Out of Time (Fiver #50.2015)

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You don’t know what’s going on
You’ve been away for far too long
You can’t come back and think you are still mine
You’re out of touch, my baby
My poor discarded baby
I said, baby, baby, baby, you’re out of time

Out of Time – The Rolling Stones 

Le playlist di fine anno le trovo generalmente noiose, ovviamente autoreferenziali e assolutamente inutili. Mi piace il concetto che ha disegnato un mio amico giusto l’altro giorno di “classifica di fine anno come idea liquida di un processo in continua evoluzione”. Ma in effetti nemmeno questa iperbole mi si adatta. Ho smesso di evolvermi da un pezzo e non ho nessuna intenzione di riprendere a farlo. Troppo faticoso, poi sto bene dove sto, ho già dato.
E’ piuttosto evidente che io sia una persona fuori dal tempo. Direi che tutto questo blog è fuori dal tempo ma non voglio coinvolgere i miei amici nel discorso e allora parlo solo per me. E’ anche giusto, non è scritto da nessuna parte che uno debba per forza starci sempre dentro al tempo. Non nel senso classico perlomeno.  Sforzarsi di farsi piacere a tutti i costi l’attualità e pretendere di padroneggiarla con competenza è una follia. Mi accontento di viverla.
Pensavo questo l’altro giorno mentre sfogliavo con malcelata pigrizia e crescente sorpresa la classifica dei 50 dischi dell’anno stilata dalla redazione di Pitchfork. Da tempo le playlist di fine anno, a parte quelle di qualche amico (quest’anno Cesare ne ha pubblicata una che davvero vale la pena leggere), non le guardo più e le discussioni che generano – solitamente accolte in zona social network, area sempre più insopportabile per quanto necessaria – mi infastidiscono in maniera importante. Fanno eccezione due liste: quella di Norman Records che spesso segnala cose interessanti e meritevoli sfuggite alla mia attenzione e quella di Pitchfork, testata che a parte qualunque considerazione di merito, segna indubbiamente l’indirizzo degli umori dell’intellighenzia musicale del nuovo millennio. Posto questo, cioè l’indicazione di un trend generale della critica attraverso l’opinione di Pitchfork, il rapporto inverso tra la classifica della webzine di Chicago e i miei ascolti mi ha colpito. Non che non lo sapessi di essere fuori dal mondo ma vederlo lì, scritto nero su bianco, mi ha comunque spiazzato. Non è solo il fatto che la loro classifica dei migliori dischi del 2015 non incontri quasi per nulla il mio gusto, è che quei dischi mediamente io proprio non li conosco. In quell’elenco di titoli ce ne sono alcuni che non ho mai nemmeno sentito nominare (21), altri il cui nome mi è capitato di leggere ma non ho mai ascoltato né mai ascolterò perché non mi interessano in alcun modo (10), altri ancora che pur avendoli ascoltati non mi hanno detto nulla (4). Di 50 dischi ne ho acquistati 3 (tre!!! e vi assicuro che di dischi quest’anno ne ho comperati un botto, come sempre) mentre dei restanti 12 ne possiedo solamente una copia digitale, sintomo di un interesse senz’altro marginale.
Credo che non ci siano tante analisi da fare se non constatare come il pubblico interessato alla musica oggi sia molto più aperto agli ascolti di quanto non fossi io alla loro età (e di quanto non sia adesso, of course), apertura cui consegue – direi inevitabilmente – una passione decisamente più sfumata, a tratti superficiale. Un interesse che definirei generalista. Probabilmente a nessuno di loro potrebbe adattarsi il motto “Rock ‘n’ roll is an attitude, it’s not a musical form of a strict sort. It’s a way of doing things, of approaching things. It’s a way of living your life”, citazione di Lester Bangs che meglio rappresenta la mia idea di approccio alla musica. C’è un’altra frase che lessi anni fa in un’intervista che ogni tanto tiro fuori perché mi sembra renda bene l’idea. L’ha pronunciata David Thomas dei Pere Ubu riferendosi alla sua assoluta e totale dedizione alla musica: “Da giovanissimi noi abbiamo avuto l’equivoca fortuna di avere un sogno e una visione di una intensità che non avremmo potuto poi sopportare da adulti. Quando ti capita una cosa del genere sei marchiato per sempre, non c’è altra via che continuare”. Un po’ enfatico indubbiamente, ma tutto sommato piuttosto rispondente alla realtà che alcuni di noi, nati tra anni ’60 e inizio ’70, hanno effettivamente vissuto. Non so da cosa dipenda, in alcuni casi, quelli che coinvolgono i più anziani, suppongo che lo schierarsi in maniera decisa, a tratti quasi fanatica, a difesa di un genere musicale puntando il fucile carico contro tutto il resto abbia a che fare con l’aver vissuto in diretta l’avvento del punk e il suo essere necessariamente una faccenda da dentro o fuori. Bianco da una parte nero dall’altra, nessuna mezza misura. E se è vero che non sono mai stato un punk è anche vero che l’esser partito ad ascoltare musica da Never Mind the Bollocks e The Clash è stata sicuramente una chiave di volta per leggere tutto quello che mi è capitato dopo a proposito di musica (e non solo).
Non fosse irrispettoso verso la storia, quella con la esse maiuscola, e il paragone non apparisse blasfemo direi che mi sento come immagino si senta un partigiano. Ho fatto cose di un’altra epoca e ho vissuto esperienze che oggi non sarebbero in alcun modo ripetibili. Appartengo a una generazione di sopravvissuti. Non me ne vanto ma neppure me ne dispiaccio, aspetto solo l’estinzione.

