In ogni caso nessun rimpianto (Fiver # 05.2018)


Ogni tanto capita qualcosa a ricordarci l’ineluttabilità del fatto che la vita prima o poi finisce.
La circostanza che i nostri miti non siano immortali mi appare una faccenda tremendamente ingiusta. Qualcuno dovrebbe inventare degli universi paralleli in cui loro non invecchiano mai, non si ammalano e non muoiono, come fossero divinità dell’antica Grecia.
Giusto tre anni fa, il diciannove gennaio del duemilaequattordici, scrivevo una cosa che rimane tra quelle che meglio rappresentano il mio pensiero e probabilmente meglio descrive me stesso. La riprendo qui di seguito, spostando giusto qualche punto e qualche virgola. Avrei dovuto declinare qualche verbo al passato ma ho preferito di no. Preferisco far finta che quel faro di cui scrivevo in apertura resti per me sempre acceso. Voglio pensare che mi rimangano a disposizione qualcosa in più di quei duemilacinquecentocinquantacinque giorni che mi separano dalla sua luce.

And when she talked about the fall I thought she talked about Mark E. Smith” (Sniffin’ Glucose, 19/01/2014)
Per quanto mi riguarda Mark E. Smith è sempre stato un faro che indica una precisa direzione, uno spartiacque tra fare la cosa giusta e quella sbagliata.
O meglio: sul come arrivare alla situazione giusta tramite mille azioni sbagliate.
Il 5 marzo del 2007 l’uomo compiva 50 anni e gli inviai una lettera di auguri.
In quelle poche righe constatavo come tra le nostre rispettive età ci fosse una differenza di sette anni.
Il che significa che quando lui deciderà di mollare il colpo io avrò ancora un margine di 84 mesi, vale a dire 2.555 giorni per stabilire se imitarlo e chiudere alla sua stessa età.
Un bel po’ di tempo.
Questa cosa mi tranquillizzava allora come mi tranquillizza oggi.

Mi sono sempre proposto di recuperare quelle parole per festeggiare i miei 50 anni.
Tra poche settimane Mark E. Smith di anni ne compirà 57, il che significa che qualche mese dopo per me saranno appunto 50. Avrei dovuto aspettare a scrivere, poi però nell’arco di pochi giorni mi è capitato di leggere le due cose che incollo qui sotto e mi è venuta voglia di buttare giù qualcosa adesso.
Non mi sono guardato spesso quest’anno. Non lo faccio in generale. La mia ultima moglie dice che ho delle belle guance a forma di mela, occhi azzurri e capelli castani.
Due mesi fa ho notato che i miei denti nell’arcata inferiore erano diventati piuttosto neri. Non mi è parsa una buona cosa. Il dentista è stato fantastico; per un paio di centinaia di sterline ha risolto il problema. Ora i denti di sotto sono gialli, proprio come quelli di sopra che tra l’altro sono finti.
Ho l’osteoporosi: è una faccenda di famiglia. Alcuni anni fa mi sono fratturato l’anca destra; ci sono voluti mesi per recuperare. Per qualche tempo sono salito sul palco in sedia a rotelle, ora ho una piastra di acciaio in ogni anca e ho smesso di saltare in scena. Ho 56 anni e mi piace invecchiare. Quando ho cominciato con i Fall ero diciottenne, quindi ho sempre dovuto cercare di sembrare più vecchio di quello che ero per ottenere ingaggi come musicista. Erano altri tempi. Non credo che molti gruppi del passato sarebbero andati lontano con gli standard di stile che ci sono oggi: qualche idiota avrebbe di sicuro detto ai Kinks quali scarpe indossare
”.
(Mark E. Smith, cantante dei Fall, 14/12/2013)

Con il passare del tempo e con l’età ho capito che nella vita ci sono solo due strade: una conduce verso la costruzione di una vita sociale e affettiva, verso la cura della propria persona sia in termini spirituali che fisici e magari anche verso una carriera lavorativa che dispensi qualche soddisfazione. L’altra strada invece porta dritto dritto a seguire maniacalmente tutto quello che fanno i Fall e Mark E. Smith. Diciamo che io ormai una scelta l’ho fatta”.
(Ferruccio Quercetti, cantante dei Cut, 05/01/2014)

