Alieni e cani molecolari (Fiver # 08.2018)

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In fin dei conti questo lungo periodo di convalescenza non era stato un grande affare. L’aveva costretto a rallentare ed osservare un po’ più attentamente il panorama attorno a sè. Prima aveva sfogliato vecchie agende. Lo aveva colpito un particolare. In un periodo relativamente breve tra il 1981 ed il 1983 al palazzo dello sport di Piazza Azzarita (capienza 5.000/6.000 persone) avevano suonato, davanti a gradinate piuttosto gremite, formazioni come Ultravox, Echo And The Bunnymen, New Order. Poi aveva acceso la televisione. Aveva esaminato con fastidio crescente canali nei quali risibili “analisti” dissertavano sulle canzoni del festival nazionale o talk show dove tutti ridevano e si divertivano veramente molto. Pensosamente realizzò che nello stesse ore nelle quali sulla tv a pagamento Sfera Ebbasta gigioneggiava in un delirio di oscena vuotezza Bill Murray e Wes Anderson approdavano silenziosamente al Lumiere per visionare vecchie pellicole restaurate. Gli sfuggì un gemito.

MOANING – Tired

Dello sceneggiato su Fabrizio de Andrè l’unica cosa che risvegliò il suo interesse fu il particolare dei cani cosiddetti molecolari che andavano alla ricerca dei cantanti rapiti nell’interno montuoso della Sardegna. I cani molecolari, recita Wikipedia, sono segugi dal grande potere olfattivo, in grado di seguire una pista umana anche dopo diverso tempo dal passaggio del soggetto in un luogo.

SOCCER MOMMY – Your Dog

Realizzò anche che, nonostante gli sceneggiati celebratori, della vita e delle opere di De Andrè non sapeva praticamente nulla così come di Rino Gaetano o Modugno. Personaggi nazionalmente riveriti e celebrati. Evidentemente aveva vissuto in un’altra dimensione. Un alieno. A voler leggere i segni probabilmente non era stato un caso che il grande schermo del Covo, poco prima che gli Idles devastassero menti, cuori ed orecchie ad altri alieni come lui, rimandasse le immagini mute di Thomas Jerome Newton che cerca di comprendere la realtà che sta vivendo dopo essere caduto sulla terra.

IDLES – Mother

La sensazione che sigillando quelle pareti, con pochissime eccezioni, nessuno di questi alieni fosse rimasto fuori. Perchè è inutile prendersi in giro, c’erano tutti, a conferma del fatto che i “loro” concerti erano ormai chiaramente e clamorosamente (clamorosamente per chi?) scesi di livello passando da locali grandi, attraverso locali di medie dimensioni, a locali francamente piccoli. Il tutto condito da questa falsa sensazione di essere al centro perché informati su tutto ma, in realtà, relegati sempre più ai margini. Una piccola riserva aliena vitale vista da dentro ma, se osservata da una certa distanza,  poco meno che invisibile. Dove erano finiti? Dove erano adesso le persone che gli sedevano accanto, di fronte e di dietro su quelle gradinate del Palasport tanti anni fa?

COURTNEY BARNETT – Nameless, Faceless

Chi aveva avuto ragione? Chi aveva perseverato o chi era sparito? Temeva di sapere la risposta, ma gli interessava molto poco. Ecco, a volte credeva che forse solamente con l’aiuto dei cani molecolari avrebbe potuto trovare tracce del suo passato ma anche che tutto sommato a loro, giovani ed anziani alieni, andava bene anche così.