Jaill – Getaway

Quando vedo una batteria timpano e rullante suonata stando in piedi mi dispongo bene da subito. Loro sono già al quarto disco, alcuni ne hanno pubblicati con la Sub Pop mentre questo esce per la Burger. Dire che questa canzone e questo video mi mettono allegria è dir poco.

Communions – Forget it’s a Dream

I danesi somigliano ai personaggi dei film di Lars Von Trier. Me li figuro tutti nazisti e (mal)celatamente gay. Che detta così sembra quasi che ce l’abbia su con loro, cosa che non è. Anzi stando alla musica, negli ultimi 2 anni i gruppi nuovi che mi piacciono di più arrivano tutti dalla Danimarca. Anche se questi sembrano più un gruppo brit di inizio anni ’90.

Giungla – Cold

Emanuela Drei è (era?) la cantante degli Heike Has the Giggles. Ora viaggia da sola, si fa chiamare Giungla e a giudicare da questa canzone ha deciso di piacermi parecchio.

Naps – Sandspurs

Da Tallahassee, Florida, i Naps hanno tutte le carte in regola per diventare il mio gruppo preferito dei prossimi due giorni. La voce di lei è incantevole ma forse è anche meglio quella di lui che si ascolta sul retro di questo loro secondo singolo dove affrontano una cover di Lost in My Bedroom di Sky Ferreira per sola chitarra, voce e un’armonica che sbuca proprio alla fine. Magari ascoltatevi anche quella.

Sports – Reality Tv

Punk da adolescenti con entrature indie pop precise e canzoni che quando durano due minuti va già bene. Classico gruppo che dalle nostre parti piacerà a quindici persone, i cui nomi e cognomi conosco tutti.

Arturo Compagnoni

Uomini 2.0 – l’amore ai tempi di Spotify (Fiver # 49.2015)

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Ricorda che tutta la vita è un brevemente insieme
https://michellesalom.wordpress.com/amore-2-0/

La donna che ama come un uomo non è male. l’uomo che ama come una donna finisce in qualche lurido motel di frontiera a piangere come un vitello scannato.
Efraim Medina Reyes (C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo)

To be alone with me and went up on the tree/I’ve never known a man who loved me.
Skip. Skip. Skip. Presente quella pubblicità orrenda che si deve sorbire chi, come me, non ha nessuna voglia di pagare il canone mensile di Spotify e ne usa la versione “free”? Ecco: skip, skip, skip. Salta, passa oltre, vai avanti prima che il pezzo sia finito. Le prime tre note, i primi accordi. Poi via: altro pezzo. Senza stare a sentire che giro verrà dopo, senza neanche domandarti se ti perderai il riff della vita che non sta nei primi quindici secondi, se le parole dell’ultima strofa sono poesia. Non ci pensi su e via, altro pezzo. Skip.
Il metro della nostra solitudine è il ritmo dello skip: un’altra foto su Facebook a cui mettere mi piace, un altro selfie sorridente, altre gambe stese in acque azzurre da desiderare, avere, collezionare e dimenticare. Skippare.
Cambia sorriso, annusa un’altra pelle prima di averne scoperti tutti i nei, prima di ricordarti le piccole rughe che le disegnano gli occhi quando sorride. Passa avanti prima che quella voce diventi familiare, prima che possa fermarsi dentro la pancia e tu possa svegliarti con la voglia di sentirla, magari di fermarti e chiedere: «ma chi sei tu?» e di stare ad ascoltare la risposta.
You gave your body to the lonely/They took your clothes/You gave up a wife and a family/You gave your ghost.

