And I need all that stuff (Fiver # 13.2017)


C’è stato un momento, più o meno a cavallo di metà anni ’80, in cui i Jesus and Mary Chain sono stati il mio gruppo preferito. Non che riconoscessi loro chissà quali meriti: erano solamente le persone giuste che suonavano la musica giusta nel (mio) momento giusto. Avevo appena varcato la soglia dei 20 anni e loro, più vecchi di quel tanto che a quell’età basta a farti sentire inadeguato, erano il mio modello. Con quei giubbotti di pelle nera stirati sui fisici asciutti, le lenti scure per nascondere gli occhi fin oltre il tramonto, un batterista in piedi dietro uno scheletro di tamburo e una cascata di rumore capace di non smarrirsi e tenere il ritmo ricordandosi che per essere pop occorre anche infilare da qualche parte un minimo di melodia e i ganci giusti. Non ultima, anzi forse prima di tutto il resto, quella loro inclinazione alla vita così totalmente menefreghista da farmi andare nei matti: non gliene fregava un cazzo di niente e di nessuno e ci tenevano a fartelo sapere. Poi c’era quel verso, quella sola unica frase di una loro canzone, che mi sembrava raccontasse alla perfezione tutto il me stesso di allora ma che in realtà racconta molto più compiutamente il me stesso di oggi, a distanza di un abbondante trentennio: you never understand me.

Ad ogni modo dopo i primi due album il gioco di Gesù e Maria Catena cominciò un po’ a stancarmi.
Continuai a comperare i loro dischi, a ballare le loro canzoni migliori e a leggere le cronache delle liti tra i fratelli Reid, tutto a una certa distanza però. Anche se non li ho mai messi da parte, sono sempre rimasti lì nei paraggi a ricordarmi tutti i calci, i pugni, le incazzature e le porte sbattute con nelle orecchie il feedback di Upside Down e a rievocare le volte che mi sono innamorato di un paio d’occhi con la filastrocca dolceamara di Just Like Honey a farmi da colonna sonora.
Così quando un paio di anni fa i fratelli hanno deciso di rimettersi assieme per suonare Psychocandy dal principio alla fine non ci ho pensato un momento, ho buttato due magliette in valigia e sono partito per Londra est direzione Troxy, pur essendo insofferente alle reunion e nella piena consapevolezza che un live dei Jesus and Mary Chain non vale quasi mai il prezzo del biglietto. A meno che non decidano di spaccare tutto e mettere in piedi una rivoluzione lunga quanto il tempo di un paio di giri al banco del pub sotto casa.
Al contrario in questi giorni sentivo necessità di ascoltare delle loro nuove canzoni più o meno allo stesso modo in cui avverto il bisogno di una birra sgasata e calda a colazione. Vale a dire meno di zero, per dirla con Bret Easton e Costello. Dopo qualche giorno di esitazione l’altra mattina mi sono comunque deciso e ho premuto stancamente la freccia del mio pc sopra la casella “esegui tutti” avviando windows media player senza aspettarmi assolutamente nulla.
E in un attimo è stato come riappropriarmi di tante cose, un tempo care, tutte assieme. Robe diversissime tra loro che nemmeno ricordavo più di avere parcheggiate in memoria: il tema delle elementari dove descrivevo i miei migliori amici (e sì Massi, ci sei anche tu), i gol della Serie A disegnati da Carlo Silva in calce agli almanacchi illustrati del calcio Panini, le puntate di Happy Days sulla Rai prima di cena alle sette e venti della sera, le note di God Save the Queen (o era forse Anarchy in the UK?) dei Pistols sparate dalla console del Vidia come intro al concerto dei ragazzi di Glasgow a Cesena, fine maggio dell’86.
L’ascolto del nuovo disco dei Jesus and Mary Chain è stato un dejà vu che più ovvio di così non poteva essere. Una successione talmente logica e scontata da rendere imbarazzante il fatto che mi sia piaciuta così tanto. Dietro ogni singola nota ho indovinato puntualmente la nota che seguiva, scoperto le rime di ogni verso prima che a pronunciarle fosse la voce di Jim Reid e previsto la sequenza di battute della drum machine in anticipo sul mio piede che poi partiva a seguirne il ritmo.
Trovarmi oggi davanti a un disco nuovo dei Jesus and Mary Chain è stato come sedermi al tavolo con un vecchio amico che non vedevo da tempo e scoprirmi a studiare le rughe dipinte sul volto di lui e le mie, riflesse nello specchio dei suoi occhi. Tentando di rammentare il momento esatto in cui ho smesso di sentire il bisogno della sua compagnia che pure mi accorgo essere ancora oggi così necessaria e illudendomi che la porta alle sue spalle incornici all’improvviso la sagoma di una persona cui poter tornare a dedicare una canzone.
Una canzone come questa:

The Jesus and Mary Chain “Always Sad”

You ain’t like those other girls / There’s nothing like you in this world / You got something more than curls / You ain’t like those other girls / I think I’m always gonna be sad / ‘Cause you’re the best I’ve ever had.

