Keep the Flame Alive (Fiver #36.2017)


La prima volta che mise piede a Londra fu anche la prima volta che varcò i confini del suo Paese, la prima volta che salì su un aeroplano, la prima volta che assaporò il gusto acido delle fette di cetriolo schiacciate tra pane e hamburger e la miscela agrodolce di burro salato e marmellata di limone spalmata sui sandwich che ogni mattina gli venivano serviti a colazione.
Fatta eccezione per alcuni negozi su a Milano, città dove tutto arrivava prima, i fast food dalle sue parti non esistevano ancora, il burro salato si trovava solo in certe botteghe del centro che importavano cibi esotici da chissà dove e a parte qualche pasticciere siciliano nessuno aveva idea che dai limoni si potesse ricavarne una conserva.
Per tutto questo, e molto altro ancora, a lui Londra pareva la capitale del mondo.
Così sotto molteplici aspetti quella vacanza, camuffata dietro la maschera del classico soggiorno studio in un’epoca di molto precedente all’invenzione dell’ European Region Action Scheme for the Mobility of University Students a.k.a. Erasmus, fu una vera e propria esperienza di formazione, un percorso iniziatico che nemmeno Il giovane Holden.


Holograms “Shame” da Surrender (Push My Buttons lp, 2017)

In realtà la casa in cui andò ad abitare durante le tre settimane della sua permanenza a Londra non è che fosse proprio a Londra. Per raggiungerla doveva scendere lungo tutta la Northern Line fino a Morden, il capolinea sud. Una volta lì, e già quello era un percorso infinito dal centro della città, per arrivare a casa occorreva montare su un autobus che dopo una lunga corsa tra i sobborghi lo scaricava a qualche centinaio di metri dalla destinazione finale, proprio di fronte a un camposanto che a lui pareva enorme. In quel cimitero ogni tanto in quei giorni di periferia londinese andava a passeggiare, accomodandosi a sedere su una panchina da dove poteva ammirare gli sbuffi di fumo bianchi provenienti dal camino del forno crematorio quando questo era in funzione.
Il fatto di passeggiare in un cimitero non poteva considerarsi pratica del tutto consona agli standard di un ragazzino di 16 anni, eppure a lui piaceva. Lo rilassava offrendogli una serenità incosciente, così vicina eppure così distante dalle intimidazioni di Brixton, il quartiere confinante che giusto l’anno prima era stato origine di una vera e propria rivolta popolare, il Brixton Uprising. Comunità afro caraibica locale contro polizia: un morto, oltre 350 feriti, edifici e automobili dati alle fiamme e prime pagine di tutti i giornali conquistate senza eccezione alcuna. Erano gli anni del primo ministro più odiato nella storia del Regno Unito, la donna che in quel principio di anni ‘80 lavorava di buona lena per smantellare le istanze indipendentiste irlandesi avanzate con le bombe e i fucili della Irish Republican Army. La stessa donna che pochi anni dopo avrebbe sconfitto la working class smontando il durissimo e interminabile sciopero dei minatori inglesi e annientando di fatto il potere dei sindacati.


The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die – “Dillon And Her Son” (da Always Foreign lp, Epitaph 2017)

A pensarci oggi, conoscendo il peso delle storie che in quegli anni si susseguirono da quelle parti e avendo ben presente l’apprensione della propria famiglia, gli sembrava impossibile che allora i suoi genitori avessero assecondato il suo desiderio di libertà spedendolo fuori dal loro controllo. A così tanti chilometri da casa e con un mare in mezzo: Londra, quel preciso periodo storico. Dal canto suo lui era preoccupato solo dalle creste colorate dei punk seduti sul bordo delle fontane di Trafalgar Square, unica minaccia plausibile e concreta che gli si manifestava di fronte agli occhi.


Makthaverskan “Eden” (da III lp, Run for Covers, 2017)

In quelle settimane di soggiorno non affinò quasi per nulla la sua padronanza della lingua inglese, troppo incerto riguardo gli strumenti di comunicazione che aveva a disposizione, troppo timido per cercare confronto e discussione con la popolazione del luogo.
Imparò però altre cose che gli sarebbero state utili nella vita quasi quanto una miglior conoscenza della lingua inglese. Da quella vacanza tornò con una serie di certezze sostenute dalla raffica di stimoli che la pirotecnica cultura del luogo gli aveva letteralmente sparato addosso e allo stesso tempo con l’umore imbrogliato dall’oceano tempestoso dei suoi ormoni adolescenziali. Un caos emozionale, insomma.
Capì ad esempio che le ragazze francesi erano senz’altro più intraprendenti delle loro coetanee italiane, ma comprese anche che per quanto la solerzia di una ragazza potesse configurarsi come situazione senz’altro interessante era comunque altrettanto certamente una faccenda più problematica e in fondo anche meno avvincente di quanto credeva. Meglio perseguire altre passioni variamente assortite e meno pertinenti la sua sfera personale. Tipo il gioco del calcio che proprio in quei giorni di trasferta gli si era parato davanti in tutta la sua magnifica realtà anglosassone. Una partita vissuta in uno stadio inglese era di fatto una cosa completamente diversa rispetto a un incontro visto in uno di casa sua, sia che si trattasse del piccolo e antico Craven Cottage dove in uno dei weekend del suo soggiorno vide la locale squadra del Fulham ospitare il Queens Park Rangers sia che lo stadio da visitare fosse la cattedrale di Wembley sulle cui gradinate si era mischiato ai supporter del Tottenham il sabato precedente per assistere alla sfida di Charity Shield contro l’Aston Villa.
Cominciò anche a comprendere una cosa che sarebbe stata fondamentale per il futuro sviluppo della sua personalità e delle sue passioni: la musica poteva essere non solo un sottofondo piacevole per fare da colonna sonora a una giornata qualunque ma aveva le potenzialità per trasformarsi in una vera e propria porta che se aperta nel verso giusto permetteva l’accesso a universi paralleli. Così come il molo di Brighton non era solo un pontile che conduceva in una enorme sala giochi in mezzo al mare ma una passerella utile a proiettarti verso un altro mondo e un’altra epoca.


