Great Cop (Fiver #13.2016)

Fugazi: Great Cop (In On The Kill Taker, 1993)

fugazi

You’d make a great cop: magari, anche perché tutte le persone di cui sono stato follemente e inutilmente innamorato nella mia vita – sono solo due in realtà, o forse una sola – sono poi finite a vivere felici e contente con dei tipi umani che somigliano in maniera impressionante ai poliziotti della Digos sotto copertura che si vedevano in zona universitaria durante gli anni 90.
Parlo di quei personaggi, sempre ultra quarantenni o comunque piuttosto attempati, che erano stati da lungo tempo smascherati nella loro funzione, ma che per obblighi di servizio si ostinavano a comparire comunque, contribuendo alla messa in scena del teatrino dell’assurdo politico nel quale ci muovevamo tutti.
Li vedevi caracollare ai margini dei cortei, inguainati in quella che era la versione elaborata dentro le loro caserme del presunto look da manifestante alternativo del momento: tatuaggi tribali a caso, anelli e orecchini posticci, barbetta brizzolata, camicie o canottiere hippie con fantasie afro o orientali, giubbotti di pelle sdruciti, pantaloni militari, pretenziosi e vistosi occhiali da sole degni del peggior Bono Vox sollevati a coprire le immancabili incipienti stempiature. Sbirro alternativo couture, in poche parole. Ovviamente erano patetici e illusori tentativi da serie TV a basso budget di mimetizzarsi con la fauna che dovevano tenere sotto controllo: se ne accorgevano tutti tranne loro, che invece sembravano sempre molto sicuri del loro travestimento. Si avvicinavano sciolti, chiedendoti sigarette, cercando di strapparti un commento o un’informazione, approssimando in modo grottesco e forzato un gergo che loro pensavano fosse il linguaggio politico giovanile radicale du jour.
Era evidente il loro compiacimento nel vestire quelli che loro pensavano fossero i panni di qualcun altro, nell’impersonare con un machismo vagamente e inconsapevolmente omoerotico l’immaginaria figura di una diversa tipologia di combattente di strada: del resto per loro è sempre stata una questione di menare le mani, una fascistissima e maschia tenzone tra guerrieri.
Sembravano contenti di sperimentare, anche se solo part-time, un diverso stile di vita che tra l’altro consentiva loro di indulgere in certi vizi alla luce del sole. Nel migliore dei casi erano visti come degli sfigati fatti e finiti, ma ormai facevano parte dell’arredo urbano dei luoghi e delle iniziative dei movimenti para-universitari di quel decennio.
Per il gioco delle parti della politica extraparlamentare qualcuno ci scambiava anche delle chiacchiere, un po’ per prenderli per il culo e un po’ perché in qualche modo ci si era affezionati alla loro presenza: in ultima analisi sembravano una testimonianza tangibile, seppure illusoria, che a qualcuno facevi un filo di paura, anche se questo qualcuno non sembrava proprio una cima, soprattutto se quelli erano i suoi emissari.

Durante i miei anni giovanili di attivismo non sono mai stato affiliato ad alcun gruppo o movimento specifico, anche se partecipavo volentieri a diverse iniziative e anche ad alcune azioni di disturbo dell’ordine costituito, chiamiamole così.
La mia natura di cane sciolto mi permetteva però di avere un punto di vista particolare sul quel mondo che vedevo dipanarsi sotto ai miei occhi in tutti i suoi rituali e le sue dinamiche, quasi fosse un set cinematografico: tra i figuranti non mi sfuggivano di certo loro, i nostri narcisi osservatori al servizio dello Stato. Dal loro atteggiamento si capiva chiaramente che si sentivano tutti figli di Serpico, anche se al massimo erano i nipotini di Cossiga: questa illusione di coolness li rendeva ancora più ridicoli, forse anche umani, ma alla fine uno sbirro è uno sbirro, una zecca è una zecca e di questo fatto nessuno si dimenticava, da una parte e dall’altra.
In verità stavano vincendo loro, avevano già vinto, e tutto quello che noi potevamo fare per reagire era esercitare il nostro sarcasmo, l’unico strumento di “lotta” che ci sarebbe rimasto qualche anno dopo, ma ancora non lo sapevamo.

