Soul Food (Fiver #39.2017)


Quand’ero piccolo non avevo un rapporto particolare col cibo.
Mangiavo quello che mi serviva, punto.
Negli anni successivi l’argomento mi ha interessato un po’ di più.
Non so cucinare, credo che la cucina sia quella stanza dove c’è del fuoco e alla quale l’ingresso mi è precluso per manifesta inettitudine, ma ammiro chi ne è capace.
Il cibo. Se ne parla tanto. Se ne scrive tanto. Una questione culturale viene detto da molte parti.
Non mi permetto di dissentire, anche se talvolta è un tema che mi comincia ad annoiare.
Se parlare di musica è danzare d’architettura, discettare di cibo è recitare di scultura?
Bologna in questi giorni è stata nominata (si è autonominata?) capitale del cibo.
Un’operazione commerciale audace. Immoralmente commerciale si sussurra da più parti.
Ci sono stato. Non mi sono sentito molto Fico in realtà.
Un’incredibile, immensa cattedrale nel vuoto squallore della zona artigianale.
Un’operazione, per noi che abitiamo questa città, ai limiti dell’assurdo.
E che probabilmente sarà un successo.
Perché, dopotutto, che ne sappiamo noi di logiche commerciali? Noi poveri sfigati che ci litighiamo pezzi di plastica rotondi e affolliamo piccoli locali scalcinati per omaggiare altri sfigati come noi?
Tutto apparentemente assurdo dicevamo.
Un po’ come “Milano”, un progetto estemporaneo che rende omaggio all’edonismo anni ottanta della capitale lombarda con citazioni di Antonioni, Alda Merini e mobili d’autore confezionato dallo strambo sodalizio messo in piedi da Daniele Luppi e dai “nostri” Parquet Courts ed al quale, inizialmente, avrebbe dovuto partecipare anche Mark Mothersbaugh dei Devo.
Un produttore, arrangiatore, compositore, cesellatore di suoni dalle esperienze più disparate (Danger Mouse/Norah Jones/Mike Patton/ Gnarls Barkley..) ed i degni eredi dei fasti newyorchesi, degni abitanti di una casella nella grande scacchiera che parte dai Velvet Underground e attraverso Ramones e Sonic Youth, per citare solo alcuni tra centinaia di nomi, arriva fino a loro.
Un giovane amico romano osservava argutamente che al loro meglio, dissonante e melodico, i PC “te fanno salì la rivolta”.
E anche gli strilli di Karen O (bentornata, cazzo!) te la fanno salí. Di brutto.
Un gigantesco pentolone dove gli ingredienti sono le solite robuste dosi Lou Reediane, l’usuale gusto melodico sghembo pavementiano e imprevedibili sapori cinematici, il tutto amalgamato dalle sapienti doti produttive di Luppi.
Il risultato è un disco breve, intenso, strambo e divertente.
Con un buon sapore.

DANIELE LUPPI & PARQUET COURTS – Soul & Cigarette

A SAVAGE – Indian Style

A Savage è uno dei due cantanti dei Parquet Courts e sta emergendo come figura di prima grandezza nell’odierna scena musicale. Ha una faccia da professore universitario e una grande passione per i Crass. Il suo primo disco solista è un affare per anime disincantate ma con un sorriso amaro che affiora alle labbra. Il nome che sovviene più spesso è quello di Bill “Smog” Callahan.
Indian Summer ha un incedere classico ed è calda e dolce come lo zabaione di tua madre dopo la partita di calcio al campetto.

KING KRULE – Dum Surfer

Quante volte usiamo a sproposito il termine genio? Nel caso del ventitrenne Archy Marshall di certo non è sprecato.
Tra Joe Strummer e Chet Baker the OOZ è un viaggio notturno diperato, rabbioso che ti accarezza, ti scuote e ti entra dentro. Ti costringe a pensare e ti fa male. Don’t suffer sembra sussurrare Archy lungo questo blues da terzomillennio ma non puoi fare a meno di farti male ancora ed ancora, così come ingolli l’ennesimo Moscow Mule.

SHAME – One Rizla

Considerato quanto si mangia male in Inghilterra viene da pensare che il tempo risparmiato senza cucinare sia da sempre investito in sala prove.
Gli Shame arriveranno a maggio dalle nostre parti ed è un nome su cui molti scommettono.
Più malinconici del classico gruppo britpop. Infinitamente più catchy del classico gruppo di loser shoegaze.
Una felice anomalia da cui attendersi belle cose.