Cold Cave “Glory” (Heartworm Press mp3 single, 2017)

Nella valigia che al ritorno vuotò sopra al letto della sua cameretta c’erano tutti gli elementi che più o meno simbolicamente lo avrebbero convinto a diventare l’adulto che era oggi: una sciarpa del West Ham United, i 33 giri di Closer e Heaven Up Here, disco comperato convinto più dalla bellezza della foto di copertina che non da una effettiva conoscenza del suo contenuto, il 45 di Young Parisians, principio di una infatuazione per Adam and the Ants che di lì a poco avrebbe raggiunto livelli preoccupanti e un paio di spillette mod, sub cultura di cui non possedeva alcun rudimento ma che già esercitava su di lui un fascino misterioso e irresistibile.
In fondo non conosceva quasi nulla della storia dei Joy Division se non per aver letto qualche racconto firmato da Red Ronnie, un tipo che abitava dalle sue parti e scriveva su Popstar e tutto ciò che sapeva dei mods era stampato su quel manifesto che aveva visto attaccato alla bacheca del cinema Rialto: una foto di un tizio col montgomery (il termine parka allora non faceva parte del suo vocabolario) seduto a bordo di una lambretta cromatissima di fronte alla coccarda con i tondi celeste, bianco e rosso uno centrato sull’altro sopra la scritta Quadrophenia.


Flat Worms “Pearl” (da Flat Worms lp, Castle Face 2017)

Allora non poteva saperlo, ma quello era uno degli inizi.
Una di quelle tre o quattro circostanze che avrebbero dannato la sua vita rendendola un’autentica guerra per far si che quella fiamma accesa tanto tempo prima non si spegnesse mai.
Una guerra contro nessun’altro se non se stesso, contro il suo desiderio di fermarsi a riposare una volta per tutte.
Contro l’irresistibile desiderio di apparire, a se stesso e agli altri, una persona normale.

Arturo Compagnoni

We Don’t Play Guitars (Fiver #35.2017)

Rough Trade East Store, ottobre 2017

Ho perso il conto di quante volte nel corso degli anni ho assistito al funerale delle chitarre. Solo avessi collezionato tutte le dichiarazioni che ho letto e registrato i dibattiti che ho ascoltato in questo ultimo quarto di secolo ne verrebbe fuori un interessante spaccato delle dinamiche che muovono e governano l’umore di chi ascolta musica. Che poi all’ascoltatore medio in effetti di queste faccende non interessa nulla, anzi spesso lui manco se ne accorge se una canzone è suonata con una chitarra, un basso e una batteria piuttosto che eseguita con il ricorso a un qualunque aggeggio elettronico.

Siamo noi –  quelli che dalla musica si fanno coinvolgere più che da qualunque altra cosa – che ci poniamo il problema, dividendoci in tribù e sostenendo tesi che in realtà non avrebbero bisogno di alcun paladino, né lo richiedono. Del resto dalle nostre parti siamo stati abituati a considerare il campanilismo come faccenda buona e giusta, irrimediabilmente radicata nella nostra natura di abitanti del Paese dei mille rioni, piuttosto che una pericolosa fondamenta su cui si costruiscono faziosità di opinione e iniquità di giudizio.
Personalmente non ho alcuna difficoltà ad ammettere di essere assolutamente di parte: mi piacciono da sempre le canzoni costruite con chitarra, basso, batteria e con una voce che possibilmente ci canti qualcosa sopra. Uno dei miei molti limiti di cui mi rendo perfettamente conto, anche se in qualche occasione ho provato a mescolare il mazzo di carte che mi è stato dato in mano tanti anni fa.
Ricordo ad esempio un tentativo di auto coinvolgimento nell’hip hop nel periodo in cui uscivano i dischi di De La Soul, A Tribe Called Quest e Dream Warriors e una infatuazione per la musica da club britannica che durante un breve soggiorno londinese di inizio 90’s mi convinse a trascurare un locale dove si sarebbe tenuto un doppio live di Lemonheads e Gumball per fiondarmi in una discoteca di quelle al momento imprescindibili a ballare gli ultimi hit electro di 808 State e Shamen come un twentyfour hour party people qualunque.
Del resto quelli erano gli anni di Paul Oakenfold, Terry Farley e Andrew Weatherall e proprio non si poteva restarne fuori.