Tornando all’incipit vi chiedo quindi di aiutarmi a capire la ragione di questo strano fenomeno che accomuna i miei fallimenti – conosco solo quelli – relazionali, incarnati dalla categoria estetica dello sbirro o simil-sbirro infiltrato, mia eterna e forse non troppo involontaria nemesi.
Cosa rivela tutto questo di me? Cosa dice delle mie passioni e delle persone che le hanno alimentate? Lo capirò forse durante il rapido montaggio della nostra vita che, pare, tutti noi riceviamo in dono in punto di morte per dare un senso al nostro cammino in questa valle di lacrime? Non lo so, rimane il fatto che In On The Kill Taker e in particolare questo pezzo mi riportano sempre a quei giorni, quando tutto sommato i poliziotti in incognito mi facevano molta meno paura di adesso.

Ferruccio Quercetti

FUGAZI – GREAT COP

Rimaniamo sul tema con altri quattro brani, visto che fiver deve essere e perché è sempre un piacere:

THE DICKS – HATE THE POLICE

DEAD KENNEDYS – POLICE TRUCK

BLACK FLAG – POLICE STORY

RAW POWER – STATE OPPRESSION

Notion is not an option (Fiver #12.2016)

vinyl-serie-tv-scorsese-jagger

Il mio amico Vito è un appassionato di calcio.
Sciorina formazioni, marcatori e risultati di partite degli ultimi 50 anni senza batter ciglio tanto da essersi meritato nel tempo l’appellativo di Vitopedia.
Può ripercorrere per interminabili ore carriere di anonimi terzini o centravanti oggi stempiati e obesi.
In realtà non tifa nessuna squadra in particolare, il suo è principalmente un approccio nozionistico, critico-descrittivo, che non si contamina con la passione, le gioie e i dispiaceri (si parla per iperboli, ovviamente) che possono dare il calcio o altri sport.
Per certi versi questo talento di Vito mi ricorda Vinyl.
Prodotto formalmente quasi perfetto. Filologicamente ineccepibile. Non c’è un pantalone a zampa di elefante, uno stereo, un’acconciatura meno che perfetta. Immagino che anche la consistenza della cocaina sia esattamente quella del 73.
Per non parlare della musica. Un namedropping incessante, più o meno manifesto, da azzerare la salivazione di legioni di collezionisti. Il patrocinio di Mick Jagger e Martin Scorsese. Grandiosi. Giusto? Chi ha scritto la serie ha frullato insieme un concentrato di talento e glamour, groupies, attrici, coca, alcol e masse adoranti.
Un meraviglioso, perfetto involucro. Completamente vuoto.
Impatto sulla mia vita/sensibilità =zero.
Da “tifoso” di musica ne sentivo il bisogno? No.
Amo la musica, ne parlo e ne leggo tutto il giorno, mi commuove solo sentir nominare Elliot Smith o leggere i testi di Mark Kozelek e mi fa incazzare il nuovo album dei Primal scream. Frequento gente come me e finisco sempre a frequentare posti con gente come me ma non ricordo cosa sta sul lato B di A Forest o se la formazione dei Fall di Mr Pharmacist sia la stessa di Big New Prinz.
Quello che trovo sorprendente è chi come me si nutre 24 ore su 24 della medesima passione possa trovare questo “prodotto” eccezionale.
Probabilmente (anzi sicuramente) è un mio problema ma, paradossalmente, più Vinyl si addentra in citazionismi spinti, sesso e strisce di cocaina (con condimento, per buona misura, di immancabili trame mafiose e omicidi efferati) più il tutto si risolve in un lungo, noioso e fastidioso esercizio di stile.
Lasciando perdere Jagger e Scorsese. L’impressione, personalissima, è che se le stesse esatte persone che hanno sceneggiato Vinyl avessero scritto una serie sulla pesca d’altura o sul calcio il risultato sarebbe stato esattamente lo stesso. Magari avrebbero potuto chiamare come consulente il mio amico Vito. Un bell’assegno a sei zeri sicuramente non gli avrebbe fatto schifo.

