The Sound Of Silence (Fiver #41.2015)

Lionlimb

Lionlimb


Ci sono momenti dove l’unica arma è il silenzio. Ne sono assolutamente convinto: si parlasse (o scrivesse) un po’ di meno le cose migliorerebbero un poco. Limitarsi all’essenziale, aprire la bocca quando siamo davvero convinti di poter dire qualcosa che sia in qualche modo utile (e forse questo non è proprio un esempio illuminante in tal senso, ma vabbè).
Non mi riferisco all’arte della conversazione che è una faccenda che ha le sue regole, i suoi tempi e i suoi ritmi. Ma al fatto che tutti sembrano sentirsi obbligati ad esternare la propria opinione su qualsiasi avvenimento, importante o meno, che occupa le cronache delle nostre vite.
Vedo gente che ha opinioni su tutto: l’ultimo tour dei Refused, Jovanotti, la guerra in Ucraina, la Palestina, le vaccinazioni obbligatorie, il governo Renzi, l’assessorato alla cultura di Bologna.
Amo le persone consapevoli, capaci di avere opinioni articolate su argomenti differenti, per carità. Ma qui si tratta di sparare a cazzo piccole sentenze da social network che danno il via, immancabilmente, a risse da cortile che non superano la durata delle 12 ore di vita. Roba da rimpiangere il vecchio bar sport di una volta.
Hello, darkness, my old friend. I’ve come to talk with you again….
Qualcuno che mi sta vicino, molto vicino, mi rimprovera di essere un “orso”. Ammetto che alla fine mi sono affezionato a questa immagine e un po’ finisco per giocarci sopra. Ma la realtà è che in questo momento l’unico argomento che davvero mi interessa è il 3-3-3-1 di Bielsa. Per chi non lo sapesse, Bielsa è un allenatore di calcio argentino. Fuori dagli schemi non solo calcistici. Un altro che m’immagino non esternerebbe qualsiasi pensiero gli passi per la testa in ogni momento.
I miei silenzi sono roba importante, da tenere in grande considerazione, cerco di spiegare a quei pochi che nonostante tutto mi gravitano attorno. Cerco di rispiarmargli qualche banalità assortita, insomma. A meno che non mi facciate parlare di Bielsa o di qualche nuovo disco in circolazione potrei davvero non aver nulla da dire.
Ten thousand people, maybe more. People talking without speaking, people hearing without listening. People writing songs that voices never shared, no one dared, disturb the sound of silence….

JAMES BLAKE – The Sound of Silence

DRÅPE – My Friend The Scientists

Non è che si chieda l’impossibile, alla fin fine. Mi piace la musica e sono di bocca buona, neppure troppo esigente. Ma quando capita di ascoltare canzoni che davvero si elevano dalla marea della mediocrità imperante mi viene il dubbio che spendo troppe ore ad ascoltare roba che non meriterebbe nemmeno un minuto del mio tempo. I Tame Impala non rientrano nella categoria, evidentemente e dico loro perchè gli ambiti sonori e di immaginario sono relativamente simili a questi Dråpe. Nonostante l’Australia ed Oslo stiano esattamente agli antipodi. Ci fosse stata una canzone come questa, nel loro ossannatissimo ultimo album, forse, e dico forse, non li avrei liquidati dopo i canonici due-tre ascolti di rito. Uno di quei brani che ti inchiodano, che ti fanno pigiare il tasto play in continuazione, riconoscibile immediatamente dopo il primo ascolto come si conviene alle grandi canzoni. Poi, vedete voi, al solito….

FRANKIE COSMOS – Sand

Mi piacciono le canzoni pop fatte in casa. Mi piace quando si esprime candore, semplicità, ingenuità. Mi continua a piacere anche quando la semplicità sconfina nella semplicioneria.
La Sarah Records è una delle mie etichette preferite in assoluto. Mi piacciono le canzoni che non superano il minuto di durata. Frankie Cosmos non può che essere una delle mie bands, insomma.

THE GOON SAX – Sometimes Accidentally

Non c’è niente di meglio che scovare una canzone che parli della tua vita. Quando va in circolo una connessione che ti fa ritrovare un briciolo di te stesso in una canzone è il momento in cui l’arte ti salva, metaforicamente, la vita. Magari poi è una piccolezza, vista da lontano, ma poco importa. In quell’istante è come se tutto tornasse a posto, come se alla fine trovassi comunque il tuo piccolo angolo di mondo.
I don’t care about much
But I definetly, sometimes care about you
Ecco, quel sometimes fa la differenza. Quante volte l’ho cantata questa canzone, senza mai averla ascoltata prima.
Per quelli interessati alla cronaca: The Goon Sax è un trio australiano, il cantante è il figlio di Robert Forster (Go Betweens), l’album di debutto uscirà nei primi mesi del 2016. Il recente disco solista di Robert Forster è un gioiello, by the way.

LIONLIMB – Bored Today

Stewart Bronaugh solitamente accompagna Angel Olsen in giro per il mondo, suonando la chitarra dal vivo. Non sappiamo ancora per quanto, però. Quello che ha messo in piedi, una piccola band fatta in casa (Nashville), promette di portargli via il poco, presumiamo, tempo disponibile. Si finirà per parlarne, ne siamo sicuri. Anche considerando che l’indie-rock virato anni settanta ha ultimamente riscosso i favori del grande pubblico, vedi il successo di band come War On Drugs. La canzone in questione piace perchè non ha timore di affrontare suoni che avrebbero bisogno di una grande produzione e lo fa nonostante i mezzi siano quelli di un gruppo che registra in cantina. Dei settanta rimane il sentore, insomma. Ma alla fin fine ci rimane tra le mani un piccolo gioiello pop, una di quelle canzoni da riascoltare potenzialmente all’infinito.

