Mathematic (Fiver # 26.2015)

Foals

Foals

Estate da cyborg. Sembra strano ma d’estate inizio ad avere un rapporto molto più stretto con il computer.
Il caldo a mille gradi mi impedisce di dormire la mattina (i ventilatori, si sa, non funzionano mai come si deve), gli alcolici della sera prima richiedono un consistente tributo in acqua per sedare i bruciori del palato, la testa pulsa e il bisogno di trascinarsi in cucina per ingoiare qualche compressa prende il sopravvento. Insomma mi sveglio molto presto, e con il mare a distanza considerevole (almeno fino a quando sono relegato nella bella città dai tanti portici, ma dalle poche piscine) non posso far altro che avviare il computer.
Il ronzio riempie la stanza, la luce azzurrata illumina la penombra, e ora che si fa? La comunità virtuale langue di notizie degne di nota, di guardare le foto di x o y al mare non ho voglia, dovrei chiudere il computer e farmi un giro a piedi? con questo caldo? No. Meglio spulciare le nuove uscite, qualche band che ha l’ardire di buttare fuori un album in estate si trova sempre. La notizia che più mi colpisce è l’annuncio del nuovo album dei Foals. La brigata di Yannis Philippakis (solo ora rifletto sulle sue origini greche, su come se la deve passare, seguendo questo periodo non troppo florido per gli abitatori dell’Egeo) è ormai arrivata al quarto album ed è incredibile come il loro suono, pur mantenendo una cifra stilistica coesa, si sia evoluto in maniera esponenziale, andando a toccare territori sempre nuovi, insomma i ragazzi hanno sempre dimostrato di avere la voglia e il talento per sperimentare.
Ma non è solo questo che mi colpisce. Non è neanche il fatto che una volta vidi un  loro concerto allucinante in cui proprio Philippakis si arrampico su un traliccio per buttarsi fra la folla. Certo questi sono fattori importanti. Ma no non è questo.  Ogni loro album, con relativo suono, sembra avere il prodigioso potere di sottolineare una fase specifica della mia vita. Anno Domini 2008, Antidotes, piena invasione barbarica delle band indie d’oltremanica, in tv passano un teen movie in cui i protagonisti sono ragazzetti di Brighton, nella mia generazione il sogno del rock n’ troll si rinverdisce sotto le spoglie della coolness inglese. La colonna sonora di  Skins, questo il nome  del telefilm, sono sicuro lo ricorderete, è composta per la maggiore da brani di band come Klaxons e per l’appunto i Foals. Il primo album sfodera un math rock travolgente, pezzi trascinanti ma allo stesso tempo complicati, tempi dispari e voci in falsetto, chitarre suonate con perizia e imbracciate all’altezza del petto, roba da nerd. Forse quel primo album, con la miscela perfetta di indie e math, rappresenta il lavoro più riuscito dei Foals,  o almeno è quello che mi è rimasto più nel cuore. Non che il prosieguo della loro carriera sia in discesa, anzi tutt’altro. 2010, Total Life Forever, i nostri ci riprovano, stavolta alzando il tiro. Abbiamo doppiato la boa del decennio e la sbornia indie sta per smorzarsi, i ragazzi ne sembrano coscienti. Stavolta sfoderano un post-rock confezionato al solito con l’amore per il pop e la commistione con il math, che li contraddistingue. Sono più simili ai Battles che a qualsiasi altra band, lunghe cavalcate che raggiungono momenti apicali di puro sentimento, anche stavolta prova passata a pieni voti.
2013, Holy Fire, forse l’abum che mi è piaciuto di meno, i soliti riferimenti al loro sound passato, ma stavolta c’è una dose massiccia di pop. Non siamo dalle parti di Arthur Russell, ma di sicuro la raffinatezza verso cui tendono lì fa imparentare con diverse band new wave. Tuttavia per me c’è qualcosa che non torna, forse non riescono a essere buoni interpreti del presente come in passato, chi lo sa, il terzo lavoro non è un album brutto ma per me risulta un passaggio a vuoto. E siamo al 2015, nuovo album in uscita ad Agosto e una canzone giù online. Cosa ci riserveranno stavolta i Foals? Da parte mia ho un motivo per aspettare Ferragosto, per buttarmi nelle sonorità geometriche anche sotto l’ombrellone.