I could give so much more.
I trenta sono i nuovi venti. I quaranta i nuovi trenta e via così. Ho sempre pensato che fosse una stronzata assoluta: una scusa per giustificare la nostra voglia di non crescere, la nostra pigrizia, la nostra paura di invecchiare. La scusa per non impegnarsi, non amare perché non c’è tempo, perché da single puoi fare quello che vuoi, andare a letto con chi vuoi, hai il tuo tempo per te e blablabla. Una grande, simpatica, puttanata da dire agli amici quando commentano le tue occhiaie per l’ennesima serata extra-time al Covo.
Fino a ieri. In una notte assurda per le strade di Bruxelles fra mille discorsi a metà, iniziati e persi fra le birre, lei mi dice: «dai che lo sai, tu non hai neanche trent’anni. La nostra generazione ne ha dieci di meno, almeno! Me l’ha detto mia nonna: loro si sposavano, facevano figli giovani perché avevano visto la guerra. I nostri genitori no e quindi hanno cazzeggiato, si sono sposati, divorziati, incasinati. Noi neanche quello. Perché siamo troppo lontani dalla guerra.».
La guerra come metrica della crescita, come linea di dolore che ti costringe ad andare avanti per credere in qualcosa di migliore. La guerra come assenza di pace, come abitudine alla sofferenza, alle macerie. Ma anche come speranza obbligata che diventa necessaria: non possiamo non credere che finirà, che la vita migliorerà. Non possiamo non darci prospettive.
Forse noi crediamo, forse purtroppo sappiamo, che il meglio per noi è già venuto e per questo ciclo possiamo solo vedere appannare quello che abbiamo sognato. Forse questa sensazione si è talmente infiltrata nelle anime che non ne siamo nemmeno più coscienti, è solo il dato evidente da cui partire. Forse non sappiamo più amare perché non sappiamo più sperare.
Sometimes, I still need you.

All this time I’ve loved you/and never known your face/all this time I’ve missed you/and searched this human race.
Siamo costretti a sognare. Sempre. A darci obbiettivi irraggiungibili. Così da poterli fallire senza troppa disperazione. Supereroi dell’immaginazione e conigli sui marciapiedi sempre più rabbiosi, faticosi, infelici. Immaginiamo la vita e la fotografiamo su Instagram e chi ha le energie per vivere davvero?
A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercando altri sguardi, non si fermano. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe. (I.C.)
Siamo effimeri, come tutto quello che ci circonda, come il mondo pacificato e sempre sull’orlo del disastro che ci hanno dato in eredità nonni concreti e padri irrisolti.
Ma dobbiamo essere supereroi, sognare di immolarci per una principessa che non c’è, montare un bianco destriero che è una bicicletta piena di Moskow Mule alle quattro del mattino, cavalieri senza macchia che non potrebbero reggere nemmeno il peso di una promessa. Ma sempre pronti a proclamare la missione, il sogno di avere un motivo che trascenda le albe e i tramonti.
Wanna stay right here/until the end of time/‘til the earth stops turning.

When your body aches/From the unresolved dreams you keep/And the hours passed by/Just left on repeat (…) Don’t burn so late.
Un momento dopo. Un po’ più in là. Sempre. Fratelli inconsapevoli di Tristano, Otello, Mercuzio, lottiamo in bilico tra il sogno di edificare castelli impenetrabili in cui nascondere una fata, quella che non esiste nemmeno nelle fiabe che nessuno ci ha comunque raccontato da bambini. E la curiosità della pelle, seconda solo al silenzio del cuore. In un mondo ostile, complesso ed incomprensibile, in cui, sappiamo, il nostro posto è stato già preso da qualcuno che non se ne vuole andare o da qualcuno arrivato dopo quasi per caso. In una realtà che ci sfugge ogni giorno, in cui dobbiamo combattere per avere il minimo accettabile ma questo minimo è già il massimo a cui ambire, vaghiamo per terre di mezzo in cerca di un drago da sfidare finendo dietro banconi pieni di alibi. Perché il mal di testa del giorno dopo è un’ottima scusa per non dover ambire a qualcosa di più. Anche solo a cercare il modo di comprendere i suoi sguardi, di capire i suoi occhi, forse stufi di incontrarne ancora altri di un colore diverso. Forse pronti a fermarsi.
It’ll be a silent day/I’ll share with you/Fighting off the hostiles/With whom we collude/Am I hoping to find the key To this play of communications/Between you and me.

