Your eyes couldn’t hide anything (Fiver #13.2015)

Big Star

Big Star


Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star. Ogni volta che l’ascolto mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento. Mi fermo e penso: aspetta…ma quello sono io.
Nel senso che quella canzone parla di me. Non letteralmente, è chiaro. Ma arriva a muovere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto. Mi parla, appunto. Mi ci riconosco nonostante o forse grazie alla sua elementare semplicità. Una tempesta emozionale che non riesco a tenere sotto controllo.
Ci sono 5-6 canzoni in tutto che mi fanno quest’ effetto. Non di più.
Thirteen è una canzone semplice semplice, alla fin fine. Pochi accordi di chitarra che rincorrono una melodia che si fa memorabile e la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che ad un certo punto irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
Di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue.
Più che una canzone l’ archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio coniugato in note musicali. Parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. Roba per gente che sogna ad occhi aperti, che fa ruotare il bastone per aria con aria minacciosa e ne esce sconfitta. Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.

Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you

L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella roba che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.

Won’t you tell your dad, get off my back
Tell him what we said ‘bout ‘Paint It Black’
Rock ‘n Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you

Il distacco e il rifiuto dell’autorità, foss’anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n roll come salvezza e come rifugio (ancora una volta). L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia va tutto bene. Non importa cosa ci attende lì fuori. Nubi oscure all’orizzonte. Colonna sonora i Rolling Stones più cupi di sempre.

Won’t you tell me what you’re thinking of
Would you be an outlaw for my love
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you

Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere….ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.

Thirteen con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare è una canzone perfetta da riprendere. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti.
Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha ripreso, si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.

Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa ma quando arriva al verso….Rock’n Roll is here to stay…..beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca e non sembrano una forzatura.

Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra`acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui reinterpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.

Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista ne hanno raccolto l’eredità. Wilco come i Big Star sono un gruppo pop ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n roll ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come “Kangaroo”, per esempio.

“Thirteen” è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub. Un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho provato a cercare “Thirteen”, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con64f231d2a39eea0be07709b7c78831e0b255cf4a_l ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un’enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 “Thirteen” era diventata maggiorenne da poco. Uscì nel 1972, difatti.
I Nirvana erano il mio gruppo preferito.
I Teenage Fanclub venivano subito dopo.
Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo.
Come se un cerchio si fosse chiuso. e tutto abbia un senso.

CESARE LORENZI

Talk Talk Talk (Fiver #12.2015)

The Spirit Club

The Spirit Club


Ci sono due dischi che hanno messo d’accordo un po’ tutti negli ultimi tempi. Quelli di D’Angelo e Kendrick Lamar. Anche negli ambiti “indie”. Dimostrazione di ampie vedute, di amore per la musica purchè sia buona, parrebbe. Io, invece, ho aspettato impazientemente lo scorso weekend che ha proposto cose, a mio parere, imperdibili. Sono uscito di casa e sono andato a vedere una giovane promessa (in realtá ha giá alcuni album all’attivo ma si è affacciato sulle scene relativamente di recente) come Purling Hiss al Covo, disco molto chiacchierato e ammirato: circa 50 persone presenti. Ok. Sera successiva. Evan Dando, personaggio che ha venduto dischi, è andato sulle copertine dei rotocalchi (termine desueto ma che rende l’idea di “popolare”), ha fatto da headliner nei festival: 70/80 persone (adoranti) sotto il palco. Ci guardiamo in faccia ci conosciamo più o meno tutti.

E con gli Ought, Ariel Pink, Ty Segall (con le dovute differenze) era stata più o meno la stessa cosa, persino Morrissey solo nel nostro disastrato paese ha registrato ampi vuoti sugli spalti mentre altrove è andato sold out in poche ore.
Mi faccio delle domande. Ma tutto questo amore per la musica come mai si ferma sulla porta di casa, davanti alla tastiera del pc? Io, fruitore informatizzato di musica 2015 voglio conoscere tutto e dire la mia su tutto intervenendo entusiasta e polemico. Non c’è bacheca che non meriti la mia competente opinione. Mi esprimo sulle nuove tendenze come Romare, dibatto sull’indie neoclassico di Tobias Jesso, argomento sul ritorno dei Libertines, attendo con ansia la reunion di quello o quell’altro, mi incazzo se qualcuno tocca i Verdena (per dire).. ma poi quando è il momento di concretizzare questa passione, quando, più prosaicamente, devo infilarmi le scarpe e togliere la macchina dal parcheggio un immane fatica mi pervade. Ho forse speso troppe energie davanti alla tastiera? Tutto questo amore dove è andato a finire? Non lo so. So solo che, dalla persona di non ampie vedute quale io sicuramente sono, D’Angelo mi annoia e Kendrick Lamar non lo capisco. Spengo il pc e mi preparo per andare a vedere Zola Jesus, per dirne uno, giovedì prossimo. Non ho una vera opinione su di lei ancora, conto di farmela da solo e, per una volta, mi farebbe piacere non trovare parcheggio…

