci sopra a quella barricata.
Combattere per quello in cui credevamo: esisteva un noi ed esisteva un loro.
E a noi importava.
Nel tempo il concetto, come detto già sfocato all’epoca, si è via via nebulizzato e integrato nell’allora odiato mainstream.
Fino a divenire negli ultimi anni un format adatto a tutto e a niente, aggettivando quasi sempre a sproposito situazioni diversissime tra loro e quasi mai in linea con quello che noi intendevamo.
Detto che a noi le polemiche in rete schifano, ma schifano sul serio, quando qualche settimana fa ci è capitato di leggere le poche righe che Giacomo Spazio ha scritto in occasione dell’uscita di una canzone di Brunori Sas e i pareri e le opinioni espresse un pò da tutti al riguardo, ci è venuta voglia di scambiare qualche chiacchiera con lui.
Non per soffiare sul falò della polemica e nemmeno per parlare della canzone incriminata.
Perché a noi di quella canzone non ce ne può fregar di meno e proprio perché non ce ne può fregar di meno ci ha meravigliato il fiorire di opinioni sorto attorno alla vicenda da parte di persone che, per come la vediamo noi, sarebbe lecito vedere affaccendate attorno ad altre storie…..continua

2) Nel nome del Padre, di Freak e di Bill Callahan (di Massimo Sterpi, 12 febbraio 2014)
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…..Nel marzo del 2011 mi capitò di passare un intero pomeriggio in compagnia di Freak Antoni.
Il contesto era un seminario rivolto a giovani under 20 che organizzavo e dove Freak non ebbe alcuna remora nel parlare di sé , della sua carriera artistica, del suo amore per i Beatles ma anche delle sue malattie e del suo travagliato ed intenso percorso umano.
Dopo l’incontro ebbi la fortuna di rimanere a lungo con lui in privato.
Non ricordo bene l’aggancio ma finimmo con il  parlare quasi esclusivamente del tema della Paternità.
Prima addirittura il Padre eterno, poi i commenti sui padri non naturali e cioè quegli incontri straordinari  che la vita ci riserva e che ci lasciano una sorta di testamento culturale e/o affettivo (lui citò per sé Gianni Celati, che aveva avuto come professore al Dams), poi mi parlò del suo vero padre: una persona semplice che gli insegnò l’ironia “ ..e senza ironia non puoi vivere..quindi mi ha dato la vita”, poi si iniziò a parlare della paternità mia e sua.
Io allora padre da 4 mesi e lui ormai da più di 10 anni della sua bellissima Margherita…..continua

3) In the aereoplane over the sea (di Arturo Compagnoni, 12 giugno 2014)
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…..Ma se fossi uno che sa scrivere bene e che ha pure un briciolo di fantasia, uno di quelli bravi a fabbricare romanzi o sceneggiature di film, a questo punto mi inventerei un finale ad effetto. Una roba di quelle che ad esserci dentro ed avere 20 anni ti cambia la vita per sempre.
Tipo un ultimo concerto per chiudere tutto, questi tre giorni e quelli immediatamente precedenti. Un concerto unico, sulla spiaggia tra il mare e le dune, i piedi sotterrati dalla sabbia fresca, migliaia di persone sotto una luna tagliata perfettamente a metà.
Un tipo con barba lunga e un cappello che canta: what a beautiful face I have found in this place, that is circling all around the sun , tu che sei lì in mezzo e anche se a quelli la’ sopra al palco non è che ai tuoi tempi gli avessi dato poi tutta quest’importanza ora non puoi far altro che guardarli fuori fuoco con lo vista appannata dalle lacrime and when we meet on a cloud I’ll be laughing out loud I’ll be laughing with everyone I see can’t believe how strange it is to be anything at all con la gola che si attorciglia mentre pensi ai dieci anni che hai vissuto lì su quella spiaggia, tutti dall’inizio della storia e sai che quello che sta succendo ora sta succedendo anche per te. Non c’è nulla di casuale e in questo finale immaginario oggi è il giorno perfetto, questa è la notte perfetta e nient’altro conta. Niente. ……continua

4) The scene that celebrates itself (di Cesare Lorenzi, 22 aprile 2014)
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Poi uno mi chiede ancora perché dovrei leggere la stampa straniera? Perché non possiamo farlo noi? Non dico all’estero ma con i Massimo Volume, Julie’s Haircut, Teho Teardo o con His Clancyness (e sono solo i primi nomi che mi vengono in mente), per dire? Cos’altro abbiamo di meglio da fare? Stare tutto il giorno attaccati a facebook a sparare minchiate? Ecco, da lettore mi piacerebbe proprio vedere robe così, scritte da gente che muove il culo e sta sul pezzo, in occasioni diverse, magari facendoci qualche ragionamento attorno. Roba che valga la pena leggere, in definitiva, che ti offra almeno qualcosa in più delle banalità da comunicato stampa. O magari, visto che il web si è iniziato ad utilizzarlo, trovare una via più creativa che non limitarsi a riprendere le news delle case discografiche che abbiamo già letto ore prima da qualche altra parte……continua

