Timeless Melody (Fiver #22.2016)

las

The La’s

Accendo la televisione solo per il calcio, ormai. Al pari delle vicende musicali l’altra mia grande passione che occupa la stragrande maggioranza del tempo libero e anche un po’ di quello che non sarebbe libero per nulla. Mi sono piazzato davanti allo schermo per seguire recentemente la finale di Europa League tra Liverpool e Siviglia. Ad un certo punto, dopo che gli inglesi sono passati in vantaggio, si è levato un coro dagli spalti che non era il solito inflazionato, seppure sempre emozionante, You’ll never walk alone. Ci ho messo un attimo a fare mente locale, stupito da quello che stavo ascoltando, ma si trattava proprio di There She Goes dei La’s, una delle mie canzoni pop preferite di sempre. O forse era la fine del primo tempo e il pezzo è partito dagli altoparlanti e la curva del Liverpool si è messa ad accompagnare il testo con un coro potente. Comunque brividi. Anche se i dettagli di questa storia potrebbero non essere precisi.

Il Marquee di Londra è uno di quei luoghi che è entrato di diritto nell’ambito dei club che hanno fatto la storia della musica. Un club che ha avuto un paio di incarnazioni differenti, personalmente mi è capitato di frequentarlo in qualche occasione all’indirizzo di Charing Cross Road, in pieno centro. Erano i tempi in cui si attendeva con trepidazione l’uscita del Melody Maker, quando si aveva la fortuna di trovarlo in qualche edicola ben fornita, per capire cosa avvenisse di importante a Londra che era il centro di tutto. In quei giorni (fine anni ottanta) si iniziò a parlare con insistenza di una nuova band di Liverpool, i La’s. Quello che conoscevo di quel gruppo lo avevo letto lì, tra le pagine di quei settimanali che ti lasciavano le dita sporche d’inchiostro. Fu un incontro fortunato, un puro caso: trovarsi a Londra e riuscire a procurarsi un biglietto di un gruppo di cui non avevo mai sentito neppure una singola nota. Funzionava così, allora. Ricordo un concerto brevissimo, poco più di mezz’ora e l’impressione di aver assistito a qualcosa di grande. Il giorno dopo entrai in un negozio di dischi e comprai There She Goes in sette pollici. L’album di debutto impiegò ancora qualche mese ad uscire: tra ritardi, registrazione interrotte e scazzi con la casa discografica, si intuì che non tutto filava liscio. Quel disco in effetti rimarrà l’unica pubblicazione del gruppo.

THE LA’S – There She Goes

Quando mi dicono pop penso sempre ai Beatles. Il gruppo perfetto, in fondo. Quando una canzone diventa patrimonio collettivo è come se fosse davvero di tutti e il suo significato originario si perde, si trasforma in qualcosa d’altro. Arriva nella curva di uno stadio, addirittura.
There she goes è una canzone che è finita dove nessuno poteva immaginare, come le migliori canzoni pop. Come le canzoni dei Beatles. Nonostante i riferimenti nemmeno troppo velati alla droga, all’eroina…..There she blows again, Pulsing through my vein…..ma ognuno, ad una canzone del genere, è libero di dare l’interpretazione che preferisce. Un amore, la squadra del cuore, per l’appunto. La magia della musica pop nel senso migliore e più compiuto: capace di travalicare barriere e confini, di modificare il corredo genetico delle persone. Musica che rimane dentro di noi per sempre, in rappresentazioni sempre nuove e, in certo modo, sempre uguali. Beatles, Kinks, Blur, gli Smiths….il brit-pop, direbbe qualcuno. La musica pop della nostra anima, sostanzialmente.

Wire – Forward Position

Ascolto musica in molti modi. I dischi che mi piacciono solitamente li compro in vinile. Ma mi piace anche raccogliere in una playlist su Spotify le nuove uscite che fin dal principio penso possano interessarmi e poi attivare la funzione shuffle. Una sorta di gran nastrone digitale da 500-600 canzoni che mi porto in macchina, in cuffia, in strada camminando. Ogni singola canzone del nuovo Wire mi ha fatto fermare, qualsiasi fosse l’attività in cui fossi impegnato in quel momento. Mi dicevo: grande pezzo, questo. Ogni volta che partiva una delle otto canzoni del nuovo album la stessa scena, come se dovessi rassicurarmi da solo. Ah, gli Wire!
Mi piacciono in tutte le forme, quando spingono sull’acceleratore ma anche quando si fanno improvvisamente eterei. Qui sono nella seconda variante: la particolare voce di Colin Newman si staglia su di un tappeto di synth e una chitarra appena accennata. Promesse non mantenute, momenti di pensierosa riflessione, atmosfera che fa a pugni con questa nuova estate che avanza. Come se ce ne importasse davvero qualcosa.

