My lost years (Fiver #40.2016)

lambchop

Lambchop

“Everything Flows” è una grande canzone. Un’affermazione del genere scritta in questo contesto raccoglie lo stesso gradimento di una lettura del Capitale ad un congresso marxista nonostante ognuno di noi abbia la propria storia personale e le proprie canzoni che per le più svariate ragioni rivestono un ruolo più o meno importante con cui fare i conti. Ma ci sono brani che mettono d’accordo tutti e questa è una che rientra decisamente nella categoria.  I Teenage Fanclub nel 1990 erano una band di esordienti di cui si occupava solo la stampa inglese cercando di infilarli nel carrozzone di gruppi americani che iniziavano a riscuotere un certo interesse anche da questa parte del mondo. Gruppi come i Dinosaur Jr., per intendersi.
Ricordo che io ed Arturo non ci facemmo pregare ed iniziammo a trasmetterla senza sosta, praticamente in ogni puntata del programma che conducevamo insieme in radio, ai tempi.
TEENAGE FANCLUB – Everything Flows

I Teenage Fanclub all’epoca erano una roba enorme, per noi. Al festival di Reading del 1991 andammo per loro. Non per i Nirvana, non per i Sonic Youth o i De La Soul, nonostante Bandwagonesque (il disco della consacrazione)  uscì appena qualche mese dopo.
Fanno 25 anni giusti giusti proprio in questi giorni e naturalmente qualcuno ha rimarcato l’avvenimento.
I brani di quel disco li ascoltammo per la prima volta mischiati tra la folla di scozzesi ubriachi, occupati a cantare a memoria canzoni per noi ancora inedite, nel fango di un anonimo campo di periferia della provincia inglese, mentre le bandiere con il leone rampante venivano tenute alte in segno di riconoscimento. Vicino a noi, tra il pubblico, Bobbie Gillespie, entusiasta come un bambino al parco dei divertimenti. Non fu necessario pronunciare alcuna parola, ci guardammo un attimo indicandoci Gillespie con un cenno del capo. Il sorriso sul volto di Arturo lo ricordo bene e ogni tanto glielo vedo fare ancora, alla fine di qualche serata particolarmente riuscita. Uno di quei momenti dove tutto è perfetto, allineamento astrale compreso, dove ogni cosa è al suo posto come dovrebbe essere sempre ma invece non lo è quasi mai. Il giorno prima avevamo visto Cobain fratturarsi un braccio sfasciando la batteria su quello stesso palcoscenico.
Bandwagonesque sono andato a riascoltarlo in questi giorni, dopo tantissimo tempo. E’ un disco che ha ancora un suo perché, nato già vecchio del resto non poteva che salvaguardarsi in maniera eccellente, forte di una classicità che sembra non andare mai fuori moda. Sento molto più ora che non all’epoca i riferimenti di cui tutti hanno sempre parlato: i Byrds ma in particolar modo i Big Star di Alex Chilton. Del resto per me sono arrivati prima i Teenage Fanclub, ancor prima i Dinosaur Jr. e dopo i Big Star e questo sfasamento temporale ancora oggi mi fa valutare le cose con una lucidità del tutto da verificare.