CESARE LORENZI

BURN BABY BURN / DEATH OF A MAGAZINES READER (Fiver #40.2015)

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Ultimamente mi sento un po’ come Guy Montag. Il protagonista di Farenheit 451 di Ray Bradbury. Il pompiere che rintracciava chi si macchiava del “reato di lettura” e distruggeva col fuoco libri e volumi. «Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia».
Solo che lui alla fine della storia si riabilitava.
Per certi versi mi sembra di aver seguito un percorso inverso. Ho amato la carta stampata. Ho ancora pile di giornali in cantina. Rockerilla, Rumore, Select, Fare Musica, Uncut, Melody Maker, Sounds, New Musical Express…
C’è stata un’epoca, che ora sembra lontanissima, nella quale il mercoledì, uscito dal lavoro, mi precipitavo alla stazione per recuperare il nuovo numero di Melody Maker (il mio preferito perchè ci scriveva Everett True) o del New Musical Express (troppo legato alla musica britannica ma andava più che bene). “Nuovo” per modo di dire, c’era uno scollamento di 10 giorni buoni tra l’uscita britannica e l’approdo nelle nostre edicole ma per la fame di notizie ed anteprime che mi divorava era un appuntamento imprescindibile.
Ci pensavo ieri sera mentre assistevo alla devastante esibizione degli irlandesi Girl Band. Un gruppo del quale ho sentito parlare per la prima volta sfogliando velocissimamente una versione digitale dell’ NME tanto da segnalarli in un Fiver di qualche mese fa.
Versione digitale, brrr. Carta stampata e versione digitale. Olio e acqua. Zucchero e sale. Due cose incompatibili, che non stanno bene insieme, per quanto mi riguarda. Dopo più di due decenni di acquisti cartacei quest’anno ho provato a sottoscrivere un abbonamento digitale al mio amato Rumore. Avrò letto un paio di pagine a numero. Sorpassato ineluttabilmente dall’attualità di un post su Facebook di pochi minuti prima. Si ma vuoi mettere l’approfondimento, l’autorevolezza di una firma?… Si tutto vero ma molto semplicemente non ho tempo e se ne ho preferisco destinarlo ad altro, di immediata fruizione.
Colpa mia perciò. Impreparato, seppur un po’ di esperienza o vogliamo chiamarla gratitudine, dovrei averla per non affondare miseramente di fronte al tremendo impatto della “rivoluzione digitale”.
I Girl Band, dicevamo. Un muro di suono, un performer assolutamente degno di nota. Io, in un angolo a fotografare e a ripostare per incassare il gradimento di amici che in buona parte sono nella stessa sala (!) o su Instagram dove la mia modesta foto, giustamente, probabilmente non se la cagherà nessuno.
Colpa anche mia perciò se Nme chiude e riappare in una versione free soffocata dalla pubblicità e praticamente illeggibile. Semplicemente muore. Da tramite politico/generazionale con la “nostra” musica a vuoto contenitore da consumo frettoloso su una metropolitana o su un treno (sperando che non ci sia una connessione funzionante, come argomenta argutamente Noisey, altrimenti neanche quello).
Non c’è molto da fare. Come interpretare l’acquisto di Pitchfork da parte di Condè Nast, il colosso editoriale che pubblica Vanity Fair, per dirne una? Una positiva inversione di tendenza? Il principio della fine della testata digitale di Chicago? Propendo più per la seconda ipotesi.
Confesso le mie colpe. Sono ormai macchiato del “reato di non lettura”.
Forse un giorno, come Montag, mi riabiliterò.
Magari bruciando una pila di Ipad.

AMERICAN WRESTLERS – I can do no wrong

GaryMc Lure è un ragazzo scozzese che dopo l’esperienza sotto la sigla Working For a Nuclear Free City si trasferisce a St Louis Missouri e su un minuscolo registratore Tascam butta giù idee e bozzetti di canzoni (storia comune ai nostri apprezzatissimi Alex G e Car Seat Headrest). I Can Do No Wrong. Qulacuno ha detto La’s? Si, non ci andiamo molto lontano. Strati di soluzioni sonore e melodie. Da tenere d’occhio (alla faccia del 6,9 di pitchfork, o di vanity fair? oh stessa cosa ormai…).

YAK – No

Dalla risorgente scena garage punk britannica i londinesi Yak non fanno prigionieri. Potenti, convulsi, ipnotici. Prodotti da Steve Mackey dei Pulp su una base quasi zeppeliana Oliver Burslem impersona un giovane David Byrne invasato e il corto circuito è completo.

DILLY DALLY – Desire

Katie Monks e Liz Ball probabilmente non erano neanche nate all’epoca di Surfer Rosa. E forse non sanno neanche chi sono Kristin Hersh e Tanya Donnelly ma nei loro pezzi i rimandi a quegli anni sono un diluvio. C’è stato un periodo post Nevermind nel quale uscirono un sacco di singoli che avevano un suono molto simile tra loro. Questo delle ragazze di Toronto potrebbe essere uno di quelli. E, nella mia considerazione, non è affatto un insulto.

ELEANOR FRIEDBERGER – False alphabet city

Deliziosa Eleanor. Una scintillante carriera solista una volta lasciati i Fiery Furnaces. Questo è un altro gioiellino di pop angolare e irresistibile scaturito dalla collaborazione con l’artista Sara Magenheimer e dal film girato insieme in cui Eleanor interpreta una dj di New York. Pezzo arioso da ascoltare in macchina a finestrini abbassati ma, vista la stagione, anche con una tazza di te in mano guardando la pioggia fuori dalla finestra. Universale.

MARITIME – Inside out

Guilty pleasures. Quelle passioni che è meglio non sbandierare troppo perchè non ti rendono molto “cool” agli occhi degli altri. Ecco, a parte un bel chissenefrega, i Mariime, nati sulle ceneri dei Promise Ring, hanno sempre avuto un canale privilegiato verso lo stereo di casa mia anche se i loro pezzi non sono mai stati niente di rivoluzionario o illuminante. Semplici belle canzoni di rock “emozionale” che mi svoltano la giornata. Non mi pare poca cosa.

