It’s hard to be an artist, it’s hard to be anything, it’s hard to be (Fiver # 31.2016)

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Su alcune cose non ho un’opinione precisa. Ad esempio, ha fatto bene Manuel Agnelli ad andare a X Factor? Boh. Di certo quando in prima serata su un importante canale televisivo qualcuno indossa una maglia di Daniel Johnston costui non può non riscuotere la mia simpatia immediata e buonanotte ai discorsi su militanza indie e coerenza. Un po’ come quando il centravanti di una squadra che detesti (non detesto Agnelli, per inciso) diventa centravanti della nazionale e ti ritrovi ad incitarlo.
Insomma, non sono un tipo complicato.
Comunque cerco sempre di informarmi e di farmela un’opinione, ma leggendo vengo esposto a input che portano la mia mente su tutt’altri percorsi.
Ad esempio se, cercando notizie su X Factor, leggo su una testata autorevole un titolo come “Fedez, un artista dei nostri tempi” con tanto di link ad un video vagamente pornografico, nella mia concezione, nel quale una moltitudine di persone proclama all’unisono di voler andare a comandare mi faccio delle domande. Sull’arte. Sugli artisti.
Non so dove ho letto che l’artista, tra le altre cose, è anche colui che è “condannato” ad affrontare la vita cercando di trovare un significato anche ai suoi momenti più inspiegabili e rappresentarli, illustrarli agli altri esseri umani.
Quest’anno abbiamo avuto alcuni esempi abbastanza evidenti di questa teoria. Eventi che lo hanno contrassegnato indelebilmente.
In particolare un tratto comune lega due enormi artisti dei nostri tempi. David Bowie e Nick Cave.
Un immagine che non mi abbandona è lo sguardo fiero, rabbioso e al contempo sfidante di Bowie in una delle foto scattate pochissimi giorni prima della sua morte. david-bowie-promo
Un accompagnamento perfetto a Blackstar. L’ultimo disperato tentativo di comandare (in questo caso sì) sulla vita, sulla morte, sull’arte.
nick-cave-one-more-time-with-feeling_m1Al contrario le immagini scattate sul set di One More Time With Feeling, il documentario che accompagna l’uscita di Skeleton Tree, a distanza di poco più di un anno dalla tragica scomparsa del figlio sedicenne, ci consegnano un Cave inerte, sguardo assente, le lunghe braccia abbandonate lungo il corpo fino a quando non siede dietro al piano e intona, come se le estraesse con sforzo immane, storie intrise di un dolore impossibile da vincere.
Ma che viene affrontato, perché non si può fare altrimenti. E’ l’unica strada concepibile.
Due diversi modi di affrontare l’inaffrontabile, mostrando percorsi, probabilmente impercorribili per molti perchè ognuno di noi è un mondo a parte, ma vivendoli sulla propria pelle.
Due artisti dei nostri tempi.

Nick CaveI Need You

David BowieThe Gouster (Full Album)

Recentemente, per la prima volta, ho voluto provare l’ebbrezza di entrare a far parte di una fan community. Dopo pochi giorni mi è venuta in mente la battuta di Woody Allen “Non vorrei mai far parte di un club che accetta tra i suoi soci uno come me“. Splendide persone animate da una passione talmente incontenibile che mi spaventa un po’.
E’ di questi giorni la pubblicazione dell’ennesimo cofanetto. Niente di particolarmente inedito a parte la prima pubblicazione “ufficiale” di The Gouster, il leggendario (per i fan di Bowie) lost album del 1974. Una funky beast, nelle parole di Tony Visconti, che in seguito, riveduta e corretta, fornì l’ossatura di Young Americans. Abbastanza per azzerare la salivazione ad uno come me.

EztvHigh Flying Faith

Michael Stasiak è il batterista degli EZTV e racconta: When I listen to High Flying Faith, I think of Frances Ha maxing out her credit card to fly to Paris to take an acquaintance up on an offer to “visit us anytime,” only to find that they are out of town. Una canzone che mi ha accompagnato tutta l’estate regalandomi benessere con quell’incedere tra Big Star e TFC e che apre il nuovo album della band newyorchese raccontando, appunto, di carte di credito super utilizzate e traslochi settimanali per tentare di fronteggiare i costi assurdi della grande mela che hanno portato alla dolorosa chiusura, tra l’altro, di un negozio leggendario come Other Music dove il buon Michael lavorava.

Preoccupations Monotony

La sigla Preoccupations è veramente meglio della precedente Viet Cong? Mah. Quello che è certo è che i nuovi pezzi hanno smussato parecchi degli angoli del primo album a favore di atmosfere più convenzionali. Sarà anche l’intonazione di Matt Flegel ma il nome Interpol si affaccia frequentemente e prepotentemente tra i solchi dell’album. Le canzoni però ci sono e per chi ha amato le sonorità dark/wave più malinconiche di fine anni settanta, primi ottanta brani come Monotony hanno un potere ipnotico potentissimo.

