Old man whispers (Fiver #16.2015)

Pavement

Pavement

No, i Pavement non sono stati un gruppo come un altro, per quanto mi riguarda. Una delle primissime cose che concordai con Rumore fu un’intervista all’epoca del loro album di debutto. Vide la luce sul numero 9 della rivista, nel settembre del 1992.
A gennaio del 2001 firmai l’ultimo articolo, otto anni e pochi mesi dopo quella prima intervista. Si trattava di un resoconto delle varie attività di Malkmus e soci, per la prima volta in libera uscita, tutti più o meno impegnati nelle nuove attività musicali dopo la separazione della band.
No, non è stato un caso. Con la fine del gruppo di Malkmus e soci è come se si fosse anche esaurita la mia personale spinta allo scrivere di musica. Non ne avevo consapevolezza, allora. Mi sembrava solo di aver perduto gli stimoli giusti e non pensavo ci fosse una correlazione con la contemporanea fine del gruppo. O forse avevo troppo in testa le parole di qualche canzone della band….whenever I feel fine, I’m gonna walk away from all this. I wanted to stay there, but you know I needed more than that.
Era la fine di un’epoca, invece.
Mi fa sorridere il fatto che gli anni novanta abbiano assunto nel frattempo un’aura di mito da celebrare nonostante non abbia personalmente nessuna intenzione di partecipare a qualsivoglia resurrezione. Barra fissa verso il domani. Quasi una regola fissa per me e per quelli che mi fanno compagnia qui, tra le pagine virtuali di questo blog. Ma i Pavement insomma meritano anche uno strappo ai propri principi, avrete inteso.
In questi giorni si celebra il ventennale del terzo album del gruppo, Wowee Zowee.
Qualcuno, all’estero, ci ha scritto sopra un paio di concetti interessanti.
Primo: si può considerare l’equivalente di quello che ha rappresentato In Utero per i Nirvana. Disco trattato con poca indulgenza appena pubblicato ed invece destinato ad essere rivalutato in seguito.
Secondo: è stato l’album dei grandi rifiuti. In particolare nei confronti dell’industria discografica che ne avrebbe fatto volentieri i nuovi REM. Risposero con una canzone eloquente fin dal titolo: Fuck This Generation (poi trasformata in Fight This Generation).
Certamente all’epoca il disco venne accolto con scetticismo, come se si fosse sprecata una grande occasione. Ho recuperato una lunga intervista che feci a Mark Ibold in una mattinata di una fantastica primavera romana, nei giorni in cui l’album vide la luce. Ve la metto qui, alla fine di questo Fiver. Viene fuori la consapevolezza estrema con cui affrontarono le registrazioni. La voglia di piantare recinti invalicabili. Si intuì insomma che i Pavement non avrebbero mai potuto trasformarsi in qualcosa d’altro. Anche da scelte controverse come quella nacque un piccolo mito che ancora oggi, a vent’anni di distanza, continua a fare proseliti.
Ottimo disco di transizione o capolavoro da rivalutare è faccenda oziosa, alla fine. È una certezza invece quello che Wowee Zowee rappresenta: la capacità di mettere al centro delle priorità la propria integrità. Roba che non ha tempo ne data di scadenza.
Sinceramente, quel disco, non lo avevo mai più riascoltato. L’ho fatto ora, stimolato dalle belle chiacchere che sono state fatte in proposito. Insomma, lo sappiamo, c’è modo e modo d’invecchiare. Questa canzoni lo fanno nella maniera migliore possibile. In qualche modo mi rendono orgoglioso di appartenere a quella generazione (io e Malkmus siamo praticamente coetani). Ecco, mi piace credere di aver affrontato la vita allo stesso modo con cui i Pavement affrontarono lo scoglio di quel terzo album: con sfrontatezza, consapevoli di effettuare la scelta più scomoda. Con l’illusione di guardarsi allo specchio la mattina e non dover abbassare lo sguardo. Senza nessun rimpianto, senza nessun rimorso nonostante qualche inevitabile cicatrice.

PAVEMENT “AT&T”

JIMMY WHISPERS “Vacation”

Immaginatevi Daniel Johnston alle prese con qualche tastiera analogica scassata, una vecchia drum-machine e un’estate passata in un luogo troppo caldo, senza rifugio. Jimmy Whipsers canta canzoni senza protezione, alla ricerca di amore e di salvezza. Si mette completamente a nudo facendo della propria arte la propria vita. Regala un album di canzoncine fragili, stonate e spaccate. Ma quelle piccole melodie appena accenate rischiano comunque di rimanere indimenticate. Quantomeno a me fanno quell’effetto.

