I dischi che piacciono solo a me, credo #4

David Devant & His Spirit Wife – Work, Lovelife, Miscellaneous (Kindness, 1997)


Per un motivo ben preciso – che non è interessante e non starò qui a rivelare (se proprio volete allora scrivetemi in privato) – sto setacciando i cassettoni dei 45 giri dopo settimane di rimuginamenti infiniti. Ho una missione da compiere, la stessa che puntualmente va ad infrangersi dopo soli cinque minuti, quando riscopro manufatti dimenticati, perdendo così di vista il mio fine ultimo: l’ordine. Un tuffo in anni glabri, negozi polverosi, sorrisi tirati e bande neglette. Anche serate da arresto coatto in sovrappiù certo, che l’inseguimento dei bobbies dalle parti di Finchley Road alle 4 del mattino di ritorno da un concerto dei Servants (i Servants pre-nanosecondo di successo) sono tra le cose più indelebili di sempre. Ero innocente Vostro Onore, e la storia mi darà ragione. Buoni propositi che appunto si infrangono alla prima sorpresa. Manco io so più cosa ci sia esattamente dentro quei cassetti, ma oggi l’entusiasmo ha toccato vette altissime scovando incidentalmente alcuni 45 giri del gruppo più grande del mondo. E dunque per sua natura dimenticato e destinato all’insuccesso. Benvenuti nel magico e chiazzato mondo di David Devant & His Spirit Wife. Un Circo Barnum di stranezze, eccentricità vittoriane e magie. Soprattutto magie. Del resto prendevano il nome da un illusionista britannico del secolo scorso, aduso a chiamare sul palco lo spirito della moglie defunta. Avrete già capito dove si va a parare, vero? Dalle parti in cui sguazzo come un facocero in calore. Non mi dilungherò, perché credo necessitino molte più battute per illustrare al meglio la follia di questi quattro ‘idiot savant’, ma il tempo è tiranno, quei cassetti ancor di più e dalla nuvola di polvere sprigionatasi si intravedono delizie.

Banda di matti, i David Devant & His Spirit Wife. Banda formata da The Vessel (Mickey Georgeson) in combutta con Foz Foster (un ex Monochrome Set) ai quali vanno ad aggiungersi altri due loschi personaggi. Teatralità a go-go, eccentricità e humour britannico, i baffetti del Ferry ma anche quelli di Ron Mael, i lustrini di Ziggy e lo zigzagare dei Deaf School, le stravaganze, la teatralità, i mantelli magici, gli atteggiamenti alla Elvis sotto anfetamina, le movenze da Jobriath etero e corvino. TV, T-Rex e tricologia a mille. Georgeson ha l’aplomb di un Nick Cave nel corpo di David Essex, o di un Tom Waits ai tempi del glam rock, gli altri truci guasconi fan sembrare i Sigue Sigue Sputnik dei carnascialeschi mocciosi. Insomma: un delirio. Al quale in sovrappiù si unisce un ombroso personaggio addetto alle proiezioni (chiamato, ovviamente, The Lantern) e gli Spectral Roadies, due figli di buona donna – Iceman e Cocky Young’un – a far gli imbonitori sul palco con giochi di prestigio, sghignazzi e illusionismo spiccio. Puro ottocento e vaudeville, mancano solo le lozioni miracolose per capelli (ma il nostro ne è alquanto fornito, tanto da sembrare un emaciato poster di Eraserhead), Arthur Conan Doyle e la donna barbuta. “Venghino, Siore e Siori”. Sul palco ne combinano di ogni: The Vessel spesso entra adagiato sopra un tappeto volante, i video sono liquidi e pare di essere a metà tra l’UFO Club, lo Shoom e l’Exploding Plastic Inevitable Show, l’atmosfera è vittoriana piuttosto ed anzichenò. Moriarty e A Lad Insane, pozioni magiche e assenzio. Il pubblico va fuori di testa e i nostri osano sempre più: a Brighton durante uno spettacolo il capelluto si fa sparare in galleria da un cannone e a momenti ci lascia le penne. Mark Radcliffe di Radio One si dice entusiasta, al Phoenix Festival del 1996 rubano la scena agli osannatissimi Marion. Ci sono tutti gli anni settanta schiacciati a forza dentro il brit pop, i Cockney Rebels impastati sui primevi Manic Street Preachers, i Blur prodotti da Charles Dickens, i Pulp a scuola dagli Wizzard, Kim Fowley che impartisce lezioni di galateo ai Menswear. A tutto ciò aggiungete Pimlico, il più bel debutto su 45 giri di sempre (no, non è vero: non rientra nemmeno nei primi tre. Ma vi sono legato per 999 motivi) e un album d’esordio (Work, Lovelife, Miscellaneous, uscito dopo Don Spirit Specs Now!, autoproduzione su cassetta) che, nonostante i proclami della stampa, lo sberleffo situazionista fuori tempo e un discreto battage pubblicitario, diviene il flop commerciale dell’anno (solo n.70 nelle classifiche) affondandoli da allora e per sempre. Non vi ho nemmeno lontanamente incuriosito? Poco male, che la storia si compia.

