The F word / the K world (Fiver # 09.2016)

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Questo resistibilissimo ritorno delle cassette è, come tutte le cose che vanno controcorrente rispetto all’ordine imperante, deliziosamente insensato ma per certi versi necessario. Allo stesso tempo mi riporta alla mente parentesi ormai dimenticate come le gloriose stagioni radiofoniche di almeno tre decenni orsono.
Ieri cercavo di ascoltare la cassetta degli Smash. Mi piacciono gli Smash. Mi ricordano cose come Grandaddy o Sparklehorse, band importanti che amavamo e seguivamo, per certi versi supportavamo, comprandone dischi, magliette e stampa con loro “dentro”.
“Cercavo” perchè ho una vecchia piastra scassata e faccio fatica a farla funzionare. Niente a che vedere con la piastra di Studio F.
Già, Studio F. Definirla radio è un’iperbole. Aperta campagna. Una specie di ricovero per gli attrezzi annesso ad una casa padronale. Era il 1980, forse l’81. Io e Arturo prendevamo un paio di autobus per arrivare là. Poi un pezzo a piedi con la paura che qualche cane da guardia saltasse fuori mirando ai nostri polpacci.
La programmazione era quantomeno varia, dal liscio al nostro Rockparty. La sala trasmissioni era poco più di uno stanzino. Niente cassette. Una manciata di vinili. Gli unici due utilizzabili erano Faith dei Cure ed il primo dei Suicide. I pochi dischi che possedevamo facevano il resto della nostra ora e mezza. Cominciai a registrare pezzi nuovi dalle radio “serie” prima che il dj ci parlasse sopra per poi passarli in trasmissione.
Il problema era la piastra. Il tasto play non stava su. Bisognava posizionare una moneta da 200 lire proprio lì. Fra play e ffwd tra imprecazioni assortite. Roba da pionieri o, meno romanticamente, da poveracci. Quando, una manciata di anni dopo, approdammo a Radio Città 103 ci sembrava di essere arrivati alla BBC in confronto. Un muro di cassette con ogni ben di dio. Il problema era solo ritrovare quello che avevi adocchiato la volta prima ripromettendoti una programmazione successiva. In realtà anche gli studi di Radio Città erano poco più che ricavati da spazi destinati ad altro ma il ricordo ingentilisce ogni cosa e, soprattutto, si è stampato indelebilmente nella nostre memorie.
Vedevo recentemente in tv immagini di uno studio radiofonico “serio”. Uffici, sale trasmissione super professionali, stese di computer e hard disk. Non ho visto ne’ cd ne’ vinili, per non parlare di cassette. Non è un caso se le radio, come le conoscevamo, non esistono più. Forse stanno morendo, forse si trasformeranno anche loro in qualcosa d’altro, è questione di tempo.
Mi torna alla mente la straordinaria chiusura del pezzo di Marina Pierri sulle infauste polemiche che stanno guastando l’alone romantico che accompagnava un etichetta come la K Records e che abbiamo condiviso pochi giorni orsono: “We need to start imagining again. We need to start spending again in records, and gigs and t-shirts not as an act of charity but as an act of self-preservation. This is us, for Christ’s sake. It’s who we were, it’s who we are“.
Colpa nostra, in definitiva, di gente come me. A cominciare dai pezzi che registravo alla radio per riprogrammarli per arrivare alle anonime cartelline gialle digitali che albergano nei nostri pc. Abbiamo tradito la musica, chi faceva parte delle nostre vite in modo così fondamentale.
Che poi, dopotutto, cosa ti aspettavi di vederci in quello studio radiofonico? Bastava guardassi dentro casa tua… Il tuo pc attaccato alle casse, i tuoi fottuti spotify e itunes. Roba che, in termini di significato, di ricordi, di esperienze, non vale neanche quelle 200 lire incastrate tra play e ffwd.

Smash “Gloomy Sunday

Nothing  “Vertigo Flowers

Stanno tornando. A maggio uscirà il loro secondo album dopo traversie allucinanti, incluso lo scoprire che la loro nuova casa discografica era gestita dallo stesso tipo che lucrava sui farmaci per la cura dell’Aids. Mandato affanculo il tipo, rischiando di restare fermi per eoni, sono riusciti a riemergere. Vertigo Flowers non sposta molto i termini del discorso, malinconia ed elettricità liquide che allagano la stanza, ma mantiene immutata quella maledetta capacità di spedirmi dei bei brividi prolungati lungo la spina dorsale.