KINDLING – Destroy Yrself

Perchè nel suo cervello c’è tutto il giorno il suono di una chitarra distorta soffocata da una melodia dolce e disperata.
Perchè nei suoi occhi ci sono solo giorni di poggia sottile e insistente su vasti prati verdi scintillanti.
Perchè Lush per lui non sarà mai un negozio di saponi.
Perchè lui sui biglietti di auguri non scrive mai TVB ma MBV.

Massimiliano Bucchieri

All we ever wanted was everything (Fiver #38.2017)


E poi correva. Correva. Chilometri su chilometri, ma gli sembrava di non coprire nessuna distanza.
Questa non era una cosa risolvibile con una app, o su cui chiedere consigli in una community.
Avvenimenti terribili gli capitavano addosso. E si trovava terribilmente impreparato alla collisione con la vita vera che dettava i suoi tempi.
Ma non era stato sempre così.
Una Tuborg, patatine e Wafer a cubetti. La cena racimolata al supermercato sul primo binario della stazione Termini. Decine di facce che sfilano sul sedile di fronte come in uno speed date accelerato o rallentato, a seconda dei punti di vista.
L’ultima, una faccia da professore universitario newyorchese che gli chiede, dopo aver concordato sull’importanza storico culturale dei Fugazi, se Bolonia valesse la pena di una sosta.
E se era mai stato a New York.
Si, c’era stato.

FUGAZI – Repeater

Nel 1985 un dollaro valeva circa 2.000 lire e per arrivare a New York senza spendere una fortuna la soluzione che trovò fu tanto audace quanto originale. Roma – Belgrado – New York con la Jugoslavian Airlines. La Jat. Una compagnia evidentemente gestita secondo standard che nell’odierno mercato le avrebbero consentito di durare un paio di settimane al massimo. Non durò molto, in effetti. E non era così sicuro che tutta la responsabilità fosse da imputare alla caduta della cortina di ferro.
Notte di transito in albergo cinque stelle a Belgrado più cena e open bar sull’aereo.
Next time Pakistan Airlines aveva biascicato il poliziotto newyorkese sbronzo di Jack Daniel’s seduto accanto a lui.

LOU REED – Dirty Blvd

Altri tempi. La sensazione netta che tutto avvenisse fuori dalle nostre case: in strada, nei locali, nei negozi di dischi.
Era fuori tempo massimo per la blank generation ma felice di immergersi nelle cataste di vinile da Tower Records sulla Broadway, o nel delizioso negozietto in St. Mark’s Place dove fare incetta di 12” degli Smiths incassando le avance di altri fan (difficile possa accadere mentre apri pagine a caso su Amazon.it).

THE SMITHS – Nowhere Fast

I fermenti newyorchesi di quegli anni li avrebbe scoperti in seguito, per il momento gli bastava avere i Duran Duran che giravano un video sotto casa e ritrovarsi accanto a Helena Christensen (chi? Ok, anni ’80 abbiamo detto) a occhieggiare il set o i Cure che autografavano la sua copia di The Head On The Door su Broadway, troppo timido per dire alcunché anche quando se li ritrovò al tavolo accanto da Arturo’s ad ingozzarsi di pizza with meatballs.
La maglietta dei Nirvana che gli costava un rimprovero nell’Upper East Side come The Most Disgusting Thing I’ve Ever Seen In My Life dalla signora vestita come la Pamela di Dallas.

NIRVANA – You know you’re right

Altro che comunità digitale. Mondi separati che collidono, ognuno ignaro dell’esistenza dell’altro.
L’amara convinzione che all’epoca a Pamela avrebbe saputo cosa rispondere al volo, mentre ora il comportamento più comune sarebbe stato quello di tornare a casa, trovarla sui social e creare un topic per infamarla senza sporcarsi le mani.
Ritrovarsi nuovamente sul binario ragionando sul fatto che forse il punto era veramente tutto qua.
La consapevolezza che quando la vita bussa alla porta, anzi diciamo pure che la sfonda, non puoi salvarla su disco e andartene a letto per poi rileggertela dopo.
E che, ormai, era dannatamente fuori allenamento per queste cose.
O semplicemente vecchio.

