Le sirene di Vasto – la rivincita del pop, delle chitarre, della spiaggia e di un sacco di altre cose. (Siren Festival – Vasto july 21-24 2016)

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I festival rock sono una cosa seria. Ci si prepara per giorni prima di partire: felpe, un maglione che non si sa mai, anfibi e stivaloni da pescatore da mettere in borsa col k-way lungo fino alle ginocchia. Sciarpe, aspirine che fra la birra e il vento e la pioggia chissà come ti svegli. Taccuino per studiare le sovrapposizioni impossibili ai festival giganti, taccuino per segnare i momenti più belli alle rassegne più piccine e rilassate, taccuino per segnarsi il numero di telefono di qualche idiegirl conosciuta sotto al palco ai concerti da cento-duecento persone dispersi in qualche bosco del nord europa.

Poi c’è un festival italiano che si ripete già da qualche annetto e che è la negazione di tutto quello che ci si immagina quando per festival intendi “La route du rock”, o “T in the Park”, o “Indietracks”.

Lo organizza DNA concerti, agenzia di booking fondamentale nel mondo indie e rock in Italia, e l’ha inventato in un paesino arroccato sopra una bella spiaggia. Vasto. Dove? Abruzzo.

La domanda che mi viene immediata è “perché?” Perché l’Abruzzo che, non me ne abbiano gli amici di quelle splendide terre, ma, dopo le elementari e le cartine geografiche da studiare, chi si ricorda esattamente dov’é? Perché?

In piena estate, quando la gente già è in vacanza. In un paesino, sulla cima di un colle, una logistica  scomodissima da gestire. Quindi, di nuovo: perché?

Poi, lo scorso inverno, un caro amico che è parte del cuore di DNA e ad una serata romana mi disse solo: «vieni che ti diverti».

Ci sono andato. Ho risposto a tutti i miei perché.

Perché quel paese sembra costruito per avere le location più belle possibili: palco col mare sullo sfondo, palco in un giardino con le colonne avvolte da rampicanti fioriti, palco con alle spalle i resti di una chiesa antica.

Venerdì. La partenza è fissata per le dieci appena fuori Bologna. Il furgone è quello di Cosmo: conosco Marco, Rob, Mattia e Sollo che deve arrivare a Vasto per fare da fonico a Calcutta. Mi presentano Bondi e il cane Broccolo. Pasca, il driver d’Ivrea.

Viaggio fra le mille gag che si possono fare in un furgone (si chiama Augusto, il furgone) di musici prima di una data importante. Una banana gonfiabile gigante che volerà fuori da un finestrino in autostrada, canzoni di Battisti storpiate a squarciagola.

Si arriva a Vasto nel primo pomeriggio. Giù la roba dal furgone. Il palco è un marciapiede davanti alla parte inferiore della facciata della chiesa di San Pietro, unico resto dopo la frana del 1956. Fa caldo, i ragazzi di DNA e i volontari corrono da una parte all’altra del paese per sistemare tutto in tempo.

Albergo, una doccia, di nuovo furgone e siamo sul colle per il soundcheck.

Al tramonto si comincia a capire quanto spettacolare sarà quel palco che è solo un gradino dalla strada.

Passerò tutta la sera lì: Yakamoto Kotzuga dopo il delirio elettronico di Pop X, poi le chitarre dei The Parrots a far saltare qualche decina di ragazze e ragazzi prima di Cosmo.

La rivincita del pop, del cantato in italiano che non dev’essere per forza solo accompagnato da una pippa di musica noiosa. Con Cosmo si comincia subito a ballare, la gente sorride, si avvicina a quell’ex marciapiede ormai palco circondato da ragazze che saltano, ragazzi che cantano a squarciagola tutti i testi (divertenti, intelligenti, qualcosa di fresco, finalmente).