Bob Mould – The End Of Things

Mi piace immaginare un Vinyl 90/00. Chissà come avrebbero reso un personaggio come Bob Mould. Un distinto signore con l’aspetto del professore universitario non di ruolo che ripone con gesti misurati i suoi occhiali in un fodero di pelle, imbraccia la chitarra e chiede educatamente al fonico di alzare l’amplificatore al massimo prima di inondare l’ambiente di una elettricità satura e intransigente.
Nah .. un tipo troppo normale per una serie HBO. Di quella normalità che, da anni, fa semplicemente da indispensabile colonna sonora alle nostre storie personali.

Crows – Unwelcome Light

Buio pesto. Lame di luce come rasoiate. Compagni di tour dei potentissimi Metz i Crows da Londra pescano a piene mani nell’immaginario dark britannico per il loro esordio. Salgono alle labbra nomi come Horrors e Savages. Una tensione elettrica che si scioglie negli ultimi 50 secondi in un pogo impazzito. Da tenere d’occhio.

Rob Crow’s Gloomy Place – Business Interruptus

Nuovo progetto per Rob Crow dei mai troppo rimpianti Pinback. Poco più di un anno fa ha annunciato il ritiro definitivo dalle scene dopo aver “svuotato gli armadi” pieni, a suo dire, di registrazioni inedite. Fine del percorso perciò? Di certo la formazione di San Diego ha raccolto meno di quanto meritasse. Gli ingredienti sono ancora tutti lì, i tempi dispari del basso e un impagabile gusto per la melodia che mi porta alla mente, forse anche un po’ a sproposito, gente come fIREHOSE e Failure.

The Sun Days – Get Him Off Your Mind

Da Göteborg atmosfere primaverili che oserei definire smithsiane. Deliziosamente zuccherine. Di quella dolcezza che assunta in misura esagerata può mandarti all’ospedale. Ma la spensieratezza apparente si spezza quando tra capo e collo ti piomba la domanda “Tell me what you want to do with your life?” Bella domanda. Personalmente ci ho capito ancora poco.

Never Young – New Villain

Circola un giudizio unanime alla loro esibizione di un paio di giorni fa al south by south west: “da boys are on fire!” In effetti New Villain dal vivo deve essere una bella bomba. Noise punkers dalla Bay Area con un gusto per la melodia inaspettato. Ricordano un po’ i Nasty Bits…

MASSIMILIANO BUCCHIERI

The Guns of Brixton (Fiver # 11.2016)