Massimiliano Bucchieri

Never Lose that Feeling (Fiver # 39.2015)

Iron Maiden setlist. Palasport Bologna 26/10/1981

Iron Maiden setlist, Palasport Bologna 26/10/1981

Pur coltivando la salda convinzione che la musica migliore prodotta negli ultimi 40 anni in ambito rock sia quella uscita tra gli ultimi spiccioli degli anni ’70 e i primi passi del decennio successivo, non avverto alcuna malinconia per quei tempi che pure ho vissuto in prima persona. Anche perché mi rendo conto che parlare oggi di quell’epoca equivalga, in termini strettamente temporali, a quello che sarebbe stato rievocare l’immediato dopo guerra a inizio anni ’80. Francamente se qualcuno avesse cercato di intavolare con un Arturo allora in età adolescenziale una discussione sugli avvenimenti – musicali e non – della seconda metà degli anni ’40, credo proprio che quell’Arturo non avrebbe provato particolare simpatia né tanto meno interesse (eufemismi entrambi) nei confronti del suo potenziale interlocutore adulto. E non ho intenzione ora di mettermi nei panni di quel “potenziale interlocutore adulto” nei confronti di un qualunque “Arturo” di oggi. In ogni caso non mi mancano quei dischi, non mi mancano quei gruppi, non mi manca lo spirito che accompagnava la musica in quel momento storico passato poi alle cronache col semplice aggettivo post punk. O meglio: certo che mi manca tutto questo, come dovrebbe mancare a chiunque abbia almeno un po’ a cuore la musica, ma per quanto ogni tanto io provi ad evocarla, la nostalgia per il passato proprio non riesce a scalfire il piacere che mi da vivere nel presente.
La nostalgia in sé in effetti è uno di quegli stati d’animo che non si è mai fatto largo tra i miei sentimenti predominanti: di rado mi è balenato il rimpianto per avvenimenti e situazioni, così come quello per gli oggetti. Qualche volta in più quello per le persone. Ciò che veramente mi manca è l’entusiasmo che un tempo provavo, un entusiasmo che inevitabilmente il tempo ha finito per piallare, contribuendo a rendere la vita un po’ più grigia e un po’ più piatta. Un po’ noiosa insomma. Un entusiasmo così intenso da segnare indelebilmente certe situazioni. Per questo probabilmente ricordo tanto bene determinati momenti. Anche quelli che verosimilmente già sulla mia vita di allora ebbero un impatto relativo, impatto reso ancor meno rilevante poi in termini assoluti dagli sviluppi degli anni a venire.
Come la giornata in cui gli Iron Maiden suonarono nella mia città, a fine ottobre ’81.
Quell’anno in un bizzarro melting pot di gusti generato presumibilmente dagli squilibri ormonali di un adolescente che già allora correva appresso più alla musica che alle ragazze, dividevo la mia passione tra la New Wave of British Heavy Metal e la “semplice” New Wave partorita dal post punk. Allora le divisioni tra generi erano piuttosto rigide, niente affatto inquinate da quelle fregole crossover che negli anni ’90 sarebbero state attivate dalle chitarre dei Red Hot Chili Peppers e dai mashup tra Aereosmith e Run DMC. Il mio era dunque un caso piuttosto singolare. Il mio scarso bilanciamento mi portò quell’anno, in maniera spesso solitaria poiché appunto caso raro, tanto sotto i palchi di Clash, Madness e Adam and the Ants quanto sotto quelli di Saxon e Iron Maiden. In particolare quel giorno, il 26 ottobre del 1981, i miei scompensi mi spinsero sotto la cupola del palasport di Piazza Azzarita, dove gli Iron Maiden programmarono la prima data del loro primo tour italiano.
Era il tour del loro secondo album, Killers (per inciso, pur avendo abbandonato il mio personale percorso metal fin da subito, trovo ancor oggi che i primi due 33 giri degli Iron Maiden siano dei signori dischi) e il loro primo concerto in assoluto con Bruce Dickinson al microfono. Paul Di’ Anno, il cantante che con la sua voce blues aveva caratterizzato il suono di quei primi due dischi, era difatti appena stato allontanato dal gruppo causa problemi di droga e alcool. La cosa buffa – ma considerato quanto scritto sopra fortemente significativa – è che del concerto in se non ricordo praticamente nulla, mentre è assolutamente nitida la memoria del pomeriggio che precedette la serata, impiegato in una match di tennis con Massimiliano – mio abituale compagno di partite negli anni del liceo – sulla terra rossa del circolo La Raquette di via delle Armi. Di quell’ora di tennis pomeridiano ricordo in particolare la mia totale deconcentrazione dovuta all’euforia per l’incombente impegno serale (e probabilmente agli sfottò di Massi che non era per nulla in linea con la mia deriva metal di quel momento).
Gli anni del liceo non li rimpiango per nulla e non rimpiango nemmeno le mie compagne di scuola snobbate in favore di un qualunque disco dei Judas Priest. Ciò che davvero rimpiango è l’agitazione che mi chiudeva lo stomaco prima dell’appuntamento con uno degli eventi che mi appassionavano: fosse esso una partita di calcio del Bologna F.C., un incontro di basket della Fortitudo o un concerto delle Girlschool.
Quell’entusiasmo si che mi manca, mi manca un sacco.

Childbirth “I only fucked you as a joke

#Seattle #Olympia #Riot Grrls #Suicide Squeeze #90’s #One chord is fine, two chords is pushing it, three chords and you’re into jazz
Mike Krol “Neighborhood Watch

Chiaro, sono andati tutti in coda a Jay Reatard, tutti. Ma, altrettanto chiaro che lui era inimitabile e irraggiungibile. Allora ci siamo accontentati, tanto non avremmo potuto fare nient’altro. Qualcuno è salito sul treno, qualcun altro forse è stato più sincero perché già ce lo aveva dentro. Personalmente su musiche del genere non è che sto tanto a pensare: certe cose hanno sempre vita facile con me. Qualche canzone mi piace di più, qualcun’altra mi piace solo un po’ di meno, ma alla fin fine mi faccio sempre fregare. Sto tipo qui, ad esempio, mi piace proprio…..