LUKE HAINES – Marc Bolan Blues

Luke Haines è uno dei migliori 4-5 songwriter della sua generazione. Talento esagerato, un’intelligenza fuori dal comune e un humor mai banale sono i tratti distintivi di un personaggio che non è mai voluto scendere a patti con nessuno, inseguendo sempre e solo i propri fantasmi. Ostinazione e caparbietà, seppur abbinati a canzoni sublimi, non hanno potuto sfidare i gusti di un pubblico e di un’industria che ha preferito abbandonarsi alla fantasmagorica ignoranza, per certi versi comprensibilmente, di un Liam Gallagher qualsiasi, lasciando che Luke Haines si trasformasse in un piccolo eroe di culto.
Luke Haines è uno di quelli che per salvaguardare il proprio delirio estetico non avrebbe nessun dubbio: la rotta va sempre mantenuta anche a costo di finire consapevolmente sugli scogli. Impossibile non amarlo, insomma. Non mi stupirebbe che qualcuno, un giorno, non lo possa prendere ad esempio per scrivere un trattato su quali mosse è necessario fare per rovinare una carriera avviata positivamente nel mondo del pop. Non dimentichiamo che gli Auteurs (il suo primo gruppo) sono stati la migliore brit-pop band dell’epoca, nonostante non facessero proprio nulla per volerlo essere. Del resto, all’apice del successo, a chi potrebbe venire in mente di realizzare un concept album dedicato alla Baader Meinhof oppure infilarsi in studio con Steve Albini, non propiamente un produttore brit. La carriera solista, poi, è disseminata da dischi improbabili, quasi sempre concept-album, che hanno comunque il merito di aver quantomeno un paio di gioiellini al loro interno, sempre e comunque. Giusto per non farci scordare che sì, va bene il delirio, ma le canzoni ci sono sempre state e continueranno sempre ad esserci.
Il nuovo album è il primo non concept da tanti anni a questa parte. Ma nonostante tutto Luke Haines torna a rimarcare i soliti concetti e celebra ancora una volta l’epoca aurea del rock’n roll, come ha già fatto nel concept New York in the ‘70s. In questo caso si occupa della deriva glam, in una canzone che celebra Marc Bolan ma lo fa con un tono ben poco accondiscendente e con il solito tocco di humor prettamente britannico che personalmente trovo irresistibile.

CORY HANSON – Ordinary People

Cory Hanson solitamente presta voce e chitarra ai losangelini Wand, un gruppo eccellente che ha pubblicato due album che hanno avuto un buon riscontro. In particolare tra gli appassionati del garage rock che gravita vicino alla scena legata a Ty Segall e compagnia bella.
Ascoltarlo ora, in versione solista è però una piccola sorpresa. Cambiano le sonorità in maniera sostanziosa: è tutto un pullulare di archi, di arrangiamenti raffinati, di voci in falsetto e melodie pop. Manco fosse un lontano parente del Luke Haines di cui si parlava in precedenza. Esce su Drag City.

FLASHER – Tense

Questa è esattamente la musica che mi piacerebbe suonare se solo ne fossi in grado. Mi rassicura che ci sia in circolazione qualcuno che lo faccia al posto mio, con la metà dei miei anni sulle spalle per giunta. Ci pensano in effetti due ragazzi e una ragazza di Washington DC che mettono subito in chiaro di aver ascoltato i dischi giusti ed averne recepito gli insegnamenti. Non solo il miglior indie americano (i primi Sonic Youth, per dire) ma anche tanta new wave inglese (impossibile non pensare ai Joy Division in apertura di canzone). A Washington intanto pare esserci un gran fermento, come da tradizione. Tanto ruota attorno alle uscite di un’etichetta come Sister Polygon che sembra davvero raccogliere il meglio del nuovo suono della città. Da seguire con attenzione.

LAMBCHOP – the Hustle

Mia moglie non ascolta musica. Tantomeno la mia musica. Magari sente una canzone per radio e poi mi chiede: mi fai un cd? Ma è una di quelle piccole provocazioni che fanno parte della vita di coppia, immagino. Non che mi dispiaccia, sinceramente. Mi sono ritagliato il mio spazio, che riguarda tutte le attività legate alla musica, e sono felice di gestirlo in completa autonomia. Ogni tanto metto, per dire, la Incredible String Band all’ora di cena e poi mentalmente inizio il conto alla rovescia….3, 2 ,1….ma cos’è sta’ lagna? Non puoi mettere qualcos’altro? Me la rido sotto i baffi e faccio partire Frank Ocean, una delle poche cose che possiamo ascoltare in condivisione senza discussione.
Kurt Wagner ha i miei stessi problemi, tra le mura domestiche. Il nuovo album è nato in reazione ai gusti musicali di moglie e figli, ha raccontato. Troppo occupati ad ascoltare Beyoncé e tanto R&B, a quanto pare. Nessuno spazio per il country desolato e di frontiera a cui ci ha abituato nel corso degli anni. Non gli è rimasto che mettersi a studiare: utilizzo creativo del vocoder, sintetizzatori vintage e pattern ritmici inediti. Ne è uscito un album fantastico, assolutamente originale che ho il timore non allargherà chissà quanto il pubblico di Wagner e soci e tantomeno sistemerà le vicende domestiche ma che rischierà di finire in una delle prossime classifiche di fine anno, tra i migliori album dell’annata.