Fat White Family

Fat White Family

A volte c’è differenza tra la qualità della musica che un gruppo suona e le canzoni che quello stesso gruppo scrive. E’ un concetto un po’ contorto ed è una circostanza non frequente ma può capitare, almeno a me capita. Capita ci siano gruppi che mi piacciono ma dei quali non trovo particolarmente attraenti le canzoni. Questo perché ci sono personaggi che non hanno tanto senso per la musica che compongono quanto un significato per come si pongono, per quel che rappresentano, per l’atteggiamento che hanno. Questi tizi non hanno canzoni di cui mi capiti serbar memoria, né dischi che possa catalogare tra i miei favoriti, ma nel complesso mi piacciono. Mi piace ascoltarli e a volte arrivo addirittura a considerarli presenze importanti.
I Fat White Family sono tra questi. Al loro primo album, Champagne Holocaust, mi avvicinai in ritardo e con grandi aspettative dopo il clamore suscitato dalla loro esibizione piselli al vento al Ypsigrock dello scorso anno. Quel disco al primo approccio non mi ha convinto ma non mi sono dato per vinto e ho insistito concedendogli più ascolti di quanti ne abbia accordati a dischi che pur mi sono piaciuti molto di più. Volevo convincermi, ne avvertivo quasi il bisogno. Perché la presenza di un gruppo del genere – almeno stando alle cronache che sino a quel momento mi era capitato di leggere – mi pareva importante, quasi necessaria. Nonostante ciò, a parte un paio di canzoni  piuttosto buone per quanto non clamorose, il resto di quell’album proprio non mi si è appiccicato addosso. Non che sia un brutto disco ma dentro non  ho trovato nulla di più rispetto ad una qualunque opera minore di Gun Club, Birthday Party, Cramps o Country Teasers tipi questi ultimi che per contiguità geografica – scozzesi loro, inglesi gli altri – affinità di intenti e comune fissa per la figura di Mark E. Smith, paiono molto molto vicini ai FWF (ok, i gruppi appena elencati non hanno in repertorio opere “minori”, era solo per rendere l’idea).
La famiglia bianca e obesa ha da poco pubblicato il secondo disco, Songs for Our Mothers. L’ho ordinato  sulla fiducia a scatola chiusa dalla loro casa discografica, prima stampa vinile rosso. L’ho ascoltato e riascoltato ma alla fine poco o nulla è cambiato riguardo l’opinione che di loro già avevo. In più rispetto all’esordio c’è la citazione degli Throbbing Gristle sulla copertina del singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, la sua battuta vagamente sintetica e metronomica che a me ha ricordato i Clinic e un generale senso di vaga e alienante rilassatezza che avvolge tutta la prima facciata dell’album. Per il resto i ragazzi – per dirla con parole loro – hanno lasciato sul tavolo un altro invito spedito dalla miseria per il ballo in maschera dell’odio umano: un blues ubriacato col punk, drogato di psichedelia e quadrato con una frazione di folk malaticcio. Roba che detta così sembrerebbe maledettamente figa ma che in realtà sbiadisce finendo applicata a canzoni che alle strette continuano a risultare un po’ anonime.
Quello che cambia nel giudizio di un gruppo del genere è il conoscerli di persona.
La sera in cui ho avuto occasione di incontrarli qualche mese fa ho capito dove sta il punto, un punto personale che come tale non imporrei a nessuno: questi ragazzi non vogliono in alcun modo piacere. E non lo fanno per posa, per crearsi un’aurea di personaggi scomodi e cattivi. Lo fanno perché sono così e non gli interessa essere nient’altro. Sembrano degli hooligan sputati fuori dalla curva del Millwall nel giorno del derby col West Ham con l’intento di scovare qualunque pretesto per menare le mani, niente affatto turbati di trovarsi addosso un fisico che a malapena li regge in piedi: la cattiveria compensa l’assenza di muscoli. Il cantante scatarra parole come grumi di bile misti a birra, suo fratello pare abbia il solo scopo di fracassare le tastiere che qualcuno gli ha imprudentemente affidato in mano, gli altri tre provano a tenere il tempo mentre il sesto in formazione, il chitarrista coi baffi e il dente spezzato, non c’è essendo stato cacciato via giusto il giorno prima. Non danno l’impressione di poter reggere a lungo: troppo disordine, troppa anarchia, troppa tensione, troppo poca correttezza. In un’epoca in cui la virtù sta più che mai nel mezzo – o più probabilmente nella mediocrità – loro sono troppo tutto, estremamente vivi e per questo terribilmente necessari. E questa cosa la apprezzo. Così come ho sempre apprezzato gente come gli Sleaford Mods, i Fall o i Country Teasers. Stessa stirpe: una faccia, una razza. Tutto il resto è noia.

Big Ups “National Parks”

Questo pezzo ricorda molto molto da vicino gli Slint, il che di per se già non è una brutta cosa, il resto del disco (Before a Million Universes, il loro secondo) in realtà è più veloce e se vogliamo anche più spigoloso. Un gruppo che va a spulciare un pezzo di anni ’90 cui pochi oggi stanno pensando. Dal vivo dovrebbero essere un uragano, tra poco arriveranno in Italia, occhio.

Black Mountain “Florian Saucer Attack”

I Black Mountain a casa mia fanno parte di una strana e personalissima categoria di gruppi: quelli che quando esce un loro album mi piacciono sempre un sacco, poi me ne dimentico e li allontano in una casella della memoria che resta chiusa sino all’uscita del loro prossimo disco. A quanto pare il primo aprile sarà il momento di aprire la casella.