The less we say about it the better/Make it up as we go along.
Non ne sappiamo un cazzo e andiamo avanti a caso. Vaghiamo come bambini cresciuti senza accorgersene e non siamo capaci di accettare uno scopo, uno solo. Un impegno, una strada, una sola. E quindi, come pensare ad una vita da passare assieme? Quanto costa condividere il futuro? Quanto, essere in balìa non più solo di se stessi, che già è una fatica enorme?
Siamo tiranni egoisti mai svezzati e cresciuti in un ring in cui la campana che ferma i cazzotti non suona mai.
Oppure siamo solo sinceri, liberi dai vincoli della necessità. Liberi da una morale unica. Possiamo fare quello che vogliamo. Nessuno sa più dire cosa è giusto e cosa no, cosa si può e cosa no. Credere in qualsiasi cosa è quasi un imbarazzo, un segno di debolezza della mente. Credere, addirittura, nell’amore, quella cosa che vediamo continuamente fallire attorno a noi, è indizio di precoce arteriosclerosi, demenza senile o povertà di cuore.
Paradosso di questi tempi: cuori piccoli giudicano come inadeguati cuori che non hanno paura di riempirsi, rompersi, ricucirsi e ricominciare a pulsare.
Possiamo fare quello che vogliamo e quindi ci perdiamo. E cerchiamo. E non possiamo smettere di cercare perché ci siamo dimenticati cosa stavamo cercando. Sappiamo solo cercare. Corriamo perché, come insegna Forrest Gump, dobbiamo correre per andare dove stiamo andando.
Come la vita fosse un romanzo di Cormac McCarthy, camminiamo (corriamo) in mezzo alle macerie di un mondo che prometteva muri crollati e libertà e ha dato smartphone e terrore e gente che muore sulla spiaggia mentre tu fai il bagno. Mentre tu continui a fare il bagno.
Corriamo e ci perdiamo e quegli occhi che ti fanno tremare la pancia li lasciamo lì, a bordo strada perché non abbiamo posto per un fardello che non è il nostro, per un cuore che batte a ritmo diverso.
Perché il bosco da attraversare è sempre molto scuro e fa sempre molta paura e una mano amica potrebbe cominciare ad andare piano e costringerti a rallentare o, peggio, potrebbe decidere che deve andare più veloce e lasciarti indietro.
Forse tutto questo buio è solo la scusa per le nostre debolezze, o l’ombra in cui queste nascono. Ma andiamo, siamo in movimento e finché ci si muove si è vivi, ed è già qualcosa.
Magari, in realtà, stiamo solo aspettando di incontrare una donna che ci faccia dire finalmente: Home – is where I want to be. But I guess I’m already there.

Fabio Rodda

Sleeping is the only love (Fiver #48.2015)

David Berman

David Berman

Ormai mi limito ad alzare le sopracciglia. Le news in ambito musicale mi fanno quell’effetto, al massimo. “Uscirà un nuovo album di PJ Harvey il prossimo anno…..” mi parte il sopracciglio destro, per pochi secondi. “Hai visto il nuovo video di M.I.A., quello con i profughi….ha alzato un polverone in rete….” via di sopracciglio sinistro.
“Cazzo. Hai sentito David Berman ha scritto una nuova canzone….” David Berman quello dei Silver Jews?? Ecco, fermi tutti. Lasciatemi mettere da parte, per un momento solo, il meschino cinismo che riservo a tutte le novità e chiacchericcio indistinto. Berman?? Davvero??
Una notizia che altro che le sopracciglia, dai.

