An old passion. For Tomorrow. (Fiver #08.2015)

BLUR

BLUR

Credo sia innegabile che per tutti esistano Passioni e passioni. Storie fondamentali che poi finiscono. Fiammate insane che bruciano nello spazio di poco tempo. Relazioni che durano tutta una vita anche se poi, dopo tutto, in nessun momento sono mai stati la “tua storia più importante”.

Ci sono due nomi che mi vengono in mente, ovviamente a livello personale, quando cerco di applicare all’ambito musicale questa teoria (esercizio tipico per chi alla musica ha assegnato una centralità nella propria vita per molti altri incomprensibile), i REM e i Blur.

Gruppi che mi hanno accompagnato nel tempo senza mai tradirmi e che hanno punteggiato fasi e momenti della mia vita ma senza essere mai, se non per brevissimi momenti, veramente imprescindibili.

Quando, nei giorni scorsi, è uscita la notizia del nuovo album dei Blur, atteso da anni, in questa overdose quotidiana di notizie, l’effetto è stato un po’ quello della lettera che estrai subito dalla pila, o la mail o il messaggio di whatsapp che vai a leggere per primo, una questione di sentimento sempre ben presente, o semplicemente di rispetto. E a un tratto mi sono tornati alla mente i particolari della nostra “relazione”.

Reading Festival 1991Reading 1991

Setlist: Explain, Bang, High Cool, Bad Day, Oily Water, She’s So High, Turn It Up, There’s No Other Way, Wear Me Down, Mr. Briggs, Slow Down, Come Together, Commercial Break

Damon con un caschetto biondo improbabile. Blur piazzati a metà pomeriggio, molto lontani dagli headliner Carter USM e James, con la stampa inglese che li da già per finiti.Io nel pratone con una compagnia improbabile a chiedermi perchè mi sono perso i Nirvana il giorno prima.

Reading Festival 1993

Setlist: Intermission, Popscene, Come Together, Colin Zeal, She’s So High, Sunday Sunday, Bank Holiday, Pressure On Julian, Commercial Break, There’s No Other Way, Chemical World, Coping, Parklife, For Tomorrow, Advert.

Una tenda imballata, il palco come un salotto. Modern Life is Rubbish. For Tomorrow che  sembra Bowie. Euforia contagiosa. Un impressione di decollo imminente.

Factory, Milano 12/11/1994

Setlist: Lot 105, Coping, Jubilee, Popscene, Tracy Jacks, End Of A Century, Chemical World, Badhead, There’s No Other Way, To The End, Advert, Supa Shoppa, Parklife, Girls & Boys, The Debt Collector, Bank Holiday, This Is A Low

Parklife, l’apoteosi. Per una sera Milano mi sembra Londra. La Londra che non c’è più. Comprare Ep e magazines la sera tardi da Tower Records a Piccadilly, il Melody Maker, il Notting Hill Records Exchange…

Vox Club Nonantola (Mo), 14/3/1996

Setlist: Intermission, Popscene, It Could Be You, Charmless Man,Tracy Jacks, End Of A Century, Coping, To The End, Entertain Me, Jubilee, Mr. Robinson’s Quango, Globe Alone,Advert, Bank Holiday, Supa Shoppa, Country House – 1st Encore – Girls & Boys, He Thought Of Cars, Stereotypes, This Is A Low- 2nd Encore -Parklife – The Universal

Country House, la gazzarra con gli Oasis. Il Britpop degenera. The great escape. L’edonismo. Una sensazione di vuoto.

