Send his love to me (Fiver #17.2016)

 

2952PJ Harvey è una delle mie preferite di sempre. Non riesco a dire che il disco nuovo non mi piaccia, di conseguenza. Mi sembrerebbe di tradire una cosa tipo la squadra del cuore. Ma faccio una gran fatica a digerirlo, onestamente. Qualcuno genialmente l’ha supplicata: torna a fare i dischi sul presomalino amoroso. Mi ha fatto sorridere ma penso che sia un consiglio saggio e che racchiuda una grande verità.
Il problema è che la PJ Harvey “politica” mi interessa poco. Come, in generale, tutte le canzoni che diventano esplicitamente politiche, di protesta, di denuncia.
La musica pop è politica nella sua essenza. Bob Dylan che imbraccia la chitarra elettrica ed alza il volume degli amplificatori lasciando attoniti gli hippies del festival di Newport ha l’atteggiamento giusto. Il suo è un gesto politico che non ha bisogno di ulteriori parole che vadano a supportare una scelta di rottura. Preferisco mille volte un’attitudine del genere che non sorbirmi Blowin in the Wind (che mi ha sempre annoiato) per l’ennesima volta.
Non ho bisogno di una canzone sul Kosovo, insomma. Non mi interessa per nulla, neppure se a cantarla è PJ Harvey. E non ha niente a che vedere con il fatto che la questione kosovara possa interessarmi o meno in generale. Non penso che una canzone, seppur di una delle mie artiste preferite, possa in qualche modo avere il potere di sensibilizzare qualcuno su di un argomento del genere. Tutt’altro.
I Fugazi erano il gruppo politico per eccellenza. Ma lo erano nella loro straordinaria complessità e non avevano (quasi) mai bisogno di divenire didascalici. Basta osservare lo sguardo con il quale affrontavano la macchina fotografica. Non c’era finzione, mai. Non si aveva la presunzione di illuminare qualcuno. Non si metteva in scena uno spettacolo. Erano vite vere, vissute pubblicamente, dove la dimensione privata veniva pressochè annullata. Se volevo comprendere qualcosa in più di Washington D.C., anche della parte off e degradata della città, qualcosa avevano da insegnare. Senza bisogno di scriverci una canzone sopra, però.
La rivoluzione comincia a casa, preferibilmente davanti allo specchio del bagno, cantava tanti anni fa Bob Mould in una delle ultimi brani pubblicat dagli Husker Du. L’unica dimensione politica che possa interessarmi in una canzone, alla fine dei conti.

PJ HARVEY – Chain of Keys

Non lasciatevi ingannare da quelli che dicono che Polly suona sempre lo stesso disco. Paga i suoi tributi, inutile nasconderlo, ma lo fa dall’alto di una personalità straordinaria, di un talento vero e con mille sfaccettature musicali sempre nuove. A me questa canzone ha fatto tornare in mente i Gallon Drunk, per dire. Ma un po’ tutto l’album musicalmente è un omaggio ad un certo tipo di blues. E poi tutto quel sax, suonato come se i dischi degli Stooges fossero i più importanti di sempre. Insomma, il disco spaccherebbe anche….peccato per tutto quello che si diceva prima.

WHITNEY K. – Swans

Il mio disco preferito di Beck è sempre stato One Foot in the Grave. Di tutta la sua produzione il disco nell’ordine: più folk, più spaccato, più lo-fi, più figo.
La cassetta di Whitney K., debutto discografico ufficiale, mi ha proprio ricordato quel disco lì, tanto che me lo sono dovuto andare a ripescare tra una pila di vecchi cd dell’epoca e ho goduto come allora.
Whitney K. è un canadese che vive a Vancouver in un motel da 5 dollari a notte. L’ha scoperto non so bene come Jonathan Clancy e lo ha fatto debuttare su cassetta per la sempre più incredibile Maple Death Records. Il risultato: 7 brani a cavallo tra folk improbabile, arrangiamenti visionari, silenzi improvvisi. Semplicemente grandi canzoni, dai.