Tangerines  “You Look Like Something I Killed

Singolo di debutto per la chiacchierata band sud londinese. Un aroma garage alla Black Lips, un incedere ideale per barcollare in giro per il tuo locale preferito aggrappato ai tuoi amici con una birra in mano. Non mi pare poco.

Pass  “Ways Out

We haven’t listened to any new music since 2010“. Indie snobbery all’ennesima potenza. Casa madre a Portland come gli eccellenti Sioux Falls (a proposito che bomba di disco hanno sfornato quest’ultimi?). Pass ricordano molte band di quell’epoca di cui parlavamo poco sopra ma nessuna in particolare (forse Archers Of Loaf?). Melodie e dissonanze che cadono come se non gliene fregasse niente a nessuno. Perfetto.

Cross Record  “Steady Waves

Un album un po’ faticoso nel suo insieme ma Steady Waves è una faccenda differente.
Il fantasma di PJ Harvey che aleggia lungo tutto il pezzo. Qualcosa della Kristin Hersh solista nell’arpeggiato melodico che viene sconvolto da iniezioni dissonanti di chitarra. Un grande pezzo. Grazie Luigi Mutarelli.

Massimiliano Bucchieri

Il fuoco dell’amore (Fiver # 08.2016)

A Night of Interference: Tackhead + Bomb the Bass + DJ Spike, Krytonight Baricella 12/10/1992

A Night of Interference: Tackhead + Bomb the Bass + DJ Spike, Krytonight Baricella 12/10/1992

