Nostalghia (Fiver #04.2015)

QUARTERBACKS

QUARTERBACKS

Nell’era moderna, in campo musicale (e non solo in quello), gli anni ’80 sono stati praticamente la prima epoca di cui si è cominciata ad avvertire chiaramente la nostalgia di massa da parte di coloro che quell’epoca non l’avevano vissuta. Questa storia della nostalgia dimostrata rispetto a qualcosa che non si è provato è comunque una faccenda strana. Il termine nostalgia viene definito (fonte Treccani) come il desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano. Per estensione, uno stato d’animo melanconico causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano. Probabilmente è in quest’ultimo passaggio che sta il punto di tutta la questione. Nostalgia non come desiderio di recuperare una parte del proprio vissuto ma come ambizione ad uno stato diverso dall’attuale. Considerata così ecco spiegata questa continua corsa all’indietro: pur affogati da una quantità di musica incredibilmente ampia, oggi abbiamo voglia di spendere tempo coltivando nostalgia per il passato perché il presente non ci soddisfa. Esattamente la situazione opposta rispetto a quella sperimentata da coloro i quali erano già per strada trent’anni fa. Allora non c’era tempo e nemmeno voglia di rievocare con nostalgia un’età che non avevi vissuto: succedevano troppe cose.
Pensavo esattamente a questo quando l’altro giorno mi sono bevuto in un amen “50×80”, l’ottimo libricino allegato al numero di Rumore tuttora in edicola, in cui Carlo Bordone (assieme a Maurizio Blatto l’unica firma che posta in calce a un qualsiasi scritto mi convinca a leggere quello stesso scritto, di qualunque cosa si tratti) si impegna a scoprire il lato nascosto degli anni ’80 attraverso 50 (+50) dischi di culto di quel decennio. Quella lista di cento titoli ci ricorda che gli 80’s non sono stati solo gli anni della Factory Records e della 4AD, dello Small e dell’Aleph, della Traumfabrik e dello Slego, dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, ma sono stati anche gli anni degli Human Switchboard e dei Redskins, dei That Petrol Emotion e dei Miracle Workers, dei Felt e degli Au Pairs. Gli anni che se solo hai avuto l’avventura di viverli, soprattutto ad inizio decennio, potevano riuscire a convincerti che la musica contasse davvero tanto.
Detto questo, bando alla nostalgia (o Nostalghia per dirla alla Tarkovskij) e ascoltiamoci cinque ottime nuove canzoni di cinque ottimi nuovi gruppi.
Perché a noi, si sa, piace vivere nel presente e guardare al futuro. Sempre.

Quarterbacks “Not in Luv

I Tullycraft, i Boyracer, le Talulah Gosh, la K Records.
Oppure questi sessantaquattro secondi di pura perfezione pop punk.
Se il loro imminente primo album non sarà il mio personalissimo disco dell’anno sarà perchè uscirà qualcosa di meglio e allora vorrà dire che i dodici mesi che abbiamo appena cominciato a vivere saranno stati un periodo davvero eccezionale. Amore totale.

Girlpool “Alone at the Show

Il loro ep di qualche mese fa non mi aveva del tutto convinto ma i 106 secondi di questa canzone che si trova dentro la nuova compilation di The Le Sigh, (a blog that highlights women in music and art per chi, come me fino a 30 secondi fa, non lo sapesse) ribaltano tutto.
In questi giorni in cui il core business collettivo è spulciare l’elenco dei nomi partecipanti al Primavera per cercare un motivo per andare o una scusa per rimanere a casa io mi ascolto questa canzoncina in cui le due ragazze califoniane ci raccontano di come un concerto possa anche NON essere un evento sociale: I wanna look at you/ But you don’t want me to/ I’ve got a secret crush on you.

Hierophants “Pneumatic Drill

Everett True, mio antico mentore, vive da tempo in Australia e di conseguenza ascolta (anche) molta musica australiana. Non so se sia che ha ricominciato a scrivere in maniera massiccia oppure sono io che ho ricominciato a leggerlo, fatto sta che ultimamente mi capitano a tiro un sacco di buoni gruppi che arrivano da quelle parti. Agli Hierophants in realtà sono arrivato su segnalazione di qualcun’altro, ma poco importa. Tra un po’ uscirà il loro primo album, questo invece è il loro ultimo singolo. Punk Wave schizzata su sincope di tastiere. Robe così mi mandano sempre fuori di testa.

Jack Name “Running after Ganymede

Si infila in uno spazio alieno tra Chrome e Can, come viaggiasse di notte su di un’autostrada illuminata da neon bianco, questa canzone di John Webster Johns, aka Jack Name, ultimo pupillo di John Dwyer. Weird Moons, il suo album in uscita per la Castle Face, pare una versione cosmica dei primi nastri che Ariel Pink ci fece ascoltare qualche anno addietro. Stranamente affascinante.

Hurry “Shake it Off

Venirmi a raccontare che un nuovo gruppo che ancora non conosco si piazza da qualche parte tra il blu album dei Weezer e Alien Lanes dei Guided by Voices (Pitchfork) è una carognata. Ovvio che ci casco. Questa canzone la trovate dentro Strenght in Weakness, ep in split con altre cinque band di Philadelphia, una meglio dell’altra.
Chiudo che vado a recuperarmi Everyhing/Nothing, il primo album di questi Hurry uscito un paio di mesi fa. Saluti e baci.

