Resti – a fucking Christmas (Fiver #43.2017)


Vado alla Coop della piazzetta a due passi da dove vivo un paio di volte alla settimana. Fuori c’é sempre un ragazzo africano, un rifugiato credo, cappello in mano a chiedere l’elemosina.
La sera invece c’è Luca, italiano, appoggiato col suo cane nero al gradone del palazzo di fianco.
Luca che una sera, più storta di altre, parlava da solo e si lamentava cantilenando un “perché ci sono sere che ce la fai e sere che ti ubriachi”. Io tornavo dal pub storto, una di quelle sere che non ce la fai, e andavo a prendermi una pizza e delle latte da portare a casa. Ho sentito quella frase. Qualcosa è caduto in fondo allo stomaco. Ho preso un paio di birre in più. Gliene ho lasciata una. Mi ha guardato, l’ha stappata e ha sbrodolato il “grazie” più sincero che abbia mai sentito.
A volte, capire qualcuno è soltanto sentire come lui anche se vivete a fianco ma in due mondi lontanissimi che raramente si sfiorano.
Si toccano in quello che rimane. Nel resto delle differenze.
Il ragazzo col berretto in mano sorride sempre quando gli mollo le monetine che la cassiera lascia sul banco mentre esco di fretta.
«Quanto ti devo
«Diciotto e ottanta
Un po’ di ferro in mano che subito fuori scivola nel cappellino consumato. Tasche libere. In realtà minuti di lavoro regalati. Quello che resta. Il rimanente. Il resto.
La sottrazione fra ciò che vorremmo e ciò che è.

Avrei potuto spendere il mio tempo con te e invece sono andato a ubriacarmi. Avrei potuto decidere di godere dei tuoi occhi che sorridono così dolci, e invece sono entrato al solito pub, quello dove puoi stare al banco da solo e nessuno ti guarda o ti rompe i coglioni. Qualcuno passa, saluta, batte una pinta sulla tua, scambia un sorriso, ma puoi respirare leggero, senza dover notare nessuno, senza che nessuno ti noti.
Dove chi ti spina le birre sorride e poi viene a parlarti solo se va a lui e va a te e quando serve ha sempre un pezzo di carta e una penna e te li da e non ti chiede per farci cosa.
Non ho smesso di ordinare da bere finché ho capito che le gambe avevano ancora solo un giro per riuscire a portarmi a casa.
Avrei potuto spendere meglio il mio tempo, il tempo che mi ossessiona, ma l’ho spesso sprecato, gettato.
Forse perché quando temi qualcosa il miglior modo per allontanarlo è non occuparsene.
Ho sempre fatto che non importasse come spendevo il mio tempo.
Tanto, alla fine, anche il tempo è sempre tempo rimasto. Il resto. Quello tra il lavoro e il film al cinema. Tra la lezione di pilates e l’aperitivo con le amiche. Tra la fine del turno e la pizza con lei che forse poi passerà qualche ora a scaldarti l’anima, poco prima che la sveglia ti ributti nella giornata di lavoro che ti porterà i soldi per pagare il conto, con tanto di resto, quando esci la sera.