Ora, per come la vedo io, ci sono tre modi di invecchiare e uno solo è quello giusto.
C’è chi non si rassegna al passare degli anni ed in maniera artificiale altera il proprio aspetto fisico modificandone forzatamente le caratteristiche.
Ricicla oggetti, persone e situazioni, imponendosi una gioventù fittizia incastrata in un presente artefatto.
Altri invece adottano un approccio esattamente opposto: si consegnano disarmati all’oggi cancellando ciò che erano in passato ed eliminando così una prospettiva di futuro che sia se non ideale, perlomeno accettabile. Costoro mettono in stand by ogni azione e atteggiamento che sino ad un certo punto della vita gli erano propri e spesso generavano passioni, barattandoli con un quieto vivere fonte di tranquillità quanto di appiattimento fisico e mentale. Finché si rendono conto che il tasto premuto in precedenza non era quello di pausa ma quello di arresto.
Troppo tardi.
Stop.
Chiuso per cessata attività.
Infine ci sono quelli come Mark E. Smith. Coloro i quali affrontano sfacciati il tempo senza nascondere il viso pieno di rughe, solchi sulla pelle come fossero cicatrici, una per ogni volta che si è andati oltre. Gente il cui sguardo è puntato dritto avanti a sfidare con spavalderia e strafottenza il presente, forti di un passato con cui ci si è costruiti attorno un monolite di roccia ed alabastro.
Persone inattaccabili dentro a quel monolite la cui struttura molecolare è costituita dai rimorsi per le tante azioni sbagliate ma dove parimenti non trova alcuno spazio il rimpianto, perché di cose lasciate indietro non ce ne sono.
Ed è proprio lì il punto, la parola d’ordine.
In ogni caso nessun rimpianto.

Questa mattina in macchina ho ascoltato “45 84 89 a sides” dei Fall (come recita il titolo: i 45 giri dall’84 all’89). Un disco che infila 17 canzoni sfacciatamente strepitose.
Canzoni su cui tanti altri hanno in seguito costruito carriere. Nessuna però al servizio di quella voce stracciata, svogliatissima, incazzata e soprattutto cattiva.
La voce di Mark E. Smith. Pensavo che è per canzoni come queste che vale la pena fare quello che ho sempre fatto. Pensavo a quello che ha scritto il mio amico Ferruccio. Pensavo che pur provando a fare delle scelte che conducano ad un certo tipo di esistenza, diciamo quella strada che dovrebbe indirizzare verso “la costruzione di una vita sociale e affettiva, verso la cura della propria persona e magari anche verso una carriera lavorativa che dispensi qualche soddisfazione”, alla fine bisogna farsi una ragione di quello che si è perché questa è l’unica via possibile, atteggiarsi è perfettamente inutile. Arrendersi all’evidenza non solo è giusto ma è anche doveroso, anzi necessario.
Pensavo che uno come Mark E. Smith ha ragione.
Pensavo che in fondo l’ho sempre saputo.
E mi auguro sia questa la giustificazione alle mie mille azioni sbagliate.

In memoria di Mark Edward Smith
5 marzo 1957 – 24 gennaio 2018

Arturo Compagnoni

Start again (Fiver # 03.2018)

stazione-termini
Cinque sillabe!” esclamò divertito, autografandogli e dedicandogli il proprio ultimo tomo, quello che è considerato il maggior scrittore musicale vivente. “Con un nome del genere si è destinati a fare grandi cose..” aggiunse pensieroso scrutandolo improvvisamente interessato.
Cinque sillabe… già. Non era poi così convinto che nel nome di una persona risiedesse il suo destino.
Nel suo caso queste grandi cose, onestamente, non credeva di averle combinate e mentre osservava il fermo immagine che rimandava le grandi immagini di Marc Bolan e David Bowie sullo schermo di fronte a lui lo colpì il pensiero che anche “inconcludente” è una parola di cinque sillabe.
Radio Dept – Your True Name