Trementina “Please, Let’s Go Away

Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere il Cile attraverso il rock and roll, il garage e la psichedelia di Föllakzoid, Holydrug Couple, La Hell Gang e Chicos de Nazca e messo nella cartella degli ascolti prossimi futuri una lista con i nomi di Mi Andromeda, Vuelveteloca, Lumpen & the Happy Pills e qualche altro.
Ora tocca allo shoegaze con deviazioni 60’s dei Trementina, disco in uscita per quei mattacchioni di Burger Records.

The Orwells “Buddy

Ok, questa è roba per quindicenni e sì, lo so che tra poco Giulio mi sorpasserà a sinistra e ascoletrà roba più seria ed evoluta di certe cose che ancora mi ostino a farmi piacere, ma questi ottantasei secondi proprio non riesco a levarmeli di torno.
Movin’ on, did my time / Feelin’ fine, feelin’ fine.
Oh yeah.

Coco Hames “I don’t Wanna Go
https://soundcloud.com/mergerecords/03-i-dont-wanna-go
Dei The Ettes conservo uno sbiadito ricordo che risale a una decina di anni fa. Un trio con qualche disco licenziato dalla gloriosa Sympathy for the Record di Long Gone John, alle prese con un garage pop abbastanza ordinato e non troppo fantasioso. Lindsay “Coco” Hames era la loro cantante e le canzoni che stanno dentro il suo primo album solista in uscita per Merge sono quelle che in questi anni ha accumulato nel cassetto, con in mezzo pure una cover dei Replacements. Powerpop, janglepop, punkpop e una generosa spruzzata di country vecchia maniera.
E la sua voce naturalmente, una di quelle voci per cui è lecito perdere la testa.

Girlpool “Cut Your Bangs

Il primo disco delle Girlpool mi era piaciuto parecchio ma da quel che ricordo mi sembra fosse piaciuto solo a me. E’ un po’ di tempo che non lo riascolto, comunque mi pare che nella mia catalogazione mentale lo avessi sommariamente associato alle robe degli Young Marble Giants e a certe cose delle Marine Girls.
Ora sta per uscire il secondo disco.
Ho l’impressione che anche questo mi piacerà parecchio.

Arturo Compagnoni

My head is full of popular songs (Fiver #12.2017)

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Steve Lacy

A quanto pare il problema è diventato Auto-Tune. Un software che corregge gli errori dell’intonazione della voce (detto in maniera sommaria) che ha preso sempre più piede in studio di registrazione. Tale trovata tecnologica ha condizionato le voci di alcuni dei dischi che ho più amato nelle ultime settimane: da Frank Ocean ai Dirty Projectors, per dire. Qualcuno è arrivato ad augurarsi che in futuro i dischi possano riportare l’avvertenza 100% Auto-Tune Free, magari con un bollino posizionato in copertina, come se ciò comportasse automaticamente una qualche patente di credibilità artistica e di qualità.

Non mi è mai interessata la tecnica strumentale. Non ho mai suonato uno strumento (o quantomeno i tentativi portati a termine non sono degni di memoria) e il mio approccio nei confronti di una canzone è sempre stato del tutto “emozionale”. Naturalmente anch’io, prestando un attimo di attenzione, mi rendo conto quando la funzione Auto-Tune è attivata in una canzone (soprattutto da quando i parametri settati in maniera estrema hanno prodotto un effetto che è diventato quasi un marchio di fabbrica dei dischi contemporanei, in particolare in ambito R&B e pop) ma da qui a gridare allo scandalo o a farne una ragione di purezza mi pare che ce ne corra, nonostante l’articolo del Time che si è affrettato ad inserire l’invenzione del software in questione come una delle 50 peggiori trovate della storia. Delle volte anzi mi pare un effetto positivo che nelle varianti più estreme capisco possa disturbare. Quanto un qualsiasi arrangiamento sbagliato. Né più né meno, ecco. Si tratta di non esagerare, magari.

Non ne farei una guerra di religione. Perché mi ricordo ancora quello che si scriveva a proposito dei primi New Order. Lo scandalo della drum machine, in alcuni brani. I sintetizzatori che sostituivano le chitarre. Vi sento ancora, scandalizzati. Vi vedo tirare fuori il santino di Ian Curtis e sfidare gli eretici a forza di parolacce e sputi. I primi New Order, rendetevene conto.