Il resto della giornata quando ti svegli ed è già buio e non ti ricordi dove sei stato fino a poco prima che facesse giorno.
Il resto della notte davanti quando ancora non hai deciso se tornare a casa o sederti a un altro bancone.
Il resto di un pomeriggio di vacanza sul divano con quei pensieri che non ti mollano e forse per questo nei pomeriggi di vacanza ci hanno messo il calcio, la moto gp, la formula uno. Per tenere abbastanza giù in fondo allo stomaco quei pensieri che non mollano. Anche davanti alle luci sopra la testa nelle strade infestate da vetrine straripanti. Non mollano.
Un amico una volta mi ha detto: “la vita, se la guardi da fuori, fa proprio schifo. Ti salva lo starci in mezzo.” Empatizzare. Sapere che non sei solo perché gli altri sono sulla tua stessa barca, ovunque stia andando. Sì, il mio amico aveva ragione: ci si salva solo standoci in mezzo, annusando la vita e le strade pieni di “altri” che, a un certo punto, diventa “noi”.
Sto qui. Con il resto di noi. Con la somma dei resti che siamo tutti. Tutti convinti di essere unici e fondamentali. E che gli altri non lo siano. Non così tanto, almeno.
Gli altri sono il resto. Io sto qui. Nel resto. Tra i resti.
Perché non riesco a stare da un’altra parte. Perché, a dirvela tutta, un’altra parte non esiste: siamo sempre il resto di qualcos’altro, di un gruppo di cui non facciamo parte, di un club in cui non ci fanno entrare, di un concorso per assumere cento persone e tu arrivi centoeunesimo e preghi che quello prima di te in classifica vinca la lotteria o che un BredaMenarini gli passi sopra.
Qualcuno è sempre il resto di qualcosa. Di altro. Di altri.
Tu sei il resto di qualcuno che non conosci, che nemmeno sa che esisti ma decide se puoi vivere o no e come.

Ma oggi è Natale, siamo tutti più buoni. Oggi, forse, si pensa ai resti. La ragazza bionda e ricca andrà a servire pasti ai barboni perché è bello, perché è Natale. Perché così ci si sente meglio, poi, a tornare nelle case asciutte e riscaldate mentre quei resti umani barcollano verso un sacco a pelo umido sotto al portico.
Oggi è Natale e domani conteremo i resti: quanto cibo abbiamo buttato via, quanti imballi di regali riempiono i marciapiedi. Quanti oggetti abbiamo infilato sotto un albero che dovrebbe stare in un campo, ma non c’è più nemmeno spazio per quel campo. Ormai l’albero, il prato, la terra sono il resto. Il resto del cemento, dei mattoni, dei muri, di quello che costruiamo. Sempre di più, sempre più di corsa. Sempre più su, sempre più in là.
Crescere, crescere, crescere. Pil, tasso d’interesse, una nuova carta di credito per finanziare coi tuoi sogni meschini di un pullover di cachemire color merda una stronza guerra in centro Africa, pagata col resto dell’interesse della tua fiammante, tassatissima, Amex. Pagata a rate. Pagata col resto.
Resti umani, ritagli di tempo, rimasugli di vita vissuta.
Produci. Consuma. Crepa. Diceva qualcuno, qualche tempo fa.
Una volta era uno slogan da urlare contro la massificazione. Oggi, una scritta su una maglietta che metterà la prossima influencer di Instagram e avrà centoquarantamila like.
Com’è profonda lei, che è anche così figa.

Il resto. Il resto della spesa, il tempo che rimane. I resti della storia che abbiamo vissuto.
Siamo resti.
Lo scarto della mia arte è lo scarto di me, mi ha raccontato una volta un pittore alle cui parole devo la nascita del mio primo romanzo.
L’artista è colui che attraverso lo scarto della propria malattia, arriva finalmente a scoprirsi solamente un uomo. A poter camminare a piedi nudi in un bosco ascoltando il rumore del vento e il calore del sole sulla pelle.
Il resto di me è la mia malattia. Quella che vi regalo ogni volta che leggete un mio pezzo. Appunto, un pezzo. Un pezzo di me, uno scarto. Il mio resto.
Oggi sono passato da Franco, un vecchio amico che ama più la bottiglia di un sacco di persone ma che non per questo con le persone ha smesso di essere dolce. Stamattina qui, tra i monti, faceva freddo e bevevo quel bicchiere di vino scadente sorridendo a sconosciuti con la faccia scavata dalle rughe, uomini rimasti soli che a Natale si uniscono in una locanda. Siamo tutti resti. I resti di noi stessi, dei nostri sogni, dei nostri fallimenti, delle nostre bugie, di quello che non siamo stati capaci di dire e di fare. Siamo i resti di una vita che comunque sia, non possiamo smettere di credere che sarebbe potuta andare diversamente. Forse, addirittura meglio.

