Il rumore della realtà (Fiver #09.2017)

Lester Bangs

Lester Bangs


Sei arrivato in un momento molto pericoloso, la guerra è finita e hanno vinto loro, distruggeranno il rock e soffocheranno tutto quello che amiamo di più”.
Lester Bangs

Sono convinto che il rock and roll sia legato al mito. La realtà non esiste
Lester Bangs

Qualche settimana fa Rumore ha chiesto a noi redattori di compilare una lista di 20 canzoni da scegliersi tra le più rumorose di sempre. Non ci è stato fornito un principio stringente su come l’aggettivo rumoroso dovesse essere inteso, quindi ognuno ha utilizzato i parametri che riteneva si adattassero meglio a descrivere il tema. Personalmente ho basato la selezione verificando in maniera sommaria l’esistenza di tre caratteristiche di base, non necessariamente presenti tutte assieme nella stessa canzone: il rumore interpretato in senso letterale, alla maniera di Einstürzende Neubauten e Napalm Death per intenderci, quello indirizzato a disturbare il comune senso del pudore tipo la God Save the Queen dei Pistols e infine il rumore destinato a sconvolgere l’equilibrio emotivo generazionale alla maniera di una The End dei Doors qualsiasi. Le mie scelte, divise a grandi linee per le tre categorie di cui sopra, sono state: Kerosene dei Big Black, Touch me I’m Sick dei Mudhoney, Sex Bomb dei Flipper, Frankie Teardrop dei Suicide e Never Understand dei J&MC per la categoria “interpretazione del rumore in senso letterale”, Anarchy in the UK dei Pistols e Religion dei PIL assieme a un paio di italiani – il Gaber di Io se fossi dio e il Faust’O di Benvenuti tra i rifiuti – quali rappresentanti di disturbo alla quiete pubblica e tutto il resto nel calderone dei terremoti (trans) generazionali: I Wanna Be Your Dog, Psycho, All Tomorrow’s Parties, Kick out the Jams, My Generation, Louie Louie, Sex Machine, Sympathy for the Devil, Smells Like Teen Spirit, Disorder, Fight the Power. Non sono qui a cercare consensi e ancor meno smanio dalla voglia di aprire un dibattito sulle scelte appena elencate. Potevano essere quelle venti canzoni o altre venti o altre venti ancora e nulla sarebbe cambiato.
La lista delle venti canzoni più rumorose di sempre mi è tornata in mente la settimana scorsa dopo aver letto quanto scritto da Cesare, soprattutto quando sono arrivato al passaggio riguardo la mappatura emozionale che un tempo per i giovani transitava necessariamente o quasi attraverso la musica e che ora probabilmente ha trovato altre vie di sbocco. Faccio sponda ancora su Cesare prendendo a prestito i suoi studi universitari da statistico per constatare senza grandi difficoltà che nel mio elenco la canzone più recente (Fight the Power) è vecchia di ventisei anni, sette canzoni sono state scritte negli anni ’60, sei nei ’70, cinque negli ’80 e due nei ’90. Anni zero non pervenuti. Ovvio che trattasi di scelte personali, come detto in premessa, ma se poi vado a prendere in mano il numero del giornale in cui le scelte personali diventano collettive sommandosi algebricamente le une alle altre, conto che su 300 titoli gli anni zero ne portano a referto in totale 28, vale a dire uno striminzito 9,3% che scende ad un misero 5% se consideriamo solo le prime 100 posizioni. Al di là di questa analisi spicciola è del tutto chiara – e lo è da tempo – l’evidenza che la musica (la musica tutta, non solo il rock) ha perso quel ruolo centrale che per tanti anni ha avuto nel formare e indirizzare culturalmente quella fascia di giovani che alla musica conferiscono un ruolo importante nel proprio quotidiano, quelli che per propria formazione non le attribuiscono un semplice ruolo di sottofondo bensì fanno di questa una colonna sonora costante lunga quanto la vita stessa. C’è una frase di Simon Reynolds che vado a rileggere e copiare per non sbagliare nemmeno una virgola nella citazione: “Anarchy in the UK dei Sex Pistols mi ha lasciato addosso un eccesso di aspettative per la musica, che agiti il mondo e che sia mozzafiato”. Ecco, il punto è probabilmente quello. Non i Pistols e nemmeno Anarchy in the UK intendo, ma il fatto che la musica possa, anzi debba, scuotere le fondamenta – se non dell’umanità almeno quelle personali – e  mozzare il fiato. Per quelli come me che, come detto e scritto spesso, della passione per la musica hanno fatto un veicolo per la scoperta e l’esplorazione di tanti mondi diversi, deve essere chiaro una volta per tutte che quell’approccio e l’attitudine che ne conseguivano non esistono più e non saranno in alcun modo recuperabili, quindi è perfettamente inutile confrontare l’approccio e l’attitudine che c’erano un tempo con quelli che governano oggi l’idea di musica che anche l’ascoltatore e l’appassionato più attenti hanno. Non si tratta di una crisi passeggera ma di un nuovo ordine che non sarà più invertito. Bisogna farci i conti alla stregua del riassetto geopolitico dopo l’11 settembre, della crisi permanente dell’economia occidentale dopo il 2008, della fine del comunismo, dell’Europa unita e del disfacimento delle due gloriose squadre di basket della mia città. Ora siamo finalmente liberi di ascoltare una canzone per quello che è: una sequenza di accordi di chitarra, qualche giro di basso, una serie di rullate sulla batteria e tutto il resto che un musicista decida di metterci dentro.
Bene così, però quando mi incontrate al bar non chiedetemi un giudizio sul nuovo disco di Dirty Projectors (formalmente bellissimo, per carità) e quando scrivete lasciate stare Lester Bangs e Nick Kent.
Loro erano gente di un altro mondo.