Teleman “Düsseldorf”

I Pete and the Pirates mi piacevano parecchio. Soprattutto il primo disco lo consumai per mesi. Per qualche imperscrutabile motivo i Teleman, che hanno in formazione tre ex pirati tra cui il cantante, non li ho finora considerati. Questa canzone che precede l’imminente uscita del loro secondo album però promette bene e credo mi convincerà a dargli un ascolto.

Rendez-Vous “Distance”

Spesso da queste parti ci è capitato di ricordare e sottolineare il rilievo delle etichette discografiche. Sono biglietti da visita importanti. A questi tipi francesi ad esempio non sarei mai arrivato se non me li avesse proposti l’Avant! Records, label bolognese dedita alla accurata ricerca di suoni post punk, dark wave, minimal synth, neo folk (lista presa in prestito dal loro sito).

Pet Shop Boys “The Pop Kids”

Negli early 90’s citati dalla canzone non ero già più un kid e di certo all’epoca non apprezzavo i pop hits, eppure nel testo che scorre sopra le immagini mi rivedo parecchio e il velo di malinconica nostalgia che solleva è di quelli spessi due dita. I Pet Shop Boys stanno tornando, e la cosa non mi dispiace affatto.

Arturo Compagnoni

Three Imaginary Boys (Fiver # 10.2016)

yung

YUNG

Mi piace il nuovo disco dei Cani. Nonostante suoni come un album di b-sides dei Death Cab For Cutie, scritto da uno che passa troppe ore sul divano, stonato, a guardare i programmi di Piero Angela alternati ad un po’ d’informazione finanziaria. Mi sembra sia il loro terzo disco. Mi hanno fatto compagnia (in maniera discreta, a dire il vero) fino ad oggi ma da qui in avanti le nostre strade si divideranno. È la dura legge del terzo album, del resto. Le mie regole parlano chiaro: o mi prendi (sul serio) entro il terzo disco o addio. In musica vale tutto e spesso anche il suo contrario: da vero nerd mi sono creato un piccolo ordinamento da seguire, una di quelle cose che possono comprendere davvero solo quelli che si sono ritrovati in un romanzo come Alta Fedeltà e che pensano davvero che conti qualcosa. Una sorta di costituzione discografica, da seguire con il giusto distacco, mille eccezioni e con la consapevolezza che mai nessuno potrà contestare nulla.
Del resto pensateci bene, i primi tre album solitamente di un gruppo dicono tutto quello che c’è da dire. Non sempre, è chiaro. Revolver è il mio disco preferito dei Beatles e arrivò come sesto o settimo della serie. A Revolver seguì Sgt. Peppers, quindi buona notte. Però la regola dice anche: se di un gruppo divento fan non mi fermo più. Compro (se posso) ed ascolto tutto, ben al di là del terzo album, insomma. A costo di incappare in mezze fregature. Il disco nuovo dei Primal Scream l’ho ordinato a scatola chiusa, per dire. Dopo aver ascoltato il singolo mi sono mandato a quel paese da solo. Capita.
Sono convinto che nei primi tre dischi, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovi il meglio della produzione di un’artista. Adoro i dischi di debutto, inoltre. è una questione di tiro, di freschezza, di entusiasmo. Quando sento una canzone o, meglio ancora, un disco intero di un nuovo gruppo che mi piace sono felice come a Natale. La prima cosa che faccio è mandare un messaggio ai ragazzi di Sniffin’ Glucose: sentito che roba? Se non mi danno corda insisto, divento pedante, martello. Ogni tanto, per togliermi dai piedi immagino, mi rispondono con 3 parole. Roba tipo: sì, è ok. Altre volte, però ci si ritrova davvero in un terreno comune. Sono i miei messaggi preferiti. Noi tre, i soliti tre. Con una canzone che ci fa da colonna sonora contemporaneamente. Le mie canzoni preferite, che nella stragrande maggioranza dei casi sono poi le nostre canzoni preferite.