Pur essendo fazioso, come ho appena dichiarato, odio con tutto me stesso il campanilismo (contraddizione in termini? Può darsi) e non mi sognerei mai di sostenere la superiorità di genere dei miei ascolti rispetto a quelli di chiunque altro. Eppure certi dischi che vanno per la maggiore oggi io proprio non li capisco. O meglio mi sfugge il processo che dovrebbe consentire a quei dischi di attirare l’entusiasmo di coloro i quali sono forniti – almeno in apparenza – di un bagaglio “culturale” che in un modo o nell’altro possa definirsi “alternativo” (lo so, sono una persona d’altri tempi e in quanto tale faccio fatica ad abbandonare aggettivi d’altri tempi, per questo li virgoletto).
Mettiamola così: non ho evidentemente i mezzi per avviare le sinapsi e stabilire i collegamenti causa effetto. Non è solo una questione di chitarre, anzi a ben vedere le chitarre c’entrano poco o nulla. E’ solo che è tutto troppo pop, ma proprio troppo. E non è che a me il pop faccia schifo, anzi.
I Cure di Close to Me e Friday I’m in Love lo sono senz’altro così come gli MGMT di Time to Pretend e Kids  per dire, e dio solo sa quante volte ho ascoltato  quelle canzoni, come tante altre cose del genere.

Comunque, pur faticando a comprendere certe infatuazioni,  ribadisco che non ho proprio nulla da  eccepire a chi ha gusti diversi dai miei. Solo mi piacerebbe che l’addetto ai lavori medio (vale a dire qualunque mio conoscente che scrive di musica pubblicando un post al giorno su un social) prima di esprimersi pubblicamente riuscisse a scindere il proprio gusto personale, l’altrettanto personale attitudine a farsi coinvolgere nelle mode del momento e il giudizio tranchant e definitivo riguardo quali siano le musiche “vive” e quali quelle “morte” al giorno d’oggi.
Capisco che sia difficile e in ogni caso del tutto utopico pensarlo, anche se non posso fare a meno di sperarlo.
Ma in fondo tutto questo affannarsi dietro al nulla fa sorridere e teorizzarci sopra mi pare eccessivo quindi spengo il computer e vado ad ascoltarmi un disco privo di chitarre che mi sta piacendo un bel po’, tanto alla fine le canzoni è sempre meglio ascoltarle che non parlarci sopra.

Anche perché poi quello che volevi dire tu puoi star sicuro che qualcuno lo ha già detto prima di te, esprimendo tra l’altro il pensiero in modo più chiaro e senz’altro autoritario. In questo caso lo ha fatto qualche tempo fa James Murphy, uno che oltre ad aver mischiato bene le carte pur non inventando nulla di nuovo è anche riuscito a fare entrare in una sola e leggendaria canzone praticamente tutti i concetti che ciclicamente mi trovo a ripetere su queste pagine:

I hear you’re buying a synthesizer and an arpeggiator and are throwing your computer out the window because you want to make something real
I hear that you and your band have sold your guitars and bought turntables, I hear that you and your band have sold your turntables and bought guitars

I hear everybody that you know is more relevant than everybody that I know
You don’t know what you really want.

Arturo Compagnoni

Eisenbahnstrasse 3, Berlin (Fiver #34.2017)


Gorlitzer Park si colora d’autunno mentre l’attraverso in uno sprazzo di sole. Cammino a zigzag tra le pozzanghere e gli spacciatori, qualche perditempo che, come me, se ne va a zonzo senza meta.
Una pausa di luce tra due acquazzoni e camminare respirando l’odore dell’erba bagnata placa i nervi, la tensione di ore a cercare di scrivere quel pezzo che non viene mai. Camminare muove anche l’anima, farlo per strade che non sono tue, ma che senti tue, ancora di più. Incontri occhi che non conosci, senti una lingua che non sai.
Quasi vent’anni fa, qui, uno di quei momenti che ti cambiano la vita. Se a Capodanno non fossi entrato in quel locale. Se fossi tornato in quello squat a Prenzlauerberg. La città dei “se”.
Ma i binari poi partono e corrono in una direzione sola. Chissà cosa c’era dall’altra parte.

Ricomincia a piovere e non ne ho voglia di inzupparmi. Ovviamente l’ombrello è bello asciutto sul divano di casa. Casa per qualche giorno, dall’altra parte del parco. M’infilo in un caffè e mi faccio riempire una tazzona di liquido scuro e fumante. Guardo la strada colpita dalle gocce sempre più aggressive, ora da folate d’acqua che cambia il colore del cielo, delle foglie sugli alberi. Non capisco tutti quelli che dicono che la vita è un impegno, che bisogna fare fatica per arrivare.
Certo, se per te conta un cazzo di lavoro, una carriera, certo che devi faticare, che devi studiare, sudare, imparare, provare e cadere. E ripartire e poi arrivare dove volevi arrivare. Forse. Se ce la fai.
Se te lo lasciano fare. Se la vita non decide di correre da un’altra parte. Ma questa, cazzo, è una gara. Non è una vita. Non è la vita.
Ok, fai il tuo master, godi della tua promozione. Brinda all’aumento. Va tutto bene.
Ma non pretendere che io sia impazzisca di gioia per tutto questo.
Una manciata di anni. Se tutto va bene. Questo abbiamo. E davvero vuoi farmi credere che conti il tuo lavoro? Quello che fai davanti al computer per otto ore al giorno? Davvero vuoi che io sia emozionato perché non sei stato su youporn per lo stesso tempo? Davvero vuoi che ti dica che sì, certo, tu sei unico. Io anche. Noi, poi… cazzo, e chi c’è come noi?