The Intended “Don’t Wait too Long

Gruppo garage americano che suona come i Television Personalities del primo album.

Power “Slimy’s Chain

Power punk australiano, album a breve ristampato da In the Red.

Dead Horses “Morning Hell

In Italia ci sono due tipologie di gruppi che suonano musica rock: da una parte quelli quelli come i Dead Horses, dall’altra tutti gli altri.

Cindy Lee “A Message from the Aching Sky

In questi 35 anni, mese più mese meno, di costante attenzione alla musica molto raramente mi è capitato di incontrare un’etichetta discografica con una visione come quella della Maple Death. Qui tutte le informazioni sul disco che contiene questa canzone.

Jens Lekman “Evening Prayer

Se parliamo di musica pop, quando Jens Lekman è allegro non ce n’è per nessuno.

Arturo Compagnoni

I wanna Go Backwards (maybe) (Fiver #08.2017)

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Jimi Hendrix suonò a Woodstock che aveva 25 anni.
Bob Dylan a 25 anni si schiantò guidando una Triumph e mise fine alla prima parte della sua carriera.
Jim Reid dei Jesus and Mary Chain aveva 23 anni quando pubblicò il primo disco del gruppo, Psychocandy
Kurt Cobain (nato nel mio stesso anno) a 27 anni era già sepolto.
Potrei continuare per ore in questo modo. La musica che ascolto è sempre stata una faccenda legata a doppio filo alle vicende giovanili.
Basta prendere una classifica qualsiasi, tipo quella dei migliori dischi degli anni novanta (tanto per non sbagliare) , pubblicata da Pitchfork. Tra i primi dieci solo due (Wayne Coyne dei Flaming Lips e Robert Pollard dei Guided By Voices) avevano superato i trent’anni al momento della pubblicazione del disco finito poi tra i migliori del decennio. Dagli anni sessanta e per almeno altri quattro decenni il trend è stato quello: l’arte musicale è stata sempre una faccenda di cultura giovanile o ad allargarsi appena un pochino di quell’età che dalla giovinezza sfocia in una prima presunta maturità.
Questa cosa dell’età, inevitabilmente, torna spesso nei discorsi della nostra chat privata, quella dove io, Arturo e Massimiliano ci confidiamo vicendevolmente la gioia ma talvolta anche l’imbarazzo di stare ancora in giro a parlare di dischi, di musica, di musicisti, di serate dove inevitabilmente le nostre carte d’identità mostrano inesorabilmente i segni del tempo. Il fatto che non si direbbe minimamente osservandoci conta relativamente. La realtà è che ho un figlio che mi chiede: ma tu li conosci i Pink Industry? Ed è una domanda che un po’ mi fa piacere. Non tanto perché li conosco davvero ma soprattutto in quanto un ragazzo di vent’anni possa interessarsi ad una band come quella. Viene fuori l’orgoglio del genitore che magari dovrebbe essere riservato a qualche occasione più importante ma ognuno ha la propria storia alle spalle e io sono contento della mia, in fondo. A proposito, Jayne Casey, quando debuttò nel 1983 con il primo disco di Pink Industry aveva 27 fantastici anni.
PINK INDUSTRY – Don’t Let Go