STEPHEN MALKMUS – Middle America

Massimiliano Bucchieri

 

6 febbraio 2018 (Fiver # 07.2018)

I treni di notte. I treni al buio. I treni quando non è ancora notte ma nel grande vetro di fianco al sedile vedi solo il tuo riflesso, solo su quelle quattro poltrone di un blu così brutto che non possono essere che in un treno vuoto. Freddo e triste e non è nemmeno notte.
Torno a casa.
Lascio casa.
Torno a casa mia: i miei muri, i miei colori, i libri, i dischi, il divano che ho scelto, la vista bellissima che ho deciso di avere dal terrazzo.
Lascio casa mia: dove sono nato, dove un pezzo di cuore è sempre rimasto, anche nei giorni di rabbia in cui non volevo tornare.
Ma quell’odore di aria pulita e legna bruciata mi chiama ogni anno di più.
Dove sono nato. Dove siamo cresciuti.

Quante corse assieme nel parco della Villa, affascinante e spaventosa. Quante avventure attorno a quel laghetto, quanti racconti dell’orrore in quella soffitta. A cercar fantasmi o a filare tra i rami con le biciclette.
Tuo fratello che sopportava i nostri giochi e i tuoi dispetti, lui che doveva andarsene, come tutti noi, per ritrovarsi.
Quanti pomeriggi assieme. Tanto, tantissimo tempo fa.
Poi, siamo cresciuti. E tu eri il mio amico bello e inquieto, con quel sorriso sbruffone e sincero che faceva girar la testa alle ragazzine.
Eri quello che ci sapeva fare, che giocava bene a pallacanestro, che a scuola se la cavava ma ci andava coi jeans giusti e la camicia a scacchi giusta e quella faccia giusta.
Eri quello del paese, col cugino più grande che ti presentava i bulletti con le vespe, con le prime sigarette.
I pomeriggi a far correre il motorino nel cortile di casa tua che fuori non avevamo l’età per andare.
Tu, che alle ansie urlavi in faccia e non avevi paura di niente. Io, che le mie le tacevo perché non trovavo le parole. Perché non ero davvero di lì, il dialetto l’avevo imparato – male – a scuola. La famiglia arrivata da fuori e solo i vecchi ricordavano che i nonni erano lì da sempre. Che la Bruna Modesta, e la sua famiglia, non si era mai mossa dalla grande casa, una volta un mulino, in quel pezzo di terra dove comincia la curva per andare ad Aune. Da dove veniva il nonno.
Il sangue che mi scorreva dentro era figlio di quelle Vette ma non la lingua, né quel piglio borghese e lombardo in cui vivevo.

Tutto è tornato alla memoria con uno schiaffo l’altro pomeriggio, quando la Manu – la nostra Manu, di quando eravamo bambini: l’Emanuela di cui io ero innamorato, ma che non aveva occhi che per te – mi ha scritto quello che stava succedendo.
Che non c’era più tempo. Nemmeno per salutarti vedendoti ricambiare un sorriso.
Troppo tardi. Non potevo saperlo.
Avrei potuto?
La vita prende le sue strade e in un lampo ci siamo perduti. Le biciclette con le bandiere della tua Inter e del mio Milan nel cortile della casa dei nonni mentre facevamo merenda e poi, all’improvviso, eravamo giovani uomini in fuga. Tu verso un posto che sembrava lontano, per poi tornare. Io solo poche centinaia di chilometri a sud, via da quei monti che mi soffocavano e che ora mi mancano tanto da pensare al ritorno.
Poi, gli anni. La vita che va, vola come e dove vuole.
Ci siamo persi.
Per quanti anni non un incontro, nemmeno casuale?
Non doveva bastare quel “e Manuel, come sta?” domandato al bar ogni volta che tornavo e ci incontravo una faccia conosciuta.
Non doveva bastarmi, ma è stato così.
Siamo sempre così impegnati a rincorrere il nostro piccolo mondo, che non troviamo il tempo per fermarci un attimo e cercare chi in un altro, lunghissimo, momento è stato così tanto. Così importante.
Non doveva bastare, ma è bastato. E quando ci siamo visti è stato bello salutarci, ma ognuno aveva in testa le proprie cose, i propri tempi, i propri luoghi.
Distanti non di cuore ma di parole, di pudore. E così non ho saputo.
Sarebbe cambiato qualcosa? Forse un messaggio ogni tanto per sapere come stavi. Forse una serata a bere birre assieme. Forse. Ma non è successo.
E adesso torno verso casa allontanandomi da casa, guardando il mio riflesso invecchiato nello specchio improvvisato dal buio attorno a questi binari solitari.