Pity Sex – Acid Reflex

Sarà stato l’incerto incidere slacker/grungey alla Dinosaur Jr a farmi superare l’iniziale diffidenza verso un testo che tratta di reflussi gastrici. I Pity Sex dal Michigan azzeccano finalmente “il pezzo”  per lo split appena uscito con gli Adventures. Una traccia nata quasi per caso che rischia seriamente di trasformarsi nel loro passaporto per cose più importanti. Già mi vedo sotto una tenda stipata ad urlare I need love, I need drugs, I need looks, I need God, I need comfort, I need fortune, I need something.. Tutto molto slacker, effettivamente.

Spirit Club- Still Life

Mio fratello suonava la chitarra ma più che prenderla in mano qualche volta, facendo finta di essere il David Bowie di Ziggy Stardust, non sono andato. Dev’essere figo fare i dischi col proprio fratello. Nathan Williams (Wavves) ha deciso di farsi aiutare dal fratello Joel per questo nuovo progetto. Innesta il pilota automatico, lo stesso che nei suoi dischi quando funziona, funziona alla grande, a volte un po’ meno. Comunque il pezzo è buono con quella chitarra jangle pop che sottolinea la voce che subisce il tipico trattamento Wavves. Piace la sensazione che si stiano divertendo facendo esattamente quello che hanno voglia di fare. Anche di fare un video che fa veramente schifo, sissignori.

Nai Harvest – All the time

Vengono da Sheffield i Nai Harvest, sono molto giovani e danno l’idea di divertirsi un sacco. Soprattutto hanno un sacco di buone idee come aprire i barattoli con su scritto garage e surf per mischiarli fino a tirare fuori questa stramba canzone che mi stampa un sorriso sulla faccia ogni volta. Sta partendo il loro tour con i Best Friends magnificati su queste pagine poche settimane or sono e scommetto che saranno serate esplosive. Chissá se hanno bisogno di un roadie che potrebbe essere, quasi, loro nonno..

All Tvvins – Thank You

Sembra che sia uno dei nomi caldi per il prossimo SXSW. Di sicuro le dichiarazioni del cantante Conor Adams mi divertono..”We can be seven hours into some tune and realise we’ve written a Christina Aguilera song” o ancora “Usually I don’t have any idea of what I’m doing”.. E anche il video da l’idea di una persona che non si prende troppo sul serio. Al netto di queste cose resta questo basso new wave e una melodia che nelle mani del giovane gruppo inglese di turno con i  capelli alla moda volerebbe fuori dalla mia finestra in pochi secondi e che invece, pur nella sua apparente ovvietá, avvolge e si fa apprezzare.

Swervedriver – Last Rites

Che senso hanno le reunion? Ne ho già parlato fino alla nausea. Nessuno nella maggior parte dei casi. Gli Swervedriver mi piacevano un sacco, ascolto Last Rites e chiudo gli occhi estasiato. Al primo ascolto mi sembra di sapere giá quando il rumore lascerà spazio a quell’apertura melodica che mi spaccherá il cuore. In realtá non mi “sembra” di saperlo giá, lo so proprio.. Riascolto Never Lose That Feeling, loro pezzo del 1992. E’ praticamente identico. C’è da incazzarsi? Da urlare il proprio disappunto? Non so. Andate avanti voi. Io resto dietro ad ondeggiare la testa deliziato, senza farmi vedere. Se qualcuno me lo chiede faccio finta di non conoscerli.

