Genova – Amburgo solo andata (Fiver #29.2017)

1-evWi5q7PtBHQpEnuKpiYXQ
Eccoci qua. Ultimo lunedì di luglio. Si sente già l’odore del mare.
Non ce la facciamo più: un anno di fatica sulle spalle e non vediamo l’ora di mollare tutto, caricare la macchina o saltare su un aereo e andare via. Parlare solo di figa e calcio, sperare in qualche rimorchio da spiaggia e non pensare a nulla per un paio di settimane.
Ce lo meritiamo, è giusto.
Abbiamo faticato tanto per arrivare in piedi fino a oggi senza spaccare la faccia al capo, menare quello che ci ha rubato ieri il parcheggio, urlare al lavavetri di andare a farsi ammazare. Ecco, questo magari l’abbiamo fatto. Ma, insomma. È ora di vacanze e ce le siamo maledettamente sudate. L’altro giorno hanno licenziato una mia amica. Lei sa fare il suo lavoro. Bene. L’azienda per cui lavorava è sana, guadagna. Ma lei è stata licenziata.
Da un giorno all’altro.
Con un sorriso e un “se vuoi puoi finire la settimana e prendere lo stipendio del mese pieno”. Perché? Perché la sua figura “non rientra nei piani aziendali”. Tradotto? Le scadeva un contratto fiscalmente vantaggioso per i suoi capi, quindi l’hanno fatta fuori e hanno preso, il giorno prima, un nuovo sbarbo a fare quello che stava facendo lei. Il suo capo era “molto dispiaciuto”. Molto. Ma non le pagherà l’affitto il mese prossimo. E, d’altra parte, “non posso farci niente” e, in ultima istanza “non è una mia decisione, devo rispondere anche io a qualcuno”. Eseguivo solo gli ordini. Un altro per i prossimi due mesi, poi ci sarà qualcuno che lo farà per meno.
Carne da macello.

Dalle mie parti, in Veneto, c’è una crisi spaventosa. La gente viene lasciata a casa di continuo. Si sopravvive solo perché i nonni avevano messo da parte, la guerra aveva insegnato loro che non bisognava fidarsi delle vacche grasse e adesso figli e nipoti consumano quello che è rimasto. Quando quella scorta finirà, finirà un intero sistema, un indotto, una regione.
E le aziende che hanno fatto la fortuna della “bassa” trenta-quaranta anni fa? Che fine hanno fatto? Fallimenti? Crisi che ha spazzato via tutto?
Ma dai, veramente ancora ci crediamo alla crisi? Stanno bene, tranquilli, stanno benone. I proprietari vivono ancora nelle ville a Treviso, Bassano e dintorni, solo che le fabbrichette le hanno trasferite a Brasov, Timisoara, Lubiana, Nova Gorica, o direttamente in India, Pakistan dove le manine scure cuciono in fretta e costano pochissimo. E, allora, via la catena mortale: chi portava la merce non ha più nulla da portare, chi cuciva i pezzi non ha più nulla da cucine, chi faceva il caffè a quello che cuciva non ha più nessuno a cui fare il caffè e via così.
Un’intera regione messa in ginocchio da chi ha deliberatamente deciso non di far sopravvivere l’azienda, ma di arricchirsi di più. Di più. Sempre di più. E chissenefrega del prezzo da pagare. Tanto mica pagano loro. E i furbacchioni delle mie terre? Tutti incazzati con quattro negri rifugiati e spediti in paesini di merda del polesine. Eh, però, vuoi non incazzarti? Sono negri! Mica andare tutti i santi giorni a spaccare i vetri della macchina del paron che ha delocalizzato il capannone e adesso ha un monte stipendi dimezzato e un monte di soldi da sputtanare a prosecchi e troie. La legge lo permette, l’etica pure: vado a dar lavoro in terzo mondo e poi, “io pago le tasse”! Novanta minuti di applausi. Delocalizzare. Incrementare. Aumentare.
Carne da macello.

Per fortuna che sono venuto a vivere nella ricca Emilia, dove di questi problemi non ce n’è. Non ci sono barboni che dormono per strada, le aziende vanno a manetta e stanno tutte qui, ben radicate nel territorio. E poi, poi c’è quel senso di responsabilità. Quello per cui se io guadagno non due ma due-trecento volte quello che prende un mio impiegato-operaio, io ne sono responsabile.
Se lo licenzio e lo metto per strada dovrò avere un po’ di mal di pancia. Un po’ di ansia: e questo domani come andrà a fare la spesa? Ah, no. Vero. Non succede nemmeno qui. Mi sono confuso. Avevo sognato fosse così, colpa del baffetto che nei primi novanta mi faceva sognare l’Emilia Rossa.
In realtà era già solo Paranoica. Gli anarchici sono sempre al bar ma hanno sempre ragione. Non è colpa mia. E di chi, allora? Non lo so, ma non è mia.
E allora, perché guadagni ogni anno quello che lui non arriverà a prendere in tutta la vita? Perché ho studiato. Ah. Perché qualcuno ti ha mantenuto mentre facevi l’Erasmus a Barcellona prima di laurearti in economia. Giusto. Te la sei tutta sudata e, soprattutto, meritata questa vita che fai. Tutta farina del tuo sacco. Tutto tuo diritto. Bravo. Mi ricordo quando il buonismo borghese da inizio novecento riempiva di ideali etici i ricchi. E allora i principi del foro insegnavano pro bono a giurisprudenza, perché era una questione di prestigio. E allora gli imprenditori si preoccupavano dei lavoratori delle loro aziende e ne conosco uno che ha mandato in America a spese sue un operaio ad operarsi al cuore, che qui in Italia ancora quelle cose non si sapevano fare bene. E l’operaio è vissuto e il paron non è diventato povero ma un po’ più felice. Un po’ più umano. Buonismo da ricchi. Facile. Eppure siamo riuscita a peggiorare. L’etica è passata di moda. L’aumento di profitto è una necessità. Il mondo piccolo e sovraffollato da squaletti che sgomitano per morsicare una briciola di torta. La mia amica non andrà in vacanza. Non può. Il suo capo sì.
Non è colpa mia. Non sono stato io.
Ma, soprattutto, è così che va il mondo.
Carne da macello.

