Don’t you wonder, sometimes? (Fiver #46.2015)

2014DavidBowie_Getty75944035_10161014
L’altra sera girando un po’ di pagine a caso mi sono imbattuto in un paio di cose che hanno finito per disegnare come spesso accade nella mia testa, e solo in quella, un quadro abbastanza chiaro.
Gli ingredienti: il nuovo video di David Bowie e l’affermazione secondo la quale Mika sarebbe il David Bowie di questa generazione.

Mi piacerebbe fare il figo e dire che il primo disco che ho comprato è stato il primo dei Sex Pistols, dei Damned o dei Ramones. In realtà i primi vinili che ho posseduto sono Burattino senza fili e Samarcanda. Il primo disco comprato con i miei soldi (5,500 lire) è De Gregori (quello con Generale dentro).
Per fortuna potevo attingere liberamente dalla collezione di mio fratello. Scartati più o meno velocemente il suo amato Dylan, Leonard Cohen, i Genesis e i Pink Floyd ho fatto la scoperta che avrebbe cambiato o meglio condizionato la mia vita di appassionato di musica e non solo.
La prima volta che mi sono innamorato di una canzone avevo tredici anni.
La canzone era Heroes.
Da allora è stata una corsa continua per una decina d’anni a recuperare quello che mi ero perso e a sviscerare quello che avveniva in contemporanea (Low/Heroes/Lodger/Scary Monsters), un precipitato di riferimenti…musica, arte moderna, moda, cinema, danza. Nomi e luoghi come Lindsay Kemp, Mishima, Kubrick, Berlino, Andy Warhol insieme a molti altri entravano a far parte del mio immaginario prepotentemente …fino all’ 83 anno nel quale con Let’s Dance artisticamente tutto è, in buona parte, finito.
A parte i ricordi personali, immensi e permanenti, non ho niente di particolarmente illuminante da dire: tutto è già stato scritto.
Coloro i quali hanno dipinto Bowie come un vampiro senza talento che ha sempre succhiato le capacità dei collaboratori (quelli scelti benissimo a quanto pare), con i quali sono in ovvio disaccordo, magari erano gli stessi che si questionavano mentalmente e poco elegantemente sulla mia identità sessuale quando professavo la mia passione per il duca bianco.
Rimanendo all’attualità, resta il fatto che, se un gruppo come i Disappears lo omaggia riproponedo in toto Low (impossibile mancare la stilosissima cassetta distribuita dalla benemerita Maple Death Records di Jonathan Clancy) o il nuovo pezzo attira l’attenzione globale (con un pretenzioso video dall’atmosfera plumbeo-messianica sottolineata da una trance-danza impossibile su di un drum and bass scarnificato che sfocia in una melodia immensa per il sottoscritto, ma qui siamo in territori pavloviani..) significa che la sua influenza è oggi più viva che mai.
Detesto quelli che citano il passato come impareggiabile e incomprensibile a chi non l’ha vissuto e ho la presunzione di pensare di avere orecchie e cuore ben piantati nell’odierno, ma se sento dire che Mika è il nuovo David Bowie (mentre compiango mentalmente una generazione che ha questi riferimenti culturali), mi sento come quei vecchietti al bar che concordano sul fatto che dopo Rivera e Gigi Riva il calcio è morto.

David Bowie – Blackstar

Disappears – Always Crashing In the Same Car Live at Chicago’s Museum of Contemporary Art


Poco da aggiungere. Un approccio rispettoso e competente sia al lato A, molto più rock, che al lato B, quasi ambient, di quel capolavoro che era Low. Un gruppo eccellente.
Il 2/12 sono a Bologna al Freakout a suonare il loro materiale. Da non mancare.

Nico – Heroes

La mia cover preferita della mia canzone preferita.

Beck – Sound And Vision

Eccessiva e virtuosistica ma gonfia di gioia di vivere.

Morrissey – Drive in saturday

Morrissey doveva accompagnare Bowie in tour nel 96. Un accoppiata incredibile. I biglietti lo testimoniano.
Ovviamente all’ultimo il tutto saltò e mi beccai di supporto Ustmamò e Placebo.
Ma questa versione del pezzo da Aladdin Sane è esattamente la somma delle due parti.

Massimiliano Bucchieri

Ventanni (Fiver #45.2015)

mcisreissue1

Out on tour with the Smashing Pumpkins
Nature kids, they don’t have no function
I don’t understand what they mean
And I could really give a fuck
The Stone Temple Pilots,
They’re elegant bachelors
They’re foxy to me
Are they foxy to you?

(Range Life, Pavement)

Un aspetto della critica musicale che non ho mai digerito è il suo costante tentativo di rendere oggettive situazioni che per mille motivi sono invece assolutamente e indiscutibilmente soggettive.
Per critica musicale intendo qualunque tipo di critica: dagli amici che discutono al bar del nuovo Oneohtrix Point Never, al recensore di Pitchfork che glorifica l’ultimo Grimes, passando per l’open space facebook dove un botto di gente si sente in obbligo di dirci qualcosa di più (citazione) riguardo la rilevanza della figura di Kamasi Washington all’interno della scena new jazz internazionale. Chiunque parla o scrive di un disco, esaltandolo o sparandogli contro cannonate alzo zero, lo fa quasi sempre in termini assolutisti, evitando di porre quello stesso disco in rapporto alla propria personale scala di valori, con sfoggio di una competenza qualunquista che a uno come me – ancora ancorato ai tre accordi tre di ramonesiana memoria – pare davvero titanica. Per costoro, cioè più o meno per tutti voi, esistono solo due tipi di musiche: quelle belle e quelle brutte. Niente di più illusorio e fuorviante.
Per come la vedo io se non tutti gli abituali ascoltatori di musica almeno noi fanatici – che come i partigiani siamo sempre meno e arriveremo all’estinzione al massimo tra una generazione, dopodiché nessuno si ricorderà di nulla e finalmente si potrà ricominciare da zero considerando la musica come un accessorio futile alle nostre importanti giornate – dovremmo invece rivendicare orgogliosamente le nostre passioni senza vergognarci di ammettere che di certe musiche non ci interessa nulla, su altre non abbiamo competenza alcuna e alcune altre ancora non ci piacciono per niente non perché siano brutte ma semplicemente perché sono lontane dalle nostre abitudini e dalla nostra sensibilità. In altre parole: non sono nelle nostre corde. Chiarito questo dovremmo però evitare di frantumare i maroni agli altri criticando dischi che già in partenza sappiamo non avere le caratteristiche che apprezziamo e viceversa non dovremmo cercare di convincere il mondo circa la bontà di certe canzoni che sappiamo benissimo piaceranno solo a noi e ai nostri compagni di merende.