Massimiliano Bucchieri

Barbarism Begins at Home (Fiver #11.2015)

davidpajo

David Pajo ha tentato il suicidio. Questa è la notizia bruta e brutta. Quella buona è che, a quanto pare, se la caverà. Non è una notizia fresca, lo so, però da quando è successo (qualche settimana fa) non posso fare a meno di continuare a pensarci. Ciò che non smette di tormentarmi non è il fatto in quanto tale (che per quanto mi riguarda resta un fatto privato su cui non posso né voglio dire nulla), ma la ridda di reazioni che ha seguito l’annuncio. Dove? Sulla mia timeline di facebook, ovviamente. Chi si è limitato a riportare la cosa, chi si è lasciato andare ad irresistibili gossip, chi si è spinto a fare la solita psicologia spicciola (Eh, ma se l’ha annunciato prima sul web, significa che era un atto solo dimostrativo!). Ho letto con interesse il resoconto, dettagliato ma sobrio, di Elia Alovisi sulle pagine web di Rumore dove vengono riportati ampi stralci del messaggio web con cui l’ex chitarrista degli Slint annunciava il suo gesto e sono rimasto allibito di fronte alla quantità e alla precisione dei dettagli sulla sua vita privata che, in un momento così difficile ed estremo, David Pajo ha voluto condividere con migliaia di perfetti sconosciuti. Senza voler fare paragoni che non stanno né in cielo né in terra, non sono comunque riuscito a impedirmi di pensare a Cesare Pavese e alla bellezza, cruda ed essenziale, del suo messaggio di commiato che invece si concludeva con un definitivo “Non fate troppi pettegolezzi”.

Penso che quando si parla di rivoluzione digitale in musica, a fianco di tutti i discorsi sui supporti e sul mercato, bisognerebbe cominciare ad affrontare seriamente la questione di come i social network abbiano cambiato lo stile della comunicazione, in un settore dove ormai il pubblico è sempre a diretto contatto con i propri beniamini, e sempre più spesso anche con la loro dimensione più privata. In particolare credo che facebook, il più invasivo e onnipervasivo dei social network, abbia alterato definitivamente il rapporto tra (e la percezione di) ciò che è pubblico e ciò che è privato. Solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile mettere in piazza le proprie magagne relazionali e le proprie miserie quotidiane così, senza filtri, gettate in pasto al meccanismo della condivisione. Ci sono voluti anni di un sistema che fomenta gli istinti più bassi degli utenti, dove il narcisismo di chi scrive si alimenta quasi esclusivamente del voyeurismo di chi legge, in una competizione a botte di like dove nessuno esce vincitore. E così, come si passa di feed in feed e come si finisce a guardare foto di matrimoni di perfetti sconosciuti, a maggior ragione si finisce a spulciare nelle vite dei musicisti che amiamo di più, anche laddove non si avrebbe nessuna ragione di andare a guardare.

Ma spesso sono loro che ci sbattono in faccia i fatti loro.

Sì e no. È che siamo tutti ugualmente vittime e carnefici di questa rivoluzione silenziosa. Si guardi il caso di Kim Gordon. Abbiamo veramente bisogno di sapere certi dettagli intimi della sua vita di coppia? O che la attuale compagna di Thurston Moore ancora prima di sedurre lui aveva una relazione con Jim O’ Rourke mentre era ancora sposata? Non solo, ma che è probabilmente a causa degli strascichi della fine ingloriosa della relazione tra lei e lo stesso Jim che questi ha deciso di lasciare i Sonic Youth? Abbiamo veramente bisogno di sapere tutto questo? Ma la domanda che veramente mi turba è questa: Kim Gordon avrebbe scritto o dichiarato tutto questo solo dieci/quindici anni fa, vale a dire in un contesto in cui non c’erano i vari Pitchfork o Stereogum pronti a riassumere la notizia in un titolo a pronto utilizzo di migliaia di famelici “condivisori”? Non è una domanda retorica e purtroppo non riesco a darmi una risposta che mi tranquillizzi. Di questo passo presto avremo qualcuno abbastanza audace e senza pudore da tentare una rilettura dell’intera storia del rock alla luce di corna, ripicche e due di picche.