YUNG – Pills

Ne parlano come se fossero un gruppo punk. A me non pare proprio. Una band che suona rock, tirato, senza pause, questo sì. Una band che si capisce ha ascoltato i dischi giusti. Molto post-punk inglese, in particolare. Quest’estate ci siamo incrociati in spiaggia. Fuori dal palcoscenico mi sono parsi talmente brutti da risultarmi immediatamente simpatici. Cotti dal sole, bruciati come si conviene a degli svedesi in vacanza sull’adriatico, con tanto di calzino bianco, bermuda e scarpe da autunno inoltrato. Non particolarmente simpatici o forse solo estremamente timidi. Hanno attaccato la strumentazione all’amplificazione e hanno pestato come dannati per 35 minuti, senza mai alzare lo sguardo da terra. Era l’inizio di una lunga serata ma ho avuto la tentazione di andarmene a casa subito. Sapevo che non avrei visto di meglio, quella notte. Gruppo promettentissimo e questa canzone non fa che confermarlo.

ANGRY ANGLES – Things are moving

Se proprio dobbiamo parlare di punk non rimane altro che farlo a proposito di colui che con tutta probabilità è stato l’ultimo vero punk in circolazione. Jay Reatard ci ha lasciato troppo presto e non rimane che accontentarsi di quanto esce dagli archivi. Angry Tales è la sigla che utilizzava in compagnia della sua fidanzata dell’epoca. Una storia, anche sentimentale, bruciatasi in fretta, prima ancora di arrivare alla pubblicazione di un album vero e proprio. Ora la Goner ha raccolto tutto il materiale registrato dalla band, comprese una manciata di canzoni rimaste fino ad oggi ancora inedite. Questo pezzo è la perfetta trasposizione di quando il punk si vena di pop. Ma lo fa senza concessioni, conservando il tiro che deve avere, senza alzare nemmeno per un attimo il pedale dall’acceleratore. Brividi.

NAP EYES – Lion in chains

Indie-rock classico, sublime, a metà strada tra la misura dei Wilco e certe moderate dissonanze che ricordano il Malkmus meno rumoroso. Ma i riferimenti potrebbero essere differenti e numerosi. Suonano talmente classici che potrebbe capitare che ogni frazione di brano alla fin fine possa ricordare qualcos’altro. Ma mai il disco sbagliato.
Questa Lion in Chains è una ballatona di oltre sei minuti che lascia il segno, come l’album nel suo complesso.

CAR SET HEADREST – Vincent

Will Toledo è diventato grande nello spazio di una breve stagione. Da quando lo hanno trascinato fuori dalla cameretta si è messo a fare le cose seriamente. Lo scorso anno un album di “presentazione” che andava a raccogliere il meglio del materiale pubblicato on-line nel corso dell’ultimo lustro. Da quel momento in poi è rimasto ininterrottamente in tour o in studio di registrazione ed ora è pronto il primo disco della sua nuova vita: personaggio pubblico e prossima star indie suo malgrado. La canzone che lo anticipa, questa Vincent, è ambiziosa al punto giusto: con un giro di chitarra degno dei migliori Television, ad un certo punto. E un sax che fa capolino e spinge in un finale elettrico, senza pause, dove il rumore sommerge tutti i dubbi e tutte le insicurezze. Come è giusto che sia.

SIOUX FALLS – Dom

Vi avevo avvertito a tempo debito: divento pedante. Quando una cosa mi piace o meglio ancora, come in questo caso, proprio mi entusiasma non riesco a trattenermi. E allora, nonostante ne avessi parlato poche settimane fa, è nuovamente il tempo di ritornare a bomba sui Sioux Falls. Un trio del Montana che ha deciso di trasferirsi a Portland in quanto mecca riconosciuta di un certo modo di intendere la musica e perchè no, anche la vita in genere. Quanto mi piacciono queste stronzate romanzate: la ricerca della redenzione nella città dei sogni, manco fosse una Hollywood qualsiasi, con i santini di Modest Mouse e Pavement in bella vista nel portafoglio.
La ricetta è la solita: pestare il più possibile, urlare nel microfono fintanto che la voce non diventa un rantolo, alzare il volume e sfondare l’amplificatore. Ma appena sotto la superficie si intravede un’anima gentile, capace di sussurri semplicemente inattesi. Personalmente non ascolto altro, in questi giorni.

Cesare Lorenzi