Alla fine si tratta di capire se una canzone funziona o meno. Auto-Tune per quanto mi riguarda è solo un dettaglio. O una curiosità legata a quello che succede in una sala di registrazione o nelle sue varianti estreme nell’utilizzo su di un palcoscenico, dal vivo. Ma che mi lascia sostanzialmente indifferente. Se una canzone mi emoziona lo fa comunque. Poco importa che sia suonata, con una chitarra, un synth, un computer o qualsiasi altra cosa vi venga in mente.

DIRTY PROJECTORS – Keep Your Name

Il nuovo album dei Dirty Projectors è entrato alla grande in tutta questa grande discussione a proposito di come debba suonare un disco nel 2017. Penso che a David Longstreth di tutto ciò importi pochissimo. Troppo impegnato ad esorcizzare in musica un distacco doloroso che ha trasformato la band in un progetto solista, tra le altre cose.
Questa canzone, per me, è uno dei migliori brani a proposito di una separazione che mi sia mai capitato di ascoltare. Tutto, e dico tutto, anche l’Auto-Tune, è assolutamente funzionale all’andamento della canzone stessa. Il risultato finale è da pelle d’oca.
Come canta lui stesso ad un certo punto: What I Want from Art is Truth…..esattamente quello che ha deciso di riversare in una canzone fantastica. Alla faccia dell’Auto-Tune e delle nostre paranoie un po’ snob su quello che è figo suonare e su come dovrebbe farlo. Intanto, là fuori, qualcuno i dischi li ascolta ancora per le giuste ragioni. Si commuove. Si emoziona. Se ne sbatte altamente i coglioni dell’Auto-Tune di turno, insomma.

JAY SOM – Baybee

Cesare Lorenzi utilizzando il Wu-Tang Name Generator si trasforma in Irate Warrior (ve lo dico perché ne vado particolarmente orgoglioso).
Jay Som, a quanto pare, è un nome nato utilizzando questo stesso metodo. Dietro si cela una ragazzina (Melina Duterte) che scrive canzoncine pop dal peso specifico limitato, fatte di chitarre gentili e da qualche synth ben educato. Indie-rock un po’ palliduccio, sulla carta. Perché poi, in pratica, canzoni come questa hanno il merito di funzionare. Non so voi ma personalmente qualsiasi gruppo che mi faccia tornare in mente i Prefab Sprout non può non piacermi.

STEVE LACY – Ryd / Dark Red

Un disco di demo, assemblati direttamente sul telefono, assolutamente meravigliosi. Aggiungeteci che il protagonista in questione ha 18 anni e il gioco è fatto. Eccola qui la next big thing, a metà strada tra il primo Pharrell, la coolness slacker di Frank Ocean e suggestioni indie. Queste due canzoni, seppur solo abbozzate e racchiuse in un unico video, mettono tanta di quella carne al fuoco che è letteralmente impossibile non volerne ancora. Al più presto, inoltre. Perché di cose belle ne abbiamo bisogno immediatamente. Qualcosa di grande sta per succedere…..I don’t know it but i feel it coming……

ROLLING BLACKOUTS COASTAL FEVER – French Press

Canzone perfetta. Un po’ Feelies un po’ Go-Betweens per questa band di australiani di Melbourne che debutta su Sub Pop con un EP di 6 brani capace di ridare fiato e fiducia a tutti quelli che amano un certo tipo di suoni. Per tutti quelli che si augurano di ritrovare lo spirito che animava i gruppi della scena Paisley, a metà degli anni ottanta. Gente capace di recuperare i suoni dei sixties, aggiornarli e fare la storia con una serie di dischi che ancora oggi gli appassionati trattano come oggetti preziosi. Nell’anno del ritorno dei Dream Syndicate una canzone così, mi sembra sia proprio di buon auspicio.

TIM DARCY – Still Waking Up

Gli Ought sono stati uno dei gruppi da tenere sempre evidenziati nell’agenda delle ultime stagioni. Ad un debutto sensazionale è seguito un disco ottimo. Ci hanno poi conquistato definitivamente dal vivo, con un concerto tra le dune dell’adriatico che ancora ricordo come un piacevole sogno ad occhi aperti.
Del resto impossibile rimanere indifferenti a quei ricami chitarristici capaci di rendere tributo a gruppi come Television e Velvet. Il tutto con personalità, grazia e talento.
Un disco solista, sinceramente, è stato una sorpresa inattesa che inevitabilmente porta con sé un piccolo bagaglio di suoni inediti.
Il disco funziona nel suo complesso ma questa canzone mi ha fatto letteralmente innamorare. Mi pare la migliore canzone degli Smiths non degli Smiths. Una melodia spettacolare con Tim Darcy gigione al punto giusto nel pur improbabile ruolo morrisseyano e allo stesso tempo capace di non far rimpiangere Johnny Marr con un giro di chitarra stupendo nella sua efficiente semplicità. O forse il problema sono io che mi immagino cose che in realtà non esistono, just…..because my head is full of popular songs…….
 