Arturo Compagnoni

Happy when it rains (Fiver #03.2015)

Jessica Pratt

Jessica Pratt

Tra i pochissimi buoni propositi che cercherò di mettere in pratica in questo nuovo anno, uno in particolare riguarda la musica.
Ci pensavo ascoltando il nuovo album di Panda Bear che, lo saprete a questo punto, è il disco del momento quantomeno in termini di esposizione.
Rimuginavo sul fatto che il mio tempo lo utilizzo male.
Un problema che riguarda anche le attività che amo di più, tra le quali certamente ascoltare musica. La voglia di tenermi aggiornato mi porta ad ascoltare quintali di musica superflua.
E non parlo solo dei dischi oggettivamente brutti, quelli durano lo spazio di un ascolto e poi vengono archiviati e comunque se ci fosse una maniera di risparmiarseli sarebbe manna dal cielo. Ma di quei dischi e di quei gruppi che invece dovrebbero piacermi o che quantomeno hanno tutto per potermi piacere, però non lo fanno.
Panda Bear è uno di quelli.
Curioso che alla fine a forza di sentire pareri illuminati, amici che piangono lacrime di commozione, uno ci provi insistentemente.
È stato così con i loro dischi precedenti, già capolavori conclamati per buona parte della critica che conta. Mi sono ritrovato ad ascoltarli con insistenza e allo stesso tempo farmeli passare in superficie con la stessa facilità del bere un bicchiere di acqua fresca in una giornata da 40 gradi. Per poi riprovarci ancora. E ancora.
In attesa di quel benedetto click che mi facesse capire. In attesa di una rivelazione che invece non è mai avvenuta. Niente, buio completo o quasi.
Quando è stato il momento ho preso la macchina e fatto chilometri per vederlo dal vivo (Noah Lennox si esibisce da solo, infatti). Ma niente, anche in quel caso, nulla da fare.
Ecco, quest’anno, il nuovo disco di Panda Bear l’ho ascoltato poco. Un paio di tentativi, insomma.
Bisogna avere rispetto dei propri buoni propositi che sono frutto di ragionevolezza e lucidità estrema. Vivrò senza Panda Bear.
Se ne farà una ragione sicuramente anche lui e tutti voi, ne sono certo.
Quello che voglio dire, alla fine, è che tutta questa montagna di musica che ogni giorno mi si riversa addosso e tutte queste affannose ricerche sono dettate solo da quel momento, quell’istante che quando ritorna mi ripaga di tutte le ore spese inutilmente con l’amplificatore dell’impianto acceso.
Perché c’è musica e musica. Ma è solo quella che ci parla direttamente che funziona. Quel piccolo luogo di conforto che non tradisce mai le aspettative. Quel momento che quando accade ci si rende immediatamente conto che ne vale ancora la pena. Succede di rado. Ed è sempre più difficile fare in modo che accada.
Ecco, vorrei passare maggiormente tempo in compagnia della musica. Della mia musica. Non mi sembra di chiedere l’impossibile.

Waxahatchee – Air

Katie Crutchfield sa come scrivere una canzone, questo è certo. Il problema casomai è che ci aveva abituato fin troppo bene nel recente passato. “Cerulean Salt”, l’album del 2013, l’ho letteralmente consumato, nonostante fossero canzoni che si reggevano in equilibrio precario: un po’ folk, ma con la giusta dose di rumore che faceva comunque capolino (tanto da farne comunque una band “indie”) e una capacità di scrittura sicuramente oltre la media. Perfetto, insomma. Ma anche fragile. Talmente delicato che in un attimo si rischia di ritrovarsi dalla parte del confine sbagliato: tra le braccia dei lettori di Mojo. Questa canzone che fa da apripista al nuovo album non ci toglie i timori, nonostante, alla fin fine, sia un gran pezzo. Produzione di lusso e deciso passo in avanti in termini di professionalità. Appunto, quello che potrebbe poi rivelarsi come un problema. Ma mettiamoci nei suoi panni, povera ragazza. Non può mica ascoltare noi che vorremmo tarparle le ali e tenercela stretta stretta con la sua acustica scassata e rumorosa a confortare il nostro vecchio cuore infranto. Magari va di lusso, comunque. Vai a sapere.

Wish – Slacker

Disco da riscoprire, il primo di Wish, canadesi di Toronto. Un gruppo che sembra trovarsi alla perfezione nei territori dell’indie-rock venato di chitarre e una psichedelia appena accennata.
Slacker (oh, anni novanta, do you remember?) piazza subito un giro di chitarra contagioso che ha il merito di trasformarsi in un lungo finale di rumore elettrico e distorsione. Roba che a qualcuno ricorderà i primi Yo La Tengo. Roba che da queste parti piace parecchio.

Best Friends – Shred til you’re dead

Non mi chiedete l’impossibile. Di resistere ad una canzone di 120 secondi che indovina un riffetto memorabile e lo fa con l’ostentata indifferenza dell’adolescenza, per esempio. Non me lo chiedete perchè mi risulterebbe impossibile. Questa è una canzone da ascoltare 50 volte consecutive, da consumarsi come una cazzo di big babol finchè non rimane nessun sapore e le mandibole girano a vuoto. Prendersi una pausa. E ricominciare di nuovo.