Temo veramente che siamo giunti al punto in cui chi scrive, o rilascia dichiarazioni, lo fa nella quasi esclusiva preoccupazione dell’uso e consumo che ne faranno aggregatori e “condivisori”. Per esempio, onestamente non credo che Mark Kozelek avrebbe provato tanto gusto e divertimento a dileggiare Adam Granduciel e compagni se non avesse potuto assistere compiaciuto alla reazione a catena suscitata dalle sue sparate. Mi piace pensare che solo dieci anni fa, la querelle Sun Kill Moon / The War On Drugs si sarebbe conclusa in un paio di giorni e davanti a una birra alla prima occasione, consentendomi di conservare l’idea di Mark Kozelek come quella di una persona complessa e scorbutica, prima che settimane e settimane di bullismo mediatico la andassero inevitabilmente  a sovrapporre a quella di un arrogante coglione.

Se l’avvento dei social network ha avvicinato l’audience ai propri beniamini, lo ha fatto abbassando questi ultimi al livello dei piccoli pruriti del quotidiano dei primi.

Tanto valeva tenerli sul piedistallo.

 

The Wave PicturesI Could Hear The Telephone (3 Floors Above Me)

AI tre inglesi, è noto, piace omaggiare i propri idoli e dopo Daniel Johnston e Jason Molina (tra gli altri) per questo nuovo album hanno scelto Billy Childish chiamato a produrre e ad aggiungere la sua firma su molti dei pezzi di Great Big Flamingo Burning Moon. Questo singolo in particolare è un pezzo semplicemente perfetto per cominciare la settimana, soffusamente elettrico con grinta, un po’ alla maniera dei Violent Femmes.

MoonlandingzSweet Saturn Mine

Confesso che non avevo mai sentito parlare di questo The Eccentronic Research Council prima. Non so chi siano ma questo progetto insieme a quegli sciroccati di The Fat White Family promette benissimo. Un ep in uscita e una canzone ad anticiparlo che è un piccolo capolavoro di psichedelia da dancefloor. Segnatevi il nome.

SpectresWhere Flies Sleep

Non li avessi visti dal vivo, probabilmente avrei ceduto alla tentazione di archiviare questa band alla voce nu-gaze, fatto bene quanto vi pare, ma che non aggiunge niente al già sentito. E invece la ferocia con cui padroneggiano feedback e melodia è qualcosa che li rende speciali. Dying, il loro esordio, è stato accolto da NME con un 9 nella stessa pagina in cui a Noel Gallagher veniva cortesemente assegnato un 7. Per dire.

SiskiyouWasted Genius

C’è una tradizione nobile dell’indie-rock canadese che ha una sua specificità soprattutto per quanto riguarda l’approccio alla melodia. Le coordinate di questo suono sono state fissate in anni recenti dai compianti Wolf Parade e dagli Arcade Fire di Funeral. Con il nuovo Nervous anche i Siskiyou abbracciano questa tradizione innervandola con la propria sensibilità votata al folk. Con ottimi risultati.

The AmazingPicture You

Se non siete quelli dell’originalità a tutti costi, date un ascolto a questi svedesi che con il nuovo album mettono a fuoco un folk pop praticamente perfetto. Ci sono i Red House Painters, Neil Halstead e anche i Belle and Sebastian fanno capolino di tanto in tanto. Probabilmente me ne dimenticherò al momento di fare la classifica di fine anno, ma in questo strascico di inverno che fatica a farsi primavera si fanno ascoltare che è un piacere.

Luigi Mutarelli

No More Heroes (Fiver #10.2015)

