Mosche, muli, asine e cuori * parte prima (Fiver #36.2015)

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Un racconto in tre Fiver di Fabio
soggetto: Rebecca
colonna sonora: Dario

Parte prima: David Lynch in Donostia

Non lo so che cavolo ci faccio davanti alla porta di quel bar. Non so perché sono lì, né da dove vengo. In realtà ho solo un gran mal di testa e tanta voglia di bere.
Un lampo alle mie spalle e la vetrina diventa uno specchio: mi guarda dal vetro un tizio che non sono sicuro di essere io: un giubbotto di pelle nera, jeans a sigaretta e stivali. Neri. Cazzo, sono tutto nero. I capelli spettinati, mossi e crespi per l’umidità che sta gonfiando l’aria: tra poco arriverà un temporale.
Il vetro torna trasparente e dentro una distesa di scacchi bianchi e neri.
Altro lampo. Ho un borsone di cuoio sulla spalla. I capelli carichi di elettricità sono grigi ai lati. Mi vedo come un supereroe della Marvell. Ma chi diavolo sono?
Ancora un flash sulla strada buia. Due gocce grosse come uova mi cadono sulla spalla. Guardo la mia borsa di pelle scura e spingo la porta.
Sono nel locale.
Vuoto.

LA HELL GANG – Inside my Fall

Dal fondo sento salutare in una lingua che non conosco, mi avvicino al bancone dove un enorme uomo sta versando Mezcal in un bicchiere sudicio. Mi fa cenno col capo di sedermi e a me non sembra sia il caso di fare tante storie. Un cazzo di verme galleggia nel centro del bicchiere. Il gigante, gobbo dietro ad un bancone così piccolo che è impossibile che lui riesca a starci, spinge il bicchiere verso di me con la mano destra. Che non è una mano. Al posto della cazzo di mano ha un cazzo di polipo. Dei tentacoli. Cinque tentacoli come fossero dita che si muovono come tentacoli e sembrano andare dove vogliono quando lui non ordina loro di fare qualcosa.
Guardo la faccia dell’uomo con i tentacoli al posto delle dita e il verme non fa più così schifo.
Butto giù in un sorso verme, alcol bruciabudella e qualunque altra cosa contenga quel bicchiere sudicio. Occhi chiusi che non voglio vedere cosa mi sta cuocendo lo stomaco.
Mi si stringe la gola, si appanna la vista. Il gigante appoggia anche l’altra mano sul bancone. L’altra mano che non è una mano. Anche lì dei tentacoli. Mi fissa. Riesco a non tossire.
Sono solo nel bar, lampadari di piume tondi illuminano di un giallo fioco il bancone di marmo bianco. La base nera. Più in là ancora pavimento a scacchi e divanetti di pelle rossa, tavoli di velluto, rosso anch’esso. Rosso sangue. Quasi nero. Lampade dal paralume antico ed ingiallito su ogni tavolino.
Non tossire. Non lacrimare. Resisti.

THE GROWLERS – What It Is

Il polipo mi fissa negli occhi e allora mi accorgo che anche il cazzo di muso sa di mollusco: un naso solo accennato e dalla pelle del mento piccole escrescenze che da lontano potrebbero sembrare barba, ma da dove vedo io non lo sono.
Il polipo, senza dire niente, mi versa un altro intruglio con un altro stramaledetto verme nello stesso bicchiere, ora più sudicio di prima.
Distolgo lo sguardo dal movimento orribile di quelle dita/tentacoli e cazzo, «sono pure vegetariano», mi sento sussurrare. Non lo sapevo. E comunque, rimango convinto che non sia il caso di andare troppo per il sottile e protestare.
Il polipo dice qualcosa nella stessa lingua che non capisco di prima, o almeno sembra la stessa. Chiudo gli occhi e butto giù. Questa volta fa più male di prima e stringo gli occhi, stringo la gola, stringo il bicchiere, stringo anche il culo e lascio che le fiamme dell’inferno escano dai denti stretti in un ghigno di dolore che spero il gigante non stia guardando.