L’atmosfera è da concertone e quando Marco invita la gente ad avvicinarsi ancora è il caos: tutti addosso a lui, Rob, e Mattia: un coro unico di voci e corpi che saltano all’unisono sulla cassa dritta che trema, perde volume, poi salta. Nel panico qualche secondo di silenzio, qualcosa si è staccato, il fonico che non può nemmeno entrare tra tutta le gente che adesso non lascia i tre e poi la base riparte, la batteria riprende voce e così la band può finire un live sudatissimo che non mi sarei mai aspettato, che mi ha fatto venir voglia di ridere e ballare. Bravissimi.

Sul palco principale dopo A.R. Kane c’è il delirio per Calcutta, fenomeno quasi inspiegabile e, per me, ancora tutto da capire: forse la versione più contemporanea del cantautore italico da mondo pop, c’è chi dice sia il nuovo Battisti. Io aspetto di capire, intanto mi ascolto il Battisti vecchio e canticchio “mangio la pizza e sono il solo sveglio” perché ti entra in testa anche se non vuoi.

Poi salgono sul main stage gli Editors, che, sarà il mare alle spalle del grande palco, sarà l’atmosfera di festa che è nell’aria dal pomeriggio, si lanciano in un live d’altri tempi: una botta di energia, la voce di Tom sempre perfetta e due ore di grande musica, quasi come anni fa, quasi come se non avessero mai scritto gli ultimi pezzi quasi dance non proprio riuscitissimi…

Nel piccolo Cortile d’Avalos, Adam Green fa da mattatore fra videoproiezioni colorate.

La gente passeggia, sorride. Ci s’incontra e ci si perde fra i tre palchi (nel giardino d’Avalos non ho potuto seguire un incontro sul fumetto e -mannaggia- ho perso il concerto di Tess Parks), si fa lo slalom fra saluti e birre e poi le navette che portano giù alla spiaggia, dove in un bagno c’è un party che va avanti fino all’alba.

Perché l’atmosfera è così magica, felice, leggera. La gente così presa bene dalla bellezza del posto e da questi tre palchi tra cui saltellare con una birra in mano (le gag sui token ribattezzati tokemon per comprare da bere e da mangiare saranno il must delle sbronze post concerti) che le scomodità perdono peso: la sera a Vasto, interamente occupata e vissuta da ragazze e ragazzi che sono lì per la stessa cosa, le albe giù in spiaggia a fare il bagno. Tutto è perfetto, tutto esattamente come vorresti che fosse un weekend di musica. Nel posto giusto. Al momento giusto.

Sabato. La sveglia è tardi, mezzogiorno giusto per uscire dal letto e mettersi sul lettino in spiaggia a fare colazione. Il mare è tiepido, la spiaggia rovente e tranquilla. Dal colle le note del soundcheck de I cani.

I ragazzi di Cosmo sono ripartirti per un’altra data. Io prendo una navetta e torno su: non voglio perdere il live della giovanissima e bravissima Joan Thiele nel cortile d’Avalos. Il mood è così bello e intenso che è difficile raccontarlo a chi non era lì, con un bicchiere in mano seduto sull’erba di un giardino fiorito, alle spalle del palco il mare. Joan sale sul palco con piglio sicuro a dispetto dell’età e porta fino in fondo un concerto che strappa continui e sempre meritatissimi applausi.

Scappo dal giardino per infilarmi nel Cortile dove Thurston Moore da lezioni di chitarra a tutta la schiera di musicisti presenti, inutile dire nulla su di lui. La chitarra del re a venti centimetri dalla mia faccia. Niente altro.

E poi di nuovo alla Porta S. Pietro per sentire il nuovo live di His Clancyness.

Ancora chitarre, ancora voglia di ballare e saltare. Ancora musicisti italiani, questa volta tutt’altro genere: lo-fi, indie cantato in inglese e potrebbe essere una band americana, magari di qualche paesino della California, tra suoni folk e garage che sulla west coast non se ne può proprio fare a meno.

Gran live, ma da John & Co. ci si aspetta sempre tanta roba. E tanta roba arriva: i pezzi nuovi e poi brividi per una carichissima “Machines” e tanta, tanta classe.