Adesso mi vesto bene. Almeno, come piace a me, non come trent’anni e poco meno fa, sai? Le ragazze, poi, hanno cominciato a guardare anche me. Succedeva tempo fa, ma io e te non scoprivamo più assieme le cose della vita già da qualche tempo.
Il basket, quello no: sono rimasto una schiappa e tu mi avresti battuto ogni volta, anno dopo anno, se avessimo giocato uno contro uno.
Sono rimasto un mezzo secchione: mi sono laureato, anche se poi sono finito a fare un lavoro simile al tuo. Io facevo da bere, tu da mangiare. Lo vedi? Eravamo una bella squadra e lo saremmo stati anche trent’anni dopo.
Troppi condizionali. Troppe cose mai successe.
Mi sono addormentato e ho sognato. Non ho sognato te, ma ho sognato di svegliarmi cieco. Di tornare a Pedavena dicendo addio a tutte le persone che amo perché non vedevo più e volevo almeno sentire, col naso e col cuore, qualcosa per cui alzarmi la mattina.
Ho sognato di svegliarmi cieco perché non ho visto. Non ho guardato e ti ho perso così, in chissà quale pomeriggio d’estate di foto ingiallite dai colori sempre un po’ sbiaditi, in cui chissà da che parte hai voltato tu. Da che parte io.

Io torno sulle mie gambe in questo treno e non riesco a non vedere gli occhi stravolti di tua madre, oggi pomeriggio, il sorriso di tuo fratello, lo sguardo perso di tuo padre.
Io torno e tu ora sei cenere scura, come quella dei camini che scaldano il nostro paese per dieci mesi l’anno. Che riempiono l’aria di quell’odore che per me rimarrà sempre “casa”.
Le corse in bici, tu sempre davanti.
Le case abbandonate da esplorare per spaventare Laura ed Emanuela.
Non ti rivedrò mai più.
Non ti ho visto per anni. Quasi per decine di anni e, quindi, che cosa cambia? Nei fatti, cosa cambia?
Forse, nulla. Le nostre vite sarebbero continuate lontane e forse non si sarebbero mai incrociate lo stesso.
Forse.
Ma, fino a ieri, potevo fantasticare di capitare in quel ristorante e, a fine cena, farti un’improvvisata in cucina solo per un abbraccio e una pacca sulla spalla senza dirci niente, che dopo più di vent’anni c’è troppo da dire e non si trovano le parole, ma le pacche sulle spalle sono le stesse e gli abbracci pure.
E, a volte, dicono più di mille parole.
Oggi, invece, questo pensiero si spegne in una cassa coperta di fiori bianchi. Nella voce di tua zia che leggeva le tue parole, strazianti, scritte poche settimane fa.