FAT WHITE FAMILY – Auto Neutron

Riapro gli occhi, un girotondo di luci e sono di nuovo al bancone. Mi sento leggero, galleggio sopra il poggiaculo sotto di me. Il barista si è spostato di mezzo metro alla mia sinistra. Mi giro e, cristo, allo sgabello di fianco c’è seduta una rossa che neanche a disegnarla, anzi, solo a disegnarla: Jessica Rabbit mi sorride da mezzo metro, appoggiata con le braccia sottili al bancone. O, almeno, sarebbe Jessica Rabbit se fossimo in quel cazzo di film con il coniglio sempre strafatto di speed e i suoi amici acidi.
Di fianco a lei un ciccione uguale ad Eddie Valiant, per restare in tema. I piedi a ciondolare dallo sgabello. In una mano stringe un sigaro più grande della sua faccia e con l’altra liscia la coscia nuda di Jessica lasciandole, ad ogni passaggio, pesanti autostrade rosse con il suo anello d’oro.
Forse siamo davvero in quel cazzo di film.
«Vado a pisciare bambina», gli sento dire mentre le da una pacca sul culo: «vedi di non fare la puttanella, eh?!» e scende tenendosi al tondo di vinile come se stesse scalando una parete di roccia. Ride gorgogliando mentre cammina storto verso il cesso.

KING GIZZARD – I’m in your mind

Lei si volta verso di me. Mi fissa e mi sorride: «hai d’accendere straniero?» e infila fra due labbra che neanche in un sogno una lunga sigaretta sottile. Il filtro subito macchiato dal rossetto di un rosso fuoco come il vestito da sera. Come le scarpe col tacco a stiletto. Il muro alle sue spalle è di mille colori rossoviolabluacido qualcuno sta facendo le proiezioni o io sono strafatto ma soprattutto continuo a non sapere dove sono e soprattutto. Chi. Cazzo. Sono.
Sul palco una band indemoniata suona -chissà da quanto stanno suonando?- e sotto gente che poga e poga e poga e poga e hanno facce di coniglio e gatto e cazzo sono dei conigli, dei gatti, no un cane, un isterico cane che si chiama Bill, lo so, non so perché lo so ma Bill morde tutti e tutti sanguinano e continuano a pogare.
Il barista guarda tutta la scena con l’aria del killer a pagamento che sta aspettando di trovarsi solo col suo appuntamento. Io tiro fuori l’accendino che non sapevo di avere in tasca – fumo? – e lo avvicino alla punta della sigaretta. Non dico nulla, cerco di non far tremare la mano e prego che il nano del cazzo non esca ora dal bagno.
Non si chiama Jessica, si chiama Goldie, o almeno così si fa chiamare.
Ha un accento russo da far paura, ingoia qualsiasi coniugazione e insieme a quelle litri di vodka come acqua naturale. Ordina al polipo altra vodka e un bicchiere in più. Prego che non esca dal cesso quel cazzo di. Lei versa. Butto giù. Non posso non buttare giù. Non posso non fissarla. Mi parla così vicina alle labbra che sento l’odore del suo rossetto, mischiato alla vodka, che posso sfiorare la sua bocca se solo provo ad aprire la mia. Parla attaccata alle mie labbra, così vicino che riesco a sentire il suo alito caldo carico di alcol.

Non so di cosa parla la rossa perché mi guarda e io la guardo e con gli occhi ci diciamo quello che vogliamo fare l’uno all’altra. Nei dettagli. Il polipo si avvicina al banco ma non me ne frega più un cazzo: altre due vodke e quelle labbra e niente ha più importanza.
La porta del bagno sbatte e il nano esce dal cesso alzando la patta dei pantaloni. Ci voltiamo verso di lui che si sciacqua le mani in un silenzio irreale. Il palco è vuoto. Buio. La pista deserta. Un uomo con chele da granchio passa uno straccio inutile su macchie di sangue che colorano il pavimento. Il nano tossisce ancora e si volta verso di noi: adesso è Danny De Vito in Batman, il Pinguino.
Cazzo, è cambiato mentre era in bagno, com’è possibile che non se ne sia accorto nessuno? Cerco una risposta negli occhi del polipo a cui, nel frattempo, sono cresciute le escrescenze sotto al mento che ora sembrano una barba a treccine da bassista crossover del cazzo.
Goldie butta giù in un sorso l’ennesima vodka. Danny si siede senza sforzo sullo sgabello da bancone e mi guarda come ti può guardare uno che non sai se ti sta minacciando di morte o se ti sta invitando a farti un giro sulla sua fuoriserie, giusto per fartela volere ancora di più, mentre sai che la può avere solo lui.
Goldie ci presenta. Non si chiama Danny né Eddie ma Esteban. Esteban viene da Donostia. Non so neanche cos’è. Donostia. Goldie si accende una sigaretta guardano Esteban con aria schifata.
Steb, come lo chiama lei, mi ha letto in faccia tutto quello che penso della sua donna e appoggia un pezzo da cento sul bancone gridando, in una lingua che non conosco, che paga da bere a tutto il locale.
«Grazie al cazzo» mi sento sussurrare: «non c’è un cazzo di nessuno in questa topaia merdosa». Mentre mi esce dalla gola tutto questo cerco di trattenerlo, di ributtarlo giù. Ma esce. Per fortuna ad un volume che nemmeno io riesco a sentire. Eppure Goldie ride sguaiata, forse per qualcos’altro, non può aver sentito e poi parla quella cristo di lingua che non capisco. Steb offre da bere a tutti. Tutti, chi? Io ho in tasca solo qualche moneta: non ci comprerei Goldie neanche se facesse cento chili in più e se al posto di quelle due labbra da impazzire avesse due fili d’erba secca.

