Ti ricordi. (Fiver #31.2017)

Hüsker Dü


Scrivo. Da quando sono alle superiori, come minimo. A scuola io e le mie compagne di banco anziché chiacchierare durante la lezione ci scambiavamo messaggi su carta, per ore, già allora sulla musica che ci piaceva, ma non solo. Ho ancora qualcuno di quei quaderni.
Anni più tardi, annoto cose sulla superficie della mia scrivania a casa e su blocchi di carta grigina riciclata. Concerti e incontri principalmente.
Già allora per sorreggere la memoria, come oggi constato con dispiacere. Tutto ciò purtroppo non c’è più: in uno (o più) di quei fantomatici repulisti che hanno fatto piazza pulita del mio passato sono sparite magliette, fotografie, libri, riviste. Non si trova quasi più nulla. Salvo l’inindispensabile: libri dimenticati (forse perché brutti), diari di scuola, cose così. Le mie ‘teste bianche’ negli anni sono state implacabili.
Ma vengo al dunque, per non perdermi ulteriormente (sono rabbiosa per questo e la rabbia va incanalata in qualcosa di creativo, altrimenti non se ne esce, giusto?).
Il mio rapporto con gli Hüsker Dü.
Come li abbia conosciuti non me lo ricordo con precisione: molto probabilmente tramite Stereodrome di Radio 2, anni ’80 dunque. A seguire Planet Rock: Paolo Gironi credo tu ne sappia qualcosa!
Ricordo senz’altro, qualche anno più in là, di aver visto i Nova Mob. Stefano Lipanje mi dice (e lo ringrazio infinitamente per questo) che era il 16 gennaio del 93, ed eravamo a Meolo (VE). Lì ci sono andata con la macchina del babbo, in compagnia di Roberta e forse qualche altra della mia cricca di allora (Stefania la sarda?). Venezia, dove studiavamo, non era lontana; però la macchina andava riportata ogni volta a casa in provincia di Padova: non potevo permettermi di lasciare in parcheggio il catorcio più dello stretto necessario. Ricordo l’atmosfera e l’energia di quel concerto. Stefano era anche lui lì, ma ancora non ci conoscevamo.
Fatto sta che in quel periodo stazionavamo parecchio dalle parti del ‘Paradiso Perduto’ la sera. Una di quelle, siamo all’esterno, io e Roberta, un po’ fuse, e cantiamo. The main, the main, remember your name. Remember the things you and I became, il resto non lo capivamo così bene e non ci spingevamo molto più in là nell’interpretazione. Attacchiamo quando passa Stefano: lui si ferma e dice qualcosa tipo Hey, questa la conosco. E’ fatta, siamo amici. Ci siamo persi di vista per anni, poi ritrovati nell’era di facebook.

Più avanti ancora. Abito in UK, per caso mi trovo a vivere con delle ragazze norvegesi: indovinate la prima cosa che chiedo ad una di loro, Aud Ase Reitan? Come si pronuncia correttamente Hüsker Dü, nella loro lingua, ‘ti ricordi‘. Come minimo avrà pensato che era bizzarro; e lo era, in effetti.
Arriviamo all’oggi, leggo un libricino sulla storia del gruppo. Grant della coppia è quello sfortunato: ha perso la casa in un incendio, con tutto quel che conteneva, il suo mondo in fumo, perduto. Per questo mi sta decisamente più simpatico dell’altro.
Anche se poi vado a vedere Bob all’Estragon poco più tardi. E lo trovo in splendida forma. Mi metto a saltare, ovviamente. Conosco finalmente Eliseno e anche Marco. Ci sono Massimiliano e Arturo. Bob regala la sua torta di compleanno a fine concerto; c’è ancora, allora. Gran bella serata.
Qualche sera fa riascoltiamo Good News for Modern Man e mi resta incollata addosso ancora una volta questa canzone, tipico esempio di arte hartiana. Ve la offro.
E buon passaggio verso altri pianeti, Grant, ci mancherai.