Ma, invece, la vita è solo questa qui e va come deve andare. Siamo noi, stupidi resti di chissà che altro, a non farci una ragione di quello che c’è. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Chi è stato è stato e chi è stato non è diceva sempre lo stesso qualcuno qualche tempo fa. Sempre in un mondo non lontano, ma che non esiste più.
Stupidi noi, ancora persi ognuno a inseguire il suo momento, il treno che passa una volta e mai più e tante altre scemate.
Un parroco di paese che ho conosciuto e amato molto ripeteva “femene e treni, ghen pasa sempre”. Non credo serva la traduzione anche per voi che avete la sfortuna di non essere veneti.
Forse un giorno anche gli altri capiranno di essere “gli altri”, niente più che resti, che un resto, una rimanenza o uno scarto. E allora decideranno che, da soli o insieme, i resti sono l’altra parte, quella che è necessaria. Che è indispensabile. Che basta girare il sotto in sopra e i resti diventano la torta da cui togliere la rimanenza. Che basta guardare da una direzione diversa per perdere tutte queste scemate di certezze. Di sicurezze. Di paure. Di ansie. Di inutili disperazioni.
E allora verranno lì, al bancone dove mi troverete stasera, a scambiare una stretta di mano sincera tra una pinta e l’altra per dirci che lo sappiamo: siamo i resti, la rimanenza, lo scarto. Ma, poiché lo sappiamo, noi possiamo starcene qui al bancone ad alzare la pinta ridendo, mentre lì fuori c’è qualcuno che guarda la televisione. Si sente solo anche se è circondato da persone care e infelice perché, incrociando il riflesso della sua faccia stanca in una palla di natale traslucida, avrà visto il suo maglione color merda e il suo viso paonazzo di cibo e solitudine, riflesso da quella palla che non vede l’ora di ributtare in cantina, e quel riflesso gli ha detto che c’è qualcosa che non va. Qualcosa che però non capisce. Come se si sentisse, non so come dire, qualcosa che non è al suo posto, qualcosa che in realtà è come se esistesse solo per far esistere qualcos’altro. Un, come si può dire? Un resto? Uno scarto? E il panettone farcito si mette a girare nello stomaco e vorrebbe uscire da dove è entrato.
Noi ti aspettiamo al pub. Ognuno per i cazzi suoi, che i resti si stanno vicini ma non troppo e non troppo a lungo, ma siam tutti qua. Pronti a brindare con chi passa. Con chi sta bene e chi no e chi se ne frega di come sta. Con chi trema pensando a cosa può perdere e chi sorride immaginando di cosa si libererà. Con ognuno di voi insomma, che siete noi. Che è una roba sola. Di resti, rimanenze, scarti e blablabla.
Cheers mate. E buon Natale.

Fabio Rodda

Anyone else but you (Fiver #42.2017)

L’altra sera al Covo c’era Adam Green.
Non è una novità, prima dell’altra sera al Covo Adam Green c’è stato, vado a memoria, almeno altre tre volte. Ma sempre per suonare. Venerdì scorso invece era lì perché di passaggio a Bologna aveva voglia di far serata e così ha chiesto al suo amico Francesco Mandelli di accompagnarlo, parole sue, in uno dei suoi club preferiti. Quando Stefano lo ha fermato per salutarlo lui gli ha stretto la mano, ha mormorato qualche parola che non ho colto, poi ha fatto per andarsene ma dopo due passi ci ha ripensato, si è voltato e lo ha abbracciato. Niente di che, ma il gesto mi ha colpito.
Coincidenza vuole che da qualche giorno avessi in mente di riascoltare l’unico disco pubblicato dai Moldy Peaches con l’idea di scriverci sopra qualcosa. Poi mi sono ricordato che riguardo ai Moldy Peaches avevo già scritto qualcosa. Anzi, a dire il vero avevo già scritto tutto quello che avrei potuto scrivere.
Allora niente, ecco qui tutto quello che avrei potuto scrivere e che in effetti avevo già scritto sui Moldy Peaches, opportunamente riveduto e corretto. Una sorta di personalissimo Moldy Peaches Director’s Cut.

