Hang The DJ (Fiver #24.2017)

thesmiths-3.18.2013

The Smiths

L’indiano all’inizio di Portobello Road è stato per anni il mio ristorante preferito. Non mi ricordo se si mangiasse davvero bene oppure fosse solo una questione di fascino esotico, di sapori, spezie, colori che a casa mia non esistevano. Forse era solo la soddisfazione e l’eccitazione di essere ancora una volta in quel posto, il quartiere giamaicano di Londra, Nothing Hill. A poche centinaia di metri dal mio luogo di culto preferito all’epoca: il negozio di Rough Trade in Talbot Road.
Erano strade sulle quali mi fiondavo appena potevo, una volta all’anno come minimo ma se capitava l’occasione anche più spesso. Le mie vacanze estive sono state così per un bel po’ di anni consecutivi: Bologna-Londra andata e ritorno. Incurante dei racconti degli amici ventenni dell’epoca che, reduci da Ibiza o da qualche isola greca, non si capacitavano che qualcuno potesse consapevolmente rinunciare a tutto il pacchetto fatto di quelle cose legate alla tarda adolescenza.

Quando da ragazzo li ascoltai per la prima volta (i Velvet) fu per me come una chiamata alle armi, si trattava esattamente del genere di musica che avrei voluto suonare
(Thurston Moore)

Per me era invece tutta una questione di senso di appartenenza, di sentirsi rappresentati in una tribù. Avevo scelto quel mondo in maniera inconsapevole e, sia chiaro, non rimpiango neppure un momento quello che il destino mi ha portato in dote e se potessi scegliere, oggi come allora, ad un club di Ibiza preferisco mille volte il carnevale giamaicano londinese o qualche concertino in un garage di periferia. Il ragionamento era semplice: i ragazzi di Rough Trade hanno aperto a Nothing Hill. Quindi Nothing Hill è figo. Il carnevale giamaicano è a Nothing Hill, quindi è figo di conseguenza. Anche i Clash amavano il dub. Avere mezzo catalogo dell On-U Sound in casa è la diretta conseguenza di quei giorni, insomma. Questo gioco dell’appartenenza, fatto a colpi d’accetta e senza troppo filosofeggiare mi ha fatto finire in luoghi e conoscere persone che sono diventate semplicemente la mia vita.

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SG Posse…..Londra primissimi novanta…..

Scegliere che musica ascoltare era una scelta di campo. La nostra era presunzione allo stato puro, in fondo ma non potevamo saperlo. Pensavamo che fosse l’arte contro il mercato, figuriamoci. Ma era bello crederci e sì, ci sentivamo rappresentati davvero. Bisognava avere anche fortuna, però. Ogni tanto mi chiedo come sarebbe stato se invece che incontrare nel percorso alcuni di quelli che sono diventati e che sono tuttora  i miei migliori amici avessi incrociato subito le teste di cazzo che mi è capitato di ritrovarmi tra i piedi più tardi. I peggiori in assoluto, gente che nonostante avesse il repertorio completo della Stax in casa serbava un rancore e una mancanza di umanità davvero sorprendenti.
Del resto ognuno si sceglie la musica che vuole e, ho imparato nel tempo, per le ragioni più diverse. Indossare la maglietta degli Smiths non rende automaticamente persone migliori, anche se mi pare ancora adesso incredibile che non sia così.
Mi diverte ogni tanto curiosare nel dashboard di Sniffin’ Glucose, vedere il numero di accessi (sempre in crescendo, grazie) e spulciare tra i termini di ricerca che utilizzate per arrivare fino a noi. Questa è la parte più esilarante. Al di là delle in qualche modo scontate ricerche a sfondo musicale (“figli hope sandoval”, “vita rowland s howard”, “perfume genius frasi”) si alternano cose fantastiche (“mi fa male la testa e mi bruciano i capelli la testa e mi fa male e dove stanno andando via i capelli mi cascano diventano bianchi”, “compriamo cose di cui non abbiamo bisogno di soldi che non abbiamo”) ma anche altre che sono particolarmente indicative. Una recentissima ricerca recitava “canzoni morrissey per mandare affanculo”. Ecco, spulciare tra il repertorio degli Smiths per trovare l’ispirazione e mandare a quel paese qualcuno è una pratica decisamente sottovalutata. Talvolta cantare hang the dj, hang the dj, hang the dj…. a squarciagola 141fe55e090ec314b0c57092684ef534.500x150x1rivitalizza anche l’umore più nero e aiuta a mettere tutto nella giusta prospettiva. Perché la musica rimane a discapito di tutti gli hater che ci complicano l’esistenza giorno dopo giorno, perché se siamo ancora qui significa che non abbiamo nessuna intenzione di farci rovinare le giornate e che se abbiamo bisogno di un posto dove andare a rifugiarci cerchiamo canzoni come questa, adesso più che mai.