E se la vita fosse un’altra cosa? Se l’importante fosse qualcosa d’altro?
La porta si apre, entra una ragazza. Occhi blu enormi, sotto una chioma rossa bagnata. Si siede vicino alla stufa e si stringe per un momento nel maglione zuppo, prima di toglierlo e appoggiarlo
sul divano più vecchio di me. Gli sguardi s’incrociano per un momento. Un cenno istintivo di saluto, lei risponde con un sorriso e
va a ordinare. E se sbattersi tanto per raggiungere gli obiettivi non fosse la cosa più importante?
Ieri un’amica mi ha detto che qui, a Berlino, le persone parlano per ore nei club. Poi si salutano. Ognuno per la sua strada. E basta, fine.
Io le dicevo ok, ma se io non ti conosco ed è una bella serata e siamo presi bene, dopo due ore che chiacchieriamo e balliamo assieme ti dico di andare a bere qualcosa da un’altra parte. Magari di
venire da me. Non è normale? Lei mi detto qui no.
Ok. Quindi: due ore di blabla blabla. Poi, ciao. Ognuno per la sua strada. E nessuno scopa in questa città?
Certo. Torni a casa e vai su Tinder. Non ti fideresti mai ad andare a casa di uno sconosciuto.

Berlin I love you, but you’re bringing me down.
Come fai a parlare per ore con qualcuno, occhi negli occhi, e non volere mai andare oltre.
Certo, una volta hai voglia di fare due chiacchiere e basta, va bene. Ma non hai mai voglia di sentire altro? Che odore ha chi hai davanti? Che sapore? Mai?
La mia amica, berlinese doc, mi ha risposto: è solo un’altra persona, tanto non la rivedresti mai per caso e ne incontrerai comunque un’altra. Certo. Solo un’altra persona. Solo un’altra persona? Perché esiste qualcosa di più bello e importante di un’altra persona? Puoi anteporre “solo” a “un’altra persona”?
Tutto per non rischiare. Mai.
E se, invece, la chiave fosse buttarsi? Andare, conoscere, scavare. Amare, anche per un momento solamente.
Amare fino ad impazzire. Consumare, un corpo sull’altro, ogni secondo possibile, fino a che le gambe non tengono più in piedi. Fino a che fa male anche l’anima. Amare così, perché è l’unico modo vero di amare. Qualcuno dirà che poi si cresce.
Che l’amore sarà un impegno, che sarà un percorso, che sarà un lavoro. Un lavoro? Quanta stupidità, quanta paura.
Amarsi è tremare, è sentire la sua pelle, è pensare che nessuno abbia mai sentito quell’odore così forte, che nessun cuore abbia battuto così in fondo, che sembra stia scoppiando.
Ed è vero. È così: nessun cuore ha mai battuto così forte come il tuo. Nessuno ha mai respirato la sua pelle come tu, quella notte. Nessuno ha mai guardato un viso così bello che dormiva mentre fumavi quella sigaretta davanti alla finestra senza niente addosso e l’aria fresca entrava, ed era quasi l’alba. È vero.
È che poi si dimentica. Si dimentica per poter andare avanti, per continuare a vivere. Forse non eravamo fatti per vivere cent’anni ma trenta e allora a venti quell’amore pazzo era, non poteva che essere, l’unico, il più grande. Forse abbiamo dovuto imparare a smettere di amare. Ad accontentarci, a cercare un compagno perché quando torni a casa la sera da solo, a volte, è proprio dura. Perché la domenica senza calcio o droga non passa. Forse.

Majakovskij diceva che amore e lotta sono la stessa cosa. Come i pesci che sembra si stiano baciando e invece combattono. Come il graffito su quel muro qui vicino, con quei due che si baciano. Quello che hai fotografato anche tu.
Fare l’amore fino a quando manca il fiato è fare la rivoluzione. La libertà di un corpo felice è la libertà di un’anima che non ha paura.
Siamo bipedi col pollice opponibile e qualche pelo in meno dei nostri parenti a sangue caldo che stanno nella foresta o, poveri loro, negli zoo, ma siamo qui esattamente come loro: buttati quasi a caso – probabilmente solo a caso – a cercare qualcuno che ci scaldi nelle ore più difficili.