Ma, insomma, è estate. Pensiamo positivo. Sentiamoci un momento sereni. Sicuri. Protetti. Deleghiamo per un po’ a qualcun altro i nervosi, lo stress.
Lasciamoci proteggere. E servire. Proteggere e servire. Mi ricorda qualcosa.
Ah sì, i telefilm americani: le macchine della polizia di L.A. con le fiancate dipinte e quel motto stampato. Da bambino pensavo che fosse il motto di tutte le polizie del mondo. Lo trovavo appropriato: tu sei pagato da me, dalle mie tasse, per servire e proteggere me. Poi sono cresciuto e ho cominciato a dubitare di quel motto. O meglio, ho capito che chi indossa una divisa serve e protegge qualcuno, qualcosa. Ma non me. Lo Stato. Che sono io. Eppure se io vado jeans e maglietta e tatuaggi a dire a uno sbirro “mi servi per favore, visto che è il tuo scopo, quello a cui sei addetto per tua scelta?”, secondo me ne esco con la faccia che somiglia ad un quadro di Picasso dalle sberle.
Se però glielo urla il suo capo, di difendere le vetrine di quel ciccione che è proprietario di quella banca di merda salvata coi miei soldi per decisione di qualcuno che, beffa delle beffe, nessuno ha veramente votato e di certo non io; se glielo ordina lui di mettersi lì davanti a quella macchina lavasoldi minacciata dal mio diritto a manifestare le mie idee nelle mie strade (sì, perché le strade sono della gente, quindi anche mie), lui si mette casco e scudo e lo va a fare. Serve e protegge. Ma non me. Lo Stato. Ma non me. Quindi io non faccio parte dello stato, giusto? Se non fosse così, mi proteggerebbe, mi servirebbe. E se non faccio parte dello Stato, perché devo rispettarne le decisioni? Le leggi, ad esempio? C’è qualcosa che non va se quando cammini per strada, invece che sentirti tranquillo se all’improvviso ti trovi circondato da divise scure, ti prende quella strana ansia.
Quella che ti dice che sai che senza ragione potrebbe succedere qualcosa di brutto. Che loro, invece che essere dei servitori, hanno il potere di farti delle cose che ti spaventano. Forse mi vengono in mente troppe immagini del passato. Troppi nomi. Carlo. Federico. Stefano. Forse sono solo veramente troppo stanco. Forse devo solo andare in vacanza. Non ne posso più. Sono umano. Aldo. Gabriele Katiuscia.
Carne da macello.