5) I’ll meet you there (Fiver #02.12) (di Massimiliano Bucchieri, 8 dicembre 2014)
Photo: ©Andrew Stuart 2014
…….E’ ormai passato quasi un anno da quando Sniffin’ Glucose ha incontrato His Clancyness per una piacevole chiacchierata in un piovoso pomeriggio di inizio inverno.
Ad un certo punto della discussione, che aveva preso una piega incentrata sulle difficoltà, decisioni e riscontri per chi cerca di fare musica nel nostro paese, ma non solo, Clancy quasi sommessamente ma con sguardo risoluto ha mormorato “in definitiva .. io cerco di fare Arte”.
Da allora c’è questa frase che mi ronza in testa e che, pur nella sua apparente ovvietà, a mio parere, è centrale per ogni discorso riguardi la musica che amo.
Ci fu un nome suggerito da Clancy nel corso di quell’incontro che ben si attaglia a questo discorso, quello dei Viet Cong. Formazione di Calgary, Canada di cui è in circolazione in questi giorni il primo album.
Il primo commento che ho dato agli amici è stato né più né meno: ”una bella mattonata”.
Dopo ripetuti ascolti, sempre meno “faticosi”, ora posso riconoscere l’eccellenza del loro album. Gente che se ne frega di giocare “sicuro”.
Dunque, semplificando, l’Arte richiede fatica.
Da una parte il bisogno di esprimere un’urgenza creativa, dall’altra lo sforzo, in un’epoca che mira al disimpegno più totale, per affrancarsi dalle terribili difficoltà “reali” quotidiane.
Bevi, balla, ascolta solo quello che le playlists ti confezionano; compra, se li compri, solo i dischi che Amazon decide che sono i “tuoi” risparmiandoti la fatica di andarteli a cercare. E se vado ad un concerto scelgo una bella reunion, mica voglio essere spiazzato…
Tutto qui? Non proprio………continua

 

Looking straight at the camera (Fiver #04.12)

Fugazi

Fugazi

Il 2014 per quanto mi riguarda è stato l’anno del ritorno dei Fugazi. E i Fugazi sono stati un gruppo speciale per tanti motivi. Per esempio le foto del gruppo. Ce ne sono alcune dove fissano dritto in camera, senza tentennamenti o esitazioni, e l’impressione è proprio quella che siano loro a guardar te, e non viceversa.
Per diversi anni, quelli della mia giovinezza, quello sguardo si è confuso con quello della mia coscienza e ogni volta, quindi di frequente, che suonavo un loro disco, loro stavano lì a fissarmi con quell’aria seria ma rassicurante che chiamava all’impegno più che allo svago: quello che stai facendo non è solamente ascoltare della musica. L’impegno e la dedizione era il prezzo da pagare per sentirsi parte di qualcosa, di quella cosa, e io ho sempre pagato volentieri.
E anche oggi che tutto è cambiato, a 25 anni dalla prima volta che ho ascoltato Waiting Room, continuo a sentire quella frase che la mia coscienza mi ripeteva prendendo in prestito il volto dei Fugazi. Ad ogni disco che compro, ad ogni disco che suono, ad ogni coda che mi porta all’ingresso di una sala concerti.
Per questo avrei voluto cominciare questo fiver partendo da First Demo, con un loro brano. Ma non posso per una ragione molto banale: non riesco ad ascoltare quel disco. L’ho comprato, in vinile ça va sans dire, l’ho aperto, toccato e annusato seguendo il mio personale rituale, ho indugiato sulle foto e le note di copertina, poi l’ho messo via. Mi succede anche con Repeater per la verità. Ho paura di riascoltarlo. Di cosa esattamente è difficile dire, forse è anche solo paura che la mia coscienza torni a farsi sentire e con lo sguardo di Ian MacKaye mi inchiodi a una raffica di domande: e allora cosa hai fatto in tutti questi anni? Hai solo ascoltato dei dischi? E che ne è stato dell’attitudine? E l’impegno?
Ecco, ogni tanto io mi domando se sia mai esistito un altro gruppo così, capace di interrogarti, di sovrapporsi alla voce della tua coscienza. Un gruppo che per diventare veramente tuo, in qualche modo te lo dovevi meritare. Dovevi sentirti alla loro altezza.
A volte penso che mi piacerebbe che arrivasse qualcuno capace di spiegare cosa sono stati i Fugazi. A me mancano le parole. Ma forse non c’è bisogno di spiegare un bel niente. L’importante è che continuino a uscire gruppi capaci di ripartire da quella attitudine e da quel suono, come questi ragazzi canadesi con cui ho deciso di cominciare la mia cinquina.
Non me ne voglia la maggioranza che ascolta i dischi senza comprarli, ma questo fiver è dedicato a chi ogni tanto compra i dischi senza ascoltarli. Sia per abitudine, noncuranza o debolezza o per le ragioni più svariate. So che non sono il solo. Le cinque canzoni che seguono sono tra le mie preferite di questo 2014 e hanno in comune il fatto di far parte di album passati un po’ in sordina e, ognuno a modo suo, di saper guardare al passato in maniera intelligente e personale. Insomma, citando Cesare Lorenzi nel precedente fiver, gente capace di guardare indietro vivendo il momento invece di rincorrerlo.