C’è stata un’epoca in cui i club si chiamavano discoteche e la loro ubicazione era frutto di una logica che portava invariabilmente ad escludere non solo il centro delle città ma le città stesse. Certe scelte per quanto in parte dovute alla casualità erano senz’altro anche il risultato di una serie di valutazioni la cui analisi lascio ad altri più esperti di me quanto a marketing e sociologia, qui mi limito a constatare. Dalle mie parti mi vengono in mente alcuni posti storici con queste caratteristiche, come lo Small a Pieve di Cento o lo Slego a Viserba di Rimini, ed altri che sono stati invece meteore, tipo l’Odeon a Medicina dove una volta suonarono i Killing Joke e James Chance o il Puntacapo, balera del liscio fuori Budrio che per un paio di stagioni ospitò la new wave inglese di passaggio in regione (Sisters of Mercy, Psychedelic Furs, Sound e Bauhaus tra gli altri), il Capolinea ’97 a San Giorgio di Piano dove transitarono Primal Scream, Died Pretty e Pixies e il Kryptonight di Baricella. Ecco Baricella. Baricella è un paesino piazzato a una trentina di chilometri da Bologna sull’asse nord est, direzione Ferrara. Un paese che, con tutto il rispetto per i suoi abitanti, definirei senza troppe remore un posto dimenticato da dio per quanto sfortunatamente ben noto alla nebbia che per buona parte dell’anno ne inghiotte ogni via d’accesso. Tra inizio ’91 e la primavera dell’anno successivo il Kryptonight occupò i locali che per tutto il decennio precedente e anche più erano stati la sede del Chicago, storica discoteca “gommosa” di quelle dove nei parcheggi fuori nuotavano gli squali – le meravigliose Citroen DS – mentre dentro si ballava afro mista a rock a sua volta miscelato con 70’s disco tra nuvole di fumo che nemmeno in un suq di Istanbul. Insomma uno di quei posti odiati mortalmente dai rocker alternativi di allora, che fossero punk o successivamente wavers, per esser poi (giustamente?) rivalutati dall’intellighenzia radical chic di oggi, con quell’ansia di retromania che ormai avvolge ogni cosa.
Di quelle due stagioni marchiate Kryptonight in giro non è rimasta traccia. La ricerca impostata su Google rimanda una lunga sequenza di link all’evento clou dei tempi: il concerto dei Nirvana nel novembre del ’91, un attimo dopo che il mondo si era accorto di Nevermind e un attimo prima che lo tsunami generato da quel disco travolgesse la fragile psiche di Kurt Cobain. Per il resto nulla di nulla. Cronache inesistenti e di foto neanche a parlarne. Non avessi la mia agenda che mi ricorda la cronologia degli eventi penserei che il Kryptonight non sia mai realmente esistito. Invece in quel posto ebbi modo di assistere ad alcune serate a dir poco interessanti: oltre ai Nirvana ci capitai per una incredibile data elettro dub sotto l’insegna della leggendaria On-U Sound di Adrian Sherwood, un paio di concerti hip hop di gente all’epoca in voga (Dream Warriors e 3rd Bass), incrociai gli Swans e i Laibach, i Mudhoney assieme ai Superchunk, i Buffalo Tom due volte e i Gun Club. Già, i Gun Club. Jeffrey Lee Pierce lo incontrai la notte del 23 aprile ’92. Le date di certi incontri mi sono rimaste appiccicate addosso come tanti piccoli tatuaggi sparsi ovunque. Numeri e nomi. Basta saperli cercare e loro saltano sempre fuori, pronti a raccontare una storia. Era un giorno nel mezzo della settimana e poca gente rispose all’appello a presentarsi di fronte ad una delle ultime incarnazioni dei Gun Club, già allora decimati da una serie di tristi eventi che nel futuro ne avrebbero ancor più assottigliato le fila. Jeffrey Lee era diverse libbre sopra al peso di una volta, lo stesso capello stopposo che sbucava dai bordi di un cappellaccio da contadino del midwest. Dal punto di vista umano fornì uno spettacolo ai limiti della pietà: non si reggeva letteralmente in piedi e sbagliò praticamente tutto ciò che avrebbe potuto sbagliare. Ovvio che avrei dovuto vederlo in un’altra epoca e ne avrei serbato un ricordo diverso. Che ne so, magari a Los Angeles nell’81. Ma questo mi è toccato in sorte e me lo sono fatto andar bene, ci mancherebbe. Anzi a ripensarci oggi certi incontri hanno forse un senso e un fascino anche per quello. Perché hanno il sapore di una vodka da tre dollari a bottiglia, l’odore di una nazionale senza filtro e sulla pelle lasciano tutta l’umidità appiccicosa di una strada inghiottita dalla nebbia di una periferia piazzata all’estremo confine dell’impero.
Quando rifletto su certi momenti mi capita di pensare a quanta gente oggi si prenderebbe la briga di salire in macchina una sera di metà settimana, guidare fino a un locale perso nel nulla per assistere al concerto di un personaggio spiaggiato come una balena a fine corsa, piuttosto che accomodarsi su un divanetto di un qualche locale di centro città a due passi da casa propria a bere mojito. Mi chiedo se io oggi, con l’età di allora, mi prenderei l’impegno a farlo. E mi domando ancora cosa ne sarebbe oggi di un personaggio come Jeffrey Lee. Se una figura del genere adesso sarebbe in grado di lasciare lo stesso segno, considerato il contesto in cui si troverebbe a vivere. Domande oziose in fin dei conti, meglio cercare sullo scaffale quel disco con la copertina rosa e le foto in bianco e nero scippate al Jacques Tourneur di I Walked with a Zombie, sfilare il vinile e poggiare la puntina sul primo solco: sex beat baby e il fuoco dell’amore divorerà ogni cosa.

The Night Beats “Egypt Berry

La canzone più Gun Club che mi sia capitato di ascoltare negli ultimo 12 mesi.

Andrew Weatherall “We Count the Stars

Andrew Weatherall da sempre sta in cima alla lista delle persone in cui vorrei reincarnarmi al prossimo giro e il sassofono è uno strumento che mi piace da morire, ma chi suona la musica che ascolto lo usa pochissimo. Questa canzone sta nel disco nuovo di Weatherall che esce in questi giorni, la potrei ascoltare mille volte di fila senza stancarmi.

The Pheromoans “Cones Hotline

Inglesi, stranissimi eppur orecchiabili. Su di loro ci sono arrivato in maniera completamente casuale, nessuno me ne aveva parlato e non avevo letto nulla da nessuna parte. I’m on Nights è il loro secondo disco e sin dal primo ascolto mi ha come avvolto in una pellicola trasparente che non riesco a rompere, non ne esco fuori. Mi tornano in mente i Big in Japan, i Pink Military, alcune cose dei Throbbing Gristle. Disco fantastico.

Drug Pizza “No Reaction

La voce da paperino strozzato della tipa potrà infastidire qualcuno, non certo me. Da New York via Art Is Hard, uno delle mie etichette inglesi preferite del momento, arriva l’ep di questi ragazzi. Finta indolenza slacker anni ’90 come se piovesse.