Non ricordo esattamente come arrivai ai Moldy Peaches e la cosa non penso sia rilevante. Di certo c’è che quei due ragazzi mi piacquero da subito parecchio. Mi pare che il loro nome lo lessi per la prima volta in un intervista agli Strokes. Erano i tempi immediatamente precedenti l’uscita di Is This it? e in quel momento, inizio duemilaeuno, ero piuttosto preso dagli Strokes.
Mi appuntai il nome dei Moldy Peaches su uno dei mille post it che ingialliscono la mia scrivania, anche se quell’aggettivo con cui vennero da subito etichettati mi inquietava un pochino. Anti folk.
Con il folk non è che io abbia mai avuto granché da spartire.
Fatto sta che quando il loro disco apparve in maniera abbastanza anonima nelle liste delle nuove uscite di Rough Trade lo ordinai al volo e tempo una settimana girava nel mio stereo.
Sono passati sedici anni, che sono molti ma che con tutto quello che è successo in mezzo – al mondo e a me – sembrano molti di più. Il downloading allora a casa mia non esisteva e le informazioni viaggiavano più lentamente di ora. Ma questa storia l’avete già sentita, credo.
Quando proposi la recensione a Rumore nessuno in redazione aveva ancora pensato a quel disco. Anzi, nessuno era al corrente neppure dell’esistenza dei Moldy Peaches.
Ecco quello che scrissi, e che tutto sommato oggi scriverei di nuovo, virgola più, virgola meno:

The Moldy Peaches: “The Moldy Peaches” (Rough Trade)
Non so se avete presente Gummo, piccolo capolavoro di cinema indipendente americano di qualche anno addietro, storie di ragazzini completamente estranei al mondo reale eppure completamente dentro al mondo in miniatura che li circonda.
Se si volesse pensare ad una raffigurazione discografica di quel disadattato microcosmo, l’immagine perfetta che ne uscirebbe sarebbe quella che Moldy Peaches ci trasmettono.
Clown in costume da coniglio che raccontano in rima baciata le uniche storie che due adolescenti di strada newyorkesi sono probabilmente in grado di immaginarsi oggi: pornografia (Downloading Porn With Davo) e droga (Who’s got the Crack), come ascoltare un quindicenne Johnatan Richman cantare sulle musiche dei Flaming Lips ad un angolo della Bowery dei nostri giorni.
Una sequenza di filastrocche fatte di nulla, citando i Velvet (Anyone Else but You) ed i Pussy Galore (What Went Wrong); un paio di accordi e via senza pensarci sopra.
Nessuna tecnica, niente calcoli, un flauto che sembra quello che la maestra delle scuole medie ci obbligava a suonare ed una irresistibile capacità di indovinare la melodia sin dal primo giro di danze (Lucky Number Nine).
L’elettrizzante e rara sensazione che ti coglie quando trovi qualcuno sintonizzato esattamente sulla tua stessa frequenza.
Difficile immaginare un seguito ad un disco del genere.

Da questa recensione si evincono facilmente alcune cose:
1) Il sottoscritto di cinema non ci capisce una sega (Gummo piccolo capolavoro?!);
2) La citazione dei Velvet a posteriori è diventata roba fina (vedi I’m Sticking with You infilata nella colonna sonora di Juno);
3) Quando sento puzza di rumore fare il nome dei Pussy Galore mi risulta inevitabile;
4) Essere sintonizzato sulla medesima frequenza d’onda di due suonati ragazzini newyorkesi la dice lunga sul mio grado di maturità, che peraltro da allora non ha fatto chiari progressi;
5) La facile preveggenza mi si addice. Quel disco in effetti non ha avuto un seguito, fatta eccezione per questo:

The Moldy Peaches: “Unreleased Cutz and Live Jamz 1994-2002” (Rough Trade)
I Moldy Peaches sono una di quelle band che non è possibile recensire con spirito prettamente critico.
Le loro canzoni sono l’equivalente sonoro di una scatola di cartone fradicia tenuta assieme da un rotolo di nastro da pacchi, un paio di elastici ed una manciata di punti metallici.
Canzoni tanto più ingiudicabili se infilate in due dischetti che riassumo quell’allegro disordine che sono stati i loro otto anni di attività: 55 tracce, la maggior parte delle quali suonate in una serie di concerti tenutisi tra il 99 ed il 2001 e registrati con un walkman in mezzo alla folla, o quasi.
Poi il singolo County Fair, una sessione radiofonica olandese ed altro materiale d’archivio, in mezzo cover di Grateful Dead e Spin Doctors.
Kimya Dawson ed Adam Green, che nel frattempo hanno pure messo assieme i rispettivi album solisti, dimostrano una volta ancora di essere oggi i più accreditati rappresentanti della bassa fedeltà come stile di vita, capaci di inventarsi veri e propri anti inni generazionali come Lucky # 9 e Who’s Got the Crack, unici nell’affermare in tempi non sospetti che NYC is Like a Graveyard.
Dai papà Beat Happening hanno imparato a suonare, dai nonni Shaggs e Frogs hanno ereditato ingenuo spirito dissacratorio ed una massiccia dose di ironia che li autorizza a mettere sul mercato un disco del genere, strettamente riservato ai fans.
Che probabilmente si contano sulle dita di due mani.

Ieri sera per completare la full immersion nei Moldy Peaches mi sono riguardato Juno. I film costruiti su misura per i giovani alternativi americani di solito mi urtano i nervi. Quei film con sulla locandina la referenza del Sundance e che sembrano fatti apposta per piacere ad un certo tipo di pubblico. Con tutte le citazioni giuste al momento giusto. Juno rientra a pieno titolo nella categoria ma alla fine il film mi piace sempre. Che poi come scritto sopra tanto io di cinema non ci capisco una sega.
Comunque c’è questa scena alla fine di Juno che da sola vale la visione del film. Il momento in cui lei, Juno MacGuff, prende la sua bicicletta e con la chitarra a tracolla arriva davanti a casa di lui, Paulie Bleeker, il vero inconsapevole protagonista del film.
Anche lui imbraccia una chitarra acustica, i due si siedono uno accanto all’altro e attaccano a cantare una canzone dei Moldy Peaches.

…You’re a part time lover and a full time friend
The monkey on your back is the latest trend
I don’t see what anyone can see in anyone else
but youI’ll kiss you on the brain in the shadow of the train
I’ll kiss you all starry eyed my body swingin’ from side to side
I don’t see what anyone can see in anyone else…

E alle fine si baciano.
Che dopo tutto quello che è successo prima e nel contesto di quel preciso momento è una canzone assolutamente perfetta.
Roba che il film avrebbe senso anche solo per quella scena.
E per quella canzone.

Arturo Compagnoni

Andiamo avanti che l’unico modo per perdere tutto è restare fermi (Fiver #41.2017)


(con colonna sonora a caso dettata dalle Lasko – pubblicità occulta – delle quattro del mattino)

Stop. Rewind. Sul tasto del vecchio stereo c’è ancora, sbiadita, la scritta “rew” che da bambino non sapevo cosa volesse dire, ma faceva riavvolgere il nastro della cassetta registrata da lui con tutte quelle chitarre che sembravano coprirsi la voce una con l’altra, le note ripetute fino a farti venir voglia di dondolare seduto sul tappeto persiano del salotto.
Finiva Total Trash e io schiacciavo “rew” e oramai sapevo esattamente quando, occhi chiusi, premere “stop” e poi “play” perché se no lui s’incazzava: «mi rompi il nastro se schiacci play direttamente mentre riavvolge!» e mi dava degli scappellotti che mi spettinavano il ciuffo quasi biondo.

Stop. Rewind. Quello stereo ce l’ho ancora. Ha pochi anni meno di me: mio nonno lo prese per ascoltare i primi cd di musica classica: «che finalmente suonano perfetti, come nella migliore serata alla Scala», diceva. Che adesso a noi fa sorridere, noi che passiamo i pomeriggi a scartabellare vinili usati non sappiano neanche bene se perché ci piace o perché pensiamo che ci piaccia.
Lo stereo ce l’ho ancora. Lui no. Troppa fame di vita, se vogliamo essere romantici. Una curva sbagliata, se cerchiamo la prosa. La sua moto s’infilò nel muso di un camion. Aveva sedici anni. La sua testa nel parabrezza.
Non penso avesse mai pensato che quello stereo sarebbe stato spento per tanti anni. Che gli sarebbe sopravvissuto. E nemmeno che poi io avrei deciso di ridargli corrente e ascoltarci dei dichi senza di lui. Era il 1992. Stop. Rewind.