Ian Svenonius

Ian Svenonius

Whatever happened to the heroes?
The Stranglers, 1977

Supponiamo che tra i miei amici ne avessi 10 di età sotto i 30, anzi no facciamo anche 35 anni, con una  asserita passione per la musica indie (lo so, il termine non descrive più nulla ma ancora non mi viene in mente nessun altro aggettivo per sostituirlo, se avete suggerimenti sono ben accetti). Immaginiamo anche che un giorno, spinto da motivi chiari soltanto a me stesso, decidessi di chiedere loro un’opinione circa uno come  Ian Svenonius. A bruciapelo senza un tablet, un pc, uno smartphone a portata di mano: niente wikipedia, allmusic.com, pitchfork, neppure uno Scaruffi qualunque in grado di bonificare con un clic il collettivo vuoto di conoscenza (e di coscienza). Se lo facessi credo – anzi sono certo – che non più di 2 su 10 saprebbero articolare una risposta in grado di dimostrare una cognizione di causa sia pur minima al riguardo. Temo succederebbe la stessa cosa se al posto di Ian Svenonius nominassi Calvin Johnson.
Detto che:
a) tra i pochi personaggi che in qualche modo hanno indirizzato in questi molti anni la mia idea di come la musica dovrebbe essere intesa, Ian Svenonius e Calvin Johnson occupano un ruolo di chiara rilevanza;
b) i due personaggi di cui sopra sono da almeno un quarto di secolo tra i principali punti di riferimento della scena indie rock americana, sia per i tanti dischi pubblicati con le band da loro guidate che per le idee professate con ogni mezzo necessario. In caso di obiezioni al riguardo, quale certificazione di qualità scorrete l’elenco di etichette discografiche che si sono impegnate a pubblicare i dischi di Svenonius nell’inventario posto in calce a queste poche righe (i libri scritti dall’uomo valgono giusto un pelo meno della sua musica, ma siamo lì, su questo quale attestazione di qualità vi deve necessariamente bastare il mio giudizio);
il fatto che nella mia congettura siano entrambi ignorati dalla grande maggioranza di persone titolari delle caratteristiche in premessa, significa sostanzialmente due cose, diverse ma probabilmente complementari tra loro:
1) non è più tempo per gli eroi
2) oggigiorno la musica è solamente musica, fine a se stessa. A pochi interessa il fatto che sia un veicolo adatto a trasportare ANCHE altre cose (cultura? arte? politica? in altre parole che possa essere uno strumento in grado di fornire una chiave di lettura della vita di tutti i giorni diversa da quella standard che viene assegnata in dotazione ad ogni essere vivente).
Il che non è necessariamente un male, solo un dato di fatto di cui tenere conto.
In ogni caso è un indizio di come oggi ci si avvicina alla musica con una visione molto, molto diversa da quella con cui sono cresciuto e con cui io sono stato abituato a convivere.
Oppure è solo che mi sono fatto un quadro sbagliato e pessimistico e la maggior parte dei miei amici ha tra i suoi dischi una stampa di Sound Verite e tiene una copia di Psychic Soviet sul comodino. In questo caso il prossimo giro a banco lo offro io.

Ian Svenonius con i Nation of Ulysses:
13 Point Program to Destroy America (Dischord, 1991)
Plays Pretty for Baby (Dischord, 1992)
The Embassy Tapes (Dischord, 2000)

Ian Svenonius con i Cupid Car Club
Join Our Club (Kill Rock Stars, 1993)

Ian Svenonius con i Make-Up:
Destination: Love – Live! At Cold Rice (Dischord, 1996)
After Dark (Dischord, 1997)
Sound Verite (K, 1997)
In Mass Mind (Dischord, 1998)
Save Yourself (K, 1999)
I Want Some (K, 1999)
Untouchable Sound (Drag City, 2006)

Ian Svenonius con i Weird War:
Weird War (Drag City, 2002)
If You Can’t Beat ‘em, Bite’em (Drag City, 2004)
Illuiminated by the Light (Drag City, 2005)

Ian Svenonius con gli Scene Creamers:
I Suck on that Emotion (Drag City, 2003)

Ian Svenonius con i Chain and the Gang:
Down with Liberty…Up with Chains! (K, 2009)
Music’s not for Everyone (K, 2011)
In Cold Blood (K, 2012)
Minimum Rock’n’Roll (Dischord, 2014)

Ian Svenonius con gli XYZ:
XYZ (Mono-tone, 2014)

Ian Svenonius e i libri:
The Psychic Soviet (Drag City, 2006)
Supernatural Strategies for Making a Rock’n’Roll Group (Akashic, 2013)
Censorship Now! (Akashic, in uscita ad ottobre 2015)

XYZ “Bubblegum

Con me Svenonius non si accontenta del risultato già abbondantemente acquisito ma vuole stravincere. Come quelle squadre che sul cinque a zero in loro favore continuano ad attaccare e non sono mai sazie. Lo fa decidendo di citare Alan Vega accoppiandosi con un amico francese: synth che sostengono una struttura scheletrica e la sua voce che al solito recita omelie. Per come la vedo io, irresistibile.