Le vacanze, le vacanze. E fa caldo.
E non ne posso più.
E sono veramente alla frutta. Giusto, tutto giusto e non sarò io a rovinarvi le vacanze. Sto per partire anch’io. Finalmente. Col mio carico di odio da far sciogliere con le gambe nell’acqua, lo stress da buttare in birre fresche sulla spiaggia, instagrammando un tramonto o un sorriso biondo e sconosciuto. Ieri però ho scritto una lettera. Non lo facevo da molto tempo. L’ho spedita in Germania. Non lo facevo da molto tempo. L’ho inviata ad un carcere ad Amburgo. Non l’avevo mai fatto.
Ho scritto a Maria. Feltrina, ventitrè anni o giù di lì. Ci siamo conosciuti per caso, qualche tempo fa. Conosco suo fratello, la sua famiglia, gli amici. È stata arrestata ad Amburgo, durante gli scontri per il G20. C’era gente che lanciava molotov dalle finestre e lasciamo perdere che se qualcuno ogni volta che i “grandi del mondo” si riuniscono fa di tutto, rischiando la pelle, per gridare, distruggere, per colpire un nemico come fosse in guerra, lasciamo perdere, dicevo, che forse in guerra ci siamo davvero e noi non ce ne accorgiamo. Lasciamo perdere che senza forse oggi abbiamo meno diritti di sedici anni fa. Sedici anni. Cosa succedeva nel luglio di sedici anni fa? Ah già, ammazzavano un ragazzo con un estintore in mano. In Italia.
Si chiamava Carlo Giuliani. Era il 20 luglio del 2001. Il tempo è corso via in un lampo scuro. Sedici anni ad abituare la gente che essere picchiato, violentato, ucciso da chi deve servire e proteggere è una cosa che può succedere. Chiedetelo a Ilaria Cucchi. Alla mamma di Federico Aldrovandi.
O scegliete a caso fra le decine di vittime anche solo qui da noi, nella pacifica e paciosa Italia. Chiedetelo a chi è passato dalla caserma di Bolzaneto, quel maledetto luglio 2001. E poi c’è Maria. Maria non è una violenta. È una ragazzina. Si era fermata a soccorrere un’altra persona, caduta mentre scappava da una carica (che è normale essere caricati da armadi a quattro ante vestiti come soldati quando si manifesta, come da diritto, il proprio dissenso nelle proprie strade). Qualcuno era caduto e si era rotto la gamba. Maria e Fabio, anche lui bellunese, ancora più giovane di lei, si sono fermati. Non sono stati furbi. Sono stati umani. Non sono scappati, non si sono delocalizzati. Non hanno imparato la lezione degli imprenditori conigli nostrani. Hanno detto “fermi tutti che qui c’è una persona da aiutare”.
Maria è in carcere da settimane. Come Fabio e altri. Maria in quella cella ci rimarrà altre settimane. Aveva in borsa la kefiah che ti metti alle medie e un paio di occhiali da sole con cui, secondo i giudici tedeschi, poteva mascherarsi per compiere chissà quali crimini. Eccerto. Cinquanta chili coi vestiti contro i robocop della Merkel, chissà che cazzo gli poteva combinare agli amburghesi. Maria non andrà in vacanza. No, neanche lei. Ma non perché non può pagarsi le ferie, perché la tengono dentro. Preventivamente. Settimane.
Perché? Perché i giudici sì che ci vanno in vacanza.
Magari proprio qui, in Italia. Magari proprio sulla stessa spiaggia in cui starò io a friggere i pensieri cattivi che ho stamattina. A saperlo. Quante brutte idee mi vengono in mente. Per fortuna vado in vacanza. Anche tu, vero? Maria no. La mia amica neanche. Ah già, l’ho già detto, scusa. Ma, insomma, i giudici se ne vanno. E Maria resta dentro. In una cella. A cui spedisco i libri che ho scritto perché spero che glieli diano e che lei per qualche ora possa distrarsi. Possa sapere che c’è chi pensa che sia mostruoso quello che le sta succedendo. Che c’è qualcuno che non vede l’ora di abbracciarla. E che non dimentica. Non perdona. Non resetta, non delocalizza il cervello. Lei è rimasta umana. L’hanno sbattuta in una cella.
Carne da macello.

Ma siamo in vacanza, no?
Pure SniffinGlucose chiude i battenti e va al mare e va bene così.
Maria in vacanza non ci va. La mia amica nemmeno. Io sì. Voi anche.
Andiamoci in vacanza, è giusto. Ce lo meritiamo. Siamo stanchi. Non possiamo essere sempre a lottare, sempre dei supereroi. Siamo umani. Ma, appunto, restiamo umani. Restate umani. Tu, rimani umano. Domani, in spiaggia, quando al tg, mentre mangi una piadina, vedrai il solito negro che sbarca a Lampedusa, per favore, veramente te lo chiedo per favore, prima di cominciare a sproloquiare su “stare a casa loro”, “i rifugiati negli alberghi e gli italiani nelle tende”, “i trenta euro al giorno a loro e io pago l’inps” e tutte queste puttanate; prima, dicevo, pensa a questa chicca: lo sai chi va in vacanza?
Più di me e di te messi assieme. Più di tutti quelli che leggono questo pezzo e i loro parenti anche per le generazioni future? Va in vacanza il maritino di una nota (non credo per immensi meriti artistici) attrice italiana. Il maritino dopo un anno e mezzo di lavoro (essì, e fattela una risata, avrà ben lavorato Cattaneo per quasi un anno e mezzo, no? Lacrimoni…) se ne va da Tim, quella a cui voi stronzi pagate l’abbonamento (voi perché io lo pago a Vodafone, e fatevela sta risata, no?) e Tim cosa gli da? Una ventina e rotti di milioni di euro. Di. Milioni. Di. Euro. E parliamo di Tim. Italia. Non le multinazionali vere. Quelle che pesano sul serio nel mondo. Che fanno firmare trattati alimentari in cui perdiamo pure la sovranità nazionale. Quelle che decidono delle nostre vite e che ci costringono alla guerra, quella in cui non sappiamo di essere. Chiaro? Ventitré milioni di euro. Io non sono scandalizzato. Rido. Tanto domani prendo un aereo alle nove di sera e alle undici sarò già sbronzo. Sono stanco. È mio diritto. Sono umano. Ma ti chiedo una cortesia. Domani, mentre ti verrà voglia di fare quel commento da capra ritardata, pensa a Flavio e Sabrinona nostri, che non credo saranno ad Ostia col panino e il telo della Camel comprato negli anni ottanta in autogrill.
Pensa a loro due, fatti mezza risata e poi fatti venire un po’ di incazzo.
Che non siamo carne da macello.