Io sono folle, folle, folle d’amore per te .
Io gemo di tenerezza perché sono folle, folle, folle
perché ti ho perduto .
Stamane il mattino era cosi caldo
che a me dettava quasi confusione
ma io ero malata di tormento
ero malata di tua perdizione.
(Alda Merini, Folle, folle, folle di Amore per te)

La città dei “se”, di quei momenti capitali in cui un caso, un passo fatto o meno, una porta aperta o no, una strada attraversata o una panchina su cui stare seduto cambia la vita; la città che poteva essere mia e non lo è stata. O forse sì. Lo è diventata comunque, che lo volessi o no.
Guardo i sampietrini calpestati da persone che corrono cercando riparo sotto le tende dei bar. I fari di poche auto illuminano, per un momento, l’orizzonte. Mi viene voglia di sorridere. Penso che qui non ci vivrei più, ma che non smetterò di tornarci. Che non invecchierò nemmeno dove vivo ora, sono solo di passaggio, ma ci rimarrò ancora per un po’.
Le cose vanno sempre come devono andare. L’importante è non rimpiangere mai una strada che non hai voluto imboccare: mentre stai a frignare potresti non vedere quella, perfetta, che ti è appena
stata messa davanti dal caso, o caos, o destino. Tutte parole che dicono la stessa cosa.

Solo un’altra persona. Berlino, Berlino, dai, lo sai: non puoi credere a chi ti dice che “tornerà” che “chissà quante troverai come lei”. Non è vero. Lo sai. Lo so. Lo sappiamo: non la troverai mai più.
La cercherai in mille occhi, su mille letti, ma non la troverai mai più. Quello che lasci andare via se ne va. E basta. Lo sappiamo, dai.

Come un serial killer
faccio pagare alle altre donne
la colpa
di non essere te
(Miche Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke)

Io non lo so se ero sempre da solo o se mi sentivo così solo che nei ricordi sono sempre solo io.
Berlin I love you, e non ci credo a questa storia che qui non si sa amare, non è possibile. Con quest’aria che ti riempie, con i colori che hai, con le giornate di pioggia e le case coi pavimenti di legno e le stufe a carbone, cos’altro c’è da fare nei lunghi pomeriggi d’inverno se non consumarsi uno sull’altro?
Quell’odore di carbone nell’ingresso dei palazzi che per me sarai sempre tu, Berlin.
Non ci credo che non sai amare.
Lotta, ama, godi. Senza queste tre cose, niente verrà mai bene.
Un sacco di pensieri, come sempre, quando cammino per le tue strade. Stasera un bel concerto in un locale che non conosco, domani un’aereo e si torna. Solo per un po’, solo per ripartire.
Il mio caffè è finito.
Lei è veramente bellissima e chissà dove vive e cosa fa, magari se è sposata: forse si ripara qui prima di andare a prendere sua figlia a scuola di danza, proprio qui dietro. Chissà. O forse stava
passeggiando nel parco perché non trovava le parole per finire il suo romanzo, come me. E si sta domandando le stesse cose che mi domando io, guardandola ancora.
Fuori non accenna a smettere. Mi alzo, chiedo un’altra tazzona di brodaglia. Mi giro. Lei sfoglia
una rivista. Incrociamo gli occhi di nuovo.
Ciao, mi chiamo

Fabio Rodda

For real (Fiver #33.2017)


Considerando le mie limitate ambizioni e i miei pochi interessi – musica, gioco del calcio, qualche buon film e ogni tanto una lettura appropriata – il fatto di essere nato e vissuto in una città come Bologna è stato, a conti fatti, un evidente vantaggio. Lo riconosco da sempre, derubricando a semplice perseveranza quelli che qualche amico di manica larga considera meriti acquisiti sul campo. Obiettivamente faccio fatica a considerare virtù il fatto di poter segnare a curriculum la presenza a concerti storici e aver visto all’opera certi calciatori, perché di questo alla fine sostanzialmente si parla. Medaglie di latta se non di cartone.
Abitare in una città che all’altezza dei tuoi quindici anni ti accorda il privilegio di assistere a un concerto gratuito dei Clash in piazza (tour London Calling, mica cazzi) può effettivamente indirizzare la vita in un senso piuttosto che in un altro. Ancor più se nel paio di anni che seguono quel concerto fatale – l’epoca in cui anagraficamente ti iscrivi al club dei maggiorenni – quella stessa città apre le porte del suo palasport per mostrarti cosa è successo ai Joy Division subito dopo la morte del loro cantante (New Order, tour di Movement) e ti fornisce i mezzi per decifrare uno dei più interessanti momenti musicali degli ultimi 40 anni concedendoti la possibilità di vedere all’opera dal vivo nel momento giusto gente tipo Gang of 4, Devo, Killing Joke, Bauhaus, Chrome, DNA.
Il merito principale non va dunque a me quanto ai miei genitori che decisero di traslocare sotto le due torri giusto qualche mese prima della mia nascita. Di mio ho messo la costanza e la fedeltà nel tempo, a me stesso e alla causa del rock and roll. Sono solo stato presente e questa probabilmente è una qualità che posso esibire. Perché in fondo essere presenti è una scelta, una scelta che oggi probabilmente pochi deciderebbero di fare in un mondo in cui il digitale ha sostituito il reale e la partecipazione diventa inevitabilmente fittizia. Niente di male, non c’è un giusto e uno sbagliato e anzi forse è meglio così. Ci si stanca di meno, si dura di più e se è vero che le emozioni smarriscono il loro impeto nel setaccio del virtuale è anche vero che lo sconforto della delusione può essere smorzato con un clic della tastiera.