GreysGuy Picciotto

Confesso che inizialmente mi era sfuggito questo If Anything, esordio di lunga durata della band di Toronto. Siano benedette le classifiche di fine anno che permettono di recuperare queste chicche dunque (e segnatamente quella di Crack). Come accennato, la geografia dice Canada ma il cuore dice Washington DC in questo caso. Se ci fossero dubbi sul background del loro suono, ci pensano loro a mettere le cose in chiaro intitolando il brano d’apertura Guy Picciotto. Rispetto ai Fugazi, il suono è più metallico e il drumming più quadrato (e in questo ricordano i concittadini Metz) ma la sostanza non cambia.

Wildest DreamsLast Ride

Londra, New York e Los Angeles. Il punk, la dance e la psichedelia. Dj Harvey deve essere talmente abituato a trovarsi al posto giusto al momento giusto che ormai deve essersi anche convinto che è lui a far succedere le cose. E forse non sarebbe neanche così lontano dal vero. Il nuovo album dei suoi Wildest Dreams gli assomiglia molto: libero, selvaggio ed estremamente cool. Attaccare i cavi, alzare i cursori e via: si cominci a sudare.

Lust For YouthNew Boys

Che poi uno ci prova a fare il duro, a imporsi la linea dura, a dire “no, è ora di finirla con il saccheggio degli anni ‘80”. Ecco, e poi arriva un trio di nordici coi capelli rasati e i fisici glabri che, per infierire, recuperano proprio quell’electro-pop nella maniera più pedissequa e calligrafica, e son capaci di azzeccare una canzone perfetta come questa. E a te non resta che cedere ancora, per l’ennesima volta.

Klaus Johann GrobeKOthek

Il 2014 è stato un grande anno per il kraut revival. In molti hanno recuperato quel suono ancora una volta e spesso lo hanno fatto dalla periferia dell’impero, come i nostri Lay Llamas o gli svedesi Les Big Byrds. Anche il gruppo in questione viene da un paese periferico come la Svizzera e dio benedica la Trouble In Mind per averli scovati. La loro rivisitazione del kraut punta dritto in direzione pop con risultati eccezionali. E per di più in tedesco.

Rodrigo AmaranteTardei

Per questo ultimo titolo ero indeciso tra lui e Sabina. Un’altra brasiliana che ha firmato un gran bel disco quest’anno (e credo di recente passaggio in Italia). Diciamo che sono affascinato dagli incontri tra culture e dall’utilizzo dal recupero del proprio linguaggio all’interno di una tradizione musicale differente (un altro ottimo esempio sono The Limiñanas). In ogni caso Rodrigo Amarante è il più bravo e il suo album Cavalo è stato scandalosamente snobbato. Recuperatelo se vi è sfuggito.

Luigi Mutarelli

Play your f*****g list!! (Fiver #03.12)