PROTOMARTYR “Blues Festival”

Grande band, i Protomartyr. Che ritorna con un singolino split pubblicato in occasione del Record Store Day. Si picchia duro nei territori di un blues stravolto, degno erede di Birthday Party e compagnia. Kelly Deal, delle Breeders, fa presenza discreta non modificando di una virgola il tiro di una grande canzone.

TAPE RUNS OUT “Friends”

140 secondi di perfezione pop, si sarebbe detto un tempo. Roba che potrà piacere a chi ha apprezzato in passato i primissimi Interpol, per esempio. Una canzone che finisce inaspettata nel momento in cui ci si aspetterebbero riverberi di chitarre e feedback leggero. Non so, se avete qualche disco degli Slowdive in casa, farete meglio a dargli un ascolto.

INSTITUTE “Perpetual Ebb”

Mi fa impazzire il tono con cui il cantante affronta la canzone: scazzato, non preoccupandosi per nulla di rendersi intellegibile. Sarà la fascinazione slacker, sarà che sembra un brano del primo album degli Stooges ma questa canzone basta e avanza a farmi diventare il prossimo debutto sulla lunga distanza di questi giovani texani uno dei dischi più attesi della stagione.

Cesare Lorenzi

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Black Strings (Fiver #15.2015)

Elliott Smith - Sufjan Stevens

Elliott Smith – Sufjan Stevens

Ok, l’hanno giá detto in parecchi. Ma devo dire che ci ero arrivato da solo la prima volta che l’ ho ascoltato. Una questione di fili, invisibili agli occhi di molti ma nei quali sono inciampato, fortunatamente o forse no. C’è un filo invisibile ma molto resistente che unisce Either/Or al nuovo Sufjan Stevens Carrie &Lowell. È una faccenda seria per il sottoscritto. Elliott Smith, un punk centrifugato da esperienze di vita sempre poco meno che disastrose e trasformato in un cantautore dal talento pazzesco, aggrappato al filo di un’esistenza per lui inaffrontabile. Probabilmente, nella loro assurda (im)perfezione, le immagini più esemplificative sono quelle di Elliott alla serata degli Oscar che sciorina Miss Misery, aggrappato alla sua chitarra come se dovesse essere spazzato via da un momento all’altro da un contesto lontano milioni di anni luce dalla sua essenza. Il bel regalo fattogli da Gus Van Sant che fece assurgere a effimera gloria le sue canzoni in Good Will Hunting. Per arrivare a Either/Or ovvero Lennon Mc Cartney e i fratelli Wilson in una dimensione parallela, relegati su un marciapiedi di Los Angeles, una vita da emarginati, alla ricerca di un altra dose.

..Drink up one more time
And I’ll make you mine
Keep you apart
Deep in my heart
Separate from the rest, Where I like you the best
And keep the things you forgot, the people you’ve been before
That you don’t want around anymore
That push and shove and won’t bend to your will I’ll keep them still..(da Between the bars)

Ovviamente non molto tempo dopo il filo si spezzò. Come quello che reggeva la sfortunata, a quel che sappiamo, esistenza di Carrie. Madre di Sufjan con storie alle spalle di abbandoni ingiustificabili, vizi assortiti e dissoluzioni varie. Sufjan, talento notevole e, ora lo possiamo dire, ancora inespresso a questi livelli, a queste altezze, esorcizza, o forse meglio ancora, sublima la materia di cui sono fatte vite intere. Rimpianti, dubbi, tardiva consapevolezza.

..I should have wrote a letter
And grieve what I happen to grieve
My black shroud
I never trust my feelings
I waited for the remedy
When I was three, three maybe four
She left us at that video store
Be my rest, be my fantasy.. (da I Should Have Known Better)

Il privato assurto a pubblico ma non in uno squallido post su un social accanto al tutorial per cucinare le alici o alle foto di compleanno di uno sconosciuto. Il privato reso forma d’arte capace di commuovere, incazzare, incantare, durare. Ricordo una polemica ai tempi della Palma d’oro alla Stanza del figlio di Moretti. Facile commuovere e raggiungere grandi risultati con i “grandi drammi”. Non so, credo che ognuno di noi abbia avuto i suoi “grandi drammi” e che la capacitá di raccontarli, condividerli, ci fa sentire meno soli. Più vivi. Probabilmente Carrie e ed Elliott si incontreranno altrove, Between The Bars. Attratti da una forza invisibile ed ineluttabile con parecchie storie da raccontarsi. Una questione di fili, appunto.