*grazie a Giulia Conforto

Advice for the young at heart (Fiver #35.2015)

Car Set Headrest

Car Set Headrest

Ho sempre pensato che bisognerebbe lasciare che a scrivere di musica fossero i musicisti.
Non della loro musica, naturalmente. Ma della musica che ascoltano abitualmente, per esempio. Oppure delle novità che escono sul mercato. L’ego di chi scrive di musica è smisurato, talmente insopportabile che diventa davvero complicato leggere la stampa musicale senza che venga voglia di far volare la rivista fuori dalla finestra.
I musicisti quando scrivono della musica degli altri hanno un vantaggio enorme: il loro ego lo soddisfano già con la produzione artistica e spesso ci si ritrova tra le mani opinioni, critica costruttiva ed indicazioni che diventano un piccolo bene prezioso. Niente a che vedere con piccoli tecnicismi da studio, accordatura di chitarre e menate da studio di registrazione, che lasciamo naturalmente a chi di dovere, e niente a che vedere naturalmente con le liti da piccole comari da social network che ci toccano in sorte a giorni alterni in esclusiva tricolore.
Penso ad un sito come The Talkhouse (www.thetalkhouse.com) -Musicians Talks About Music- semplicemente una delle migliori letture che possano capitare. Un pezzo come quello firmato da Lou Reed (una delle ultime cose che ha prodotto prima di morire) a proposito di Kanye West, per esempio, è destinato ad essere ricordato più di qualsiasi recensione pubblicata da Pitchfork. La mia predilezione per i musicisti “scrittori” parte da lontano, comunque: amavo in particolare i numeri di fine anno del NME e Melody Maker, quelli doppi, che davano sfogo a qualsiasi classifica possibile. Roba che i nerd dell’epoca ricordano a memoria ad anni di distanza. Non potrò mai scordare l’incazzatura per il secondo posto di Sinead O’Connor a discapito del dodicesimo dei Sonic Youth tra i migliori album del1990. Un affronto insopportabile, mi pareva all’epoca. Quei numeri del NME, tra le altre cose, contenevano pure le classifiche con i top dell’anno compilate da una serie di musicisti ospiti. Mi sembravano sempre più attendibili di quelle delle riviste stesse per qualche ragione. E se c’era, per dire, il Thurston Moore di turno che spendeva qualche parola a proposito di una qualsiasi band finiva in poco tempo e in qualche modo tra i miei ascolti.
Il meccanismo in qualche modo è rimasto simile. Il NME ormai lo regalano e non ne prendo in mano una copia da qualche anno. In compenso basta collegarsi in rete e qualcuno, magari sulla propria pagina facebook, è ancora capace di raccontarci il proprio entusiasmo di musicista per una volta dall’altra parte della barricata. Già di per sé utilizzare una pagina su di un social network in maniera appena più creativa è una cosa buona e giusta. Farlo mettendo in primo piano le emozioni che provoca l’ascolto di un collega e magari spiegarne anche le ragioni fa guadagnare ai miei occhi stima e graditudine. Se avete una band, magari, fateci sapere cosa ascoltate, cosa vi ha emozionato, perché avete deciso di imbracciare una chitarra. Sopporteremo con un altro animo anche i link ai vostri nuovi video, alle nuove date del tour e alle imperdibili interviste con l’ultima fanzine di grido, statene certi.