Foals “Mountain at My Gates”

Dicevamo il primo pezzo del nuovo album dei Foals. Al principio mi dà una sensazione di freschezza, nonostante si senta anche molta retromania anni ’80 (ampiamente abusata in questi anni). I giudizi ferrei li accantono per un po’, per ora scuoto la testa a tempo.

LA Priest “Oino”

Nella colonna sonora del telefilm sopracitato andava forte anche un altro gruppo ormai dimenticato: i Late of The Pier.  Melodie liquefatte, voci schizoidi, tastierine giocattolo, l’elettroclash fusa con l’indie, la chiamavano indietronica. Purtroppo dopo il primo album tale gruppo, che sembrava promettere davvero bene si sciolse, sparì dai radar. E’ di pochi mesi fa la notizia della morte di un componente della band. Tristezza. Di pochi mesi fa è anche la notizia  di un nuovo progetto di un componente della band. Questo è il risultato, un suono che sembra riaprire il vecchio discorso. Gioia.

Alice Glass “Stillbirth”

Si questa settimana sono in trip con i sintetizzatori. I Crystal Castles si sono sciolti (almeno nella formazione originale), scazzi fra Ethan Kath e Alice Glass. Lei ci riprova da solista, arrivando a vette di cattiveria raggiunte solo nel primo album del duo. Ritorno dell’elettroclash? Staremo a vedere.

Ultimate Painting “Break the Chain”

“Si ok va bene ti fa schifo l’estate però calmati un attimo goditi la vita” direte voi. In effetti avete ragione. Meglio mettere sul piatto il secondo lavoro degli Ultimate Painting, lasciarsi cullare da cotanta semplicità tranquillità, serendipità. Questo è il primo estratto.

Chicos de Nazca “Hey Lord, Hey Babe”

Un paio di Fiver fa ho affermato che conoscevo il Cile solo per Bolano e per i Follakzoid, mi devo ricrede, dietro i secondi si cela un fitto sottobosco di band che sanno cosa significa fare psichedelia. Negli ultimi tempi ho recuperato.

Giovanni Bitetto

The Call of the Wild (Fiver #25.2015)

Peacers

Peacers

C’è stato un momento in cui ne ho avuto abbastanza. Di concerti ne avevo visti troppi e il mio cervello mi impediva di entrare ancora una volta in un club o di mettere piede ad un festival.
Ho continuato ad ascoltare musica, naturalmente. Ma non dal vivo.
Praticamente senza accorgermene ho passato 3 anni interi in questo modo. Un giorno però, il richiamo della foresta ha iniziato a farsi troppo insistente e sono tornato a casa. Nuovamente sotto un palcoscenico, nuovamente intento a programmare ferie, fine settimana e momenti liberi con la programmazione dei miei clubs e festival preferiti sotto il naso, come un tempo.
Il ritorno non è stato indolore, però. Mi sembra di ricordare che fossi a Parigi, al festival di Pitchfork. Un paio di giornate dedicate a quella che a torto o ragione è considerata la musica nuova. Mi sono passate sotto il naso cose che mi sono piaciute molto, altre che non conoscevo e che mi hanno entusiasmato. Gruppi che dovevano spaccare ed invece mi hanno annoiato a morte, costringendomi ad un giro di troppo al bar. Il solito programma di un festival, insomma. Ma una cosa mi sembrava cambiata, però. L’atmosfera era fin troppo rilassata, tra il pubblico ma anche tra i gruppi che si succedevano sul palcoscenico. Non un momento di tensione, mai uno scazzo. Tutti a ringraziare quelli di Pitchfork che gli avevano regalato questa opportunità, e poi che figata Parigi, vuoi mettere. E grazie ancora. Al pubblico, fantastico, naturalmente. Ad un certo punto ho sperato che se ne uscisse il Lux Interior di turno e provvedesse a tirare qualche calcio ben assestato. Un paio di aste del microfono sulle teste delle prime file. Un pogo che si trasformasse in una piccola rissa. Niente di tutto questo, invece. Quel festival è finito così, manco fossero state le giornate delle buone intenzioni e dell’amicizia universale.
Da quei giorni sono passati un paio di anni ed io, nel frattempo, ho preso le buone abitudini di un tempo ed appena posso mi fiondo tra le prime file di qualche scantinato. Quella sensazione però non mi ha mai abbandonato del tutto e mi sembra che un po’ della tensione che c’era un tempo sia semplicemente scemata. Ed un concerto senza tensione è come una partita di calcio amichevole, per me. Sostanzialmente inutile.
Ho visto un video dove qualcuno ripeteva questi concetti e mi sono rincuorato. Era una delle ultime interviste concesse da Lux Interior, il cantante dei Cramps, prima di morire. Diceva che molta della musica attuale (naturalmente è un video di qualche hanno fa) ha perso qualsiasi pericolosità. Mi sembra utilizzase proprio questo termine: pericoloso.