AustraliA “The Very Truth

Toscani traslocati in Romagna gli AustraliA fanno uscire oggi un ep con sei canzoni che suonano una meglio dell’altra. I Mates of State sono un sicuro punto di riferimento ma ancor più a me piacciono per la dinamica del suono e per come melodia e ritmo cozzano col fuzz della voce.

Arturo Compagnoni

Hollow Heart (Fiver # 07.2016)

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Sioux Falls

A cadenza regolare arriva qualcuno che se ne esce con qualche sentenza definitiva.
Roba tipo: una volta, in musica, c’era molta più libertà. Oppure: la vera musica è finita con (a caso) il primo album dei Clash. Non ci ho mai fatto troppo caso, sinceramente. Da ragazzino magari un po’ di più. Finiva che mi preoccupavo davvero. Ora, non ho più pensieri del genere.
Mi piacciono però i ragionamenti, anche quelli senza tante pretese che hanno come argomento la musica. Ogni tanto qualche considerazione mi scappa a voce alta, magari quando mi trovo in compagnia dei soliti amici. Rimuginavo sul fatto che avere a disposizione gratuitamente tutta la musica dell’universo di qualsiasi epoca non ha portato i risultati che era lecito attendersi. Non una gran pensata, direte voi.
Però pensateci un attimo: in teoria la contaminazione dovrebbe essere più semplice. Sarebbe lecito aspettarsi musica nuova, in qualche modo mai sentita prima. Invece va a finire che si rimane sempre più incatenati ai confini che si pensava fossero destinati se non a scomparire del tutto, quantomeno a sfumare. Capita sempre più di ascoltare gruppi filologicamente perfetti che, alla resa dei conti, non vanno oltre una banale perfezione formale per giunta legata indissolubilmente al genere che stanno suonando. Penso che la musica abbia vissuto periodi di creatività maggiore, e che questo genio creativo fosse dettato non tanto dalla conoscenza ma dalla falsa interpretazione. Conoscere, faccio per dire, dell’intero periodo new-wave un solo disco dei Joy Division e uno di Echo and the Bunnymen, dava una percezione limitata ma che, allo stesso tempo, lasciava spazio all’ispirazione personale. Ne usciva spesso una lettura per forza di cose parziale ma originale allo stesso tempo. Si costruivano gruppi e dischi con al massimo 30 ascolti alle spalle. Tanti quanto in questo momento occupano un paio di giornate.
Ci si infilava tra un genere e l’altro immaginandosi legami che magari, in realtà, neppure esistevano.
Non vorrei mettermi a contare quanti nuovi My Bloody Valentine ci siamo dovuti subire nel corso degli ultimi anni. Band che magari suonano ancor più My Bloody Valentine degli stessi originali ma che allo stesso tempo ci lasciano completamente indifferenti.
Ci sono poi quelli che, come dei cani sciolti, se ne stanno in un mondo tutto loro e magari, inconsapevolmente, esplorano territori nuovi per davvero. Gente che fa la storia della musica, solitamente.
Uno di questi è Mark Kozelek, penso. Ha pubblicato tre dischi nel giro di due anni semplicemente strepitosi e lo ha fatto utilizzando un accompagnamento sonoro sempre nuovo. Kozelek è uno capace di suonare con Justin K. Broadrick e Neil Halstead indifferentemente. Se sembra una banalità ascoltate uno dopo l’altro un disco dei Godflesh e uno degli Slowdive e fatemi sapere. In mezzo ci mette la sua chitarra acustica, tanto per complicare il quadro. Ma quello che fa davvero la differenza è il registro narrativo non tanto il tappeto sonoro. Non si può neppure parlare di canzoni in senso stretto. Le metafore per quelle sono finite da un pezzo, come ha confidato recentemente. Quantomeno le buone metafore per delle buone canzoni.
Ha pensato che non rimaneva altro che aprire una sorta di diario privato, buttandoci dentro dettagli intimi, amicizie e conoscenze con tanto di nomi e cognomi. Piccole storie private, qualche volta banali altre volte da brividi in un flusso di giornate raccontate con quel tono scazzato che contribuisce a farne uno dei miei preferiti in assoluto. Mi fa sorridere, inoltre, il tono tagliente, sarcastico e surreale: letteralmente irresistibile.
I dischi di Kozelek non si sentono come si fa di solito. Impossibile ascoltarli facendo dell’altro, per esempio. Esiste un unico modo: la cuffia e i testi a portata di mano. Un’esperienza che sta a metà tra l’ascoltare un album e leggere un libro, o meglio un diario privato.
JESU / SUN KIL MOON – Exodus