JULIAN COPE – Head Hang Low

In early 1984 just around the time we were forming Primal Scream “World Shut Your Mouth” by Julian Cope had just been released. That record was a huge inspiration to us. It still is. We listened to it all the time. This beautiful album has just been re-issued by Caroline International on double CD with “B” sides + John Peel & David Jenson session tracks . This is one of our favourite songs from the album “ Head Hang Low “. We hope you enjoy it. (Primal Scream – Facebook)
Queste le parole di Bobbie Gillespie dei Primal Scream. Un consiglio che mi sento di condividere. Julian Cope se vogliamo è inoltre uno dei migliori esempi di musicisti che si sono prestati con profitto alla scrittura in ambito musicale. Indimenticabile il suo saggio sul kraut-rock, Krautrocksampler, per esempio. Bizzarro ma gradevole anche il più recente Uno tre uno. Viaggio hooligan gnostico sulle strade della Sardegna e del tempo disponibile anche in italiano in una traduzione che rende giustizia all’originale, una volta tanto.
Dire che World Shut Your Mouth sia un disco indispensabile in ogni discografia che si rispetti è scontato, a questo punto.

THE GOTOBEDS – Wasted on Youth

Pavement The Rock Band’s Song of the Week is…..(Pavement the rock band è il profilo gestito direttamente dai componenti della band, non propriamente quello ufficiale – Facebook)
Una sorta di fiver settimanale, quello che curano i Pavement nella loro paginetta. Consigli semplici semplici, come in questo caso, che si alternano a vecchie foto, cazzeggio vario. Roba insomma che esce una nuova doppia (inutile, per certi versi) raccolta e manco te ne accorgi perchè troppo impegnati a raccomandarti gente come i The Gotobeds. Che hanno pubblicato un disco passato ingiustamente sotto silenzio. Intanto hanno firmato per Matador e rischieranno di fare un bel botto. Ricordatevi degli amici che ne hanno parlato per primi…..

LITTLER – Somewhere Else

Littler are sooooo good omg….new records gonna be v v great

can’t wait to play with them…..(Ought – Facebook)
Gli Ought sono il mio nuovo gruppo preferito. Il disco nuovo è il mio disco dell’anno. Quello che scrivono, fossero pure poche righe ubriache su un social network, lo piglio dannatamente sul serio. A scatola chiusa. Poi clicco su play e mi si apre un mondo nuovo, davvero. E questa piccola canzone va a finire in loop nei miei ascolti compulsivi. Pezzo fantastico.

SUN RA – Somebody’s in Love

Nobody created his own world more perfectly than Sun Ra. On hearing those singles, as much as you thought one knew about the breadth of jazz there’s this space age vocalist doing these insane r & b songs about Batman and doo wop Christmas songs. Sun Ra can, and did, just do anything and managed to keep this band together over such a period of time with so little support from the world. Super human. We saw the Arkestra playing at one of our Hanukkah shows in December and it was incredible. Always incredible. (Ira Kaplan – Yo La Tengo – The Quietus)
Poi ci sono i musicisti a cui non servono le parole, i social network, per pagare tributi. Lo fanno direttamente suonando. Gli Yo La Tengo hanno appena pubblicato il secondo album di cover (ok, non solo cover) della loro sterminata discografia. Somebody’s In Love di Sun Ra chiude i giochi e manda tutti a casa, letteralmente. Ecco, Sun Ra, quando poi ci si finisce dentro non se ne esce più fuori. Sappiatelo prima di avventurarvi, ma fatelo.