Un mio caro amico – un tipo che ti sarebbe piaciuto, ne sono sicuro – una volta mi ha detto che ci sono tre cose che un uomo non dovrebbe fare nella vita: scrivere un libro, piantare un albero, fare un figlio. Tutte e tre queste cose sono destinate a superarti.
Io e te ci siamo fatti superare.
Io da pagine inchiostrate, tu da una Principessa e un Principino, che mai sapranno – forse – delle nostre corse in bicicletta.
In questo buio freddo mi manchi, amico mio.
E voglio che tu sappia che ti penso. Che non ho mai smesso di farlo.
Che per me sarai sempre quello che ammiravo perché Maura nelle ore di artistica, alle medie, mi aveva fatto palpitare il cuore dicendomi che a ricreazione doveva parlarmi. Ma nella pausa quel parlare era chiedermi di dare a te, il bello e giusto Manuel, un bigliettino: un numero di telefono e l’invito a uscire dopo scuola e io ne soffrivo, quasi t’invidiavo ma poi non potevo, perché tu eri sempre Manuel, il mio amico, quello delle corse attorno al laghetto della Villa.
Che per me sarai sempre quello che arriva davanti ad una pizzeria adesso chiusa per una cena di classe delle medie, ed io, felpa griffata e i soliti vestiti da sfigato, ti guardavo a bocca aperta camminare sfacciato, le mani in tasca nei tuoi jeans strappati, la camicia a scacchi come i ragazzi grandi, seduti in piazza sui motorini a fumare. E gli occhi di Maura che si illuminavano.
E così i miei. Perché la visione sognata di tutto quello che io non ero, era il mio amico, quello che avrei voluto essere io. Quello che ho lasciato andar via perché ero diventato cieco. Quello che adesso non c’è più. E io a chi mai li racconterò tutti questi ricordi che mi appesantiscono il cuore?

Fabio Rodda

A me mi piace vivere alla grande (Fiver # 06.2018)

Cari amici vicini e lontani,
ci dovrebbe essere un guado da non oltrepassare quando si discerne di musica. Soprattutto se è di merda. Un’asticella sotto la quale, scivolandoci, è sì limbo ma anche reato. Mi auto accuso subito visto che – con arzigogoli giustificativi – provo a spiegare perché non sono un Minus Habens se ogni anno che Iddio manda in terra io mi spiaggio sul divano a guardare Sanremo (sovente con bloc notes e bradisismi diaframmatici. Ok: rutti). Anzi: il Festival di. Sottolineo ‘guardare’ prima che vi si induriscano i capezzoli dall’indignazione. Chi è senza palco fiorito scagli la prima pietra; del resto per sei mesi abbondanti devo sorbirmi urletti isterici, cesellazione di gonadi, ‘Snobbery & Decay’ (vista la citazione dotta? Sembro stupido ma…) e Gran Pavesi assortiti riguardo il Primavera, quindi per quattro giorni l’anno potete anche portare pazienza e continuare a trattarmi come il cugino svantaggiato al pranzo di Natale. Tanto più che in Liguria si parla la lingua di Dante e non quello strano Gramelot pacioloso iberico. Non che l’uno o l’altro – Festival, non idioma – per me pari siano eh, fin lì ci arrivo anche io (anche se a Bjork preferisco qualsiasi Hop Hop Somarello di Paolo Barabani), tanto più che non ho mai messo piede né in quel teatro né su quella spiaggia. Ergo posso brontolare come un Hilton & Waldorf qualsiasi.

E’ che a me, Sanremo, piace (piaciucchia, via) vacca boia. Piace per tutto alla fine, forse anche per la musica di merda. Piace il senso sopra le righe del trash – purtroppo – inconsapevole; piace la tradizione che ci portiamo dietro, fatta di Canzonissime, parentado riunito, commenti, paste e caffè nero bollente (questa la capiscono in tre, mi sa); piace che si prendano così tutti stramaledettamente sul serio; piace che faccian passare per ironia o comicità quei siparietti scrausi davanti ai quali Alvaro Vitali assume la statura di un Lenny Bruce; piace che sia tutto ‘pazzesco’, ‘fantastico’, ‘bellissimo’, ‘mirabile’; piace che gran parte della popolazione oltre quelle Colonne d’Ercole non si sia mai avventurata, medagliando gente come Giorgia. G-i-o-r-g-i-a, cristo! Tutti noi abbiamo scheletri negli armadi – magari io ne ho di più, ok – l’importante è essere coerenti, non vergognarsi e saperci fare una grassa risata sopra. Conosco insospettabili duri et puri che piangono come cherubini all’ascolto di Baglioni, gente ‘del giro giusto’ che non potrebbe stare senza Antonello Venditti, ex ravers o radioheadiani di ferro che a Renato Zero, Raf o Eros Ramazzotti non possono resistere. Conosco addirittura gente convinta che ‘Serenata Rap’ sia un pezzo della madonna (non la Ciccone, l’altra).
Insomma, è come entrare su Rotten Tomatoes: sai che farà schifo ma ti riesce difficile farne a meno.