FABIO RODDA

Hard Drive (Fiver #28.2017)

Goat Girl the band rebuilding London_s indie scene Music The Guardian

Goat Girl

Non ho idea quante vite differenti ognuno di noi abbia in sorte. Evan Dando ne ha comunque vissuta una in più di me e probabilmente anche di voi. Leggere la sua biografia (se ne esistesse una) farebbe perdere l’orientamento anche al più smaliziato dei bastardi in circolazione. Dividere in capitoli differenti un’esistenza è compito dei biografi e nessuno pensa alla propria vita come ad una serie di capitoli isolati e divisi uno dall’altro. Probabilmente è più facile ritrovarsi a contare cinquanta primavere e non essersene neppure accorti. Evan Dando è un classe ‘67, proprio come me. L’ultima canzone che porta la sua firma l’ha pubblicata nel 2006 e da quel giorno fino ad oggi ha sempre trovato il modo di sfangarla. Tra un disco di cover, un concerto acustico, una reunion dei Lemonheads, sono passati più di dieci anni ed è stato come battere le ciglia un paio di volte.
Evan Dando è il mio cantante preferito. Non ho mai chiesto di meglio di una canzone di Alex Chilton oppure Townes Van Zandt da alternare a Candy Apple Grey, del resto.
Ne parlo oggi perché è appena uscita la ristampa di Baby, I’m Bored, l’unico suo disco solista, del 2003. Come tutti i dischi di Dando, compresi quelli dei Lemonheads, è un lavoro riuscito a metà, con quel senso di indeterminatezza, quel tono casuale, quel filo del discorso lasciato a metà che ne costituisce allo stesso tempo il limite ma anche il punto di forza.
Uno di quei dischi impossibili da difendere se affrontati analiticamente: sono canzoni accennate, dettagli di mondi buttati a casaccio di qua e di là, tributi pagati senza soluzione di continuità. Una meraviglia, insomma.
EVAN DANDO – In The Grass All Wine Colored

Me lo ricordo circondato da una ventina di giornalisti, in un locale fighetto di Milano. Catapultato lì, nel bel mezzo di un tour promozionale che probabilmente odiava con tutte le sue forze. Il periodo della rock star, bella, maledetta, da copertina di rivista patinata. Rimasi al suo fianco per tutto il tempo di quella che fu una piccola tortura, come se lo dovessi difendere. Ho avuto in un paio di occasioni la voglia di alzarmi, prenderlo per un braccio e portarlo via. Una sigaretta dopo l’altra. Come se tenere le mani occupate potesse nascondere l’imbarazzo di rispondere a banalità assortite. Dategli una chitarra, pensavo. Certe cose non possono essere spiegate. Si scrivono canzoni apposta, del resto. Esiste un brano che risponde a qualsiasi vostra domanda, potete scommetterci. Possibile non accorgersene? Non era il mio mondo quello. Nemmeno il suo, si è visto in seguito.
EVAN DANDO – Why Do You Do This To Yourself?

Qualcuno potrebbe pensare che si sia buttato via. Penso invece che abbia seguito semplicemente quello che era scritto, senza nessuna forzatura. Ci si prova talvolta, anche se si sa fin dal principio che non funzionerà. Si vive il momento. Ci si convince che non è poi così male, in fondo. Si buttano via un paio di quelle vite là in piccole storie sprecate e sostanze sbagliate, certamente. Senza nessuna ragione, senza riuscire a darsi una risposta. Perché lo stai facendo? Al massimo ne esce l’ennesimo abbozzo di grande canzone.
Ci siamo incrociati sulle scale del Covo, poco tempo fa, in occasione di uno dei suoi ultimi tour acustici. Il concerto è stato meraviglioso. Sarei potuto stare tutta la notte ad ascoltarlo e so che avrebbe avuto sempre la canzone giusta da tirare fuori. Era un po’ che non lo vedevo dal vivo e certe cose sono cambiate. Sembra sofferente, gira gli occhi, le pupille spariscono e fa quasi impressione nelle smorfie a cui si costringe per tirare fuori le parole giuste. E’ invecchiato bene, comunque. O almeno mi piace crederlo. Ogni tanto stecca, sbaglia, rompe una corda, dimentica le parole ma è come se sapesse già che non occorre preoccuparsi di queste piccolezze. Canta una delle tante vite, un cielo intero di canzoni come stelle. Non importa che sia una delle sue o di John Prine, MC5, Teenage Fanclub, Gram Parsons, Velvet Underground. Alla fine ha infilato la chitarra nella custodia, si è buttato il giaccone sulle spalle e ha imboccato la scala di sicurezza che porta fuori, nel parchetto davanti a Viale Zagabria, da solo. Per un attimo abbiamo incrociato lo sguardo. Ci siamo salutati ed è sparito nella notte bolognese.
If I could talk I’d tell you
If I could smile I’d let you know
You are far and away my most imaginary friend

WOLF PARADE – Valley Boy

Quale può essere la priorità di un brano che certifichi al mondo che la tua band è tornata in pista? Una canzone così non può esser altro che una specie di promemoria, un modo per riconnettersi con tutti quelli che ti avevano amato in principio. Sono passati sette anni dall’ultimo album targato Wolf Parade, ma è come se fossero il doppio. Nel mondo del pop vale lo stesso conteggio dell’universo felino, del resto e quindi il compito è delicato. Valley Boy fa il suo dovere fino in fondo, va detto: ce li restituisce così come vagamente li ricordavamo, figli non sempre minori dei Modest Mouse. I suoni, le chitarre, le voci che si sovrappongono, tutto è rimasto nello stesso identico posto che avevamo lasciato. Sorprende però il testo: un vero tributo a Leonard Cohen, bellissimo quanto inaspettato, con un coro che rimane fisso in testa già dopo due ascolti. Ci eravate mancati, ragazzi!
And are you still a lover boy?
Are you still on the cover or
Did you become a valley boy out there?