Proprio sul delimitare della stazione Tiburtina c’è un ultimo binario che ricomincia la numerazione. 3Bis, numerazione data come a sottolineare la sua minore importanza, la sua inadeguatezza nell’entrare nei 22 binari principali. Di fianco a quest’ultimo binario c’è un muro un po’ così, non particolarmente grande né lungo. Sopra vi sono disegnate cose anche queste un po’ così: prove di graffiti, prove di dichiarazioni d’amore, di slogan… sotto questo muro ci siamo noi che aspettiamo un treno minore come quello che si addentra nella provincia laziale. Anche noi che aspettiamo siamo un po’ così… un gruppo di studenti, credibili comparse per un video di Ghali, che si insultano e si lanciano sigarette, badanti che parlano fitto fitto in idiomi incomprensibili ma non hanno uno sguardo propriamente felice e poi c’è lui che, con uno sguardo amaro, cerca di ricordare esattamente quando tutto ha preso questa piega sconfortante. Ad alzare lo sguardo verso il muro, in realtà, c’è un’unica scritta chiaramente intelligibile. Recita, in modo inaspettato ma non troppo: “CHI SI RICORDERÀ DI NOI?“.
Hookworms – Static Resistance

L’aveva vista in casa di un compagno di classe delle medie. Una famiglia decisamente abbiente. Una massiccia, elegante, torre di legno scuro. Un mobile che conteneva giradischi, sintonizzatore, piastra e amplificatore in vari piani sovrapposti. “Un giorno sarà mia!” pensò determinato (all’epoca possedeva un unico radio registratore scassato) prima che le rullate  di Billy Cobham sotto lo sguardo esaltato del suo compagno gli azzerassero il sorriso e, brevemente, la voglia di vivere.
Diversi anni dopo il sogno si trasformò realtà ma il problema divenne la sua proverbiale imperizia tecnica.
Sportelli montati al contrario, ruote mai funzionanti, vetri distrutti nel montaggio.
Esausto e soddisfatto nonostante lo scempio compiuto decise di inaugurarlo con il cd/ep di una esordiente formazione irlandese appena acquistato al Disco d’Oro.
L’ascolto di Uncertain nel negozio gli aveva ricordato gli amati gemelli Cocteau ma ad un secondo ascolto aveva concluso che non c’entravano poi molto.
La notizia della morte di Dolores O’Riordan gli portò alla mente questo piccolo insignificante momento ma, allo stesso tempo, nella tragedia immane di perdere un essere umano a soli 46 anni, lo convinse che quando l’arte entra nella tua vita per restarci per sempre l’artista in questione, bravo/meno bravo, importante/meno importante, merita di essere omaggiato con un semplice pensiero, rispettoso e grato.
Cranberries – Uncertain

La figlia adolescente era rimasta impressionata dal pugno di cantanti armati di chitarre seducenti e vistosamente agghindati nel popolare programma televisivo sotto lo sguardo bonario del genitore che in maniera automatica aveva scatenato le proprie sinapsi alla ricerca di riferimenti riuscendo in pochi secondi a stilare una lista lunga, molto lunga. Cialtroni con un buon ufficio stampa a fornire i giusti dischi ed abbigliamenti da scopiazzare? Non ha molta importanza. Proditoriamente e gradualmente da quel pomeriggio il genio di Aladino, il ragazzo del ventesimo secolo, l’uomo stella, i ragazzi della rivoluzione, l’amore drogato e le bambole di New York sostituirono negli ascolti domestici i cialtroni invadendo l’appartamento, saturandone l’aria senza apparenti ripercussioni sull’umore generale. Se non puoi combatterli serviti di loro pensò sogghignando il genitore scorretto.
Teenage Wrist – Dweeb