CESARE LORENZI

Pass the time, not going anywhere (Fiver #11.2017)

The Feelies


Mentre il taxi avanza nervosamente per via della Bufalotta guardo pensieroso fuori dal finestrino. Mi sfila davanti il Teatro Espero, sede di alcuni concerti di una stagione passata e sepolta tra i quali un infuocato live dei CCCP che terminò con disordini e cariche della polizia.
Oggi il Teatro Espero è una sala bingo e un cartello richiama la mia attenzione “se hai più di 50 anni la prima cartella è a metà prezzo!”. Sospiro.
Sul sedile accanto a me mio padre mormora “qui una volta era tutta campagna..”. Immagino che il tassista non avrà trovato grandi differenze tra i due soggetti che stava trasportando, distanti una quarantina d’anni anagraficamente ma accomunati dalla stessa vena malinconica di rimpianto.
Più tardi, sul lettino che ha ospitato i miei pomeriggi di adolescente, indosso la cuffia e provo a sconfiggere la malinconia con il nuovo album dei Feelies. Un po’ come quando qualcuno ti dice che il miglior rimedio per un raffreddore è fare un bel bagno ghiacciato.
I Feelies. Amati a dismisura dal solito manipolo di sfigati di cui mi onoro di far parte. Beautiful (?) losers.
Gente che non solo non è riuscita a saltare sul treno del successo. Gente che probabilmente non è mai neanche arrivata in stazione per prenderlo, quel treno.
In between è il titolo del nuovo disco. Un disco bellissimo. O almeno lo è in questo momento. Malinconia liquida che allaga la stanza e che si insinua tra pile di vecchi Rockerilla, primi album dei Rem (non a caso) e casse di stereo che hanno ospitato l’ultimo disco ai tempi di Meat Is Murder..
I rimandi velvettiani sono una cascata tanto che mi sembra di scorgere il profilo di Nico, lì tra la porta e la finestra. In realtà è un vecchio pupazzo di Pluto mezzo smembrato attaccato al termosifone, ma in quel momento, con quell’accompagnamento perfetto, potrei anche confessargli ansie e rimpianti, e lui potrebbe anche rispondermi, in tedesco.
Un momento in cui faccio fatica a contestualizzare. In cui mi devo ritrovare. Un momento in cui il mio privato è l’unica cosa che conta.
Rifletto su quanto scritto su queste pagine da Arturo e Cesare nelle ultime settimane sulla musica e sulla sua perdita di impatto, di importanza nel formare e indirizzare culturalmente le nostre vite. Innegabile. Come è innegabile che i dischi importanti delle nostre, della mia vita albergano in periodi storici differenti dall’attuale. Ma non tutto finisce qui.
Un altro particolare ha sempre rivestito un importanza capitale nella mia esperienza di ascoltatore.
Quel particolare momento in cui la musica incontra il tuo privato. Il momento in cui la tua storia d’amore, i tuoi ricordi, la tua rabbia hanno bisogno di un accompagnamento, una colonna sonora. Qualunque essa sia. Nuova o vecchia, seminale o effimera. Travalicando tempo e spazio.
Mi scuoto, cerco di cancellare l’inquietudine che ha pervaso questo pomeriggio.
Ripenso al tassista romano che esclamava entusiasta salutandomi “Nun ce posso crede, sei de Bologna! Mi nonno m’ha insegnato l’amore pè la maja rossoblù!!”. Quante possibilità c’erano d’incontrare un tassista tifosissimo del Bologna poco sopra il Tufello?
L’ho interpretato come un segno e più tardi, in stazione, ho comprato un gratta e vinci.
Non ho vinto niente.
Ci deve essere una morale. Qui da qualche parte.
Ma non credo di volerla sapere.

The Feelies “Pass the Time

Los Campesinos! “Renato Dall’Ara

Chissà se il tassista di cui sopra conosce i Los Campesinos! e chissà quale faccia farebbe nel leggere il titolo del primo pezzo del loro nuovo album. Non è un omaggio al Bologna ma un ricordo di un quarto di finale dei mondiali di Italia 90, Inghilterra – Belgio. Quella partita me la ricordo e mi ricordo il gruppo di tifosi inglesi che incrociai quel giorno alla stazione centrale. Uno di loro aveva una maglia dei Jesus And Mary Chain. Curioso come non ricordi il 90% delle cose che oggi mi accadono intorno ma ricordo questo particolare insignificante. (Insignificante?). Un piccolo corto circuito temporale che trova il suo compimento sulle solite, irresistibili, note arrembanti dei “contadini” gallesi.