Ho come l’impressione però che non siamo solo noi ad invecchiare e che l’ambito della musica popolare di qualità non sia più ristretto all’età giovane come era sempre stato, fin dagli albori, dal primo giro di bacino di Elvis in avanti.
Prendiamo sempre Pitchfork, per comodità. La classifica dei migliori album dell’anno concluso da poche settimane. Dei primi dieci solo tre sono dischi di gente con meno di trent’anni (Frank Ocean, Chance The Rapper e Angel Olsen). La proporzione si è completamente ribaltata. Adesso i dischi migliori, presumendo per un attimo che i dischi della classifica di Pitchfork siano davvero i migliori (e comunque non è questo il punto), sono per il 70% prodotti da gente che ha superato i trent’anni. Quattro su dieci (Radiohead, Anhoni, A Tribe Called Quest, David Bowie) sono abbondantemente oltre i quaranta. Insomma invecchiamo noi, invecchiano gli artisti e non sono proprio sicuro che non stia invecchiando anche il pubblico di riferimento.
La mia ostinazione nell’ascoltare e nel ricercare musica nuova penso che abbia un qualcosa di patologico, ormai. Dovrei accontentarmi di ascoltare i soliti vecchi e rimanere allineato e coperto con i compagni della mia generazione, finirebbe che potrei pure vantarmi di stare perfettamente in sintonia con la critica musicale che conta. Alla faccia degli ultimi Fiver che ho pubblicato su queste pagine: The Molochs, Posse, Hand Habits, Meilyr Jones, QTY, Flasher, Cory Hanson, Sam Evian, Sacred Paws…..gente che spesso non ha neppure un album alle spalle e che con tutta probabilità non ha ancora compiuto trent’anni.
Ho letto una cosa interessante ultimamente. Uno scambio di opinioni tra musicisti nato in maniera del tutto casuale su uno dei soliti social network. Mi sembra che fosse Robin Pecknold dei Fleet Foxes a portare avanti una tesi suggestiva. Diceva, riassumendo in poche parole, che la musica è codificata come lo sono le emozioni. E ad una mappatura emozionale corrisponde una relativa colonna sonora. Un universo di sentimenti differenti che trovano espressione attraverso la musica e che ognuno di noi, alla fin fine, cerca sempre di rivivere. Come se si fosse sempre e comunque alla ricerca di rinnovare il momento originario, quello che ci ha catturato e fatto diventare ascoltatori consapevoli . Alla fine ascoltare gruppi “nuovi” è insomma un tentativo di perpetuare le infinitesimali variazioni delle nostre codifiche preferite, da quella “Big Star” fino a quella “My Bloody Valentine”, per quanto mi riguarda. A tutto c’è una spiegazione, alla fine dei conti. Si tratta solo di capire se quella mappatura emozionale che trovava una via di espressione attraverso la musica (e comunque l’arte in generale) di colpo non abbia, dopo quasi sessant’anni, trovato un’altra strada dove confluire. Ad osservare il pubblico di certi concerti e le classifiche di fine anno sembra più una certezza che un vero e proprio dubbio. Quale sia questo nuovo percorso proprio non saprei dire, però.