GOAT GIRL – Country Slaze

Suona come Courtney Barnett alle prese con una canzone delle Breeders. Riuscite ad immaginare di meglio? Quattro ragazze giovanissime, londinesi di Brixton, anima e cuore tra Slits e Raincoats. Scena emergente in completa autogestione. Escono su Rough Trade. Due singoli. Spaccano entrambi. Entusiasmo a mille. Sniffin Glucose Fever!!!!!

MODERATE REBELS – Liberate

Leggere “collettivo”, “Guy Debord”, “manifesto” a proposito dei Moderate Rebels, mi ha fatto tornare in mente il glorioso primo periodo degli Stereolab. In Inghilterra si muove qualcosa, questo è certo. Rimuovere le scorie del brit-pop è stata dura ma i segnali sono incoraggianti. Liberate è esattamente la canzone di cui avevamo bisogno in questo momento: poche parole ma chiare, pochi accordi che smuovono il cuore, altrettanto decisi. Canzone del momento, senza dubbio, tutto in un singolo accordo.

CESARE LORENZI

Il giorno perfetto. La notte perfetta (Fiver # 27.2017)


16 luglio 2013.
La mattinata è calda già alle dieci e nel cortile di Vicolo Bolognetti il sole picchia senza pietà sulle assi di legno. Giro a tamponare con gaffa e viti le parti bruciate, scollate o che si sono alzate per la temperatura e le migliaia di persone che anche ieri notte le hanno calpestate.
Sono arrivate le prolunghe per il palco. Questa sera occorre ampliare il normale spazio su cui hanno già suonato band straordinarie, l’anno di grazia di quella meravigliosa follia che è Bolognetti Rocks: Pan del Diavolo, Offlaga Discopax, His Clancyness, Beatrice Antolini, Nada Malanima.
E Johnny Marr, Tom Tom Club. Arriveranno Glen Hansard, Toys, Pere Ubu, Jonathan Wilson.
Ma stasera suonano i più grandi della stagione. Per me i più grandi di tutte le stagioni e tra i più grandi e basta.
Fa caldo, il palco va su liscio, agganciamo i pezzi e montiamo il tnt nero che stasera tutto deve essere perfetto. C’è tensione nell’aria, siamo tutti elettrici. Oggi è il giorno in cui non si può sbagliare.
Le undici e arriva la chiamata: ci siamo, dal cancello posteriore stanno entrando due furgoni. Fonico e roadie sono qui.

Rimango sul palco. Sto legando delle fascette quando il cancello in fondo si spalanca. Vedo entrare i ragazzi del Covo coi tecnici. Poi di fianco a loro due figure che non posso non riconoscere.
Mi giro, guardo Mars: “quei due sono Peter e Leah, cazzo ci fanno qui a quest’ora?”.
Scendo dal palco con le mani che mi sudano per l’emozione: li ho visti suonare ai Magazzini Generali a Milano in inverno e ricordo quel messaggio a Daniele dieci minuti dopo la fine del concerto “quest’anno se vuoi che facciamo il Bolognetti voglio BRMC headliner”. Qualche mese dopo, quel pomeriggio al Covo: “ragazzi, si può fare. Ci stanno. Facciamo soldout e andiamo a breakeven e niente più, ma un nome così in cartellone…”.
Non c’è più niente da dire. Si farà. Bisogna solo resistere alla voglia di spifferarlo a tutti: ma lo sai chi suonerà in ‘sto posto che qualche anno fa d’estate era solo un pisciatoio all’aperto per cani e punkabbestia? Ma ti rendi veramente conto?
Hi, nice to meet you” e sorrido a Peter e Leah che mi dicono i loro nomi stringendomi la mano mentre vedono i miei occhi innamorati. Lo so come vi chiamate, ho il cuore a mille.
Sorrido: “ragazzi, accompagnateli in camerino”.

Peter mezz’ora dopo è sul palco a collegare pedaliere e ampli come un qualsiasi ragazzino di una band sconosciuta. È silenzioso, rapito da quello che fa e dalle ore che non ha dormito nemmeno ‘stanotte. Arrivano da un’altra data in Europa e poi ripartiranno verso est. Sulla faccia, anni di questa vita. “Sono a tua disposizione”, gli dico. “Mi porti una redbull? Please”, mi sorride.
Fa caldo. Leah rimane in camerino. Non sta molto bene in questo periodo e chiede se conosciamo un medico che parli bene inglese. È sabato. A metà luglio. A Bologna. Non ci sono neanche i medici di base che sono tutti in riviera con le famiglie. Dove lo troviamo un doctor anglofono? Giro di telefonate. Pochi minuti dopo: “fra mezz’ora il medico è qui”.
Anche questo miracolo è fatto. Arriva una macchina, entra nel cortile un uomo dall’aria simpatica, la borsa da dottore dei film in mano. Sparisce subito in camerino. Ne esce dopo una ventina di minuti: tutto bene. Leah sta bene, è pronta per il soundcheck.
Il tuo compenso?
Mi date due accrediti per stasera?
Vorremmo abbracciarlo tutti. Sentiamo che c’è l’energia giusta, che tutto si sta incastrando come non mai. È il giorno perfetto.