Paola Bianco

La ventunesima edizione (Fiver #30.2017)


Venerdì.
Fa caldo, maledettamente caldo in Sicilia da una settimana. L’idea di un festival con quaranta gradi all’ombra mi mette un po’ di ansia ma le previsioni sono dalla mia: pioggia in giro per il nord e venti che rinfrescano fin qua.
Parto da sotto Ragusa e attraverso in autobus terre che sembrano uscite dai film di Sergio Leone, poi improvvise colline così aspre da ricordar le mie montagne. Ci vuole lo stesso tempo che ci mette un aereo da Londra a NY per fare Vittoria-Castelbuono fra bus, treno e di nuovo bus, ma ho tempo di ascoltare almeno tre volte il disco di Salmo (intermezzato da Horrors, Moonlandingz e Idles a me molto più congeniali) e posso dire che per la prima volta dai tempi di Sangue Misto un rapper mi piace. Mah, sarà questo caldo…
La punta con Lorenzo è al palco Ypsi&Love, dove, in una cornice molto bella e con una buona acustica, suonano le band da qualche centinaia di persone, quelle ancora troppo giovani per il palco principale e le proposte più fresche.
Devo vedere Massi, ma i ritmi siculi – questo è l’unico festival d’Europa credo, in cui non vedi nessuno che corre: solo gente che passeggia con calma e che al tuo “dai che se no ci perdiamo l’inizio del concerto” ti guarda e abbozza quel sorriso da saggezza millenaria divertita dalla mia ansia da polentone – e un paio di appuntamenti in luoghi diversi ci tengono lontani fino a fine serata.
Piazza Castello è bellissima e affollata, un colpo d’occhio che illumina il buio. Al palco del Chiostro di San Francesco ho ascoltato per la prima volta la voce clamorosa di Sergio Beercock: non quello che ascolto tutte le mattine, ma una grandissima performance ad aprire YpsigRock2017. A seguire Bry. Sono di buon umore e quindi sorvolo sul bimbo irlandese che si atteggia a rockstar potendo ampiamente farne a meno. Saltato il palco nell’ex Chiesa del Crocefisso causa birrette con amici vari e poi passaggio a casa, poi birrette, poi cena (ritmi siculi, pure un polentone come me…) e arrivo al Castello che stanno cominciando i Cabbage. Energia, un tentativo di carica punk. Mi stride qualcosa nell’orecchio e quel qualcosa sono tre parole. Fat. White. Family.
Devastanti, due anni fa: sullo stesso palco, l’apocalisse. Oggi un temporale di chitarre e batteria.
Il paragone è impietoso, ma forse sono le mie orecchie ad essere troppo stagionate e smaliziate.
Comunque, cominciamo bene.

Second act: Preoccupations. Terza volta quest’anno fra Primavera e Hana-Bi. Li ascolto da lontano,
ci sanno fare, niente da dire: i suoni ci sono tutti, le mani al posto giusto (e, oggi, non è poco) e quella voce che non mi convince mai. Un po’ FBYC (ma quanto sono fighi, loro?) rallentati, un po’ Shellac senza pugni da tirare (scusate, ma non posso fare a meno di citarlo: concerto dell’anno fino a qui, quei devastanti tre quarti d’ora al BeachesBrew sotto la tempesta di sabbia con Steve Albini che improvvisa un line check con foulard a coprirgli la bocca per non farsi una scorpacciata di spiaggia volante). Non lo so. Solito effetto da cubo di Rubik. Tanti lati, singolarmente attraenti che non si mettono insieme manco per sbaglio. Tanta roba che sulla carta mi piace, tanti suoni che dal palco mi piacciono. Ma dopo mezz’ora, sono, come le altre due volte nel corso di un paio di mesi, perplesso e ho voglia di sentire qualcosa di diverso.
I Ride sono felici. Adorano il panettone locale e l’asinello per la raccolta differenziata. Ci ripagano con un set potente. Senza sbavature. Chitarre e intrecci vocali ineffabili. Dreams Burn Down. Ricordi si materializzano e rotolano per le scale del castello. E il tempo si ferma. Sospeso alle pendici delle Madonie.

Sabato.
Non è la nostra serata, lo sappiamo. E ci sta. Non ci può essere solo punk, rock, indie sul palco di un festival ricercato e internazionale.
Io e Massi ci guardiamo perplessi mentre beviamo un caffè al Cycas, bar casa Ypsig: una lista di nomi che non conosciamo e coprono da r’n’b a hiphop passando per un tocco dance. Mah… mettono
pure brutto tempo, sarà la punizione divina del dio dei nerd che aspettano Will Toledo come una manna.
Massi molla e va a fare un giro con moglie e amici. Io seguo Lorenzo allo stage nel Chiostro. E, come sempre, capisco di non capire un cazzo. Sul palco Estel Luz e va bene: quel sound tra soul che strizza l’occhio alla dance che proprio è quello che non ascolterei nemmeno se mi pagassero, ma, alla fine, ha stile e fa passare la sua oretta di live con la voglia di sorridere.
Poi, la conferma che non capisco un cazzo: Adam Naas. Ok. Lo guardo e mi metto le mani nei capelli: un altro hipster, pure francese. Neanche la bionda che suona con lui – jeans a vita alta,
maglia oversize con maniche arrotolate e cintura floscia – mi tira su di morale. Oddio un’altra band da copertina di Pitchfork digitale. Mi prende lo sconforto. Poi i tre ragazzini salgono sul palco e succede qualcosa.