Human Colonies “Sirio

Piccoli nipotini di Kevin Shields crescono. Tra Bologna e Firenze. Con il piede piantato sul pedale degli effetti e Only Shallow nel cuore. La colonna sonora perfetta per piccoli dinosauri felici che rincorrono cavalli luccicanti. Big Domino Vortex è il mini appena uscito per Mia Cameretta Records/Lady Sometimes Records ed ha il sapore di tante cose buone. Tutte insieme. Isn’t Anything, it’s really something.

Ride “Home is a Feeling

C’è stato un momento in cui i Ride hanno significato parecchio per parecchi di noi. Quel periodo che inizia con i primi due Ep, passa attraverso Nowhere e si conclude con Going Blank Again. Nel 1992 alla Brixton Academy mi sparigliarono sentimenti e futuro e su di loro non posso essere neutrale. Il giudizio sulla loro reunion era rimasto un po’ sospeso fino all’uscita del primo materiale veramente nuovo come la doppietta uscita in questi giorni, Charm Assault e Home Is A Feeling. Quest’ultima, in particolare, riprende idealmente il discorso circa dove Leave Them All Behind l’aveva lasciato. Malinconia rumorosa gonfia di epicità moderna. Un ottimo ritorno. Quest’estate “appariranno” in Sicilia all’Ypsigrock Festival e cercherò proprio di non perdermeli, nell’incanto di Piazza Castello con le luci sparse sui Monti Madonie in lontananza. Non riesco ad immaginare uno scenario migliore a 25 anni esatti di distanza da quella sera londinese.

Snail Mail “Thinning

C’era una ragazza con la maglia di J-Ax e Fedez al bar sotto casa stamattina. Annuiva entusiasta a sottolineare la musica diffusa nel locale. Penso a Lindsey Jordan che ha 17 anni. Va a scuola nel Maryland e ha una passione per il lo-fi di un po’ di anni fa. Mette su una band. I tipi di Dischord si incaricano di distribuire il loro ep di esordio.
Il tutto adorabilmente fuori tempo massimo.
Come in un musical da strapazzo con 50 euro di budget mi immagino la stessa ragazza che invita tutti i presenti a ballare sulle note di Thinning, lì tra il frigo dei gelati e lo scaffale delle merendine Kinder.
Approfittando del mio sguardo confuso una vecchietta, con una piccola e maligna gomitata, mi sfila il Resto del Carlino da sotto il naso.
Mi riporta alla realtà la consapevolezza che della vita non ho proprio capito tutto tutto.

Massimiliano Bucchieri

1996 – 2017 Choose Life (Fiver #10.2017)

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Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che a qualcuno da qualche parte freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro.
Mark Renton, Trainspotting 2 – 2017

Ho speso troppo tempo e il tempo si è accorciato*

Autunno, forse inverno millenovecentonovantasei. Nelle sale italiane esce Trainspotting.
Io scrivevo, di nascosto da tutti, il mio primo romanzo. La mattina (tardi) andavo a lezione in Zamboni 38, in via Centotrecento e conoscevo randagi come me e guardavo le ragazze che sembravano di un altro mondo, quello in cui ci si sta bene, comodi e sereni.
Il mio era tutto uno spigolo, pieno di trabocchetti, che ovunque ti voltavi succedeva qualcosa da cui nessuno ti avrebbe salvato.
La notte vagavo, con un clan di poeti estinti strafatti, a caso per una città in cui ancora riuscivamo a perderci. Nessuna scena, nessun riferimento: solo strade e periferie e bar del centro e spazi occupati e droga e qualunque cosa facesse dimenticare di esserci.
Piazza Maggiore. C’era un cinema che forse, di nuovo, ci sarà. C’era un cinema e io quella sera, così stravolto che alla scena in cui Rentboy si fa un’overdose, la scena in cui quel genio di Danny Boyle lo fa sprofondare col suo tappeto nel pavimento sulle note di Lou Reed, a quel punto io volevo scappare via dal cinema che il cervello mi stava schizzando fuori dalla testa.
Mi teneva per un braccio lei, che non ricordo come si chiama. Bellissima, aveva il viso d’angelo di Liv Tyler ma era di Vicenza e punk. C’eravamo conosciuti di mattina, poche settimane prima, a lezione di Estetica. Lei che domanda “è libero quel posto?” indicando lo scranno di fianco al mio e io che non ci credevo che una così volesse sedersi vicino a me.
E poi fogli di quadernone in cui ci scrivevamo da un banco all’ altro anziché seguire il corso (ho dato quell’esame tre anni dopo, lei chissà…) e poi “andiamo a vedere Trainspotting?” e poi per andare a mangiare qualcosa all’Osteria dell’Orsa ci siamo persi – fattissimi, bellissimi- e un’ora dopo l’abbiamo trovata ma lì c’erano già Marco il poeta e il mio miglior amico ubriaco che suonava il sax da solo al piano di sotto e lei non l’ho vista mai più, persa tra le nebbie di quell’inverno che sapeva di albe metalliche e facce che si sovrapponevano a ritmi allucinati di birre, mescalina e anfetamina che tanto eravamo tutti sempre strafatti.