Jessica Pratt – Back, baby

Non mi fanno impazzire i dischi folk, di solito. Sopratutto quando rimangono nei territori di una tradizione al limite del conservatorismo: voce e chitarra acustica, tanto per intendersi. Ho solitamente bisogno di watt, distorsioni, ritmi e volumi. Poi escono dischi invece classicamente folk che adoro. Mi capiterà una volta all’anno, ad essere ottimisti. L’ultimo caso che mi ricordi è stato quello di Joanna Newsom (che volendo essere pignoli di folk inteso nella sua accezione più classica ha ben poco, ma insomma, dai, ci siamo capiti). Bene, con la Newsom, Jessica Pratt ha un paio di cose in comune: l’etichetta per cui incide, la fantastica Drag City, e -particolare ben più rilevante- una voce assolutamente fuori dal comune. Non si capisce se sia l’accento o se sia proprio il tono della voce ma il risultato è ugualmente strabiliante. Non solo quella, poi. Perchè Back, baby è un pezzo magnifico da qualsiasi parte lo si voglia prendere. Il tempo che passa, i rimorsi per quello che è stato e che nonostante gli sforzi non ritornerà mai più. L’illusione di promesse impossibili da mantenere. E infine l’invocazione del conforto della pioggia, tanto per potersi nuovamente rifugiare in un luogo sicuro. L’amore è solo un mito, in fondo. Na na na na na, la la la la la.

Matthew E. White – Rock & Roll is cold

“Rock & Roll is Cold is about how we continue to take, the most vibrant, soulful, deep music and make it a caricature of itself. We look into it, force it to turn in on itself, force it to turn back on itself, and we lose the source, we lose the mystery, the magic, and we seem to be unaware that any of that is even happening.“ – Matthew E. White
Rispetto per Matthew E. White. Rispetto per il tentativo di riscrivere un linguaggio che qualcuno considera ormai defunto. Lo fa nell’unico modo che conosce: omaggiando le radici. Pescando a piene mani dal repertorio dei classici del soul e del R&B. Ma con un’attitudine lontana anni luce dallo spirito del revival più villano. Un singolo che pone domande e allo stesso tempo porge le risposte. Ed intanto anticipa un album attesissimo.

Cesare Lorenzi

Not for sale / Not your girl / Not your thing

Sleater Kinney

Tra pochi giorni uscirà l’album nuovo di Sleater Kinney.
Sarà l’ottavo della serie, il primo dopo una pausa durata 10 anni.
Sleater Kinney per noi di Sniffin’Glucose non è una band come le altre.
Ma qualcosa in più e per una serie di ragioni diverse.
Sedici anni fa una nostra intervista finì sulla copertina di Rumore.
Adesso è arrivato il momento di tirarla fuori un’altra volta.
Prendetelo come un piccolo omaggio. Alla loro storia e un poco anche alla nostra.
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“No Cities To Love” esce il 19 gennaio.

Restart (Fiver #02.2015)

Kristin Hersh e Michael Stipe

Kristin Hersh e Michael Stipe

Un altro anno. Consciamente o inconsciamente me lo ritrovo sbattuto in faccia.
Ieri sera ero in macchina. Stavo andando ad espletare una di quelle funzioni che toccano ai padri, ovvero ritirare la torta di compleanno di mia figlia. Avendo la casa invasa da giovani fruitrici di musica che esultavano a ogni pezzo di Fedez o “della canzone di Frozen” rimandata dai loro telefonini non posso dire che questa incombenza mi fosse particolarmente sgradita. Alla mia richiesta su come scegliessero i loro ascolti la risposta mi aveva fatto sentire decrepito..“noi le canzoni che ci piacciono le troviamo su You Tube, basta che ne mettiamo una e le altre ce le consiglia You Tube!” esclamavano festanti. (Giustamente festanti come delle tredicenni possono e devono essere).
La radio sottolineava il breve tragitto con delle note familiari.
Ci ho messo poco a riconoscere “Your Ghost”, una vecchia canzone dall’album solista di Kristin Hersh con l’accompagnamento vocale di Michael Stipe.
Quel Michael Stipe riemerso negli ultimi giorni dopo diverso tempo per delle fugaci ed impreviste esibizioni dal vivo: giacca, cravatta e un viso così invecchiato…
IMG_3120 (2)Mi succede ogni volta. Quando incrocio il viso appassito di qualche artista o, peggio, calciatore della mia adolescenza sulle tv IMG_3121locali, mi assale lo sconforto per come deve sembrare il MIO di viso che ho seguito da semplice spettatore le parabole artistiche o sportive di questi personaggi e che ricordo lungocriniti (Michael Stipe) o a scavallare sulla fascia.
La canzone in questione però non è una canzone qualsiasi per il sottoscritto in quanto appariva in questa che è stata la mia prima recensione in assoluto per della stampa “importante”.
Febbraio 1994. 21 anni fa.
Ho evitato di guardare la mia immagine riflessa nell’ immenso specchio posto nella gelateria per paura di vedermi con una lunga barba bianca e il viso tempestato da rughe.
Sono corso a casa e ho tirato fuori questa foto che mi fa sempre sentire meglio.
Buon compleanno ragazza tredicenne concepita poche ore prima di un concerto dei Giardini di Mirò al Covo. Uno dei luoghi dove, ancora adesso, attorniato dalla mia mia musica e dai miei amici, gli specchi mi restituiscono un’immagine ancora accettabile.