Pity Sex – Plum

C’è qualcosa di tremendamente classico in questa canzone. Le chitarre che deragliano rumorose  e al limite del controllo nel finale, come se si trattasse di fare il verso ai My Bloody Valentine, ma anche il lungo intro voce e chitarra che ricorda una qualsiasi band del catalogo della 4AD, versione primi anni novanta. Aldilà della cifra stilistica però, ci si ritrova tra le mani una canzone (e tutto un album) decisamente riuscita. Poi trovatemi un solo gruppo che alterna una ragazza e un ragazzo alla voce, spesso nella stessa canzone, che non sia finito nella lista dei miei preferiti ma questi sono dettagli, alla fin fine.

Courtney Barnett – New Speedway Boogie

Mai fregato nulla dei Grateful Dead, lo confesso. L’unico album che possiedo è quello che hanno fatto in compagnia di Dylan. Lo odiano i fan di entrambe le fazioni, ed io non faccio eccezione.
Va detto però che la recente mega compilation di tributo, curata dai National, contiene tanto materiale interessante, che mette in luce i Dead decisamente in un altro modo. Quello che tocca Courtney Barnett si trasforma in oro comunque, fosse pure la peggiore canzone dei Dead in circolazione e non è questo il caso. Ne esce una versione decisamente doorsiana, in particolare in questa versione dal vivo ( http://www.nbc.com/the-tonight-show/video/courtney-barnett-new-speedway-boogie/3043258) con l’organo suonato per l’occasione da Mauro Remiddi (Porcelain Raft) che diventa assoluto protagonista. A me sono tornati in mente gli Opal di David Roback: non potrei spendere miglior complimento, ecco.

Dinosaur Jr. – Tiny

Il 2016 sarà un buon anno. Un anno con un nuovo disco dei Dinosaur Jr.!
Come tutti i nati vecchi, mai stati giovani per davvero, i Dinosaur Jr. sono a proprio agio in qualsiasi era geologica e questa non fa eccezione. Pity è nella sua semplice riproposizione dei soliti standard una gran canzone, inoltre.

Cesare Lorenzi

Resistenza (Fiver # 21.2016)

bologna-blu
Lei aveva un locale. Lei, per la gente, era la capa di una bella squadra di soggetti strampalati. Una che doveva farne di quattrini, ma che ci si sbatteva anche un sacco dalla mattina alla sera. Alla notte, se dobbiamo dirla tutta.
Lei alzava ogni mattina la serranda di quel posto pieno di tavoli e sedie e fotografie alle pareti. Le occhiaie sempre scure, gli occhi gonfi di chi dorme sempre troppo poco ma insomma, dopo aver chiuso non puoi mica andare a casa. Vuoi non restare con Marco, Mari e Stefano a far chiacchiere?
Di solito era politica: gli anarchici, si sa, adorano stare al bar a far chiacchiere. Magari bevendo San Carlo e pulendosi i baffi folti col dorso della mano. Tatuata. Ovviamente.
Lei apriva ogni mattina la porta della sua osteria che era anche la porta della sua casa anche se lei lì non ci viveva ma ci amava forte, ogni minuto.
Lei, ogni volta che accendeva le luci di quel posto, illuminava vite che non erano la sua ma che lei, forse nemmeno del tutto consapevole, aveva cambiato: la cuoca che era scappata da un marito che amava troppo le carte, il vino e le mani pesanti; il lavapiatti bangladese che un anno prima vendeva le rose lì dentro. Il tuttofare che aveva dormito così tante notti sotto le stelle da far ancora fatica a ricordarsi le chiavi di casa.
Lei aveva creato un mondo a sé, che per gli altri era solo un locale, un posto in cui entri, saluti, ricevi un sorriso, ti siedi e mangi.
E poi chiudeva ma a casa non ci sia poteva andare mai perché Anna voleva piagnucolare un po’ che non trovava l’amore ma grazie che ci sei tu ad ascoltarmi. Ashraf doveva tornare in Bangladesh a salutare il padre morente e bisognava combinargli le ferie e dargli una mano col biglietto aereo. E magari anche Carlo, che non beveva più se no gli veniva la malinconia, una volta ogni tanto quei due bicchieri gli andava proprio di farseli.
Lei aveva salvato se stessa salvando altri. Ma non lo sapeva nemmeno. Lei era, semplicemente, così.
Lei resisteva.