È passata una vita da tutto questo. La mia vita è passata, la sua si è fermata ma è comunque passato. Passato. Anteriore rispetto al momento attuale. Fermo. Non più in movimento.
Ciò che non è in movimento è morto. Questa è una delle poche leggi che ho imparato a comprendere: tutto quello che è vita si sposta, muta, si muove. Quello che rimane fermo non può che essere non vivo. Morto.
Passato. Qualcosa che non c’è più ora. Ma io schiaccio “stop”. E poi “rew” e la cassetta che ho appena comprato, esposta al bancone del negozio col suo baffo all’insù dietro e le casse che sussurrano un vinile graffiato di Nina Simone che salta e gratta ma rende l’aria così densa che sembra si possa far fatica a respirare. Poi arrivo al banco, il baffo sopra la camicia a scacchi mi sorride e i miei occhi scivolano sulle spille di Ramones e Motorhead e poi incrociano una cassetta, una di quelle con i buchi nel retro copertina, forse dovrei dire nel packaging, ma insomma una di quelle cose che compravo venti, forse venticinque anni fa nel buco del maledetto Tony che razziava il catalogo Nannucci e rifilava a me e lui, che stavamo tutti i sabato pomeriggi lì dentro a sentire i cd, tutti i pacchi più clamorosi a prezzi da rapina. Ma noi ascoltavamo e, purtroppo, compravamo col cuore e quelle cassette erano il senso della settimana, quello che ti faceva tirare avanti fino alla prossima.

Stop. Rew. A volte lo devi fare. Per capire dove sei, cosa è successo. La vita corre a un ritmo che non ti permette di rileggere. A fine giornata hai visto così tanto, sentito così tanto, toccato così tanto che non rimane tempo o energia per ripensare, ricordare, risentire. E domani hai così tante cose da fare che sarà un altro giorno che vola via da sé, senza che te ne accorgi.
Ma poi succede che arriva quel giorno, anzi: di solito è quella notte. Perché la notte è più facile: confonde i contorni, smussa gli angoli. Scorre. Tutto, di notte, scorre. E allora arriva quella notte che devi sederti per terra, mettere le cuffie e infilare la cassetta che ascoltava sempre lui e che provava a suonare con la chitarra scordata chissà di chi e tu lo guardavi pieno di ammirazione e di “anche io sarò così” e quando ti carezzava quel ciuffo quasi biondo allontanavi la sua mano ma sentivi un brivido lungo la schiena che ti scuoteva fin nelle budella.

E allora rimetti quella cassetta nel lettore. E fai partire la canzone e poi “stop” e “rew”. Come se si potesse tornare indietro. Riavvolgere i giorni come un nastro magnetico, poi fermare, cancellare.
O andare avanti veloce o saltare il pezzo perché ormai siamo su cd e basta premere “fwd” e salti a quello dopo.
Ma il problema non è mai andare avanti, ci vai per forza,
il problema è quel “rew”, quel momento in cui hai bisogno di sederti e sentire che respiri e che, davvero, sono successe tutte queste cose. Il tuo cuore ha battuto così forte, così veloce e potente che quasi non puoi crederci ma è successo. E questi anni cosa sono stati? Quante giornate indimenticabili hai dovuto dimenticare? Perché nell’hard disk del cuore non c’è spazio infinito.
Quanta pelle hai dovuto archiviare, come se non fosse unica, irripetibile, indimenticabile.
Ma, invece, hai dimenticato. Tanto.
Ma poi capita che c’è quella notte, abbiamo detto che è sempre di notte, no? Quella notte che devi stare sveglio e aprire un’altra birra anche se è tardi e ormai sei grande dovresti pensare che domani ti alzi e devi fare delle cose e che forse è davvero tardi. Troppo tardi.
Ma non puoi. Non puoi farne a meno. Devi stare seduto per terra, con le cuffie in testa, a rimettere su lp, cassette, cd che hanno toccato le corde del cuore e allora ti rendi conto di quanto hai vissuto. Di quante cose sono successe, quanti visi sono passati ma rimangono. Rimangono dentro. Quanti odori pensavi di aver perduto ma invece sono lì, quante fotografie di un momento perfetto sono sbiadite e invece le ritrovi.
Stop.
Rewind.