Work, Lovelife, Miscellaneous esce nel 1997, l’onda lunga del brit pop si è già infranta verso Brighton o giù di lì, ovvero esattamente da dove provengono questi femminei Art Brut ante litteram; Keane e Muse hanno portato l’imbarbarimento; le strade sono vuote; le tutine Adidas andrebbero smacchiate ma nessuno ha più la voglia e la forza per farlo, presi da un hangover ventricolare. Il riflusso ha una felicità forzata impressa con inerzia. L’album esce in gloriosa edizione gatefold supportato da un poker di eterogenei singoli e – oggi – trovate il tutto al prezzo di un pacchetto di Camel morbide. Dentro vi è il più folle e contagioso coacervo di suoni pop britannici mai sentiti, odorerete le strade della capitale percorse da carrozze, vi sembrerà di scorgere Uriah Heep (non la band) che si tinge la chioma e si bistra gli occhi con un vezzo, o di sentire i balli di corte e Sir Francis Bacon. In Work, Lovelife, Miscellaneous vi è il miglior art rock sibillino di sempre e – soprattutto – non vi è un grammo di Oasis o assimilati. C’è però lo Spencer Davis Group che si fa Bowie nell’iniziale Ginger (estratta anche su singolo) stupefacente idioma glam retromaniaco, e con essa altre 11 stralunate canzoni dove Lie Detector (altro estratto a 45 giri) pare la più astrusa con la sua elettronichetta da video games senza capo né coda, buona per dei Denim vestiti bene. The Last Ever Love Song suona cinematografica e assolutamente in tinta per la festa studentesca di Hogwarts tanto che persino Jarvis Cocker avrebbe gradito. I Think About You pare provenire da un punto imprecisato di Modern Life Is Rubbish, se solo Modern Life Is Rubbish fosse uscito nel 1974; Parallel Universe riesce nella titanica impresa di unire Little Tony e Suede; Re-Invent The Wheel ha le stesse chitarre di Mick Ronson tanto che non si fatica ad immaginarlo roteare il braccio con la zazzera bionda e una sigaretta penzolante, e pare altresì strano che Bowie non se ne sia accorto all’epoca, saltando dalla poltrona. Ballroom è null’altro che un flamenco di Marc Almond a 78 giri; This Is For Real (ulteriore singolo) è il pezzo forte e l’unica vera pepita brit pop comunemente intesa di un album privo di vere coordinate, un sugoso anthem che avrebbe meritato ben altra fortuna con quella veemenza da Elastica con due coglioni così. O da Mansun che tratteggiano girini Franz Ferdinand/Boo Radleys. E ancora I’m Not Even Going To Try che ritorna ai fasti dei Denim e dei Chicory Tip, una Girls & Boys autistica. Riprendo fiato e colorito per dirvi che le cose si placano un po’ con Light On The Surface, ballata alla Donovan. Il tutto finisce ovviamente sulle note di Goodnight, un ologramma temporale nel quale non è difficile visualizzare Graham Coxon dentro il tour di Hunky Dory. Pare brit pop ma non lo è, così privo di quell’aurea hip e anzi indugiante in moti rivoluzionari d’inizio settanta. Work, Lovelife, Miscellaneous è il più bel disco di glam rock dimenticato e fuori tempo massimo, un disco che sembra copiare alcune corrazzate del tempo (Suede, Blur, Pulp) ma con il sospetto che la canzonatura sia sempre dietro l’angolo. A remare contro vieni risucchiato dalla corrente, succede così che Georgeson e compagnia vadano ad immolarsi per peccati mai commessi, sparendo subito dai radar della discografia britannica.