Justin K. Broadrick e Kozelek, si diceva. Ma in fondo Kozelek e basta. Tutto si plasma all’esigenza della pagina di diario che ha intenzione di portare alla luce, alla fin fine. Cambiano naturalmente i dettagli della formula sonora che intende adottare, naturalmente. Ma tutto suona inevitabilmente come un album di Kozelek, poco importa che suoni da solo, in acustico, in elettrico, con metà Slowdive o con Justin K. Broadrick.
Exodus racconta della morte del figlio di Nick Cave. E di genitori sopravissuti alla morte dei propri figli. Non so, non riesco a trovare le parole giuste per raccontarla, una canzone così. Forse è inutile farlo e limitarsi alla cronaca, registrando la presenza, tra gli altri, di Rachel Goswell di Slowdive e Mimi Parker e Alan Sparhawk dei Low. Non ho dubbi però che queste canzoni qui, in un modo o nell’altro, resteranno. Stampate, scolpite, sotto la pelle, come un tatuaggio destinato a rimanere nel tempo.

SIOUX FALLS – Dinosaur Dying

Penso che alla fine si ama sempre la stessa canzone e che tutta questa affanosa ricerca della novità, di nuovi ascolti, di album appena usciti come di vecchie cose dimenticate del passato non sia altro che un bisogno di certezze.
Dinosaur Dying è una canzone che rimette il mio peregrinare tra mille brani nella giusta prospettiva. Come se mi dicesse: ecco, questa è la roba tua. Dove altro devi andare?
In effetti non ho nessun altro posto dove sbattere la testa. Questa per me è la perfezione. Questa canzone mi ha fatto lo stesso effetto di quando ho ascoltato i Modest Mouse per la prima volta. Mi ha fatto ricordare di quando non riuscivo a togliere Car dei Built to Spill dallo stereo, una canzone che recitava ossessivamente I wanna see movies of my dreams. Questa canzone non è nient’altro che un sogno, il mio sogno, che prende forma. Ecco, mi fa un effetto così. Senza esagerare.

PETE ASTOR – Mr. Music

Quando mi sono trasferito a Bologna ho sentito per la prima volta espressioni che non avevo mai avuto la fortuna di ascoltare in precedenza. Alcune mi fanno impazzire, ancora oggi. Una gran “cartola”, per esempio. Quando si fa riferimento ad un tipo decisamente figo, con personalità. Quando sento qualcuno che lo dice mi sento a casa, in un certo senso.
Ma la mia preferita è sempre stata “alla vecchia”, abbreviazione di “alla vecchia maniera”.
Conversando con i soliti amici di avventure musicali qualcuno mi ha domandato come fosse l’album di Pete Astor. Non ho saputo rispondere di meglio che: “alla vecchia”. L’accezione è naturalmente positiva e racchiude un pizzico di verità. Pete Astor è un uomo di mezza età che probabilmente ascolta i soliti vecchi dischi. Non mi stupirei abbia tenuto il terzo album dei Velvet sul comodino mentre scriveva la storia di Richard Hell (uscita per Bloomsbury nella collana intitolata 33 ⅓).
Pete Astor qualcuno lo ricorda per i trascorsi Creation con due band: i Loft e i Weather Prophets. I Loft erano il mio gruppo Creation preferito dopo i Primal Scream e, insomma, leggere di un album nuovo è stato un piccolo, piccolo colpo al cuore.
Non c’è molto da aggiungere a quanto detto. Un gioiellino di disco “alla vecchia”, dai.

CAVERN OF ANTI MATTER – Liquid Gate

Tocca tornarci sopra, a due mesi di distanza da quello che si scriveva qui per aggiornare la vicenda Cavern Of Anti-Matter, il nuovo progetto di Tim Gane. Se fino ad ora sembrava che i territori battuti fossero in particolare quelli di una sperimentazione tra elettronica analogica, suggestioni funk-disco (in particolare nella collaborazione con Mouse On Mars) e le solite inflessioni kraute, in questo caso invece si prende la strada di una semplice canzone pop, da 120 secondi di durata complessiva.
In questi territori si erano avventurati saltuariamente gli Stereolab in passato, sempre con risultati sublimi, ma ormai sembrava che la strada intrapresa fosse decisamente un’altra. Quindi è con una certa sorpresa che si ascolta la voce di Bradford Cox mettersi al servizio di una melodia semplice semplice o meglio ancora semplicemente irresistibile. A questo punto l’album in prossima uscita davvero diventa uno dei dischi più attesi del momento.