Hallelujah! “We don’t Play in a U.S.A. Band” dal 10” split con gli Inutili (Aagoo & Welcome In The Shit Records, 2017)

A Bologna c’è una squadra di calcio che negli anni della mia formazione come appassionato di football giocava solamente in serie A. Anzi di più: assieme a Milan, Inter e Juventus era allora una delle quattro compagini che potevano vantare il fatto di non essere mai retrocesse in serie B. Una squadra le cui partite mi hanno consentito di ammirare in campo nel tempo gente come Helmut Haller, Giacomo Bulgarelli, Eraldo Pecci, Beppe Dossena, Roberto Mancini e più avanti Roberto Baggio e Beppe Signori.
La prima volta che entrai in uno stadio fu per vedere quella squadra giocare contro un Cagliari che solo un paio di anni prima scendeva in campo con lo scudetto cucito sulla maglietta e il cui centravanti di nome faceva Gigi Riva. Il Bologna era allenato da Edmondo Fabbri e quell’anno in coppa Uefa era uscito ai sedicesimi con lo Željezničar di Sarajevo dopo aver eliminato l’Anderlecht al primo turno. Col Cagliari finì due a uno. Se ricordo ben uno dei due gol per i rossoblu di casa fu un’autorete del leggendario Comunardo Niccolai. Io dovevo ancora compiere sette anni e frequentavo la prima elementare.


Beaches “Arrow” da Second of Spring LP (Chapter Music, 2017)

Non ho mai tifato per la squadra della mia città perché la tradizione di famiglia mi ha mandato da un’altra parte, ma mi è sempre piaciuto andare alle partite di calcio e pur non tenendo per il Bologna Football Club sono stato abbonato allo stadio per tanti anni. Quel giorno, il giorno della mia prima partita di calcio sulle gradinate del Comunale, ho imparato una cosa che per quanto possa apparire assolutamente retorica è anche totalmente vera: il verde di un campo di calcio ha una luce diversa quando ti si para davanti nel momento in cui sbuchi fuori dalla penombra di uno degli ingressi piazzati sotto le scalinate rispetto al colore che ti propone la pur altissima definizione dell’ultimo modello di televisore piazzato nel salotto di casa tua.


Escape-ism “Almost No One (Can Have My Love)” da Introduction to Escape-ism LP (Merge, 2017)

Ieri guardavo con Giulio una partita, in televisione appunto. A un certo punto lui mi ha fatto una domanda apparentemente stramba: Perché quando andiamo allo stadio una partita sembra durare molto meno rispetto a quando la guardiamo in televisione? Ci ho pensato giusto l’attimo di rendermi conto che aveva ragione, anche per me era così. E allora gli ho risposto con sicurezza: Perché quando andiamo allo stadio siamo più coinvolti, viviamo la partita con un tipo di emozione diversa e questa emozione accelera i battiti del cuore. Quindi ci sembra tutto più veloce e di conseguenza più breve.


The World “Hot Shopper” da First World Record LP (Upset! The Rhythm, 2017)

Musica e calcio sono forse le due faccende che più frequentemente mi capita di affrontare con la gente che conosco. Spesso ascolto giudizi da conoscenti che sia pur molto appassionati ai due argomenti di cui sopra – peraltro classici ritardanti entrambi l’età adulta – non frequenta i luoghi dove si svolgono questi due eventi. Il che, per quanto la modalità sia figlia dei tempi dunque del tutto giustificabile, continua a stupirmi. Un po’ come se un fervente cattolico osservante e credente non andasse poi in chiesa la domenica.
Ogni tanto capita che mi chieda se nascendo in questi tempi avrei fatto le stesse scelte. Non so darmi una risposta, mi dico che sono stato fortunato a vivere anche un’epoca diversa da questa ma subito dopo cancello il pensiero rendendomi conto che quel concetto è probabilmente identico a quello che si trova a formulare qualunque persona quando inizia a diventare vecchia, in ogni epoca, in qualunque paese: ai miei tempi era tutto meglio.


Flesh World “Into the Shroud” da Into the Shroud LP (Dark Entries, 2017)

Non ho imparato molto dalle esperienze fatte sinora, però al di là di tutto quello che ho appena scritto qui sopra una delle poche cose che ho capito è che per apprezzare veramente una situazione bisogna viverla. Andare a vedere un concerto, così come andare allo stadio consente di farsi coinvolgere in quell’avvenimento in una maniera diversa. Di starci in mezzo e farsi trascinare. Permette letteralmente di respirarlo. Farselo raccontare da chi c’è stato, da una televisione o dallo schermo di un computer non è la stessa cosa. Per niente. Chi non lo capisce si sta perdendo qualcosa e forse dovrebbe fare uno sforzo per provare. Sconfiggere i tempi e sovvertire il nuovo ordine.
Ma francamente sono affari suoi, a me tutto sommato importa una sega.