The Districts – 4th and Roebling

Band of outsiders da Lititz, Pennsylvania.
Un album in uscita a febbraio, un attitudine Diy e una gran voglia di spaccare il mondo con le armi che gli Strokes non sanno più usare.
Ascolto questo pezzo in tangenziale, stringo i pugni e ho voglia di abbracciare il camionista che mi taglia la strada per la terza volta urlando a squarciagola “I ain’t the same anymore, I ain’t the same from before”!

Bully – Brainfreeze

Un nome improbabile come Alicia Bognanno e un lavoro da “intern” nello studio di registrazione per il più scostante dei datori di lavoro: Steve Albini. I fogli tornano nel calendario e segnano un anno a piacere tra 1992 e 1994. Belly, Breeders, Juliana Hatfield. In quegli anni sembrava che la nazione del pop ce la saremmo annessa come in un assurda partita di Risiko. Non è andata poi così ma una melodia come questa riporta a quel periodo nel quale Evan Dando era sulle copertine dei giornali per teenagers e Kurt was God.

Benjamin Booker – Violent Shiver

Venticinque anni da New Orleans. Una faccia da star annunciata. Cita classici del blues e Gun Club tra le sue influenze. Arriva a pochi millimetri da una classicità troppo pronunciata per i miei gusti e so già che il prossimo album non mi piacerà ma finché i risultati sono questi è un bel viaggiare.

H Hawkline – Ghouls

Best kept secret secondo schiere di fan. Un album in uscita prodotto da Cate Le Bon e, pare, un carattere da inaffidabile cronico. Sembrano tutte carte in regola per sentirne parlare parecchio compresa questa stramba slackness che pervade Ghouls. Vedremo.

Trust Fund – Cut Me Out

Già giustamente incensati in un precedente fiver per lo split con i Joanna Gruesome. L’album in uscita si chiama “No One’s Coming For Us”. Amici dei Los Campesinos e Cut Me Out non atterra molto lontano da lì. Impossibile volergli male. Uno stupido video pieno di cani e facce buffe con tanto di credits finali (anche dei cani..). Sarebbe stato bello partecipare a Bristol al party di lancio improbabilmente battezzato “Ravioli Me Away”..ma rimedierò ascoltando l’album con dei ravioli nostrani nel piatto. Da quel punto di vista non credo di perdermi poi tanto.

Massimiliano Bucchieri

I ain’t go to sleep (Fiver #01.2015)

Brian Eno e Karl Hyde

Brian Eno e Karl Hyde

Sono abbastanza in fissa con le date. Forse è un modo per ricordare meglio le cose, oppure una maniera per contestualizzare gli eventi. O più probabilmente è una mania e basta, come tante altre.
Praticamente tutte le persone che mi conoscono sanno che tengo questa vecchia agenda su cui riporto con diligenza marziale tutte le date dei concerti che mi capita di vedere. Da sempre. Da lì mi accorgo di non essere mai stato bambino per quanto riguarda la musica. Sono partito direttamente dalla fine senza passare dal via. A parte un live di Renato Zero, primo amore ai tempi delle medie e unico concerto visto negli anni ’70, ai Clash in Piazza Maggiore. Nessuna mediazione, nessun passaggio intermedio, nessun processo di crescita: a 13 anni con Massi al Parco Nord sotto la tenda di Zerolandia e a 15 anni ancora con Massi in Piazza Maggiore a vedere i Clash. Punto.
Con quell’agenda per me è semplice ripercorrere il sentiero dei ricordi.
L’anno appena concluso ad esempio è compreso tra il 10 gennaio, serata al Covo con ospitata della nuova etichetta messa in piedi da Alan McGee (359 Records), e il 27 dicembre chiuso con l’accoppiata Be Forest/Le Man Avec Les Lunettes al Vibra di Modena (a capodanno sono arrivato giusto sui saluti dei Giuda, la serata dunque non va a referto). Scorrendo l’elenco cronologicamente il primo lampo è stato il concerto di Stephen Malkmus (Covo, 24/1) con quella Summer Babe arrivata all’improvviso come una lama che squarcia il telo dei ricordi, sensazione simile a quella provata sulle note della 4th of July dei Galaxie 500 piazzata in fondo al concerto di Dean Wareham al Mattatoio (16/5). I miei due gruppi (più o meno) nuovi dell’anno non hanno deluso alla prova del palco: i Cloud Nothings (Hana Bi, 4/6) mi hanno ricordato quale sia la mia strada di casa (non che ce ne fosse bisogno, ma puntellare le certezze non fa mai male) mentre gli Ought (Covo, 8/11) hanno regalato l’impressione di potersi piazzare per un pezzo una spanna sopra qualunque band loro coetanea, coniugando passato e presente in maniera perfetta con quella perizia mescolata a noncuranza che solo i canadesi posseggono. A proposito di coetanei, mi hanno emozionato parecchio quelli che hanno la mia età: dei Neutral Milk Hotel (Hana Bi, 5/6) ho già scritto, gli Slowdive (Radar Festival Padova, 16/7) hanno fatto scorrere – non solo metaforicamente – lacrime inattese, Morrissey (Paladozza, 17/10) ha impartito lezioni di stile come solo lui è in grado di fare, Vic Godard (Covo, 18/10) e Bob Mould (Village Underground Londra, 18/11) hanno inchiodato la certezza che si, possiamo ancora farlo.
Il gruppo che ho incrociato più volte sopra un palco (4) sono stati i Be Forest che hanno mostrato una progressione esponenziale nel prendere confidenza con il materiale del loro secondo disco: al Vibra a fine anno erano talmente belli da vedere e da ascoltare che quasi sembrava un peccato essermi già da tempo innamorato di loro per non poter così gustare il sapore del colpo di fulmine improvviso. Restando in Italia ho ritrovato con enorme piacere i Julie’s Haircut (Hana Bi, 25/7) che chissà perché avevo perso un po’ di vista e scoperto un paio di gruppi che penso e spero mi tirerò dietro per un pezzo: nella stessa sera al Locomotiv di Bologna (5/4) ho conosciuto difatti gli Own Boo (poi rivisti all’Handmade Festival l’1/6 e all’Hana Bi il 4/7) e gli Havah (anch’essi in replica all’Hana Bi il 5/7), da entrambi mi aspetto grandi cose in futuro a proseguimento dei già ottimi dischi messi fuori finora (un’ep per i primi, un paio di album per i secondi).
Se questo sia stato un anno buono per la musica che ascolto non lo so e nemmeno mi interessa saperlo, lascio volentieri ad altri il compito di tracciare classifiche e bilanci, io sono a stento capace di pensare a me stesso. Su 365 sere di cui un anno si compone, 80 le ho passate fuori di casa a vedere concerti, vale a dire una sera ogni 4,5. Ho visto suonare 142 gruppi, bevuto una quantità di gin tonic adeguata e fatto qualche conoscenza interessante, evitando altresì un sacco di persone desiderose di scoprire il mio giudizio sulle cose.
Ho accompagnato Giulio a vedere lo show case della Newtopia (serata non contata nel mio elenco): c’erano J-Ax e Fedez. Non mi è parso un evento educativo, ma sono convinto che le cose debbano fare il loro corso e quindi non mi dispiace averlo accontentato, il solo fatto che alla sua età si interessi così tanto (e in sua totale autonomia) alla musica mi fa innegabilmente piacere.
Sono tornato a Londra dopo diversi anni d’assenza e l’ho trovata bene, spero di aver fatto la stessa impressione io alla città.
Continuo a divertirmi, anzi quest’anno – non so perché – mi sono divertito più del solito. Mi diverto a vedere concerti, mi diverto ad ascoltare musica, mi diverto a suonare dischi nei club che piacciono a me.
Credo che la mia vita senza tutto questo sarebbe stata molto diversa. Sinceramente non sono convinto che sarebbe stata peggio, è una domanda che a volte mi pongo senza cercare mai seriamente una risposta. Per certi versi immagino che sarebbe stato più comodo fermarsi a un certo punto e provare a vivere come le persone normali. In ogni caso per me questa non è mai stata un’opzione. Faccio quello che so fare, faccio quello che devo fare, faccio quello che posso fare. Nient’altro.
Senza rimpianti e senza rimorsi, as usual.