E ti ricordi che, in realtà, non hai mai dimenticato, che tutto quello che è passato ti si è depositato addosso, ti ha fatto diventare quello che sei e così è per lui. Soprattutto per lui che è ancora lì, dove l’avevi lasciato, appena dietro lo sterno.
A volte, per capire quello che ti succede oggi, per far sì che domani la vita sia più di una sequenza di eventi messi in fila che puoi solo osservare, devi fermarti.
Rimanere dove sei, ascoltando la voce dei tuoi giorni, quello che ti suona dentro in quell’istante, ma fermarti un momento. Sederti e riavvolgere e vedere quali sono le immagini che si fermano. Che dicono: «stop» e quante addirittura pretendono un «rewind».
E poi fai un respiro profondo perché quasi ti eri scordato di respirare per chissà quanto tempo e ti senti di nuovo presente: ci sei. Sei tu. Lui non c’è da tanto, così tanto che non ricordi nemmeno con esattezza la linea della sua bocca. Ma sai che quel cd era il suo e ogni volta che suona rivedi il suo profilo un po’ gobbo, quasi scheletrico nei jeans strappati e la maglietta degli Alice In Chains, la sua ultima immagine, e allora è come se potessi di nuovo parlare con lui. Perché hai bisogno di parlare con te. Di sederti e raccontarti tutto quello che è passato, sfogliando quelle foto che hanno fatto la tua vita. E senti quanto il cuore ha battuto e capisci che batte ancora, che si muove.
E ti ricordi che sei sempre andato avanti a cercare quello che cercavate assieme: la bellezza che domani arriverà e renderà domani un giorno che valeva la pena di vedere.
Perché, lo sappiamo tutti, la bellezza è l’unica cosa che ci salva. Che ci salverà da tutto quello che la vita prova a farci.
E allora sai che va tutto bene. Perché ti rialzi, appoggi le cuffie. Apri la porta di casa ed esci e cammini. Vai al bar e prendi una birra ed entra John e parlate del suo nuovo progetto musicale e passa Viola in bici e ti fa ciao con la mano e pensi a quanto è bella. Appoggi il bicchiere e ti vedi nello specchio dietro al bancone che stai sorridendo.
E allora senti che ti stai muovendo. E quello che si muove, di certo, non è morto.

Fabio Rodda

Sunday morning (Fiver # 40.2017)


Dovessi decidere un orario giusto in cui accomodarti a colazione nel tinello di casa tua la domenica, con ogni probabilità non sceglieresti le dieci e mezza del mattino. Non importa se in quel momento attorno hai solo te stesso e tutti gli altri sono altrove. Non conta se nessuno si accorge che sei lì. Potresti startene ancora nella stanza nera del locale dove hai trascorso la notte appena conclusa e non cambierebbe niente per chiunque se non per te. Saresti solo un po’ più stanco e un po’ più vecchio.
Alzarsi ad un orario piuttosto che a un altro del resto è solo una questione di ordine e di organizzazione del tempo, qualcosa che ha a che fare con la qualità della vita in definitiva. Della tua vita.