The Wedding PresentRachel

Una di quelle canzoni che fin dalle prime note dici “Ok, fanculo. Questo è esattamente tutto quello di cui ho bisogno.” Quella chitarra un po’ distorta, il cantato di David Gedge buttato lì con noncuranza emozionale, un testo intriso di romanticismo a buon mercato. Malinconia a profusione. Tornano i Wedding Present con 21 pezzi che documentano un loro lungo viaggio negli Stati Uniti ma Rachel è quintenssenzialismo britannico. Al terzo ascolto la pioggia comincia a battere forte sui vetri. Garantito.

Massimiliano Bucchieri

French Letter #1

Young Parisians are so French, they love Patti Smith cantava tanto tempo fa un tizio inglese.
Scommetto che a nessun inglese sarebbe mai venuto in mente di associare l’amore per Patti Smith ai giovani italiani, né allora né mai.
Per quanto riguarda la musica i francesi sono stati sempre un paio di passi avanti a noi, niente da dire. Evitando i classici su cui potremmo scivolare come fossimo in curva a Le Mans con gomme slick sotto il diluvio, basta far menzioni a caso nella modernità più o meno recente: i Telephone e la New Rose Records, Les Inrockuptibles, il meticciato di Les Négresses Vertes e Mano Negra, il chill out post long drink di Stereo Total e Nouvelle Vague, i sofismi electro di Air, Daft Punk e M83.
La Francia ha sempre avuto un suo fascino intrinseco e i francesi il loro, con quella erre moscia e i baci rubati da Doisneau lungo la rive gauche.
French Letter sarà una rubrica a cadenza indefinita dove si racconterà di questo.
Di Parigi, della sua musica, dei suoi luoghi e dei suoi fatti.
Sniffin’ Glucose

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Se proprio dobbiamo parlare di Parigi in una recensione, mettiamoci che le case fanno 12 metri quadrati calcolati ad occhio; che non riesci ad ascoltare Dente per via degli amplessi della vicina, vieni a vivere come me un paio di parossistici medaglioni; che al ristorante, quando puoi permettertelo, devi giocare a tetris per sederti e ringrazi le sale giochi degli anni ‘80. Che gli artisti italiani qui non se li fila nessuno e li portano a suonare in sgabuzzini asfissianti con un etto di pasta al pomodoro come rimborso spese.

Sarà un anno che sono qui e il gruppo, la comitiva cioè, di persone che frequento parla in idioma latino moderno intercalato da formule di cortesia. Si tratta principalmente di illustratrici italiane che a Parigi hanno trovato un avvenire meno incerto e la possibilità concreta di lavorare per qualcosa di più tassabile della visibilità, di più sfamante dei ringraziamenti, di più riposante di uno Stilnox. Ci ritroviamo ogni tanto a bere nei posti più disparati, tipo i vernissage con alcool a sbafo, o il lungosenna coi pic-nic in stile gallico. Le birre prese al Franprix o da Casino bagnano le nostre cene in sacchetto, sgomitate in centimetri quadrati di selciato affollato, ascoltando musica che va dalla neomelodica rap francese alle orchestrine New Mondina Style versione smartphone, tipica dei giorni nostri, amplificata da casse wi-fi acquistate per due soldi su Ali Express.

Succede che una sera di queste ci ritroviamo, insieme ad altri personaggi dall’idioma latino moderno, da CiaoGnari, un’enoteca nel 20esimo che fa anche concerti, gestita da e per palati in fuga dove riparano Charlotte Gainsbourg (di ogni sesso) martoriate dai troppi roquefort.
È il 18 settembre, qui a Parigi fa un freddo becco, tutto intorno é giallo e blu, c’è una gran Luna piena, stelle e lumicini, foglie appiccicate all’asfalto umido. A un turista a caso basterebbe questo per innamorarsi in ‘sto carnaio di città, ma la serata ci offre altri elementi già masticati e a rapido assorbimento da aggiungere alle sequele dei nostri coinvolgimenti da cartolina.

Qualcosa di romantico in una città che di romantico ha solo gli spot pubblicitari dell’ente del turismo, e qualche migliaio di libri e film ambientati in posti da evitare come la peste del 1358.
Qualcosa di romantico come cinquanta, forse cento-cinquanta-persone che condividono respiri e germi, nel sotterraneo di questa enoteca in cui mi trovo, per il piacere di ascoltare le cogitazioni acutische di Colapesce mentre un Altro tizio, Baronciani, gli disegna sopra col proiettore. image1
Lorenzo è un po’ timido, o forse è un falso timido come ogni figlio di buona razza che si rispetti, comunque parla poco e più che altro canta il suo repertorio che le decine di ragazzette sanno stonare a memoria. C’è intimità. Un’intimità nella quale, queste astanti ben vestite in malo modo, si augurano di essere percepite al più presto. E non è una cosa gradevole. Sulle note di Oasi ed Egomostro sembra infatti di stare ad una sorta di intorto collettivo, in compagnia di ste valchirie accovacciate alla bene e meglio sui divanetti e sul pavimento del locale. Nessuna però muove un passo e resta estatica e trasognante con gli occhi colmi di parole disegnate. Si sentono forse comprese nel profondo dalle parole del piccolo lombardo venuto dalla Sicilia e, segretamente, vorrebbero essere la causa recondita di tanta prosa.