Sleater Kinney

Sleater Kinney


Non so se si cadrà nella consuetudine delle classifiche di fine anno anche da queste parti, alla fine. Ne avevamo discusso tra noi e la conclusione è stata unanime: meglio lasciar perdere, in quanto è diventata una pratica imbarazzante ed abusata (poi, magari non resistermo, meglio mettere le mani avanti). In questo periodo dell’anno siamo letteralmente invasi di classifiche di ogni tipo. Utilizzate ormai come veri e propri strumenti di marketing, vedi Rough Trade (99 sterline, offerta speciale, ti accatti la top 10) oppure tutta la stampa di profilo internazionale a caccia di click o qualche lettore in più del normale.
Il periodo in effetti si presta ai consuntivi, in quanto è una delle poche stagioni dove le nuove uscite si diradano e scorrere alcune di quelle liste consente magari qualche recupero dell’ultima ora. Ragionare un attimo su quello che è capitato negli ultimi 12 mesi a bocce ferme mi ha consentito però di ribadire una sensazione che ho avuto per tutta la stagione: il 2014 è stato un eccellente anno musicale, di grandi dischi, pubblicati in particolare da gruppi nuovi (diciamo bands che non esistevano prima del 2010).
Mi vengono in mente Parquet Courts, Ought, Nothing, Viet Cong, Proper Ornaments, Sleaford Mods, Happyness, Protomartyr, Total Control, Eagulls, Angel Olsen. Ne sto sicuramente dimenticando qualcuno e mi sono limitato solamente a scorrere velocemente i nomi che abbiamo pubblicato noi di Sniffin’Glucose in Fiver nel corso dell’anno, tra i nostri favoriti.
Quello che voglio dire è: abbiamo davvero bisogno del ritorno dei Ride? O degli Slowdive? O dei Jesus and Mary Chain? Quando abbiamo così tanta musica di qualità “nuova” di zecca. Niente contro questi gruppi, ben inteso. Alcuni sono tra i miei favoriti di sempre ma davvero: ne abbiamo bisogno? Penso di no, sinceramente. E mi sorprende l’entusiasmo con cui vengono accolti questi ritorni in particolare dai più giovani. Mi risulta sinceramente incomprensibile.
Sarebbe ora di liberarsi per sempre di questa fottuta retromania, di gente che da vent’anni non è capace di scrivere uno straccio di canzone e nonostante tutto continua a monopolizzare l’attenzione della scena.
Come abbiamo già detto in altre occasioni: si tratta di vivere il momento e non di rincorrerlo.
Se il fanatismo da retromania fosse impazzato già in passato mi sarei perso con tutta probabilitá  i Mudhoney davanti a 40 persone, i Nirvana pre Nevermind, i Pixies del primo album in un clubbino di periferia neppure esaurito,  i Primal Scream che facevano il verso agli MC5. Magari avrei dato la precedenza a qualche artista bollito, capace solamente di riproporre stancamente le solite vecchie canzoni. Si tratta il più delle volte di una rappresentazione di quello che è stato a discapito dell’energia del momento, dei vent’anni che non potranno comunque più tornare. Meglio, molto meglio, quelli che si mettono in gioco nonostante tutto: che non hanno paura di mettere in mostra qualche ruga di troppo ma che sono ancora capaci di scrivere una canzone come si deve. Thurston Moore e Bob Mould sono i primi che mi vengono in mente, ma non sono i soli.
Non è una questione di carta d’identità quindi, ma di spirito e attitudine, al solito.
Crogiolarsi nella propria leggenda, per la gioia di fan attempati e qualche ragazzino che non poteva esserci per forza di cose all’epoca originaria sembra essere il nuovo filone dell’industria discografica che si occupa di spettacoli dal vivo. Coachella (probabilmente il più importante festival al mondo) è nato ed ha avuto fortuna proprio in questa maniera: ogni anno mette in cartellone una reunion, non importa se supportata da una qualsivoglia vena artistica ritrovata. L’offerta che avrebbero fatto a Morrissey e compagni per un esclusivo ritorno degli Smiths è una roba che sta a metà strada tra la leggenda e la letteratura, arrivando addirittura a mettere sul piatto la trasformazione del festival in un evento vegano al 100%.
Quello che non si fa per il vile denaro, del resto.
Mi viene in mente una delle ultime canzoni pubblicate dalle Sleater Kinney prima del loro recentissimo ritorno:
You come around looking 1984
You’re such a bore, 1984
Nostalgia, you’re using it like a whore
It’s better than before
You come around sounding 1972
You did something new with 1972
Where is the fuck you?
Wheres the black and blue? (Sleater Kinney – Entertain)
A proposito di Sleater Kinney….
 

SLEATER KINNEY – SURFACE ENVY

Uscirà a gennaio il nuovo album del gruppo di Olympia, esattamente a 10 anni di distanza dall’ultima pubblicazione. Sembrava che non fossero mai andate via, a dire il vero. Le discografie post Sleater Kinney di Corin Tucker e Carrie Brownstein (Corin Tucker Band e Wild Flag) hanno sempre mitigato la ferita e dieci anni sono volati in un lampo. Sono stati sufficenti questi pochi accordi per riportarci però con i piedi per terra e farci capire che ne abbiamo ancora bisogno, come e ancor più di prima. Questa è una canzone che ce le riporta in pista in una forma strepitosa. Pezzo con un gran tiro, che non molla la presa, con un riff e un ritornello che entrano in testa e non si fanno dimenticare. Non è sufficente dire: un grande ritorno. No, non basta. Questa è una di quelle faccende che ti fanno ringraziare il fato e non so cos’altro. Una di quelle cose che ti rendono l’esistenza migliore, insomma.
 

CHROMATICS – CLOSER TO GREY

Semplicemente irresistibili, da sempre. E ancora oggi, con questa nuova canzone che preannuncia un nuovo attesissimo disco. Due minuti giusti giusti di ritmi sintetici che rimandano alla new wave marcata di nero a cui fa da contraltare una melodia che sembra uscire dal catalogo produttivo del migliore Phil Spector. Canzone meravigliosa. Aspettative altissime per l’album, a questo punto.
 

AMEN DUNES – SONG TO THE SIREN

Questa è sostanzialmente la cover di una cover. Sì, perchè la versione che ne fecero This Mortal Coil trasformò per sempre un brano (di Tim Buckley) irremidiabilmente in una cosa completamente differente dall’originale. Una canzone splendida che diventò una sorta di invocazione mistica, quasi una preghiera pagana dall’impatto emozionale devastante. Forse, la migliore cover di tutti i tempi.
Amen Dunes fanno riferimento proprio alla versione di This Mortal Coil in questo caso e pur non aggiungendo nulla di nuovo (cosa pressochè impossibile, del resto) si limitano (si fa per dire) ad aggiornare la canzone al loro impianto sonoro fatto di chitarre appena accenate e di una voce che (inevitabilmente, visto il pezzo) si avventura alla ricerca di pathos, di forza e intensità.
 