CAR SEAT HEADREST – Something Soon

Questa ultima la tengo per me. Non c’entrano musicisti che scrivono di musica. Non ci sono tributi da pagare. C’è semplicemente la magia della musica. Si scopre un giorno che Will Toledo, il ragazzino occhialuto che si cela dietro la sigla Car Seat Headrest, ha già pubblicato una roba come 11 album su bandcamp. Che non sono tanto buoni, come dice lui. Intanto però si trovano canzoni come questa che a me ricorda i primi Flaming Lips ma anche gli Sparklehorse. Da tutto quel materiale la Matador ha tirato fuori una decina di canzoni che andranno a comporre il vero primo album del gruppo e che pubblicherà a breve. Mi sono preso la briga di andarmele a cercare, quelle canzoni. Come detto sono già disponibili su bandcamp e anche su spotify. Personalmente sono rimasto incollato allo stereo, un po’ incredulo di quanto ascoltavo. Tanta tanta bellezza, tutta in una volta, roba da far girare la testa.
CESARE LORENZI

The Last Days Of Summer (Fiver # 34.2015)

violent femmes

Violent Femmes


Continuo a pensare che ognuno di noi dovrebbe scrivere una sorta di proprio diario musicale.
Un diario pieno di vinili scartati e presi tra le mani per la prima volta, di concerti visti, di pazzie fatte per raggiungere determinate location e aneddoti infiniti che ci legano intorno a quel filo conduttore che chiamiamo musica.
Un capitolo più intimo potrebbe essere dedicato alla nostra formazione, per approfondire come sono nati i nostri gusti, le corde emotive toccate che ci hanno unito ad un mondo e forse diviso da un altro. E ancora soffermarsi sulle persone e sulle occasioni che probabilmente hanno forgiato per sempre le nostre passioni.
Un altro capitolo di questi ipotetici diari potrebbe essere speso per i luoghi.
Mi è capitato di ripensare a queste considerazioni poche settimane fa . L’occasione assolutamente fortuita è stata l’avere incrociato su un sentiero di alta montagna un ragazzino di non più di 16 anni in camminata solitaria e intento ad ascoltare musica in cuffia (che ahimè non sono riuscito a percepire nel breve incontro, ma mi piace pensare che ascoltasse gli Smiths per rendere queste mie righe più epiche).
Gli elementi di mio riconoscimento in quel ragazzo c’erano tutti : pallore epocale in viso, maglietta trasandata (nel suo caso quella dei Ramones), cuffie, sentiero in solitaria.
E così dopo anni che questa immagine non mi tornava in mente , mi sono ricordato di tutte le estati a metà/fine anni ’80 passate in vacanza in montagna con i miei genitori (Dio li abbia in gloria).
Portare un adolescente in borghi trentini senza altri amici può essere gesto delittuoso ma ricordo che alla fine le estati passavano piuttosto serene e che uno dei motivi principali del benessere era rappresentato dalla musica che mi accompagnava in quei giorni e la preparazione del tutto.
La preparazione delle compilation estive era una sorta di rito da rispettare con religiosità estrema.
Era il momento del walkman e le cassette dovevano essere rigorosamente di non più di 60 minuti. La scelta di una cassetta da 90’ (o addirittura 120’) aumentava in maniera esponenziale il rischio di sfilacciamento del nastro che potevi sì salvare con maestria grazie alla sapiente rotazione di una penna bic, ma il probabile danneggiamento del nastro avrebbe avvicinato la voce di Ian McCulloch a quella dei Muppets, con effetti nefasti sul brano così amato.
Anyway, il sottoscritto preparava solitamente 2 cassette. In una erano contenuti i “must” i pezzi preferiti del momento. Nell’altra quei brani che potevano diventarlo.
Poi il luogo ed il momento (l’estate) facevano il resto.
E così un brano semplice e fino a quel momento sottovalutato come Driver 8 dei REM diventava uno dei motivi principali per svegliarsi il giorno dopo. Oppure la voce di David Sylvian ascoltata in cuffia camminando in un bosco poteva metterti in condizioni tali da pensare che se tutto fosse finito in quel momento…andava poi bene anche così.
Pensando ai “miei” 5 pezzi di questa estate mi accorgo invece che l’introspezione della mia adolescenza ha fatto sempre più posto allo “snap” delle dita.

Ecco quindi i 5 pezzi che più mi hanno accompagnato in questa estate 2015
Estate che da oggi andiamo a riporre nella scatola dei ricordi.