Lui era un artista ormai. Noto, famoso potremmo dire. Lui era nato nelle strade, graffittando i treni, i muri. Scappando dai vigili, dagli sbirri che, faro acceso sopra la macchina, inseguivano le bombolette che riempivano i vuoti di quelle strade in cui mai niente di bello si raccontava. Ma lui era bravo. Tanto. Così tanto che qualche fotografo aveva iniziato ad immortalare quelle che erano diventate opere sui muri di palazzoni di Berlino o Bologna o chissà dove, non importa. E qualcun altro aveva iniziato a scrivere di lui. E lui era diventato il suo nome d’arte, uno che conta anche se non esiste, perché è soltanto un nome d’arte e un dipinto che compare, all’improvviso, su un muro di una strada qualunque.
Lui voleva solo dipingere il vuoto. Rendere bello il brutto. Raccontarsi sull’intonaco delle periferie che colorava con tratti polemici e rabbiosi, divertiti e feroci.
Lui era stato chiamato da una segretaria: una fondazione. Una di quelle cose che lui non aveva mai capito: soldi che senza un motivo si spostano di tasca in tasca e organizzano eventi, finanziano arti e mestieri.
La signorina, sicuramente camicia bianca su una bella scollatura con tacco almeno sette almeno, forse nove e con un bottone in meno, lo capiva dal tono della voce, gli chiedeva di poter usare dei suoi lavori, ovviamente previo accordo economico, per una mostra che ci sarebbe stata fra un po’ di mesi in un museo.
Un museo? Lui non poteva pensare che la sua voglia di libertà e movimento potesse essere imprigionata tra le mura di un museo e disse no, grazie.
La signorina che si era abbottonata e adesso aveva si piedi due ballerine aveva chiuso la telefonata secca, quasi stizzita. Senza tacco. Né rossetto.
La fondazione, sempre quella cosa senza un volto, quella cosa che lui non capiva, decise che lui doveva esserci comunque. Loro staccarono pezzi di muro coi suoi colori e le portarono in un palazzo ricco del centro.
Lui cancellò di sua mano tutte le opere che aveva sparpagliato per la città.
Lui se ne andò.
Lui resisteva.

Loro avevano pensato che quel palazzo vuoto da vent’anni in quella strada brutta del centro della città non aveva senso: perché uno spazio vuoto quando così tanti corpi chiedono spazio da occupare? E allora avevano fatto la cosa più normale, la più sensata.
Loro avevano occupato quel palazzo. Avevano rotto il lucchetto alla porta e avevano chiamato tutte le persone che conoscevano che avessero bisogno di un tetto e gliel’avevano dato. Avevano abbracciato padri che sorridevano per figli che avevano muri e termosifoni e acqua che usciva dal rubinetto.
Loro avevano detto che quel posto era un forse, un proviamo a tenerlo ma sapevano che ad altri non sarebbe andato bene. Che la città non voleva cedere spazi che i soldi non potevano comprare. Piuttosto li lasciava marcire, morire.
Loro avevano trattato col potere. Avevano stretto accordi e mani che non avrebbero voluto toccare, ma quello serviva. Il sorriso di Amina, che poteva andare in autobus a prendere i bambini a scuola e aiutarli a fare i compiti, era più importante di qualunque teoria politica, di qualsiasi prassi organizzativa, anche del senso di sporco dopo una stretta di mano.
Loro avevano tenuto quel posto per molto tempo. Ci avevano messo dentro dei servizi al piano terra: l’insegnante di italiano per stranieri, il centro d’ascolto per le donne vittime di violenze, il medico una volontario una volta la settimana.
Loro avevano messo mattoni, tolto mattoni, rotto mattoni.
Poi, erano passati anni, ma chi non voleva che il bisogno contasse più del denaro aveva spinto il bottone giusto e quella mattina erano arrivati un sacco di puffi tutti blu. Forse neanche del tutto consapevoli di essere puffi ma non per questo meno colpevoli di esserlo.
Loro non sapevano cosa fare. Vedevano Amina col viso fra le mani che piangeva mentre i puffi, manganelli in mano, portavano fuori i bambini dalla cameretta, ribaltavano il tavolino del soggiorno e tiravano i capelli di Adiba che voleva solo poter restare in camera sua. Camera. Sua.
Ma non era sua.
E loro si erano arrabbiati, avevano parlato, avevano gridato. Poi avevano colpito.
Loro adesso i mattoni li tiravano.
Loro resistevano.