Taratata, Paladozza Bologna 1/3/1999taratata1marzo

Può esistere qualcosa di più assurdo dell’accoppiata Blur/Grignani impegnati in mini show introdotti dal desaparecido Enrico Silvestrin a favore delle telecamere televisive? Non credo. Dalle gradinate amore per i Blur adulti di Beetlebum e Song 2 ma la classicità farlocca di Tender mi sconforta. Per una coincidenza a posteriori veramente bizzarra gli altri megaospiti stranieri di quella sgangherata trasmissione furono proprio i Rem…

Primavera Sound, Barcelona 2013

Setlist: (Theme From Retro), Girls & Boys, Popscene, There’s No Other Way, Beetlebum, Out Of Time, Trimm Trabb, Caramel, Coffee & TV, Tender, Country House, Parklife, End Of A Century, This Is A Low -Encore – Under The Westway, For Tomorrow (Visit To Primrose Hill Extended), The Universal, Song 2

Quattordici anni dopo ci ritroviamo. Invecchiati. (Io peggio indubbiamente) Ma dopo un iniziale imbarazzo l’abbraccio è di quelli caldi e sinceri.

E arriviamo ad oggi. Go Out è fuori. Niente di incredibile ma è un pezzo non banale da preferire a molte altre cose in circolazione che giocano “sicuro”. Una certezza a cui (ri)aggrapparsi.

Il nuovo album esce il 27/4 e saremo lì in tanti, innamorati o semplici compagni di percorso.

Una passione con la p minuscola ma che fa parte in maniera indiscutibile della mia Vita.

Blur – Go Out

Yung- Nobody Cares

Semplicemente una bomba. Da Aarhus, Danimarca.

Parte arpeggiato, si trasforma in un invito a pogare, si arresta, cambia strada e si conclude come un inno generazionale con quel “Nobody Cares” urlato parossisticamente.

In mezzo tante di quelle idee da riempirci un album e una giostra impazzita di riferimenti inglesi, americani e australiani.

Impensabile perderseli al prossimo Beaches Brew.

Cheatahs – Sunne

Lo so, lo so. Loveless. My Bloody Valentine. Lazarus. Boo Radleys, blah, blah. Chissenefrega. Tipiche sonorità che su di me hanno lo stesso effetto della presa del dito Wuxi…Kung Fu Panda anyone? Insomma, Skatoosh! Tornano i Cheathas con 4 tracce che compongono il Sunne Ep e mi spaccano il cuore in due un’altra volta.

Il tutto incomprensibile per chi guarda da fuori, come il vero amore d’altronde.

Krill – Tiger

Chissà se ne hanno venduta almeno una delle mozzarelle nelle quali avevano posizionato una chiavetta usb con la loro musica..

Dall’eccellente Exploding In Sound Records di Brooklyn, dalla quale sono in arrivo anche i potentissimi Pile, i Krill si ripresentano dopo l’interessante ma incompiuto Lucky Leaves del 2012.

Chitarre storte, melodie accennate, potenza trattenuta. Tiger si ferma un attimo prima di diventare un pezzo dei fratelli Kinsella, un attimo prima di diventare un pezzo dei Pavement, un attimo dopo avermi fatto (quasi) innamorare.

Boxed In – All Your Love Is Gone

Ricordo un’assurda trasferta di mezza estate, diversi anni fa, ad Arezzo per vedere gli Lcd Soundsystem che avevano pubblicato da poco tempo il primo album e una manciata di singoli. Partenza a metà pomeriggio, autostrada imballata. Caldo africano.

Nell’incantevole (!) cornice dello stadio comunale James Murphy e soci mi acchiapparono letteralmente braccia e gambe scaraventandomi in un’insensata, irrefrenabile danza. Alcune ore dopo, a notte fonda, il ritorno a Bologna sulla multipla del mio amico Marco, ovviamente placidamente addormentato accanto a me,  si trasformò in un’ epica battaglia con il sonno che se l’avessi persa non sarei ora qui a raccontare.

E i Boxed In? Ah, ok. Sono inglesi, nell’album vogliono giocare a fare i Disclosure con poca fortuna ma questo pezzo, ogni volta, mi fa sentire allo stadio comunale di Arezzo e mi dipinge un sorriso malinconico sulle labbra.