The Cramps

The Cramps

Ho avuto la fortuna di vedere i Cramps dal vivo. Erano una di quelle band che non potevi raccontare ai tuoi genitori. Uno di quei concerti dove era meglio stare in campana perchè qualcuno era pronto ad infilarti un gomito nel costato. Loro, erano semplicemente uno spettacolo. La musica come dovrebbe sempre essere. Una faccenda di sudore, di eversione sotterranea, di istiniti primordiali, di divertimento, al limite del lecito e del consentito. Non so se mi sono spiegato bene ma, ecco, una band come i Tame Impala (per dire) non me li vedo proprio a suonare davanti ad un pubblico di malati di mente in un ospedale psichiatrico. Sarà l’estate, non lo so, sarà che la maggior parte degli ascolti attuali mi sfugge come sabbia tra le dita. Sarà che mi sono tornate in mente le parole di Sándor Márai, che ha descritto in maniera sublime cosa è lecito aspettarsi da un’esperienza di ascolto soddisfacente: “dalla musica sembrava sprigionarsi una forza eversiva capace di sollevare i mobili e di gonfiare i pesanti tendaggi di seta alle finestre. Era come se tutte le cose vecchie e ammuffite, sepolte da tempo nei cuori umani, ricominciassero a vivere, come se nel cuore di ogni essere si annidasse un ritmo mortale che, a un certo punto della vita, potrebbe mettersi a pulsare con implacabile violenza. Gli ascoltatori pazienti compresero che la musica rappresentava un pericolo”.
Nonostante non si facciano sconti, che si sia scelto sempre e comunque di guardare in avanti, nonostante questo, mi diventa comunque inevitabile ricordare che il mio ritmo mortale ad un certo punto ha preso vita, anche grazie a quella coppia di allampati rocker vestiti di nero. Mi sono reso conto che, da quel giorno, sono sempre alla ricerca di quel beat, che in fondo in fondo è semplicemente un battito del cuore ma anche un inconsapevole termine di paragone che talvolta mi fa scalciare con i piedi in segno di frustrazione come un bambino capriccioso. In serate così non rimane che tornarsene a casa, accendere un computer e far partire un video tipo questo qui sotto, giusto per mettere nuovamente le cose in prospettiva.

THE CRAMPS – Live at the Napa State Mental Hospital

PEACERS – Laze It

Il ritorno di Mike Donovan va festeggiato come si conviene solo ai grandi avvenimenti. Precursore di tutta la scena garage di San Francisco, che ha trovato con Ty Segall e Thee Oh Sees in seguito una grande esposizione pubblica, torna con un album nuovo di zecca per Drag City. La stessa etichetta che aveva pubblicato all’epoca i dischi di Sic Alps (il suo primo gruppo) una band che ascoltata ancora oggi regala momenti sublimi e qualche brivido. A dirla tutta, “She’s On Top”, canzone uscita solamente su singolo nel 2013 fa bella presenza nella mia top five dei brani favoriti dell’ultimo lustro.
Tanta fotta (ndr: fotta è l’insostenibile desiderio di trombare dopo una lunga astinenza) trova soddisfazione in questi nuovi 90 secondi (del resto, dopo tanto tempo), in attesa di un album in uscita in questi giorni.  “Laze It” mette in chiaro che le coordinate sonore sono rimaste immutate. Psichedelia, virata in chiave garage e chitarre fuzz.  Canzone splendida.
(Ah, il brano, nel video, comincia dopo 35 secondi di silenzio).