COLLEEN GREEN – Whatever I Want

Nel già citato diario ognuno di noi dovrebbe anche fare una lista delle proprie canzoni pop che toccano o sfiorano la perfezione. Probabilmente scopriremmo che è spesso la semplicità a farla da padrone. Colleen Green a mio avviso scrive delle canzoni pop meravigliose e sono quasi certo che nemmeno lei lo sappia. Whatever I Want scorre in una maniera così piacevole da desiderare che il calendario si fissi per sempre sul mese di giugno

I’M FROM BARCELONA – Sirens

Ci sono dei pezzi che ci accompagnano durante l’estate e ci sono delle band che SONO l’estate.
Nel mio mondo immaginario ottimale droghe e antidepressivi non esisterebbero e sarebbero sostituiti dai concerti coatti.
Se sei in un periodo di merda il dottore dovrebbe importi di andare all’Hana Bi durante l’estate ad assistere ad un live di I’m from Barcelona. L’effetto euforico durerebbe almeno 3 mesi e poi torni dal medico che ti prescrive i Cloud Nothings oppure di andare a vedere un film con Bill Murray. Questo sarebbe il mio mondo ideale.
Growing up is for trees non raggiunge le vette dei precedenti lavori, ma alcuni brani tra cui Sirens ti fanno ripensare al fatto che con questo gruppo hai passato tra le serate estive più piacevoli degli ultimi anni.

VIOLENT FEMMES – Love Love Love Love Love

Della mia passione legata ai Violent Femmes avevo già scritto su queste pagine la scorsa primavera. Mi ha stupito che si sia parlato poco del loro ritorno sulla scena con 4 brani inediti dopo 15 anni. Anche perché a mio avviso i 4 brani sono uno più godevole dell’altro. Tra tutti scelgo Love Love Love Love Love …riportato e cantato 5 volte , senza virgole. Ognuno può darci il proprio significato. Un testo semplice da stampare e impararsi a memoria e mentre senti cantare Gordon Gano ti tornano in mente anche Jonathan Richman e Daniel Johnston e tutti coloro che hanno deciso di prendere un po’ della nostra pazzia e aiutarci facendola propria.

MODEST MOUSE – Lampshades on Fire

Non ho mai avuto esperienze da dj anche se non nascondo che mi piacerebbe presentarmi in una location sconosciuta con la mia playlist per capire le eventuali reazioni. Quest’estate avrei aperto forse con questo pezzo dei Modest Mouse che sul sottoscritto ha avuto effetti devastanti, ritrovandomi a saltare all’impazzata nonostante l’età sia più consona a quella di una partita di curling.
Sul “Push Push Push Push Push” sbraitato da Isaac Brock nell’ultima strofa, realizzi con assoluta certezza che potresti stoppare anche Pau Gasol al campetto.

THE TALLEST MAN ON EARTH – Singers

Non posso fuggire dalla mia anima folk, quando ci provo dopo poco tempo viene a reclamarmi.
Ogni volta è così. L’ultimo lavoro di Kristian Matsson forse non è molto consono alle pagine di SG
ma mi riporta ancora una volta a pensare che la musica è una cosa complicatamente molto semplice
e che bastano una chitarra e 3 accordi e sei di nuovo su quel sentiero di montagna ..e sono passati 5 minuti e non 30 anni.

Massimo Sterpi

Tuttodunfiato (Fiver #33.2015)

Ezra Furman

Ezra Furman


A Berlino faceva freddo anche se c’era il sole ma si andava sugli autoscontri ubriachi anche se era solo pomeriggio e tra un po’ c’era da spostarsi a Kreuzberg al Madame Claude dove suonano i Sick Sad World che nessuno di noi sa chi sono ma Dario dice che spaccano e se Dario dice che spaccano bisogna andare a sentirli

K girava su se stessa sempre la stessa curva come una spirale forse troppa erba troppo pesa ma rideva e rideva e i suoi capelli biondi sembravano come in un tornado attorno al suo sorriso e rideva e rideva nessun pensiero perché non c’erano pensieri da pensare ma solo risate da ridere e lei in testa aveva ancora tutto quel viaggio acido di Jambox che Dario le aveva così rotto le scatole la mattina perché voleva fargliela sentire e dovevano per forza fumare mentre il pezzo andava su bandcamp nella cassa che rimbombava appoggiata al pavimento di legno tarlato proprio bisognava sentire quella canzone mentre lei voleva solo fare l’amore ancora una volta sul materasso buttato sopra il parquet della casa di Luce