LUSH – Out of control

Quando facevo radio con Arturo questo gruppo non mancava mai. I primi singoli su 4AD (parlo del 1990) erano una faccenda particolarmente intrigante, fatta di distorsioni eteree e di melodie accattivanti. Un po’ My Bloody Valentine, un po’ Jesus and Mary Chain.
Con il passare dei mesi ammorbidirono il suono e pubblicarono una manciata di album di buon successo in Inghilterra ed anche negli Stati Uniti. Quando tutto sembrava apparecchiato per il salto definitivo nel mondo del pop mainstream arrivò invece il suicidio del batterista che mise definitivamente fine alla band.
Non so se a distanza di così tanti anni si sentisse davvero il bisogno di un ritorno inaspettato ma comunque ci ritroviamo un nuovo EP per le mani e sembra davvero che il tempo si sia fermato. Si ritrovano gli stessi suoni, le stesse voci, le melodie circolari di un tempo. Come tornare a casa, almeno un po’.

OMNI – Afterlife

Nemmeno 120 secondi. Per catapultarsi in piena epopea no-wave. Come so fosse un mash-up di Devo e primissimi Talking Heads. Roba che è impossibile non possa piacere, in definitiva. Quantomeno da queste parti.
Debutto sulla lunga distanza in uscita in piena estate. Alla chitarra Frankie Broyles, già con i Deerhunter e già autore di un paio di canzoni soliste che fareste meglio a recuperare.

DEAKIN – Golden Chords

Il disco solista di Deakin, vale a dire Josh Dibb di Animal Collective, è diventato nel tempo una sorta di oggetto misterioso. Annunciato con una campagna Kickstarter nel 2009 che ha portato il musicista in Mali a partecipare al Festival au Désert, per poi avventuararsi in infinite sessioni di registrazione in compagnia di personaggi del calibro di Sonic Boom. Quando sembrava ormai che il disco fosse finito definitivamente nel dimenticatoio ci ritroviamo invece tra le mani il primo estratto di un lavoro che promette di essere una piccola sorpresa.
Golden Chords, la canzone che lo anticipa, mi piace per la fragilità di quei pochi accordi di chitarra acustica ed un semplice tappeto di percussioni. Il falsetto della voce è perfettamente adeguato all’atmosfera della canzone. Una roba senza tempo semplicemente magnifica da riascoltare all’infinito.

CESARE LORENZI

Ask Me (Fiver #16.2016)