Moon Duo “Animal

Non ricordo esattamente dove e come è cominciata la mia passione per i suoni ripetitivi. Di sicuro non dai gruppi kraut, che pure oggi apprezzo moltissimo, ma a cui sono arrivato ben in là nel corso della mia formazione musicale. Probabilmente fu la miscela innescata dalla quasi contemporanea scoperta (da parte mia) di Suicide e Velvet Underground ad innescare l’ordigno, fatto sta che nel tempo la mia passione per i suoni che si ripetono in loop non è mai diminuita e ogni volta che mi capitano sottomano personaggi che mettono in pratica la lezione di Neu e Can non posso esimermi da ascolto e apprezzamento. Ripley Johnson di sicuro è uno di questi: tra Wooden Shjips e Moon Duo non risparmia un colpo. Questa canzone sarà pubblicata come 7” allegato al loro nuovo album, Shadow of the Sun, in uscita il 3/3 per la sempre eccellente Sacred Bones. Non vedo l’ora di ascoltarlo.

Colleen Green “Pay Attention

Chissà se il titolo del nuovo album di Colleen Green, I Wanna Grow Up, sia da intendersi in senso ironico oppure no. A vederla come posa sulla copertina del disco (che sarà pubblicato il 24/2) si direbbe buona la prima, in ogni caso la canzone che anticipa la sua uscita è in linea con quanto ci aveva sin qui fatto ascoltare: pop punk di quelli che si appiccicano alla suola delle scarpe con una voce il cui tono, tra lo scazzato e il mieloso, che fa la differenza.

ScotDrakula “I ain’t Going to Sleep

I tag sul loro sito dicono: punk/garage rock/lo-fi/soul/Melbourne, e tanto dovrebbe bastare. Non provate a cercare il loro disco perché l’hanno pubblicato solo in Australia e dubito che qualcuno si prenderà la briga di portarlo fuori di lì. Ed è un peccato. Perché se è vero che di gruppi così, che suonano un po’ come i Ramones solo rallentandone un po’ la velocità, nella mia vita ne ho trovati a centinaia, quando mi capita di scovarne un altro mi ci affeziono subito.

Schonwald “Triangle

Come spesso accade si presta attenzione a quello che accade a migliaia di chilometri da casa poi ci sfugge (o si snobba) ciò che succede nel proprio giardino. Gli Schonwald ad esempio: sono anni che mi capitano a tiro e mi dico dovrei ascoltarli e andare a vederli suonare dal vivo, poi invece niente. Questo pezzo sta nel loro ultimo album, Dream for the Fall, uscito già da qualche mese e trovo che nulla abbia da invidiare ai (giustamente) celebrati Soft Moon. La prossima volta che capiteranno dalle parti di casa mia li andrò a vedere, giuro.