Arrivano i buttafuori, i baristi. C’è una vibrazione nell’aria che non si è mai sentita. Tutti sentono che sono parte di qualcosa che nessuno credeva possibile.
Leah sale sul palco e comincia a picchiare sulla batteria. Gnappo e gli altri che ci danno con fog machine e luci.
Arriva anche Peter e la sua chitarra fa tremare le finestre del palazzo storico. Questa volta meno ansia sui decibel. Abbiamo i limiti, ma oggi se si sfora di qualcosa va bene lo stesso. Per un’ora e mezza questo posto deve diventare una magia.
Il sole si abbassa. Arrivano i fotografi, gli addetti stampa. Ci prepariamo ad aprire i cancelli, le casse per il ritiro dei biglietti, quella per gli accrediti. Il concerto è soldout da settimane.
Entra una macchina nel cortile della scuola. È Robert. Lo saluto, lo accompagno in camerino.
Pochi minuti e sono tutti e tre sul palco. Soundcheck all’americana: mezz’ora, un mini concerto per la gioia dei presenti che già si avvicinano al palco, ballano, applaudono.
Sta per succedere qualcosa di incredibile.
Mars mi prende da parte, la millesima paglia smangiucchiata in bocca. Mi guarda e mi dice: “tu ti rendi conto che fra dieci anni, quando questo posto sarà di nuovo un cortile del cazzo con la breccia per terra e le paglie spente nelle piante da quelli che lavorano negli uffici, qui passerà qualcuno che dirà a una tipa che è qui a studiare: “ma lo sai che io dieci anni fa qui ci ho visto suonare i BRMC?” E lei, gli dirà: “ma valà, ma che dici?
E noi sapremo che l’abbiamo fatto veramente”.

È buio. Devo entrare in camerino e prendere le ordinazioni per la cena da Peter, Leah e Robert. Sono agitato come un ragazzino. In mano un rotolo di carta. Saluto, chiedo. Poi li guardo: “guys, sorry, can you?” e loro sorridono, firmano e mi ridanno il poster che è ancora appeso sul fianco del mio armadio.
Il cortile si riempie in poche decine di minuti. La gente è caldissima: ma quando mai ricapiterà di vedere i BRMC su un palco a un metro da te? Dove li puoi quasi toccare?
La tensione sale alle stelle, sono quasi le dieci, la sicurezza che gira e controlla entrate e uscite. Prova luci. Prova mixer. Dalla postazione pollice alto. Si apre la porta della mini palestra che noi abbiamo trasformato in camerino. Escono due buttafuori con le transenne che creano un corridoio diretto al palco. Sale un boato dalla folla che si spinge verso di loro.
Peter e Robert imbracciano le chitarre e attaccano. Il suono è potentissimo, quasi violento. Io sono nervoso. Forse troppo volume, ci romperanno le scatole di sicuro. Cinque minuti e il capo della sicurezza mi chiama: alla porta c’è uno che si lamenta del volume e vuole parlare col responsabile. Chiamano sempre me per queste stronzate. Esco, rassicuro una signora: “ha ragione, è un po’ più alto del solito. Solo per stasera, ma fra un’ora finisce tutto. Vuole entrare a fare un giro?” se ne va maledicendomi e ridacchiando. Guardo Giorgio: “stasera non ci sono più per nessuno. Finché non finisce il concerto il responsabile sei tu, se non arriva qui l’esercito io non esisto”.
Questa sera è mia.

E quel palco sarà bello come non mai, né prima né poi. E mille persone che saltano tutte assieme e quando parte Spread Your Love sembra che il pavimento debba crollare e la folla è un unico ruggito e Lei mi trascina in prima fila a saltare e cantare a squarciagola e niente è mai stato così bello e io non mi sono mai sentito così vivo e forte, come se niente potrà mai più andare storto. Come se niente potrà mai più far paura.
Salto e canto. E penso che l’ho fatto io. Che l’abbiamo fatto noi. Che questa serata pazzesca è tutto merito nostro e nessun altro poteva fare una cosa così magica perché ci abbiamo messo tutto l’amore, tutta la forza. Tutto noi. E loro non smettono di suonare quel pezzo e non vogliono più scendere dal palco. Peter si fa passare una sigaretta dal tizio di fianco a me che si allunga sulle transenne per mettergliela in bocca. Cantano e suonano e non smettono, riprendono il giro e la gente è in delirio. Il pezzo durerà più del doppio di quello che è su disco.
I Black Rebel Motorcycle Club suonano sul palco del Bolognetti Rocks come se non ci fosse nient’altro, come se fosse l’ultimo concerto della vita.
È la notte perfetta.