I was young
For a very long time
I was dumb
But the pleasure was mine (The Arcs – Young)

Ci pensavo poche settimane fa. Lo spunto me lo aveva dato Arturo su queste stesse pagine. Parlava dei famigerati novanta e di quali dischi davvero gli fossero rimasti appiccicati addosso e di quanto fossero diversi (i suoi dischi) da quelli che sono diventati un po’ l’emblema dell’intero decennio. Ci ho riflettuto un attimo e mi sono tornati in mente proprio i Silver Jews di David Berman. American Water è uno di quei dischi da isola deserta per me e che nessuno tira fuori per ricordare i buoni tempi andati, naturalmente.
È stata una buona occasione per andarlo a riascoltare, dopo tanto tempo.
Ci sono canzoni che non hanno età. American Water lo ascolti e potresti immaginarti sia un disco degli anni ‘70. Oppure una novità appena uscita sul mercato. Un disco classico, insomma.

I asked the painter why the roads are colored black.
He said, “Steve, it’s because people leave
and no highway will bring them back.” (Silver Jews – Random rules)

I nostri gusti sono influenzati dal contesto. Ci sono dischi che piacciono perché ti consentono di allacciare rapporti sociali e di appartenenza di specie.
E poi ci sono dischi che funzionano anche decontestualizzati. Sono quelli che rimangono.
Penso che abbia molto a che fare con la qualità della scrittura.
David Berman scrive canzoni fantastiche. Nonostante sappia suonare a malapena la chitarra e con la voce sono piú le volte che stecca di quelle che ci piglia. Come se avesse mai avuto importanza questa cosa qui. Come se Dylan o Leonard Cohen sapessero cantare.

All my favorite singers couldn’t sings (Silver Jews – We are real)

L’ultimo album dei Silver Jews è del 2008. Il nome di Berman ogni tanto salta fuori per vicende letterarie. Ha pubblicato qualche libro. Fa delle letture pubbliche. Ma con la musica ha chiuso.
Tutto questo mio entusiasmo è poco giustificato da una canzone che non è neppure interamente sua ma scritta in compagnia di Dan Auerbach. Uscirà su un 10 pollici a nome The Arcs che vedrà la partecipazione di Dr. John e di uno dei Los Lobos.
È un blues surrealista decisamente riuscito che non sposta di una virgola nulla e non ne ha neppure l’ambizione. È una canzone di David Berman, però. Va celebrata come si conviene.
La combinazione con Dan Auerbach (The Arcs ma sopratutto Black Keys, se a qualcuno è sfuggito) funziona sorprendentemente.
Auerbach merita due parole a parte. I Black Keys sono diventati una cosa troppo grossa e sembra che ormai si limiti a gestirla. L’ultimo album è un disco dignitoso quanto può esserlo un album di una band che deve riempire gli stadi. Ma lui si ritaglia spazi fatti su misura. L’ho visto suonare la chitarra con Dr. John sul palco. Al pieno servizio di quest’ultimo e ci mancherebbe. Con un’umiltà e una devozione alla causa che non possono lasciare indifferenti.
Alla fine è una canzone che uscirà su di un disco stampato in poche copie per il Record Store Day. Un brano destinato a non lasciare tracce. Come se questa cosa avesse davvero importanza. Come se davvero quello dei Radiohead fosse il miglior album degli anni novanta.
THE ARCS – Young

SHE DEVILS – Come

Surf e gli anni sessanta. Pop esoterico e Nancy Sinatra. Sono in due: un ragazzo e una ragazza, canadesi di Montreal. Questa è una canzone che ha magia ed ipnotismo, quanto ne aveva Lisa Germano accompagnata dalla chitarra di Howe Gelb, secoli fa. Singolo di debutto spaziale.

M. WARD – Girl From Conejo Valley

Classicamente M. Ward, ne più ne meno. Come se 4 anni non fossero mai passati. Sicuri di quello a cui si va incontro, sicuri di non venir delusi. M. Ward si muove sul confine tra pop d’autore e rock classico ma riesce sempre, in qualche modo, ad evitare le banalità. Insomma si fa ascoltare sempre e comunque e questa è una canzone che sarebbe un sogno accendare la radio e sentirla uscire dagli autoparlanti.