Xiu Xiu & Deerhoof “Disorder” (Joy Division cover)

Le dieci e mezza di mattina è troppo presto o troppo tardi, dipende.
E’ troppo presto se delle ultime ventiquattro ore ne hai dormite solo quattro.
Troppo presto per sconfiggere il sonno e troppo presto per cancellare il ricordo della notte precedente, stirata fino alla luce dell’alba, giusto un attimo prima che il bagliore del sole frantumasse il buio attorno a te.
Le dieci e mezza della mattina è troppo tardi per fare ciò che la data scritta sotto al nome sulla tua carta d’identità suggerirebbe di fare. Qualcosa tipo una passeggiata lungo via Indipendenza, che alla domenica è l’alveo di un fiume svuotato da bus e scooter con i portici che fanno da argine incanalandone il corso tra la stazione dei treni e la statua del Nettuno. E risalire in cima fino al Canton de’ Fiori per tracciare una linea che divida in due la mattina: un caffè, un bicchiere di naturale a temperatura ambiente e la cronaca locale del Carlino, poi lo sport. Bologna, Virtus e Fortitudo, non necessariamente in quest’ordine.

Courtney Barnett & Billy Bragg “Sunday Morning” (The Velvet Underground cover)

Invece la tua domenica mattina fuori orario comincia a casa, sulle scale che trasformano la notte in giorno garantendo una divisione d’ambienti che ha il sapore di una borghesia tardi anni ottanta. Incerto se scendere o fare dietro front per ritornare nel buio sigillato dagli scuri ancora chiusi in camera evitando di affrontare quel sole che in una giornata ghiacciata di metà gennaio neanche è giusto che stia lì in mezzo al cielo, dietro l’enorme vetrata che rimpiazza da sempre la parete est del tuo soggiorno.
E’ tutto fuori posto. Preferiresti sentire la pioggia rimbalzare sulle tegole sopra la tua testa e poi scoprire che la nebbia è salita dai campi narcotizzando la luce del giorno, come in quel film che da piccolo ti aveva così spaventato.

John Carpenter “The Fog Main Theme”

Invece la stanza di sotto è allagata da un riverbero di luce gialla e arancione, il barbaglio impietoso di un sole che è una lama infilata dritta nel cervello a separare l’ultimo gin tonic della notte appena terminata dalla prima aspirina della mattina. Quella che tra un attimo metterai a friggere dentro a un bicchiere pieno d’acqua di là in cucina nella speranza, invero assai ottimistica, che il suo effetto rimetta a posto i tasselli del puzzle che qualcuno ha mescolato a caso nella tua testa.
E’ tutto sbagliato: l’orario, il sole, il sapore di caffè bollito troppo che tra poco avrai in bocca, l’odore di fumo che sale dal mucchio di abiti gettati in un angolo. Tutto nero: camicia, braghe, giacca, calzini, mutande. Sbagliato anche il colore di quei vestiti, l’unico che ti piace indossare, del tutto inappropriato per affrontare una giornata del genere.

The Sisters of Mercy “Lucretia My Reflection”

Consideri il fatto che forse le notti non dovrebbero finire mai e se proprio non si può fare a meno che finiscano allora sarebbe meglio se non cominciassero per niente.
Decidi di scendere le scale e andare di sotto. D’altra parte non è quello che hai sempre pensato? Andare avanti, sempre: la perseveranza ti renderà invincibile.
Ti avvicini alla libreria, sfili un disco a colpo sicuro perché sai che in quel momento c’è una sola canzone in grado di far scivolare lentamente a terra il peso che hai sulle spalle.
Metti sul piatto il pezzo di plastica nero e ti auguri che la puntina centri il solco giusto, quello vuoto tra la prima e la seconda canzone del lato b.
La musica invade la stanza e in quel momento hai la netta sensazione di trovarti dentro un film dove tutto quello che è successo prima era solo un pretesto per arrivare al punto in cui far partire quella musica.

The Durutti Column “For Belgian Friends”

Mentre ti concentri sul suono della chitarra di Vini Reilly pensi che c’è sempre una canzone adatta a sistemarti l’umore e assestare il tuo stato d’animo.
Qualunque cosa succeda, da qualche parte c’è una canzone capace di rimettere ogni cosa al suo posto.
Fin quando saprai dove trovarla il tuo mondo continuerà a rimanere a galla.
E tu con lui.
Forse.

Arturo Compagnoni