SARAH CRACKNELL – Ragdoll

Questa canzone me la immagino cantata da Bobbie Gillespie.
Oppure, vista da un’altra prospettiva, potrebbe sembrare una cover dei Primal Scream che, a loro volta, fanno il verso ai Rolling Stones. Sarah Cracknell ci aggiunge la voce, sì, proprio quella voce. Quella che abbiamo imparato ad amare nei dischi dei St. Etienne.
In questo caso non si va oltre gli stilemi della ballata classica, avrete inteso.
Talvolta non abbiamo niente di meglio da chiedere. Questa è una di quelle occasioni.

THE BABE RAINBOW – Love Forever

Canzone che farà impazzire chi ha apprezzato i primi due dischi di Allah-Las. O i Growlers. Si muove nei medesimi territori: pop, in versione psichedelica, con i santini degli anna sessanta nel taschino e a completare il quadro pure un immaginario fatto di camice a fiori, sandali e vita sulla spiaggia, come compete a dei buoni australiani. Band da tenere d’occhio, mi pare.

OUGHT – Beautiful Blue Sky

L’ho sentita la prima volta che avevo i piedi tra la sabbia della spiaggia dell’Hana-Bi, poche settimane fa. Gli Ought stavano  pochi metri di fronte a me, su un palcoscenico che guardava il mare, e suonavano proprio questa canzone, all’epoca ancora inedita. E’ stato uno di quei momenti dove si ha la consapevolezza di vivere qualcosa di grande, decisamente oltre gli standard di un normale concerto. Gli Ought sono una band sopra la media, del resto, che accumula influenze riconoscibili e le trasforma in qualcosa di proprio, di personale. Si sente la New York dei Television e dei Velvet, certamente. Ma sembrano semplici suggestioni destinate a piegarsi al volere del carisma di Tim Beeler, uno che ha la faccia e la voce per farsi ricordare.
Una delle canzoni dell’anno, per quanto mi riguarda, tra chitarre irresistibili e parole che lasciano il segno.

CESARE LORENZI

Blue Monday (Fiver #24.2015)

neworder
New Order – Blue Monday
Tell me how do I feel
Tell me now how do I feel

Il lunedì è sempre stato un giorno strano. Per tanti è un giorno fa-ticoso, si rientra nel tram tram delle cose dopo il weekend. C’è un po’ di stanchezza nel pensare che hai davanti un’altra settimana di un lavoro che, quasi sempre, non vuoi ma devi. Che prima di un’uscita come si deve passeranno giorni, a meno che tu non abbia vent’anni e poco altro da fare. E tutti a lamentarsi che è lunedì.
Per me è sempre stato un giorno che dà sicurezza: torni proprio al tuo tram tram, alle tue cose, alle consuetudini che, alla fine, ti sei cercata tu. Per me la domenica è sempre stata il giorno difficile, quello che non ci si arriva in fondo. La domenica piena di malin-conie, di ansia o di nervoso. Il giorno dello scarico. Delle tensioni accumulate che fanno saltare i nervi se hai qualcuno che può farti da sacco da box. O della tristezza, se non ce l’hai.
La domenica è sempre stata un giorno da cercar di digerire. Ma il lunedì, non so, l’ho sempre trovato rassicurante. più facile.
Oggi è diverso. Sarà che questo novembre sembra voler scaricare tutta l’acqua del cielo sul mio terrazzo, che il mix del pezzo è arrivato e lo ascolto da due ora ma non capisco se mi piace o no, non capisco se ne sono felice.

Arcade Fire – My Body Is A Cage
My body is a cage
That keeps me from dancing with the one I love

Finito. Il primo pezzo del primo disco: il mio sogno che diventa realtà. E non riesco a ridere a crepapelle o piangere o gridare. Lo ascolto e non capisco, non capisco la mia voce, la mia chitarra, le mie parole. Non capisco, come se ci fosse una distanza fra me e me, come se non fossi del tutto io che vengo fuori dalle casse, così pulita e senza fruscio che sembra non essere me. Forse, solo, non ci sono abituata.
Sarà che Isabella guarda la finestra da stamattina e poi viene a miagolare e strusciarsi in cerca di coccole che non ho la forza di farle. Sarà che non riesco a smettere di pensare che vorrei chiamar-ti e farti sentire il pezzo e chiederti: «che ne dici, amore?».