In questi ultimi mesi, per dire, mi è capitato diverse volte di imbattermi in celebrazioni dedicate al ventennale dall’uscita di dischi ritenuti particolarmente significativi da qualcuno. Delle due l’una: o sono diventato improvvisamente sensibile all’argomento e dunque faccio caso a queste feste di compleanno cui prima non prestavo molta attenzione, oppure il 1995 è stato un anno incredibilmente prolifico sul versante dischi capolavoro.
La cosa mi ha colpito perché a me viceversa gli anni ’90 più o meno nella loro interezza non è che siano piaciuti un granché. E i dischi usciti in quel periodo cui sono più legato – Screamadelica, Slanted and Enchanted e Nevermind a parte – non sono quelli di cui vengono abitualmente celebrati i ventennali. Senza pensarci troppo su, i primi titoli che mi vengono in mente sono Painful e I Can Hear the Heart Beating as One degli Yo La Tengo, i primi due di Built to Spill e Modest Mouse e gli ultimi due dei Beat Happening, i Teenage Fanclub di Bandwagonesque, la discografia completa di Make Up e Bikini Kill. Tutta roba, ne sono conscio, ritenuta memorabile da una percentuale di pubblico assai marginale.

Ho una teoria sul perché i dischi usciti negli anni ’90 a me piacciano abbastanza poco e sul perché personalmente non serbi un gran bel ricordo di quegli anni. Una teoria che ovviamente non ha nulla a che vedere con la qualità della musica prodotta in quegli anni, viceversa ha molto a che fare con la soggettività che guida i giudizi: ad inizio decennio ho sostanzialmente cominciato a diventare adulto, salvo poi tornare sui miei passi alla fine di quella stessa decade. Un processo di andata e ritorno che ha richiesto una fatica fisica e psicologica notevole: il servizio civile al sindacato dei metalmeccanici (è una storia lunga e non vale la pena raccontarla), la faticosissima chiusura del corso di laurea, il lavoro in radio, quello al giornale e poi quello vero per pagare i conti e le bollette, un matrimonio fatto e poi disfatto, una convivenza e poi un’altra convivenza, quattro traslochi e probabilmente qualcos’altro che al momento non ricordo. Tutta roba stressante. In un contesto del genere la musica, che allora come ora e sempre rappresenta per me una costante colonna sonora alla vita, è stata in qualche modo inquinata dalla vita stessa. Una spiegazione da romanzo e frutto di una mente che definire contorta è dir poco, me ne rendo conto. In ogni caso lascio a voi che in quegli anni non eravate ancora nati o che di quegli anni conservate un ricordo legato alla spensierata pre e post adolescenza le celebrazioni di quei meravigliosi dischi. Io mi accontento di pigiare il tasto start e far calare il braccio del vecchio Technics sopra i solchi del nuovo Fat White Family, magari tra 20 anni i vostri figli ne festeggeranno il compleanno come quello di uno dei dischi chiave di metà anni ‘010. O forse no, ma poco importa.

Fat White Family “Whitest Boy on the Beach

Che poi non è vero. Il disco dei Fat White Family uscirà verso fine gennaio e quindi non ce l’ho e nemmeno l’ho ascoltato in qualche anteprima digitale. Però gira da qualche giorno questa canzone, che mi par di capire sarà il singolo. Nella copertina, ammesso che quella sia la copertina, citano i Throbbing Gristle di 20 Jazz Funk Greats e già solo questo varrebbe loro l’accensione di un cero, facendo d’altronde il paio con quell’altro riferimento che piazzarono nel titolo di un 45 giri (I am Mark E. Smith). La musica ricorda l’asse Spacemen 3/Spiritualized, quindi una roba piuttosto diversa da quella che abbiamo ascoltato nel loro primo album. Chapeau.

Walter “House on Fire

San Francisco è oggi la California che incrocia neo psichedelia e garage punk ibridando generi e persone. I Walter mescolano membri di Ducktails, Meatbodies e Sadgirl e portano in giro le proprie canzoni in comitiva col compare Ty Segall in versione Fuzz. Sixties music attualizzata e rivista in chiave molto affine ai più che limitrofi Oh Sees.

Kelley Stoltz “The Anarchist in Me

A proposito di San Francisco. Stoltz ha 44 anni, un tot di dischi usciti, la maggior parte dei quali per Sub Pop, il suo nuovo invece è appena stato pubblicato da Castle Face: le cose a volte non accadono per caso. Lui è uno di quei personaggi di cui mi dimentico sempre, salvo poi ricordarmene ogni volta che mi capita per le mani un suo nuovo disco, e quello è il momento in cui mi domando immancabilmente perché io non sia un suo fan totale. Questa canzone è uscita come lato b di un singolo di inizio anno. Me ne sono innamorato sin dal titolo. Suonerà al Covo il 12 dicembre: esserci.