In corridoio ho scritto una frase che so ripetere ma non riesco a ricordare*

Poi, dov’ero? Dov’ero io quel capodanno. Mentre i Massimo Volume suonavano Lungo i bordi al LINK di via Fioravanti. Dov’ero? In quale buco a rintanarmi? Per quale paura, quella volta? Per quale terrore? Di essere abbandonato da chi? Di non essere amato da chi? Solo per compensare tutto quello che era mancato prima.
Ma per compensare occorreva vivere, invece ci nascondevamo. Solo noi, come fratelli di sangue, come i ragazzini di Stand By Me mai cresciuti, legati dall’aver visto troppo chiaro quel segreto segreto agli altri: che la vita è feroce, che non c’è speranza ma andiamo avanti lo stesso, che anche se abbiamo vent’anni non c’è un cazzo da ridere.
Dov’ero, quel 31 dicembre? Sfasciato, in qualche angolo di niente, con uno di voi. Maledetti quanto me. Ci siamo soffocati a vicenda, ci siamo salvati la vita a vicenda. Ci siamo amati come nessuno mai prima né nessuno più potrà.
No, ero solo a lavorare. In quella cucina di quell’albergo. A pagare anche le tre Ceres di merda offerte ai due disgraziati miei compagni di sventura, due camerieri uno di Bari e uno chissà. A pagarle al banco dell’albergo in cui avevo lavorato dalle sei del mattino alle due di notte. Mi sa che ero lì.
Ma sarei potuto essere ovunque. Comunque, non sarei stato dove era giusto essere, dove bisognava essere. Ti ricordi, Paolo? Fuori luogo. Questo era come ci descrivevamo: sempre da un’altra parte, anche se il fiuto ci diceva che ce n’era una giusta, noi non potevamo starci. Potevamo passare, ma dovevamo presto andarcene. Non avere un posto. Non far sapere che c’eravamo.
Noi, sempre dal lato sbagliato. A pochi metri da. Giusto in ritardo. Appena appena ma no.
Non potevo. Non ho mai potuto esserci. Sentivo la vita come un film che ti scivola davanti, come un fiume che scorre mentre tu stai sulla riva. Seduto. A guardare, sognare, quello che si muove lì sotto, ma non hai il coraggio di buttarti. Non c’è nessuno, non c’è mai stato nessuno lì sulla riva con te a dirti “dai, salta, male che vada ci sono io a prenderti”, mai nessuno che entrava in acqua prima per farmi sentire che anche se non toccavo, ci sarebbe stato lui a tenermi su. Mai. Nessuno.
E così ho rinunciato. E così ho guardato. Mi sono seduto al bordo della vita e l’ho osservata scorrere via.
Diverso. Sempre. Loro, gli altri, loro erano di un altro mondo.
Il fatto è che loro sapevano di poter tornare. Qualunque cosa fosse succedeva, avevano un posto in cui tornare.
Io quel posto non l’ho mai avuto. Io ho sempre saputo che se partivo era per sempre. Che ogni “ciao” era un “addio”, che nessuno avrebbe tenuto la porta aperta, si sa mai che avessi avuto freddo, o solo voglia di tornare.
Noi avevamo solo noi. E lo sapevamo.

E così veniamo avanti / simili in tutto a quelli di ieri / aggrappati a un’immagine / condannata a descriverci*