le macchinette impazzite come schegge volteggiavano facendo slalom fra ragazzini e padri col figlio piccolo che ridevano il berrettino e il marsupio e la pancetta che noi non saremmo mai diventati come loro e noi giravamo e giravamo e giravamo su noi stessi e adesso si dava tutti la caccia a Luce che cercava di evitarci e cavolo se ci sapeva fare al volante altro che una donna che sicuro non sei un asso al volante era proprio una scheggia che neanche Senna che mio fratello più grande mi faceva una testa così che era uno veramente tosto e lei andava e all’ultimo curvava e riusciva proprio ad evitarci tutti io Dario e K che forse quel weekend a casa di Luce eravamo proprio innamorati forse per davvero quando ballavamo Ezra Furman in casa bevevamo gin tossico del Lidl e ridevamo così forte che il vicino Gunter coi suoi due pitbull al guinzaglio e i tatuaggi brutti veniva a bussare e noi facevamo finta di essere a dormire.

c’era il sole e Dario correva abbracciato a K ed erano troppo ridicoli così lunghi e magri e che non potevano stare in piedi perché era già troppa la birra anche se il sole era ancora alto ma non scaldava e ci scaldavamo con l’estate di Mars Water e io volevo assolutamente vincere quel peluche gigante quello più brutto quel cane che sembrava Snoopy ma con le orecchie corte che ci faceva impazzire dal ridere quel cane erano otto colpi a centro su dieci e io ce la potevo fare anche con la bottiglia di Berliner Pilsner nella sinistra e la pistola ad aria nella destra e sparavo e ridevo mentre K scappava e Dario come sempre era per terra si era inciampato e lei tornava in dietro e lo tirava su e lo baciava come solo chi si ama per un momento solo si sa baciare.

e Luce aveva i capelli come la tipa del video di Alex G che le avevo mostrato in autogrill nel telefono mentre andavamo di notte verso casa sua che lei tornava allo studio grafico a Prenzlauer Berg dopo quasi tutto agosto assieme ci eravamo trovati in spiaggia a bere spritz e vedere tutti i concerti all’Hana-bi e dove sei stata tutto questo tempo e come è possibile che non ci siamo mai visti al Covo e sapevo che lei tornava su e che l’inverno su è lungo e freddo e anche a Bologna e chissà cosa succede quando fuori piove e ti viene un po’ di freddo nella pancia ma non volevo pensarci e mentre l’accompagnavamo tutti assieme le avevo fatto vedere quel video e lei era bella come la tipa coi capelli come i suoi e io volevo vincere quel cane di peluche per ridere ancora di più con lei e volevo che quel pomeriggio alle giostre che forse era solo un sogno perché avevamo visto lo Spreepark non diventasse mai sera e chissà che viaggio mi stavo facendo forse anche quello di amarla di essere amato davvero ma intanto volevo solo vincere quel cagnone a pois mentre Dario e K si baciavano e tutto andava bene così

FABIO RODDA

Home of the Brave (Fiver #32.2015)