Zombiero Martìn “Skins

Gli Zombiero Martìn sono un trio post punk proveniente da Fano, amanti della forma wave newyorkese dei Talking Heads e delle moderne peripezie rock n’ roll dei Thee Oh Sees, l’oscuro amore garage dei Crystal Stilts e la ricerca melodica lo-fi di Best Coast”. E’ del tutto evidente che all’ufficio stampa di questi ragazzi piace vincere facile con me. E ben gliene incolga, altrimenti forse non avrei schiacciato il play sull’ennesimo link che mi arriva a casa. Il pezzo è una bomba, se l’album (Fur Laboratory Skin Maker) varrà altrettanto costoro mi obbligheranno a riscrivere la mia personale geografia dei nuovi suoni della giovane Italia.

Tullia Benedicta “Devotion

Ci sono video perfetti per certe canzoni e canzone perfette per certe immagini. Tullia la ricordo come un volto tra i tanti allineati sul bordo della spiaggia di Marina di Ravenna, uno dei luoghi che tanto amo. Ora la ritrovo a Londra dove vive e fa musica (anche) assieme ai Piano Magic. Anteros è il suo primo disco. In questa canzone ricorda parecchio Zola Jesus, in altre ricorda altro, in altre ancora non ricorda nient’altro che se stessa: un suono sospeso tra nebbie shoegaze e ombre gotiche. Proprio bello.

Arturo Compagnoni

I hope when I die, I feel this alive (Fiver #44.2015)

Protomartyr

Protomartyr

Mi pare fosse una foto dell’ultimo concerto di Stephen Malkmus al Covo. Una ripresa del palcoscenico dall’alto, dove si vedevano chiaramente le prime file.
Ho riconosciuto almeno 20 persone, seppur, come dicevo, fossero riprese dall’alto e di spalle.
Il 75% erano uomini. Il 90% pelati.
In maggior parte amici o conoscenti.
Età media dai 40 ai 50. La stessa di Malkmus, impegnato sul palco, del resto.
L’indie-rock invecchia e sembra una contraddizione poco sostenibile. Mi sono sempre immaginato che le etichette indipendenti ( e di conseguenza i gruppi) arrivassero prima, che fosse una questione di gioventù in qualche modo contrapposta ad una visione “antica” di intendere non solo la musica ma la vita in generale.
Invece ricambio generazionale se n’è visto poco. Non ho nessuna statistica o studio scientifico che possa in qualche modo comprovare quello che ho appena affermato, sia chiaro. Mi baso solo su sensazioni che mi accompagnano nel mio peregrinare in chiave musicale di ogni giorno. Entro in un negozio di dischi e ci trovo vecchi amici, gente di mezza età che ha resistito alla buriana del digitale e adesso si gode una minuscola rivincita. Frequento i concerti, probabilmente dei gruppi sbagliati ma ci si ritrova sempre tra le stesse persone.
E’ un argomento che ha solleticato già qualcuno della vecchia guardia, quelli che hanno vissuto gli anni novanta e che si ripropone a cadenza regolare da quando Stereogum lanciò qualche anno fa un brillante e condivisibile articolo sulla gentriificazione dell’indie rock in genere. (http://www.stereogum.com/1426101/deconstructing-the-o-c-and-indie-rock-gentrification/top-stories/lead-story/)
Mi ha fatto tornare in mente questa vicenda che sinceramente all’epoca mi era bellamente scivolata addosso una canzone di un gruppo nuovo, i Beach Slang.
I Beach Slang sono nuovi quanto può esserlo un gruppo indie in questi giorni. Il cantante ha 40 anni e un precedente fallimento di band alle spalle. Suonano come se fosse il 1993 in una formazione che immagino possa essere di due chitarre, un basso e una batteria. Quello che è nuovo, se vogliamo, è la consapevolezza di quale sia il proprio posto nell’universo. Ad un certo punto canta: too young to die, too late to die young. Sembra quasi una dichiarazione di intenti: siamo questi, ormai con troppi anni alle spalle anche solo per immaginarsi una fine da rockstar maledetta (bisogna lasciarci le penne entro i 28, in questo caso) ma, allo stesso tempo, ancora troppo giovani per ritirarsi sulle panchine del parco a dare da mangiare ai piccioni. Una canzone che è in qualche modo anche un manifesto di come affrontare la mezza età da indie-rockers senza particolari timori e con un pizzico di malcelato orgoglio, insomma.
Perchè, come mi dice un amico, cos’altro potremmo fare?

Beach Slang – Too Late To Die Young

Non che sia poi la canzone più indicativa della band che solitamente pesta di brutto, come si conviene ad una band punk-rock. Ma i motivi per cui oggi si ascolta questa, prettamente acustica, spero siano sufficentemente chiari.

Protomartyr – I Forgive You

Ne abbiamo parlato la prima volta nell’aprile del 2014. Poi, ancora, a giugno di quest’anno. Protomartyr è una di quelle band che mette tutti d’accordo da queste parti e non è così usuale che accada. Siamo stati tra i primi ad arrivarci insomma e talvolta bisogna mostrare le proprie medaglie.
Joe Casey, del resto, sembra proprio uno di noi. Aria da impiegato (noi siamo infinitamente più belli, sia chiaro), doppio petto e lattina di birra in mano. Sembra costantemente ubriaco sul palco anche quando non lo è per nulla. Del resto è lui stesso a confidare che: “I look like a drunk: old, fat, and I slur my words.” Il fatto di biascicare incomprensibilmente il più delle volte ha fatto tirare fuori il nome di Mark E. Smith. Ha 37 anni e ha appena pubblicato quello che finirà senza ombra di dubbio tra i nostri dischi dell’anno. Questa canzone qui in mezzo, oggi, semplicemente doveva starci.