THE SMITHS – Panic

 
FILTHY FRIENDS – The Arrival

Corin Tucker spacca più di tutti, piú di me e voi messi insieme, più di qualsiasi gruppo con una chitarra a tracolla di questi tempi. Corin Tucker tira fendenti che arrivano alla bocca dello stomaco. Talmente risoluta che, sembra impossibile, Peter Buck viene relegato al ruolo di comparsa. Filthy Friends è una sigla che raccoglie un manipolo di grandi musicisti, tutti con un passato importante alle spalle. Ma Corin Tucker monopolizza la scena, 240 secondi di rock coniugato come se fosse punk con la dose d’energia e il piglio di una grande, grandissima canzone.

THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here

Steve Wynn non è mai andato via, in fondo. Di conseguenza sembra impossibile che l’ultimo album uscito come Dream Syndicate sia una faccenda di 29 anni fa! Tra incursioni soliste o con altre formazioni ha continuato a scrivere canzoni e solcare palcoscenici. Ma il ritorno dei Dream Syndicate è faccenda capace di smuovere anche il più smaliziato dei nostalgici. La canzone che anticipa il nuovo album ha il solo difetto di sembrare costruita a tavolino proprio per risvegliare vecchi entusiasmi ma non aggiunge nulla di nuovo alla formula. I fan del gruppo non lo considereranno certamente un difetto, del resto. Nemmeno io di conseguenza.

KEVIN MORBY – Come To Me Now

Questa canzone apre il nuovo album di Morby. Velluto, un organo splendido, classe che straborda in tutte le direzioni. Lo ammetto: non pensavo che potesse arrivare a tanto. Morby mi è sempre piaciuto, l’ho seguito fin dai tempi della prima formazione (The Babies) e anche nelle prime fasi della carriera da solista. Veniva liquidato sempre come il bassista dei Woods che si è messo in testa di fare il cantante. Aveva ragione lui. Avevamo torto noi. Perché al di lá della canzone tutto l’album si muove a livelli di pura eccellenza e sembra destinato a diventare uno dei migliori dischi dell’intera annata, senza troppi dubbi.

RIPS – LOSING II

Debutto con i fiocchi, da Brooklyn, prodotto da uno dei tizi di Parquet Courts. Non servirebbe aggiungere nulla, a questo punto, perché sarà sufficientemente chiaro il quadro: chitarre, spigoli e melodie accennate. Television, Feelies, Felt, Parquet Courts. Bellissimo, insomma.

CESARE LORENZI

Weather Diaries (Fiver #23.2017)

RIDE

Erano un paio di settimane che le cose avevano preso una piega strana. Da quel maledetto sabato sera. Bevuto tanto, bevuto troppo, per soffocare una delusione, per strozzare tutti i significati di cui aveva sovraccaricato uno stupido, maledetto evento, tanto che gli era sembrato di essere precipitato in una dimensione parallela nella quale succedevano cose terribili o insensate un po’ ovunque.
Lasciando perdere i grandi temi, la musica era sempre stata una parte preponderante della sua vita ma leggere dei 100.000 accorsi per i Guns N’Roses, dei 50.000 per i Radiohead e dei 300.000 annunciati per Vasco Rossi era come leggere notizie di politica balinese. Eventi fuori portata, di nessun interesse.
Viveva come in una serra. Per fortuna gli era sembrato di vedere delle farfalle.