I due che accompagnano Adam fanno due coretti e tre colpi di tastiera ma li fanno bene. E lui sfodera una voce da brividi con un groove e uno stile da chi è nato sul palco.
Il chiostro si riempie – e si vede che c’è chi ne capisce più di me e con meno pregiudizi – e il live è uno spettacolo che mette in pace alle orecchie. Rimango ad applaudire finché non scendono dal palco e vado a fargli i complimenti – e a salutare Eric di Comcerto che lo ha portato qui, sempre sul pezzo il ragazzone… – e lui ringrazia timido e felice, primadonna forse non ancora del tutto consapevole dei propri mezzi. Evviva.
Devo saltare Amnesia Scanner marinando di nuovo l’ex chiesa e arrivo direttamente in piazza per vedere l’unica cosa che mi stuzzica della serata: Beak. Mr Portishead non riscuote le mie simpatie ma insieme ai suoi sodali srotola paesaggi sonori con nonchalance e tanto li trovo leziosi su disco tanto stasera li trovo “necessari”.
Non mi scompongo per Rejjie Snow – sarà, ma se devo sentire hiphop americano datemi gli emuli di Snoop Dog e Pharrel e, per l’amordidio, la trap no, la trap non esiste – e seguo Digitalism incuriosito dalla passione che sale dalla piazza. Forse è vero: è sabato, è agosto e la gente vuole ballare. Bravi gli organizzatori che l’hanno capito e mi hanno stupito di nuovo facendomi godere una serata a cui, di mio, non avrei partecipato.

La piazza è piena, si sta bene, la gente ride e si diverte.
Noi finiamo a fare mattina in giro per il paese.

Domenica.
La festa: con Massi ci troviamo dal primo live. Oggi, da bravi, ritmi nordici: ci facciamo tutti i palchi, tutti i live. Chiostro: i Klangstof mi annoiano ma il conteggio dei sorrisi circostanti mi dimostra che ho ampiamente torto (come spesso accade) e chiudono dopo Bobbypin i live di Ypsi&love stage.
Ci trasferiamo all’ex chiesa, dove non so cosa si è presa Aldous Harding ma non credo di volerne anche io. Combatte i suoi fantasmi aggrappata alla sua chitarra acustica, evidentemente. Pieni e vuoti. Più i secondi, indubbiamente. Alla quarta volta che, dopo aver roteato gli occhi, mi fissa con una smorfia da clown di It guadagno velocemente l’uscita un po’ turbato.
Trascino Massi di corsa a fare la fila per Edda. Il mio live più atteso del festival e lui non ci delude: ha un sorriso e un abbraccio per tutti e, soprattutto, delle canzoni belle. Molto belle. Che nel castello volano e non si posano mai commuovendo noi, stipati sulle scale medievali dopo una fila che temevamo ci lasciasse fuori.

La location è incredibile. Il set potente come sempre: infradito e maglietta sdrucita ma animato dalla potenza del reale. Edda è la storia più bella della musica italiana degli ultimi anni, e vederlo così in forma ancora dopo la data di marzo al Locomotiv a Bologna è una vera gioia.
Si va in Piazza Castello giusto in tempo per sgomitare quel poco che serve e arrivare in prima fila.
Will Toledo non è figo e credo non sia neanche ‘sto fenomeno di simpatia. Ha un unico grosso difetto per quel che mi riguarda, averci regalato il concerto dell’anno dodici mesi fa nello stanzone
del Mattatoio. Abbracciati, sudati, commossi. Due gradi di separazione al massimo. Le canzoni sono sempre belle ma un po’ si perdono nell’indifferenza dei molti che aspettano ansiosamente i
Cigarettes After Sex.