Brian Eno & Karl Hyde “Return

Brian Eno oggi ha 66 anni. Era nella prima formazione dei Roxy Music (a mio avviso uno dei più sottovalutati tra i grandi gruppi rock inglesi di sempre), ha prodotto e/o suonato in dischi come Fear di John Cale, Low e Heroes di Bowie, il primo Ultravox e il primo Devo, la compilation manifesto No New York, Talking Heads, U2, James e Slowdive. Ha pubblicato una marea di dischi solisti, alcuni dei quali molto belli e certe sue uscite in collaborazione con altri hanno fatto la storia (quelle con David Byrne e Robert Fripp su tutte). Nell’anno appena trascorso ha trovato ancora il tempo, e soprattutto la voglia, di metter fuori due dischi assieme a Karl Hyde degli Underworld. Io uno così vorrei che stesse in giro in eterno. E una canzone del genere non mi stancherei mai di ascoltarla, un giorno appresso l’altro.

Arturo Compagnoni

Life Itself

“Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui
Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolata dalle tasche.
E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me.
Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa,
il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa;
c’e’ musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato.
Come fai a spiegarlo a qualcuno ?
Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami ?
Cosa succede , se poi non capisce ? ”
da SHOTGUN LOVESONGS di Nickolas Butler

Non vi svelo qual è il “qui” del protagonista di questo grande esordio letterario ognuno potrà metterci quello che vuole e fare diventare proprie queste parole. Per Sniffin’ Glucose quel “qui” è idealmente la musica ma penso che molti di voi concorderanno nel dire che il cinema va molto vicino come potere evocativo …e nel mio caso a volte la supera.
E’ tradizione di questo blog consigliare opere fuori dal circuito mainstream, non per snobismo, ma con la convinzione che là sotto, in quell’angolino del mondo
“tra i pioppi tremuli e le querce e persino tra i campi di mais essiccato”
c’e’ qualcosa che merita di essere elevato all’attenzione degli altri.
Troverete quindi, come 12 mesi fa, una manciata di storie non distribuite in Italia ma che a mio avviso meritano di essere cercate, inseguite e trovate (possibilmente in lingua originale)
Ce n’e’ per tutti i gusti e per tutti i generi, perché come ho sentito una volta..
“spesso non è importante quello che vivi..ma come lo racconti”
Di mio continuo ad essere appassionato alle classifiche di fine anno, mi aiutano a fare ordine
e non nascondo che è sempre presente un divertimento di fondo nel fare le mie e nel leggere quelle degli altri.
Quindi non resisto nel mettere un numero di fianco ad un titolo, a voi il compito di stravolgere tutto se avete visto o vedrete qualcosa

1- FILTH (di Jon S.Baird – SCOZIA)
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Non voglio dilungarmi nelle solite critiche alla distribuzione cinematografica italiana (con rare e lodevoli eccezioni), chi mi conosce sa come la penso.
Capisco che non si possa distribuire tutto in un paese di 60 milioni di abitanti, ma è triste constatare che FILTH è uscito praticamente in tutto il mondo tranne che qui.
La storia è tratta da “Il Lercio” di Irvin Welsh (non l’ultimo arrivato..suvvia) e il protagonista è il non certo sconosciuto James McAvoy che per questo film ha vinto il Bafta 2014 (tra i maggiori riconoscimenti del cinema britannico) come miglior attore.
Ci sono inoltre Jamie Bell, lo splendido Eddie Marsan e la stella nascente inglese Imogen Poots
Nonostante questi crediti il film non è uscito e il motivo a mio avviso è da ricondurre al fatto che siamo ancora un paese vecchio e perbenista.
Filth è estremo, osceno, volgare, sessista, scorretto …ma a mio avviso è grande cinema con un ritmo travolgente e ironico.
Filth è il film punk dell’anno ! Da vedere (per poi forse insultarmi)

2 – LIFE ITSELF (di Steve James – USA)
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Continuo a pensare che le parole “cinema” e “vita” siano molto vicine tra loro , l’ho testato anche quest’anno in tanti momenti . Uno di questi è sicuramente il documentario sulla vita di Roger Ebert, un critico cinematografico molto noto negli Stati Uniti (chi da anni vede il David Letterman Show lo avrà visto forse molte volte come ospite)
Un Ebert che, ripreso senza pudori nella sua malattia, non rinuncia al suo amore per il cinema e lo trasmette a noi spettatori in maniera potente ed ottimista, come dovrebbe essere “la vita stessa” .
Il film è stato presentato al Biografilm Festival 2014 e l’ottima “I wonder pictures” potrebbe ripresentarlo in sala anche nei prossimi mesi.

3 – CALVARY (di John Michael McDonagh – IRLANDA )
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Ho un debole per l’attore irlandese Brendan Gleeson vero mito in patria, e ho un debole per il regista John McDonagh di cui avevo apprezzato molto “The Guard” qualche anno fa (tradotto da noi con l’orrido titolo “Un poliziotto da happy hour”).
Ho un debole soprattutto per le storie raccontate con grande umanità e che sono metafore di altri racconti In Calvary ho trovato tutto questo.
Di sicuro non un capolavoro ma un film che in questo 2014 mi ha profondamente segnato.
Il film è stato acquistato dalla Fox …ma da lì ad uscire nelle sale non è cosa scontata. Vedremo…
Magari capiterà come “The Broken Circle Breakdown” (da noi tradotto come “Alabama Monroe”)
recensito su Sniffin’Glucose 12 mesi fa e poi diventato uno dei film dell’anno dopo la tardiva uscita in Italia la scorsa primavera.