Young Guv “Crushing Sensation

Ho sempre avuto un rapporto strano con i Fucked Up. La voce del cantante ciccione è di quelle che non vorrei mai sentire e mi urta i nervi ma lui mi sta simpaticissimo. La loro musica mediamente mi piace, a tratti anzi mi piace molto. Ho sempre trovato che nella sua struttura quasi hc punk avesse comunque qualche sua radice infilata nell’indie inglese di metà 80’s, radici peraltro non disconosciute dal gruppo con la scelta di alcune cover di cui in passato qui abbiamo già scritto (Shop Assistants e Another Sunny Day in particolare). Il progetto solista del loro chitarrista Ben Cook (in uscita non a caso per Slumberland) va anche oltre, con il falsetto disco anni ’70 utilizzato da lui (o chiunque altro sia a cantare) in totale antitesi alla voce da cavernicolo del suo capo nei Fucked Up. Disimpegno divertente.

Playlounge “Skulls

Farsi trasportare dai collegamenti passando da un gruppo all’altro nella ragnatela di rimandi in rete. Vorrei incollare qui certe periodiche conversazioni telematiche con un paio di amici che sembrano partite a tennis con continue ribattute l’uno ai nomi proposti dall’altro. A questi Playlounge da Londra sud poi traslocati come tutti a nord, direzione Shoreditch, ci sono arrivato perché di recente hanno suonato assieme ai Best Friends, gruppo di cui già abbiamo parlato da queste parti. Qualcosa dei Los Campesinos, qualcosa dei Joanna Gruesome, qualcosa dei Therapy. Metronomici, violenti e melodici quanto basta.

Westkust “Swirl

Ogni tanto la Svezia la perdo di vista e mi pare non accada più nulla da quelle parti. Del resto tutto quello che deve succedere ora sta succedendo in Danimarca. Poi mi capita tra capo e collo una canzone così e mi si risveglia la voglia di Shout Out Louds, Love Is All e Radio Dept. Voci che si scambiano, chitarre che corrono, piedi che schiacciano distorsori e batteria che pianta chiodi. Il 22 aprile uscirà il loro disco, sarà aperto da questa canzone che lo anticiperà anche come singolo. Ci conto.

Novella “Land Gone

Novella-Psyche dream pop in full overdrive – sounds like The Passions in a head on collision with Neu! on an East London Autobahn (if such a place exists!) – we love it” – Bobby
Il like sulla pagina facebook dei Primal Scream mi serve soprattutto per tener dietro alle segnalazioni di Bobby Gillespie. Che prima ancora che musicista è sempre stato un grande appassionato di musica: di ogni genere e di ogni epoca (a chi altri sarebbe venuto in mente di citare i Passions?!). E raramente ha sbagliato. In questo caso sinceramente non sento nulla che già non abbia ascoltato dentro un qualunque singolo delle Lush o più recentemente delle Dum Dum Girls. Però, altrettanto sinceramente, io un gruppo segnalato da Gillespie con quattro ragazze carine in formazione non lo lascio in un angolo.

Arturo Compagnoni

No Hope Kids (Fiver #09.2015)

 

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Ci sono gruppi che alzano l’asticella. Arrivano, lasciano il segno, fanno semplicemente in modo che le cose non saranno mai più come prima. In maniera magari del tutto inconsapevole. Ma lo fanno. Sleater Kinney è uno di quei gruppi.

E’ tutt’ora così, anno domini 2015. Allo stesso modo di quell’estate del 1995 quando pubblicarono il primo album per una minuscola etichetta indie di Portland. La Chainsaw Records nacque come fanzine, legata a stretto giro alla scena queer del nord ovest e diede il via a tutto quell’insieme di bands che con una certa semplificazione furono etichettate come riot grrrl. Certo, anche le Bikini Kill e altre etichette come la Kill Rock Stars. Roba che davvero segnò un’epoca. Ma le Sleater Kinney, si capì immediatamente, in quei confini stavano dannatamente scomode. Erano di un’altra categoria, onestamente. Quando qualcuno lo faceva notare reagivano stizzite. Ma la verità era inconfutabile: quei dischi (non tanto il primo, ancora materia grezza, ma i due successivi, Call the Doctor e Dig Me Out) erano talmente buoni che non si potevano solo considerare il prodotto di una determinata scena ma l’evolversi di un intero linguaggio, quello del punk-rock più viscerale che, di colpo, trovò in quelle canzoni un modo per riaggiornare il proprio tempo biologico.

Tanto che la critica dell’epoca, anche quella importante, fu costretta ad ammettere che semplicemente le Sleater Kinney erano THE BEST BAND IN THE WORLD.