Cesare Lorenzi

Una faccenda di canzoni (Fiver #39.2016)

Redskins

                                             Redskins

Sarà perché è un periodo in cui non trovo molto di interessante tra le nuove uscite ma ultimamente sto ascoltando un sacco di vecchie canzoni.
È sempre stata una faccenda di canzoni, in fondo.
Ho ritrovato un vecchio quaderno. Sulla copertina c’è un adesivo di Disfunzioni Musicali. È pieno di liste di film che ho visto o che mi ripromettevo di vedere. Un diario piuttosto metodico che abbraccia un periodo che va dal ’79 all’84. I miei 15/20 anni. Alcuni sono titoli assurdi, degni di un cinefilo oltranzista. Cosa che non sono mai stato. Il quaderno è pieno anche, ovviamente, di liste di dischi comprati. E di dischi da comprare. Più che dischi, canzoni. Una serie di pagine è intitolata “To Have“.
La scorrevo con meraviglia. Xymox, Psychic Tv, Virgin Prunes…

Virgin Prunes – Baby Turns Blue

Probabilmente a vent’anni ero molto più curioso di adesso. Niente spotify o itunes. Solo Rockerilla, Stereodrome e Radio Cittá Futura, ascolti fuggitivi in negozi di dischi per arrivare ad acquisti che a volte erano veri e propri salti nel buio. Non avevo paura di beccarmi tra capo e collo delle mattonate da paura ma ero anche disposto a mettermi in gioco, ero disposto ad impegnare il mio tempo con opere che domandavano attenzione, applicazione. Cercavo La Canzone.
E quando la trovavo erano lacrime vere.

Billy Bragg – Levi Stubbs’ Tears

Le difficoltà erano rimarcate dal contesto circostante. Compagni universitari romani che, sul principio, mi invitavano per serate a base di alcol e giovani fanciulle decisamente interessanti. Non so perché ma Il mio essere forestiero dava evidentemente una nota esotica al contesto. Ricordo una serata simbolica. Festa di matricole nel centro di Roma, mi sembra addirittura che fosse stato ingaggiato il povero Mike Francis per la serata.
La mia presenza non era messa in dubbio. “A Massimiliá sei con noi, vero?” La stessa sera però si era materializzato un evento di maggiore attrattiva. Solo per me, indubbiamente. Red Lorry Yellow Lorry al teatro Espero. Una trasferta sconsiderata ai confini del Nomentano. Parte opposta di Roma. Senza macchina. Senza cellulari. Senza bus dopo la mezzanotte. Con un ritorno tutto da inventare. Pochi sfigati come me chiusi in uno stanzone a farci massacrare le orecchie, in un’epoca nella quale rappresentanti dell’altra metà del cielo difficilmente si palesavano ad eventi del genere, o parlare di Pruzzo e di quanto fosse figa Radio Dimensione Suono in piacevole compagnia? “Sei con NOI, vero?” La decisione fu presa in pochi attimi.

That Petrol Emotion – Big Decision

Ricordo poco del concerto e di come ci arrivai o ne tornai ricordo però che fissare una visita oculistica nelle ore immediatamente precedenti il concerto non fu una decisione molto intelligente anche se le pupille dilatate aggiunsero alla serata una nota psichedelica tutt’altro che disprezzabile.

Red Lorry Yellow Lorry – Walking On Your Hands

Poi ti arrivano notizie terribili e questo rifugiarsi nel passato diventa l’unico modo per mantenere uno sguardo complessivo sufficientemente lucido seppur offuscato dalle lacrime.
Non ricordo se ti ho raccontato questa storia romana ma di aneddoti che ci facevano ridere a crepapelle mentre eravamo lì sdraiati in letti affiancati, interrotti solo da infermieri indaffarati, ne avevamo tirati fuori parecchi.
Le storie con le persone importanti nella mia vita sono sempre state punteggiate da canzoni. Ora che non ci sei più mi accorgo che non ne abbiamo avuta una.
Questa è sempre stata una delle mie preferite.
Spero che ti piaccia.