Black Heart Procession – The Letter
And I know it’s not easy
Things can be so wrong
As we are lost in the waves

Per la prima volta oggi penso che il lunedì sia veramente uno schi-fo, che la domenica è difficile se sei sola, ma se lo sei hai un’amica sola come te e puoi passarla in tuta sul divano a guardare film stu-pidi e sparlare delle altre a casa ad annoiarsi coi morosi, mariti, figli. O puoi sbronzarti con lei di vino bianco e ridere fino a che ti scoppia la testa. Se non sei sola è da passare sotto le lenzuola con chi ami. E se ne vola via comunque.
Di lunedì se sei sola, ti senti sola. E le amiche sono a lavorare, co-me sarò io fra qualche ora, solito pomeriggio in libreria a vendere roba illeggibile a gente che non sa leggere. L’ultimo best seller sul cibo o sul sesso, o tutte e due le cose assieme, tanto si scrive solo di scopate e mangiate: nei tempi bui i bisogni primari si ammantano di bellezza. Solite cinque ore a rimettere a posto volumi che mai vorrei in casa mia, a stupirmi per i buchi tra i classici che neanche vengono riordinati, a dispiacermi per i capolavori che leggo e rimangono qualche settimana in scaffale per poi sparire nel nulla dei libri dimenticati.
Magari sono fortunata e oggi pomeriggio mi chiederanno Agota Kristof, Martin Amis, Bret Ellis e non E. L. James, Tondelli e non Baricco. Magari riesco a non annoiarmi per qualche minuto.
Il pezzo sfuma per quella che credo sia la decima volta. Isabella sbadiglia. Ti sei stufata anche tu di sentire sta lagna, vero? Metto su un caffè, che è meglio. Magari mi sbaglio e mi passa un po’ di questa pesantezza. Magari non metto sul piatto ancora Ofeliador-me

Ofeliadorme – The King Is Dead
The King is dead and I’m not the queen
The kingdom’s ruined and I’m not the queen .
Forgive me

e ascoltiamo un po’ di Crocodiles: un po’ di sole della California per far smettere di piovere.

Crocodiles – Mirrors
Something in the way you crucify me,
it makes me smile

Attacca “I Wanna Kill” e catturo Isabella che già aveva capito il momento e stava per saltare fuori dal balcone: meglio la pioggia che ballare con me. E invece la stringo e saltelliamo assieme sulla chitarra di Charles e lei mi guarda con odio e poi scappa e a me per un attimo viene da ridere: ti ricordi quando la prendevi e poi ballavamo i lenti tutti e tre assieme? Quanto abbiamo riso per le sue facce da gatta torturata? Quanto abbiamo riso assieme, noi?
Mi fermo. Isabella miagola, questa volta vuole la pappa. Uno scroscio più forte di traverso bagna i vetri della finestra. Le luci, fuori, trasformano il vetro in un quadro.
Ti odio perché siamo stati troppo felici.
Tiro la linguetta della scatoletta che non vuole aprirsi. Cazzo, neanche una scatoletta riesci ad aprire? Tiro più forte e il dito scivola e un secondo dopo sto sanguinando sui bocconcini di salmo-ne, Isabella miagola e io non riesco a non piangere. Piango perché il dito fa male, perché piove e sono stanca, perché è un fottuto lunedì e il disco è bellissimo ma io non riesco ad essere felice perché tu non lo ascolti con me e lo so che non poteva e lo so che non si riusciva e lo so che. Lo so, ma non me ne faccio un cazzo di saperlo e questo è un maledetto lunedì che odio.
D’ora in poi, come tutti, dirò che il lunedì è un giorno di merda e sarà colpa tua. E di questa scatoletta. Ti odio. Piove ancora. Avrei voluto. Il dito quasi non fa più male. Isa fa le fusa mentre mangia.

FABIO RODDA

Questo “Blue Monday” è il riadattamento per Sniffin’Glucose di un pezzo scritto e pubblicato il 23 giugno scorso sulla mia pagina fb.
https://www.facebook.com/pages/Fabio-Rodda/512576248828913?fref=ts
Fa parte di un progetto nato lo scorso autunno da una foto che ha dato vita a due personaggi, Adam ed Eve, nomi ispirati agli eterni amanti di Only Lovers Left Alive.
Sono spezzoni notturni; fotografie, appunto, di un racconto. Il racconto di una frattura, di un amore spezzato. Enorme. Forse morto, ancora non lo so.
Sono tutti scritti di getto e pubblicati senza nessuna revisione, sempre legati al link di una canzone che li ha ispirati e seguiti dalla scritta TOBECONTINUED. Potete trovarli tutti sulla mia pagina.
Se diventeranno parte di un racconto vero e proprio non lo so, per ora ho sol-tanto deciso di continuare così: a buttar fuori quello che mi gira nella pancia senza aspettare che il mattino porti consiglio.