I also read many years ago — before the internet in this case, so it must be true — that the most you can change yourself if you do everything you possibly can, is 5 per cent. After 32 I think that number goes down to about 1 per cent. I’m unsure how they measured this, but I do think I’m right. (Douglas Coupland)

Douglas Coupland è uno scrittore brillante. Ma forse già lo sapete. Le cose che scrive per il magazine del Financial Times sono puro intrattenimento (https://www.ft.com/content/77c17fb6-ecfc-11e6-930f-061b01e23655) questo è il link del suo intervento più recente. Non tratta esattamente di musica ma mi è venuto comunque in mente scrivendo queste righe. Mi sono messo il cuore in pace leggendolo, diciamo così.
Potremmo utilizzare la formula dell’1% in chiave musicale: ascolto 350 dischi differenti in un anno. Al massimo 4 saranno quelli davvero distanti dalla mia personale mappa emozionale di riferimento, di conseguenza.
Posso cambiare al massimo per l’1%. Del 5% se fossi più giovane di 32 anni.
Lo scrivevano prima dell’avvento di internet. Sarà sicuramente vero.

ROBYN HITCHCOCK – I Want to tell You About What I Want

Ad ascoltarla distrattamente potrebbe sembrare un’onesta canzone pop neppure troppo originale. Eppure come tutte le canzoni di Robyn Hitchcock ha un tocco di stravaganza che sfiora il genio. Sentirlo così in forma è quasi commovente, il buon vecchio Robyn. Uno che merita di essere seguito sempre e comunque. Il disco nuovo promette di essere un piccolo gioiello per tutti quelli che amano determinate atmosfere. Chitarre e melodie innanzitutto. Circondato da ospiti che fanno presagire un possibile capolavoro: Brendan Benson (Racounters), Gillian Welch, Emma Swift, Pat Sansone (Wilco, The Autumn Defense) e Grant-Lee Phillips.

MOON DUO – Creepin’

Quello che hanno messo in piedi nel corso degli anni i Moon Duo è davvero sorprendente. Partito come un progetto parallelo senza troppe pretese si è trasformato anno dopo anno in una realtà tra le più importanti del rock venato di psichedelia. Ipnotiche ritmiche kraute, chitarre fuzz, sintetizzatore, il tutto venato da un’anima noir, da ascoltare a volume indecente, per la gioia dei vicini di casa che amano in maniera particolare osservare il tetto della vostra cameretta prendere il volo. In quell’ambito di suoni decisamente il meglio in circolazione, al momento.

FRED THOMAS – Brickwall

Irrefrenabile si dice in questi casi. Fred Thomas è un ragazzone così, non riesce a stare fermo un momento. Dall’epoca del suo primo gruppo (1994), i Chore, è stato tutto un susseguirsi di collaborazioni, produzioni e progetti in proprio. Alcune cose, in particolare i quattro album prodotti sotto il marchio Saturday Looks Good To Me, lo hanno portato alla ribalta della scena indie a stelle e strisce. Questa canzone è contenuta nel suo nuovo album solista, Changer, che è semplicemente un disco di grandi canzoni. Mette in risalto l’amarezza di aver perso per strada gli amici di un tempo, tutti ossessionati dallo scattare fotografie dei propri figli. Per loro ti trasformi in un ricordo sbiadito che perde d’importanza giorno dopo giorno. L’invocazione finale “come back and be my boyfriend again” sai comunque già in partenza che rimarrà inascoltata. In compenso ci scrivi una canzone sopra. Una di quelle che rimangono nella memoria. Sempre meglio di un selfie con gatto e bambini.