Wavves “Pony

…esattamente come mi è sempre piaciuto Nathan Williams. Sia quando era figo farselo piacere ai tempi di So Bored, che quando era un po’ meno hip farsi trovare in sua compagnia. Diciamo da King of the Beach in poi. Lui è un gran cazzone, non c’è alcun dubbio: un ragazzino bianco annoiato a Los Angeles che vorrebbe solo vivere in spiaggia col suo skateboard ascoltando hip hop, costantemente attaccato al collo di una bottiglia di Johnnie Walker. Invece gli tocca chiudersi tutte le sere in qualche club buio e pieno di fumo assieme ai suoi amici capelloni a suonare canzoni rubate a qualche disco minore della Epitaph. Però quelle canzoni, così essenziali e semplici, gli riescono sempre bene e io ci sbatto sempre contro volentieri.

Courtney Barnett “Shivers

Cesare, Massimiliano ed io abbiamo opinioni contrastanti sulle cantautrici. Ogni volta che esce fuori un loro nuovo disco o spunta fuori un nuovo nome ne parliamo, spesso prendendoci vicendevolmente in giro. Ormai per noi è diventata una gag. Andando a memoria l’unico nome che negli ultimi tempi ha messo d’accordo tutti e tre è quello di Courtney Barnett. Questa canzone, che uscirà sotto la supervisione di Jack White per la Third Man come la to b di un 7” è stata scritta da Roland S. Howard ai tempi dei Boys Next Door, primo gruppo di Nick Cave, compatriota della Barnett stessa. Scelta perfetta, niente da dire. Mettiamo un altro più sul registro a fianco del suo nome.

Swervedriver “Never Lose that Feeling

Questa è una roba vecchia. La piazzo qui perché è il pezzo che ha dato il titolo al Fiver di oggi, perché anche a distanza di tanti anni rimane una bellissima canzone, perché tra qualche settimana gli Swervedriver verranno a suonare nella mia città, a pochi chilometri da casa mia. Non credo andrò a vederli. Quella settimana nel giro di 4 giorni ci saranno un sacco di concerti dalle mie parti. E se proprio devo andare a vedere suonare qualcuno più vecchio di me allora andrò a vedere i Flipper: stesso locale, un paio di giorni prima.

Arturo Compagnoni

Mosche, muli, asine e cuori – parte terza (Fiver #38.2015)

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Un racconto in tre Fiver di Fabio (prima parteseconda parte)
soggetto: Rebecca
colonna sonora: Dario

Domeniche a caso*

«Facciamo i gatti esplosi?»
«Cosa?» mi giro verso la sala vuota. Un pellicano sta spazzando il pavimento. Il cane Ginkgo fissa la palla da baseball galleggiante. «chi ha parlato?»
«Brutta serata, eh?» una voce alle mie spalle.
La sala ruota e il barista è lì, camicia arrotolata sugli avambracci ricoperti di tatuaggi. Barba a punta e la stessa macchia nera attorno all’occhio destro del jack russel. La palla è sempre lì, ferma a a mezz’aria, il cane non c’è più.
«Ma mi dici che cazzo di posto è questo?» ma il bancone è di nuovo deserto.
Chiudo gli occhi. Mi sento stanchissimo. Nello specchio una ragazza minuta, capelli lisci e scuri. Occhi chiusi che dormono. Forse è dietro di me ma perché io non mi vedo riflesso? E perché non vedo lei qui di fianco a me?
Ho così sonno che mi spegnerò qui, sul bancone. Basta appoggiarsi un momento.
Si illumina un vecchio jukebox.

«Facciamo i gatti esplosi? Come i gatti quando scoppiano. Dai, dai, dai…» Ginkgo mi guarda, la testa un po’ storta, di fianco alla palla volante.
«Sei un cristo di cane parlante, adesso?»
Ma io sto dormendo.
«Giulia, hai presente i gatti quando li investi in autostrada e poi stanno lì sotto il sole tutto il giorno? Poi a un certo punto esplodono. Facciamo i gatti esplosi?»
«Chi è Giulia? E come facciamo a fare i gatti esplosi?» ma Ginkgo adesso salta tremante di desiderio verso la palla sempre sospesa. Salta e salta nervoso e guaisce perché la palla è proprio lì, a pochi centimetri dal suo salto più alto. Ma non la può prendere. Ma lui salta e salta e salta e non si arrende e io penso che potrebbe saltare in eterno. Ma la testa è pesante. E nello specchio di fianco a me, stessi capelli sparati, jeans e chiodo nero, c’è di nuovo una ragazza che dorme con la testa appoggiata al banco. Mi volto verso lo sgabello che riempie nello specchio ma non c’è nessuno. C’è solo nello specchio. Una ragazza con lunghi capelli scuri che scivolano dal bancone, un braccio abbandonato lungo il fianco, il destro rovesciato sul legno quasi nero e segnato da anni di sbronze. Ha la pelle chiarissima. Una barchetta sopra tre linee d’onde tatuata sul polso. Giro di nuovo la testa verso lo sgabello. Vuoto. Sento che non riuscirò a stare sveglio ancora a lungo. Ginkgo salta e salta e guaisce una nenia che sembra una ninnananna.

Apro gli occhi e sono in questo bar che non ho mai visto. La testa pesante come se fossi stata ad un rave. Mi giro verso la sala e non c’è nessuno.
«Va meglio?»
La voce del barista che non avevo ancora visto mi fa fare un salto che quasi cado dallo sgabello: «cazzo, sei matto? A momenti mi viene un colpo!»
Il ragazzo è belloccio, una voglia scura attorno ad un occhio, le braccia muscolose e tatuate. Barba rossiccia curata. Un gilet bordeaux su una camicia bianca aperta quel tanto che basta per intuire un cuore sacro inciso proprio sopra lo sterno. Penso a quanto deve fare male.
«Non molto in realtà. Forse meno di quello» e indica il mio braccio destro. Lo giro. Una barchetta che galleggia sulle onde. Un disegno stilizzato. Ho un tatuaggio che non ricordo di aver fatto sul polso.
Ma come ha fatto a sentirmi?
«Non sono mica sordo…».
Ma io non sto parlando.