JANE WEAVER – Did You See Butterflies?

Una delle poche cose che era riuscito a comprendere era quanto gli piacesse il nuovo disco dei Ride.
La logica della coperta di Linus. Qualcosa a cui aggrapparsi.
I Ride non erano il gruppo più importante degli ultimi tren’anni. Non ci andavano nemmeno vicino. Ma per un breve periodo per lui lo erano stati. Come lo sarebbero stati molti altri, prima e dopo.
Le premesse erano sconfortanti. Mark Gardener calvo come lui, Andy Bell che aveva capito tutto e si era fatto i soldi con gli Oasis.
Quanto ci avresti scommesso su Weather Diaries? Quasi nulla e invece alla fine potrebbe essere un degnissimo seguito di Going Blank Again.
Forse quando tutte le speranze sono perse è ancora più bello ritrovare qualcosa che credevi fosse andato perduto.
RIDE – Lannoy Point

La malinconia sparsa dei Cende è una cura ed è esattamente al minuto 1,36 di What I Want che riprende un minimo di vigore.
Esattamente quando la deliziosa Greta Kline sussurra dolci parole di raggelante incomprensione:
I’m invisible
As if you care at all
I can’t help to find you misleading
You say be here with me now
As if I would know how
It’s your words, I’m at a loss for

Butta lì il nome con gli amici di sempre e ne riceve in cambio urla scomposte “Teenage Fanclub!”.. “Non so chi cazzo siano ma sono fighi!“..calici sollevati in segno di approvazione. Un sorriso riaffiora.
CENDE – What I Want

Le cose tornano a fuoco, le cose veramente importanti, re inquadra i sentimenti più profondi.
The other day, we got followed on Twitter by Stephen Pastel, which is a huge deal for us because we’re massively into the Pastels.
ORIELLES – I Only Bought It For The Bottle

Si aggira per la spiaggia del Beaches Brew con i Thee Oh Sees che spazzano via tempo e spazio davanti alla “sua” gente. Lui ha in cuffia Trevor Sensor che raglia tra Bruce Springsteen e Ryan Adams. Il tasto repeat ben pigiato. Una ovvia, maledetta canzone americana da titoli di coda di film. In realtà il rock tradizionale americano non gli è mai neanche piaciuto granché. Sorride tra sé e sé.
TREVOR SENSOR – High Beams