Lui aveva visto quella stanza vuota con la vetrina proprio sulla strada, proprio vicino a quel bar che tutti conoscono. Lui aveva visto quel pavimento e le piastrelle bianche del muro dietro e aveva visto la bellezza abbandonata. La bellezza inconsapevole. La bellezza non voluta.
Lui aveva deciso che quella bellezza doveva diventare per tutti, che quella vetrina andava liberata dai fogli di giornale ingialliti che la coprivano.
Lui aveva grattato pavimenti, pulito quel grande vetro fino a renderlo di nuovo trasparente. Aveva trovato le poltroncine, le lampade calde, le piante che davano aria.
Poi li dentro ci aveva messo della gente che aveva voglia di fare una cosa e di raccontarla. A tutti. Solo perché era bello farlo.
Loro avevano suonato, lei aveva cantato. Lui aveva letto le sue poesie. E la strada si era riempita, ogni volta, di facce che da dietro il vetro guardavano, ascoltavano. Facce che poi sorridevano e parlavano e occhi s’incontravano in quella stanzetta e si conoscevano.
Un vicolo si era illuminato per un’idea: riutilizzare uno spazio vuoto, rendere bello il brutto, riempire il vuoto.
Lui, in pochi metri quadrati, aveva abbracciato cuori e fiato, polmoni e sorrisi.
Lui resisteva.

Lei suonava la chitarra, lei cantava, in inglese anche se tutti le dicevano che con quella voce doveva cantare in italiano, magari delle parole più semplici che poi vai a San Remo. A lei di San Remo fregava proprio niente, ma della voglia di cantare un sacco.
Lei ascoltava i Black Lips ma anche Billy Bragg e scriveva le sue canzoni pensando alle donne piene di rabbia che la fame e padri e mariti bastardi avevano fatto piangere.
Quand’era ubriaca a volte, chinata sulle ginocchia, cantava più forte e poi alzava il pugno in cielo.
Poi suonava qualcosa che girasse attorno a quelle parole che aveva tradotto in una lingua che non era sua ma suonava bene e, soprattutto, con una canzone in inglese a San Remo non ci vai se non a comprare tulipani.
Lei caricava l’ampli e la chitarra in macchina e partiva. Andava dove la chiamavano, dove Giorgio, che di giorno era commesso e di sera manager, booking e ufficio stampa in cambio di una pizza e un po’ meno solitudine le diceva di andare e suonava e si sgolava ogni volta come fosse l’ultima occasione nella vita di dire quello che sentiva.
Quello che bruciava dentro.
Lei cantava dove poteva, quando poteva. Lei macinava chilometri a rimborso spese. Lo faceva perché l’unica paga che la riempisse veramente erano i sorrisi sotto al palco, le persone che a fine concerto le dicevano solo grazie.
Lei resisteva.

La bellezza è sempre resistenza. Resistere è un obbligo. Dobbiamo resistere al nulla che, come ne La Storia Infinita di Michael Ende, porta via ogni giorno pezzi di vita.
Siate bellissimi. Siate resistenti.