The Last Shadow Puppets

The Last Shadow Puppets


Hanno ancora senso le interviste? Personalmente faccio una gran fatica a leggerle e ancor di più a trovarne di interessanti. L’altro giorno leggevo quella ai Last Shadow Puppets sull’ultimo numero di Rumore e sono venuto a conoscenza di questa storia riguardo le presunte molestie di Miles Kane ad una giornalista di Spin, Rachel Brodsky. La faccenda ha suscitato un po’ di clamore, mai abbastanza in questi casi odiosi, e ho deciso di saperne qualcosa di più andandomi a leggere la lunghissima disamina degli eventi stilata dalla Brodsky con tanto di scuse, parzialmente non accettate, inviate dal “Puppet”.
Un evento, a parte le patetiche implicazioni sessiste, un po’ fuori dal tempo, tipico di anni nei quali dai tuoi interlocutori non sapevi bene cosa aspettarti. Chi erano veramente.
Al di là dei punti che, seppur in maniera un po’ prolissa, la Brodsky giustamente solleva mi è apparso uno scenario, mediato attraverso le mie esperienze, abbastanza chiaro nella sua banalità.
Finito il periodo degli anni pre-web/pre-social resta ben poco del culto della personalità alimentato dall’alone di mistero che ammantava i protagonisti dei nostri ascolti e non solo. Adesso di chi ti si presenta davanti sai già più o meno tutto tra post più o meno studiati, più o meno rivelatori, conditi dalle opinioni della platea globale.
Anni fa era tutto un po’ diverso. Un’altra epoca. I dischi si vendevano, non esistevano le mail  (a malapena si usavano i fax) e le alternative erano o costose telefonate internazionali o raggiungere gli artisti in tour quando suonavano a portata di macchina.
Non ho fatto moltissime interviste in vita mia e in generale di questa attività conservo un ricordo poco significativo (niente rispetto ai racconti che potrebbero probabilmente elargire i miei sodali).
In quegli anni, alimentato da una ingenua e giovanile smania di protagonismo, accettavo un po’ di tutto. Spesso cose lontanissime dai miei gusti. Ho un ricordo più o meno preistorico, negli studi del suo programma televisivo, di una lunga intervista a Red Ronnie per una storia da copertina, con la sua manager che a un certo punto mi chiuse in una stanza, per un’intervista non richiesta, con una giovanissima ospite della trasmissione, tale Sheryl Crow di cui non sapevo un bel nulla. Scartata l’ipotesi di intavolare una discussione sullo shoegaze o sui Fugazi farfugliai qualche formalità prima di un’insperata fiammata di interesse dovuta a letture comuni.
Divertente fu poi (in retrospettiva, all’epoca mi incazzai notevolmente) il lungo e articolato richiamo che mi fece il direttore del giornale per l’iniziativa presa (!) salvo poi supplicare il nastro dell’intervista pochi mesi dopo con la Crow in testa alle classifiche.
I ricordi più piacevoli sono forse legati alla piccola stanzetta pisana della mai abbastanza compianta Wide dove ebbi la fortuna di scambiare qualche chiacchiera con gente come Lou Barlow o Bardo Pond.
Non solo stanzette, a dire il vero. Spesso nei primi anni 90, quando si cercava di mungere la ricca, effimera “vacca post Nevermind”, anche diversi artisti “alternativi” di medio successo alloggiavano in alberghi di un certo lusso.
Ricordo Mark Everett degli Eels, all’epoca si faceva chiamare solamente “E”, che dopo una chiacchierata lunga e divertita nella quale credevo di aver stabilito un minimo di rapporto, al mio salutarlo con un gentile, nelle mie intenzioni,  “Goodbye Mark” tornò indietro accigliatissimo sibilando a pochi centimetri del mio naso “non chiamarmi mai più in questo modo” e pensare distintamente “Oddio, sta per darmi un pugno in faccia…”.
Non so onestamente se le interviste abbiano ancora senso, so soltanto che da gente come Bob Mould, Ian MacKaye, Mark E. Smith, Ira Kaplan e qualcun altro la loro storia o la loro visione delle cose l’ascolterei sempre volentieri.
Anche perché  il mondo si dividerà sempre, artisti o meno, in chi ha qualcosa da dire e chi no.

Car Seat Headrest “Drunk Drivers

Mi sveglio e sul pc scorrono le immagini di figli di celebrità che fanno passerella in un festival nel deserto californiano, significativi come un calcio nelle palle. Mi deprimo e metto su i Car Seat Headrest. No, qui a SG non abbiamo una percentuale sulle vendite della band di Will Toledo. Ma nelle nostre interminabili chiacchierate se c’è un nome che ci mette tutti d’accordo è sempre quello della band di Leesburg, Virginia. Mancano poche settimane all’uscita di Teens Of Denial e i pezzi che stanno anticipandone l’uscita sono uno meglio dell’altro. Drunk Drivers, in particolare, accarezza, amareggia ed esalta nel giro di tre minuti. Sperando di non vedere mai Will in mezzo alla patetica sfilata di un Coachella qualunque.

DMA’S  “Too Soon

Il terzetto australiano sembrerebbe sulla rampa di lancio. Un disco che non stanca mai, infarcito di melodie appiccicose che vanno giù di un fiato. I fratelli Gallagher sono il primo riferimento che viene in mente ma se si ascolta attentamente emerge un precipitato di riferimenti non necessariamente britannici. Categorico andarli a testare dal vivo il 15 maggio al Freakout. Potrebbe seriamente essere una delle ultime volte che li si osserva su un palco meno che chilometrico.

Hollow Tapes “Broken Car Radio

Come se il ventiduenne Francis Shannon andasse a fare ordine nella suite di Bradford Cox dopo un party  e trovasse tracce di appunti scartati da Cryptograms mentre nelle cuffie ha il primo ep dei Ride. L’elettricità satura la stanza, chiudo per non fare entrare il sole, apro un’altra birra, sguardo fisso sulle scarpe. Sorrido amaro.