Sunflower Bean – Wall Watcher

Non mi sorprenderebbe se tra qualche mese ce li ritroviamo in copertina da qualche parte. Sarà che i riferimenti musicali sono quelli giusti per il momento, quantomeno se si considera il successo di una band come Tame Impala (hanno scritto una canzone che li omaggia, del resto), sarà che il physique du rôle sembra quello giusto ma insomma un euro su di loro lo punterei senza paura. Sono giovani (alè!!), vengono da Brooklyn, il pezzo è bello e magari ne parleremo ancora tra 15 anni, chissà.

Martin Courtney – Vestiges

Martin Courtney è il chitarrista dei Real Estate, qui in veste solista. Il disco è delizioso. Delizioso è un aggettivo che solitamente si utilizza per musica che non fa male. Uno di quelli che magari non siete costretti a cambiare quando salgono i vostri genitori in macchina.
Martin Courtney, sono sicuro, ama i Big Star, i dischi giusti dei Fleetwood Mac, un po’ di new wave d’annata e ha consumato i dischi dei Teenage Fanclub. Tanto basta, direi.

Richard Hell – Blank Generation

Ork Records: New York, New York è il titolo di un box appena pubblicato che va a raccogliere tutti i singoli (pubblicava solo 7 pollici) della Ork records. Un’etichetta newyorkese considerata a ragione la prima etichetta punk, durata lo spazio di una breve stagione, dal 1975 (il primo singolo dei Television) al 1980. Solo singoli si diceva, solo nomi che alla fine entreranno di diritto nella storia del punk americano come precursori. Del resto la Ork ha avuto proprio il merito di raccogliere i fermenti del primo CBGB.
Si diceva di questo nuovo box dato alle stampe dalla The Numero Group (le sue ristampe sono delle vere e proprie opere d’arte). Raccoglie tutti i singoli dell’etichetta e qualche canzone rimasta inedita fino ad ora. Musicalmente è il vangelo. La confezione è spaziale (io tra le mani ho quella di 4 LP) con un libro di 190 pagine semplicemente bellissimo. Per quello che offre non costa neppure tanto, tra le altre cose.

CESARE LORENZI

misurare

Sniffin’ Glucose nella sua attuale versione duepuntozero è nato più di 2 anni fa allo scopo di mettere ordine nelle infinite conversazioni tenute in privato da tre amici di antica data, romanzandole e rendendole poi pubbliche. In breve il blog si è trasformato in luogo aperto disposto ad ospitare scritti e pensieri di persone che ci piacciono e con cui per un aspetto o per l’altro ci troviamo in sintonia. Lo spazio è diventato una fisarmonica: gente che arriva e che a volte resta, a volte se ne va, a volte anche ritorna.
Giancarlo Frigeri è indubbiamente una persona che ci piace ed è per noi un onore oltreché un piacere avere la sua firma in calce ad una nostra pubblicazione.