Erano stati giorni difficili e Simon Reynolds, i Radio Dept, Ghali, gli Hookworms, i Cranberries, Marc Bolan, i Teenage Wrist, i Måneskin (si anche loro) insieme a molti altri si erano alternati nei suoi sogni coscienti ed incoscienti in un folle, insensato, vorticare. In un certo senso ci si era “aggrappato” per non perdere contatto.
Si fermò, si sedette ed analizzando i fatti recenti che lo avevano travolto giunse alla conclusione che gli scossoni che la vita gli aveva riservato in questi ultimi tempi sarebbero stati ancora più difficili da assorbire senza la loro compagnia. La sua piccola, forse insignificante ma tenace scialuppa di salvataggio.
Era l’ora di alzare di nuovo lo sguardo.
Era l’ora di ripartire.
Teenage Fanclub – Start Again

Massimiliano Bucchieri

That was the river, this is the sea (Fiver # 02.2018)

Da piccolo il mare non lo sopportavi proprio. Troppo sole, troppo caldo, troppa umidità, troppa gente, troppo timore della profondità del blu. Tutto troppo insomma.
La curva che smussò i tuoi spigoli ti si parò davanti in un periodo e in un luogo precisi. Con qualche ricerca e senza nemmeno troppo sbattimento saresti anche in grado di recuperare la data esatta della svolta.
Fu quando i weekend cominciarono a gonfiarsi lungo un determinato spicchio di spiaggia della riviera di Romagna. Quella lingua di sabbia che si estende insolitamente larga tra la pineta e il mare dell’ultimo lido a sud del canale Candiano, la striscia d’acqua che collega Ravenna all’Adriatico e separa la sua Marina da Porto Corsini.

Exploded View “Summer Came Early
https://youtu.be/o7S71zlVOUM

Erano gli anni che liquidavano il vecchio secolo consegnandoci al nuovo millennio, ebbri di aspettative che a ben vedere non avevano alcuna ragione di maturare. Già allora ti sentivi vecchio. Un matrimonio seppellito senza troppi rimpianti, diversi ponti fatti saltare dietro le spalle e un dinamismo sulla scena che durava da troppo tempo e che per questo pensavi fosse destinato ad estinguersi di lì a breve.
Probabilmente fu proprio questa convergenza di umori da fine del mondo, oggettiva e soggettiva, che rese quei momenti così maledettamente speciali, riempiendoli di significati che in altre epoche non avrebbero verosimilmente avuto. It’s the end of the world as we know it but I feel fine, come cantava Michael Stipe qualche anno prima.
Stavi bene, ma bene sul serio, bene come non eri mai stato prima e come non saresti più stato dopo. Ma questo allora non potevi saperlo, naturalmente.

Marching Church “Christmas on Earth
https://youtu.be/oooBBiydt4g

Imparasti ad apprezzare rapidamente quella fabbrica di divertimento a basso costo, fatta di due Ceres al prezzo di una e di musica sparata alta da impianti precari quanto lo era la tua vita in quel periodo. Precaria ed entusiasmante.
Non durò tantissimo. Quel carrozzone che si trascinava appresso il luna park dello svago in confezione happy hour, lo archiviasti tempo un paio d’anni. Quelli sufficienti all’ignoranza popolare per trasformare l’improvvisato toga party permanente in un flusso costante di grossolani addii al celibato, con i pullman gran turismo allineati a vomitar fuori un analfabetismo incapace di reggere un tasso alcolico completamente fuori controllo.
Contemporaneamente cominciò ad attenuarsi l’euforia che aveva caratterizzato quel periodo della tua vita.
Pur non essendo faccende direttamente collegate tra loro non puoi ancora oggi fare a meno di notare la convergenza degli eventi, il come le due situazioni fossero andate a sfumare in maniera sequenziale se non addirittura coincidente.
Con una naturalezza che anche a posteriori non riuscivi a spiegarti, cominciasti progressivamente ad abbandonare l’allegra incoscienza che in quegli anni ti aveva temporaneamente protetto dalla noia, dimenticandoti quanto fosse divertente, ma ancor più opportuno, forzare i limiti.
Il timore di farti male superò via via lo spericolato fascino del vivere fino a farti trascurare un particolare di assoluto rilievo: il fatto che la vita in sé, se è vissuta, in ogni caso fa male. E siccome fa male comunque, tanto vale viverla per intero. E’ inutile morire sani se non si è vissuti affogando nei timori e drogandosi di pessimismo.