Gli Afterhours ai Giardini margherita. Forse l’ho solo sognato. Millenovecentonovantanove. Possibile fossero loro? C’ero. Ma non mi ricordo. Ricordo Barbara, io pazzo di lei, lei che giocava con me, com’era giusto: troppo bella e troppo giovane per poter pensare a domani. Io troppo fragile, come un pupazzo di cristallo su una pista da bowling. Io domani ce l’avevo sempre in testa e domani era niente. Lei che conosceva il bassista della band e “vieni a vederli, sono forti” e chissà se perché geloso o solo ubriaco ci sono arrivato e ho qualche ricordo confuso di un sacco di gente che cantava e io che cercavo solo lei immaginando che sarebbe finita in camera con quel basso di fianco.
Neanche due anni dopo. Già stufo di Bologna, annoiato dal suo provincialismo, stretto in quella che era già una mamma troppo presente, troppo accogliente, troppo tutto. Se quella volta fossi rimasto a Berlino? Sognavo una città lontana, enorme, in cui nessuno mi vedesse, in cui poter rinascere: diventare. Se fossi rimasto, cosa sarebbe successo?
Ma non potevo. Chi sarebbe tornato se fosse servito? Chi avrebbe mollato tutto? Chi avrebbe sacrificato ancora qualcosa?
Chi aveva bisogno di sentirsi un supereroe, perché solo un supereroe sopravvive a qualunque peso gli si metta addosso.
Sono tornato. E ho incontrato lei, che mi ha salvato la vita. Per farlo l’ha chiusa in una stanza pulita e perfetta da cui non sono più uscito per quasi dieci anni. Non l’avessi incontrata sarei morto, lo so. Incontrarla mi ha costretto a diventare chi non ero, la parte di me che mi avrebbe salvato. Adesso so anche questo.
Trasformarti per salvarti, dimenticarti di te per sopravviverti. Poi, ritrovarti all’improvviso e rovesciare tutto. Rompere tutto. Scappare. Ricominciare. Trovarsi a pezzi. Perdere tutto. Ritrovare la propria faccia in uno specchio grande quanto un cd in dieci metri quadrati di casa, piano terra, che per entrare bisognava cacciare a bestemmie gli spaccini magreb.
Ricominciare. Ma con dieci anni di troppo sulla schiena. Ripartire da dove avevi lasciato, senza più bisogno di sconvolgerti per dimenticarti di esistere ogni sera. Con una vita in più vissuta e cucita sulla pelle, disegnata sulla pelle.
È il tempo, sempre il tempo che ti frega. Non puoi ricominciare, perché puoi ripartire, ma sei un altro. Più vecchio, più ferito, più duro. Più quel cazzo che vuoi, ma un altro.

Scuoti i tuoi angeli drogati Fausto/stasera ce ne andremo in giro/per le vie del centro/allegri come vecchi bonzi ubriachi/consapevoli che il peso del mondo è un peso d’amore/troppo puro da sopportare*

Oggi. Vent’anni e qualche mese dopo quella sera al cinema Arcobaleno con la Liv vicentina (se solo ricordassi come ti chiami ti avrei cercata per chiederti di venire con me al cinema e poi tornare a dimenticarci di nuovo che esistiamo) sono a poche decine di metri da lì, di nuovo seduto sulle poltrone comode davanti ad un enorme schermo in una sala semivuota. Pomeriggio e sono solo. Trainspotting2 (per un colpo di fortuna in lingua originale) ed ho paura. Di quello che sentirò, di quello che vedrò. Dei capelli ossigenati di SickBoy (sarai ancora così figo da farmi credere di essere gay?), delle rughe sulla faccia di Mark Renton. Di quelle che vedo sulla mia. Della voglia di ricominciare – e da grandi se si fa si fa per bene- ad avere come unica meta della giornata la fine della giornata in qualcosa da fumare, sciogliere, spararsi in qualsiasi modo, che sempre dondola davanti alla mente come un ciondolo che cerca di ipnotizzarti.
Comincia il film e ho un tuffo al cuore. Cazzo, sì: Rent ha cambiato faccia. È così anche per me, vero? Se qualcuno non mi vedesse da vent’anni rimarrebbe colpito dai capelli grigi, dalle borse sotto gli occhi, dai segni lì attorno, vero?
Il film fila via e io sono così emozionato che quando esco mi fa male la schiena per quanto ho tenuto contratto tutto.
Prima c’è un’opportunità. Poi c’è un tradimento.
La storia della vita di tutti. Il tempo è l’opportunità. Il tempo è il tradimento. Impari a non perdere l’opportunità quando hai troppa roba dietro da guardare. Quando davanti ce n’è meno di quella che è passata.
Non so dare un giudizio sul film, non riesco ad immaginare cosa ne penserebbe un ventenne. Non penso sia un film per un ventenne. Penso che questo film Danny Boyle l’abbia girato apposta per noi, Paolo. Davide. Sì sì, proprio per noi. Per ricordarci ancora una volta quello che sappiamo già bene: che prima c’è un’occasione, poi un tradimento.
Che commemorare è nostalgia, che siamo sempre dei fottuti tossici, ma abbiamo cambiato la materia delle nostre dipendenze. Che lo saremo sempre perché se sei così non cambi mai, puoi solo scegliere di scegliere, come abbiamo fatto.
Vent’anni dopo il tempo in cui sceglievamo di non scegliere.