Massimiliano Bucchieri

Now or Neverland (Fiver #07.2015)

I'M FROM BARCELONA

I’M FROM BARCELONA

Uno dei tanti processi che periodicamente mi ricordano quanto tanto la musica influenzi le mie giornate è la constatazione dei continui incroci tra episodi, anche banali, che capitano quotidianamente e frammenti, spesso piccoli e apparentemente insignificanti di dischi, canzoni e amenità varie che in un modo o nell’altro finiscono per collegarsi ad essi. Spesso ho la netta sensazione che, per quanto mi riguardi, sia la vita di tutti i giorni a ruotare attorno alla musica e non la musica a capitare incidentalmente, per quanto spesso, dentro la vita reale. L’altro giorno è bastato imbattermi in un paio di titoli di dischi in uscita per attivare tra me e me stesso una serie di considerazioni circa un argomento che in realtà ritorna da sempre ciclicamente nelle mie analisi, sia quelle personali che quelle relazionate alla gente che mi sta attorno. I dischi sono i nuovi album di I’m from Barcelona e Colleen Green e i rispettivi titoli, apparentemente antitetici, sono Growing Up Is for Trees e I Want to Grow Up. Entrambe le affermazioni si adattano perfettamente ai relativi autori e riflettono altrettanto fedelmente le corrispondenti età anagrafiche. Necessità di crescita e rifiuto della stessa sono due temi ricorrenti e difficilmente inquadrabili in opinioni pre costituite, per quanto in giro in molti sembrano avere giudizi fermi e sicuri sul tema. Per tanti anni pensavo fosse una cosa solo mia sta storia di non impegnarmi a crescere, inaugurata ufficialmente quando a cavallo dei 15 anni mi piombò tra capo e collo quel disco di Bennato che rileggeva la favola di Peter Pan cambiando la mia prospettiva sul come osservare le cose. In effetti a quell’epoca ero in anticipo sui tempi, bruciando di qualche anno la psicologia tutta (The Peter Pan Syndrome: Men Who Never Grown Up, il trattato con cui Dan Kiley definì la questione, usci nell’83 mentre Sono Solo canzonette di Edoardo Bennato venne pubblicato nel 1980). In realtà l’eterno fanciullo che credevo fosse faccenda solo mia era invece farina del sacco di un certo Ovidio, che già duemila anni fa codificava l’archetipo con aspetti mitologici nelle sue Metamorfosi. Il puer aeternus, eterno fanciullo appunto: un’esistenza condotta impegnandosi ad evitare le responsabilità e a schivare qualunque impegno definitivo. Una vita che fa perno su indipendenza e libertà, intollerabile porre limitazioni e confine alcuno. Che detta così sinceramente è una visione cui difficilmente potrei trovare qualcosa da obiettare. Se non che ad un certo punto ti accorgi che per quanto ti impegni a schivare problemi e responsabilità capita che prima o poi siano loro a scovare te e ad inchiodarti in un angolo da cui sei totalmente incapace di uscire perché non hai in mano alcuno strumento per farlo, non ci sei abituato. Però poi magari quel momento potrebbe anche non arrivare. Allora tanto vale continuare ad ascoltare le canzoni eternamente fanciulle degli I’m from Barcelona, efficace surrogato all’idea di affrontare un mondo concreto e una vita reale.

I’m from Barcelona “Violins

Ecco, appunto.

No Age “Six Pack

Con le cover ho un rapporto strano. Ogni volta che mi giunge notizia che uno dei “miei” gruppi pubblicherà la cover di una delle “mie” canzoni non sto nella pelle dalla voglia di ascoltarla. Poi immancabilmente quando la ascolto resto indifferente quando non addirittura contrariato. Ovvio che sia così. Se la canzone originale è una delle “mie” canzoni perché mai qualcun altro che non sia il suo autore originale dovrebbe riuscire a farne una versione migliore? In definitiva sono giunto alla conclusione che non è l’ascolto della canzone che mi interessa, bensì la dichiarazione ideologica che la scelta della canzone sottende. Nel caso dei No Age, gruppo troppo spesso (o troppo presto) dimenticato da molti, la dichiarazione a questo giro è di quelle che non lasciano spazio al dubbio: un 45 giri con su un lato Six Pack dei Black Flag e sull’altro Sex Beat dei Gun Club. Complimenti vivissimi.