Greil Marcus si spinse oltre e dichiarò che…….If you finaly hear Sleater-Kinney’s music on your radio, you’ll know that the whole notion of radio–and maybe the world–has changed.

Sleater-Kinney

Sleater-Kinney

Dieci anni di canzoni e di parole mai banali. Di volumi esagerati, feedback e due chitarre riconoscibili, una che suona come un basso talvolta. Di un drumming così potente da trasformarlo nel battito di un cuore. Dieci anni di tour infiniti. Dieci anni di autogestione, sempre tutto sotto controllo mai un passo nella direzione sbagliata. Non hanno mai tradito, loro. Mai.

Un giorno hanno semplicemente deciso che era giunta l’ora di fare altro. E’ rimasta la musica (Carrie e Janet con Wild Flag, Corin Tucker con i dischi solisti) ma anche televisione (Portlandia, serie tv dove Carrie è protagonista) e scrittura. E poi, ancora, famiglie, figli. Vita vera, insomma. Altri 10 anni, trascorsi così.

Ci sono cose che vanno fatte. Ad un certo punto, senza una vera ragione a dover giustificare. Ci si ritrova con gli amici di sempre e si riparte.

A proposito di alzare l’asticella. Ecco, immaginatevi una qualsiasi reunion, d’ora in avanti. Adesso se qualcuno reputerà necessario tornare dovrà farlo con un disco nuovo. E farlo nel miglior modo possibile. Un disco che possibilmente finisca tra i migliori dell’anno. Se non funziona, meglio rinunciare. Meglio rimanere dove si è stati fino ad ora. Altri ritorni non avranno nessun senso e sarà solo la nostra sfrontata ed ingiustificabile condizione di fan a poter giustificare tutti i Ride, Slowdive, Replacements e Jesus and Mary Chain di questo mondo.

L’asticella è qui, sotto gli occhi di tutti. Se vuoi tornare fallo con il disco dell’anno. Come le Sleater Kinney. Non più il migliore gruppo del mondo. Ma l’unico che abbia davvero un senso in questo momento. No Cities To Love è un disco che fa un effetto del genere, ancora una volta.

(questo articolo è uscito originariamente per la fanzine NO HOPE, fatta a mano in edizione limitata in 100 pezzi, distribuita gratuitamente al Covo Club di Bologna durante la serata NO HOPE KIDS.)

SONIC YOUTH – Anti Orgasm

Non so se un gruppo come Sleater Kinney sarebbe mai esistito se Kim Gordon non avesse un giorno deciso che era comunque una buona idea far parte di una band. E’ di questi giorni l’uscita sul mercato dell’attesissima autobiografia, Girl in A Band. Un libro che si fa leggere con entusiasmo, ricco di citazioni, di nomi e di date che faranno la gioia di qualsiasi appassionato.513ZI-p-ZSL._SY344_BO1,204,203,200_
Mi è piaciuta tantissimo la prima parte in particolare, quella incentrata sull’adolescenza losangelina. Si è sempre pensato (giustamente) ai Sonic Youth come ad una band newyorkese e invece sorprende non poco la visione di una Kim Gordon adolescente prettamente californiana. Sarà una cosa banale ma quel passaggio dove appena quattordicenne racconta di sognare di poter vivere in una di quelle baite nel bosco che circondano le colline di LA, come facevano i musicisti dell’epoca, chiusa nella sua cameretta, fumando erba e ascoltando ossessivamente Joni Mitchell, mi ha emozionato e ricordato qualcosa della mia di adolescenza.
The Eternal è il mio disco dei Sonic Youth preferito. Lo dico per giustificare la canzone che ho piazzato qui sopra. Penso che i Sonic Youth siano l’unico gruppo in assoluto dove l’ultimo album di una discografia sia anche il mio preferito, condizione che solitamente è riservata al debutto o a quello subito successivo. Ma i Sonic Youth non sono mai stati un gruppo come un altro. E ricostruire, anche grazie alla biografia della Gordon, quel percorso è un’esperienza che chiunque abbia anche solo un minimo amato la band dovrebbe fare.
Anti-Orgasm è una canzone politica, dove Kim Gordon è protagonista di un duetto con l’ex marito Thurston Moore…..do you undestand the problem / anti war is anti orgasm / smash the moral hypocrisy / liberation / not your sex slave…..avercene, cazzo, di gruppi così, di donne così, di canzoni così…..