WILL BUTLER – TAKE MY SIDE

Ho ascoltato questo pezzo la prima volta non sapendo di chi fosse. Ho pensato: figo, sembrano i Violent Femmes! E poi, ancora, i Dream Syndicate. Una canzone semplice semplice che fa il suo sporco lavoro, insomma, efficace e cattiva al punto giusto. Una volta che si scopre che è il brano che prennuncia il disco solista di quel Will Butler che capeggia le megastar Arcade Fire si potrebbe anche chiedersi perchè. Ma il rock’n roll è roba che offre risposte più che porre domande. Non resta che cliccare play un’altra volta.
 

DEAN BLUNT – LUSH

Questo è il classico album che spiazza manco fosse Messi all’interno dell’area di rigore. Catalogato come artista provocatore, irriverente e sperimentatore Dean Blunt, inglese della periferia di Londra, se ne esce con una collezione di brevi canzoncine irresistibili che si alternano a lunghe suite strumentali. Un deciso passo avanti nei territori dell’accessibilità a forza di samples dei Big Star e dei Pastels che si adagiano su una struttura di ritmi ed atmosfere degne del Gil-Scott Heron più minimale.
Lush è il pezzo che apre l’intero album (Black Metal) e con il suo arrangiamento orchestrale e i suoi 100 secondi di durata ti fa immediatamente comprendere che questa è una faccenda che merita assolutamente il nostro tempo.
 

CESARE LORENZI

I’ll meet you there (Fiver # 02.12)

Photo: ©Andrew Stuart 2014
Ho un viziaccio. Da sempre do un peso esagerato alle parole, una sorta di discepolo fondamentalista del Michele Apicella di Palombella Rossa.
E’ ormai passato quasi un anno da quando Sniffin’ Glucose ha incontrato His Clancyness per una piacevole chiacchierata in un piovoso pomeriggio di inizio inverno.
Ad un certo punto della discussione, che aveva preso una piega incentrata sulle difficoltà, decisioni e riscontri per chi cerca di fare musica nel nostro paese, ma non solo, Clancy quasi sommessamente ma con sguardo risoluto ha mormorato “in definitiva .. io cerco di fare Arte”.
Da allora c’è questa frase che mi ronza in testa e che, pur nella sua apparente ovvietà, a mio parere, è centrale per ogni discorso riguardi la musica che amo.
Ci fu un nome suggerito da Clancy nel corso di quell’incontro che ben si attaglia a questo discorso, quello dei Viet Cong. Formazione di Calgary, Canada di cui è in circolazione in questi giorni il primo album.
Il primo commento che ho dato agli amici è stato né più né meno: ”una bella mattonata”.
Dopo ripetuti ascolti, sempre meno “faticosi”, ora posso riconoscere l’eccellenza del loro album. Gente che se ne frega di giocare “sicuro”.
Dunque, semplificando, l’Arte richiede fatica.
Da una parte il bisogno di esprimere un’urgenza creativa, dall’altra lo sforzo, in un’epoca che mira al disimpegno più totale, per affrancarsi dalle terribili difficoltà “reali” quotidiane.
Bevi, balla, ascolta solo quello che le playlists ti confezionano; compra, se li compri, solo i dischi che Amazon decide che sono i “tuoi” risparmiandoti la fatica di andarteli a cercare. E se vado ad un concerto scelgo una bella reunion, mica voglio essere spiazzato…
Tutto qui? Non proprio.
In realtà il discorso è un po’ più complesso di così, perchè un mondo di soli artisti è un utopia e forse, alla fine, anche un mondo mortalmente noioso. Ci vogliono gli artigiani per tenere tutto in piedi.
Dave Grohl è un ottimo artigiano.
Dagli un pezzo di legno e lui ti tira fuori un tavolo e quattro sedie che verranno vendute in un batter d’occhio, ma non gli chiedere niente di più complicato, o che richieda uno sforzo d’immaginazione. A suo modo un arte (con la a volutamente minuscola) anche questa.
Dove il discorso trova la sua “quadra” (un termine orribile ma che volevo provare, così, per pura fascinazione pornografica) è quando Dave Grohl dà indietro un po’ di quello che ha ricevuto.
Come nell’operazione “Sonic Highways”.
Probabilmente stare seduto dietro ad una batteria guardando le spalle di un Artista ha avuto un’importanza decisiva ma riconosco al soggetto in questione qualità genuine non indifferenti.
Otto città americane studiate, rivissute, raccontate con un occhio acuto e con grandissimo rispetto. Le parole di Ian MacKaye o Dr Know, per fare un esempio, ascoltate con attenzione ed in religioso silenzio.
Il rispetto dovuto all’Arte.
Dave Grohl è un miliardario? Chissenefrega. Se più persone avranno la curiosità di sapere chi sono i Bad Brains o i Fugazi per me ne è valsa la pena.
Dove porta questo discorso? Probabilmente da nessuna parte.
Mi piace solo pensare che talvolta chi fa qualcosa con passione e genio e pochi riscontri percorra una strada che a un certo punto si incrocia con quella di chi, magari con meno genio ma con passione, ha avuto molto (se non tutto) per poi sedersi insieme ad un tavolo, nel reciproco rispetto, a condividerne un piccolo pezzo.