Japanese Breakfast “In Heaven

Michelle Zauner sembra una ragazza con delle cose da dire. Montagne di basements show a Philadelphia con i Little Big League prima di tornare nel natio Oregon e mettere insieme questo progetto “da cameretta”.  Sundays e Asobi Seksu buttati li nella recensione di Pitchfork rendono l’idea ma se c’è un nome che mi sale alle labbra e accende la mia fantasia è Joy Zipper. Misconosciuta band di inizio ’90 le cui armonie affettavano il mio cuore come coltello caldo sul burro.

Boreen “Halley’s Comet

Tra le cose da fare c’è sicuramente il trasferirsi a Portland. Portland patrimonio dell’Unesco per come la vedo io. La sera si andrebbe a vedere i Sioux Falls, i Mo Troper, i Radiation City.  O magari i Boreen. E quando comincia Halley’s Comet si partirebbe con uno stonatissimmo uuuhh uuhhh travolgendo le birre dei presenti in attesa della ripresa finale che porta esattamente in mente un milione di altri gruppi. Che adoro tutti.

Massimiliano Bucchieri

Portami via di qua, sto male (Fiver #15.2016)

A Minor Place "The Youth Spring Antology"

A Minor Place “The Youth Spring Antology

Spesso tendo a confondere le sensazioni personali facendole passare inconsciamente per dati di fatto quindi potrei tranquillamente sbagliarmi, ma ho la netta impressione che nell’ambiente che sono solito frequentare non si  sia mai parlato così tanto di musica italiana come negli ultimi tempi. Che poi a pensarci anche solo un attimo quello di musica italiana è un concetto soggetto a libera interpretazione. Un po’ come la nazionalità dei calciatori in questa strana epoca. Cosa è che definisce italiano un musicista? Il solo fatto di essere nato entro i confini geografici o c’è dell’altro? Cito casi recenti solo come esempi : la musica di Birthh e dei Be Forest è musica italiana quanto quella di Calcutta e Colapesce? Giuda e Any Other sono italiani allo stesso modo di Caso e L’Orso? In altre parole: la musica italiana è un genere a se stante tipo il post rock, la new wave o il funky, oppure no? Per tanti anni gli addetti ai lavori si sono accusati l’un l’altro di provincialismo a seconda di chi a turno decideva di considerare la musica italiana come categoria a parte e chi no. Personalmente per sgomberare il campo dai tanti equivoci in cui mi è capitato di imbattermi negli ultimi mesi definirei effettivamente e senza alcun dubbio la musica italiana come specie autonoma in un unico caso: quando il cantato è in lingua madre. Che poi parlando di rock uscito dal punk in avanti questo succede anche nelle altre parti del mondo. Qualche caso di internazionalizzazione legato alla lingua francese, qualche altro a quella tedesca, poi riga.
Procedendo al passaggio successivo – verificato il teorema di cui sopra e semplificando i concetti – quando si è poi dentro alla categoria “italiana” due soli sono i modelli di riferimento cui attingere: target sanremese, un evergreen con progressive sofisticazioni apportate negli ultimi anni dalla presenza al festival di musicisti di estrazione alternativa; format cantautore anni ’70 più o meno (ma in genere molto meno che più) contaminato da istanze di rinnovamento.  Poche le eccezioni alla regola: l’hard core punk in blocco e quei gruppi che hanno un po’ mescolato le acque shakerando la metrica (CCCP? Offlaga? Massimo Volume?), tutti nomi che peraltro – per come la vedo io – sono comunque ancora classificabili come tipicamente italiani. Ricordavo di aver scritto qualcosa in proposito ai tempi, decisamente poco sospetti, della versione 1.0 di Sniffin’ Glucose e per curiosità sono andato a riesumare il quando (30/8/2006) e a rileggere il cosa: “L’altro giorno discutevo con un amico a proposito di musica e la nostra conversazione ruotava attorno a una canzone,  Portami via di qua, sto male, versione italiana di Get Me Away from Here, I’m Dying dei Belle and Sebastian proposta dai Perturbazione (nel disco tributo A Century of Covers pubblicato on line all’epoca dalla Kirsten’s