Sotto quella porta suonerà poi Francesco Motta in un bagno di folla ma io sono al palco principale per sentire “Neon Golden” suonato dai The Notwist e la grandezza della band si sente: stile, preziosismi a volte quasi nerd (manca un po’ di sangue, insomma… ma non si può avere tutto) e anche qui, ragazzi, si va a lezione di musica: che carichino le molle o meno, questi qui sul palco sono musicisti eccezionali.

In chiusura I Cani. Io, onesto, non li adoro, ma non posso dire altro che belle cose del loro primo disco: furbo, intelligente e divertente anche se lontano dal mio orecchio.

Non li ho più seguiti e, lo ammetto, del nuovo lavoro non conosco nulla. Qui il mio poco amore per il classico cantautorato pop italiano, che sembra imperversare a danno della simpatia e della furbizia del primo disco, viene mandato a quel paese dal pubblico in delirio: ancora più gente che per gli Editors a colpo d’occhio e caldissima.

Un applauso a chi ci ha visto lungo e ha messo la band di Niccolò Contessa a chiudere il festival del non piove, del non mi serve la felpa né il chiodo, né gli anfibi. Del in borsa ho telomare e costume da bagno e dell’alba sul bagnasciuga.

Nel Cortile d’Avalos dalle undici circa si alternano Powell e Rodion. Nessun dramma per il forfait di Gold Panda che avrei ascoltato volentieri prima di scendere a Marina per il party in spiaggia. M va tutto bene. Lo stesso.

È notte. Trovo di nuovo Bondi e Broccolo,  ma questa volta il furgone è quello di John e band: con loro giù per le curve di Vasto fino a Marina.

Il dj in spiaggia non ci prende. Ce ne andiamo fuori, sulla sabbia: qualcuno fa il bagno, qualcuno gioca con un pallone, qualcuno si sdraia sui lettini a guardare le stelle.

L’orizzonte comincia a schiarire, l’aria fresca saluta il festival più rilassato e sorridente della stagione.

Domani, per chi può rimanere, c’è Josh T. Pearson nella chiesa di San Giuseppe e poi la mitica grigliata in spiaggia.

Io devo rientrare, ogni tanto tocca pure lavorare… Saluto Vasto con quel velo di malinconia che ti prende sempre quando saluti il mare.

Ci vedremo l’anno prossimo, di nuovo solo uno zaino con dentro un costume e il furgone di qualche amico che suonerà incorniciato da una vista meravigliosa.

E non avrò nessun “perché” da chiedere agli amici di DNA.

FABIO RODDA

DREAM BABY DREAM – YPSIGROCK 2016

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Forse ha più senso iniziare dalla fine. Domenica, tardo pomeriggio, trovo posto per una breve sosta su una delle panchine di piazza Margherita ad un paio di centinaia di metri da Piazza Castello, epicentro dell’intero Festival. Due distinti signori che sembrano usciti dalle pagine di un romanzo di Sciascia. Lei vestito floreale e ventaglio d’ordinanza, lui giacca turchese e rasatura impeccabile. Dopo pochi secondi di garbati sorrisi colgo la loro discussione con una inflessione dialettale che non so riprodurre: “ma oggi non suona nessuno alla Chiesa del Crocifisso? Peccato.” Si girano verso di me, gli riservo un sorriso solidale. Non mi sembra significativo stare a precisare che sì, sul nuovo palco “inventato” nel cuore della cittá, in una vecchia chiesa sconsacrata, in realtà avevano appena finito di fornire ottime esibizioni due giovani realtà italiane come Yombe e L.I.M.

Mi alzo un attimo prima che mi chiedano, senza preconcetti e con genuina curiosità, il significato della mia maglietta Maple Death Records.

Ypsigrock è anche questo. Un paese che pare accompagnare come un unico organismo il manifestarsi, una volta l’anno, dell’inconcepibile sogno di chi questo festival l’ha immaginato (follemente) e concretizzato (incredibilmente) in una zona d’Italia storicamente (ma la storia sta cambiando) fuori da tutti i circuiti musicali “maggiori”.