Viet Cong – Pointless Experience

Tempi dispari, una batteria impossibile, aperture melodiche inaspettate ed insospettabli. Gli ex Women raccolgono l’eredità dei Wolf Parade e spostano tutto un po’ più avanti. Mi allungo faticosamente per cercare di afferrarli ma quando, finalmente, ci riesco, la ricompensa è grande.

Kevin Morby – The Ballad Of Arlo Jones

26 anni. Un curriculum con dentro Woods, Babies e due album solisti. Non male. Still Life a volte scivola nel classic rock ma altrove, come in The Ballad of Arlo Jones, mischia le carte e ne pesca una dove c’è scritto a chiare lettere Camper-Van-Beethoven. Kevin se la tiene stretta e rilancia con un testo fantastico da dedicare all’amico che tutti noi abbiamo avuto, ingiustificabile ma “tuo amico” e tanto basta.

He was drunk, he wasn’t fun, he was my friend
He was wild, he was wild
He was wild, he was wild
He was

One, he was my friend
Two, took a bullet to the head
Three, he was my friend!
Four, oh, where is Arlo now?
Five, he was my friend
Six, he got high and ran his mouth
Seven, he was my friend!
Eight, now he cannot move around
Nine, he was my friend
Oh, ten, ten, ten

Mourn – Dark Issues

Nel febbraio del ’92 mi trovai a Londra in concomitanza con la prima data londinese di Pj Harvey alla ULU e l’uscita di Dry. Ricordo ancora la faccia stupita del ragazzo di Rough Trade a Neil’s Yard quando mi presentai alla cassa con sette copie, per amici e conoscenti, dell’album in tiratura limitata con le versioni acustiche di tutti i brani… Rough Trade a Neil’s Yard non c’è più e anche Pj Harvey percorre, rispettabilmente, tutt’altre strade, ma quando parte Dark Issues chiudo gli occhi e rivedo la giovane ma determinatissima Pj aggrappata alla sua chitarra scomparire nel giubbotto di pelle in quella fredda serata prima di spaccarci il cuore con la sua classe immensa per la prima di innumerevoli volte.

The Soft Moon – Black

Traccia ad elevata tossicità che fa a pugni con tante (troppe) recenti “carinerie” targate Captured Tracks. La band di San Francisco accantona ogni prudenza, prende per mano i Fuck Buttons e gli fa intravedere cosa c’è “veramente” oltre quel muro (del suono). Sviluppo interessante che crea aspettative da soddisfare.

Ceremony – Birds

Come ampiamente sproloquiato in precedenza da queste parti i Nothing sono probabilmente il disco dell’anno. Non solo. Il tasto follow dei social in questo caso riservava altre soddisfazioni. Difficilmente, altrimenti, sarei venuto a conoscenza dei Ceremony da Rohnert Park California che hanno ospitato il gruppo di Dominic Palermo come supporter prima di inchinarsi alla loro crescita esponenziale ed invertire l’ordine di apparizione sui palchi americani. Tre album all’attivo e questo nuovo Ep uscito quest’anno prodotto dal tipo degli A Place To Bury Strangers che ci spedisce in un mondo parallelo dove, tra cascate di feedback e melodia, i Jesus And Mary Chain hanno appena pubblicato Psychocandy e io litigo con la mia fidanzata per chi si deve portare a casa un singolo degli Swervedriver.

Massimiliano Bucchieri

The Year Punk Broke (Fiver # 01.12)