AMBER ARCADES – It Changes
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Poi ti ritrovi ad aspettare la bella stagione. Il pensiero corre a quel momento in cui potrai aprire la finestra e il sole ti farà socchiudere gli occhi. Ogni anno ci sono un paio di brani adatti all’occasione. Mi tornano in mente gli Alvvays oppure le Veronica Falls, in tempi recenti. Talvolta si ha bisogno di leggerezza e melodie, di fischiettare un ritornello che ti rimane in testa dopo un solo ascolto, di farsi travolgere dalla semplicità di chitarre indie che hanno la sola pretesa di cambiarti l’umore. Ricordate: spring is coming, che lo vogliate o meno.

CESARE LORENZI

Godzilla e storie di ordinaria incomprensione (Fiver #07.2017)

Mark Eitzel

Mark Eitzel

E poi ti rendi conto che non te ne frega quasi più niente. Che il macro (cosmo) nella tua testa è diventato micro. Perdi contatto. La capacità di interessarti a storie che non ti accadono “addosso”, con gli anni, è scomparsa. O quasi.
Invidi (?) e ti sconcerta chi ha le antenne sempre dritte e, soprattutto, ha sempre qualcosa da dire su ogni argomento, che sia la morte di George Michael o di Carrie Fischer, Rigopiano, Gianluca Vacchi o la strage di Aleppo.
E’ in quei momenti che ti aggrappi alle tue piccole, insulse, sicurezze. Come la voce di Mark Eitzel.
Vai a a letto e, per recuperare il sonno disperso tra il divano e la camera da letto, indossi la cuffia, chiudi gli occhi e fai partire il nuovo Hey Mr Ferryman. Un paio di canzoni e buonanotte, pensi.
Ma ti sbagli, non va così. Quella voce risveglia sinapsi assopite, quando non addormentate, e tornano alla mente vecchie storie attraverso una lente deformante di dolorosa seppur addolcita malinconia.
Come una mattinata, di ritorno dalle scuole medie. Non sai cosa lo avesse innescato ma a un certo punto, mentre si arrancava per una salita, partì un coro di scherno contro ogni componente della tua classe. L’epiteto che ti toccò in sorte fu “romantico”. Col senno di poi poteva andarti anche peggio, indubbiamente, ma in quell’occasione la parola ti fu lanciata addosso come un insulto. Di cosa eri colpevole? Doveva essere il ’77 o il ’78 e ancora dovevi immergerti nella malinconia compressa di Joy Division, Cure o Smiths ma, evidentemente, gli altri leggevano segni che tu ancora non vedevi.
Senza sbagliare di molto, in realtà.
Seppur sconfortato dall’incomprensione generale ti venne in mente un racconto di Woody Allen nel quale veniva descritta questa lunga fila per accedere al cospetto di una stramba entità superiore capace di leggerti dentro ed elargirti il dono più appropriato.
Indubbiamente una simile entità superiore ha regalato a gente come te gli American Music Club.
Sugli American Music Club sei arrivato intorno a California, un po’ in ritardo perciò. Ma ne eri rimasto sgretolato. Una colonna sonora perfetta per il triste romanticismo che a volte ti divorava.
Li hai visti un’unica volta dal vivo al festival di Reading nel 1994. Mark Eitzel che sogghigna sibilando “The next song is not a sad song … it’s a pathetic one” una delle poche cose che ti ricordi.
Non ha mai fatto figo ascoltare gli American Music Club. C’è un limite di sopportazione di canzoni tristi per ognuno. E’ che il tuo limite è abbastanza alto. Ti è sempre piaciuta la musica triste o, più esattamente, quella che evoca storie tristi. E disperatamente romantiche.
Una recensione su Rumore di Cesare si concludeva con le parole: “storie di ordinaria incomprensione”.
Era una recensione che traduceva molto bene in parole la sensazione che davano le canzoni degli American Music Club. Questo senso di sconfitta, l’amarezza nel constatare l’impossibilità di far funzionare quello che non può funzionare. Una dolente, ineluttabile, accettazione. Ma la voce e la penna di Eitzel hanno sempre evocato anche sorrisi stralunati e dalla piega amara.
Un titolo come What Godzilla Said To God When His Name Wasn’t Found In The Book Of Life nella tua personalissima concezione vale centinaia di lyrics di altri artisti.
Mestamente, secondo il senso comune, Mark Eitzel è un perdente. Uno che dopo quasi 30 anni a fare dischi e suonare in giro per il mondo deve, nelle sue parole, affittare casa sua per far quadrare i conti.
Il romanticismo disperato non paga. Non paga i tuoi conti, almeno.
Però tu, e scommetto altri “romantici” come te, devi un sacco di meravigliosi, disperati, momenti tristi a Mark Eitzel.
Perchè ti ricorda chi sei.
Perchè apri gli occhi e già te ne frega un po’ di più.