«Straniero, ma ti sei bevuto il cervello?»
Sono di nuovo seduto sullo sgabello. La ragazza ancora nello specchio che dorme. Di fianco a me nessuno: «dov’è Steb? E Goldie? E tutti gli altri?»
«Se ne sono andati da un pezzo, hanno detto che tu restavi, di lasciarti dormire. E se ne sono andati tutti.»
«E lei chi è?»
«Lei chi?»
Sto parlando con un jack russel che continua a leccare scodinzolando i bicchieri e ad ogni colpo di lingua sento una falciatrice che taglia fette di cervello, brividi che scuotono la schiena e fin dentro lo stomaco. Stringo i pugni e qualcosa brucia sul polso destro. Sollevo la manica graffiata del chiodo e vedo una barca stilizzata sopra tre linee ondulate. Un tatuaggio. Fresco, ancora gonfio. Guardo lo specchio. La ragazza dorme. Il braccio rovesciato. Ha il polso candido come il resto della pelle.
È di nuovo buio.

«Giulia, svegliati, Giulia…»
«Come sai il mio nome?»
«Ma se abbiamo parlato tutta la notte. Giulia, alza la testa.»
Mi sollevo sulle braccia, gli occhi faticano ad aprirsi. Mi vedo sfuocata nello specchio. Mi fa ancora male il polso destro e non ricordo di essermi tatuata eppure ho questa barchetta sul braccio. Mi giro e il tipo sullo sgabello di fianco al mio se la dorme come se fosse nel letto più comodo del mondo. I capelli scuri con delle chiazze grigie ai lati, jeans neri e un chiodo che sembra sia passato tra le zampe di una pantera per i tagli che ha qua e là.
Guardo di nuovo il mio riflesso nel vetro e sono sola al bancone. Il tizio in nero non c’è. Non si riflette. Forse sono seduta di fianco ad un vampiro. Nel riverbero velato, io e la schiena del barman col suo gilet bordeaux e i suoi tatuaggi colorati.
«E di cosa avremmo parlato tutta la notte?»
Sento abbaiare e sotto i miei piedi spunta un jack russel con una chiazza scura attorno ad un occhio.
«Ginkgo! Ginkgo, vieni qua!» e il cagnolino richiamato dal barista scompare dietro al bancone: «Lo so che non dovrebbe stare qua, se lo sa il capo mi ammazza, ma a casa da solo mi spacca tutto…»
Ma dove sono? Cosa ci faccio qui e perché non vedo il tizio che dorme di fianco a me nello specchio? E perché ho una barca tatuata sul polso?

Goldie si muove lentissima, attraversa la sala e viene verso di me. Non riesco a staccarmi dal bancone. Sono incollato allo sgabello, chissà che cazzo mi ha messo il granchio fottuto nei bicchieri tutta la sera e io adesso non riesco ad alzarmi dal bancone. Goldie viene verso di me. La vedo sfumare davanti ai miei occhi mentre cerco di toccarla. Provo a sfiorarla ma è come fosse una nuvola, un fantasma, un cazzo di ologramma ma non riesco a toccarla e lei mi parla ma non capisco cosa dice e tutti nella sala ballano questo pezzo acido lentissimi, come fatti di roba tutti quanti e Steb è scomparso e con lui le gatte impazzite e c’è solo gente che balla, ognuno per conto suo, fuorit empo come uno che dondola un fado ascoltando Dan Deacon e Goldie che mi dice cose che non capisco e non posso toccarla perché si dissolve, scompare e riappare come una proiezione su di una nuvola di fumo.
Alzo la testa dal bancone: «da quanto sto dormendo?»
«Da qualche ora, amico.»
«E tu sei Ginkgo?»
«Sempre io, amico.»
«Non capisco. Non capisco più un cazzo e tu mi devi aiutare. Dove sono? Cosa ci faccio qui e dov’è Goldie e dove Steb e chi cazzo sono io?»
«Stai calmo, amico. Troppe domande per una sola bevuta.»
«Quale bevuta?» E davanti a me ci sono una distesa di bicchierini bianchi con del liquido trasparente dentro e Ginkgo ne prende uno e io un altro e ci tocchiamo le nocche e buttiamo giù. Vodka.
L’orologio sopra il bancone, un enorme orologio che non avevo mai visto segna le tre. Di notte o di giorno?
E poi un altro. E un altro. E un altro.
Le lancette cominciano a girare indietro. È l’una. Le undici. Tutt’intorno le luci si fanno sempre più fioche. Rarefatte. Sembrano lampioni. Forse sono per strada e una voce lontana mi chiede se sono sicura di rimanere ed è una voce che conosco. Alice che mi parla e mi carezza la faccia, ma forse sto solo sognando e certo che sto bene e resto ancora un po’ qui col barista che continua a lavare bicchieri e sorride dal dietro al banco col suo cane che saltella e insegue la palla che butta nel retro. Un ultimo giro, poi me ne vado a casa, tranquilla che lo sai che mi porto sempre a casa, no?
Chi è Alice?
Poi è buio. E dov’è che sono?
«Tu fai troppe domande, ragazza. È una di quelle serate che vanno così, a caso.»