Postcard). Il pezzo è una meraviglia nella sua versione originale, e lo rimane  anche nella traduzione italiana. Eppure, come l’ amico mi faceva  notare, la canzone potrebbe benissimo essere scambiata per una di quelle che annualmente invadono l’aria sull’abbrivo del Festival di Sanremo. Intendiamoci, le canzoni di Sanremo  mediamente sono peggiori, con tutta quella melassa spalmata sopra, quegli arrangiamenti orchestrali e quei fiori che spuntano fuori da ogni angolo. Le canzoni dei Belle and Sebastian e pure quelle dei Perturbazione sono un’ altra cosa. Ma il punto è un altro: una qualunque canzone cantata in italiano e dotata di una melodia pop appena un po’ accattivante, pare essere adatta a partecipare al Festival di Sanremo. Questo sosteneva il mio amico. E pensandoci non aveva tutti i torti. Perché a dire il vero quell’idea aveva già  attraversato il mio orizzonte all’ascolto di dischi come quelli degli stessi Perturbazione o che so, dei Baustelle, tanto per fare due nomi noti. Trovarsi a fare le medesime considerazioni sulla struttura di una canzone dei Belle and Sebastian però  fa davvero strano. E magari la questione ci fornisce anche qualche spiegazione sul perché molti ritengano che dalle nostre parti non esista una sufficiente cultura musicale e continuano a inviperirsi appresso a ogni successo locale, imbastendo confronti con ciò che succede al di là del confine. Tradotto: se i Belle and Sebastian anziché a Glasgow fossero nati a Busto Arsizio e si fossero chiamati La Bella e Sebastiano, sarebbero probabilmente finiti sul palcoscenico dell’Ariston. E pur proponendo le stesse identiche canzoni che stanno dentro If You’re Feeling Sinister e The Boy with the Arab Strap avrebbero certamente indispettito molti di noi, quelli stessi a cui le medesime canzoni cantate in inglese hanno viceversa regalato emozioni e lacrime”.
Dove sta il punto in tutto ciò? Da nessuna parte e ovunque, ognuno lo metta dove preferisce. Radici personali mi indirizzano verso una scarsa propensione e comprensione della musica italiana, ma è appunto una faccenda privata e non vuole essere una presa di posizione a favore o contro (il disco di Caso – per dire – ultimamente è stato uno dei miei ascolti preferiti), piuttosto una semplice constatazione di meraviglia nel vedere molta gente che conosco interessarsi tanto a un genere che pensavo gli appartenesse poco.
Perché ho scritto tutto questo oggi? Essenzialmente per due motivi: mi sono annoiato moltissimo a leggere e ad ascoltare un sacco di discussioni serie, a volte molto serie, riguardo i “nuovi cantautori italiani” (se ben ricordo si partì a sproloquiare sulla Kurt Cobain di Brunori sas) e volevo esprimere con me stesso il disappunto per la quantità di tempo che ho speso a interessarmi all’argomento (ovvio che sono fatti miei, ma tutto quello che scrivo qui fa parte dei fatti miei). Il secondo è che volevo bullarmi del fatto che con anticipo di 8 anni avevo collegato i miei amici Perturbazione al festival di Sanremo (non che ci volesse un genio, ma tant’è…).

Di seguito cinque esempi di canzoni innegabilmente non italiane in uscita, cantate e suonate da musicisti indubbiamente italiani:

A Minor Place “When Silvia Dies

Di loro ne avevamo già parlato qui poco meno di un anno fa. Ora escono con un disco nuovo che non si può raccontare e di cui non voglio nemmeno spiegare. E’ un oggetto bellissimo: l’assunto – mi raccontava Andrea, il cantante – è sempre considerarsi un appassionato, un ascoltatore più che un musicista. Non avrei esitazione, dovessi scegliere, su dove collocarmi. E allora,mi piace fare dischi che mi piacerebbe acquistare, tutto qui. E ho la fortuna di potermelo permettere: ho una Skoda con 250.000 km sul groppone, ma spendo xxxx euro solo per le copertine del disco. Non l’avresti fatto anche tu al posto mio? Si Andrea, se solo sapessi suonare un qualunque strumento e avessi la metà della tua capacità nello scrivere canzoni lo avrei fatto, eccome.