Alla fine, qualche vecchietto che mi sbraita addosso per il casino, di fuori. Giorgio ha tenuto tutti buoni mentre aspettavano il responsabile che venisse a farsi sbranare. Ma io rispondo sorridendo. Negli occhi e nelle orecchie la notte più bella della mia vita.
Torno dentro. C’è da portar fuori la band da dietro, dal cortile dell’Orfeonica, dove il driver aspetta col furgone pronto. Entro in camerino, accompagno i tre. Robert e Leah salgono per primi e mi salutano dal finestrino. Peter è un metro dietro, con me. Gli dico che sono stati pazzeschi. Mi guarda estraniato. Poi vedo i suoi occhi stravolti che si accendono per un attimo: mi riconosce. Mi abbraccia: “thank you, man” e sale in macchina.
Se ne vanno. Io rientro e mi siedo, da solo, per qualche minuto. Respiro. Guardo il cielo limpido. Sorrido.

Post scriptum

Sono passati quattro anni esatti da quella notte pazzesca. La vita va come e dove vuole e tante persone che erano lì sono ancora qui, tutti i giorni, con me. E di questo sono felice e ringrazio.
Altri, che sono stati fondamentali in quelle ore, non fanno più parte, volente o nolente, del mio orizzonte. La vita va come e dove vuole.
Ma dopo una notte come quella, sai che amerai lo stesso per sempre tutti quelli che c’erano. Ci siano o no oggi, per quello che sono stati in quel momento magico e irripetibile.

Spread your love like a fever
And don’t you ever come down

Fabio Rodda

Pongo (Fiver #26.2017)

kevin-morby_header3

Kevin Morby

Ci guardavamo un po’ intorno l’altra sera al Festival Arti Vive a Soliera, prima e dopo gli eccellenti concerti di Kevin Morby e His Clancyness. Si ragionava sul fatto che la logica che regolamenta l’ affluenza ai concerti che ci interessano si può riassumere in una regola. Una regola rigorosa. Una regola non scritta ma che ci accompagna da sempre.
La regola della pallina di pongo.
Giá, come le palline gommose che aveva mia figlia, che potevi tirare fino a farle diventare una specie di frittata o comprimerle fino a ridursi a poco di più di una noce.
E non c’è niente da fare, puoi fare il concerto più bello nel posto più affascinante, di venerdì sera, in una sera di estate con ottimi artisti, farlo gratis, ma alla fine, al netto di quelli che passano con i passeggini, dei curiosi col gelato in mano o la piadina, di quelli che sí, sono venuti, ma parlano col loro vicino rumorosamente (magari di Vasco), quelli che restano sono sempre gli stessi. Li potremmo numerare, tipo squadra di calcio con i nomi stampati ad arco sul dorso delle magliette.

Kevin Morby – City Music

Siamo sempre gli stessi, ci conosciamo bene, siamo quelli che si fanno 1200 km per venire a suonare in un festival davanti a facce amiche, siamo quelli che lasciano la famiglia al mare, nonostante 40°, e si fanno centinaia di chilometri raccogliendo amici per strada per esserci e poi rifare la stessa strada al contrario. Siamo quelli che alla fine di un concerto si riuniscono in piccoli gruppetti che, visti dall’alto, probabilmente figurerebbero anche come perfettamente geometrici. Scompattandosi e ricompattandosi come quelle palline di mercurio che le dividi ma poi si rincorrono si cercano e si riuniscono.

His Clancyness- Isolation Culture

Quelli che tra una birra e l’altra si informano ansiosamente, come se fosse un’informazione da cui dipenda la loro stessa esistenza, su quale fosse la cover suonata da Morby a fine concerto.

Velvet Underground – Rock And Roll

Quelli accalcati al banchetto dei vinili e delle magliette, quelli che “hai sentito i Rips, che cazzo di disco…” o che parlano di quel cretino di Morrissey che si fa in contromano via del Corso al grido di “non sa chi sono io” argomentando sull’ eterna diferenza tra grande artista e piccolo uomo.

Rips – Malibu Entropy

Quelli che vanno affamati a novembre a Milano di lunedi sera per vedere i Parquet Courts e ancora, con una lucidità da sballati, si stupiscono di trovare un pubblico delle dimensioni della pallina di cui sopra.

Parquet Courts – Stoned And Starving

Non mancano le eccezioni, le mode, le fortunate congiunzioni astrali.
La pallina che diventa frittata.
“Ma come, a vedere gli Sleaford Mods poche settimane fa eravamo centinaia.. ” “e ai Black Mountain?”
Tutto vero ma, provando a fare un passo indietro per poter comprendere meglio il quadro generale, ed i suoi contorni, emerge un insieme facilmente decifrabile.
Quelli come noi, che hanno partecipato a concerti da una quantitá di tempo troppo imbarazzante per essere riferita guidati da un’esigenza vitale, sono solo una pallina.
E a molti che abbiamo conosciuto o incontrato lungo il percorso di quello che per noi è vitale non frega niente.
A molti piace, per un momento fuggevole, sentirsi parte di qualcosa per poi prendere altre strade.
Lasciando tutto indietro. E molto probabilmente la ragione è dalla loro parte.
Resta poco. Giusto una pallina difficile da distruggere di resistente, sbiadito, ostinato, pongo.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Tardi (Fiver #25.2017)


Le cose che nascono belle se hanno occasione di protrarsi nel tempo presto o tardi arrivano a un punto in cui non sono più tanto belle. Quasi tutte. Mi sovvengono poche situazioni che nel dilatare la propria durata mantengono inalterati fascino e  attrattiva.
Può darsi che sia  un concetto ovvio ma la mia attenzione, per una serie di motivi, lo mette a fuoco in maniera chiara e netta solo in questi giorni. Perciò ne scrivo, per fare mente locale ma soprattutto per provare a convincermi di essere in errore. Perché la faccenda è una beffa non di poco conto, come tante altre circostanze della vita del resto. Tipo il fatto che i cibi più gustosi siano quelli che in genere nuocciono maggiormente alla salute o che la quantità di alcol necessaria per affrontare con l’adeguata euforia o l’altrettanto appropriato stordimento gioie e dolori di giornata sia quella che sarebbe capace di non farci arrivare nemmeno in fondo a quella stessa giornata.