CAVERN OF ANTI-MATTER – Melody in High Feedback Tones

Tim Gane è uno di quelli che non ha mai tradito. Tim Gane è uno di quelli che mi fa ascoltare musica distante dai miei ascolti abituali. Grazie a lui ho in bella mostra dischi nello scaffale di casa che forse non avrei mai comprato. Tortoise, Chicago Underground Trio e qualche altro album a metà strada tra jazz sperimentale ed elettonica che ora non ricordo.
Tim Gane ha suonato la chitarra in due dei miei gruppi preferiti in assoluto: McCarthy e Stereolab.
Cavern of Anti-Matter pubblicheranno il primo album vero e proprio all’inizio del prossimo anno. Ci suoneranno Bradford Cox, Sonic Boom e un tizio dei Mouse On Mars.
Cavern of Anti-Matter è la nuova band di Tim Gane.
Se proprio devo riporre aspettative da qualche parte ho deciso di farlo qui.
Questa canzone è letteralmente sublime, mi pare.

WALTER MARTIN – Amsterdam

Walter Martin è stato il cantante di The Walkmen, un gruppo che ha lasciato qualche buon disco in eredità ma nulla più. Bizzarra la strada scelta per il primo disco solista, invece. “Canzoni per bambini” si è detto. Amsterdam è il brano deputato a fare da apripista: due accordi due di piano e voci che finiscono per rincorrersi e ritmica appena accennata. Ne esce una canzoncina deliziosa che mette di buon umore mentre con il piede si finisce per tenere il ritmo.

CESARE LORENZI

ventottozeroseiduemiladieci (Fiver #47.2015)

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Ci sono concerti che, forse per caso o forse no, segnano come una cicatrice un passaggio della tua vita. Il momento in cui tutto è rotto, ma ricominci a respirare. Concerti in cui sudando e pogando e ballando e cantando con tutto il fiato che hai nei polmoni ti liberi di un mostro che, sai, tornerà, ma intanto hai vinto il primo round.

F era uno straccio, pezzetti sparpagliati: un mese che aveva mollato tutto, tutto quello che era stata la sua vita per quasi dieci anni.
Quattro settimane esatte che stava in sala prove, di fianco al suo basso a dormire sul divano rosso sfondato e puzzolente.
Era arrivato da me che era domenica, ubriaco come un’acciuga e con la faccia più vecchia di una vita intera e mi aveva detto solo : «ehi bro, non è che mi dai le chiavi della saletta, che mi sa che ci dormo per un po’?». L’avevo accompagnato nel fienile, ci eravamo aperti una birra in silenzio finché mi aveva spiegato: «me ne sono andato. L’ho lasciata e ho mollato la casa e tutto il resto. Tutto.». Parlava piano fissando l’aria davanti a sé: «ho perso la testa per due occhi macchiati d’oro e ritrovato la mia: l’avevo nascosta dietro lo stereo spento e non me lo ricordavo più.».
Non dissi niente. Non c’era nulla da rispondere.

Quel pomeriggio si doveva suonare: nessun concerto in vista, nessun pezzo nuovo ma la band si trovava tutti i giorni da quando F si era piazzato, una sacca da militare e nient’altro, nel fienile.
Mia mamma faceva la mamma e non mancavano mai colazioni e pranzi e cene tutti assieme ma la notte sapevo che era lì dentro da solo a fare i conti coi suoi fantasmi, con le sue scelte, con la voglia di ripartire e il terrore di essersi fottuto con le sue stesse mani.
Stavo con lui tutte le sere e suonavamo ancora o parlavamo o stavamo zitti ad ascoltare un disco.
Quel pomeriggio c’erano tutti i Kowalski a suonare in saletta. Si rideva e si faceva baccano sognando i locali di Londra e Berlino. Con quel nome, dicevamo, non possiamo non sfondare.
Dopo quasi dieci giorni F si era finalmente alzato dal divano ed era andato in paese. Da lì un treno fino a Reggio solo per andare in un negozio di dischi e tornare col nuovo degli STP.
Poi, quel pomeriggio, aveva attaccato il giro che ci aveva mandati fuori di testa quindici anni prima e che avevamo suonato mille e mille volte facendo tremare i muri della saletta mentre il nonno bestemmiava dal cortile.
Avevamo graffiato gli accordi di Vasoline come degli invasati e poi Eugo che dice: «ma lo sapete che suonano fra qualche settimana a Milano?»
Non possiamo non andare.
Andiamo tutti?
Certo, tutta la band.