Arturo Compagnoni

Ansiogeno. Autocelebrativo. Inutile. Un po’ come compiere 40 anni. (Fiver #32.2017)


Ebbene sì: è successo. Ieri era l’anniversario di un fatto di nessun conto nella storia dell’uomo, inevitabilmente fondamentale o, meglio, fondante, nella mia.
Il pomeriggio di un sabato di quaranta lunghi, lunghissimi, infiniti anni fa, in un ospedale di Feltre, appena sotto le Dolomiti bellunesi, una giovanissima e bellissima donna dava alla luce, dopo una dozzina di ore di travaglio, un cucciolo d’uomo privo di naso e con delle strane macchioline sulla faccia. Lo chiamò Fabio. In lizza solo Alessandro, nonno paterno (non mi sarebbe andata poi male anche con la seconda scelta, ma ho sempre amato molto il mio nome).
Lei voleva che il suo primo figlio nascesse in settembre. Io ho tenuto duro fino al pomeriggio del primo ottobre. Primadonna da subito, rompipalle pure, gettato nel mondo (direbbe Martin) all’ora giusta del giorno giusto: quattro e dieci del sabato. Il tempo di mettersi qualcosa addosso ed uscire per un paio di drink prima di far serata.
Chissà se mia madre se l’è presa di più per la mezza giornata di travaglio o perché sono saltato fuori in ottobre e non nel suo mese preferito, ma, comunque sia, da lì in poi il nostro rapporto si è sempre basato su una sottile e masochista per entrambi forma di scontro, avvicinamento/battaglia, lite furente/amore a distanza, come in un balletto post moderno che incarni l’impossibilità di un agognatissimo amore.

Forse disco dell’anno e quasi certamente live dell’anno – potrebbero scalzarlo nei prossimi mesi solo BRMC e Horrors. Un po’ di attesa per Dirty Fences al Covo – ma non credo che nel 2017 qualcosa potrà scavalcare la potenza e, non a caso, brutalità del concerto visto a LRDR dei giovani Idles che presentavano il loro Brutalism.
(Appena dietro, ma su queste pagine l’ho già scritto più volte, il live pazzesco di Albini & Co. all’Hana Bi quest’estate.)

Ma qui siamo a parlar di me, che l’argomento interessi il mondo intero non vi è dubbio alcuno.
Pomeriggio d’autunno, dicevamo, e così sono sempre stato: un pomeriggio d’autunno. L’amore per i colori e le luci soffuse, taglienti come lame a illuminare d’improvviso il rosso di una foglia di castagno bagnata dalle infinite piogge ottobrine. Il silenzio e l’odore della legna e dell’aria carica d’acqua. Il caos di un locale affollato e la notte. Il buio. Quello sempre. Sempre amato più l’oscurità della luce, i colori tenui e pallidi più del calore estivo di un ocra e di un vermiglio leonini nella loro forza. Invadenti, nella loro bellezza.
A sedici anni, certo di essere l’erede di Rimbaud: gli stessi turbamenti (e la convinzione di aver compreso Le Batteux Ivre) che mi facevano scriver poesie. A diciotto, come il Poeta, avevo smesso e la poesia la leggevo soltanto. Quante ore su Montale, Baudelaire e poi Ferlinghetti, l’adorato Allen Ginsberg. Tutte le lezioni di matematica e scienze seduto in cesso a fumare canne e leggere i grandi.
La filosofia, quel bisogno di capire che cazzo ci stavo a fare al mondo che mi obbligava a studiare ogni possibile risposta il mondo avesse mai dato. E quindi, dove vai a studiare filosofia nel 1996? Ma a Bologna. Dove nelle aule del TPO in via Irnerio, nei corridoi del L.I.N.K. di via Fioravanti, alle lectio magistrali del Livello 57 sotto il ponte di Stalingrado e nella sala studio del 25 occupato (questa non è una gag, esisteva e io studiavo lì i miei esami da 30 e lode, si sappia perdio) il giovane Fabio maturava la propria visione del mondo tra le letture dei classici del pensiero occidentale, la passione per il cyberpunk, le unghie smaltate di nero e il boa blu elettrico e l’unica fede negli scritti di tale Federico Nietzsche.

Ho sempre amato le voci femminili. Le ultime mie passioni a tal riguardo Sharon Van Etten, Savages, Florence and The Machine, Daughter (mammamia lei quanto è bella, pure…), Angel Olsen, Regina Spektor, l’adorata Anika e qui, da noi, Joan Thiele, Birthh, Ofeliadorme, Beatrice Antolini ma anche Claudia aka Levante (sì, lo so, sento già i buuuuuuuuuuu di voi mezze pippe indie, intanto paghereste tutti per un uscita con la bella siculotorinese) ma poi andiamo indietro e allora c’è la Bertè, Mia Martini, la Rettore e Patty. Anna Oxa: forse il primo concerto visto neanche a dieci anni e sicuramente la prima e unica cantante di cui mi sia innamorato. E allora torniamo ai primi amori. Lei si chiamava Chiara e aveva un paio d’anni più di me. Lei invece si chiama Mina Anna Mazzini e si faceva chiamare Mina e ogni volta che la sento per caso devo ascoltarla per ore e torno bambino mentre mia mamma guarda su televideo a che ora fanno “Telefono Giallo”.