Mark Eitzel “An Answer

Grandaddy “Evermore

E poi ti ritrovi stanco e incattivito, con un carrello della spesa un sabato pomeriggio in un supermercato periferico a lanciare una brutta occhiata alle ragazze davanti a te che ridono rumorosamente mentre sono in fila al banco degli affettati. E’ in momenti così che tutto quello di cui hai bisogno è una canzone come Evermore che ti strattona per la giacca e ti fissa negli occhi con un sorriso di rimprovero. La notizia del ritorno dei Grandaddy ha lasciato molti un po’ tiepidi, compreso il sottoscritto. Ma forse ci eravamo dimenticati che Jason Lytle è uno dei nostri. Barba incolta, la faccia di uno fuori posto un po’ ovunque. Ma con un armadio pieno di melodie sghembe pronte a ricordarci le cose importanti.

Gomma “Aprile

Al recente Inverno festival ci hanno spettinato di brutto (oddio per molti di noi è un modo di dire..). I ragazzi sembrano svogliati studenti fuori sede con la pizza nel cartone sulle ginocchia in attesa del posticipo di Sky, finché non cominciano ad inanellare giri di chitarre dissonanti che atterrano in una località imprecisata sulla mappa, tra Fugazi e Massimo Volume. Lei, giovanissima, con carisma in considerevoli quantità, ed un taglio di capelli da ospedale psichiatrico, declama testi mai banali con alcuni cambi di tono imprevedibili nella loro ricchezza di sfumature. Una bella sorpresa veramente che ha lo strano potere di farmi sentire vecchissimo e carichissimo allo stesso tempo.

Two Moons “Being Here

Nipotini dei sopracitati Grandaddy, cresciuti con una dieta di slackerismi assortiti i Two Moons rendono onore alla scena di Portland. Una scena che probabilmente me la sono immaginata io nella mia testa e qualche altro amico perché nessuno dei gruppi che stiamo incensando insensatamente da tempo è mai riuscita a raggiungere consensi appena decenti.
Ma questo la dice lunga su di loro. E soprattutto su di noi.

Jesus And Mary Chain “Always Sad

A proposito di tristezza, chi si sarebbe mai immaginato che Jesus And Mary Chain fossero ancora capaci di sfornare una canzone come questa? Intendiamoci, è sempre la solita canzone. Ho provato a cantarci sopra Happy When It Rains (sempre una questione di triste/felice…) e ci cascava sopra alla perfezione.. Ma questo è un grande pezzo, rilassato e disperato con la voce di Bernadette Denning che fa da contrappunto perfetto a Jim Reid.
Per me i J&MC sono il primo ascolto di Never Understand su Radio Città Futura, così dissonante da pensare che la radio fosse scassata. Sono Bill Murray e Scarlett Johansson che si perdono nella folla di Tokyo con Just Like Honey che ti uccide ogni volta. Sono la curiosità di conoscere un nome nuovo sulle pagine del tuo giornale preferito e che un giorno diventerà la colonna sonora della tua vita.