Quel pomeriggio si suonavano solo cover: solo STP. Quel pomeriggio si partiva CorreggioMilano andata e ritorno per Scott Weiland e soci riuniti all’Alcatraz e chissenefrega di come suonava Between The Lines che poi era una bomba comunque. Noi urlavamo Plush, Down e aspettavamo di sentire i fratelli DeLeo spaccare basso e chitarra come solo loro nei novanta.
Il furgone era pronto, la cassa di birra quasi fresca che sarebbe diventata bollente poco dopo Piacenza, il caricacd pieno, i finestrini spalancati per i trentamila gradi sull’asfalto che si scioglieva sotto i cavalletti delle moto.
Partiti, radio a palla e stradina tra i fossi. F rideva e guardava fuori. Batteva i pugni sulla testa di Nick quando partiva il basso in un pezzo.
Eravamo tutti assieme in quel furgone e sembrava che il pomeriggio di sole non potesse che volarsene via leggero verso il nostro momento. Ed erano scherzi, gavettoni di birra e le bestemmie di Manimal che mi smerdate tutto sto furgone che già fa cagare.
Era bello vedere di nuovo F cantare, ridere con noi, bere senza quella smorfia buia sulle labbra, senza lo sguardo spento delle ultime settimane.
A volte, certo, si rabbuiava. Gli occhi si facevano grigi e guardavano qualcosa che potevano vedere solo loro. Solo lui. Forse qualcosa che sapeva non avrebbe visto più e allora strappavo la linguetta della lattina e gliela passavo e lui sorrideva di nuovo e diceva grazie mordendosi il labbro.

La strada era filata svelta sotto le gomme lisce che se frenavi andavi avanti un chilometro, ma chi ce li ha i soldi per cambiarle? Ed era il nostro viaggio, come se stessimo andando noi a suonare all’Alcatraz, come se il concerto fosse il nostro ed eravamo noi, tutta la band, i fratelli di sempre che non avevano fidanzate rompipalle e lavori di merda per pagare l’affitto e cuori spezzati o brutte storie con troppe birre la sera o troppo sballo nei weekend.
La strada andava e faceva caldo e noi eravamo quei bambini di sei anni che suonavano strumenti immaginari nel fienile di Eugo e chi lo sapeva che sarebbe diventata la nostra sala prove e quel posto che ci aveva salvati, a turno, tutti quanti dai nostri mostri.
Il pubblico era bollente. Scott sul palco che si muove come un serpente abbottonato nel suo completo elegante e tutti gli altri a dimenticarsi di essere fuori moda, fuori tempo e con qualche anno di troppo tra le dita, ma per quella sera noi e loro era solo everything’s gone everything goes, siamo nel ’95 per un momento e la cassa che adesso ti sfonda il torace è ancora quella che ti faceva saltare e pogare come un disperato, come se nessuno potesse mai avere più di vent’anni.

E poi, fuori nel parcheggio le camicie a scacchi spalancate e fradice, le maglie tarocche con la stella di N. 4 di tutti i colori.
Seduti per terra a riprendere fiato, in cerchio davanti al furgone con le birre rimaste, calde come piscio ma mai state così buone. Ultime lattine da passare, sorrisi con gli occhi che brillano e pacche sulle spalle. E, sentito che scaletta? Ma Scott, che bomba è stato? É di nuovo in forma, il bastardo. E, che figata, ragazzi, dobbiamo rifarlo.
Forse era un cerchio magico: un rito di cui non sapevamo di essere i cerimonieri.
Capivamo, senza sapere perché, che era un momento unico, qualcosa da tenere stretto.
L’ultimo viaggio al completo della band, ma non potevamo immaginarlo seduti su quel marciapiede.
L’inizio di una vita nuova per F. Quello sì, lo si vedeva dal suo sguardo che era tornato quello di un lupo. Quello che avevo conosciuto fin dalle elementari e con cui ero cresciuto: occhi affamati di ritmo e note e vita e fuoco. Occhi accesi, che ti fissano e ti scrutano e poi si perdono nei loro sogni.
Quella sera, sotto a quel palco si era scrollato di dosso un demone e aveva rimesso la prima e, con calma, sarebbe ripartito per tornare ai cento all’ora. Lo sentivo, mentre cantavamo stonati in inglese storpiato breathing is the hardest thing to do-with all i’ve said and alla that’s dead for you-you lied, good bye e F aveva gli occhi più umidi e rossi ma cantava con tutta la voce che aveva e mi stringeva la spalla come se fosse stata l’ultima cosa a cui si sarebbe mai aggrappato.

in memoria di
Scott Weiland
27/10/1967 – 03/12/2015

Fabio Rodda