Premessa: quel che segue, oltre ad essere liberamente ispirato alla percentuale di astensionismo registrata alle elezioni regionali dello scorso 23 novembre in Emilia Romagna (62,30%),  è il frutto di una serie di associazioni di idee scaturite dall’aver casualmente pescato nello scaffale delle t-shirt una maglietta che non indossavo da anni. Nello scritto i concetti di sinistra, indie, mainstream sono utilizzati in maniera totalmente arbitraria e fantasiosa senza alcuna attinenza a qualunque significato venga loro attribuito nella realtà attuale.
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Sarà che ogni settimana ci si trova tra i piedi la commemorazione del ventennale di un qualche disco supposto capolavoro della storia del rock, sarà che agli ex giovani giornalisti e blogger non par vero di scoprirsi finalmente in età giusta per celebrare il revival di un’epoca da loro effettivamente vissuta, sarà che ogni occasione è buona per provare a far festa e si è sempre alla ricerca di un pretesto che accenda la miccia, fatto sta che mi pare non si sia mai parlato e scritto così tanto riguardo agli anni ’90 come in questi ultimi dodici mesi.
Dovessi riassumerli io, che a quei tempi pensavo già di essere vecchio, quegli anni li condenserei sostanzialmente in un unico flash: le immagini del documentario musicale (rockumentary, come piace dire oggi) che portava il titolo di The Year Punk Broke.
Se non che l’anno posto in premessa a quel titolo è il 1991. Il che potrebbe sembrare un controsenso: sintetizzare un decennio puntando dritto il primo anno di quel decennio stesso. E dopo cosa è successo? Il 1991 è solo un’appendice dei favolosi anni ’80 o l’avvio di un qualcosa che poi è maturato oltre?
Non lo so. E nemmeno mi interessa saperlo. Avessi mai avuto l’acume e la lucidità necessari per condurre una qualsiasi analisi lo avrei fatto tanti anni fa.
Oggi come oggi mi piace solo (tradotto: sono solo in grado di) scattare fotografie in calce alle quali riesco al massimo a porre qualche didascalia, giusto per dare un indirizzo di massima sul perché mai abbia deciso di mettere a fuoco quelle immagini piuttosto che altre: istantanee che ritraggono oggetti, persone e momenti, attorno e sopra le quali ognuno è libero di costruire ciò che meglio crede, giungendo alle conclusioni che più ritiene opportune.
In effetti andando a sfogliare il booklet fotografico della memoria 90’s è evidente come proprio nel ’91, l’anno in cui il punk esplose stando al titolo del documentario di cui sopra, uscirono alcuni dischi che per quanto mi riguarda segnarono un’epoca: Screamadelica, Nevermind, Bandwagonesque, Loveless, Spiderland e qui mi fermo ma potrei pure proseguire. Mettiamoci che in quello stesso periodo mossero i primi passi su disco i Pavement (la trilogia di ep e singoli Slay Tracks, Demolition Plot J-7 e Perfect Sound Forever vide la luce tra l’89 e il ’91 mentre Slanted and Enchanted venne fuori nel ’92) e il quadro, per quel che mi riguarda, è completo.
In generale comunque tutta la prima metà degli anni ’90 ha fornito occasioni di (più o meno) sicuro interesse. Per rendere l’idea quelli furono anni in cui la più che benemerita divisione italiana di una multinazionale del disco stampava una maglietta come quella che ho ritrovato nell’armadio l’altro giorno e per promuovere certi dischi la stessa inviava alla gloriosa radio di Bologna in cui all’epoca lavoravo un angelo cartonato di dimensioni reali (In Utero, of course), un pacco di spaghetti con barattolo di sugo griffato Guns’n’Roses (The Spaghetti Incident datato 1993) e una gigantesca candela nera profumata con su scritto Songs of Fate and Devotion (i Depeche Mode se ne uscirono anch’essi con un disco in quel periodo), giusto per elencare gli oggetti più significativi che io ricordi. Niente di incredibile certo, ma immaginare investimenti di questo tipo (destinati allo spazio chiuso di una radio, peraltro) su un certo tipo di dischi ancora oggi lascia stupiti (anzi soprattutto oggi quando gran parte della promozione viene esercitata a costo zero dagli interessati, affidandosi unicamente a sequenze di file da scaricare su un pc).
Al di là del personale snobismo, che tranquillamente ammetto vantandomene pure, inutile dire che in musica certe cose dovrebbero restare patrimonio di pochi.
Per fare un esempio, completamente differente ma a mio (distorto) modo di vedere calzante, è un po’ come dovrebbe essere la posizione dei partiti di sinistra in politica.
I quali dovrebbero necessariamente rimanere all’opposizione per avere un senso: meglio una forte opposizione che induca la maggioranza conservatrice ad assumere qualche punto di vista progressista che non una maggioranza progressista di nome ma necessariamente conservatrice (per governare, almeno in Italia, essere conservatori è un obbligo) le cui idee procedano di pari passo con quelle dell’opposizione.
Allo stesso modo in cui la sinistra snatura il proprio dna nel momento in cui è posta in condizioni di comandare un paese, la musica che arriva dal basso quale “alternativa” (oh, quanto piaceva definire alternativa la musica indie negli anni ’90) al mainstream (ma che davvero sto ancora qui a parlare di mainstream vs indie e di corporate rock still sucks quando le case discografiche multinazionali sono svanite nel tempo come lacrime nella pioggia – cit. Philip K. Dick via Ridley Scott – e l’aggettivo indie è un concetto che ha finito per assumere sfumature tra il ridicolo e il grottesco?) dovrebbe rimanere libera da quei vincoli necessari a piacere alle masse ma così inappropriati per farli piacere a noi: suoni gommosi, produzioni che smussano ogni spigolo eliminando qualsiasi imperfezione, livellamento sostanziale delle idee. Per chiudere qualunque discussione, che già sono andato di lungo e sto perdendo il filo, a questo punto dovrei chiedere di alzare la mano a chi ritiene che gli ultimi dischi di che so, National e Arcade Fire, per fare due nomi comunque ancora credibili e “sul pezzo”, non siano comunque i peggiori delle rispettive discografie.
Siccome di politica non so nulla e quel poco che sapevo risale a un’era geologica in cui circolavano Enrico Berlinguer e Mario Capanna e di musica ormai ne ho ascoltata troppa e tendo a confondere sacro e profano, può darsi che il pensiero appena esposto sia una grossa stupidaggine, il paragone tra musica e politica non regga un accidente e Trouble Will Find Me e Reflektor siano effettivamente due tra i dischi migliori prodotti dalle band dell’esempio di cui sopra.
Personalmente, da vecchio snob fuori dal tempo e probabilmente anche dello spazio, resto dell’idea che smettere di votare a sinistra nel momento in cui la sinistra arrivi al governo sia una cosa buona e giusta, esattamente come lo è abbandonare una rock band quando questa decida di saltare il fosso per consegnarsi alle masse sintonizzate sui network nazionali.
Ma questa, naturalmente, è solo una fotografia: sotto di essa ognuno ci scriva quel che vuole.