Birth Defects “Party Suicide

Gli show degli Oh Sees sono piuttosto memorabili. C’è un motivo principale (la presenza di John Dwyer) e diversi motivi collaterali. Uno di questi è (era perché ora non c’è più) la figura di Petey Dammit, lo skinhead spilungone che suona una chitarra letteralmente appesa al collo facendola passare tramite amplificatori da basso (questa me l’hanno spiegata perché di tecnica notoriamente non capisco un accidente). Da quando ha abbandonato gli Oh Sees aspetto di vederlo ricomparire da qualche parte. Logico dunque che l’altro giorno, quando mi è capitato sotto gli occhi il video dei Birth Defects, la mia attenzione sia stata immediatamente catturata dalla sua presenza sulla sinistra. Non più skinhead ma indubitabilmente mod (culture del resto limitrofe e spesso sovrapponibili) e stessa chitarra (o è un basso?) agganciata al collo. Apprendo che il batterista di questi Birth Defects suonava nelle Bleached, il disco sarà prodotto da Ty Segall ed uscirà per la Ghost Ramp, nuova etichetta di Nathan “Wavves” Williams. Praticamente una bomba atomica pronta ad esplodere. Immagino che i promoter non abbiano bisogno del mio consiglio per segnarsi il loro nome e portarli immediatamente a suonare dalle nostre parti.

Joanna Gruesome “Last Year

La scorsa settimana ho letto un sacco di roba riguardo Sanremo scritta da un sacco di gente che fa parte del “mio giro”. Sinceramente mi sfugge il perché qualcuno che faccia parte del “mio giro” dovrebbe occupare il suo tempo guardando Sanremo e ascoltando certe canzoni e pure spendere le proprie energie per commentare l’evento. Non vedo un motivo che sia uno. Soprattutto se durante quella stessa settimana i Joanna Gruesome mettono a disposizione l’ascolto di una nuova canzone che sarà inclusa nel loro secondo album in uscita il prossimo (molto prossimo) 11 di maggio.

Dick Diver “Tearing the Posters Down

E’ abbastanza evidente che sto andando in fissa con l’Australia. I Dick Diver arrivano da Melbourne e stanno per pubblicare il loro terzo album per la Trouble in Mind, una di quelle etichette che sono garanzia di qualità. Questa canzone porta dritti tra le braccia di Chills e Go-Betweens e piacerà senza dubbio a chi apprezza i più recenti percorsi di una certa area di nuova America che ha tanto il sapor di antico (diciamo Woods e Real Estate, tanto per tracciare una linea).

Arturo Compagnoni

Love All Of Me (Fiver #06.2015)