BAUHAUS – All We Ever Wanted Was Everything

Massimiliano Bucchieri

Una ragione per ogni cosa (Fiver #37.2017)


Non ricordava esattamente da dove fosse scaturita la scintilla che aveva cominciato a far ardere il falò ma gli era ben chiaro il percorso che la fiammata aveva seguito per tramutarsi nel tempo in vero e proprio incendio.
Probabilmente tutto era iniziato nel momento in cui aveva messo le mani su una copia di Up for a Bit, dei Pastels, in particolare la traccia numero due del lato a, la prima canzone che avesse mai dedicato a una ragazza.
Anche se lei in quel momento non lo sapeva, né mai lo avrebbe saputo.

You know I’d cross the desert wastes for you
Watch the sun burn up the sky
You know I’d wait a thousand years for you
I love you ‘til there’s nothing left

Non rammentava ci fossero stati episodi precedenti, quindi doveva essere per forza stato quello. Se poi non era così poco importava, gli pareva comunque bello individuare quella canzone come l’innesco della sua passione per la Scozia e il suo popolo. La cosa certa era che da almeno trent’anni amava quella nazione e una città nello specifico: Glasgow.
L’amava sul serio quel posto, nello stesso modo in cui si può amare una persona, anzi di più. Perché una città rimane sempre quella, non può deluderti. Tu magari cambi, lei no e se ti tradisce la colpa non è sua ma delle persone che ne governano le sorti.

Sul terreno sdrucciolevole della sua memoria erano conficcate schegge di ricordi come cartelli stradali che sparpagliati a caso indicavano comunque una direzione precisa. Piccoli segnali e macro tracce.
Come quella pubblicità di un festival dedicato al nuovo rock scozzese da un pub di Bari stampata in un angolo di pagina di un vecchio Rockerilla, un ritaglio su cui aveva investito il sonno di intere notti impegnate a immaginare ingegnosi varchi spazio temporali che avrebbero potuto traghettarlo in Puglia in quelle giornate. Che poi – percorsi miracolosamente incrociati e cerchi ciclicamente chiusi – avrebbe conosciuto più tardi uno dei ragazzi che avevano organizzato quel festival. Una storia che meriterebbe un racconto tutto suo, come fosse lo spin off di qualche serie televisiva di successo: Better Call Kiko.
Altri frammenti, altre briciole di memoria: il funky sclerotico e slabbrato dei Fire Engines, il pop dolce amaro degli Orange Juice e l’art rock spigoloso dei Josef K, tanto belli e tanto bravi da convincerlo ad affrontare le 250 pagine de Il processo a cui si erano ispirati per il loro stilosissimo nome. Naturalmente quel romanzo di Kafka non terminò mai di leggerlo, salvo riprenderlo in mano anni e anni dopo, quando la Domino decise fosse arrivato il momento di ristampare lo smilzo catalogo della band di Paul Haig e Malcolm Ross.

Ancora Frances McKee, la prima ragazza di cui si era innamorato sul serio anche se lei era solo una foto in un bianco e nero sgranato sui fogli ruvidi di Sounds e un’ombra nelle recensioni dei 45 giri dei Vaselines scritte da Charlie Albertoli sulla carta riciclata di Vinile, la lettura che per quel paio d’anni che rimase in vita divenne il suo vangelo.
E il concerto di Jesus and Mary Chain e Meat Whiplash al North London Polytechnic nell’85 di cui aveva letto la cronaca sul Melody Maker. L’unico concerto che gli sarebbe mancato in eterno, assieme al live dei Cramps in apertura ai Police al Palalido di Milano e quello dei Suicide di spalla a Costello all’Ancienne Belgique nel ’78: 23 Minutes Over Brussels.

La Creation Records di Alan McGee, Bobbie Gillespie e Primal Scream, i Teenage Fanclub a Reading, i Belle and Sebastian a Monaco nel ’92, la Beta Band, gli Urusei Yatsura, la Chemikal Underground, i Delgados, i Mogwai e i Bis.
Cinquemilioni duecento mila abitanti e tutta questa roba, oltre a quella che non aveva nemmeno voglia di menzionare perché altrimenti ne sarebbe uscito un elenco telefonico del migliore indie rock dei tempi in cui l’indie rock era ancora un genere musicale.
La nostalgia avrebbe preso il sopravvento su tutto il resto. E a lui non piaceva essere nostalgico.