Seguo il Festival ininterrottamente dal 1978 (Anna Oxa Punk, va’ che figata scriverlo!), e credo di essermi perso solo un paio di edizioni a metà degli anni novanta per pressanti et urgenti problemi personali, sovente riconducibili ad esemplari di ‘foemine’. Quindi so di cosa parlo, anche se lo spiego male. Ho visto – e sentito – cose immonde (i Pandemonium, Enrico Beruschi, Jo Chiarello) e defecate abissali (Elton John che crede sempre di essere al funerale di Diana Spencer e nessuno provvisto del coraggio necessario per avvertirlo che le esequie si sono già svolte); siparietti entusiasmanti (i Blur col cartonato di Graham Coxon) e lacrimucce assortite (un Cat Stevens in solitaria, toccante come pochi; Damien Rice; i R.E.M.). I R.E.M., cazzo! Che è come scriversi I.N.R.I. sulla croce. E ancora Buster Bloodvessel dei Bad Manners che esibisce le terga in Eurovisione, o Peter Gabriel che volteggia con una fune sopra il pubblico prima di calibrare male il ritorno e spezzarsi la schiena sulle assi del palco. Insomma, sarà anche l’anagramma di Ramones ma ogni tanto un Blitzkrieg Bop ci stava tutto.

Ho altresì avuto anche belle epifanie, ‘che la musica italiana sovente così bistrattata qualche volta una zampata riesce (riusciva?) a tirarla fuori: i Decibel di Contessa; un immenso Franco Fanigliulo che anticipa Vasco Rossi proponendosi come un giullare medievale e lisergico; il Garbo di Radioclima (e Cose veloci, l’anno dopo), così algidamente wave su quel palco; il ritorno di Patty Pravo nel 1984 con Per una bambola, pezzo di una raffinatezza unica ad opera di quel Maurizio Monti che mai sarà elogiato abbastanza. E ancora Giuni Russo che porge al dentistico parterre Morirò d’amore, una crasi tra i Japan di Ghosts e la 4AD tutta. E poi Santandrea, Richter, Venturi & Murru, gli stessi Matia Bazar di Vacanze Romane, che se gli Ultravox avessero avuto un po’ di sale in zucca si sarebbero riconvertiti così. O La nevicata del ’56 di Mia Martini. Insomma, ce ne sarebbe da raccontare a iosa senza andare ai tempi d’oro della canzone d’autore e citare Sergio Endrigo. Pure quella Giorgia Fiorio di Avrò conteneva un suo perché; ‘avrò parole, e poi le mani quelle sole’. Funzionalissima all’approssimarsi della mia maggiore età per mille motivi. Eccetto la canzone. O Il Coro dell’Armata Rossa: per poterlo udire in diretta dovetti attendere Toto Cutugno e non i Giochi Olimpici, che è un po’ come immaginarsi il Balanescu Quartet che gigioneggia con Cliff Richard.

Da qualche anno quel palco risponde a dei requisiti ferrei cementati sull’ovvietà e l’immobilizzo: un paio di vecchi tolti dalla salamoia; una manciata di giovani di belle speranze pronti a sbattere il grugno ‘sulle complessità della vita’ (altra citazione, mi faccio paura); il classico gruppo – sovente di guano – in odor di indie (che è un po’ come le quote rosa. Ma tolgo dalla volata il Mauro Ermanno Giovanardi di Io confesso); una spruzzata di tette; un omaggio a qualche defunto eccellente (mai filato in vita, peraltro); uno scandaletto light; talent q.b.
Shakerare, non mescolare.