Fabio Rodda

Let’s start a party, again (Fiver # 20.2016)

No Glucose #2

No Glucose #2

L’idea era sin dall’inizio quella di mettere in piedi una festa tra amici chiamando a suonare uno o due gruppi di quelli che ci piacciono e passando qualche disco per ballare tra noi la musica che preferiamo. Fondamentalmente c’era voglia di fare qualcosa assieme, una cosa che parlasse di noi – Sniffin’ Glucose e No Hope – e che andasse oltre le parole che siamo abituati a scrivere e che qualcuno si è impegnato a leggere in rete o su carta in questi anni. Qualcosa di concreto che potesse essere condiviso e potesse coinvolgere il maggior numero possibile di persone di quelle che ci stanno a cuore, sia come attori che come spettatori. Con queste premesse era abbastanza logico che la faccenda non sarebbe stata semplice come l’avevamo immaginata in principio. E così è stato. Lo scorso maggio hanno suonato otto gruppi, tutte band che in un modo o nell’altro condividono con noi l’idea di musica, non solo e non tanto come genere bensì come attitudine. E’ stata una grande festa a cui tutti abbiamo partecipato con entusiasmo e passione e in cui tutti abbiamo deciso di essere parte attiva. Quella condivisione che era negli intenti iniziali ma che non è semplice trovi spazio nella pratica è effettivamente stata il filo conduttore che ha legato il tutto. Nel momento stesso in cui abbiamo spento le luci e chiuso la porta, al termine della seconda giornata del No Glucose 2015, sapevamo che ci avremmo riprovato.
Non c’era bisogno di dirci nulla, lo sapevamo e basta.

No Hope fanzine e Sniffin’ Glucose blog proudly present:

NO GLUCOSE #2
Careless Words Cost Lives

19 maggio 2016:
WHITE FANG (Chunk rock – Portland, USA)
KRANO (Damaged country folk – Colfrancui, IT)
CRUEL EXPERIENCE (Lovefuzz – Lucca, IT)
RIJGS (Psych noise minimalism – Bologna, IT)
BIRTHH (Indie pop – Firenze, IT)

20 maggio 2016:
PAWS (Scottish based punk – Glasgow, UK)
LAME (Weirdo blues punk noise – Torino, IT)
DEAD HORSES (Lo-fi cow-punk – Ferrara, IT)
FREEZ (Garage surf pop – Vicenza, IT)
VIOLACIDA (Psychedelic pop – Lucca/Bologna, IT)

Warm up dj set from 6 p.m.
GLAMORAMA
records selectors MERIGHI/BENUZZI

Aftershow dj set
NO GLUCOSE WILD BUNCH CREW
records selectors DARIO/ART

INGRESSO UP TO YOU (con tessera AICS)
@ Mikasa, Via Emilio Zago 14, Bologna (IT)

Artwork by Claudia Toscano

Di seguito cinque gruppi perché cinque sono le canzoni che di regola costituiscono un Fiver. Gli altri cinque gruppi li ascolterete direttamente al Mikasa. Ci si vede lì, giovedì e venerdì.

DEAD HORSES “Hobo Talks

I Dead Horses arrivano da Ferrara e suonano un country punk blues che ha il sapore del sangue e del sudore. Li abbiamo conosciuti una notte di qualche settimana fa e da allora non ce li siamo più tolti dalla testa.

PAWS “No Grace

I Paws sono di Glasgow, come Primal Scream, Vaselines, Pastels, Orange Juice, Mogwai. Non si fermano mai, nemmeno per sbaglio: un lungo respiro al principio e via col fiato riacciuffato solo dopo che si è suonata l’ultima nota dell’ultima canzone.

BIRTHH “Chlorine

Birthh è sensibilità folk due punto zero che dialoga in diretta con il cuore. Adagiata su un tappeto down beat increspato dalla malinconia che avvolge il capolinea dell’adolescenza, Birthh è quello che mancava al No Glucose ed è ciò che il No Glucose ha fortemente voluto. Il 19 maggio 2016 sarà una data da segnare con la matita rossa sul calendario: il giorno del suo primo concerto in Italia.

LAME “Oracle

Il suono dei Lame è un blues sbrecciato dal fuzz e attraversato da bagliori folk pop. Il garage punk degli Hunches, il rumore dei Pussy Galore, il lo-fi dei Gories, il tessuto Paisley dei Rain Parade stipati in una locomotiva a vapore lanciata a folle velocità verso il nulla.