KANYE WEST – 30 Hours

Il circo mediatico che riesce a mettere in moto Kanye West mi lascia sinceramente ammirato. Mi piace seguire il delirio di commenti, vagamente isterici, che l’annuncio di un suo nuovo album comporta. Dopo aver letto decine di articoli, seguito il gossip, per ascoltare il disco vero e proprio mi è toccato aprire un account su Tidal, senza sentirmi per questo al passo con i tempi. Di Kanye West si potrebbe discuterne a lungo senza aver ascoltato una sola nota, alla fin fine. Fenomeno di costume, business e cultura a 360 gradi come da tempo non capitava. Fenomeno che fatichiamo a comprendere in tutte le sue sfumature, per forza di cose troppo distante dalla nostra realtà. Alla fine l’unica cosa che rischia di passare in secondo piano è la musica. Sarebbe un peccato, però. A me è bastata questa canzone con sample di Arthur Russell per innamorarmene ancora una volta.
Sarà un piccolo spunto, sarà una cosa insignificante, un piccolo campionamento che si perde nei meandri di 18 nuove canzoni. Secondo me invece un segnale che qui dentro c’è un mondo che sarebbe un delitto lasciare fuori dalla porta, anche per noi che solitamente viaggiamo decisamente in un’altra dimensione.

Cesare Lorenzi

Rid of myself (Fiver # 06.2016)

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La vita è fatta di scelte. Alcune importanti, altre meno. In questi giorni ne sto, ne stiamo, prendendo una di quelle importanti. Scelta della scuola superiore. Una cazzata, pensavo. Perché preoccuparsi? Se anche non va bene possiamo cambiare, correggere il tiro.
Senza rendermene conto ho cominciato a ragionare con la logica dei documenti .doc. Premere canc e ripartire. Eppure questo non dovrebbe essere un tratto distintivo della mia generazione. La mia generazione era quella della penna sul foglio di carta, della carta carbone. Dell’errore non rimediabile con un semplice clic. Bisognava pensarci bene a quello che scrivevi. Presupposto era un pensiero anteriore ben definito o almeno frutto di un ragionamento con basi solide.
La perdita del rigore. Questa logica del poter tornare indietro sempre e comunque senza grosse ripercussioni ha finito per inquinare il modo di ragionare, di comportarsi e, con una delle solite evoluzioni insensate ai più, mi è venuta in mente PJ Harvey.IMG_4652
Più o meno una storia d’amore. Una storia nata esattamente 24 anni fa. Io sulla gradinata della ULU a Londra con in tasca la mia copia fiammante di Dry a tiratura limitata (roba, oggi, da azzerare la salivazione dell’utente medio di Discogs). Lei, creatura timida e affogata in un giubbotto di pelle sul palco in uno di suoi primi concerti. Un veloce sbocciare, testimoniato in varie occasioni, fino alla statura acquisita negli anni successivi di artista importante, se non fondamentale, per noi ascoltatori e, in termini di influenza, per legioni di giovani artiste.
Ricordo nitidamente la seconda volta che la vidi, ad un festival di Reading, poco tempo dopo. Molto meno intimidita. Successe una cosa inaspettata. Partito un pezzo da Rid Of Me, non ricordo quale, Pj interruppe la canzone perché il batterista non la stava suonando come erano d’accordo, come lei voleva. Ripartirono e la interruppe di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora, incurante della marea di gente e dell’importanza dell’evento.
Quel piccolo particolare, che nessuno di noi aveva colto, lei non poteva lasciarlo passare.
Una gran rompicoglioni? Non direi. Etica, rigore, rispetto. Principi che dovrebbero dettare ogni scelta importante o semplicemente essere un indirizzo di massima (che poi tutti possono rivendicare il sacrosanto diritto a fare ogni tanto i cazzoni).
Pj Harvey sta tornando ed il video per The Wheel girato in Kosovo è bello e importante come la canzone, anche se non riserva grandi sorprese. Uno sguardo dritto senza compiacimenti su universi “altri” al di fuori delle cronache quotidiane che stanno devastando e insozzando le nostre coscienze. Per chi ne ha una.
Per gli altri, perché preoccuparsi? Basta premere il tasto canc.