Apro gli occhi. Odore di fresco e pulito. Sono in un letto verde e rosso, un materasso appoggiato a terra che so di conoscere bene. Da una finestra enorme entra tanta luce che riempie la stanza. Sono seduta e mi vedo riflessa in uno specchio. E sono io, Giulia. Ed è ovvio che sia Giulia, chi altro dovrei essere? E nello specchio non c’è nient’altro che la mia faccia un po’ gonfia – abbiamo fatto i gatti esplosi? Me l’ha detto James e fuori il sole stava sorgendo – e sono a casa di James che è il mio amico, il mio amore, quello di cui mi posso fidare sempre perché non sarà mai io tua e tu mio ma sempre noi due che ci vogliamo bene. Qui sono al sicuro. Ma come ci sono arrivata qui, nella stanza con la tappezzeria biancha e gli alberi stilizzati neri che conosco come le mie tasche? Sono nel letto di James, ma lui non c’è. Mi stiro e abbraccio il cuscino che sa di lui, quante volte ho dormito qui? E quanto amo quest’odore che sa sempre di un posto in cui è bello tornare?
Mi alzo. E ho le gambe pesanti come la testa e mi fa male il polso. Destro. Lo guardo. Un tatuaggio appena fatto. Si vede che è fresco. E sono nella camera di James e so che la tappezzeria è la sua e cosa ci faccio qui? Ho sognato? Mi guardo allo specchio che riempie mezza parete. Sono bianca come il muro dietro di me. Due occhiaie che mi fanno somigliare ad un panda mi raccontano di una lunga notte. Di cui non ricordo niente.
Esco. Musica che riempie le orecchie. James è in cucina. Solita divisa, tutto nero. I capelli spettinati e grigi ai lati. La barba quasi bionda, coi suoi riflessi rossi da mezzo irlandese. Le braccia, piene di tatuaggi colorati, fanno saltare qualcosa in una padella larga. C’è odore di uova e caffè. Odore di buono. Cammino scalza sul parquet di casa sua che conosco da tanto tempo e gli arrivo alle spalle. Lo abbraccio e appoggio la testa alla sua schiena: «ma cosa ci faccio qui?»
«Ehi, ci siamo svegliate?»
Stringo il suo petto e mi sento bene, mi sento serena: «mi sa che mi devi fare un resoconto delle ultime ore. Ma, a proposito, tipo, che ora è, anzi, che giorno è?»
James scoppia a ridere e non molla la padella: «ma allora hai veramente esagerato!» e continua a far saltare delle uova strapazzate.

«Quindi ti sono arrivata casa così, a caso, stamattina all’alba…»
«Era ancora buio, bambina…»
Mangiamo uova e beviamo caffè, fuori sembra che il sole stia iniziando a tramontare.
«Dai, ma questo?» e stendo il braccio sul tavolo, il polso destro con la barchetta incisa nella pelle.
«Sei arrivata e hai detto che avevi esagerato. Che un cane pazzo ti faceva scoppiare la faccia, come succede ai gatti quando li investi in autostrada. Io ho riso mezz’ora e ho provato a convincerti ad andare a letto, a spegnere il cervello e smettere di parlare. Ma tu continuavi a dire che non potevi più stare dov’eri e avevi bisogno di una barca per andare via e che solo se io ti avessi tatuato una barca sul polso il sangue si sarebbe calmato e avresti potuto navigare verso dove volevi andare.»

Il mal di testa se né quasi andato. La memoria che comincia a tornare. Sabato sera, la festa di quella marca di lingerie a cui eravamo invitate. Una discoteca piena di modelle mezze nude e papponi da grande azienda. Alice che voleva sbracare e tira fuori dalla tasca un quadratino di carta e mi dice “dai, un trip io e te, come ai vecchi tempi” e poi a notte fonda quel bar assurdo che chissà dov’era e Alice che se ne va e io voglio restare a bere l’ultima. Il barista carino col cane che scappava fuori dal bancone. Tornano immagini della notte.

«Sei arrivata qui che non ci stavi dentro. Le ho provate tutte per calmarti ma non ne volevi sapere. Dovevi tatuarti o sarebbe stato un casino. Mi dicevi che un cane saltava cercando di prendere una palla e che ti chiamavi Goldie. Che avevi mangiato pesce e ti aveva fatto male…»

Il sushi bar, ecco dove eravamo finite con Alice, poi lei se n’era andata col suo ragazzo ciccione che odio e io ero rimasta lì a bere vodka col barista con una voglia attorno all’occhio. Fotografie sparse tornavano come in un album shakerato a caso con troppa droga e troppo alcol.

«Mamma mia, che serata… E quindi, mi hai tatuato il polso?»
«Per forza, non c’era modo di calmarti. Alla fine mi son detto, alla peggio domani si incazza e lo copriamo, ma adesso ha bisogno di quella barca… E te l’ho fatta. Ho pensato che fosse il male minore.»
Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. Il mio salvatore che mi tatua strafatta: «sì, è così, non potevo fare altro.»
Salto in braccio a James, un’altra tazza di caffè americano è quello che ci vuole.
Mi sento felice. Mi sento leggera, come una barca che va alla deriva in un mare tranquillo. Come i muri pieni alberi della camera, come la luce che filtra sempre più tenue dalle grandi finestre di questa casa che amo da sempre.
«Appena ho finito di tatuarti hai sorriso. Mi hai chiesto che giorno era. Ti ho detto che era domenica e tu mi hai risposto che tutto era perfetto. Che avevi bisogno di quella barca e che adesso stavi bene. Che ti serviva perché era una di quelle domeniche… aspetta, hai detto… ah sì, hai detto che ti serviva perché era una di quelle domeniche che devi fare qualcosa, che se no sono domeniche a caso.»
«Domeniche come?»
«Domeniche a caso. Hai detto proprio così.»
Scoppiamo a ridere. Beviamo altro caffè e adesso è proprio così: una di quelle domeniche a caso, che all’improvviso diventano importanti.
James mette un disco sul piatto: Melted Rope e mi sorride e mi carezza i capelli e io sono felice. Senza motivo. Solo felice.
Fuori, ormai, le ombre sono lunghissime che quasi scompaiono. Qui, tutto è sicuro e non serve nient’altro.

*thanks Giulietta

Fabio Rodda

Mosche, muli, asine e cuori – parte seconda (Fiver #37.2015)

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Un racconto in tre Fiver di Fabio (prima parte)
soggetto: Rebecca
colonna sonora: Dario

Sono proprio in una situazione dimmerda perché non posso rifiutare e non posso ricambiare. Posso solo buttar giù un altro stronzissimo verme che mi comincia a mangiare lo stomaco da dentro e sorridere a Steb: «al grande Steb!» alzo il bicchiere giallo al cielo e ingoio ad occhi chiusi aspettando di cadere per terra svenuto. Steb risponde al mio brindisi con uno sguardo di odio mentre Goldie adesso indossa una camicia bianca e un gonnellino a pieghe nere, parigine chiare con due righe grigie appena sotto il ginocchio e scarpe basse, una divisa da College si direbbe che quando cazzo mai se la sarà messa? Goldie è in mezzo alla sala che balla da sola quel pezzo lento di cui si intuisce solo il basso e la batteria pettinata e fra me e Steb non c’è che uno sgabello vuoto e il suo sguardo di morte.