Jon Spencer Blues Explosion

Jon Spencer Blues Explosion

Era un tempo dove capitava che qualcuno dei tuoi amici ti chiamasse la sera e ti dicesse semplicemente: tieniti pronto, domani mattina ti vengo a prendere, si va a Salisburgo a vedere Jon Spencer. Un dettaglio il fatto che fossero 590 chilometri, Bologna – Salisburgo e altrettanti al ritorno, naturalmente. Che ci fosse di mezzo l’università. Che non si sarebbe dormito, se non sul sedile della macchina, qualche ora in un parcheggio di un autogrill.
Ho parlato con Jon Spencer la prima volta nel settembre del 1994, proprio in quella occasione. Me lo ricordo con esattezza grazie alla piccola mania che mi fa segnare in un’agenda le date dei concerti a cui assisto. Il giorno esatto, per gli amanti dei numeri, é stato il 23.
Il club di Salisburgo dove abbiamo chiaccherato (la prima delle 3-4 volte che abbiamo avuto occasione di farlo) si chiamava Arge Nonntal.
Ma era anche il tempo in cui La JON SPENCER BLUES EXPLOSION aveva appena pubblicato, in rapida sequenza, Extra Width e Orange. I due album che contribuirono a fare di Jon Spencer e compagni un piccolo caso nel mondo dell’indie dell’epoca. La solita trafila fatta di articoli (in particolare sulla stampa inglese), tour sempre più frequentati e amicizie di un certo rilievo: Beck e Mike D di Beastie Boys tra gli altri. Condizioni che creavano quell’attesa che non ci faceva conoscere ostacoli. Bisognava andare e si andava. Punto.
Ricordo un Jon Spencer sfatto dalla stanchezza e da un tour che non regalava chissà quali soddisfazioni. Ma comunque disponibile per i due disperati arrivati appositamente dall’Italia per lui. Quella chiaccherata finì su un numero di Rumore.
Al di là della consuetudine che le interviste comportano, dal tracciato di domande e risposte un pò scontate ricordo che Jon Spencer mi lasciò addosso una sensazione che è sempre ritornata tutte le volte che ho avuto a che fare con lui, anche in seguito. Oppure anche solo osservandolo su un palcoscenico.
Una di quelle persone che si capisce immediatamente che non sono in quel luogo ed in quel ruolo per caso. La retorica del rock imporrebbe una di quelle sentenze tipiche di queste occasioni, roba così: un talento gigante toccato dal fuoco sacro. Ben più prosaicamente uno di quei personaggi che non ci si può immaginare possa fare qualcos’altro nella vita. Se non suonare una chitarra, urlare in un microfono con le stigmate del perfetto intrattenitore tatuate addosso.
Jon Spencer, come Bobby Gillespie per esempio, è uno di quegli artisti che paga i propri debiti. Gente capace di omaggiare un’infinità di artisti blues, soprattutto, ma anche punk che sono arrivati prima di loro. Non si tratta di copiare pedissequamente ma di prendere ispirazione, rileggere e trasformare lasciandosi ispirare dalla propria visione personale della materia. Più che suoni e canzoni in senso stretto un percorso che si misura in attitudine. Nonstante si capisca perfettamente da dove venga fuori ogni singolo riff il risultato finale è semplicemente una cosa nuova. Non solo ispirazione ma anche convinzione assoluta di quello che si sta per compiere. La Jon Spencer Blues Explosion è sempre stata una faccenda di vita vissuta. Dal primo all’ultimo istante. Senza compromessi.

The Jon Spencer Blues Explosion – Do The Get Down

Mi è tornato in mente tutto questo perché Jon Spencer e compagni hanno appena pubblicato una nuova canzone. E soprattutto un nuovo video. Che è veramente un omaggio fantastico ad una New York che c’era e che ora si è trasformata in qualcosa d’altro. Il pezzo, come si dice in questi casi, spacca di brutto. E fa pensare che l’album in uscita potrá comunque avere un senso. Ma il video, dove si susseguono una serie infinita di piccoli omaggi visuali (si riconoscono la vecchia Times Square pre Disney, gli Swans, Jay-Z, i Wu-Tang Clan, estratti di Permanent Vacation di Jim Jarmush, un concerto hard-core a Tompkins Square Park, il sindaco Giuliani, il vecchio Post e i suoi titoli sensazionalistici, Tom Verlaine, Basquait, i Ramones, il CBGB’s, New Yor Dolls, Patti Smith, Dead Boys, Talking Heads, Lou Reed che fa la pubblicità per gli scooter della Honda davanti al Bottom Line, Andy Warhol e Nico, Taxi Driver, Alan Vega, i Velvet Underground e molti altri): è nella sua semplicità un fantastico modo di ricordare un mondo del quale è possibile provare una certa nostalgia senza doversene vergognare.