Tu che goccioli al mio fianco
Specialista in autoscatti
Aspetti come un cane fedele il padrone
Ammiro in silenzio la tua bocca
Hai per caso un oki?
Come sei dolce con la bocca aperta
Sbircio anch’io
Consumo con le rime il tuo pallore
e una città dell’estero ti accoglierà con un sorriso
Sono a un palmo di naso
Ma quanta luce i tuoi occhi
Non ci credi? Colgo il tuo rossore
sulla grazia del tuo viso
ma che denti enormi asino marino

Invece.
Invece la musica segue la sua poetica tra i fiori rosa/fiori di pesco mogoliani e Iron &Wine, e fa tornare alla memoria, soprattutto per la voce, i concerti acustici di un celebre gruppo romano di cui si son perse le tracce (che fine hanno fatto i Fumisterie?), a tratti così non sense da essere per ciascuno una risposta diversa ma comunque una risposta, forse persino giusta. Il lombardo venuto dalla Sicilia sparisce nella luce rosa della stanza e lascia spazio alle parole e ai disegni di Alessandro Baronciani e a me non viene, stranamente, da chiudere gli occhi. Testimone di un reato, che ci inventeremo. Qualcosa tipo suggestione di emozione e occultamento di cadavere.
I disegni come si compongono così scivolano via veloci, sottolineano i temi delle canzoni e regalano loro un valore tangibile: ci sono china, acqua, coriandoli e tempere, paillette e decoupage, linee delicate e violenti colpi di pennello da acquistare a 20 euro a pezzo a fine concerto. Tremano i fogli, si rovescia il colore, chissà chi gli fa le lavatrici a Baronciani. C’è un gatto arancione e c’è una lampada staccata per mettere in carica un cellulare, panni stesi sotto alla Luna e foglie secche.

Siamo accalcati fino alla porta della stanza, impossibile per Colapesce farsi desiderare: concede il bis senza tante scenette pur di aprirsi un varco verso l’ossigeno.
Sarà stato forse anche merito di questa perdurata clausura di un’ora e mezza in semi apnea, ma il concerto di stasera lascia ai presenti la sensazione nitida di aver vissuto una serata densa di perigrazioni nei ricordi, nei fantasmi grandiosi di amori passati, ed exploit di tristezza da trasmigratore pentito (Maledetti italiani). A guidare i pensieri è la traccia incofondibile di quelle immagini che accompagnano ogni canzone con genialità di sintesi, e che aggiungono al bicchiere pieno quella goccia che inevitabilmente lo fa traboccare.
Fuori dalla sala Parigi è ancora fredda, di turisti non se ne vedono più. Tutto quel romanticismo, mi accendo una paglia e mi tuffo controcorrente: torno a casa senza un satellite.

Antonella Garro e Roberto Pasini

So Eighties (Fiver # 30.2016)

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Per me gli anni ottanta sono un paio di occhiali con le lenti fumé e la montatura dorata. Un impermeabile stretto. Una fotografia ingiallita credo col mare della francia alle spalle. Le calze bianche, di spugna, fino a sotto il ginocchio, le scarpe da ginnastica gialle con gli strapp al posto dei lacci e un bomber che non poteva essere un bomber perché il bomber è così anni ’90…ma nella memoria i ricordi si accavallano quasi a caso, spesso senza motivo apparente, seguendo il filo rosso del cuore. Non era un bomber, ma una giacca di panno spesso, le maniche in contrasto e i bottoni a pressione. Neri.
Gli anni ottanta sono i film horror con i cartelloni spaventosi fuori dai cinema e mia madre che scuoteva la testa perplessa e mia nonna che mi faceva vedere La casa dalle finestre che ridono ma che non dovevo dirlo ai miei che se no si arrabbiavano.

Gli anni ottanta è Milano. Un blazer con le spalline larghe e mia zia, minigonna e tacchi bianchi, con lo zaino a forma di cane color fluo che passeggia per Sesto San Giovanni e i maragli in due sul Sì, le felpe della best company rosa e blu coi levrieri cuciti sopra, che le fischiano dietro.
Le vetrine di Fiorucci in centro a due passi da San Babila coi paninari, piumino a salsicciotti e jeans chiari, cinture del Charro e mocassini da barca. E un po’ più in là gli ultimi punk, i capelli a stella tenuti su con chili di lacca o che ne so, parevano cemento. Le moto sportive giapponesi in piazza Duomo e il bar Magenta pieno di zip e borchie e pelle nera.