Massimiliano Bucchieri

Gruppo Slowdive


Vivere un concerto come un gruppo di ragazzini che vanno in trasferta per la squadra del cuore è la spinta che consente ai nati ai bordi di periferia, dove i tram non vanno più avanti, di inseguire la musica dal vivo e affrontare ogni viaggio con entusiasmo e rinnovata fede. E’ così che il “gruppo Slowdive” si muove: persone dislocate in aree geografiche diverse, i cui dialetti disegnano la provincia italiana e i suoi percorsi.
Partiti, per motivi diversi ma simili, ci diamo appuntamento a Bari, per il Medimex special edition, orario aperitivo, nella splendida venue del “PopUp the Sunday / Indipendent Label Market”, dove facciamo incetta di vinili, tra un cocktail, una chiacchiera e un panzerotto. Messi a dura prova dalle nuove direttive anti terrorismo che ci costringono a vivere la piazza come topolini in gabbia. Dopo una fila estenuante sebbene l’evento sia gratuito, perquisizione e controllo al metal detector, arriviamo in piazza lato bar dove comincia ufficialmente la serata, tra gag e abbracci, saluti e birre.
Il live di Tricky in tutta onestà ci annoia, sebbene lui rimanga un animale da palco e la sua attitudine punk sia ben assecondata da una band essenziale quanto precisa e nonostante molti di noi nei novanta su quei suoni ci volassero. La verità è che l’attesa per gli Slowdive è altissima e tutto quanto succede attorno vale poco meno di un riscaldamento pre partita ben fatto.
Sulle prime note di Slowdive ciò che risulta evidente è che la band è in ottima forma, che l’impianto fa il suo dovere e soprattutto che loro sono una di quei gruppi che le aspettative le divorano.
Il commento comune è “questi suonano come un disco” e ancora “sebbene in centomila han provato a replicare il loro suono, per qualche motivo, sti qua son così personali e così bravi da risultare inimitabili”. Senza scendere in tecnicismi che stancherebbero anche il miglior Riccardone, è solo questione di manico.
Gli Slowdive hanno i testi, hanno voci intonate, hanno chitarre, hanno profondità di suono, hanno ritmica, hanno immaginario. Hanno tutto quello che serve, insomma. Non c’è altro da aggiungere, se non raccontare quello che succede all’interno del “gruppo Slowdive”, ai cui membri ho chiesto il rilascio di qualche dichiarazione dopo una serata spesa insieme. Si va dal sintetico quanto incisivo “bellissimo live” rubato alla bacheca del Colasanti che racchiude il pensiero unanime dei presenti, al cosmico “Slowdive: località da sogno” di Robert Eno, in questa strana quanto unica trasferta in stile Partyzano che profuma di amarcord. Per Luca Barreca, rappresentante della Sicilia che amo: ”Il concerto é stata la dimostrazione di come dovrebbe essere una band di livello, un sistema con proprietà che superano gli individualismi. Un suono emozionante che esce perfetto, elegante e vibrante. Le chitarre che si armonizzano perfettamente e Rachel in splendida forma, una bellezza insomma. Metteteci anche che Salmo ha rubato un po’ di spettatori alla favolosa location. Uno dei migliori concerti degli ultimi anni”.
Già, avevo dimenticato di render conto del nostro più grande timore: gli occasionali. Ringraziamo l’organizzazione per aver sistemato sull’altro palco Salmo che ha raccolto, ovviamente, tutto il nazionalpopolare e il pubblico casuale. Non è una critica all’artista ne all’organizzazione, anzi, penso sia stata davvero una mossa intelligente quella di creare due palchi antitetici capaci di convivere a pochi chilometri l’uno dall’altro. E sebbene, al solito, Edoardo Calcutta voglia percularmi alla sua maniera con la dichiarazione per la stampa “una grande emozione vedere gli Slowdive e Fabio Nirta nello stesso posto” (sia chiaro, se lo può permettere, siamo amici), ma la pelle d’oca ce la siamo sentiti a turno tutti e qualche lacrima l’abbiamo dovuta coprire con altrettante battute. Fabiola Lavecchia, a cui Michele Montagano lascia la parola per la questione aperta delle quote rosa, dichiara: “Ho pensato a quando ho ascoltato gli Slowdive per la prima volta ed ero già grande per vivermeli (nel ’95 avevo 7 anni) e invece no, all’inizio dell’estate del 2017 li ho ascoltati dal vivo e sono stati emozionanti esattamente come me li sono sempre immaginati. Mi sono piaciuti anche i pezzi nuovi che sono bellissimi, anche se non mi emozionano come i vecchi. Ma When the Sun Hits mi ha proprio sollevata (è la mia preferita)”. Ai non pervenuti Carlo Pastore, Daniele Giustra, Livio Ghiraldi, Michele Perriello, Gae Antonacci, Barbara Laneve (non me ne abbiate se vi cito, non me ne abbiate se non vi cito) il mio abbraccio e il mio grazie per i sorrisi e la splendida compagnia. Uno speciale grazie a Francesca Sturzi che, nonostante la crisi Juve, mi ha fatto autografare i vinili dalla band.
L’ultima parola la lascio a Luca, vero mattatore della serata e “premio Sapone”, con il suo “CAVALLO” perfettamente in tema con l’artwork del Medimex:”É una festa e credo si contribuisca fattivamente tutti alla fine. Si guarda il concerto filato tra un cocktail e un altro e alla fine soddisfatti ci si butta assieme nella movida barese, con Fabio e Roberto pieni di gioia e di dischi e io che non trovo piú la via per il b&b”.
In conclusione: se il saggio indica gli Slowdive, lo stolto sta su internet a fare gag sui due biglietti dei Radiohead.