Insomma: negli anni ho dovuto sfidare pubblico ludibrio, canzonature assortite, pecette da Minus Habens (l’ho detto), soloni (de visu e de web), Cura Ludovico. Non si poteva, non si doveva; c’era un ‘di qua’ e c’era un ‘di là’, un po’ come la dicotomia tra rock e dance. Ad ogni tornata di ammissione scivolavo irrimediabilmente indietro nel ranking. Indietro, indietro, sempre più indietro finché mi sono trovato più o meno nella stessa posizione dei libri di Isabella Santacroce su Amazon. Tra l’altro credo che la signorina sia addirittura stata chiamata in giuria, una volta. Ma potrei sbagliarmi.
Che poi, a guardar bene, sono molto più interessanti (per capirci, via) le vite di molti cherubini del mieloso spinto rispetto alle esistenze di parecchi rocker (soprattutto stranieri) ‘arrabbiati’ per contratto. Il veicolare messaggi di amore à la Liala su quel palco sovente non ha riscontrato altrettanta assonanza nella vita. E quello che hanno vissuto Patty Pravo (o anche la stessa Vanoni), Alessandro Bono, ecc.ecc. se non eguaglia i Kiss sicuramente oltrepassa Guns’n’Roses e paccottiglia varia. Ma sto divagando.

Mica prendo per oro colato tutto quel blob che esce dal tubo catodico ogni anno – signoriddio – mi par strano anche essere qui a spiegarlo, divincolandomi da una camicia di forza coatta. Accidenti. Ti siedi, guardi, sghignazzi, scuoti la testa (ma più verso la platea che sul palco), vai a pisciare o fumi (queste ultime due non contemporaneamente), ti gratti gli zebedei, un Fernettino ad ogni ‘di Pallavicini-Panzieri-Pilat’, rarissimamente senti una canzone che ti rizza quei tre peletti sul braccio. Poca roba ma famo di necessità virtute. E’ che in tempi di politically correct spinto non si può più fare o dir niente senza che gli indignati co.co.co. (che sono peggio dei leoni da tastiera, credetemi) non indicano una petizione su change.org. Un televoto a 0,51 centesimi a chiamata che ormai ci è sfuggito di mano e gioca per sottrazione. Zione. One. Ne.
E mi sa che anche questo pezzo avrà vita dura.

Michele Benetello

NYC love song (Fiver # 04.2018)


Sei da un’altra parte. Così lontana che non ha nemmeno senso scriverti. Scrivere. Scriverne. Sei così lontana perché le cose succedono. I fatti, i posti, le persone. Forse lui non era quello giusto ma era al posto giusto al momento giusto. Forse tu eri quella giusta ma eri al posto sbagliato, al momento sbagliato. Poi ci sono i compromessi, le scelte, i ragionamenti. Quanta roba… forse troppa. Ma quell’inverno sembrava non volesse finire mai eppure non faceva mai troppo freddo anche se c’era tanta neve ma non c’importava. Era solo che le scarpe si bagnavano e lasciavamo le pozzanghere in casa, all’ingresso di quei trenta metri io, te e i buchi nel pavimento che se toglievi il tappeto ci vedevi la famiglia – quanti cavolo erano? – al piano di sotto. Quei dischi che giravano sempre sul piatto e le sigarette spente nei bicchieri cerchiati dal vino rosso. Quel pomeriggio di un giorno qualunque. Il titolo per un film di Woody Allen. Quel pomeriggio di un giorno che non ricordo che giorno fosse. La neve in Bradford St e un negozio di musica che non c’è più. Noi due ad ascoltare il novo disco dei The National e Matt beveva birre di mattina al bar di fronte. Tu sorridevi e sembrava tutto un luna park e noi due giravamo sulla ruota piena di luci e musica e pensavamo che non saremmo scesi mai. Quel pomeriggio che pareva già notte sulle colline di Brooklyn a guardare il profilo luminoso di Manhattan. Quella sera a far girare un album perfetto, che non finiva di stupirci e noi sorridevamo, una cuffia sull’orecchio, l’altra in mano, come due consumati dj. Noi due e la neve e quel vento gelato che tagliava la faccia e poi tu che scrivevi il testo di Terrible Love sul mobiletto rosso del bagno.