Gli anni ottanta è un concetto, qualcosa di lontano, di fotografie sbiadite con la pellicola che uniforma i colori, che li spinge tutti verso un grigio/marrone come il cielo della capitale lombarda sempre coperto di nebbie che adesso non se ne vedono più di così fitte.
La Ritmo dei miei genitori. Verde.
Sono io, bambino, che mi faccio troppe domande perchè gli anni permettano di dare risposte e comincio a cercare una soluzione alla solitudine sulla carta piena d’inchiostro di romanzi d’avventura, cavalieri e guerre e saghe e poi Zanna Bianca e l’eroe che da solo avanza attraverso il freddo.

Il mito del grande nord.
Il mito del lupo solitario.
Il mito della principessa da salvare.
Tutta roba che non se andrà via mai più e segnerà ogni passo.

Gli anni ottanta sono il giorno in cui, ricordo benissimo, come fosse ieri, ho scoperto cosa volesse dire “malinconia”. L’ho imparato su di un terrazzo lungo e stretto, quello dei nonni da cui passavo parte dell’estate e le feste comandate.
Sesto san Giovanni si stendeva come un’unica distesa di tetti grigi, una Mordor antelitteram (per me che ancora non sapevo chi fosse Tolkien, lo scoprirò solo alla fine di quegli anni) bagnata dalla pioggia. E mentre le gocce, fitte e sottili come solo a Milano e solo negli ottanta, cominciavano a bagnarmi gli occhi che già erano umidi per un qualcosa a cui non riuscivo a dare il nome, ecco arrivare dritta la parola: malinconia e la malinconia che diventava più leggera perchè finalmente aveva un nome e tutto ciò che ha un nome non può fare veramente paura.

Gli anni ottanta. Non voglio parlare di bombe, di stragi. Di deviazioni e devianze che già ne son pieni i libri quanto le mie scatole; né del punk, della new wave che imperversava anche qui da noi, dell’hard core che picchiava – qui a due passi c’era la Paolino Paperino Band, ancora più vicino i Nabat e poi i Gaznevada e CCCP e Skiantos e il partito che organizzava le feste ed era tutto molto rock. E molto provincia.

Forse di questo invece voglio parlare. Rock e provincia. Correggio mon amour (da leggere, per chi non ne fosse a conoscenza, un’opera fondamentale della storia di quello che siamo e quello che abbiamo perduto) e le band che ascoltavano le radio libere, un sacco di mitologia. E di strade da Carpi a Modena alla riviera e il Po come fosse il Mississipi per suonare il blues attraversando la campagna e tutto sembrava infinitamente più lontano e, forse per questo, più unico.

Rock e provincia e abbiamo nominato Correggio e allora di Correggio fu quello che in Italia assieme a Pavese e Calvino sta nell’Olimpo di chi ha scritto le cose migliori di sempre per il sottoscritto che legge e di Tondelli si è già detto tanto, forse tutto, ci si fanno le tesi di laurea, lo si porta in palmo di mano forse anche perchè gli anni ottanta adesso sono così cool che chi ha gli occhiali da pentapartito e il baffo si sente un po’ Piervittorio, coi maglioncini brutti e stretti dai colori improbabili che vedi adesso se vai a berti qualcosa nei locali giusti.

Il mio Piervittorio è un’altra cosa. È lo stupore incontrato quando lessi, tanto tempo fa, quello che credo sia rimasta per me la più alta descrizione di ciò che chiamiamo amore.
Era Camere Separate, erano Leo e Thomas e in quelle pagine piene di dolore e bellezza, sangue e parole e corpi che hanno bisogno, necessità, di toccarsi, stringersi e perdersi ho letto cos’è l’amore.
E ancora Piervittorio, tanti anni dopo, per mano di un’amica straordinaria, è tornato a dirmi cos’era l’amore in un passaggio che mi ero perso, chissà come, nella confusione delle letture mancate, della vita che corre, che a volte trita anche la bellezza e la lascia fuggire via.

Ma quella che deve tornare torna e allora ecco il biglietto numero 8:
“Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di questo abbraccio e non chiedere altro perchè la vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua, perchè se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa, questi sono problemi solo tuoi, fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più. Sei tu che confondi l’amore con la vita.”

Confondere l’amore con la vita, col ritmo che spinge, col sangue che pulsa troppo forte nelle vene e viene il mal di testa e il mal di vivere alla Montale che lo incontri le notti di provincia quando non sai dove andare a sbatterla quella testa che batte batte e batte e per fortuna a volte c’è una radio amica che suona un pezzo che ti salva la vita in quel momento preciso mentre attraversi, solo, solo la luce dei fari di un vecchio scassone una strada tra i campi urlando parole che non sai e battendo a tempo sul volante quel pezzo dei Black Flag.