Saltiamo e cantiamo a squarciagola felici come bambini. Massi è il fan numero uno, credo, in questa piazza e lo vedo volare dieci centimetri sopra gli altri quando grida “it doesn’t have to be like this” e siamo immersi in quel clima di festa che ti fa voglia di prendere un’altra birra e andare a chiedere a quel tipo dove ha trovato la tshirt di quella band che credevi di conoscere solo tu e invece lui l’ha vista in un festival imbucato in un bosco in Inghilterra l’anno scorso. É una festa e nella festa può scivolare via anche un set inutile. Il tempo si sospende per un’ora. Un’ora insulsa, irritante.
Un’ora della mia vita che rivorrei indietro, grazie.
Non c’è niente da fare. Visti al Covo l’inverno scorso, di nuovo qui mi confermano il giudizio di una stagione fa. Un disco da ascoltare a casa mentre fai le pulizie, per poi annoiarti e mettere su gli XX e annoiarti di nuovo e ascoltare musica vera, fatta con gli strumenti, quelli che si sanno suonare davvero.
Ma, malgrado loro (e grazie a loro visto l’incomprensibile hype che riempie la piazza), la serata fila via sempre in quel mood festaiolo che ci porterà avanti fino all’alba.
I Beach House in confronto ai Cigarettes sembrano i Velvet Underground. Srotolano il loro tappeto di stelle e ci adagiano sopra deliziosi ricami. Si meritano questa piazza magica e noi tutti ci
meritiamo loro.

Finito l’ultimo live, sono abbracci e saluti. Con Massi ci vedremo al più tardi a Bologna all’apertura del Covo. Si torna al Cycas, dove Victoria Legrand, che probabilmente ha passato il pomeriggio con
Aldous Harding ma prendendo solo quella buona, è a caccia di qualunque cosa alcolica si possa bere.
Recupero Lorenzo e andiamo a chiudere un baretto di un amico ed è quasi giorno. Ma siamo irriducibili: su il chiodo e via in Vespa per le curve di Castelbuono fino al Camping dove si chiude la festa. Fabio Nirta si diverte a mashuppare qualunque cosa abbia ascoltato in vita sua. Io prendo l’ultima birra che sono le otto del mattino. La gente balla e salta ed è pieno giorno ed è quasi freddo e quasi sa di fine estate anche se non è ferragosto questo festival che spazia molto, non aveva super nomi in lineup ma perle sì, che mi ha fatto rincontrare un paese bello e bella gente (quel paese lo conoscevo già e quella bella, bellissima gente anche, ma ogni volta è meglio di quella prima), ridere dei ritmi siculi, innamorare delle spiagge di sassi sopra Cefalù.
Domani Palermo e poi un aereo e si torna a nord. Tre giorni in fila a lavorare e poi una notte in bianco, un aereo e La Route du Rock a Saint Malo.
Poi, l’estate sarà finita davvero.

Fabio Rodda

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Il Teatro Tivoli a Bologna non è altro che un cinema parrocchiale di periferia.

Quando annunciarono il concerto di Grant Hart mi ricordo che, come prima cosa, preso dall’eccitazione dell’evento, tempestai Arturo di domande: ma che posto è? Ma Grant Hart in un cinema parrocchiale? Sei sicuro? Non che salta all’ultimo…..Mi rassicurò sul fatto che ogni tanto organizzassero concerti in quel luogo e che, insomma, era meglio che la facessi finita e che non ci sarebbero stati problemi. Era la primavera del 1990.

Gli Hüsker Dü si erano sciolti da poco e io tenevo in casa una cassetta registrata di una trasmissione radiofonica della Rai come una piccola reliquia. Guido Chiesa, inviato da New York, raccontava il concerto del tour di Warehouse: Songs and Stories, facendone sentire naturalmente degli estratti. Mi ricordo esattamente cosa diceva: hanno suonato tutto l’album dall’inizio alla fine conservando la stessa scaletta del disco. Nel bis hanno ripreso qualche canzone più vecchia ed hanno suonato una cover dei Beatles. Bob Mould non ha detto una parola tutto il tempo, mentre Grant Hart, dietro la batteria, cantava le canzoni che aveva scritto di suo pugno intervallando qualche battuta a stemperare la tensione che ormai aveva minato la band al suo interno. Tutto il resto è storia.

Del concerto bolognese di Grant Hart mi ricordo poco: fece alzare il pubblico dalle poltroncine e ci ritrovammo tutti in quello stretto spazio tra il palco e le prime file. Non suonò pezzi degli Hüsker Dü, mi pare, ma non potrei giurarci. Suonò sicuramente i brani del suo primo disco solista, compresa 2541 che è una delle più belle canzoni degli ultimi 30 anni e che nessuno si ricorda di mettere mai in una di quelle cazzo di classifiche/playlist che vanno tanto di moda.

A distanza di anni, ogni volta che passo in via Massarenti 418, all’altezza del cinema Tivoli penso a quella notte. Passo in macchina, volgo lo sguardo verso quel cinema dimesso e penso: lì dentro ci ha suonato Grant Hart, scuoto ogni volta la testa e mi ritrovo un sorriso da ebete stampato in faccia.

CESARE LORENZI