http://www.rockit.it/giancarlofrigieri

Giancarlo ha scritto una cosa interessante riguardo un argomento interessante che, come molti dei pensieri che condividiamo in questo spazio, fondamentalmente si pone domande sul come e il quanto la modernità impatta sulla nostra principale passione: la musica.
Buona lettura.
Sniffin’ Glucose
John_Peel_1336047088_crop_550x367
Questa cosa qui che scrivo adesso nasce come reazione ad un post su Facebook di Barbara Santi,
giornalista di Rumore. Non ce l’ho mica con la Santi. Anzi, è una brava persona. E’ che ha detto
una cosa che sento dire spesso da quelli che scrivono di musica e il caso ha voluto che da un poco
mi era venuta in mente una cosa per risolvere questa cosa che ha detto la Santi e che sento dire
spesso da quelli che scrivono di musica.
Sostanzialmente la cosa che sento spesso dire da chi scrive di musica è che oggi escono troppi
dischi. La Santi, nello specifico, si “lamenta” (non che si lamenti, ci ho messo le virgolette per far
capire che secondo me ha solo voluto scrivere una cosa così, ma visto che poi se uno sbaglia una
parola arriva sempre uno a dir su allora ci ho messo le virgolette) che un terzo della popolazione
italiana (o due terzi, non mi ricordo, non è questo il punto) si dichiara cantautore.
In pratica, chi scrive di musica riceve troppi cd.
Troppi cd, non si riesce ad ascoltarli tutti, non si riesce nemmeno ad averne voglia, la maggior parte
fa cagare. Questo la Santi non lo dice, ma tanti altri sì (Infatti adesso se siete d’accordo la pianterei
di impostare il discorso su quello che ha detto Barbara, che come ho detto sopra io non ce l’ho mica
con lei, anzi è una brava persona, l’ho già detto, lo so). E poi io mi ricordo quando trasmettevo in
radio e tutti i gruppi italiani mandavano il loro cd e insomma…la maggioranza faceva davvero
cagare. Immagino che non sia mica cambiata molto.
Il punto è che una volta a fare un disco si spendevano un sacco di soldi e oggi invece fare un disco
(un cd, soprattutto) è alla portata di tutti. Quindi tutti lo fanno, molto semplicemente. Così come
una volta nessuno avrebbe letto un pistolotto come questo, scritto male e pieno di parentesi, perché
nessuno lo avrebbe pubblicato. Oggi invece ti fai un blog, oppure lo dai a una web-zine e questa te
lo pubblica, quindi tutti lo fanno.
Ebbene, secondo me è facile risolvere il problema.
Oggi fare un cd è come una volta fare un demo. Ma una volta i demo non li recensivano mica tutti.
Diversi giornali non li cagavano proprio, al limite ogni 6 mesi facevano una colonnina dove
recensivano 5 demo tra il mucchione di migliaia. Automaticamente, tu ti segnavi i 5 nomi. Ricordo
che “Rumore”, per dire, non recensiva i demo. Poi un giorno fece UNA pagina con dei demo che gli
erano arrivati nel corso dell’esistenza del giornale. Ce ne saranno stati una decina al massimo, ma
credo meno (forse mi ricordo male). Il primo fu quello dei MASSIMO VOLUME. Alberto Campo
scrisse una cosa del tipo che secondo lui era la rivoluzione più grande della musica rock in Italia dai
tempi dei CCCP. In effetti…
Ecco, secondo me le riviste musicali, se vogliono saltarci fuori a risolvere il problema dei troppi
dischi che gli arrivano, devono fare una scelta basilare che si traduce in una frase righe:
“NON RECENSIAMO DISCHI ITALIANI STAMPATI IN MENO DI 500 COPIE PER I VINILI,
2000 PER I CD”
I numeri li ho messi io. Possono variare.
“Sì, ma come si fa a sapere quante copie uno ha stampato?”. Dalle fatture. Lo so, è poco romantico
quando inviate una cartella stampa ad un giornale dovere allegare la fattura. Ma ci si abitua a tutto,
figuriamoci ad un allegato in pdf. Il giornale, certo, dovrebbe poi controllare che non gli abbiano
rifilato una fattura falsa. Basta una mail a chi ha emesso la fattura, lo stampatore. Magari per
conoscenza alla SIAE, per chiedere dei bollini. La parola “ITALIANI” l’ho messa perché certe cose
difficilmente si possono chiedere ad un’etichetta estera, magari. Ma tra italiani, che ci conosciamo
tutti, si ottengono facilmente. Sempre che uno sia disposto a darli. Se non è disposto…. Si fotta.
Niente recensione. Niente intervista, niente attenzione. Niente. Non esisti.
Chi scrive, con i numeri che ha proposto, avrebbe avuto recensito solo “Chi ha rubato le strade ai
bambini?”, album del 2010 che ho stampato anche in vinile in 500 copie. In cd non stampo mai più
di mille copie, butterei dei soldi. Non me lo posso permettere. Infatti lavoro in ceramica, suono per
hobby.
Questo porterebbe a due fattori.
1) Gli sfigati come me si farebbero recensire solo dalle web-zine.
2) I giornali sarebbero finalmente liberi di fare quello che vogliono, di recensire
in pace dischi di persone serie.
Si potrebbe discutere, a questo punto, del fatto che nel “MUCCHIO” di ottobre 2015 ci siano
recensiti VENTISEI ALBUM ITALIANI, tra cui il mio. Qui sotto ci sono i voti che vengono dati ai
ventisei dischi. Magari sono ventotto o venticinque, ho dato un’occhiata veloce e potrei essermi
sbagliato. A sinistra il numero in ordine. A destra il voto. Prego di correggermi se ho sbagliato:
1 7
2 9
3 6,5
4 7,5
5 7
6 7
7 7
8 7,5
9 7,5
10 7
11 7,5
12 7
13 8
14 7,5
15 7,5
16 7
17 7
18 7
19 7
20 6
21 7
22 6
23 7,5
24 7
25 7
26 7,5
Noterete come la media voto è piuttosto elevata. Ventisei album. Ottobre è un mese nel quale in
genere escono più dischi del solito, è vero. Non ho voglia di fare la statistica nel corso dell’anno, se
qualcuno si prende la briga di farla, non sarebbe male. Non ce l’ho col “Mucchio”, che anzi come
giornale mi piace. Se guardate altre riviste, ce ne sono di più.
E’ che ho quello. E ho quel numero, perché dispiace dirlo ma ormai io le riviste le compro poco. Di
sicuro le compro quando c’è il mio disco recensito, come fanno tutti. Che secondo me è anche il
motivo per il quale abbiamo una media voti così alta e poi gli stessi giornali ci parlano della
“asfittica scena italiana”. Che sarà anche asfittica, facciamo schifo, tutto quello che vuoi, ma allora
perché sembriamo tutti bravissimi? Perché vi lamentate che alla prima selezione del Club Tenco ci
sono 200 titoli da “riascoltare in tutta fretta” e poi in un mese ci sono ventisei dischi e a parte tre
sono tutti DAL SETTE IN SU?
26*12=312
Ok, a ottobre escono più album. Ma anche ammesso che siano quindici al mese QUINDICI PER
DODICI FA CENTOTTANTA. IN ITALIA ESCE UN GRAN BEL DISCO OGNI DUE GIORNI.
Si accettano risposte.
(Ripeto: Non ce l’ho con nessuno. Mi piace che ci sia gente che scrive di musica, adoro leggere
gente che scrive di musica. Le proposte che ho fatto sono sicuramente riformulabili in maniera
migliore. Non ce l’ho con nessuno che scrive di musica, in particolare. Ho solo visto alcune cose e
mi sembrava giusto dirle. Se “scopro l’acqua calda”, tanto ormai siamo a dicembre e ce ne sarà
bisogno).
Giancarlo Frigieri

Baseball Angel (Fiver #43.2015)

Cocteau Twins

Cocteau Twins


Questa è la storia di un angelo che atterrò in uno stadio di baseball.