Un romanzo che non è ancora nato inizia così:
Lo puoi sentire da lontano stridere sulle rotaie e rompere il silenzio assurdo che riempie l’aria. Lo vedi spuntare dalla montagna, uscire veloce da quel buco scavato dall’uomo tanto tempo fa’ per poter scappare, per poter avere una scelta. Sbuca veloce, urla mentre corre tra i prati e poi le ganasce che frenano vecchie ruote di ferro stridono violente. La campanella della stazione ha già smesso di suonare da qualche minuto quando la grande sagoma grigia smaltata dai graffiti si ferma davanti al marciapiede deserto. Scende il controllore per assicurarsi che come al solito non ci sia nessuno. Si guarda attorno e dopo un cenno al nulla risale e si porta via quell’ammasso di lamiere. Pochi minuti e tutto torna a tacere. Solo il rumore del vento che muove l’erba. Solo la mia sigaretta che si consuma indolente tra le dita.
Lo spettacolo è finito e anche per oggi ho avuto la mia dose di fuga iniettata nel cervello. Di nuovo niente da fare. Forse Manuel ha qualcosa di buono per me, qualcosa che mi faccia stare lontano da casa per qualche altra ora, che non mi faccia pensare a domani mattina e al rumore bastardo del cartellino timbrato in fabbrica. Forse Manuel mi può salvare.
La stazione diventa sempre più piccola nel retrovisore di questo catorcio a quattro ruote. Non è sempre vuota, a volte vedo scendere famiglie stanche della città. Mi piace guardare i loro sorrisi affaticati da smog e cieli grigi riempirsi del blu limpido di queste parti, del verde smeraldo sulle colline, del silenzio che riempie l’aria. Li guardo complimentarsi con loro stessi per aver scelto qualche giorno di niente lontano dal tram tram di sempre e sento come non potrebbero mai capire la mia voglia di bruciare tutto quello che mi circonda e scappare lasciando dietro di me questo nulla soffocante. Li guardo e provo a immaginare le loro vite tra palazzi di cemento e traffico impazzito e mi domando come faccio a sognare tutto questo, a desiderare quello che per tanti è un inferno. Ma loro non sanno, non possono capire la solitudine, il vuoto, il silenzio che atterrisce l’anima. Loro non possono capire come io non posso capire la loro voglia di suicidarsi in questo buco di mondo dimenticato dal tempo.
La porta d’ingresso è, come sempre, aperta. Un rasta che non ho mai visto mi saluta con un cenno della testa.
– Manuel? – Mi indica il cucinotto. La porta è accostata.
– si può? –
– i miei amici possono sempre… – Entro nello stanzino buio. Manuel è in piedi, davanti a un fornello. Sta facendo bollire dei funghetti in un pentolino. Con lui una biondina che credo si chiami Manola o qualcosa di simile: una freak che si è raccattato in non so quale viaggio in che posto assurdo. Ci salutiamo tutti con un paio di baci all’aria intorno alla faccia. Mi siedo e la tipa mi passa una canna.
– allora, come te la passi? –
– il solito, e tu? –
– tutto bene. –
– hai qualcosa per me? –
– cosa cerchi? –
– niente di speciale, il solito relax… –
– ho quasi finito l’oppio. Quello che me lo porta se n’è andato in India. Sulle montagne… Credo a cercare il charas… E’ stagione. Ma per te ne ho giusto un po’. –
Prepariamo assieme la pipa e cominciamo a fumare. Mi sento subito meglio. Leggero. C’è musica nell’altra stanza ma non riesco a capire cosa sia; sembra reggae, ma più lento. Mi accompagna mentre sprofondo nell’anestesia dei papaveri rossi. C’è il solito poster enorme che copre la parete, un’immensa distesa di alberi. Sono anni che quando vengo qui a disfarmi cerco di contare gli aghi. Non ci sono mai riuscito. Non mi sento più le gambe e ho le palpebre pesanti. Non faccio nessuna resistenza a questa forza conosciuta che mi sta trascinando via, chissà dove. Non ho motivo di resistere. Mi lascio cadere nell’atarassia dei tossici, senza nessun appiglio alla realtà volo nel divano sfondato che mi culla lieve. E’ tutto così leggero, facile, come quando sei piccolo e la mamma ti tiene fra le braccia e sai che non ti può succedere niente, che finche sei lì nulla ti potrà toccare, nessuno potrà farti del male. E’ tutto così bello.

Fabio Rodda

La fortezza della solitudine (Fiver # 29.2016)