Per i pignoli, per i rosiconi e per la cronaca, ecco la scaletta ed un estratto video del concerto:
1. Slowdive
2. Avalyn
3.Catch the Breeze
4. Crazy for You
5. Star Roving
6. Machine Gun
7. Souvlaki Space Station
8.Sugar for the Pill
9.When the Sun Hits
10.Alison
11.No Longer Making Time
12.Golden Hair (Syd Barrett cover)

Fabio Nirta

Loveless (Fiver # 22.2017)

                                            Poppies  

Innamorarsi è una faccenda importante, anzi di più: un’esigenza vitale. A volte ce ne dimentichiamo e smettiamo di provarci insabbiandoci fatalmente nelle basse maree del quotidiano, peggio ancora, sempre più spesso di quest’urgenza nemmeno ce ne rendiamo conto, la scartiamo preventivamente distratti dalla convinzione che non innamorarsi sia una situazione normale, uno status quo non emendabile.
Cominciamo a rinunciare prima ancora di iniziare a provare, o smettiamo troppo presto.

Ci pensava l’altro giorno mentre era alla ricerca delle possibili cause all’inerzia che da qualche tempo pareva essersi impadronita di un po’ tutte le cose che gli giravano attorno. Presumeva che questa indolenza,  questa pigrizia che assaliva la mente prima ancora che il corpo, avesse anche a che fare con la carenza di stimoli e con la loro conseguente ricerca, fallimentare quanto continua. Non aveva idea se questa cosa fosse comune ad altri, in realtà poteva anche essere solo una questione di età. La sua età.
Comunque era già da un pezzo che gli capitava: gli eventi si succedevano e lui non poteva fare a meno di essere presente, continuava a incontrare persone ma mancavano drammaticamente gli scarti in avanti. Procedendo in orizzontale non riusciva a sfruttare alcuna spinta verso l’alto perché i motori che dovevano fornire quel moto ascensionale funzionavano al massimo a un quarto di quel che sarebbe dovuto essere il loro regime standard: non stava più andando da nessuna parte, insomma.
Fare le cose che da sempre era stato abituato a fare, quelle che in certa misura gli davano piacere ed erano in grado di generare entusiasmi, non spostava più alcun equilibrio: farle o non farle era diventato sostanzialmente irrilevante. Con la differenza – non da poco – che il non farle era molto meno faticoso che il farle. Quindi si chiedeva sempre più spesso se ne valesse la pena. E la risposta a quella domanda era invariabilmente una e una soltanto.

Rispetto all’innamorarsi aveva da sempre una sua teoria: immaginava che la propensione ad infatuarsi di qualcosa o di qualcuno dipendesse anche dalla quantità di amore a disposizione in ogni momento.  Come se ognuno di noi avesse in dote una specie di vaso destinato a contenere le emozioni che periodicamente si colma per poi svuotarsi. Nei momenti di piena non è possibile  andare oltre con il caricamento di ulteriori quote di affetto e viceversa  quando scarico lascia un oceano di spazio per invaghimenti estemporanei  che vengono trattati alla stregua di amori della vita. Giunto al punto in cui era arrivato lui iniziava a temere che quei canali dedicati a fare entrare e uscire amore dal suo personale vaso delle emozioni non facevano passare più nulla, come se si fossero nel tempo ossidati, incrostati dalla spessa patina delle troppe abitudini sedimentatesi e intasati dal sudiciume delle delusioni patite. E questo era un problema più serio di quanto poteva apparire ad un primo superficiale esame.
Forse era il tempo per iniziare una massiccia bonifica di quei canali, forse era il tempo di rimettersi in movimento, forse era il tempo di tornare a innamorarsi, o almeno anche solo  provarci.
Partendo dalle canzoni, delle le persone avrebbe cominciato ad occuparsene più avanti.