Cazzo, mi ammezzerebbe adesso se potesse e in realtà può perché chi mi verrebbe in soccorso? Il polipo gigante, che parla con lui una lingua che non sembra neanche terrestre?

Goldie balla al centro del pavimento a scacchi, la gonna nera che oscilla lenta e mi guarda e scivola con le mani su quelle gambe che vorrei solo mordere fino a staccarne la pelle.

Steb è sempre più rosso di rabbia, sembra un crostaceo. È un cristo di granchio gigante, un astice, un gamberone, un coso orrendo che cambia facendo sbattere chele enormi sopra la testa e io non riesco ad alzarmi dallo sgabello non mi posso più muovere e credo che sia veramente la fine. Adesso mi staccherà la testa con la merdosa chela e poi mi succhierà il cervello con quel becco di aragosta.

Sto per morire.

Chiudo gli occhi.

Poi la porta con un botto si spalanca e dalla tempesta fuori entra una bionda, un metro e mezzo di gambe nude, occhi da gatta e il grembiulino da cameriera, unico pezzo di stoffa a coprirle le cosce. Attraversa il corridoio come su una passerella di Victoria’s Secrets fra tuoni che la porta ancora aperta non riesce a tener fuori e fuochi d’artificio ad ogni passo.

S’infila agile sotto al pass del bar e corre incontro al gigante che adesso ha un sacco di spazio attorno lì dietro – ma com’è possibile che sto posto cambia, i vestiti cambiano, le persone cambiano? Mi guardo allo specchio e controllo il riflesso: sono sempre io. Che non so chi è, ma almeno è la stessa faccia di quando sono entrato – e gli stampa un bacio sulla fronte. Lui risponde con un grugnito all’indirizzo di Steb che ride sbattendo rumorosamente chele e baffi che sembrano di ferro.

La bionda lo vede, Steb ride eccitato, lei si siede sul bancone e sul culo di marmo fa fare il giro a quel chilometro di gambe in All Star basse rosa che quasi mi colpiscono dritto in faccia. Mi scanso e lei non sembra curarsi minimamente di avermi quasi preso a calci il naso e butta le braccia al collo di Steb che risponde stringendole il culo, quel culo che neanche se lo disegni viene fuori così perfetto. Lo stringe con una mano, una chela, cazzo è  quella roba e le morde il collo mentre lei ride divina bellezza in questo cazzo di delirio.

Non ci posso credere, eppure tutto questo mi sta succedendo davanti alla faccia e allora mi volto e Goldie è seduta con le sue calze bianche con la riga sotto al ginocchio sullo sgabello alla mia destra e fissa Steb. E butta giù un’altra vodka liscia e si riempie subito il bicchiere.

Il centone è ancora sul banco e Steb mi fissa da dietro i capelli della bionda che nel frattempo è diventata una coniglietta di Playboy con tanto di orecchione di paillettes. Guarda me e poi il bicchiere vuoto e fa un cenno al polipo che intanto sta asciugando i boccali lavati. Il gigante risponde con un sorriso e mi versa l’ennesimo shot. Questa volta niente verme. Lo ringrazio e sollevo il bicchierino verso Steb. Lui continua a massaggiare la chiappa della cameriera che si struscia come una gattina sul suo completo nero – è di nuovo il maledetto pinguino di batman – e si fa le unghie sulla cravatta.

Poi sulla testa di manidipolipo appare una campana grande come quelle dei campanili delle chiese medievali e lui si attacca con tutto il suo peso alla corda che pende dall’alto. Tre tiri e rilascia e il gong è così potente che i vetri dietro di me esplodono, io mi sento spostare e cadere dallo sgabello, Steb mi prende al volo e sento il suo alito fetido da sigaro e gintonic e acciughe: «ultimo giro, straniero. Poi, con me!». Mi rimette seduto con una spinta e riprende il massaggio alle natiche perfette della gattina bionda.

Raccolgo la giacca di pelle dallo sgabello e faccio per salutare. Steb mi prende la mano sinistra: «tu accompagni la mia signora e me nel prossimo locale» dice un secondo prima di infilare mezzo metro di lingua in gola alla bionda che risponde: «ehi, appena stacco vi raggiungo, non divertitevi troppo senza di me» e ondeggia con quel culo che potresti impazzirci solo a guardarlo.

Si va al Kadlie’s Bar. Mentre Steb si alza, Goldie mi precede. Va verso l’uscita, mi fa cenno di passare. Poi muove lei il primo passo: ci troviamo di colpo incastrati nello spazio della porta aperta. Lei si avvicina, si avvicina così tanto con le labbra alle mie che sento il suo cuore vibrare sotto la pelle liscia e bianca come la neve. Con gli occhi mi lancia una promessa che brucia già nel fondo dello stomaco, che fa vibrare la pancia e tutto il resto.

I battenti del Kadlie’s si spalancano su noi tre e la musica ci investe come un camion di cassa in quattro e luci stroboscopiche. Ma dove cazzo sono finito?

La sala è piena di fumo di sigarette e nebbia che un dj impazzito, Borsalino e occhiali da sole, fa sputare alla fog machine di fianco alla consolle. Vedo muoversi corpi che non riesco a capire se sono uomini, donne o cosa.

Le cameriere si mettono ad urlare neanche fosse entrato Mick Jagger e ovviamente tutte quelle grida non sono rivolte a me: dieci secondi e Steb è ricoperto dalle ragazze che sembrano non aspettare altro. Dieci secondi e al posto di Steb c’è un groviglio di tette e culi che vogliono solo togliersi quei pochi centimetri di stoffa e farsi mordere dalla bocca di quel vecchio bavoso. Steb risponde infilando nel cordoncino dei tanga banconote da cento come se questa fosse l’ultima notte della storia del mondo.

Cerco Goldie nella nebbia e riconosco il suo profilo – ora è fasciata in una tuta di vinile nero, stivali col risvolto sotto al ginocchio, di nuovo tacco a stiletto – già al bancone, già un bicchiere in mano, già quella che scommetterei la vita sia vodka nella bocca.