Questo pezzo è stato scritto originariamente per la fanzine No Hope con cui condividiamo un ideale gemellaggio. Proseguendo secondo l’ immaginario calcistico il 21 e 22  maggio ci incontreremo per scambiarci le sciarpe, intonare qualche coro insieme e molto altro ancora che preciseremo fra non molto. Chi vorrà unirsi a noi sarà il benvenuto.

Spring King – City

A proposito di fanzine. Questi ragazzi di Manchester capitanati dal batterista Tarek Musa (!) oltre a confezionare una canzone dall’incedere fuzz/garage/pop veramente contagiosa, tratta dall’Ep di ottimo livello They’re Comin After You, punteggiano il tutto con un video veramente avvincente dove si alternano a raffica copertine di fanzine più o meno storiche. Quando al minuto 1.36 sfila la copertina della fanzine che questo blog omaggia nel nome e, si spera, nell’attitudine il cerchio si completa e leviamo le braccia al cielo estasiati.

White Reaper – Make Me Wanna Die

Da Louisville, Kentucky. Giovanissimi, con il poster dei Ramones appiccicato con lo scotch sui vetri del loro van scassato mentre la radio manda Vaccines, Buzzcocks e Jesus and Mary Chain a ciclo continuo. It’s all about speed, compression, fuzz and the melodic potential of the drone for these boys dice il Guardian e non possiamo che concordare.

Metz – Spit You Out

I canadesi picchiano duro con i piedi piantati negli anni 90 e lo sguardo fisso sull’orizzonte. Certo che.. leggi Sub Pop, senti la canzone e la parola che comincia con la N e finisce con irvana salta subito in mente ma.. rabbia, volume e distorsione sono un patrimonio universale (o almeno secondo la mia personalissima scala di valori) ed i Metz, nel loro nuovo e secondo album, attingono da tutto ciò con intelligenza e passione.

Total Babes – Circling

Un altra palla di suono infuocata. Dissonante e disturbata, con una chitarra che urla Wire! e Gang Of Four! in sottofondo e improvvise aperture melodiche. Total Babes è la creatura di Jayson Gerycz che pesta i tamburi per i Cloud Nothings di Dylan Baldi che in coda al pezzo maltratta il suo sax come un novello epigono di James Chance. Il tutto, ça va sans dire, lussurioso per le mie orecchie.

Girl Band – Lawman

Cocchi indiscussi della stampa inglese. In giro ormai da un paio di anni, il quartetto di Dublino sembra pronto per spiccare il volo. Presenti nei cartelloni dei festival che contano dalla Route du Rock a Visions non indietreggiano di un millimetro nell’oltranzismo della loro proposta sonora che pesca a piene mani in certa wave britannica minimalista di primi anni 80. Vedere per credere questo video e, se siete di stomaco mediamente forte, il nuovo Why they hide their bodies under my garage? Rispetto totale e incondizionato.

Massimiliano Bucchieri

The Dark Ages (Fiver # 14.2015)

Bedhead

Bedhead

At night when there’s no moon
No one has a history
The dark ages last a few hours
But that’s all the time that’s needed
To erase memories, create horrible dreams, ruin sleep
Destroy all possibility of elimination

(Bedhead, The Dark Ages)