E l’università e il movimento, finivano i ’90, molto più di un decennio. Un ribaltone. La tecnologia che faceva un salto avanti di cent’anni ogni due, i muri che erano caduti e tutta la storia studiata sui banchi che si spegneva in barconi che puntavano l’Italia perché la tv di Berlusconi raccontava in giro che eravamo tutti ricchi e felici.
Io scrivevo i primi romanzi – il primissimo, cassato con una splendida lettera che conservo di Castelvecchi, proprio lui, Alberto, e se dovevo prendermi un “no” ben venga che sia stato suo e con quelle parole piene di sincera energia e inviti a continuare. L’ho fatto. Prima o poi lo incontrerò e lo ringrazierò – e già mi stufavo dell’università, mi innamoravo di Cioran, ci scrivevo sopra un saggio che a quindici anni di distanza mi porterà a novembre ad un convegno internazionale proprio su colui di cui porto tatuato un aforisma sulla pelle. L’università, amore e rammarico. Tutto quello che sognavo e la caduta delle illusioni. La caduta dei ’90. La caduta di una giovinezza che non troverà più vera fine, né pace, né un posto, una casa in cui crescere e invecchiare.
Io lo so, ragazzi, che oggi vi gasate un sacco quando esce un disco di Ty Segall ed è giusto. Che aspettate la nuova uscita di Car Seat Headrest ed è giusto. Sono bravi. Ai loro concerti si canta e si poga. Ma io, non me ne vogliate, andavo, ragazzino, al sabato al negozio di dischi ed era appena uscita una roba così:

Poi i 29, compleannus horribilis: tutto era finito e in realtà stavo solo prevedendo quel brusco cambio di rotta che la mia vita avrebbe preso di lì a poco. Adulto. Ero adulto. Forse più di adesso. Adulto come responsabile, adulto come “so su che binari sono e dove andranno”, adulto come “posso fare previsioni sulla mia vita”. Sì, ho avuto il picco di maturità una dozzina di anni fa.
Un romanzo, l’università abbandonata dopo un paio d’anni di collaborazione con un docente, l’osteria rimasta al suo posto perché una cantina in cui sono nati i Nabat e il punk del ’78-’79 non poteva che diventare la mia casa bolognese.
Un sacco di casini fatti qua e là, un bel po’ di ammaccature e qualche segno sulla pelle, tutto a ricordare, come cicatrici, quello che è successo, che ho fatto, che mi hanno fatto.
Ricordare per imparare, per capire da dove vieni e dove puoi andare.
Ci ho provato: sono stato integerrimo. Non sono uscito per anni. Ho provato ad osservare il mondo raccontandolo con inutili fiumi di parole scritte su carta. Nascosto ben in vista.
Poi tutto è tornato irrimediabilmente alla sua essenza.
Bilancia ascendente acquario: aria su aria. It was not my fault I swear to god!

Altra bomba di quest’anno, visti sempre a LRDR (sempre sarò grato a Dario “Straccetto” Falcone che anni fa mi disse di andare a quel festival sulla costa nord della Francia, mentre finivo di scrivere i miei racconti), con un live se possibile più malato di quello della bianca e grassa famiglia d’origine: signore e signori, The Moonlandingz!

Ma, insomma, tutto ‘sto pezzo perché?
Beh, un po’ perché quei fannulloni dei miei soci non hanno voglia di scrivere e serviva un #fiver per lunedì 2 ottobre, un po’ per farci due risate e un po’ per condividere con tutti voi questo momento tosto: è il primo lunedì della mia vita da “anta”.
È il primo mattino lucido dei miei “anta”.
Cazzo, ho fatto quarant’anni. E adesso? Adesso, come dice mia madre, basta tatuaggi.
E poi, dico io, basta sbronze mortali come quella di sabato al Covo e domenica al Pub, il Celtic, vent’anni di Guinnes lì dentro… basta concerti in transenna, basta pogare, basta rendersi ridicoli barcollando in un locale, basta scrivere di continuo, basta uscire e chissà, magari si torna a casa all’alba.
Basta. Dai, su. È ora. Ora di dire basta. Basta prendere più di quattro aerei in un mese. Di decidere a caso di volare in una città per vedere un concerto. Basta viaggiare tantissimo, basta stare sempre a cercare qualche cosa. Basta.
Quello che è fatto è fatto. Giusto?
Poi, dai, pure il Papa Francis è passato a Bologna a farmi gli auguri, sarà pur un segno, no? C’è speranza. Perché se io posso cambiare, e voi potete cambiare… tutto il mondo può cambiare! (cit.) E giù lacrime.

E, niente, di stronzate ne ho scritte un po’ nelle righe precedenti, le famose due risate ce le siamo fatte ed è ora di chiudere. E verso il fade out ci vado seguendo quest’escalation di maraglianza che ci ha portato a passare dai Blues Bros a RockyIV, con un saluto che fu pane quotidiano al liceo per qualche settimana, il tempo di blaterare all’infinito di quella bomba che era stato Terminator2 Il giorno del giudizio al cinema.
E allora, ricordando le mattine del 1991 e la mia camiciona a scacchi grigioverde e i capelli lunghi fino alle spalle, vi dico: “hasta la vista, baby”.
Ci sentiamo alla prossima.
Più seri, posati e blablablablablablablablablablablablablablaaaaaaaaaa

PS: sono pure invecchiato meglio di Axl. Fuck!

Fabio Rodda