FREEZ “Barbie

Arrivano da Schio, sono imbarazzantemente giovani, suonano un garage surf di matrice californiana che non ha tempo e citano Bleeding Knees, Ty Segall, Bass Drum of Death, Fidlar e Wavves come numi tutelari. Inevitabile siano dei nostri.

Arturo Compagnoni

No Value (Fiver #19.2016)

pitysexlive.jpg

PITY SEX

L’altra sera facendo ordine ho trovato una manciata di cd singoli acquistati nel corso di scorribande inglesi di molti anni fa. Anni di felice spensieratezza. Nomi come Sultans Of Ping Fc, Marxman, State Of Grace. Cose che non ascolto più da anni. Li ho buttati in una busta di plastica con il fermo intento di farli fuori.

Mi è venuta in mente Juliana Hatfield che vuole vendere a 20.000 dollari una lettera che le scrisse Kurt Cobain.IMG_5317

Juliana Hatfield è un nome che oggi probabilmente dirà poco a molti ma ci fu un momento nel quale tanti erano segretamente innamorati di lei. Il timido e composto contraltare bostoniano alla sguaiatezza di Courtney Love.

Conservo gelosamente una copia autografata dell’album delle sue Blake Babies che impacciatamente gli allungai nel basement del Rough Trade di Neal’s Yard.  Un incontro tutt’altro che memorabile. Due timidezze a contatto con un “thank you” ed un “you’re welcome” sussurrati che si scontravano e scivolavano sul pavimento  senza lasciare traccia. Anche se avessero già inventato gli smartphone un selfie sarebbe stato impensabile.

Era quel periodo, al principio dei 90, nel quale Juliana andava in tour con i Buffalo Tom ed era molto di più di un controcanto nell’album indie pop più o meno definitivo di quegli anni: ”It’s a shame about Ray” dei Lemonheads con annessi tutti i gossip legati alla sua presunta liaison amorosa con Evan Dando.

Le cose poi non sono andate come sembrava. Pur continuando a fare dischi Juliana è un po’sparita.

“Non sono una collezionista, abito in una zona cara e devo pagarmi affitti, rate della macchina, rette universitarie, internet…” si giustifica lei aggiungendo, per pudore, un “e poi potrei cambiare idea..”.

Tutto molto comprensibile ma qualcosa stona.IMG_5330.JPG

La lettera è commovente nella sua semplicità. Cobain scrive:  Julianna (sbaglia il nome…), grazie per averci dedicato una canzone (I was flattered), il vostro album mi piace molto, scusa se non ti ho dato la giusta attenzione l’altra sera quando ci hanno presentati (I didn’t try to snub you) e un goffo tentativo di fare il simpatico (Have a nice time in England and don’t eat kebabs..), poco altro.

La lettera di una persona sensibile che, seppur in poche righe, fa capire che sa chi sei e che ci tiene all’impressione che ha suscitato. A quello che lei può aver pensato.

Si, ma 20.000 dollari per un pezzo di carta! Vorrei vedere te…

Non discuto e non giudico (20.000 dollari farebbero molto comodo anche a me) ma questa idea che tutto abbia un prezzo, anche i ricordi legati a momenti unici della nostra vita, mi deprime e mai come in questi  periodi così aridi avverto la necessità di riportare un pizzico di poesia nelle nostre vite.

Sono un paio di sere che scuoto la testa sorridendo, spesso con una piega amara, mentre ascolto ‘sti cazzo di cd singoli che volevo far fuori e che non valgono sicuramente 20.000 dollari (forse 2 euro al massimo…).

Credo che non li ascolterò mai più. Credo anche che li metterò in un punto non troppo a portata della mia libreria ma neanche inaccessibile.

Se non altro per ricordarmi ogni tanto chi sono o chi sono stato.

BLAKE BABIES – Nirvana

“Now, here comes the song I love so much

Makes me wanna go fuck shit up
Now, I got Nirvana in my head, I’m so glad I’m not dead”

PITY SEX – A Satisfactory World For Reasonable People

Amore con la A maiuscola. Sopra a un tappeto confezionato con sapienza degna di numi tutelari come Ride,  Swervedriver, Mbv il cantato di Brennan Greaves prepara il terreno per la voce di Britty Drake che arriva ad accarezzarti il cuore. I due si inseguono emozionalmente per tutti gli episodi di White Hot Moon e il secondo album del gruppo di Ann Arbor-Michigan diventa una piccola meraviglia di cui invaghirsi promettendo di bissare l’incanto del primo Nothing (o quasi).