The Redskins – Keep on Keepin’ on

Massimilano Bucchieri

Benvenuti tra i rifiuti (Fiver #38.2016)

16607 005

Era ormai da molto tempo che aveva fatto suo il titolo del secondo album dei Blur, ritenendo con una certa convinzione che la vita moderna fosse spazzatura, almeno per quel che riguardava i comparti della vita che più gli stavano a cuore.
Del resto ciò che la mattina era nuovo già sfioriva al pomeriggio diventando materiale da discarica entro l’ora di cena. E ciò valeva per tutto quello che a lui interessava sul serio, rapporti umani compresi.
Su questo argomento non accettava il contraddittorio ma al tempo stesso non se ne tirava fuori, per quanto avrebbe desiderato farlo. Quello era il contesto in cui si trovava a vivere e vivere continuava a piacergli. Quindi era disponibile ad accettarla quella vita moderna, anche quando per arrivare in fondo ad ogni giornata era costretto a dribblare una moltitudine di bidoni strabordanti immondizia.
In ogni caso era contento di aver attraversato epoche diverse rispetto all’attuale e di aver avuto modo di muoversi anche in altri contesti. Arrivava a convincersi che questo fosse uno dei tanti motivi per cui invecchiare tutto sommato non gli dispiaceva affatto: aveva comunque un altrimenti e un altrove da poter spacciare nel suo curriculum.

A questo pensava quella domenica pomeriggio, seduto su uno dei seggiolini di plastica imbullonati ai vecchi gradoni in cemento dello stadio, mentre gustava a piccoli sorsi un Borghetti in attesa delle due squadre. Dietro di se avevo lasciato i resti del solito sabato sera passato tra le mura di un club a veder suonare un paio di gruppi. Dopo i concerti, come spesso gli accadeva, aveva tirato le 3 del mattino selezionando canzoni da una console per lui sempre troppo complicata da gestire, con i suoi led che di continuo scalavano al rosso e quei cursori che se per disgrazia capitava accidentalmente di spostarli finivi per tagliare i bassi senza nemmeno accorgertene perché nel frattempo stavi preparando in cuffia il pezzo successivo.
Qualche ora dopo aveva sfidato le luci della mattina che per quanto incartate nella foschia del novembre padano erano in ogni caso troppo ostili per essere smaltite senza occhiali da sole e dopo di quello i centocinquanta chilometri di macchina che lo separavano dalla città dove quel giorno avrebbe giocato la sua squadra del cuore. Di per se nemmeno una grande distanza, eppure pesante da affrontare quando nello spazio stretto piazzato tra la tempia di sinistra e quella di destra la vodka della notte prima era ancora decisa a far festa con la sezione ritmica della band post punk australiana che con indiscutibile stile aveva messo sul binario giusto la serata.

La logica avrebbe giudicato insensato tutto ciò e misurato quanto viceversa sarebbe stato più comodo consumare il sabato sera con le gambe stese sotto al tavolo di un ristorante in compagnia di gente della sua età, escogitando argute previsioni sulle imminenti elezioni americane o architettando scenari buoni per il dopo referendum di inizio dicembre senza che nessuno dei presenti fosse dotato della benché minima cognizione di causa per sostenere la discussione. Per poi occupare quella domenica mattina inquadrando la campagna ai confini di Bologna attraverso la grande vetrata del soggiorno, tracciando con la matita considerazioni e idee lungo i bordi delle pagine del libro che da qualche giorno stava divorando. E tornare più tardi sul sofà davanti alla diretta tv della partita di calcio che si sarebbe giocata a centocinquanta chilometri da casa sua, accomodandosi con molta calma di fronte allo schermo giusto cinque minuti prima del calcio d’inizio.