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Lo scorrere del tempo scava fossati nella memoria creando crateri da riempire con immagini fasulle e buchi spazio temporali attraverso cui i ricordi scappano via, mischiandosi gli uni agli altri nell’oceano di una infinita indeterminatezza.
Ad esempio avrei giurato che il giorno in cui la Fortitudo Basket vinse il suo secondo scudetto, Giulio fosse appena nato. In quel caso avrebbe avuto senso l’idea di regalarmi un breve momento di stand by dalla mia nuova vita concedendomi una serata di asociale vagabondaggio in riviera.  Quando qualche giorno fa – per  una serie di ragioni che non vi sto a dire – mi sono trovato a ripensare a quella partita,  supponevo fosse questo il motivo per cui quel martedì sera lo trascorsi in completa solitudine sulle spiagge della costa est. Mi pareva l’ipotesi più logica e attendibile. In realtà quel giorno – il 16 giugno del 2005 – Giulio non era affatto nato. Quindi in realtà non ho la minima idea del perché al tramonto mi aggirassi solitario sul viale principale di Punta Marina alla ricerca di un bar con un televisore sintonizzato sulle frequenze di Sky Sport 2.
Non so se la solitudine sia il più delle volte imperfetta, come recita il titolo di quella raccolta dei Diaframma,  certamente è una condizione umana di cui vengono sopravvalutati gli effetti negativi. Per come la vedo io il più delle volte questa ha invece un valore positivo: rende immuni dalla delusione, irrobustisce l’autonomia, incoraggia lo spirito di iniziativa e più in generale evita una serie di problemi che viceversa la promiscuità innesca senza soluzione di continuità.
A volte la solitudine è più che altro una necessità.
Fatto sta che quella sera sbucai in fondo al viale dei Navigatori poco prima che al Forum di Assago venisse alzata la palla a due di gara 4 Milano-Bologna, prendendo posizione su una delle poche sedie in plastica che ingombravano il perimetro interno del Bagno Gianni. La perfetta antitesi della maniera in cui un quinquennio prima  avevo vissuto il primo scudetto dell’amata effe scudata, ingoiato assieme agli amici dalla folla di un palasport strabordante gente.

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Il Bagno Gianni è uno stabilimento balneare basso, rettangolare e totalmente dipinto di giallo che occupa lo spazio tra il Miramare e il Tiziano a due passi dal Bagno Ettore, unico locale che all’epoca provava a ravvivare la vita notturna locale con qualche timida allusione rock and roll. Quella sera la comitiva presente davanti ai quarantadue pollici al led era costituita da un paio di famiglie in vacanza, entrambe dotate di un bagaglio di conoscenze tecniche della pallacanestro a dir poco approssimativo, e un tavolo di pensionati  distrattamente divisi tra una bottiglia di Sangiovese e una partita a Beccaccino. Di quell’ora e mezza trascorsa al Bagno Gianni sorseggiando con ostentata moderazione il boccale di Poretti poggiato sul tavolino a fianco, serbo una memoria vaga quanto è invece netto il ricordo del fatto che quella sera – non so bene perché – avessi deciso di far implodere dentro di me la lunga successione di sentimenti  che mi animavano lasciando trapelare poco o nulla ai presenti, pur essendo tra questi la persona di gran lunga più interessata all’esito dell’incontro.

Quella partita, per chi se la ricorda, terminò con un tiro da 3 punti scagliato dalla guardia fortitudina di origini panamensi  Rubén Douglas, nel canestro dei milanesi proprio sul suono della sirena di fine gara, difficile stabilire se subito prima o un attimo dopo. L’azione, destinata a ribaltare gli esiti della finale issando la Fortitudo dal meno uno al più due, impiegò esattamente 1 minuto e 6 secondi per essere decifrata tramite il ricorso al replay televisivo, provvidenzialmente introdotto  nella pallacanestro proprio quell’anno. Durante quei 66 secondi straordinariamente emozionanti ricordo di essere rimasto immobile, seduto come se niente fosse mentre lo stomaco si attorcigliava all’intestino avvolgendo cuore e polmoni in un unico e irripetibile groviglio.
Sapevo di essere solo e volevo rimanere solo, in apnea.

Fu quando l’arbitro siciliano Carmelo Paternicò  alzò la testa dallo schermo del piccolo monitor piazzato a bordo campo e sollevò entrambe le mani con pollice, indice e medio distesi ad indicare un 3 che mi alzai di scatto rovesciando a terra in un colpo solo sedia, tavolino e boccale di birra ormai vuoto, lanciando un urlo immagino terrificante per quanto inatteso dai miei casuali compagni di visione.
Corsi fuori nel parcheggio polveroso che separava il lungo mare dalla strada e cominciai a correre.
Non ebbi il coraggio di girarmi indietro e guardare ciò che la mia reazione improvvisa, quasi furibonda nella sua primordiale gioiosità, potesse essersi lasciata alle spalle. Mi è rimasta la curiosità di sapere cosa avranno pensato le due famiglie di villeggianti e il quartetto di pensionati di quel curioso personaggio che in silenzio si era guardato tutta la partita in perfetta solitudine e che alla fine, sempre in perfetta solitudine,  era letteralmente scappato in preda a una nevrotica euforia comportandosi come fosse un personaggio inventato da uno sceneggiatore tossico.
Non lo saprò mai, ovviamente.
Quella sera, sempre correndo con la vista pericolosamente appannata dalle lacrime e la gola corrosa dalle urla arrivai alla macchina parcheggiata sotto casa, salii e misi in moto.
Qualche chilometro più a nord percorrendo la statale srotolata tra mare e pineta, stava per cominciare il concerto dei Magnolia Electric co. e io non avevo alcuna intenzione di perderlo.