The Lovely Eggs “I Shouldn’t Have Said That
https://youtu.be/-HXmAleNWBU

Comunque sia di lì in avanti il mare ti è rimasto appiccicato addosso e se le convenzioni che ancora ti zavorrano alla quotidianità te lo consentissero proveresti volentieri a frequentarlo in pianta stabile quel mare oggi, anche fuori stagione. Anzi, soprattutto fuori stagione.
Ti piacerebbe vedere l’effetto che fa in inverno, se somiglia a quello descritto da Ruggeri in quella famosa canzone della Bertè: un concetto poco moderno che il pensiero non considera e che nessuno mai desidera, alberghi chiusi e macchine che tracciano solchi su strade dove la pioggia d’estate non cade mai.

Moon Duo “Juke Box Babe
https://youtu.be/8pDWw7ZVY1s

Riguardo al mare non sei particolarmente sofisticato.
Non pretendi acque di cristallo solcate da pesci colorati e fondali a vista punteggiati dal rosso arancio dei coralli. Se ti capita di nuotare dribblando strane pozze opache in superficie e di scoprire l’orizzonte verso la Croazia spezzato dalla sagoma d’acciaio di qualche piattaforma petrolifera non te ne fai un cruccio.
Lo sai e ti sta bene così, non avanzi pretese fuori luogo.
Non è il tipo di spiaggia che fa la differenza ma è il mare in se che sposta il tuo equilibrio.
Vorresti anche provare ad allontanarti per un po’ dalla tua città e dai suoi meccanismi, giusto per vedere cosa succederebbe. Ti piacerebbe prenderti il tempo necessario per studiare i tuoi automatismi e quelli del mondo che ti gira attorno, un mondo che del resto comprendi sempre meno.
Sarebbe interessante capire quanto potrebbero mancarti tutte le cose che dai per scontate nella tua vita di oggi e scoprire, osservando da lontano la prospettiva come fossi uno spettatore esterno, se nel mondo del futuro si noterebbe di più la tua assenza di quanto si noti oggi la tua presenza.

The Waterboys “This is the Sea
https://youtu.be/VAiOjxkCS0g

Arturo Compagnoni

 

Dear life, I’m holding on (Fiver # 01.2018)

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Tell me, do you feel alive??

Il fatto che se lo chieda uno come Beck, in un certo senso è rassicurante. La domanda è posta immediatamente, tra le pieghe della prima canzone del nuovo album. Dimmi, ti senti ancora vivo?
Arrivati ad un certo punto diventa inevitabile domandarselo, alla soglia dei cinquanta diventa una sorta di passaggio obbligato, posso immaginare.
Il disco di Beck mi è piaciuto perché è un album che si pone delle domande, in qualche caso anche scomode, di quelle che ognuno di noi tende a procrastinare all’infinito. E risponde nell’unica maniera possibile, in fondo. Come è lecito attendersi da un figlio della California come lui, con lo sguardo rivolto sempre avanti. Ci spara in faccia una dose di positività esagerata, senza diventare mai stucchevole. Una maniera per dire che è ora di mettersi il vestito buono, prepararsi ad uscire, lasciare da parte la negatività e celebrare la vita e di conseguenza la musica.
Non mi veniva in mente nessuna canzone che potesse riassumere i buoni propositi di inizio anno che ognuno di noi è solito fare ad inizio anno meglio di questa.

BECK – Colors

Un episodio di qualche mese fa: un concerto, un piccolo club. Sul palco uno che negli anni novanta suonava nel miglior gruppo sulla faccia della terra, i Pavement. Non una roba qualsiasi, insomma. I commenti di tre ex-giovani (tra cui il sottoscritto, naturalmente), coetanei di Spiral Stairs, evidentemente fan della prima ora, sulla prestazione del gruppo erano un misto di cinismo, indifferenza e tracotanza. “Ma dite che alla tipa che balla in quel modo piace davvero?” -indicando una ragazza, presa bene, sotto il palco. “No, quella viaggia con la band”. “Cazzo, sembra una band del dopolavoro ferroviario”…..e via di questo passo.
Una volta giunto a casa mi sono accorto che la percezione della serata era stata completamente differente, in particolare per i ragazzi più giovani. Ho capito che il problema non era Spiral Stairs, che in fondo aveva fatto un concerto discreto, allo stesso modo non era una questione che riguardava l’entusiasmo di quelli che ai tempi dei Pavement probabilmente non erano ancora nati ma esclusivamente dell’atteggiamento fastidioso che avevo tenuto per tutta la serata. Il problema ero io, insomma.