Massimiliano Bucchieri

Indispensabile (Fiver #06.2017)

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C’è stato un momento nella vita in cui ho pensato che forse me la sarei anche potuta cavare con poco. Che poteva esistere, nascosto da qualche parte, un tipo di mestiere che mi avrebbe consentito di mettere assieme uno stipendio sufficiente a campare realizzando cose che mi piacevano veramente e poteva anche esserci un tipo di vita che avrei potuto portare avanti per conto mio arrivando in fondo senza attirare attenzione, facendomi gli affari miei. Sarei rimasto rannicchiato in qualche angolo dove la luce non sarebbe mai arrivata a far vedere la polvere, mettere in evidenza i graffi e le ammaccature, rimarcare le cicatrici. Immagino che avrei potuto farlo sul serio con un po’ di convinzione e di coraggio in più. Se non ne sono stato capace la colpa è solamente mia che non ci ho creduto abbastanza e alla fine ho fatto altre scelte, quindi non me la prendo con nessuno.
Nel tempo il rimpianto per non aver tentato di andare fino in fondo si è attenuato e ormai capita raramente che ci pensi, me la son fatta andar bene così e non è nemmeno andata tanto male. Però quando mi capita di incontrare un tipo come Andrew Fern questa faccenda mi torna in mente e mi strappa un sorriso più dolce che amaro al pensiero che lui è quello che volevo essere io. Lui ce l’ha fatta.
Non ho effettivamente idea se a Andrew Fern per vivere sia sufficiente il lavoro che gli vedo fare, ma se lo è lui è il mio modello ideale. Andrew Fern è l’uomo che negli Sleaford Mods fa quello che non canta. Se non li avete mai visti dal vivo date un occhiata a un video qualunque. Se ne sta in un angolo con una mano impegnata a tenere stretta una birra e l’altra in tasca, probabilmente indaffarata a grattare le palle. Si muove con dinamismo decisamente moderato e annuisce. Quando crede sia il momento di agire pigia, presumibilmente a caso, il tasto di un qualche aggeggio elettronico appoggiato nei suoi paraggi. La sua presenza è di quelle a bassissimo valore aggiunto dal punto di vista tecnico ma di enorme potenzialità ideologica, oltreché estetica. Andrew Fern non è mosso dalla rabbiosa acidità alcolica che carica la molla al suo amico Jason Williamson. A lui pare non importare un accidenti di niente di nulla e di nessuno. Lui si astrae, se ne tira fuori e utilizza l’unico sistema per restare sereno in un’epoca come quella che stiamo vivendo, un’epoca in cui la gente secondo logica dovrebbe stare in strada giorno e notte con un fucile carico in mano spianato contro qualcosa e contro qualcuno. Ognuno scelga a proprio gusto chi è il qualcuno e qual è il qualcosa. Lui guarda le cose, ci passa vicino e riesce a ignorarle consapevole del fatto che quando non ti frega un cazzo di nulla, nulla ti può scalfire. Essendosi come chiunque altro ormai arreso a tutto, nelle ideologie così come in qualunque passaggio della vita quotidiana, Andrew Fern attua l’unica mossa possibile: non potendo cambiare il mondo agisce in modo che il mondo non cambi lui. E così vince. Tanto a macinare incazzatura ci pensa il socio, che è anche quello che si espone alla luce mostrando graffi, ammaccature e cicatrici. Assieme loro due, Andrew Fern e Jason Williamson, mi ricordano incidentalmente che la musica con cui sono nato, quella che un tempo qualcuno definiva alternativa perché effettivamente era un’alternativa a tutto il resto non solo per come suonava ma anche perché era un’attitudine che indicava uno stile di vita altro, non è una musica con cui teorizzare con gli amici al bar di un social network pesando ogni parola per stare attenti a non urtare la sensibilità di qualcuno. Ancor più questi due mi rammentano che la musica che mi piace sul serio non è solo musica ma è una chiave per accedere a altri immaginari e (sotto) culture diverse. Che la musica che mi piace per davvero può anche non essere formalmente bella e socialmente corretta ma può avere il sapore guasto di una vodka da due soldi comperata al discount, l’odore acre del piscio schizzato contro il muro di un vicolo e il ritmo ostile del ringhio hooligano in curva a Millwall.
Per questo, al di là di qualunque gusto musicale, al di là della bontà dei dischi e delle canzoni, al di là del bene e del male, oggi gli Sleaford Mods sono l’unico gruppo che mi è indispensabile tra quelli che conosco. 
L’unico che mi fa sentire vivo per davvero. 
L’unico.