JJ Mazz “Asshole

JJ Mazz è l’ultima incarnazione di Luca Mazzieri, chitarra in Marla prima e A Classic Education poi , Mr Wolther in Wolther Goes Stranger e 1/2 di Barberia Records. Ci lega un antico rapporto di stima e capita che ogni tanto ci si confronti. Un paio di mesi fa Luca mi ha mandato il demo di quello che diventerà a breve il suo primo disco solista. Me lo presentò descrivendolo così: “20 minuti ma è un vero e proprio disco. il mio. non so bene cosa sarà. Mi piacerebbe una cassettina Barberia in 41 copie ( i miei anni). Mi piacerebbe suonarlo ogni tanto in qualche posticino piccolo tra amici, stile dive bar basso chitarra e batteria ma ancora appunto non so, intanto ho sentito il bisogno di farlo. Mi sono chiamato JJ Mazz”. Qualche giorno dopo gli risposi: “il disco non l’ho ancora inquadrato ma mi piace, Asshole per me è una hit se decidi di caricarla da qualche parte rendendola pubblica avvisami che la metto in un Fiver di Sniffin’ Glucose”. Detto fatto.

Jambox “Waikiki 513
https://soundcloud.com/jamboxtheband/waikiki-513/s-OoK8N
I Jambox arrivano da Torino e Spleen è il loro ep in uscita. Shoegaze molto rumoroso con una scia melodica di quello che a me sono sempre piaciute, tra My Bloody Valentine, Ride, Jesus and Mary Chain e dio solo sa cos’altro.

Dead Horses “The Cross

Di loro non sapevo assolutamente nulla finchè un paio di settimane fa non me li sono trovati davanti ad aprire la Uranium Night al Mattatoio di Carpi. I due ragazzi stanno seduti e suonano la chitarra, la ragazza in piedi pesta un paio di tamburi. Sangue, sudore, lacrime, ma alla fine sono solo sorrisi.

Sky Of Birds “Deceivers

Tra le frasi che loro stessi utilizzano per presentarsi quella più adatta di tutte è: realtà e illusione racchiusi nel tremolo di una chitarra nel deserto. Alcuni di loro stavano dentro ai Mosquitos (per chi li ricorda, e io me li ricordo bene), Blank Love è il primo album e il pezzo che ho scelto qui sopra mi ricorda i Feelies. Basta e avanza.

Arturo Compagnoni

I send my love to you (Fiver #14.2016)

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Con il passare degli anni mi accorgo di diventare sempre più intransigente e non è una buona cosa. Anche nei gusti musicali, oltre che nelle mie faccende private in genere.
La cosa che proprio più mi disturba è la banalità e la mancanza di ispirazione, se parliamo di musica. Non è solo questo, a dire il vero. Mi tedia la mancanza di personalità, più di tutte le altre cose. Ci pensavo ascoltando il nuovo album di Will Oldham, in questi giorni. La sua è ormai diventata una discografia infinita: le continue uscite sul mercato di compilation, collaborazioni, Peel session sfidano la pazienza e il portafoglio di chiunque. Nel disco più recente si firma con lo pseudonimo di Bonnie “Prince” Billy e si fa accompagnare dai Bitchin Bajas, un trio di avanguardia di Chicago. Non so se davvero il disco mi piaccia. Certamente non è uno di quei dischi che si finisce per ascoltare spesso. Diciamo che bisogna trovare il momento giusto. Ma è un disco che ha personalità, temperamento, libertà compositiva.
Ecco, mi piacerebbe ascoltare più musica così. Alla fine magari non è nemmeno detto che piaccia davvero ma almeno ci prova, senza per questo concedere alcunché. Anzi, piace proprio perché non concede nulla. Non si tratta nemmeno di intransigenza e certamente non sono uno di quelli che premia i dischi “difficili” in quanto tali. Proprio per nulla. Un disco mi deve comunicare di essere poco un prodotto e più conseguenza di una pura esigenza di comunicazione artistica, per quanto possibile.
I dischi di Will Oldham sono così. Non mi piacciono tutti. Ma mi piace provare ad ascoltarli sempre e anche quelli che magari non rientrano proprio nei miei gusti abituali, anche quelli alla fine mi lasciano qualcosa. Che è l’unica cosa che si richiede, a qualsiasi manifestazione artistica in cui ci si imbatte: che non scivoli via come un bicchiere d’acqua in una giornata d’estate. Quella di Oldham è musica che non si muove in territori predefiniti, che si sviluppa ai margini, negli spazi di libertà tra un genere e l’altro. Questa è l’attitudine che tiene a bada la mia intransigenza, insomma.