Questo post è stato innescato dalla lettura (finalmente!) di The Fortress of Solitude di Jonathan Lethem, tomo che vergognosamente giaceva da 15 anni a prender polvere nella mia libreria, da un ricordo del concerto dei Magnolia Electric co. all’Hana Bi che qualcuno ha pubblicato in rete qualche tempo fa e naturalmente dal rapporto di eterno amore che da sempre mi lega alla Fortitudo Pallacanestro Bologna.

Allah-Las “Could Be You

Mi avessero proposto un gruppo come gli Allah-Las anche solo 5 anni fa probabilmente ci avrei riso su. Al contrario quando li vidi suonare all’Hana Bi mi piacquero senza riserve e pare che la replica di quest’estate al festival Beat di Salsomaggiore sia stata all’altezza. Non so, forse è che invecchiando la classicità retrò non mi disturba più così tanto. O è solo che in questa canzone sembrano così tanto i i Velvet Underground.

Garden Centre “Riding

La gente che sta dentro ai Garden Centre sta o stava anche dentro ai Joanna Gruesome e ai Keel Her, gruppi per i quali nutro una certa affinità, leggo poi che sono anche coinvolti con i Kings of Cats e i Towel, questi ultimi due però non ho idea di chi siano né che roba facciano. Il loro esordio lo hanno pubblicato a fine giugno su cassetta ed è proprio bello. Cento copie. Indie snob del cavolo. Proprio come me.

Cold Pumas “Slippery Slopes

Questa canzone con le chitarre che corrono dietro I tamburi sotto a una voce svagata è proprio roba mia al cento per cento. Apre The Hanging Valley, secondo disco dei Cold Pumas appena uscito per la Faux Discx, etichetta che come senz’altro saprete è la migliore indipendente del Regno Unito. Loro arrivano da Brighton, città che mi evoca suggestioni antiche e sempre piacevoli. Meritano, ascoltateli.

Terry Malts “Seen Everything

Se dicessi che mi aspetto qualcosa di nuovo dal terzo disco dei Terry Malts direi una grossa bugia. Sia perché loro non mi sembrano tipi da suonare qualcosa di diverso da quello che hanno sempre suonato, sia perché io non avrei voglia di ascoltare niente di diverso da quello che loro hanno sempre suonato.

Real Numbers “Frank Infatuation

Chiacchierando qualche giorno addietro con uno dei miei due principali soci di questo blog (non faccio nomi), si ricordava di quando tanti anni fa prendevamo in giro il direttore del nostro mensile preferito (non faccio nomi) perché mentre noi ascoltavamo roba nuova lui era rimasto ancorato a narrare le gesta di certi gruppi, nuovi pure quelli, di meri (secondo noi) revivalisti 60’s. Ecco, oggi quando ascolto e mi faccio piacere gruppi come i Real Numbers, meri revivalisti mid 80’s, credo di essere l’equivalente odierno di quel direttore lì. Che tra l’altro ritengo essere uno dei critici rock più illuminati tra tutti quelli che ancora mi capita di leggere.

Arturo Compagnoni

How far is a light year? (Fiver # 28.2016)

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Qualsiasi disco che contenga una canzone come “Ivy” entra di diritto tra i miei dischi dell’anno. Il resto potrebbe pure essere la peggiore schifezza del mondo ma non mi importerebbe.
Sono uno da amori assoluti, immortali, incondizionati e irragionevoli.
Si riapre la stagione del “Fiver” e da un certo punto di vista il disco di Frank Ocean qui potrebbe benissimo non esserci. Dall’alto della nostra presunta superiorità snobistica indiecentrica anzi non dovrebbe proprio starci. Il problema è che è semplicemente un grande disco, uno di quei dischi che bisogna proprio ascoltare per tutta una serie di motivi, insomma. Contiene “Ivy”, ricordate?!