4 -KREUZWEG (Stations of the Cross – di Dietrich Brugemann – GERMANIA)
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Orso d’Argento a Berlino 2014 come miglior sceneggiatura.
Meritatissimo premio per l’originalità di scrittura: la storia dell’educazione di una ragazzina che vive in una piccola comunità cattolica in Germania raccontata attraverso le ideali stazioni della Via Crucis. Un film severo e delicato al tempo stesso. Un piccolo grande gioiello.

5 -SUNSHINE ON LEITH (di Dexter Fletcher – UK)
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Non so chi di voi ricorda la band scozzese The Proclaimers, formata dai gemelli Reid. Ebbero un certo successo con i loro primi 3 album di folk-rock piuttosto collegiale a fine anni 80.
Io a quei tempi amavo molto gli Housemartins di cui erano amici e di conseguenza iniziai a seguirli.
Li vidi anche qualche anno fa al Cambridge Folk Festival e mai avrei immaginato che uno dei miei film dell’anno 2014 fosse un musical basato unicamente sulle loro canzoni.
Un film fresco, solare e che ha il raro dono di poter piacere ad un pubblico trasversale.
Il regista Dexter Fletcher (attore in mille produzioni inglesi)  è qui alla sua seconda opera come regista dopo l’ottimo Will Bill del 2012 e a mio avviso si sentirà ancora parlare molto di lui.

6 – FOR THOSE IN PERIL (di Paul Wright – SCOZIA)
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Se dovessi eleggere il mio attore dell’anno, nominerei sicuramente il giovane ventenne londinese George MacKay. L’ho trovato in tanti film che ho amato negli ultimi mesi
E’ nel gruppo di attori dell’appena citato “Sunshine on Leith” ed in quello del bellissimo “Pride” appena uscito nelle sale. MacKay è anche l’assoluto protagonista di “For those in peril”uscito in realtà anche nel circuito streaming on line italiano con il titolo “Il Superstite”.
Una Scozia dal mare sempre più in tempesta e che stravolge e a volte strazia i cuori.
Tragico e bellissimo.

7 – A BIRDER’S GUIDE TO EVERYTHING (di Rob Meyer – USA)
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Ogni anno inserisco sempre qualche “racconto di formazione” nella mia top list. Il genere mi è da sempre vicino. Quest’anno il premio di miglior titolo indipendente sul mondo degli adolescenti se lo aggiudica questo piccolissimo “A birder’s guide to everything” dove un ragazzo si rifugia nell’amore per gli uccelli per superare le proprie difficoltà.
Chi vide lo splendido “The Road” di qualche anno fa ritroverà  il bambino che interpretava il figlio di Viggo Mortensen. Ora Kodi Smith McPhee ha 17 anni e sicuramente se ne sentirà ancora parlare

8 – LAS BRUJAS DE ZUGARRAMURDI ( Witching & Bitching di Alex de la Iglesia – SPAGNA)
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Alex de la Iglesia è un genio del cinema, il problema è che non lo sa o meglio non gli interessa niente. Avevo messo il suo precedente “Ballata dell’odio e dell’amore” tra i migliori film del 2010. Lo rifaccio ora con questo Witching & Bitching.
Avviso che ci sono streghe e situazioni surreali, quindi se non siete avvezzi al genere potete passare la mano.
Però vi sfido a vedere i primi 10 minuti e poi mi direte se non sono degni del miglior Tarantino.

9- RUN & JUMP (di Steph Greeen – USA)
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Il mio debole per il cinema indipendente americano è noto e torna fuori soprattutto in questi film dal tono agrodolce. Presentato al sempre ottimo Tribeca Film Festival, Run & Jump racconta la storia di un dottore che deve seguire la riabilitazione di un 40enne colpito da ictus.
Lo fa a casa del paziente in una splendida Irlanda inserendosi di conseguenza nel suo tessuto familiare. Protagonista un sempre più bravo Will Forte (già visto quest’anno in Nebraska)

10 – STARRED UP (di David MacKenzie – UK)
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Solitamente parto con un po’ di pregiudizi sui film che hanno come ambientazione il carcere ma le eccezioni quando ci sono mi entusiasmano non poco (un esempio su tutti : Hunger di Steve McQueen).
Questo Starred Up è un film potente e crudo. Ha finora vinto 12 premi in festival o manifestazioni a cui ha partecipato ma questo non è bastato per farlo uscire da noi (ma a Taiwan sì..per esempio)
L’assoluto protagonista Jack O’ Connell, giovane attore di Derby, è stato osannato dalla critica e la sua interpretazione è straordinaria. Speriamo di vederlo nella sale almeno in ” 71 ” di cui si parla un gran bene e che è appena uscito nel Regno Unito.