Bonnie “Prince” Billy / Bitchin Bajas – Despair is criminal
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Basta osservare le foto delle registrazioni: Oldham e compagni seduti per terra in un appartamento, circondati da vecchi synth, tastiere e appunti sparsi per la stanza. Improvvisazione che si trasforma in libertà creativa. Non tutto funziona, sinceramente. Ma questo pezzo sì, eccome.

Whitney – Golden Days

Il più delle volte ci si accontenta dei fantomatici dischi “di genere”, invece. In cima alla lista dei dischi più attesi ci finisce una roba così: irresistibile pop psichedelico che richiama Townes Van Zandt quanto Gram Parson. Classicismo pop come se il punk non fosse mai avvenuto: una canzone che è una piccola meraviglia a cura di due ex Smith Westerns, che preannuncia un album di debutto in prossima uscita.

Jeff Cowell – Not Down This Low

Non mi stupirebbe se i Whitney avessero passato un bel po’ di tempo in compagnia della raccolta della Numero Group, Cosmic American Music, uscita da poche settimane e che ospita anche questa canzone di Jeff Cowell. Si dice che Gram Parsons non fosse un grande amante del country rock, in particolare di quello che divenne fenomeno da classifica, edulcorato ed innocuo. Questa compilation va a pescare invece tra piccoli nomi di culto ed artisti pressoché sconosciuti al grande pubblico che di quel genere furono in parte precursori ed in parte genuini esecutori. La confezione, come al solito nelle uscite Numero Group, è fantastica. Doppio vinile gatefoold, libro e note da sballo. Per chi tiene i dischi di Gram Parsons come una reliquia e pensa che Evan Dando solista sia quasi meglio di quello dei Lemonheads.

Frankie Cosmos – On The Lips

Frankie Cosmos è una ragazza con una chitarra. Un synth e una sezione ritmica discreta, talvolta. Ma in fondo è tutta una questione di poche note. La magia della musica pop più elementare, di canzoni scritte come se si trattasse di pagine rubate ad un diario. Gente che magari il catalogo Sarah Records non sa neppure cosa sia e dei Beat Happening ha sentito solo il nome. Ma la sostanza è tutta lì, nascosta tra i soliti due accordi che fanno innamorare.

KRANO – Mi e ti

Gli americani possono insegnarci alcune cose. Non a cucinare un piatto di pasta, evidentemente. Ma se si tratta di rock’n roll o, ancor più, di rock che vira dannatamente dalla parte della tradizione folk e country qualcosa da dire ce l’hanno eccome. Se non ci hanno mai considerato in questo ambito non è perché sono particolarmente stronzi ma semplicemente perché non c’era nessuna ragione per farlo. Il fatto che qualcuno scriva parole tipo: no rock ‘n’ roll record has felt this mysterious and free-spirited in years (npr music)….a proposito di Krano ci riporta proprio alle considerazioni che facevo all’inizio, parlando di Will Oldham. Abbiamo bisogno di musica così, libera di spirito, innanzitutto. Canzoni che, si capisce immediatamente, nascono da una urgenza artistica che suona pura e non contaminata. Lo scrivono gli americani, per quanto possa contare (e un po’ conta), se proprio non potete fidarvi di un modesto blog fuori tempo massimo.
Krano è il progetto di Marco Spigariol, canta in dialetto veneto e le due canzoni che ho avuto modo di ascoltare mi entusiasmano come nessun’altra cosa quest’anno.

CESARE LORENZI