PJ Harvey – The Wheel

Parquet Courts – Dust

Ho un rapporto complicato con i Parquet Courts. Esce il primo disco e lo consumo, lo consiglio, lo urlo a perdifiato. Vado a vedermeli a Milano con tanto di biglietto comprato in prevendita. Mi ritrovo con 30 sfigati come me. Vabbè, sarà uno di quei concerti che potrò raccontare in giro.. Macchè, concerto di merda. Esce il secondo album, mi approccio diffidente. Bang! Grande album ancora. Vado al Bronson a farmi smentire sulle loro capacità dal vivo. Una serata storta come quella di Milano ci sta, giusto? Secondo concerto del cazzo. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra che sono anche decisamente antipatici. Ora siamo alle soglie del terzo album e ci ho quasi messo una pietra sopra. Poi ascolto Dust e…cerco la data live più prossima e vicina. Benvenuto nel club Masoch.

Honduras – Hollywood

Fanno parte della nuova scena di NYC insieme a gente come Sunflower Bean e Wall, già ospiti di Fiver passati. Qualcosina dei Parquet Courts loro ce l’hanno. Un riff circolare e dissonante che sembra imboccare rettilinei melodici per poi sterzare subito dopo e complicarsi, senza perdersi mai. Una strada complessa da seguire ma è indubbiamente la strada giusta verso i nostri cuori.

Sulk – The tape of you

Nei primi anni 90 ogni scusa era buona per passare un paio di giorni a Londra. Scendere a Bayswater e farsi un giro da Rough Trade a Talbot Road, al Nothing Hill Music Exchange, allungarsi da Sister Ray a Berwick Street e farsi un cartoccio di patate non sbucciate con la panna acida sopra. Nme, Melody Maker, Lime Lizard, Selct nelle mie mani insieme a carrettate di singoli di piccole band inglesi che ora non ricordo neanche più chi siano nonostante campeggino nella mia libreria a pochi centimetri da me. Singoli inutili, tutto sommato, ma che all’epoca mi facevano sentire bene, simbolo della leggerezza, dimenticata, di quegli anni. Un po’ lo stesso inutile, effimero benessere che mi regala The Tape Of You.

Brothers In Law – Life Burns

Quando si parla di gruppi italiani, del proprio giro, gente che conosci, con cui magari dividi concerti, tavolate e macchine il rischio è molto grande. La capacità di giudicare in maniera equilibrata può offuscarsi. Ma c’è il rischio contrario. Ignorare per partito preso musicisti che non è un caso se dividono con te locali, concerti, cene e macchine. Semplicemente una questione di medesime sensibilità con la differenza che loro hanno preso in mano uno strumento e hanno avuto la capacità di concretizzare queste sensibilità sotto forma di canzone. Sta uscendo il nuovo disco dei Brothers In Law. Alla mia età se un disco mi fa schifo lo dico. Invece, guarda un po’, Raise è bello, rigoroso, ispirato e da ogni solco traspare un grande amore per quello che si sta facendo. Chapeau.

Massimiliano Bucchieri

Rip it Up and Start Again (Fiver # 5.2016)

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Lo scorso weekend al Covo è stato Inverno fest, una festa più che un festival, organizzato assieme ai ragazzi di No Hope fanzine. Qualcuno mi faceva notare che in questa sorta di testa coda generazionale che è l’ unione fraterna tra Sniffin’ Glucose e No Hope è curioso come i giovani abbiano scelto di esprimersi con un mezzo d’altri tempi fatto di carta, forbici, colla, matite e pennarelli, mentre noialtri che giovani non siamo più da un pezzo utilizziamo internet. Ci avevo già pensato, non so cosa possa significare, ma mi piace. Per il numero di gennaio della fanzine No Hope, distribuito nel weekend di Inverno fest al Covo, gratuitamente come sempre e con splendida copertina disegnata dal Baronciani, ho scritto una cosa sugli Orange Juice. Dovevo stare nelle duemila battute spazi compresi ed è venuto fuori questo, altrimenti ne sarebbe uscito un libro.
Magari una volta lo scrivo un libro sugli Orange Juice, la Postcard Records e il suono della giovane Scozia.