3 gradi di separazione (Fiver #23.2015)

Unknow Mortal Orchestra

Unknow Mortal Orchestra

Dalla Grecia agli Unknown Mortal Orchestra passando per Vasco Rossi

I percorsi mentali, si sa, possono seguire i percorsi più imprevedibili ed imperscrutabili. Parti da un immagine, un suono e dopo poco ti ritrovi da tutt’altra parte. L’altra sera, ad esempio, stavo seguendo le drammatiche notizie dalla Grecia e mi sono tornate in mente un paio di immagini. La Grecia classica l’ho visitata circa 35 anni fa, da quindicenne, con i miei genitori, ma invece che il Partenone o Micene i miei ricordi sono più bizzarri e imprevisti. Il primo riguarda un’anziana proprietaria di una minuscola pasticceria di fianco all’hotel. Ricordo ancora che dopo avermi servito un dolcetto arrancò fuori dal bancone trascinandosi dietro una sedia sulla quale insistette mi accomodassi per poi portarmi un bicchiere d’acqua con mani tremanti. Ricordo ancora lo stupore e il surrealismo di quella scena. Il secondo “ricordo greco” riguarda una biondina felsinea che cercavo vanamente di approcciare sul pullman che ci portava in giro per la penisola ellenica. La ragazza blaterava in continuazione di questo esordiente ..blah blah..Vasco Rossi …blah blah…Albachiara..blah blah…. Per uno come me che staccava dal piatto Heroes solo per sostituirlo con il primo dei Clash, e viceversa, la conversazione era tra l’ostico e l’impossibile. Io Vasco l’avevo sentito e l’avevo agevolmente rigettato con una sicurezza che mi avrebbe accompagnato negli anni seguenti. I casi della vita mi hanno portato, molti anni dopo, a incontrare spesso la superstar emiliana per una, diciamo così, vicinanza geografica. Incontri muti tra un non fan ed un, devo dire, educato signore sottolineati al massimo da un cenno del capo. Ricordo in particolare un giorno, non molti anni fa, in cui, in attesa di parcheggiare la macchina, ho lasciato la portiera aperta con il primo disco degli Unknown Mortal Orchestra che rumorosamente si faceva strada nel silenzio del garage. Date le spalle alla vettura non ho notato la figura che sostava accanto alla portiera con sguardo interrogativo. Sì, era lui che, registrata la mia presenza, si sottrasse velocemente al benché minimo scambio di vedute. Ora, mi piacerebbe ricamare su questo piccolo episodio per testimoniare l’influenza del gruppo di Portland sulle prove successive del rocker di Zocca. Ma in realtà no, non è andata così. Le nostre strade si sono divise, lui con le sue fortune, io con i miei dischi incisi da sfigati. Peccato perché in Multi-Love ci sono tante e tali idee con le quali garantirsi una nuova carriera. Un gigantesco frullatore dove le teorie di pop psichedelico morbido dei Flaming Lips di Soft Bulletin incontrano la classe degli Steely Dan in un precipitato dall’approccio veramente “fisico”, quasi punk rock. Se poi ci si addentra nelle storie  di menage a trois, immigrazione e amore “altro” raccontate da Ruban Nielson non se ne esce più. (http://pitchfork.com/features/profiles/9646-love-is-strange-the-multitudes-of-unknown-mortal-orchestras-ruban-nielson/ )