All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
She says
See it in your eyes
All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
Tell me, do you feel alive?

Questa cosa mi ha fatto pensare e non è un caso che ne scriva ora, a distanza di qualche mese. Nel frattempo il nuovo album di Beck non è più così tanto nuovo ma nonostante sia un disco “facile”, di consumo frivolo, da ballare cucinando ha continuato a rimanere stabile tra i miei ascolti preferiti ed è finito nella mia personale top 10 di fine anno (che devo ancora decidermi a fare, tra l’altro). Perché giunge un tempo dove le foto con il broncio non vanno più bene. Il bianco e nero stufa.
La musica ha un valore che è più grande di quello del singolo individuo, è il frutto dello sviluppo di una comunità (anche se una canzone nasce in una cameretta davanti ad un pc) e tutti i nostri “self” vanno lasciati in disparte. Anche se ci costa doverlo fare. La musica, quello che rappresenta, quello che ha significato nella nostra esistenza merita uno sforzo genuino che è una questione di rispetto in particolare verso noi stessi. Il disco di Beck mi ha ricordato tutto questo e non è poco.

TY SEGALL – The Main Pretender

Ho perso il conto, sinceramente. Non so davvero più raccapezzarmi tra tutte le nuove uscite di Ty Segall, tra singoli, EP, progetti paralleli e quant’altro. Quello che mi passa tra le mani lo ascolto sempre, però e spesso finisco per acquistarlo. Una canzone come questa, che anticipa un nuovo album, non può non piacermi, del resto. Ty Segall ha le stigmate del rock’n roll ben impresse nel proprio DNA e non sbaglia un colpo, mai. Neppure se tentasse di farlo apposta.

SHAME – One Rizla

Lo so, ne abbiamo già parlato. Ma questi sono dettagli quando ci prende la fotta giusta per qualcuno. Questa canzone è un SINGOLO. Punto.
Ha un giro di chitarra sentito mille volte, un sapore inizio anni ottanta manco fosse una canzone dei primi Bunnymen purgata dall’anima dark. Il cantante ha una faccia da schiaffi degna dei primi Oasis ma un cervello più fino. Ne viene fuori una canzone da cantare a squarciagola, indice sollevato ad indicare le stelle, come se fosse tutto al posto giusto e tutto avesse un senso.

GRAHAM COXON – Falling

Questa è magnifica. Davvero. Dimenticatevi i Blur e tutto il resto. E’ una ballata classica che regala brividi dal primo all’ultimo istante. Scritta da Luke Daniel, un amico di Graham che si è tolto la vita poco dopo averla composta. Uscita in digitale e su 7 pollici con una parte dei proventi destinati alla Campaign Against Living Miserably. Il nome di Epic Soundtracks mi si para davanti e davvero non mi viene in mente nessun accostamento migliore per fare un complimento a qualcuno. Brividi.

INSECURE MEN – Subaru Nights

Lo devo confessare: i Fat White Family non mi hanno mai colpito più di tanto. Tant’è che quando ho letto di questo progetto di Saul Adamczewski, nato come passatempo o poco più, sono partito leggermente prevenuto. Invece in questo caso l’uomo è andato proprio in una direzione che ha finito per toccare le corde del mio personale gusto: sparita l’irruenza punk un po’ caciarona, mood riflessivo, strumentazione minimale e registrazione low-fi. Canzone sostanzialmente pop ma con un retrogusto amaro, nessuna spensieratezza all’orizzonte, alla faccia dei buoni propositi.

Cesare Lorenzi