FRANK OCEAN – IVY

Frank Ocean è pura contemporaneità. Ha pubblicato un disco, anzi no, due dischi, in contemporanea. Ma non si riescono proprio ad ascoltare ancora, almeno che uno non abbia un abbonamento ad Apple Music, ed uno dei due dischi è in realtà un video. Poi, vuoi mettere la lista dei credits e gli ospiti dell’album: David Bowie, Kanye West, Jamie xx, The Beatles, Brian Eno, Pharrell Williams, Elliott Smith, James Blake, Yung Lean, Tyler The Creator, Beyoncé  e un tizio che suonava con i Vampire Weekend. Importa poco che Bowie sia citato per la presenza di una fotografia nel magazine Boys don’t cry (ndr: doveva essere il titolo dell’album, cazzo….un’altra di quelle mosse per lasciarti senza difese, il bastardo) che ha accompagnato l’uscita del disco in edizione limitata. E che i Beatles compaiono perchè citati in una canzone.
Fatemelo scrivere subito altrimenti in mezzo a questa lista di credits, di influenze e citazioni me ne dimentico. Ad un certo punto partono i New Order. Non loro, non una loro canzone. Una cosa che ci va tremendamente vicino. La voce è quella di Wolfgang Tillmans, che di professione fa l’ art-photographer, che non so bene cosa significhi ma l’ho trovato su Wikipedia. La canzone si intitola Device Control e va a chiudere Endless, l’album che è in realtà un video. Mettere una canzone così a chiudere un disco è politica che si confonde all’arte. In maniera brillante, incisiva, spiazzante. Altro che musica pop. O forse musica pop come dovrebbe essere sempre se avesse davvero un senso e non fosse solo e semplice intrattenimento.
Frank Ocean è uno che gira con la felpa dei Jesus and Mary Chain, tra le sue canzoni preferite infila i Mazzy Star, Kraftwerk e Nina Simone. Frank Ocean è uno che fa suonare la chitarra ad Alex G nelle sue canzoni.
Frank Ocean ha messo così tanta carne al fuoco che mi ci ha fatto perdere due settimane solo a capirci qualcosa. Frank Ocean ha aggiornato le lancette biologiche della musica pop, insomma. Era tempo che accadesse. Frank Ocean è qui, ora, adesso. Non potremmo immaginarci un prima anche se gli indizi che ci lascia minuto dopo minuto sono sufficienti per comprenderne il percorso. E qualcuno magari potrebbe pure dire che in fondo ci si annoia. Che si tratta di beat nemmeno tanto raffinati. Di synth minimali, chitarre accennate e poco altro. L’insieme peró, ad iniziare da come il disco è stato concepito fino a come è arrivato sul mercato e a tutto quello che ha generato di conseguenza ne fa una roba enorme. E poi, al netto di tutto, rimangono le canzoni. Canzoni come “Ivy”, canzoni da far partire di notte in cuffia, guardare fuori dalla finestra e magari commuoversi senza capirne davvero la ragione.

ULTIMATE PAINTING – SONG FOR BRIAN JONES

Frank Ocean mi costringe a mettere il naso fuori. Fosse per me me ne starei in casa ad ascoltare il terzo album dei Velvet Underground, per la milionesima volta. O ad ascoltare bands che attorno a quel disco hanno costruito il proprio mondo. I Velvet e tutto quello che ci gira intorno, naturalmente. Delicato pop dalle venature psichedeliche appena accennate. ;la migliore musica del mondo, sostanzialmente. Poco importa che questa di Ultimate Painting sia solo l’ennesima riproposizione.

STRANGE RANGERS (Sioux Falls) – SUNBEAMS THROUGH YOUR HEAD

Il solito zelo in materia di politically correct ha fatto in modo che i Sioux Falls abbiano pensato bene di cambiare nome. Di nuovo c’é un EP di 6 canzoni e un batterista, inoltre. I cambiamenti comportano comunque un po’ di novità anche nel suono. Il gruppo toglie il piede dall’accelleratore, non arriva più il solito gancio capace di mandare KO senza neppure il tempo di replicare. Sono 120 secondi di chitarre narcotiche, di voci in falsetto che suonano come un demo dei Modest Mouse. Pezzo magnifico, sottointeso.

MORGAN DELT – I’DON’T WANNA SEE WHAT’S HAPPENING OUTSIDE

Una canzone così non può non piacere a queste latitudini. Quando il pop profuma di psichedelia, di Spacemen 3 e di anni sessanta. Roba che grazie ai Tame Impala è diventata improvvisamente di moda e che ha trovato un pubblico incredibilmente ricettivo. Morgan Delt è un freak californiano, circondato dal classico corollario di ristampe in vinile, b-movie, droghe, strumentazione d’annata e studio di registrazione casalingo. Tutti i cliché al posto giusto, insomma. Ma non si tratta solo di apparenza o di immagine, si tratta di grandi, grandi canzoni. Talmente belle che rimarranno senza discussione tra le migliori dell’anno.

EXPLODED VIEW – ORLANDO

Che Anika avesse qualcosa d’interessante si era capito già all’epoca del debutto discografico e successivamente grazie alle cose fatte uscire con Geoff Barrow (Portishead) dietro la consolle.
Niente a che vedere con quello che è riuscita a fare in compagnia della nuova band con base a Mexico City, però. In questo caso i tizi di Sacred Bones (che la pubblicano) si premurano di farci sapere che di vera e propria alchimia si tratta e cercano di venderci le session di registrazione dell’album (tutto all’insegna del buona la prima) come di una faccenda dai contorni leggendari.
Non sappiamo dove stia la verità e in fondo neppure ci interessa. Certo che il disco (tutto) è senza ombra di dubbio uno dei migliori album uscito quest’anno. Feroce, ricco di sfumature differenti. Suonato con rabbia e attitudine ma anche capace di sorprendenti aperture melodiche. Neanche fosse una versione delle Savages appena più raffinata, più strutturata e ricca di citazioni. Un gran bel sentire, ecco.

Cesare Lorenzi