Assistere a concerti in situazioni strane penso sia capitato a tutti nella nostra scalcinata penisola dove spesso manipoli di coraggiosi si inventano, letteralmente, situazioni più o meno probabili. Per quanto mi riguarda uno di quelli più strani a cui mi è capitato di partecipare è stato esattamente trent’anni fa.
Per quanto possa sembrare incredibile c’è stata un epoca nella quale non era cosi scontato che tu venissi a conoscenza di un concerto. Nel 1985, ad esempio, la notizia di un concerto passava attraverso un poster sui muri dell’ università, tramite un passaparola in un negozio di dischi o grazie alla radio. Sì, soprattutto la radio.
A Roma, dove vivevo all’epoca, c’era ad esempio Radio Città Futura. Jesus and Mary Chain, Rem, Cocteau Twins, Smiths, New Order punteggiavano i miei semioziosi pomeriggi di studente universitario (che nostalgia a pensarci solo ora) con poca voglia e altrettanti pochi successi. Insomma, la notizia mi fu recapitata via etere ma sulle prime pensai di aver capito male. Che fosse uno scherzo.
Cocteau Twins in uno stadio di baseball. A Nettuno.
Una cosa assurda tipo gli Smiths al mercato del pesce di Casalpusterlengo o i Rem allo zoo di San Benedetto del Tronto.
I Cocteau Twins…Elizabeth Fraser. La materia di cui erano fatti molti dei miei sogni. Quella voce che su armonie celestiali intonava litanie completamente incomprensibili tanto da mandare nello sconforto non solo me e le mie precarie conoscenze della lingua inglese ma anche molti madrelingua… Gli inafferrabili, eterei, misteriosi scozzesi per la prima, bramata, volta in Italia collocati in prima base in mezzo a palline di cuoio, mazze di legno, birre king size, tabacco masticato e sputacchiato…mah.
Per dare la misura di quanto la loro venuta in Italia fosse agognata ed inaspettata feci giusto in tempo a nominare il termine Cocteau ad Arturo via telefono per incassare un adesione subitanea ed entusiasta (forse non aveva afferrato i successivi termini come stadio di baseball..Nettuno…a piedi..).
Sabato 10 agosto, primo pomeriggio. Stipati sul trenino Roma-Nettuno, nelle nostre (dilettantistiche) interpretazioni dell’abbigliamento dark incassammo gli sguardi sospettosi e sbeffeggianti dei romani accaldati in costumi sgargianti che si recavano sul litorale per cercare scampo all’afa della capitale.
Per quanto eravamo sicuri della nostra destinazione finale non avevamo bene idea del come. Niente google maps nè sito dei trasporti locali. Ci ritrovammo ad arrancare di nero vestiti sotto un sole africano su per la collina che sovrasta Nettuno.
Lo stadio da baseball era veramente… uno stadio da baseball, ricordo transenne immotivatamente lontane dal palco e un affluenza tutto sommato modesta ma i presenti non erano lì per caso.
D’altra parte ci voleva una buona dose di follia per imbarcarsi in una avventura del genere.
La line up era accattivante, per l’epoca. I darkettoni nostrani Nadja, gli eccellenti Woodentops (una sorta di Violent Femmes albionici che scatenarono l’entusiasmo dei presenti) prima dell’apparizione in tutina rosa della prorompente Jayne Casey piccolo mito della scena post punk britannica tra Pink Industry e Pink Military. Apparizione che smosse non poco l’ormone dei presenti rendendoci tutti potenziali peccatori.
Tra diavolo e santità Elizabeth Frazer apparve in casa madre ai presenti e, in un silenzio quasi religioso, riportò gli animi su sentieri più puri e celestiali anche se i ripetuti problemi tecnici immagino che suscitassero nell’intimo di Robin Guthrie, Liz e Simon Raymonde esclamazioni scozzesi ben poco eteree.
Non ricordo molto altro. I Cocteau Twins tornarono una sola altra volta in Italia nel 94 a Milano ma in un locale ben più convenzionale.
Dopo poco si sciolsero e, non a caso, è uno dei pochi gruppi che ha resistito alle avance pressanti di una reunion. Troppo emotivamente stressante, ha dichiarato la Fraser, rivivere quegli anni e il bagaglio emozionale che si portano dietro, senza molto di nuovo da aggiungere.
Un’integrità sempre più rara.
Rara come l’apparizione di un angelo su un campo da baseball.

Questa è una versione “extended” di un pezzo originariamente pubblicato sulla strepitosa fanzine NO HOPE (numero di ottobre 2015).

Brothers In Law – Middle Of Nowhere

Non amo volare. Rimango sempre in uno stato di sottile tensione che si scioglie definitivamente solo nel momento nel quale l’aereo comincia a planare verso la destinazione. Quello sì che è un momento di assoluta beatitudine. Middle Of Nowhere sarebbe una colonna sonora perfetta per quell’esatto momento.
La canzone con cui i Brothers tornano sulla scena è un pezzo importante che segna decisi mutamenti nel loro suono pur restando nel solco di una malinconia estatica.
Parlavo poche settimane fa con Andrea dei BIL e lui, che vede tonnellate di concerti in più rispetto al sottoscritto, invidiava molto il mio racconto del concerto dei Cocteau Twins di cui sproloquio poco sopra. Ecco, il nome dei Cocteau Twins, seppur nelle enorme differenze del caso, non credo sia un nome inappropriato. Ed il cerchio si chiude. Restiamo in ansiosa attesa, a gennaio, di Raise per certificare il passaggio dei ragazzi pesaresi alla major league (che già abitano stabilmente nei nostri cuori).

Wall – Cuban Cigars

Tensione, inquietitudine, arroganza. Un debutto che fa clamore. Wall da New York sbaragliano la concorrenza al recente CMJ. Attitudine a pacchi da 12. Un ragazzo e tre ragazze, tra le quali Sam York alla voce, arrogante e irresistibile. Chitarre che disegnano un angolo dietro l’altro ma il tutto fila inspiegabilmente diritto lungo i blocks newyorchesi che hanno dato i natali alle leggende del post punk.