Widowspeak “Dog” da Expect the Best in uscita per Captured Tracks il 25 di agosto.

Tornando al deterioramento della bellezza esercitato dall’avanzare del tempo, mi viene in mente qualche caso pratico che coinvolge situazioni quotidiane di impatto piuttosto rilevante.
I rapporti di coppia, ad esempio.
Quando mi capitano di fronte due persone che dopo anni affermano di essere ancora affiatate e in sintonia come all’epoca dei primi baci appassionati provo un’ irritazione proporzionale alla certezza che l’armonia dichiarata sia la conseguenza di menzogne e inganni, ancorché spesso spacciati in buona fede in quanto perpetrati con se stessi prima che con gli altri e dunque frutto di un – più o meno volontario – auto convincimento. In rarissime circostanze, autenticate da un rapporto pluriennale di confidenza e fiducia con i protagonisti che ne certifichi l’effettiva sincerità, l’impulso suscitato è quello di pura e sana, per quanto stupefatta, invidia. In ogni caso queste singolari situazioni le vado a rubricare, con una certa dose di sufficienza, nella casistica delle classiche eccezioni che confermano l’altrettanto classica regola.

Wet Lips “Here If You Need” da Wet Lips, disco d’esordio uscito per Hysterical Records il 9 giugno.

Omettendo la disamina delle situazioni lavorative, altra realtà che gioco forza si perpetra negli anni condizionandoci la vita ma a cui è fin troppo facile applicare la regola che vede corrispondenza inversa tra soddisfazione e durata, la situazione per quanto mi riguarda non cambia ruotando l’angolo di osservazione sull’atavico core business delle mie giornate: la musica. Per quanto sia difficile compilare graduatorie e mettere in fila i miei gruppi prediletti non credo di far torto a nessuno di loro se affermo che i miei favoriti siano quelli che sono durati poco, coloro i quali non hanno permesso all’entusiasmo di tramutarsi in delusione attraverso la pratica della consuetudine. I Clash sono esistiti il tempo di registrare sei dischi, i Pavement cinque, uno in più di Velvet Underground e Smiths. Aggiungiamo i tre album degli Stooges e chiudiamo il conto. Certo, tra qualche basso e molti alti ci stanno anche i quasi 30 di Bowie e Stones, regole ed eccezioni appunto.

Pega Monstro “O Miguel da Casa de Cima in uscita per Upset! the Rhythm.

Ancora : non sono mai stato d’accordo, con quelli che in ogni epoca e a ogni latitudine sono soliti lagnarsi per il minutaggio dei live. Sessanta minuti di concerto per me sono sempre stati abbastanza. Mi inorridisce la frase hanno suonato solo un’ora e mezza pronunciata alla fine di un qualunque concerto. C’è chi addirittura arriva a lamentarsi di uno stop alla soglia delle due ore, gente che in tutta evidenza  sta sempre a rota di Bruce Springsteen e disprezza il dono della sintesi quanto io sdegno il vizio della prolissità.
Stesso discorso potrei applicarlo a struttura e durata delle canzoni. Con l’aforisma loureediano “one chord is fine, two chords are pushing it, three chords and you’re into jazz” fodererei le tombe di quelli che per esprimersi con una canzone ritengono saggio impiegare oltre tre minuti e mezzo, mentre catalogherei alla voce noia mortale qualunque disco che per essere recensito costringa chi lo fa ad utilizzare una frase contenente elogi ai suoi arrangiamenti.

Young Guv “Traumatic 7″ in uscita per Slumberland.

Detto questo sono cosciente di essere nel torto e di avere una concezione settaria e manichea riguardo molte, moltissime questioni. Della compatibilità tra coppie, della musica, del lavoro, probabilmente della vita tutta. Mi rendo conto di attuare semplificazioni e forzature per giustificare la stesura di un pugno di inutili righe la cui redazione è in fin dei conti solo un esercizio di scrittura senza alcun valore teorico né tanto meno velleità probatorie.
Non di meno resta il fatto che stante questa visione, posso affermare che io la mia occasione l’ho persa.
Ho fatto durare tutto troppo e ora è tardi per smettere.
Ora che le cose hanno perduto gran parte del loro sapore e anziché schiantarsi con una picchiata secca e fragorosa sul cemento si sono lentamente avvitate su se stesse planando con studiata indolenza sullo sconfinato e comodo prato della routine.
Ora che le mie cose sono  tutte in modalità too late too die young e, in generale, non sono più tanto belle.
O forse no, magari loro sono ancora belle.
Solo che non mi diverte più farle.
E probabilmente è anche peggio.

Pale Lips “(You Make Me) Wanna Be Bad da Wanna Be Bad uscito per Waterslide Records.

Arturo Compagnoni