Ne scrivevamo già l’anno scorso. Un cartellone, in termini qualitativi, pieno di piccole e grandi gemme. Più o meno un miracolo se ci si ferma a pensare ai condizionamenti imposti da problemi logistici, di budget e da una miriade di altre incognite che possiamo solo immaginare.

Il giorno dopo la fine del festival mi viene raccontato di abbracci commossi tra chi ha lavorato alla realizzazione di questo sogno. Fanno bene ad esserne orgogliosi.

Duemila, forse tremila ragazzi che si spostano placidamente tra i tre palchi cittadini ed il campeggio dove si fa festa fino al mattino.

Tutti con unico tratto in comune. Un largo sorriso sulle labbra.

Un sorriso che ho condiviso per l’intera durata del festival e che si è sciolto in commozione, stupore ed estasi particolarmente in queste cinque occasioni. (Qui ad SG siamo un po’ fissati con i Fiver, evidentemente..).

Birthh hanno confermato che tra le molte nuove ed interessanti formazioni della scena italica sono tra quelle dalle quali è lecito aspettarsi di più. Penalizzati da qualche problema di resa sonora hanno confermato di “avere le canzoni”, particolare meno banale di quanto sembrerebbe e che, oltre ad attitudine e “tiro”, costituisce un ottimo punto di partenza.

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Dei Mudhoney scrivevamo in sede di presentazione del Festival. 24 anni dopo il mitico concerto di Reading nel quale i Nirvana immortalarono un’intera generazione e scena musicale ritroviamo un Mark Arm in ottima forma. La prima mezz’ora fa tremare i muri del castello e più in generale tutto il concerto, al quale avrebbe giovato una sforbiciata di una ventina di minuti, ci ricorda quanto la formazione di Seattle liquidata all’epoca come “grunge” (sic) sia debitrice, oltre che del punk americano, anche di una certa matrice hard rock.IMG_0236

Howe Gelb è un grande. No, aspetta forse non si è capito. HOWE GELB È UN GRANDE. Si presenta sul palco per quello che dovrebbe essere l’ultimo tour della storia sotto la sigla Giant Sand e per l’occasione ripesca collaboratori degli inizi della band oltre ad altre facce patibolari made in Tucson, Arizona. Sembra di ritrovarsi di fronte all’intero cast del Mucchio Selvaggio. Lui racconta storie semi incomprensibili mentre sorseggia vino bianco. Le chitarre urlano, lui si siede al piano per Cry Me A River. La polvere del deserto si posa intorno a noi. Torna sul palco per regalarci Shiver. Un trionfo.

Ho sempre diffidato dei supergruppi. Già il termine mi atterrisce. Semplificando, Minor Victories = Editors+Slowdive+Mogway.

Una formula sulla carta potenzialmente in bilico fra sublime e disastro. Il disco ha dissipato molti dubbi ma non tutti, ed é con grande sollievo, perciò, che constatiamo quanto, dal vivo, siano compatti, rigorosi, impeccabili, emozionanti.

C’é un po’ di tutto, i crescendo implacabili dei Mogwai, l’elettricità eterea degli Slowdive, la concretezza degli Editors. E poi Rachel Goswell.

É esattamente quando Rachel comincia a cantare che le perplessità volano via, insieme a pezzi di cuore. Una creatura di sogno calata nel parco delle Madonie.IMG_0221

Jehnny Beth ci riporta sulla terra. Canta, urla, scalcia, si tuffa nel pubblico a più riprese. La band mancina 75 minuti di una potenza impressionante. Quasi un concerto punk. La cover di Dream Baby Dream dei Suicide più che azzeccata, appare necessaria. Terza volta che vedo Savages dal vivo ed ogni volta è una crescita esponenziale.

Forse IL CONCERTO dell’edizione Ypsigrock 2016.

Nel sospeso silenzio notturno che accompagna il mio ritorno dopo una curva, improvvisamente, i fari della macchina inquadrano una piccola volpe che mi attraversa la strada. Si ferma un attimo e, in questa atmosfera in bilico fra sogno e realtà, l’assurdo pensiero che mi stia invitando a tornare l’anno prossimo mi sfiora.

Massimiliano Bucchieri