BLOWOUT – Indiana

Si parlava del momento magico di Portland qualche settimana fa. Blowout si inseriscono in quella schiera di band che timidamente si sta facendo largo a furia di chitarre modicamente dissonanti ed un gran gusto per la melodia contagiosa. Indiana sarebbe un pezzo ideale da ballare tra un concerto e l’altro del prossimo No Glucose Festival. In questo particolare caso il cantato di Laken Wright mi porta alla mente in maniera sorprendente la voce di una certa Juliana.

ULRIKA SPACEK – She’s A Cult (Live)

Il loro The Album Paranoia è in giro già da un po’ ma non ci sono ancora “entrato” veramente. Questa versione live in studio della potente She’s A Cult potrebbe funzionare da detonatore per la mia passione, la spinta definitiva ad adottare i ragazzi britannici. Tutto quello che amiamo stipato in 4 minuti. Dissonanza, melodia, tono scazzato, stile. Gioventù sonica alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Un posto perfetto dove seppellire stranieri.

Feels – Tell Me

Credenziali ottime per i Feels da Los Angeles.  Album di debutto prodotto da Ty Segall in uscita per la Castle Face Records. Tell me parte placida, si impenna, sfreccia sui binari di una melodia deragliante con il tipico basso imploso di Ty a sottolineare.  Laena Geronimo deve essere un bel personaggio, attira nella rete e poi sfodera gli artigli pretendendo chiarezza da un amante distratto. “‘Tell Me’ is my ‘Should I Stay Or Should I Go’ it goes like: ‘Look: I love you, I’ll wait for you, I would walk 500 miles…but ONLY if you want me to, and I need to know NOW.’ Da maneggiare con cura.

Massimiliano Bucchieri

Sola andata (Fiver #18.2016)