Da qualche tempo nel calendario di alcuni club che frequento corre l’obbligo di inserire con ricorrenza ciclica feste a tema anni ’90. Di solito non vado a mettere dischi in queste occasioni. Non lo faccio per diversi motivi che credo interessino solamente a me, quindi non starò qui a farne un elenco. Una di queste ragioni mi serve però ad introdurre l’argomento di oggi. Dovessi trovare una musica che rappresenta bene i miei anni ’90 questa sarebbe la musica che stava dentro i dischi dei Bedhead. Che non è esattamente una musica da suonare ad una festa. Per quanto certe canzoni di Transaction de Novo, tipo Extramundane, potrebbero anche funzionare.
Qualche mese fa è uscito un bellissimo box curato dalla ottima Numero Group per raccogliere l’intera discografia dei Bedhead. I tre album in studio e un quarto disco, doppio nel cofanetto di vinili, in cui sono infilate le canzoni uscite nella manciata di singoli pubblicati dal gruppo. C’è anche una cover di Golden Brown degli Stranglers, sino ad ora inedita in quanto destinata al lato b di un 45 giri mai pubblicato.
C’è invece la loro versione di Disorder dei Joy Division. Di quella canzone ho già scritto su questo blog, ma torno a parlarne ora. Perché se c’è un momento in cui la vita prende una svolta secca e quel momento ha una sua precisa colonna sonora, allora l’attimo va celebrato con ogni riguardo. Quelli sono momenti cui in genere assistiamo solamente da spettatori di un film, molto difficilmente ne siamo parti in causa in prima persona. Uno di quei momenti a me capitò il 16 maggio del 1998, quando vidi suonare i Bedhead alla vecchia sede del Teatro Polivalente Occupato in via Irnerio. Il concerto fu di una intensità notevole, un impatto emotivo nel mio caso amplificato dal momento del tutto particolare che mi trovavo a vivere proprio in quelle settimane. Quella canzone, piazzata nei bis a fine concerto, fu in cinque minuti in grado di rappresentare rovina e catarsi, come ad aprire una voragine nel pavimento al primo colpo di batteria capace di inghiottirti dentro fino al buio più nero per spedirti poi fuori lanciandoti verso un altro mondo, totalmente nuovo, all’ultimo feeling, quasi aspirato sul fondo della canzone. Una versione in cui il nervosismo che nell’originale confluisce da subito in una blitzkrieg wave incalzante ed elettrica viene invece compresso, prima ancora che represso, in una lunga e dilatata slow motion, con la batteria che anziché far da traino a un treno in corsa si limita a fornire un tappeto di felpa su cui si intreccia il dialogo tra le chitarre mentre la voce racconta. Così intensa da togliere il respiro, eppure dolcissima.
Dei Bedhead sta per uscire un disco che documenta proprio quel tour. Mille copie pubblicate sempre dalla Numero Group in occasione del Record Store Day: il concerto di Chicago all’Empty Bottle nel tour di Transaction de Novo, giusto un mese prima di quello di Bologna, il 16 aprile del 1998.
Mi sono dato la regola di non comperare dischi pubblicati appositamente per il Record Store Day.
Questa volta la infrangerò.

Dei Bedhead ho appena scritto anche per la fanzine No Hope, articolo cui qui sopra ho rubato giusto una frase. Alla fanzine teniamo molto tutti noi di Sniffin’Glucose, la supportiamo e ci scriviamo, ci crediamo quanto ci credono i ragazzi che la fanno.
Presto, molto presto, faremo festa assieme.
Se ne parlerà a tempo debito, per ora controllate in agenda gli impegni del 21 e 22 maggio, se ne avete cancellateli, viceversa tenetevi liberi per quei due giorni.

Marching Church “King Of Song

La passione per Nick Cave mi è montata su negli anni, con lo scorrere in avanti del tempo.
Il cantante degli Iceage invece evidentemente ci è arrivato subito, sin da giovanissimo.
Fossi una ragazza io di un tipo così, che canta una canzone così, mi innamorerei perdutamente.

The Manhattan Love Suicides “(Never Stop) Hating You

Mi piace la gente consapevole. Quelli a cui piacciono certe cose e solo certe cose e non si vergognano a dirlo. Soprattutto se anche a me piacciono quelle stesse cose. I Jesus and Mary Chain di Psychocandy, i primi singoli di Motorcycle Boy, Flatmates, Primitives e le Talulah Gosh, l’unico 45 giri pubblicato dai Meat Whiplash e qualunque cosa abbiano inciso le Shop Assistants, Son of a Gun dei Vaselines e Truck Train Tractor dei Pastels. E si, i Manhattan Love Suicides li trovo fantastici sin dal nome che si sono scelti.

Free Pizza “Baby Girl

Ve la do buona subito: il nome fa schifo. Il pezzo no. Vengono da dove dichiara il titolo del loro primo album (Boston, MA) e per presentarsi nominano Meat Puppets, Angst e Texas Instruments.
Immagino che a chi ha meno di 40 anni questi nomi dicano poco. Pazienza.

Prinzhorn Dance School “Reign

Con i Prinzhorn Dance School è stato amore a prima vista. Poi li ho visti suonare due volte dal vivo e l’amore è cresciuto esponenzialmente. Un sacco di gente che conosco ha sprecato un sacco di tempo dietro a un sacco di inutili gruppi che negli ultimi 30 anni hanno provato a reinventare i suoni wave e in pochissimi si sono filati questi due. Tanto che credevo avessero deciso di chiudere baracca. Quando qualche giorno fa ho imparato che i Prinzhorn Dance School ad inizio giugno sarebbero usciti con un nuovo disco sono stato contento come un bambino quando si avvicina il natale.

Nic Hessler “Hearts, Repeating

Sole, tavolini di legno sul bordo della spiaggia, liquidi trasparenti e ghiacciati in bicchieri di vetro. Questa è una delle possibili colonne sonore. La mia di sicuro.

Arturo Compagnoni