The Smudjas

The Smudjas

Termina un’estate tutto sommato densa di avvenimenti. Uno in particolare mi ha colpito e, anche a distanza ormai di un paio di mesi, mi ha riportato alla memoria avvenimenti passati che, come spesso mi accade, si sono concatenati in maniera inaspettata.
Ricordo con sufficiente precisione, nonostante il trascorrere degli anni, un curioso alterco a cui ebbi l’occasione di assistere su uno stipato autobus bolognese. Una donna elegante ed ingioiellata osservava con crescente disappunto una ragazza che, visibilmente alticcia, discuteva animatamente, con un marcato accento centro/meridionale, con una sua amica senza però arrecare alcun disturbo ai compagni di viaggio tanto che ne avevo a malapena registrato la presenza (anche se, con la maglietta dei Fugazi che indossava, aveva inconsciamente incassato immediatamente la mia simpatia).
A un certo punto, considerata evidentemente superata la propria soglia di tolleranza che, immagino, non dovesse essere particolarmente alta, la “signora” apostrofava la ragazza con parole che, a distanza di anni (il tutto avveniva a fine anni 80, direi) non so ripetere fedelmente, ma che suonavano più o meno così: “vergogna voi studenti di fuori città che portate il degrado nella nostra bella città”. La ragazza si voltava, e contro ogni previsione, cominciava con tono fermo e risoluto, sebbene sempre più stizzito, ad apostrofare la signora con frasi di una lucidità e brillantezza insospettabili, sino a quel momento, data l’ evidente condizione alcolica. A quel punto la cosa si fece interessante e richiamò definitivamente la mia attenzione. La sua risposta recitava, più o meno, “ma di cosa vi lamentate voi borghesotti, questa città sarebbe una città fantasma senza noi fuori sede che riempiamo le vostre piazze, le vostre botteghe, i vostri locali, i vostri appartamenti pagando centinaia di migliaia di lire per posti letto non fumatori/settimana corta… cara signora (qui forse sto ingentilendo il ricordo) se c’è qualcuno che si deve vergognare quella è lei”.
Premesso che da un punto di vista culturale la città è decisamente migliorata rispetto agli anni della mia giovinezza grazie allo spirito di iniziativa di alcuni (fuori sede e non) ragazzi dotati di fuoco, pazienza e cervello, mi capita, ahimè per motivi indipendenti dalla mia volontà, di venire a contatto con alcuni membri della popolazione cittadina che ancora, a distanza di anni, la pensano nella stessa maniera.
Questo piccolo battibecco mi è tornato alla mente quando, poche settimane fa, mi sono ritrovato su un terrazzo a poche decina di metri da casa mia dove un centinaio di ragazzi felicemente stipati si sono goduti, senza eccessi ed in totale armonia, tre gruppi invitati a suonare in barba a cervellotici regolamenti comunali da dei “temibili” studenti. Rumoroso kraut rock, performers situazionisti, garage. Birra a fiumi, un pentolone di pasta e prevedibile tirata d’orecchie da parte della municipale. Il tutto chiuso nell’accettabilissimo orario delle 2130.
L’incoscienza dei vent’anni, certo, ma anche una passione tangibile e la voglia di “fare”. Se questo non è DIY non so più cosa sia.
Degrado? Non so se la ragazza di cui sopra, a distanza di anni, ora sia una ingioiellata professionista o una coscienziosa attivista ma mi piace pensare che se mia figlia fra qualche anno mi dicesse di aver organizzato una serata del genere, piuttosto che un’apericena o un “evento” a base di balli latini, l’abbraccerei inorgoglito.

P.S. Per la cronaca, la serata era “organizzata” da No Hope Fanzine e i gruppi che hanno suonato erano Holiday Inn, Sugar Pigs e Rijgs . Fatevi un piacere e cercateli. Ne vale veramente la pena.

Blank Realm – River Of Longing

Già conquistati dal precedente Grassed Inn tornano da Brisbane i Blank Realm. L’altra faccia dell’Australia. Se i Tame Impala sono stati maledettamente attenti a fare un disco che potesse piacere a tutti i Blank Realm hanno semplicemente fatto il disco che volevano loro. Molto vario e sempre su grandi livelli. New Wave, ad esempio, in quantità industriale con tanto di intro alla Killing An Arab in questa traccia. Come un Robert Smith ventenne Aussie. Semplicemente irresistibile.

The Smudjas – Weapons

Terzetto di base a Milano. Avvistate proprio in questi giorni al riuscitissimo Borderline – Meeting delle etichette indipendenti dove hanno suscitato un’eccellente impressione. Piedi ben piantati nei 90 ma sguardo “emozionale” dritto all’orizzonte unitamente a una tecnica veramente notevole. Un support slot di prestigio agli Ought. Ci aspettiamo grandi cose.

Day Wave – Drag

Day Wave è essenzialmente Jackson Phillips da Oakland. Le note di Drag, leggere come dei Real Estate da cameretta, si disperdono negli ultimi raggi di sole. Fresca malinconia perfetta per queste ultime giornate estive quando il vento si raffredda e ti caccia dalla spiaggia a metà pomeriggio.

Beach Slang – Filthy Luck

Corrono forte i Beach Slang. Piccolo supergruppo pop punk con base in Pennsylvania. Diverse esperienze all’attivo (Weston quella più nota). Filthy Luck porta alla mente i No age più pop o i Japandroids nei loro momenti migliori. Un album in uscita e una data al Freakout a febbraio. Ci saremo.

Expert Alterations – A Bell

Amore a prima vista per i ragazzi di Baltimora. Chitarre che piovono sotto un cielo color Pastello e una ragazza di nome Sarah che bussa timidamente alla porta per reclamare il suo Wedding Present. Un album in uscita a fine ottobre. Thank God summer is over.

Massimiliano Bucchieri