Ci sarà tempo per altri due dischi (bello Shiney On The Inside, del 2000) e una raccolta, ma nulla sarà come prima. Eddie Argos degli Art Brut lo prenderà a modello per il suo art rock sghembo e stratificato (anche quello destinato a FALL-ire), ma l’Houdini del post brit pop sparirà sotto una coltre di indifferenza. Infantili, ironici, menefreghisti, finanche troppo genialmente stupidi per competere con i salmi responsoriali dei coevi Coldplay, David Devant & His Spirit Wife sono stati la quintessenza dell’art rock britannico, quello perdente e senza alcuna speranza per sua stessa natura. Sorta di stralunati Roxy Music sorpresi a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Oggi Georgeson è docente all’Università di East London, ha ripreso il suo nom de plume e riporta in giro lo Spirit Wife in sporadiche e sommesse apparizioni sui palchi. Parafrasando il solito Wilde ha messo nella sua vita il genio, nelle sue opere solo il talento. Ce lo siamo fatti bastare.

Michele Benetello

And all I got left is this shit attitude (Fiver #11.2018)

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Parquet Courts è il gruppo che parla alla mia coscienza. Uno dei pochi rimasti. Mi dice che non è ancora tempo di mollare, che i vecchi rituali hanno ancora un senso: mettere un disco sul piatto del giradischi e premere il tasto play, per esempio.
Ricordi, sensazioni, vissuti ancestrali, migliaia di canzoni ascoltate anno dopo anno, letture, concerti, discussioni, tutto per vivere quel momento ancora una volta: sentirsi a casa, finalmente.
Un ritorno a se stessi e al mondo, verso l’inizio, verso quell’inconoscibile che mi appartiene da quel giorno che ascoltai per la prima volta le note di Radio Free Europe. Trentacinque anni fa.
I Parquet Courts suonano come una razza in via d’estinzione.

PARQUET COURTS – WIDE AWAKE!

Sei anni fa pubblicarono un disco clamoroso, da tutti accolto come un esordio anche se in realtà non lo era davvero. La stampa specializzata lo elogiò con un certo distacco. I discepoli dell’ Ancien Régime come noi si fecero conquistare all’istante.
L’anno successivo, il primo concerto in suolo italico. Una roba da biglietti in prevendita, trasferta come si faceva un tempo, SG al gran completo. Convinti di trovarsi dinanzi ai nuovi Sonic Youth. Del nostro stesso avviso altri 35 disperati, sopravvissuti a chissà quale epoca. Ci eravamo immaginati la salvezza dell’indie-rock e ci ritrovammo tra le mani una band che non ne voleva mezza di indicare una via d’uscita. Meglio così, in fondo.
Nel frattempo hanno pubblicato un disco all’anno, come si faceva una volta, tra collaborazioni anche sorprendenti (l’ultima in ordine di tempo con Daniele Luppi) e pure un disco solista (quello di A. Savage) splendido. Preludio all’ inevitabile cambiamento. Il tempo sarà pur un’illusione ma intanto una metamorfosi diventa necessaria, come se fosse una questione di sopravvivenza.
Lo si capisce fin dalle scelte più banali: Danger Mouse alla produzione con gli inevitabili allarmi che scattano manco ci fosse uno tsunami in arrivo e relative scene di panico. Poi ti accorgi che al massimo suona come un brano della Blues Explosion e tiri un sospiro di sollievo. Il nuovo disco può arrivare. Noi saremo al nostro posto, come sempre.

PARQUET COURTS – Almost Had To Start A Fight / In And Out Of Patience

I primi 90 secondi suonano come i Fugazi, alla faccia di aver assunto dietro il desk uno dei maggiori produttori pop del momento. Tanto che ti chiedi che senso abbia. Sembra solo una maniera di sparigliare le carte in tavola pur sapendo fin da subito che alla fine indosserai le stessa vecchia camicia e finirai per accendere il solito amplificatore. Con un pizzico di funk bastardo, vigliacco, sporco e assassino che farà capolino qui e là……. Funky music playing in my head…che spettacolo, ragazzi!

COURTNEY BARNETT – Need a little time

Non so come sarà il nuovo album di Courtney Barnett. Non m’interessa proprio, a dire il vero. Per quanto mi riguarda potremmo fermarci pure qui, a questa canzone.
Primo: adoro il tono scazzato con cui canta.
Secondo: avrei anch’io bisogno di un attimo di tregua.
Terzo: ho pensato ad Evan Dando.
Quarto: ho ascoltato i Big Star, subito dopo.
Quinto: c’è speranza, alla fin fine!