Built to Spill – Living Zoo

Uno parte fiducioso fin da subito. E ci mancherebbe altro, considerando che There’s Nothing Wrong with Love è uno dei miei album preferiti di sempre. Si aggiunge il fatto che ormai sono passati sei anni dall’ultimo disco e, insomma, le aspettative aumentano e, come dire, al primo ascolto ci si gioca il bonus fedeltà. Piace a prescindere, ecco.
In questi casi vale qualsiasi cosa, va detto. Conviene utilizzare anche le controprove. Tipo chiudere gli occhi, infilarsi le cuffie e cercare di immaginarsi la canzone suonata da un gruppo all’esordio, completamente sconosciuto. Piace comunque, va detto e sopravvive a qualsiasi verifica. Un’apertura che suona come se fosse una conclusione con quel solo di chitarra privo di sbocchi che sorprende per poi trasformarsi in una roba che fa battere il piedino, entra in testa e non molla più la presa. Pop, alle mie orecchie. Tanto quanto può esserlo una qualsiasi canzone dei Dinosaur Jr. Fossi un quindicenne abituato a scrivere solo su facebook ci aggiungerei pure qualche cuoricino, a questo punto. Per questa volta ve lo risparmio.

Courtney Barnett – Pedestrian at Best

Album numero due alle porte per Courtney Barnett. Australiana con alle spalle un debutto ai limiti del miracoloso. Una che scrive canzoni, tanto per iniziare. Non abbozzi di frasi rubate in giro ma roba che per verbosità sembra uscire direttamente dagli anni settanta con quello stile così particolare ed un cantato che sembra sempre essere sul punto di trasformarsi in una recita. Canzoni sempre a metà strada tra tragedia e puro intrattenimento.
Sinceramente il brano nuovo lascia perplessi. Troppa energia, troppa foga, troppo volume. Tutto un pò troppo, insomma. Basta però non soffermarsi in superficie per accorgersi che comunque questa è una canzone che sta in piedi senza problemi. Incrociamo le dita ed aspettiamo l’LP, come si sarebbe detto un tempo.

Diet Cig – Scene Sick

Scacco matto in 3 mosse.
1) “I just wanna dance, I just wanna dance/ Come on take my hand, fuck all your romance, I just wanna dance”…..intrattenimento è un concetto che ai gruppi indie dovrebbero insegnare da piccoli. Come le tabelline ai vostri figli in prima elementare. Troppi se ne dimenticano, difatti. Alla fine vogliamo solo ballare, chiaro??
2) la K Records è una delle mie etichette preferite di tutti i tempi. I Diet Cig sono un gruppo K, a tutti gli effetti, nonostante abbiano inciso il loro EP di debutto per non so nemmeno chi. In virtù della strumentazione, prima di tutto: chitarra e batteria. Beat Happening, anyone?? E poi canzoni di pochi minuti, l’amore per il ritornello che non fa prigionieri. 6 canzoni, 6 potenziali singoli.
3) Punk come poteva esserlo un gruppo della Sarah Records? Ho detto Sarah? Sì, appunto, scacco matto.

Father John Misty – When You’re Smiling and Astride Me

Father John Misty, il progetto di Joshua Tillman, se ne sta in un’altra dimensione. Lassù da qualche parte dove il 99% della scena indie non arriverrà mai. A scrivere canzoni talmente perfette da risultare immediatamente classiche. Classico è pure l’impianto sonoro che sta esattamente a metà strada tra il rock radiofonico di un’ altra epoca e il folk-rock. Senza paura di abbondare con synth, archi ed arrangiamenti sopra le righe. Esattamente all’opposto di una band come Diet Cig, per intendersi. Eppure non mi sembra così sconveniente trovare spazio per entrambi, tutt’altro. Basta semplicemente non affrontare le vicende musicale come se ci fosse alla base un’ideologia da difendere. Per gente che tiene in casa i dischi di Randy Newman e degli Stooges come se fosse la cosa più naturale del mondo da fare. Impossibile resistere ad un viaggio che sa essere drammatico, esilarante, rabbioso, miserabille e comico allo stesso tempo. E il disco di Joshua Tillman è tutte queste cose messe insieme.
When You’re Smiling and Astride Me è una delle mie preferite.

Cesare Lorenzi