Modest Mouse – Lampshades On Fire

Non potranno mai fare un disco banale, i Modest Mouse. Magari brutto (anche se dubito) ma banale no. Quello nuovo che uscirà da qui a qualche settimana si può ascoltare in una piccola parte di anteprima. Tre canzoni pubblicate che devono mantenere le attese di un intervallo infinito (ben 8 anni dall’ultimo “We Were Dead Before the Ship Even Sank”) e che danno il polso della situazione. Mi piacciono tutte e tre. Molto. Ci si ritrova tra le mani la band di sempre, in fondo. Con i soliti stacchi che vanno a prendere spazio, alla ricerca di respiro, come se all’interno della canzone ci sia sempre bisogno di un momento in cui è necessario fermarsi un attimo….yeah we have scars, yeah we have scars / This is how it’s always gone / And this is how it’s going to go…..canta Isaac Brock con la solita inconfondibile zeppola in “Lampshades On Fire”. Ma questa volta non ci sono rimorsi: è tempo di muoversi in avanti e di non guardare indietro…We’ll push, push, push, push, push a little forward….nonostante si sappia fin da subito che si commetteranno gli errori di sempre…..Find another planet, make the same mistakes…..Una canzone bella come la vita, insomma. Ogni tanto fa male però lascia segni del suo passaggio. Di questi tempi praticamente impossibile chiedere di meglio.

Twerps – I Don’t mind

Ma questa canzone dei Pastels che roba è?? Non mi sembra di ricordarla…..per poi scoprire che in effetti non si tratta della voce di Stephen Pastel ma di qualcosa che sembra molto molto simile. Ecco, ho detto Pastels. Si potrebbe finirla qui, evidentemente. Ma faremmo un torto ai Twerps e alle loro numerose sfumature. Perchè suonano,sopratutto in questo brano, come una copia dei Velvet rifatta da 4 studenti in overdose di cappuccino ma non solo. Quando si sente il suono inconfondibile della Rickenbecker tornano alla mente i Byrds, trattati con poca deferenza e un pizzico di irruenza. Allo stessa maniera di quelle bands che un tempo venivano etichettate come “paisley underground”. Un gioiello di disco, avrete inteso. Da Melbourne, altra parte del mondo.

Porcelain Raft – Closed Eye Vision

Dei Porcelain Raft non avevo mai sentito parlare. Ho solo avuto la fortuna di capitare ad un loro concerto, per puro caso. Era la data losangelina di Youth Lagoon e Porcelain Raft facevano da gruppo spalla. Porcelain Raft è il progetto di una sola persona, alla fin fine. Mauro Remiddi che da Roma si è trasferito a Londra e poi a Brooklyn per inseguire il suo sogno. Quella sera salirono sul palcoscenico in due: lui, alla chitarra, voce, synth e tastiere e un batterista, che ho scoperto proprio in questi giorni essere quel Mike Wallace che ora picchia i tamburi per i fantastici Viet Cong.
Quella sera fu un trionfo. Il giorno dopo comprai il cd del primo album che diventò la colonna sonora costante di quel viaggio americano. Per quel che conta finì dritto filato nella mia top ten di fine anno, il 2012. Lo scorso anno Porcelain Raft pubblicarono un nuovo lavoro, sinceramente sotto le aspettative. Mentre ora se ne escono con questa breve canzone, solo voce e piano, che me li riporta dove li avevo lasciati all’epoca dell’esordio. Una canzone evocativa, che come racconta Remiddi stesso è a proposito del deserto di Joshua Tree, Don Quixote e dinosauri (che è come dire nulla e il suo contrario però mi piace ugualmente).
94 secondi che mi rimettono in pace con il mondo.

Tobias Jesso Jr. – Hollywood

Alla maniera di un vecchio crooner, nonostante la giovane età, Tobias Jesso Jr. sembra avere le carte per rinverdire la tradizione della più classica ballata americana. Un piano Rhodes e la voce, innanzitutto. E la voglia di raccontarsi senza paura di scadere nell’autobiografia. Hollywood racconta della sua avventura metropolitana, alla ricerca di fortuna, alle prese con una band destinata al fallimento. Per lui canadese dalle belle speranze attratto e poi respinto senza troppi convenevoli dal sogno californiano. Adesso è il momento della rivincita, come si compete al classico copione che all’iniziale caduta alterna la successiva rivincita. Ora è il momento dei sold-out, degli articoli sulle riviste. Circondato da tutti quelli che all’inizio gli hanno voltato le spalle. Una di quelle sceneggiature scontate che però rimangono affascinanti.
Merito innanzitutto di Chet White, produttore e bassista della prima incarnazione dei Girls che è andato a ripescare Tobias Jesso Jr. fino a Vancouver, dopo aver messo le mani su un demo, procurandogli il contatto giusto. Non era proprio Randy Newman che cantava I love L.A., del resto? Uno di quei dischi che, lo confesso, in qualche scaffale di casa mia fa bella presenza, in compagnia di Ben Folds Five. Un altro che dietro ad un piano ha regalato belle canzoni.