11 – SHORT TERM 12 ( di Destin Daniel Cretton – USA)
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Solitamente i film visti a gennaio faticano ad arrivare freschi nella memoria nelle classifiche di fine anno. Short Term 12, che racconta la vita in una comunità di adolescenti in difficoltà, mi è invece rimasto ed ha ottenuto un grande successo nei circuiti indipendenti statunitensi.
In questo caso sono ben una trentina i premi raccolti in festival di tutto il mondo, tra cui Locarno ed il South by Southwest

12 – GOD HELP THE GIRL (di Stuart Murdoch – SCOZIA)
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Uno dei film che aspettavo con più ansia in questo 2014 …e di solito quando si parte con tante aspettative si rimane delusi. Non è da tutti i giorni vedere uno dei propri cantanti del cuore darsi al cinema, tra l’altro con una trama che sa molto di Belle & Sebastian degli esordi e intriso della loro musica. La critica si è divisa e il film ha in effetti deluso non pochi. Io invece lo difendo ed eleggo God Help The Girl come film “indie” dell’anno.

13 – BORGMAN (di Alex Van Warmerdam – OLANDA)
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Anche in questo caso il film è uscito in tanti paesi (tra cui Estonia, Turchia, Polonia, Portogallo..etc…). Dire 2 parole di trama su Borgman significherebbe rovinarlo.
Vi dico solamente che il film si apre con un prete che insegue Borgman per ucciderlo. Cosa ha fatto ? Chi è Borgman ?

14 – COLD IN JULY (di Jim Mickle – USA)
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Nel mese di agosto è uscito nelle sale italiane “Out of the Fournace” (tradotto da noi “Il fuoco della vendetta”).
Se lo sono visto in pochi visto il periodo infelice di uscita , ma a mio avviso è un ottimo “revenge movie” dal grande cast (Christian Bale, Casey Affleck, Zoe Saldana e un cattivissimo Woody Harrelson). Questo Cold in July gli si avvicina nelle atmosfere, come si avvicina a tanti film di genere.
La presenza di Sam Shepard tra i protagonisti è sinonimo di garanzia.
Se vi piace il genere cercate anche Blue Ruin, film che non mi ha particolarmente colpito ma che è stato oggettivamente esaltato dalla critica in questo 2014.

15 – THE SELFISH GIANT(di Clio Barnard – UK)
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Una caterva di premi e nomination per questo “The Selfish Giant” ma anche in questo caso non sono serviti per l’uscita italiana.
A metà strada tra Ken Loach e i fratelli Dardenne anche se meno potente e meno sensibile (altrimenti si potrebbe gridare al capolavoro).
Il film narra la storia dell’amicizia tra 2 ragazzini inglesi che vivono la strada come la loro casa.
Di sicuro Clio Barnard è una regista da tenere d’occhio e questo “The Selfish Giant” l’ha sicuramente consacrata in patria.

16 – HOMESMAN (di Tommy Lee Jones – USA)
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Ok.. non esistono più i western di una volta , non ci sono più i registi di una volta..e bla bla bla..
Però c’e’ chi ci prova ancora e il buon Tommy Lee Jones è uno di questi. Avevo messo la sua opera prima “Le 3 sepolture” tra i film dell’anno nel 2005.
Sono passati quasi 10 anni e Tommy Lee Jones firma la sua seconda regia , sicuramente meno potente ma che merita sicuramente di essere vista per gli appassionati del genere.
Un western al femminile che vede come protagonista Hilary Swank

17 – ICH SEH, ICH SEH (Goodnight Mommy – di Veronika Franz AUSTRIA)
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Già citato nel mio “fiver” reportage dal Festival di Venezia di qualche mese fa, il film narra del rapporto tra una madre tornata a casa dopo un intervento chirurgico al volto e i suoi 2 figli gemelli che iniziano a dubitare sul fatto che sia la loro vera madre.
Il film sta partecipando a molti festival e uscirà in programmazione ordinaria nel suo paese d’origine (Austria) tra poche settimane. Vedremo come sarà accolto. A Venezia molti sono usciti dalla sala. Io evidentemente no.
Di certo l’ho trovato più potente dell’horror australiano “The Babadook” osannato dalla critica e che tratta di argomenti similari (rapporto madre – figli )

18 – THE INEVITABLE DEFEAT OF MISTER & PETE (di George Tillman Jr. – USA)
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Il mio film “afro-americano” dell’anno non è “12 anni schiavo” ma questo piccolissimo “Mister & Pete” 2 ragazzini che esigono e implorano nella loro maniera un posto in un mondo più giusto.
Un po’ faticoso nella narrativa, ma alla fine bellissimo.

19 – WISH I WAS HERE (di Zsch Braff – USA)
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Presentato al Sundance 2014 e piuttosto stroncato dalla critica americana.
Un film  che parla di cose importanti con il tono da commedia a tratti anche al limite del demenziale e che può ricordare da lontano le atmosfere presenti ne “I segreti di Walter Mitty” che mi conquistò 12 mesi fa.
Se poi non vi entusiasmerà, almeno ci potremo sentire un po’ di “nostra” musica, con una colonna sonora formata  da brani di Bon Iver, Badly Drawn Boy, Cat Power, Radical Face e tanti altri. Consigliato per una serata leggera

20 – HOJE EY QUERO VOLTAR SOZINHO (The Way He Looks – di Daniel Ribeiro- BRASILE)
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Un film di una semplicità disarmante, una storia di amicizia tra ragazzi in una scuola superiore di San Paolo.
Quasi impossibile non entrare in empatia con questi ragazzi (anche perché uno ascolta sempre i Belle & Sebastian).
Film lieve ….come il 2015 che vi auguriamo di trascorrere.

Massimo Sterpi