The Skygreen Leopards “Leave the Family

Gli Skygreen Leopards hanno pubblicato un sacco di dischi da inizio anni zero ad oggi. La maggior parte dei quali sono usciti per Jagjaguwar, l’ultimo per Woodsist. Due etichette cui di solito presto particolare attenzione. Il fatto di essermi sinora perso tutte ma proprio tutte le uscite di questi tipi mi lascia pertanto a dir poco sorpreso. Family Crimes è un disco bellissimo che si apre con una canzone bellissima. Tra la California degli anni ’60 e la Glasgow dei primi singoli Creation.

Outrageous Cherry “The Department of Ghosts

Alla stessa categoria Skygreen Leopards, di gruppi che fanno bella musica da un sacco di tempo ma di cui io non mi sono mai accorto, appartengono gli Outrageous Cherry. Per arrivare a un loro disco ci ho messo 20 anni e mai ci sarei arrivato se a pubblicarlo non fosse stata la Burger, etichetta per cui ultimamente sono decisamente in fissa. Arrivano da Detroit e suonano diverse cose che a me piacciono mettendole tutte assieme: power pop, spruzzi di rock’n’roll garage e indie vecchia scuola. Come questa canzone che pare un outtake da Alien Lanes, il mio disco preferito dei Guided by Voices.

TV on the Radio “Happy Idiot

I TV on the Radio sono il tipico gruppo che all’inizio mi piaceva tantissimo poi ho un po’ perso di vista e che, stando ai miei abituali parametri, dovrebbe starmi terribilmente sulle scatole. In teoria sarebbe il tipico prodotto adatto all’internazionale radical chic, quella che si sveglia una volta l’anno per l’unico concerto “giusto” e per scaricare l’intero catalogo del Sundance Film Festival in originale con i sottotitoli (ogni riferimento alla carriera cinematografica del cantante Tunde Adebimpe è ovviamente voluto) . Ogni volta che esce un loro disco vorrei trovare brutte cose da dire coi miei amici e invece quelli (i TV on the Radio) finisce che mi fregano sempre. Bravi loro, e che cazzo.

Elisa Ambrogio “Superstitious

Lei mi ricorda un sacco Zooey Deschanel ed è la cantante dei Magic Markers, il suo primo disco solista esce per Drag City. Il disco intero non l’ho ancora ascoltato, questa canzone però sembra non avere nulla a che fare col repertorio dei Magic Markers e poco a che vedere con il catalogo Drag City. Nonostante questo (i Magic Markers mi piacciono assai e il catalogo Drag City anche) il pezzo è da amore al primo ascolto, lei da amore a prima vista.

Bedhead “Disorder

Il 16 maggio del ’98 vidi suonare i Bedhead al vecchio Teatro Polivalente Occupato in via Irnerio. Era un teatro in via di costruzione da anni eppure molto bello nella sua struttura ancora largamente incompleta. Il pubblico stava seduto su larghi gradoni di legno dove avrebbero dovuto essere poi montate le poltrone e giù in fondo stava il palco. Ero in un periodo difficile, alla vigilia di grandi cambiamenti e quando quella sera nei bis i Bedhead attaccarono la loro versione di Disorder mi sentii come nel momento in cui Edward Norton guarda Helena Bonham Carter, le prende la mano e le dice: “Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita”, mentre i Pixies suonano Where’s My Mind e di là dal vetro la città esplode. Un momento bellissimo e irripetibile. Tra il 1992 e il 1998 i Bedhead pubblicarono tre album ed alcuni singoli ed ep. In questi giorni la sempre ottima Numero Group ha stampato in un box spettacolare la loro opera omnia. Dentro c’è anche questa canzone.

Arturo Compagnoni