Sleaford Mods “B.H.S.

Il nuovo disco degli Sleaford Mods si intitolerà English Tapas e uscirà per Rough Trade il 3 marzo.
Gli Sleaford Mods saranno in Italia a fine maggio per quattro date: il 27 al Santeria Social Club di Milano, il 28 allo Spazio 211 di Torino, il 30 al Locomotiv di Bologna e il 31 al Monk di Roma.

Priests “JJ

La voce di Katie Alice Greer, tipo piuttosto interessante a giudicare da quel che dice, mi ricorda quella di Beth Ditto delle Gossip, e non è un complimento da poco. La musica dei Priests è tirata e saltellante e il fatto che arrivino da Washington D.C. con la benedizione di casa madre Dischord è già di per se una garanzia. Sono in giro da un quinquennio ma il primo album, quello che contiene questo pezzo e che si chiama Nothing Feels Natural, esce solo ora per un’etichetta che gestiscono direttamente loro, la Sister Polygon Records. Mi mancava da un pezzo ascoltare un disco del genere.

Spartiti “Elena e i Nirvana

Con la musica italiana cantata in italiano ho sempre avuto un rapporto complicato, rapporto che negli ultimi mesi è diventato decisamente difficile, ai limiti della vera e propria rissa. Eppure gli Offlaga Disco Pax mi sono sempre andati a genio. Ai tempi di SG 1.0 scrissi anche una cosa su di loro. Se mi piacevano gli Offlaga ovvio che mi siano graditi anche gli Spartiti che in qualche modo possono considerarsi il logico proseguo. Max Collini ha un approccio al racconto capace al tempo stesso farmi ridere, pensare e in certi momenti pure commuovere e sulle qualità di Jukka Reverberi come musicista inutile stare a parlare. Questa canzone, per come la vedo io, racconta più cose sul rapporto tra un ragazzo e una ragazza di un qualunque trattato sociologico da mille pagine e la suspense riguardo a quale sia il disco che Elena porta in regalo a lui da Londra, sciolta attorno al minuto sei per quanto già svelata nel titolo della canzone, è la stessa che accompagna il tiro di un calcio di rigore al novantesimo.

Rat Columns “Someone Else’s Dream

I Rat Columns sono il classico gruppo che quando mi ritrovo tra le mani mi chiedo come mai non mi sia mai capitato di sentirne parlare prima. Hanno già due album e diversi ep fuori, un paio pubblicati peraltro da etichette che sono solito seguire (R.I.P. Society e Blackest Ever Black). Il disco nuovo, Candle Power in uscita a inizio marzo, sarà pubblicato da un’altra label che mi è cara, la Upset the Rhythm. Copio e incollo una frase che ho appena letto e che definisce questa canzone meglio di qualunque altra parola mi possa venire in mente al momento: is a sparkling piece of jangle pop bliss that sounds like it was ripped out of the catalogs of Razorcuts, Sea Urchins or early Go-Betweens. Punto e basta.

Fazerdaze “Lucky Girl

Fazerdaze è Amelia Murray, ragazza di Auckland con due ep autoprodotti a referto e un album in arrivo tra qualche mese. Morningside sarà il suo titolo e uscirà il 5 di maggio per la Flying Nun. Questo è il singolo che lo anticipa promettendo benissimo.
La prossima volta che nasco devo assolutamente ricordarmi di farlo in una di quelle isole sparpagliate in mezzo al Pacifico all’estremo est, laggiù sotto l’Australia.
Arturo Compagnoni