Alvvays “In Undertow

A proposito di innamorarsi, alcuni miei amici hanno sviluppato negli ultimi anni una passione fuori dall’ordinario per questa band canadese. Suppongo che sulla seduzione da essi esercitata un ruolo lo abbia anche il sorriso biondo della cantante, Molly Rankin. In ogni caso la canzone che annuncia il loro secondo album, Antisocialites (bel titolo) in uscita il prossimo mese di settembre, promette benissimo.

Poppies “Told

Questi me li ha segnalati Cesare e li piazzo qui anche solo per il gusto di farlo incazzare scippandogli per l’ennesima volta il merito della scoperta. Arrivano da New York e la canzone qui sopra è uscita su un sette pollici cui è appena seguito un ep con dentro canzoni in cui si sente di più la voce della biondina di cui alla foto sotto al titolo di questo post. Una ragazza di quelle che a occhio è troppo facile innamorarcisi, quindi lasciamo stare.

Splashh “Waiting a Lifetime

Non mi pare di aver letto in giro reazioni a questo nuovo disco degli Splashh che a parer mio è invece decisamente buono. Ma forse sono io che non le ho viste, da qualche tempo ho ripreso a leggere libri e quello che passa in rete passa anche lontanissimo dai miei occhi.

Noise Addict “The Frail Girl

La meravigliosa Numero Group ha appena fatto uscire un doppio vinile che raccoglie tutte (credo) le canzoni che sono state al tempo pubblicate dai Noise Addict, uno di quei gruppi che quando li ritrovo mi verrebbe voglia di rispolverare la mia vecchia concezione manichea del mondo. Quella che traccia una riga e da una parte stanno coloro che senza aprire wikipedia sanno dirmi anche in una sola frase chi erano i Noise Addict, dall’altra tutti gli altri.

Sea Pinks “Watercourse

Da Belfast, giro Girls Names, sei dischi in sette anni: il caro vecchio indie rock di una volta.

Arturo Compagnoni

Wish I could be strong like you (Fiver #21.2017)

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Helium

Definire un genere musicale con una singola parola è una forzatura che solitamente non rende giustizia alle inevitabili sfaccettature della musica stessa. È un problema della definizione in quanto tale, evidentemente. Ma alcune sono comunque brillanti. Shoegaze, per esempio, mi ha sempre fatto ridere ed ha un suo perché.
Un’altra a cui sono affezionato è Bedroom Pop. In questo caso mi solletica la presunzione romantica che sia possibile produrre musica, magari grande musica, nella propria camera da letto. In fondo si tratta della definitiva messa in pratica di un’ideologia indie che presuppone che la musica sia davvero a portata di chiunque voglia provarci e che l’unica cosa davvero necessaria sia il talento. Quindi sono particolarmente affezionato all’immagine di qualcuno che, rinchiuso nella propria stanza, possa mettere in discussione tutti i precetti dell’industria ufficiale, tutto il carrozzone di produttori, etichette discografiche, studi di registrazione e quant’altro sia necessario alla riuscita di quello che non si vuole trasformare in un prodotto.
Una fantasia naif, ne sono consapevole. Ma al netto della visione nostalgica qualcuno da far rientrare nella categoria si trova sempre. (Sandy) Alex G, per esempio, della nuova generazione è il mio preferito. Diciamo subito che adesso come adesso è un’esagerazione ma si sa come funzionano certe cose: ti appiccicano un’etichetta e poi son cazzi se devi far cambiare idea, potresti pure far uscire dal carcere Phil Spector per farti produrre il disco che non cambierebbe nulla, rimarresti comunque lo sfigato che registra sul pc a casa tua. Comunque sia l’idea di fondo rimane quella e mi piace mantenerla intatta, certe etichettature non arrivano mai per caso, del resto.
(Sandy) Alex G, si diceva. Uno capace di suonare di tutto, alla fine. Chitarra acustica e voce filtrata, spleen da fine estate, Elliott Smith che fa da presenza ingombrante, ma anche i Pavement che suonano country ubriaco e, ancora, la Ferrari bianca di Frank Ocean parcheggiata in giardino. Quello che fa da trait d’union in questi giorni non è più un linguaggio strettamente musicale ma più una questione di sentimenti che ti consentono le combinazioni più improbabili in territori sulla carta davvero distanti tra loro.