Una volta decise anche di andarci in Scozia, ma qualcosa andò storto.
Anche se non aveva ancora stabilito nulla e il tempo per le decisioni distava un paio d’anni, quello doveva essere lo spartiacque destinato a sparigliare le vicende della sua vita. L’eutanasia di un pezzo di vita, non programmata eppure eseguita chirurgicamente, come se in quel momento avesse decretato di inserire nella sua storia personale un detonatore con un timer programmato a far esplodere tutto un po’ più avanti nel tempo.

A modo suo quel viaggio fu un’esperienza memorabile, ma non nel senso in cui l’aveva immaginata.
Era una storia che ora però non aveva alcuna voglia di riesumare. Di quei giorni gli piaceva solo ricordare la sera della semifinale degli europei di calcio trascorsa in un pub di Edimburgo a tifare Germania assieme agli scozzesi, contro l’Inghilterra che quell’anno era anche padrona di casa. E naturalmente la visita al Monorail, il negozio di Stephen Pastel a Glasgow.

In ogni caso la Scozia aveva significato molto per lui in un periodo della sua vita in cui tutto pareva gli stesse sfuggendo di mano per rotolare via e trasformarsi in qualcos’altro. Poteva arrivare ad ammettere che il significato dell’amore per quella terra e per quella gente era stato clamorosamente amplificato dagli eventi personali cui quella terra e quella gente avevano fornito al tempo stesso attori, colonna sonora, scenografia e anche un pezzo di sceneggiatura.
Non a caso tra l’aprile e l’ottobre dell’anno fatidico, quello in cui il timer aveva fatto saltare in aria tutto, gli era capitato di trovarsi a concerti di Mogwai, Delgados, Urusei Yatsura, Teenage Fanclub, Jesus and Mary Chain, Primal Scream e Belle & Sebastian nell’ordine, uno di fila all’altro.
E no, non poteva davvero essere solo una coincidenza.

Pensava a questo l’altra sera mentre assisteva all’ennesimo concerto dei Mogwai, il quinto o forse il sesto dopo quella prima volta al Covo nell’aprile del ‘98, quando loro si allontanarono dal locale che era l’alba litigando con tutti per portarsi nel furgone un cartone di lattine di birra appena scippato al retro bottega del bar.
Rifletteva sul fatto che tra i 140 concerti che aveva visto nel corso di quell’anno (li aveva proprio contati, centoquaranta e mancavano ancora due mesi alla fine dell’anno che era poi quello in cui aveva deciso avrebbe smesso di andare a vedere concerti) alla fine le cose migliori erano stati proprio i live di due gruppi scozzesi, ognuno con una ventina di anni di carriera dietro le spalle. Corsi e ricorsi che forse avevano un significato in quel preciso momento. O forse no, magari per una volta, una soltanto, era tutto casuale. Anche se lui al caso non aveva mai creduto.

Mentre pensava a queste cose la band sul palco di fronte a lui si arrestò per un attimo concludendo il lungo momento di surplace piazzato in mezzo alla canzone destinata a chiudere il set.
Gli ci volle una frazione di secondo prima di rendersi conto del momento esatto in cui era arrivato e di quello che sarebbe successo l’istante immediatamente successivo, sette minuti e trentotto secondi dal suono della prima nota. I neon bianchi si accesero tutti assieme accecandolo nello stesso tempo in cui esplosero gli strumenti: il basso, la batteria e le tre chitarre.
Pensò che quella sarebbe stata la canzone giusta per accompagnare i fotogrammi di quella settimana in Scozia, tanti anni fa. Di più, era certo che se il disco che la conteneva fosse uscito un anno prima e solo la avesse avuta a portata di mano allora la canzone, quella sua storia gli sarebbe esplosa in mano già in quel principio di estate del novantasei. Non ci sarebbe stato bisogno di nessun timer e avrebbe risparmiato un paio d’anni.
Ma se non era successo allora era perché non doveva succedere.
Perché in fondo ogni cosa ha un suo tempo e se succede in un determinato momento anziché in un altro è perché quello è il momento giusto.
Sì, niente capita per caso.
C’è una ragione per ogni cosa.
Sempre.

Arturo Compagnoni