Amo gli sconfitti. Quelli che sbagliano treno. Quelli che a dieci metri dall’arrivo sono primi ma poi se ne dimenticano e si fermano a guardare un cane con la faccia buffa e tutti passano davanti. Quelli che ci provano tutti i giorni. Che ci riescono quasi mai. Quelli che non basta mai. Quelli che vorrebbero tanto fermarsi e piantare una tenda per ripararsi dalla pioggia, ma non possono smettere di camminare e bagnarsi. Quelli che, con la faccia umida e i capelli che sgocciolano, sorridono col sorriso più bello. Quelli che s’interessano a tutto e non ci capiscono niente. Quelli che le cose belle sono così ovvie che, quando provano a parlarne, gli altri li guardano come fossero matti. Illusi. Romantici. Cinici. Disperati. Innocenti. Folli. Bambini. Quelli che amano col cuore rattoppato e non lo raccontano. Quelli che s’infuriano e vorrebbero bruciare il mondo. Poi, per un sorriso dietro il vetro di un bar sentono lo stomaco rimbalzare. Per un abbraccio fra sconosciuti per strada pensano che la vita è una cosa meravigliosa e tornano a essere felici. E forse erano solo ubriachi, ma non importa. Quelli che se quella volta avessi detto, avessi fatto, fossi partito ma poi va bene così perché la strada su cui sei, che tu lo voglia o no, è sempre quella giusta.

Il tempo è passato feroce come solo il tempo sa fare. I giorni senza di te sono diventati settimane e mesi e in un momento le stagioni si erano rincorse e noi avevamo qualche ruga in più ed eravamo sempre io e te ma non c’era più noi. Brooklyn era sempre lì, ma la nostra casa non era più nostra. Chissà chi guarda litigare, oggi, la famiglia del piano di sotto spostando il tappeto vicino alla porta rossa piena di fessure e spifferi gelati. I The National non hanno fatto più un disco bello come quello. Matt forse beve ancora birre al mattino in Bradford St., ma non lo posso sapere.
Tu sei bella come eri, forse di più. Io ho la faccia un po’ più stanca, ma me la cavo ancora decentemente con gli specchi. NY dicono che abbia messo su qualche chilo e perso un po’ il tocco per la musica – abbiamo rubato il momento magico da quelle mille luci? – ma credo che stia ancora bene. Presto tornerò a trovarla, scenderò dalla metro sulla settima per camminare un po’ fino a Prospect Park, un caffè bollente in mano. Mi mancherai per un momento. Poi tornerà ad essere uno splendido pomeriggio di primavera.

Amo chi piange molto, ma ride sempre di più. Chi ama sporcarsi, annusare la pelle di un altro, che siamo carne e sangue e le distanze sono solo paure e non c’è niente di più bello che mischiare il proprio sudore a quello di un altro. Chi non trova le parole e scrive romanzi. Chi si riempie la pelle d’inchiostro per ricordarsi chi è. Per sentire l’ago che batte, perché la ferita che si sta facendo disegnare cura quelle che hanno fatto gli altri. Chi si fa bucare le orecchie, le labbra, la lingua per sentire la scarica d’adrenalina e quel dolore potente che, per un momento, fa tacere tutti gli altri mali. Tutti i mostri. Chi rimpiange in silenzio sempre qualche cosa, ma non rinuncia mai a provare qualcos’altro. Chi, quando piove, dimentica l’ombrello a casa, compra un berretto e lo perde al bar. E torna zuppo e scuote la testa perché proprio no, non ce la può fare. Chi ride di sé molto più che degli altri. Chi degli altri non ride ma con gli altri ci ride, che ridere da soli si può anche fare, ma viene meno bene.