Cesare Lorenzi

Did I dream you dreamed about me?

 

Tim Buckley

Tim Buckley

Ci sono canzoni che vivono di vita propria. Quasi sempre sono grandi classici, ma a prescindere dalla loro bellezza o popolarità, sono canzoni talmente potenti da staccarsi dal proprio autore, prenderne le distanze, e come fossero state partorite dal nulla se ne restano lì, come se fossero lì da sempre, in una sorta di empireo melodico, pronte a ridiventare sostanza nella voce di chi le interpreta di volta in volta.

Non ho mai visto i Dead Can Dance dal vivo ed è uno dei gruppi che ho amato di più nella mia gioventù. Mi sono dovuto accontentare di uno scialbo concerto di Brendan Perry che qualche anno fa in tour nordamericano proponeva canzoni sue e del gruppo facendosi accompagnare da proiezioni video dozzinali e arrangiamenti talmente approssimativi da riuscire nell’impresa veramente difficile di neutralizzare quella che ancora considero una delle migliori voci maschili di sempre. La performance si avviava verso la sua annunciata conclusione e la mia delusione ormai era tale che a stento sono riuscito a trattenermi dall’abbandonare a quel punto, senza concedergli bis. Eppure sono rimasto. Quando Brendan è tornato sul palco però questa volta ad accompagnarlo non c’era la band di prima ma il solo Robin Guthrie armato di chitarra e pedali. Ho pensato subito a This Mortal Coil. Non osavo sperare perché mi ricordavo bene che quella canzone sul loro primo disco era cantata da Elizabeth Fraser. Le note di Robin erano troppo dilatate per consentirmi di riconoscerla subito, ma quando Brendan ha attaccato a cantare non ci sono stati più dubbi: era Song To The Siren. Resto lì inebetito, lacrime agli occhi che lavano via il fastidio che fino a pochi secondi prima mi stava spingendo fuori da quella sala.

È vero, come nota Cesare, che quella cover trasformò irrimediabilmente il brano in qualcosa di completamente differente dall’originale. Non credo che Tim Buckley potesse immaginare che quella canzone un giorno non gli sarebbe appartenuta più, probabilmente non gliene sarebbe neanche importato. Quella canzone nata come una folk song tradizionale e poi incisa in un deliquio di riverberi nell’album Starsailor (1970), fino a diventare parte fondamentale di uno dei momenti più alti dell’intera stagione dark-wave.

Per Damon McMahon, meglio noto come Amen Dunes, cantare Song To The Siren deve essere stato un po’ come sognare il sogno di qualcun altro. Eppure la sua versione è assolutamente personale, arriva come traccia numero due di Cowboy Worship, il suo nuovo ep, giusto il tempo di calarsi nella consueta nebulosa di psichedelia acustica e quando attaccano le prime note la voce pare filtrata da un tremolo persino più audace del solito. La magia prende forma di nuovo e l’impressione, folle, è che come già con This Mortal Coil anche questa volta sia stata la canzone a scegliere la voce e la sensibilità adatta ad interpretarne il mistero. Non viceversa.