UNKNOW MORTAL ORCHESTRA – Can’t keep checking my phone
 
Non un disco fondamentale ma un disco incredibilmente “necessario” che immancabilmente si fa ripetutamente strada tra i miei ascolti lasciandomi ogni volta un po’ così, tra lo stupito e l’incredulo, rispedendomi ai miei 15 anni con uno stato d’animo simile a quello provato su quella sedia in una scalcagnata pasticceria di Atene chiudendo il mio tortuoso, a dir poco, percorso mentale.
 WAVVES x CLOUD NOTHINGS – Come Down
Nathan Williams+Dylan Baldi. Con due addendi del genere il risultato non dovrebbe essere meno che esplosivo. In realtà i 22 minuti di “No life for me” non riservano grosse sorprese e suonano esattamente come la somma dei due (bella scoperta). Dettato più dalla voglia di divertirsi che dall’ambire a nuove vette artistiche l’album non lesina comunque momenti notevoli. Su tutti, per il sottoscritto, Come Down dall’incedere glam, coro contagioso e con indiscusse potenzialitá da dancefloor, di quelli “giusti” però.
J FERNANDEZ – Between The Channels
Elliott Smith (celebrato da queste parti non più tardi di una settimana fa), Evan Dando, Sufjan Stevens .. i paragoni lusinghieri ma alquanto scomodi si stanno sprecando per il giovane cantautore di Chicago.
Iperboli più che giustificate dopo i primi ascolti. Un talento fuori dal comune, benché ancora acerbo, nel sapere innervare di modernità le sue composizioni pur restando nel solco della tradizione.
Questo il pezzo di presentazione, dall’incedere classico, delicato, con un sottofondo di grande potenza trattenuta ma c’è molto altro, testare l’imprevedibilitá “stereolabica” di Holy Hesitation per credere.
BEACH HOUSE – Sparks
“It goes dark again, just like a spark…then it comes again”. Ho letto una bella interpretazione di questo estratto dal testo del nuovo pezzo e, più in generale, della musica dei Beach House che voglio fare mia. “Che cos’è una scintilla se non il momento prima dell’assenza di luce o forse la promessa di cose migliori prima di entrare nel buio?” La musica dei Beach House si nutre molto di queste sensazioni. Dissonante ed inquieta con improvvise aperture melodiche sognanti e consolatorie ma mai risolutive. Sparks non fa eccezione e riprende il discorso proprio dove Bloom l’aveva interrotto. La speranza /timore è che con il nuovo Depression/cherry ci aspettino nuove scintille. Belle e terribili.
WEAVES – Motorcycle
Toronto. Presentatori di tv per bambini e attivisti della scena artistica cittadina. Una imprevedibile miscela di jangle pop, gospel geek e surf rock come testimoniato da questo pezzo accompagnato da un coloratissimo ed assurdo cartoon. In bilico tra nonsense e  grandezza. Con la prova sulla lunga durata ne sapremo più. Per il momento chi ha ideato il tipo con la testa di rana che si porta a letto la sua motocicletta ridefinisce il significato della frase “fuori come un balcone”.
Massimiliano Bucchieri

HEAVEN ADORES YOU

A beginners’ guide to Elliott Smith – HEAVEN ADORES YOU di N. Rossi (2014)

Heaven-Adores-You-poster-small
Non ricordo più da quanto tempo fossi al corrente di questo film, certamente da mesi. Quando a inizio aprile di quest’anno leggo sul sito dei distributori “If you don’t see your theater listed below, click here to request a screening”, non mi lascio sfuggire l’occasione, scrivo e suggerisco il Biografilm Festival e la Cineteca di Bologna. In risposta mi scrive subito Mark, nientemeno che il President & Chief Operating Officer della Specticast e mi chiede maggiori info. Chiedo lumi al prof. Roy Menarini su chi contattare presso festival e Cineteca e gentilmente mi risponde (grazie ancora!). Fornisco dettagli ulteriori. A distanza di qualche settimana torno sulla stessa pagina e vedo finalmente la bandierina a indicare che ci sarà una proiezione italiana, clicco e… meraviglia, Bologna@Biografilm!
Premessa: ho incrociato la musica di Elliott Smith la prima volta nel 1997; mi trovavo in UK -a Leicester per la precisione- per un periodo di studio che sarebbe durato 1 anno. Quelle giornate piovosissime, la frustrazione di non potermi permettere grosse distrazioni (ero la sola straniera in un corso interamente frequentato da madrelingua, mica potevano aspettare me!), il disagio di trovarmi in un contesto abbastanza diverso da quello a cui ero abituata, fanno si che inizio a frequentare il sabato il negozietto di dischi del centro (Rockaboom si chiamava e si chiama ancora; che dio -o chi per lui- abbia sempre in gloria i ragazzi che lo gestiscono, perché ci ho scoperto diverse perle del periodo, su tutti i cataloghi K records e Domino, ma anche Southern e Drag City).
Il primo cd che mi capitò per le mani della discografia smithiana fu Either/or e fu sdilinquimento al primo ascolto! Da quel disco sono andata a ritroso a scoprire i precedenti, più acerbi di quello che tanto mi aveva colpito, ma comunque assai seducenti. Nella mia memoria, quel periodo è legato indissolubilmente a questo disco, a Mezzanine dei Massive Attack, a The normal years dei Built to Spill, a Lost Blues and Other Songs dei Palace Brothers e ai concerti organizzati dal mio amico Ian da Sunderland, che mi regalava le cassettine della sua musica preferita, e di cui poi avrei perso le tracce completamente (big hugs, my friend, wherever you are!).
XO l’ho preso sulla fiducia, ma non mi sono trovata a mio agio negli arrangiamenti del disco come con l’asciuttezza di Either/or. Più tardi sarei arrivata al punto di non acquistare Figure 8 (pur avendolo ascoltato, grazie alla indimenticata Phonoteca bolognese).
Poi 2 anni fa circa trovo in biblioteca la biografia dell’artista di Benjamin Nugent e decido di leggerla (prendendo le info con le molle; sapevo che il racconto non era di prima mano e diverse persone della cerchia del musicista si erano rifiutate di parlare). Da quel momento è tornata di prepotenza la passione per questa figura, grazie anche ad una lettura più approfondita dei testi delle canzoni. In breve acquisto tutta la pubblicistica e i dischi mancanti, inclusa la produzione completa degli Heatmiser.
Pochi giorni fa la tanto attesa pellicola!