A contrastare lo scarso senno di quella domenica pomeriggio lontano da casa sui gradoni dello stadio lo soccorsero le parole che un suo amico oste e scrittore gli aveva spedito giusto il giorno prima. Quelle con cui lui sosteneva la necessità di camminare con il naso all’insù per guardare il cielo e restare così, in qualche modo, mentalmente giovani.
Meditava sul fatto che ci sono tanti modi per rendere concreta quella metafora sulla gioventù, si badi bene intellettiva e non corporea, che il suo amico aveva così efficacemente tratteggiato e uno di questi era probabilmente quello che lui aveva scelto. Solo che per lui non era stata una opzione ma una necessità e per questo si riteneva fortunato: non aveva faticato. Non faticava ad alzare gli occhi semplicemente perché non avrebbe potuto fare altrimenti. Sin dalla nascita aveva ricevuto in sorte un buono sconto sul prezzo da pagare per salvare il suo mondo e salvando quello salvare anche se stesso.
Perché mettersi in strada per una partita uscendo di casa ore e ore prima del suo inizio, smazzandosi trecento chilometri tra andata e ritorno per poi gelarsi il culo su un seggiolino di plastica lercio anziché sprofondare a costo zero nel divano di casa la domenica, era per lui – semplificando – l’equivalente della scelta di ascoltare musica da un pezzo di vinile piuttosto che tramite un file scaricato da un computer. Così come chiudere un piovigginoso mercoledì sera di inizio novembre assistendo ad un concerto del caro vecchio Calvin Johnson al dopo lavoro ferroviario della sua città, anziché capitolare in casa di fronte a una puntata di Westworld, significava sentirsi ancora vivo.
Pur lamentandosi con una periodicità sempre più frequente del fatto che tra la tanta gente che vantava pubblicamente un’appartenenza militante ai suoi mondi in realtà fossero pochissimi quelli disposti a farsi veramente coinvolgere da quegli stessi mondi, in fondo doveva ammettere che gli faceva quasi piacere che fosse così esiguo il numero di coloro che mostravano di comprendere sul serio il significato delle sue strambe teorie da vecchio reduce di chissà quale guerra mai combattuta. La cosa gli offriva un senso di aristocratica solitudine che annullava quella necessità di condivisione che per tanti anni era andato cercando senza successo e che forse sino ad allora aveva sopravvalutato.
Mando giù l’ultimo sorso di Borghetti, strinse il nodo alla sciarpa coi colori della sua squadra attorno al bavero sollevato del cappotto e si alzò in piedi. Lo speaker stava annunciando le formazioni.

Faust’O “Benvenuti tra i rifiuti

Questa non è nuova ma è la canzone che ha dato spunto al pezzo che avete appena letto e quindi mi pareva sensato inserirla tra le cinque scelte della settimana.
In ogni caso il primo disco di Fausto Rossi, all’epoca ancora Faust’O, a 40 anni dalla sua uscita resta di una attualità terrificante. Tanto nei temi quanto nei suoni.

Gold Class “Kids on Fire

La band post punk australiana che ha brillantemente dato il via al sabato sera di cui sopra.
Immagino che tutti quelli che non erano lì avessero cose molto più importanti da fare in quel momento. Beati loro.

Selector Dub Narcotic “Hotter than Hott

E questo è il caro vecchio Calvin Johnson, che ha suonato al dopo lavoro dei ferrovieri in un piovoso mercoledì di inizio novembre.
Anche quella sera immagino ci fossero cose più interessanti da fare in giro.

The Lasters “Ivory Tower of Beer

Se proprio devo vivere tra i rifiuti allora con me voglio tutti i dischi della In the Red e 10-100-1.000 Lasters.
Allacciare le cinture di sicurezza e premere play.

Immersion “FireFlys

Colin Newman (Wire) è tornato a far coppia con Malka Spigel (Minimal Compact). Ed è ancora bello lasciarsi affondare nel loro piccolo stagno di suoni.