Luigi Mutarelli

 

Virtual place real pain (Fiver #05.2015)

The Charlatans

The Charlatans

Ultimamente mi è capitata una cosa che mi ha dato un po’ da pensare, al di là dell’evento stesso. Praticamente mi si sono quasi bloccati il collo e la spalla, con dolori veramente acuti. I malanni vengono e vanno (si auspica) perciò niente di particolarmente sorprendente.
Quello che mi ha sorpreso è stato che la spiegazione mi è stata data non dallo specialista interpellato ma da qualcuno che mi è più vicino. Mia figlia. “Ma papà, stai sempre con la testa chinata sul telefono o sul tablet…
Bingo! Diagnosi perfettta. Grazie dottoressa. Quanto le devo?
Ma, soprattutto, questa maledetta abitudine di buttare un occhio in continuazione a questi aggeggi infernali è veramente necessaria?
Per ogni argomento, dalla reunion delle Sleater Kinney al perchè i Verdena sono dei grandi artisti o dei gran cretini siamo subissati da una moltitudine di opinioni che ci sentiamo in dovere di seguire per avere l’illusione di non essere tagliati fuori da questa assurda piazza virtuale.
Peccato che in realtà quello è un non luogo ed il frequentarlo costa tempo e salute.
Prendiamo anche, per esempio, il non evento dell’annuncio del cartellone della nuova edizione del Primavera Sound e successive polemiche. Già, quel giochino del menga che ho perfino provato a fare, io che sono la negazione assoluta dei videogiochi. (In un mondo fatto da persone come me colossi come Nintendo, Sony e Sega sarebbero durati un paio di mesi).
Discussioni infinite sul perchè il Primavera sia finito, a volte condotte da persone che vedono quattro cinque concerti l’anno e che argomentano con un “bah guarda ho segnato non più di quindici nomi da vedere…”. E io, ancor più ottusamente, sto lì a leggermele tutte…
Premesso che ho autorizzato mia figlia a darmi un calcio qualora mi dovesse vedere per più di 10 minuti col collo storto sull’iphone rimpiango amaramente i tempi in cui per essere informato delle uscite discografiche o dei concerti in arrivo in città mi facevo una passeggiata in centro nei negozi di dischi e davo un occhiata ai muri dell’università, e alle studentesse, con infinito beneficio del mio collo e del mio umore.

The Charlatans – Come Home Baby

Come fai a voler male ad uno come Tim Burgess che si porta dietro ormai da anni un caschetto biondo che più impresentabile non si può? Come si fa a voler male a un gruppo che ha perso per strada tragicamente elementi per eventi di cronaca nera o malattie? Come si fa a voler male a chi, dopo tutti questi anni, infila un giro di hammond e ti fa cantare Come on Baby senza vergogna, braccia spalancate e sguardo felice rivolto al cielo?

Crushed Beaks – Overgrown

Londinesi innamorati dei Replacements. Mixano l’album d’esordio (in uscita il 9/2) a Roma nello studio di un quotato produttore di colonne sonore horror. Una chitarra che nel finale gioca a nascondino con gli accordi di Just Like Heaven e una sensazione di leggerezza mai fine a se stessa.

The Pop Group – Mad Truth

Ok, chi è Asia Argento? L’inquietante androgina seduta accanto a Raffaella Carrà in prima serata su Rai 1 impegnata a giudicare cantanti e ballerine o la regista di questo, piuttosto riuscito (va detto), video del Pop Group di Mark Stewart che tornano sulle scene dopo eoni? Di sicuro è una che ha capito tutto. E se questo irresistibile funkettone sbilenco e stralunato otterrà un pò di visibilità in più grazie ai suoi innegabili ed imperscrutabili agganci ne sarà valsa la pena.

A Place to Bury Strangers – We’ve come so far

Il solito schiaffo in faccia da Brooklyn. Chitarre come lame che scattano in cento direzioni diverse e quella voce femminile sepolta sotto il rumore che cerca di inserire, inutilmente, una melodia.
Tranfixiation sarà l’album della consacrazione? Non so, forse non la raggiungeranno mai la consacrazione ma farsi scorticare vivi dagli APTBS è sempre un piacere.

Colleen Green – Pay Attention

I Want To Grow Up è il nuovo album della ragazza di LA con un grande amore per i Descendents e una voce che sembra un misto tra Juliana Hatfield e Tanya Donnelly.
Esattamente il tipo di canzone che mi aspetterei di sentire uscire dalle finestre di un college americano un sabato sera.

Massimiliano Bucchieri