Il film si apre con due eventi che segnano il percorso del musicista: la partecipazione del 1998 alla cerimonia degli Oscar e, a soli 5 anni di distanza, la tragica e violenta morte nella sua casa di L.A. Il primo evento, si suggerisce, porterà in qualche misura al secondo. Elliott si descrive dopo questa partecipazione “I’m the wrong kind of person to be really big and famous”: la sua etica era fondamentalmente punk e DIY, non poteva certo durare nella mecca del cinema (e del fake)!
Il film continua poi con il racconto degli anni giovanili -impreziosito da rare immagini familiari e della sua cerchia di amici-, anni (apparentemente) felici. I primi approcci con la musica, le prime band: Stranger than fiction, A murder of crows. L’evoluzione in Heatmiser e, dopo pochi anni, la fine brutale di quel gruppo, appena firmato il primo contratto con una major. Tutta la carriera solista, eccetto -inspiegabilmente- il doppio postumo New Moon. Inserite, tra un disco e l’altro, le voci di familiari (la sorellastra soltanto, in verità) e amici (musicisti, produttori, manager, ecc.). Abbondanti le registrazioni inedite, davvero succulente per i fan più accaniti. Mancano invece quasi del tutto le interviste al musicista e le poche riportate sono tra le più note e facilmente reperibili su youtube (niente in confronto a certe dichiarazioni che si leggono nella pagina Facebook So flawed and drunk and perfect still; cercatele, se vi interessa l’argomento). Si accenna soltanto al momento centrale della sua carriera: l’approdo agli studi di registrazione Abbey Road, di beatlesiana memoria, ovvero il sogno di una vita che si avvera! Fanatico di tecniche di registrazione per tutta la vita, l’episodio scivola via in pochi frame.
Il ritratto che ne esce è comunque vivido e a tratti commovente. Si soprassiede ai momenti più difficili di quell’esistenza: la presunta violenza subita da piccolo da parte del patrigno -che tanto spazio ha trovato nei testi delle canzoni-, gli ultimi anni di tossicodipendenza e di incapacità a reggere il palcoscenico (diversamente da quanto avveniva in precedenza). Giusta la collocazione ad inizio film della scomparsa del musicista, per non dare spazio a gossip e a curiosità morbose -che pure ci sono, non si può negare; soprattutto per le circostanze poco chiare in cui è avvenuta-. L’intento del regista, nonché di familiari e amici, ritengo che fosse -giustamente, a conti fatti- quello di traghettare verso il futuro la musica di Smith, più che descriverne la figura pubblica.
Consigliati il dvd, disponibile sul mercato a giorni, e la lettura della biografia ragionata e interpretazione dei testi Torment Saint: the life of Elliott Smith del prof. William Todd Schultz (solo in v.o.).
Paola Bianco