Wire

Wire

Dovessi tracciare un sommario bilancio dei miei ascolti in questi 35 anni – mese più mese meno – di passione per la musica, farei estremamente fatica a individuare una classifica dei miei gruppi preferiti. Potrei citare tre/quattro nomi che per un motivo o per l’altro hanno segnato più di altri il mio percorso, così come una manciata di band che hanno accompagnato in maniera più o meno significativa un arco temporale specifico e circoscritto, finendo poi per sbiadire nell’oblio del lungo termine. In ogni caso non credo troverei grandi certezze cui aggrapparmi, caso mai ne avessi bisogno. Penso che il motivo principale risieda innanzitutto nella volatilità del mio gusto personale che, pur confinato tra coordinate in linea di massima inamovibili, ha ciclicamente portato in evidenza determinati gruppi anziché altri. In secondo luogo sarei propenso a scommettere sulla mia naturale avversione a cucire addosso a chiunque l’abito di mito, evitando santificazioni dogmatiche. Nel magma fluido di migliaia di nomi che hanno accompagnato questi lunghissimi anni ho però sempre individuato due punti fissi. Due porti sicuri cui tornare che per quanto fondamentali e costanti nella loro presenza, curiosamente non potrei fare rientrare nelle due categorie di cui sopra: certezze assolute e pietre angolari a scadenza temporale. Se facessi una statistica questi due nomi, Fall e Wire, penso li troverei infilati come parametro di riferimento per “nuovi gruppi che mi piacciono” in un buon 70% delle recensioni che negli anni mi sono preso la briga di scrivere. Da Pavement a Protomartyr passando per Elastica e Futureheads , LCD Soundsystem e R.E.M. tanto per fare qualche nome a caso.
Decollando dalle medesime premesse, il rock dell’immediato dopo punk, il percorso di Wire e Fall è differente per quanto ugualmente impressionante. I Fall attraverso innumerevoli cambi di organico gravitanti attorno al perno fisso Mark E. Smith hanno posto il proprio inconfondibile marchio di fabbrica praticamente su ogni stagione trascorsa dall’anno di uscita di Live at the Witch Trials (1979) ad oggi, all’incredibile ritmo medio di un album l’anno. I Wire invece, pur partendo con un paio di anni d’anticipo, hanno messo a referto meno della metà dei dischi semplicemente per il fatto che un paio di volte (tra il ’79 e l’87 prima e tra il ’91 e il 2003 poi) hanno pensato fosse una buona idea dedicarsi ad altro.
Una cosa che mi piace dei Wire è che in quest’epoca di retromania totale hanno deciso che vivere di ricordi e nei ricordi non fosse faccenda adatta loro: ad ogni nuova riunione nuovi dischi, peraltro sempre centratissimi nella loro attualità. “Fondamentalmente penso che non essendo ancora stata inventata la macchina per viaggiare nel tempo, per sentire suonare dal vivo le canzoni dei Wire di fine anni ’70 come i Wire le suonavano a fine anni ’70 l’unica possibilità per farlo sia quella di essere stati a un loro concerto in quegli anni. Non ci interessa oggi essere una cover band di noi stessi, posso capire che ci siano ragazzi che amano quelle canzoni e a cui piacerebbe ascoltarle suonate dal vivo, ma andare ad un concerto non è come sedersi al ristorante e ordinare quello per cui si pagherà il conto alla fine” (Colin Newman, 2016).
Anziché rannicchiarsi accoccolati sui tre dischi che ancora oggi accumulano citazioni ovunque (Pink Flag, Chairs Missing e 154) i Wire si sono rimessi in pista ogni volta alla ricerca di nuovi stimoli, nella concezione piuttosto condivisibile che la musica sia un viaggio di sola andata e il guardarsi indietro debba servire unicamente come cemento per le certezze del futuro.
Superata la soglia dei 60 anni (a parte il solo Matthew Simms, sostituto di Bruce Gilbert, unico pezzo mancante rispetto la formazione originale) sono usciti con un nuovo album, un mini a dir la verità, che si intitola Nocturnal Koreans. Una bella botta che in parte azzera le persuasioni pop registrate nel disco dello scorso anno. Otto canzoni in tutto e non ce n’è una che sia meno che bella. Poche settimane prima è uscito un altro mini album, Wise Ol’Man, l’ennesimo nuovo disco dei Fall. Mi piace pensare che il saggio vecchio del titolo possa essere Mark E. Smith o un tipo come Colin Newman. Personaggi che secondo i parametri comuni, quelli del buon padre di famiglia, difficilmente potrebbero essere definiti saggi. Ma che secondo i miei di criteri, lo sono eccome. In realtà dal testo tra i biascicamenti di Mark E. Smith come sempre non si capisce quasi nulla, quindi vai un po’ a sapere.
In ogni caso è il 2016, già da un po’ ho girato la boa del mezzo secolo e dopo 35 anni ho ancora sullo stereo due nuovi dischi di Wire e Fall.
Tanto basta per sentirmi un po’ meno vecchio.
E anche un po’ più saggio, a modo mio.

Wire “Still

Loose Tooth “Sherry

I Loose Tooth arrivano da Melbourne e il loro primo album si chiama Saturn Returns. Sono in tre, due ragazze su batteria e chitarra e un loro amico al basso, tutti si alternano alla voce. La loro miscela di indie pop piazzata con noncuranza a cavallo tra anni ’80 e ’90 è piuttosto elementare, ma funziona.

Kevin Morby “Dorothy

Quando in una delle nostre torrenziali conversazioni triangolari i miei due soci hanno liquidato in due battute semi serie il nuovo disco di Kevin Morby secondo me non erano arrivati ad ascoltare questa canzone. Gliela piazzo qui così la recuperano, poi ne riparliamo.

A Giant Dog “Sex & Drugs

Tra i tanti meriti che le si possono ascrivere, la Merge ha anche quello di impegnarsi a scovare e valorizzare artisti che sono già usciti con qualche disco ma che non hanno ancora ricevuto l’attenzione che meriterebbero. Come gli A Giant Dog, texani di Houston, che all’etichetta di Mac McCoughan sbarcano per pubblicare il proprio terzo disco. Un piccolo gioiello forgiato sui riff di T-Rex e Slade attorno alla voce di Sabrina Ellis, novella Joan Jett, che a tratti decolla con una dinamica che riporta dritti sulle assi del vecchio CBGB’s, con tanto di sibilo degli amplificatori a far da sottofondo.

The Fall “Wise Ol’Man

Arturo Compagnoni