Faccio un passo verso di lei, ma Steb mi ha già letteralmente lanciato addosso una mora con gli occhi blu che mentre balla su di me diventa una coniglietta, poi mi abbraccia e mi usa  come un palo da lap dance e diventa una gattina nera che si struscia fra le gambe.

Se al bancone non ci fossero le labbra di fuoco di Goldie resterei qui, attaccato al culo in tanga nero che adesso scivola appoggiato al mio bacino. Lei sente che io mi sto spostando, si volta, mi guarda e capisce che sto andando via. E’ di nuovo una gatta nera e mi graffia un braccio che non comincia a grondare sangue solo grazie al chiodo di pelle spessa. Tagliato, quattro graffi in diagonale, la gattina che adesso è tornata sculettando da Steb e lecca l’orecchio di una bionda.

Ma io voglio le labbra di Goldie, voglio prendermi quello che mi ha promesso scopandomi  con gli occhi mentre uscivamo dal bar del cazzo di polipo.

Sono al banco. Bevo vodka che non ho ordinato nel fumo con lei. Ci fissiamo senza mai abbassare lo sguardo. Posso leggere nei suoi attorno alle sue pupille il sangue di mille notti di fuoco.

Mi chiede di nuovo d’accendere e tiro fuori dalla tasca l’accendino che è diventato una scatola di fiammiferi. Ne accendo uno e l’avvicino alla sigaretta. Goldie mi prende il polso e lo stringe e rimaniamo fermi fissandoci negli occhi mentre il cerino mi incendia indice e pollice ma io non batto ciglio, non chiudo gli occhi, non soffio sulle dita, non cerco nemmeno di divincolarmi dalla sua stretta.

Restiamo così ed è sesso ed è il sesso più feroce che abbia mai fatto. Siamo un unica palla di fuoco sul bancone di pietra.

Due mani mi coprono gli occhi. Una voce che non ricordo mi sussurra nell’orecchio con il timbro più sexy che abbia mai sentito: «Ehi cowboy, ti ricordi di me?» e sono le labbra rosa di Betty, la cameriera del bar di polipo-cazzo-di-mostro-gigante. E, di fianco a lei, la sua fotocopia: stesso sguardo e stesse mani che però s’infilano direttamente una sotto la camicia, l’altra a slacciare la cintura dei jeans.

Sono stanco e ubriaco, la testa pesante e quelle due paia di mani mi trascinano verso la pista. Non riesco ad opporre resistenza, non riesco a rimanere al banco anche se voglio la bocca rosso sangue di Goldie, ma Betti e Betti2 ballano una davanti ed una dietro di me e infilano a turno la loro lingua nella mia bocca e le loro mani sotto i miei pantaloni e io non riesco più a controllarmi ed in ogni angolo di questo cazzo di posto pare ci sia un’orgia e non vedo più Steb né Goldie e adesso ballo o forse scopo Betty o Betty2 contro il muro mentre l’altra mi morde il collo e mi graffia la pancia da dietro. E poi si cambiano e sono urla da felino che lotta.

Ma vedo Goldie. Di nuovo al bancone e mi fissa. In mezzo al fumo, al caos di corpi che si avvinghiano, si staccano, si voltano e ricominciano, diventano animali, scompaiono nei muri. Vedo lei e lei vede me.

Mi stacco dalle unghie delle due Betti e barcollo verso il bancone. Un drink rosa in mano. Non l’avevo un secondo fa. Il bar si muove slow motion. La pista è vuota. Steb sembra sparito e con lui buona parte delle cameriere e Goldie si sta accendendo un’ennesima sigaretta da un braccio teso dal bancone e vedo il fumo che esce da quelle labbra. Cazzo, quelle labbra. Devo avere quelle maledette labbra e ormai sono ad un passo da lei e questa volta non la guarderò, non le dirò niente: la prenderò semplicemente buttandola sul bancone e me la scoperò mentre lecco la sua bocca d’inferno.

«Mi chiamo Ginkgo»

«Cosa?»

«Ho detto: mi chiamo Ginkgo»

«Cosa?»

il locale è vuoto. Le luci alte. Il barista è un jack russel isterico che lava i bicchieri con la lingua e scodinzola.

«Ma che è successo? Dov’è Goldie?»

«Chi?»

«Goldie, Steb, dove cazzo sono tutti?»

«Amico sei fatto duro» e ride e si mette a rincorrere impazzito una pallina che rimbalza in mezzo alla pista al centro della pista sulla stessa verticale e Ginkgo salta e salta sempre più folle cercando di prendere la pallina che lenta continua a cadere con un rumore che mi spacca i timpani come un martello che frantuma vasi di porcellana.

«Che cazzo ci faccio qui, cane del cazzo?!»

Tutto si ferma. La palla a mezz’aria, il cane che salta. Poi lui è sul banco. Stesso muso ma corpo di uomo. Lecca i bicchieri ed è carta vetrata nelle mie orecchie: «Sei fattooooo durooooo!» e ride e lecca e mi tocco l’orecchio e c’è sangue e non vedo Goldie non vedo quello schifo di Steb e la gattina bionda e sono su questo sgabello che sale sale e il cane adesso è un cane che salta e cerca di mordermi i piedi e vorrei alzare le gambe ma non ci riesco non ci riesco e riparte la musica nelle orecchie un basso che entra nella pancia e lo sgabello sale e adesso sono a venti metri da terra e il cane, piccolissimo laggiù, salta e abbaia e grida e diventa Goldie e Steb e la bionda e poi me e salta e cade e guaisce poi torna a saltare e io comincio a ricordare ma forse è un sogno un acido e sono Giulia. Chi è Giulia? E perché sono qui? Qui dove?

Allargo le braccia. Sarò al decimo piano di un palazzo vuoto. Tutto intorno bianco lattiginoso. Sorrido. Mi lascio cadere indietro. Cado e continuo a cadere e credo che cadrò per sempre.

Fabio Rodda

(appuntamento a mercoledì 07 ottobre per la terza e ultima parte)