(SANDY) ALEX G – Proud

Ci sono dischi che si trasformano in una piccola ossessione. Quello di Alex G è diventato una presenza costante, come non mi capitava da un po’ con un album di chitarre e canzoni. Questo brano è indicativo del mood generale: scazzo slacker come se non ci fosse un domani e pochissima voglia di fare domande e men che meno dare risposte.

LUNA – One Together

I dischi di cover a me sono sempre piaciuti. Nonostante non servano sostanzialmente a nulla e siano in effetti completamente inutili. Però un album dei Luna manca da troppo tempo e quindi tocca accontentarsi. Del resto sono sufficienti poche note per sentirsi a casa un’altra volta. Sarà pure dei Fleetwood Mac questa canzone ma la voce di Dean Wareham mi riporta direttamente tra le strade del Village, nel solito territorio in bilico tra Velvet Underground e la psichedelia più leggera.

THE CHARLATANS – Plastic Machinery

Non hanno mai fatto un grande disco i Charlatans. Qualche grande canzone, piuttosto. Ma questo ritorno ha fatto ben sperare fin da subito. In particolare considerando quanto e come era cambiata la carriera di Tim Burgess negli ultimi anni. Le sue prove soliste o in compagnia di artisti comunque distanti anni luce dall’era brit-pop (Kurt Wagner e Peter Gordon, tra gli altri), il fatto di prendere Arthur Russell come fonte primaria d’ispirazione, hanno contribuito a mettere sotto una luce completamente differente il lavoro dell’ex ragazzo di Manchester. E difatti tutto ciò si è riversato nel nuovo album della band, che è semplicemente il miglior disco del gruppo in assoluto e una bella sorpresa.

TALL JUAN – Olden Goldies

Questa volta metto il link del disco intero. Tanto le canzone viaggiano tutte sui due minuti e ho dei dubbi che si arrivi alla mezz’ora totale. Del resto lo si può prendere come un tributo in bassa fedeltà ai Ramones. Da Buenos Aires via New York quello che qualcuno ha già definito l’Elvis latino ci regala un dischetto irresistibile, uno di quelli che vi fanno battere il tempo e alzare l’indice al cielo. Nato sotto la stella del più genuino garage-rock. Prodotto, per modo di dire, da Mac Demarco.

HELIUM – Superball

Fosse per me me ne starei tutto il giorno ad ascoltare i dischi della Numero Group. O qualche ristampa ben fatta, tipo questa. La Matador ha pensato bene che fosse il caso di tirare fuori dagli archivi i due fantastici album degli Helium di Mary Timony, aggiungendo un nuovo disco che raccoglie tutto il materiale della band pubblicato fino ad ora solo su singolo, rimasterizzando inoltre il tutto come si conviene.
Gli Helium sono passati come una meteora negli anni del dopo grunge ma, ascoltati adesso, sono tra i pochi che suonino in qualche modo non datati e ancora attuali. Mary Timony è una chitarrista fantastica quanto particolare, capace di non conformarsi mai agli stereotipi del genere. Insomma gli Helium erano una creatura aliena ai tempi, differenti nei modi e nei tempi. Dark, diversi e particolari, capaci di galleggiare a metà strada tra sperimentazione e canzone rock.

CESARE LORENZI