Odio chi ha sempre ragione. Chi sta dalla parte giusta. Chi non capisce di essere un altro. Che l’altro non esiste. Chi crede di essere migliore, di meritare, di avere diritto sempre e comunque. E gli altri no. Chi ama le regole, l’ordine e la pulizia. Chi non dipinge, non scrive, non suona, non va a vedere una mostra, non s’innamora di un sorriso dolce. Chi cerca la rima baciata più facile. Chi urla sempre. Chi non grida mai. Chi si lamenta. Chi non piange mai. Chi non sorride. Chi odia. Che, alla fine, odiare è solo una stupida perdita di tempo e non odio veramente nessuno. Ma alcuni vorrei proprio odiarli.

È passato così tanto tempo. Chissà se le tue strade hanno lo stesso riflesso di voglia di correre a perdifiato. Gli stessi pensieri incastrati nell’asfalto. Quand’è che sei innamorato? Quando, mentre fate l’amore, non vuoi smettere di sentire il suo odore? Quando ti svegli la mattina e lei è ancora lì e ti viene da sorridere e l’abbracci? Quando è il tuo primo pensiero? L’ultimo, la notte? Quando fumi una sigaretta in terrazzo e lei sta ancora dormendo e tu non riesci a smettere di guardare il suo viso? Quell’insieme di linee perfette che disegnano il contorno dei suoi occhi, delle sue labbra, del suo naso. Del suo mento, degli zigomi che accarezzi leggero, perdendoti nel sorriso accennato di chissà quale bel sogno? Quando? Quando arriva il momento in cui sei disposto a fermarti e pensare “voglio solo poter dire a tutti che lei è mia. Che sono suo. Per sempre”. Quando succede? E se, quando succede, non è il momento giusto? Il posto giusto? Se lei o tu o tutti e due state ballando un ballo che non sapete dove vi porterà? Potete continuare a ballare stretti senza fare promesse che potreste non poter mantenere? Senza mettere vincoli, regole, definizioni. Si può? Continuare a darsi bellezza chiedendo solo bellezza in cambio e lasciandosi liberi di andare, scoprire, incontrare, vivere qualunque cosa. Che, tanto, le cose succedono lo stesso?
Si può? Si può camminare per le tue strade annusando l’aria di un parco senza innamorarsi di te? Si può stare con te senza finire ad odiarti? Amo chi non si pente mai. Chi ha sempre paura di aver sbagliato. Chi sa che il treno passa, ma non è vero che è l’unico. Chi, se gli viene il dubbio che il treno sia quello sbagliato, salta giù perché sa che le ossa si rompono, ma si aggiustano. Chi si lascia andare ma non mente. Chi non si dimentica mai che le cose più belle si fanno in due. E che di chi le fa con te bisogna avere cura, ma non bisogna volerlo curare. Né farsi curare. Chi è disposto ad aver paura di perdere qualcuno pur di lasciarlo andare dove vuole, dove deve. Forse le storie d’amore più belle sono quelle che sono per un po’. Che sono e non si dicono. Che sono e non c’era esclusiva, non c’erano pranzi e cene con altre coppie. C’eravate solo voi due e solo in quel momento ed era perfetto così. Forse le storie d’amore più belle sono quelle che non diventano nient’altro e rimangono un ricordo dolcissimo quando la vita avrà lanciato i suoi dadi creando direzioni diverse. Magari poi ci si incontra di nuovo. Un po’ come con te, la città perfetta in cui non si può vivere, forse l’amore perfetto è quello che ti riempie e non si preoccupa di non poterti abitare per sempre; ma sa che, quando c’è, non c’è nient’altro a cui dedicare un solo pensiero.

Fabio Rodda