Orange Juice “Rip it Up

Quattro studenti d’arte nati alla periferia di Glasgow nel periodo che collega la fine dell’esplosione punk e l’avvio della successiva infezione post, con un nome ispirato dall’unica bibita di cui era provvista la loro sala prove, un taglio di capelli che nemmeno i Byrds (Ho una frangia come quella di Roger McGuinn, si bullavano nel testo di Consolation Prize) e un immaginario costruito con disegni di gatti che suonano tamburi, delfini avvitati tra cielo e mare e cuori ricamati su pezze di stoffa. Gli Orange Juice, sebbene il verso di una loro canzone (Rip it Up and Start Again) abbia fornito il titolo al miglior libro mai scritto sul post punk (si, Simon Reynolds), in realtà erano la nemesi di ciò che in quei mesi di fine 70’s stava accadendo loro attorno: non si drogavamo, non bevevano alcolici e affidavano le proprie istanze di riforma al recupero di un passato che in quegli anni frenetici e favolosi era stato da altri rifiutato in blocco. Da un lato un suono che recuperava Beach Boys e Buffalo Springfield spianando melodie seducenti, dall’altro un approccio acqua e sapone destinato a marchiare il brit indie pop, avviando una reazione a catena che ancora oggi riverbera effetti. Senza gli Orange Juice e la Postcard Records, etichetta che ne accompagnò gli esordi, gruppi come Smiths, Belle and Sebastian e Franz Ferdinand, per far tre nomi a caso, sarebbero pure esistiti ma certamente avrebbero suonato diversamente. La loro intuizione fu tutto sommato semplice: raddoppiare il numero di giri ai dischi dei Velvet Underground rendendo il suono delle chitarre di Lou Reed e Sterling Morrison simile a quello inventato da Nile Rodgers per gli Chic. “Eravamo convinti che She’s Beyond Good and Evil del Pop Group fosse l’ultimo e definitivo singolo dell’era punk – dichiaravano – e ci piaceva pensare di riuscire a creare qualcosa che stesse a metà strada tra quel funky sovversivo e la disco pura di un pezzo come Spacer di Sheila B. Devotion”. Come fossero un punto piazzato tra Jackson 5 e Swell Maps: in mezzo al nulla, equidistante da tutto.

The Pains of Being Pure at Heart “Hell

L’idea di tornare a scrivere qualcosa sugli Orange Juice mi è venuta la prima volta che ho ascoltato questa canzone nel nuovo singolo dei Pains of Being Pure at Heart. Basta cliccare il play e si capisce al volo il perché. In realtà agli Orange Juice penso ogni volta che mi capita all’orecchio una canzone dei Vampire Weekend, dei Drums e di tanti altri. Ascoltare oggi i Pains non fa figo, lo so, ma a me un tizio come Kip Berman sta simpatico e il fatto che sul lato b di questo ep abbia piazzato una cover dei Felt e una dei James, beh oltre che farmi piacere mi fa quasi tenerezza.

Pop.1280 “Phantom Freighter

Milleduecentottanta era il numero di persone che viveva a Pottsville all’inizio del romanzo di Jim Thompson da cui i Pop.1280 prendono il nome. Un libro che secondo me potrebbe essere stato non poco fonte di ispirazione per gli autori della serie tv Fargo. Già un gruppo che prende il nome da un libro di Thompson mi alzo e applaudo, poi la musica: un cyberpunk virato gotico che in questo pezzo, seconda traccia di Paradise loro terzo album in uscita per Sacred Bones, mi ricorda i migliori Sisters of Mercy. Applausi ancora.

Sunday Painters “Let’$ Be Moderne

Uno dice che della new wave e del post punk ormai sappiamo tutto. E invece no. Dopo i Tronics la What’s Your Rapture mette ancora il dito nella piaga della mia beata ignoranza puntando gli australiani Sunday Painters: si parte dalla raccolta dei loro primi singoli cui a ruota seguono le ristampe degli unici due album pubblicati. Art rock post wave con innesti industriali via via crescenti con lo scorrere del tempo e almeno un paio di hit totali e totalmente sconosciute, almeno a me, sino ad oggi. Questa è una.

The I don’t Cares “Born for Me

Se Julianna Hatfield (le Blake Babies e una carriera di femme fatale dell’indie rock anni ’90 prematuramente troncata da alcol e droghe) e Paul Westerberg (i Replacements!) avessero mai pensato di fare un disco assieme questo sarebbe somigliato esattamente a Wild Stab, primo disco degli I don’t Cares (che nome!). Un pò Blake Babies e molto molto Replacements.

Arturo Compagnoni