Vince chi non si illude/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi*

Rinascere. Cambiare. Diventare qualcun altro. Sei sempre chi sei ma sei un altro.
E allora Rentboy sei ancora quella splendida faccia da bastardello che eri nel 1996. Franco e Spud, sentirvi parlare mi ha strizzato lo stomaco e portato indietro di vent’anni, al mio viaggio a Edimburgo, allo sballone di Leith che dopo aver visto la mia ragazza mi aveva consigliato, Tennent’s Super in mano a metà mattina, di girare i tacchi e tornare nelle vie del centro fra i turisti e i tipi in kilt che suonavano le cornamuse. SickBoy, sei ancora così figo ma la tua amica Veronika lo è molto di più: malgrado tutto, confermo i miei gusti in fatto di gambe magre e gonne cortissime.
Trainspotting2. Gran sound, gran ritmo. Tanta nostalgia, tanta paura. Tanta voglia, tante possibilità. Come la vita. Scegli la vita.
Non vorrei tornare ai miei vent’anni per tutto l’oro del mondo. Ma vorrei incontrarmi una notte, ventenne, solo per dirmi “vedrai, che ce la fai. Ce la farete tutti. Contro ogni previsione, fra vent’anni sarete tutti vivi e tutto sarà andato comunque bene. E allora, fregatene. Niente dipende così tanto e solo da te. Lasciati vivere. Vivi quello che vuoi. Si può sempre tornare indietro. Si può sempre tornare a casa. Si può trovare una casa anche se non hai mai sentito di averne una. Vai. Parti. Corri. Fai tutto quello che ti va senza paura, senza pensare sempre a doverti costruire scudi, armature, paracaduti. Vai, buttati: anche se nessuno ti ha insegnato a nuotare, imparerai da solo e sarà bellissimo”.
Non si può, lo so. Rivoglio indietro la mia cazzo di vita. Lo dice Franco o SickBoy, a un certo punto del film. Mi sono venuti i brividi. Non si riavvolge niente, non si torna indietro, non si mettono a posto le cose. Mai. Puoi solo andare avanti cercando di far sì che quello che hai dietro faccia pochi danni a quello che ti rimane da fare, da provare.
Quindi? Quindi Trainspotting è un capolavoro, come i vent’anni. Trainspotting2 un gran bel film. Come i quaranta: pieni di opportunità, di energia, di voglia di fare. Travolti dai ricordi, dalla malinconia. Con la paura di vivere nel passato e il terrore di perderlo quel passato buttandoselo definitivamente alle spalle.
Occorre incanalare l’energia, dice Rent. Come? Andandosene. Io a vent’anni me ne sono andato. A quaranta ho tanti pruriti di partenze.
Tempo davanti. Quanto? Chi lo sa. Quanto impegnativo? Dipende da me. Quanto felice? Dipende quasi solo da me. La fortuna? Ormai non ci si può più affidare, ma ci si può sperare.
Vent’anni sono difficili. Quaranta sono meglio. Anche se certe mattine pesano un sacco.
Danny Boyle è un figo. SickBoy, mi dispiace ma c’è Veronika. Spud ti adoro, Franco. Beh, Franco è Franco. Rantbello, sei tutto quello che avrei voluto essere se non avessi avuto veramente niente da perdere, o se avessi avuto veramente qualcosa a cui tornare.
Mi accenderei una sigaretta adesso, fuori dal cinema, ma non fumo più.
Due passi per pensare e tornare nel 2017, Bologna. Alla mia vita responsabile, almeno a volte e affidabile, ogni tanto.
Poi vado a farmi un paio di birre. Appuntamento con due occhi che ti sdraiano anche da lontano. Forse le racconterò tutto questo. Probabilmente non le dirò nulla di tutto questo.
Il tempo? Il tempo rimane quello che ti frega.

Un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Ottavia Piccolo, l’attrice, e lei diceva pressapoco “certe volte l’esistenza mi sembra come una prova generale e mi stupisco che non ci sia poi un’altra possibilità dove tutte le cose verranno fatte meglio, dove questa è solo una prova di quello che sarà”. Personalmente ho convissuto per tanto tempo con l’idea che poi tutto sarebbe rifatto meglio. Si pensa che la maturità ti porterà una consapevolezza maggiore di quello che stai facendo, una profondità maggiore questo e quell’altro… poi invece alla fine ti rendi conto che quello che sai fare è questo, lo stai facendo e un’altra occasione non ci sarà. Ciò è abbastanza traumatico, insomma.
Emidio Clementi – Mucchio n. 675, 2010

*Massimo Volume

Fabio Rodda