Arturo Compagnoni

Youth (Fiver #37.2016)

Miei cari VECCHI amici, ma che cosa è successo? Non può essere aver comprato una macchina a rate, una casa col mutuo a trentacinque anni. Non avere una compagna, una moglie, una figlia.
Non è un lavoro che non piace, che doveva essere “per un po’” mentre si aspettava Godot, il sogno che doveva materializzarsi quasi da solo, tra una lezione all’università e una canna e sono passati vent’anni.
Cosa vi è successo? Non sono le basette grigie, più soldi messi in banca che sul bancone di un bar.
Vi vedo.
Non camminate mai col naso all’insù, non andate mai a bere in un posto che non conoscete. Non entrate in un locale solo per vedere cosa c’è, chi ci suona. Non vi fermate a guardare una vetrina con vestiti di cui non v’importa più, non fate le file per una mostra, non prendete un aereo per stare una sera in una città che non avete mai visto, solo per sentire suonare uno che ha la metà dei vostri anni.
Mattinate a stare seduti in ufficio a guardare su Facebook le foto delle colleghe divorziate chiedendovi dov’è finita la voglia di andare a ballare, di bersi due pinte in più alle sei del pomeriggio, solo per sentire quella leggerezza inutile e immotivata. Di entrare in un negozio con le mani che non vedono l’ora di sfilare dalla confezione quel vinile appena uscito che non ci potrà essere modo migliore di spendere la prossima ora.
Dov’è che vi siete incastrati? In quale pensiero triste?


Non è fare i giovani, non è sentirsi giovani. Non mi sentivo giovane a vent’anni, figuriamoci adesso che ne ho il doppio.
Non è fuggire dal proprio tempo, dal momento, dal “quello che è stato è stato e ormai”, non è la paura di non essere più il centro del mondo, di una scena.
Lei ha venticinque anni. Parla con la foga di chi ha venticinque anni. Consapevole, decisa, sfrontata come chi ha venticinque anni.
Lei ha un sacco di cose da dire. Ha studiato tanto, viaggiato tanto, amato tanto, vissuto tanto che potrebbe essere più vecchia di me e invece ha quindici anni di meno.
Voi stareste a guardarla perché è bella. Perché è fresca e la freschezza piace anche a chi si è rinsecchito.
I sorrisi che non riempiono di rughe il viso hanno il trasporto di quello non è più.
E voi stareste a guardarla. Solo guardarla.
Non sentireste quell’energia, quella forza di chi si sbatte, di chi corre da sempre, forse perché sa da quando è nata che il bel mondo, quello dei due soldi ma un po’ per tutti, del se finisci le scuole uno straccio di lavoro lo trovi e se poi fai l’università basta aspettare il tuo turno che il culo prima o dopo lo appoggi su una sedia comoda e tranquilla, non c’è mai stato.
Quel mondo che a noi era stato promesso e poi negato, per lei non è nemmeno mai esistito. E allora da sempre va e va e va e corre che non ce n’è se non corri e vivi e ti sporchi e piangi e sudi e ridi fino ad avere il mal di pancia.
Ma voi, imbambolati, stareste solo a guardarla perché quella forza, quella rabbia, quell’energia non riuscirebbe più a passare camicie che sono diventate impermeabili a tutto, che fanno scorrere come pioggia qualunque cosa che anche se vi passa vicino non riuscite ad afferrare più.


Non è la paura di non essere più il centro di un mondo, di una scena.
Ma l’esserne pienamente consapevole.
E allora?
Io cammino col naso all’insù perché sono curioso: voglio vedere chi si affaccia a quella finestra così in alto, immaginare cosa vedrà da lassù, quale disco starà mettendo sul piatto mentre fuma affacciato al balcone, respirando i raggi di sole che lì sotto, nei piani ammezzati d’occasione ma con una stanza in più, lì non arrivano mai.
È sentire il battito, la fame, la voglia così forte che ti contagia, che passa tutta perché la mia maglietta si bagna e non scherma un cuore che vuole ancora sentire quelle vibrazioni che lo fanno tremare come dieci, come venti, come trent’anni fa.
È che io lei non la guardo e basta, mi lascio trascinare da quella foga, quell’energia che ricarica un po’ anche me, che mi fa venir voglia di correre ancora che si può correre senza smettere mai.
È sentire improvvisa la voglia di sorridere per uno scoiattolo che ti attraversa la strada in un parco mentre il sole disegna favole di luce sul fiume e hai voglia di ridere perché tutto, con quella luce, per un momento non può che essere meraviglioso.