Laced – Clear

Chissà perchè avevo battezzato Dustin Payseur (Beach Fossils) un timido nerd aggrappato dietro la sua chitarra per mettere una ragionevole distanza tra lui ed il resto del mondo. Niente di più sbagliato. Un paio di live e la sua personalità strabordante da, quasi, rock’n’ roll animal ha spazzato via questa impressione. Non solo, la Bayonet Records da lui creata con la sua compagna ospita ora questa nuova incarnazione ed il risultato è di nuovo di ottimo livello. Chitarre come lame che rivendicano spazio fino a conquistarlo sul finire del pezzo che non atterra lontanissimo da talune cose Captured Tracks di recupero di certe sonorità dark alla Diiv o Craft Spells.

Chorusgirl – No Moon

Compito in classe. Tracciare una retta che va dal candy pop per adulti di Talulah Gosh e Shop Assistants ed arriva fino alle cascate iridescenti dei Lush o ai muscoli appena accennati delle Breeders.
Aggiungere una cantante tedesca (Silvi Wersing) e una casa come la Fortuna Pop. Non copiare.
La soluzione è: ןɹıƃsnɹoɥɔ.

Beliefs – 1992

Toronto. Il libro di Kim Gordon sul comodino. Un giro di chitarra che più Kevin Shields non si può. Estetica primi 90. In quegli anni adoravo uscire dal Disco d’oro con un ep degli Swervedriver, dei Boo Radleys o dei Chapterhouse sotto il braccio. Ritrovarmi ad entusiasmarmi ancora per quel genere di cose esattamente 25 anni dopo è delizioso ed inquietante al tempo stesso e la dice lunga sulla mia capacità di andare avanti. Tesi, quest’ultima, da applicare a molti aspetti della mia vita.
Once a shoegazer…

Massimiliano Bucchieri

Fucked Up, Once Again (Fiver # 42.2015)

11950233_1009867759075639_3061644670189061719_o
Quando ho cominciato ad ascoltare musica seriamente avevo un’età in cui per essere suggestionato non occorreva necessariamente osservare la realtà ma poteva bastare anche solo lasciar spazio all’immaginazione. Era un’epoca in cui per quanto riguarda la musica che mi interessava le informazioni viaggiavano lentamente, le immagini circolavano molto poco e la stessa musica era reperibile in maniera sommaria e fruibile con modalità tutt’altro che istantanee. Ma questa storia l’avete sentita mille volte ormai, da me e da altri come me. In ogni caso il risultato era che le faccende riguardanti l’argomento erano ammantate da una certa dose di mistero e in quanto misteriose mi spaventavano: temevo l’approccio a certi suoni e ancor più temevo l’immaginario che certi gruppi richiamavano. Erano cose che in generale nemmeno arrivavo ad ascoltare. Con pochi soldi in tasca non potevo permettermi l’acquisto dei costosi vinili import al vecchio Disco d’Oro di via Marconi, e neanche riuscivo economicamente ad avvicinarmi alle stampe italiane della Base Records, etichetta bolognese che all’epoca pubblicava i cataloghi praticamente di tutte le migliori indie straniere. Erano gruppi che spesso nemmeno vedevo in foto, men che mai in concerto o in video, però leggevo cronache e descrizioni straordinarie, redatte da qualche temerario e omnisciente reporter. Racconti di suoni ostili prodotti da ragazzi pericolosi. O almeno così mi pareva.
Quando penso alla musica che agitava la mia fantasia a quei tempi, affascinandomi in maniera totale, mi tornano alla mente due canzoni in particolare. Una è Religion dei Public Image Limited che si apriva come fosse il sermone di un prete anarchico, con il basso e la batteria che entrando più avanti spingevano indietro quella voce idrofoba: This is religion/There’s a liar on the altar/The sermon never falter/This is religion/This is religion and Jesus Christ/This is religion, cheaply priced. Una scheggia di odio puro piantata nella gola di qualunque religione. La mia, la tua, la loro.
L’altra era Frankie Teardrop, dieci minuti e ventisei secondi di metronomica follia piazzati dentro al primo Suicide. Una canzone che raccontava in maniera ossessiva e con toni per nulla rassicuranti la storia di un giovane operaio licenziato che tornando a casa sterminava l’intera famiglia: Frankie can’t make enough money/Frankie can’t buy enough food/Frankie is so desperate/He’s gonna kill his wife and kids/Frankie’s gonna kill his kid/Frankie picked up a gun.
Poi in un angolo accomodati nell’ombra, c’erano i Flipper. Ma loro erano una storia a parte. Li consideravo un monolite nero, un macigno che lentissimo era rotolato sopra al punk tra fine anni ’70 e inizio ’80 segnando una strada che solo 10 anni dopo qualcun altro (praticamente una buona metà dei gruppi appartenenti al nord ovest grunge) avrebbe individuato quale via maestra da seguire. Musicalmente non avevano nulla a che fare né con il punk inteso come allora lo si intendeva (il primo ep è del ’79 per collocare temporalmente la loro entrata in scena) né con il suo post allora piuttosto in voga. In un momento storico in cui il basso non era propriamente lo strumento più ricercato loro piazzavano due bassisti in formazione e proprio con una linea di basso inconfondibile si apriva Sex Bomb, la loro hit. Quando la ascoltai per la prima volta mi aspettavo una canzone che avesse qualcosa a che vedere con il suo titolo. Una roba con una gran carica tipo che so, Sex Beat dei Gun Club. Invece no. Se non l’avete mai ascoltata fatelo. Un pezzo lentissimo, con un basso che tuona minaccia da subito, un testo che si limita a sette parole ripetute all’infinito: She’s a sex bomb my baby , yeah e poi un sax che svirgola come un auto impazzita in mezzo alla folla di un mercato. L’apologia della lentezza in un’epoca in cui tutti andavano velocissimi – basti pensare che l’epicentro alternativo musicale della loro zona, la Bay Area di San Francisco – era dominio pubblico dei Dead Kennedys e della loro Alternative Tentacles. I Flipper non erano adatti al mondo e a loro di essere adeguati al mondo non poteva interessare meno.
A me di quel primo disco, quello con la copertina giallo fosforo e il pesce stilizzato scuola elementare piazzato in alto a sinistra, piaceva in particolare il pezzo d’apertura, Ever. Era forse l’unica canzone con un minimo di ritmo, aveva l’handclapping, elemento che già allora mi irretiva e si chiudeva con un finale così disperato che peggio non si potrebbe: Ever wish the human race didn’t exist/And then realize you’re one too/Well, have you … ever .. I have/So what.
Quando nel ‘92 tornarono dopo quasi un decennio d’assenza e dopo la morte di uno dei due cantanti era la loro grande occasione: Kurt Cobain dichiarava amore posando con una t-shirt autoprodotta una sessione fotografica si e l’altra pure (scatti nel booklet di In Utero inclusi) e Rick Rubin li portava in palmo di mano. Loro se ne uscirono per la Def American con una canzone che dichiarava la sconfitta prima ancora di suonare una sola nota. Fucked Up Once Again, un inno alla consapevolezza piena e totalmente lucida che il futuro per certa gente è già scritto: Fucked up once again/No more rivers of blood/Taking over my dream of love/Feel a bit of poetry in my life/But it all could change in just one night.
Negli anni i Flipper hanno incassato una quantità di moneta inversamente proporzionale alla pletora di attestati di stima: Krist Novoselic si accomodò al basso ai tempi di una reunion nella seconda metà degli anni zero, Mark Arm scrisse note accorate sulla copertina di una loro raccolta di singoli, Michael Stipe scelse di confezionare un singolo natalizio (!!) dei R.E.M. proponendo una cover di Sex Bomb e Moby (!!!) si vanta da sempre di aver rimpiazzato per qualche giorno il loro cantante durante un breve periodo di detenzione in cella di quest’ultimo.
Dei vari membri dei Flipper che si sono alternati in formazione in tutti questi anni tre sono morti in momenti diversi (1987, 1991 e 1992) ma per la stessa causa: overdose di eroina, un quarto è rimasto semi paralizzato in un incidente di macchina, destini tanto tristi quanto in linea con la loro storia cui l’aggettivo nichilista si adatta francamente come a nessun altro. In questi giorni si sono rimessi in pista, non so come ma posso immaginare il perché. In organico dovrebbero esserci due dei membri fondatori (chitarra e batteria) mentre alla voce ci sarà David Yow che ha cantato negli Scratch Acid prima e nei Jesus Lizard poi. Non avrei potuto immaginare una scelta migliore. Mi pare di capire che abbiano fatto gruppo specificatamente per tre concerti in Italia. Non mi sembra possibile che un insieme di persone del genere ce la possa fare, ma per sicurezza il biglietto per la data di Bologna l’ho comperato.
Sono passati tanti anni da Sex Bomb e mi fanno ancora paura, anzi forse mi fanno più paura oggi che allora. Ma è tempo di esorcizzare i timori e scacciare i fantasmi.
Siamo adulti, finalmente.