E allora basta, vi prego. Basta con questa pippa che “tanto si è già sentito, già visto”. Basta.
Va bene, se mi chiedi quando mi sono emozionato di più in un negozio di dischi è stato il pomeriggio in cui col mio amico Zollo, due nerd quasi metallari in un paesino a scartabellare i cd che i vinili non si stampavano praticamente più, ho fatto partire a tutto volume Dirt, Alice in Chains.
Ed era l’inizio dei novanta.
Che il pezzo che mi ha fatto tremare di più è stato Wake Up, Mad Season. Che ho capito cosa vuol dire suonare una chitarra col sangue ascoltando In Utero, Nirvana con i postumi di un acido in una corriera che andava a Barcellona. Che il film più bello di sempre è Trainspotting e se la gioca solo con Pulp Fiction. Che era stupendo leggere Welsh, il Philip Roth di American Pastoral, il miglior Auster e potremmo continuare così all’infinito. Che c’erano Winona Ryder e Johnny Depp per innamorarsi e le camicie a scacchi e lei col collarino, il vestito nero sopra il ginocchio e i Dr. Martens.
Sì, l’amore è Edward Scissorhands, la musica è Seattle.
Le lacrime i Mazzy Star.
E l’unico uomo per cui potevo perdere la testa era Brian Molko perchè avevo diciott’anni e ancora qualche dubbio e di David Bowie ero già innamorato ma così etereo e distante che non aveva nemmeno un corpo. Lo aveva Ewan McGregor in Velvet Goldmine e se uscivo col boa blu elettrico e le unghie con lo smalto nero era solo perchè speravo di incontrarlo e sedurlo.
Ed era la fine dei novanta.
Ancora adesso se sto male mi guardo i Die Hard col miglior Bruce di sempre.
Sono figlio dei novanta, amo i novanta.
Ma avete rotto il cazzo con sta malinconia da novanta.


E vi perdete Damon Albarn che le cose migliori le scrive oggi, altro che nel novantasei, Sufjan Stevens, Bon Iver, Ty Seagall, i Fidlar, Angel Olsen, Anika e una quantità indefinibile di concerti strepitosi a cui non andrete mai.
Le serie tv su Netflix che noi nei novanta ce le sognavamo.
Sì, lo so che abbiamo avuto Twin Peaks. Poi ci gasavamo con Beverly Hills 90210 e Friends.
Adesso hanno un True Detective e un Black Mirror all’anno.
Gli anni novanta sono stati una bomba, sì. Ma per noi erano tutto solo perché ci abbiamo compiuto i 14, i 17 i 19 anni e avevamo quella foga. Quella della ragazza che voi guardereste e basta perché non volete più sentire. Sentire così forte.
Il mondo non era più bello o più brutto.
Se allora non avessi avuto paura del mondo, dei corpi, degli sguardi avrei viaggiato molto di più, conosciuto molto di più e forse sarei stato più felice.
Ma tutto quello che non ho fatto, non l’ho fatto io. Non me l’ha negato nessuno.
Il mondo ti fa quello che tu gli lasci fare. Me lo ha detto tempo fa una ragazza che in poco tempo mi ha cambiato la vita. Mi ha insegnato a non avere paura.
E allora, come si cantava nei novanta, wake up (not anymore) young man, it’s time tu wake up: gli anni novanta non torneranno.
Nemmeno i nostri vent’anni (e per fortuna, vi confesso io).
Ma nemmeno tutto quello che vi state perdendo.
Non rimanete su quel viso senza rughe, lasciatevi prendere dalla forza delle cose che dice lei, che ha quindici anni meno di voi. Lasciatevi ricaricare le batterie che di strada ce n’è ancora da fare. Ancora un sacco di posti da vedere, musica da sentire, occhi da incontrare.
Tiratelo su quel naso, che il cielo ha sempre da raccontare qualcosa che non sapevi.

Fabio Rodda