Tears “Maybe I Will Fuck Forever

Tollero sempre meno i social network. Che nel mio caso si riducono a Facebook, essendo l’unica piattaforma che frequento. Non sto ad elencare i motivi tanto li conoscete tutti bene, sono gli stessi motivi per i quali anche voi non sopportate più i social network. Però ritengo rimangano uno strumento di raccolta di informazioni in tempo reale impareggiabile. I morti famosi li scopro tutti da lì, ad esempio, come i compleanni di amici e conoscenti. E da lì scopro anche qualche nuovo gruppo. I Tears li ho trovati grazie a un link piazzato nella pagina Facebook degli Yung, i miei preferiti tra i nomi nuovi usciti negli ultimi tempi. Arrivano dalla Danimarca e a giudicare dai cognomi dentro ci deve essere il fratello proprio di uno degli Yung. Ma non vorrei azzardare troppe ipotesi, sul loro profilo è scritto tutto in danese quindi non ci capisco niente. In ogni caso questa canzone è proprio bella.

The Hussy “Asking for too Much

Sono in due e arrivano dal Wisconsin. Canta lui, che suona anche la chitarra, canta lei, che suona anche la batteria. Da qualche parte qualcuno suona il basso. Il loro secondo album, si chiama Galore e non c’è una canzone meno che bella.

Sealings “White Devil
Questi invece sono in tre e abitano a Brighton. Tra produzione e registrazione sul loro disco hanno messo le mani il tizio degli Hookworms e quello dei Total Control. E si sente. E’ come se i ragazzi si fossero chiusi in un bunker durante un week end portandosi appresso solo le copie dei primi dischi dei Cure, qualche ep dei Cabaret Voltaire e un paio di casse di vodka. Bomba.

Smash “Gloomy Sunday

Poi ci sono loro che stanno a Sassuolo (lo so, fa un pò meno figo) e fanno uscire un ep su cassetta per un’etichetta (La Barberia) a me carissima, gestita da persone splendide partite con un’idea stramba quanto bella: quella di far suonare gruppi in un negozio di barbiere di Modena la domenica pomeriggio. Più o meno. Gli Smash in questo pezzo mi ricordano un sacco i Grandaddy, hanno melodia e tiro. Per innamorarsi non serve molto di più.

Modern Baseball “Rock Bottom

Magari lo conoscete tutti benissimo e io sono l’unico che fino ad oggi ignorava l’esistenza di Brendan Lukens, studente universitario di Philadelphia cresciuto ad hamburger e (dice lui) a Tokyo Police Club e Los Campesinos. Due dischi già in catalogo e un terzo in arrivo. Questa canzone è vecchia di oltre un anno e stava sul suo secondo disco, You’re Gonna Miss It All. Per la serie: mai più senza.

Arturo Compagnoni