ELEONOR FRIEDBERGER – In Between Stars

Mi immagino a guidare una cabrio, su una qualsiasi delle autostrade che da downtown portano a Santa Monica. Fermarsi al semaforo proprio sotto il palazzo della Capitol Records. Tower Records è lì a due passi, sul Sunset Strip. Le vetrine espongono la pubblicità del nuovo Stevie Wonder, Innervision è un capolavoro e non si ascolta altro. Anche noi bianchi, piccolo borghesi, che amiamo il rock ma certi dischi, insomma, sono di un’altra categoria, non c’è neppure bisogno di spiegarlo.
Il nuovo singolo di Eleonor è una roba così: ti fa battere a tempo il piedino. Ha un groove leggero e un velo di malinconia che ti prende la gola.

It happened so very long ago
We don’t know when or how
Nobody knows what we’re doing here even now

Una canzone come se il punk non fosse mai esistito. Come se fosse il 1973. Non so esattamente se sia una buona cosa ma ogni tanto lo è di certo. In quei momenti prima che mi venga voglia di ascoltare gli X di Exene Cervenka, per dire. LOOOS ANGEEELEEESS……

CAVERN OF ANTI MATTER – Make Out Fade Out

Uno dice Stereolab per comodità che sfocia nella pigrizia. Ma Cavern Of Anti Matter stanno prendendo una direzione che con il passato ha poco da spartire, ormai. Se vi interessa come registrano in studio leggete The Quietus ve lo sanno spiegare meglio di quanto io possa provare a fare, ma è tutta una storia di incisioni che vengono riprese, smontate e rimontate. Di sintetizzatori e parti di pc che non ho mai nemmeno sentito nominare. Una di quelle faccende da nerd che agli ignoranti come il sottoscritto piace da morire, del resto parlate con uno che ancora oggi crede che Kevin Shields sia un fottuto genio. La verità è che questa roba qui suona alle mie orecchie come qualcosa di inedito, nonostante le influenze che con un po’ di buona volontà diventano riconoscibili. Proprio questa difficoltà di collocarsi, di muoversi in un territorio che non si capisce bene, di suoni e ritmi che ti lasciano stupito e interdetto, è la forza di canzoni assolutamente singolari, per certi versi assolutamente irripetibili.

CESARE LORENZI

I dischi che piacciono solo a me, credo #3

Bang Bang Machine – Eternal Happiness (Ultimate, 1994)

C’è stato un tempo in cui ho avuto un passato. Quei primi anni novanta pieni di stupore e risvegli mattutini invasi d’entusiamo a buon mercato. Un tempo foderato di grandi dischi, pietre miliari, coscienziose opere su 33 giri, linee blu e avventure nell’ultramondo. Tempi in cui Londra era raggiungibile ad ogni giro di luna, e con essa imprescindibili pellegrinaggi a questa o quell’etichetta, che – vi parrà strano – sorgevano come funghi e altrettanto celermente sparivano tra le pieghe della memoria e dei codici postali incollati con francobolli e certosina pazienza. E così, tra un giro dagli Zion Train (una vera e propria impresa arrivare in quella sperduta zona della capitale, in quel gennaio gelato, sorprendendoli al missaggio di una session con Sly&Robbie), una cena da Wong Key assieme al triumvirato della Hydrogen Dukebox, un inseguimento notturno agli Shamen o un appuntamento con i Pop Will Eat Itself capitò che – un pomeriggio particolarmente mite – ci recammo in quella che, per noi scostumati viandanti della provincia dell’impero, ci sembrava in quel preciso istante l’etichetta con le E maiuscola, ovvero l’Ultimate.
In quel 1994 aveva un carnet di lusso oltre che saldamente afferrato lo scettro delle nuove musiche pronte ad invadere l’Inghilterra. Nello specifico quello strano bolo indie frullato da tenui dentature sintetiche, rivestito di domopak ambient o che – semplicemente – strizzava l’occhio all’elettronica più danzereccia. Bei tempi, l’ho detto, e sfiderei molti (ma non tutti) a trovare qualcosa di analogo oggi. Come che sia si afferrava un volo utile su Monarch Airlines e a cadenza da modello F24 si partiva a fare incetta un po’ ovunque. Quel 1994 non faceva eccezione. Ci eravamo studiati un piano d’attacco infallibile: due etichette al giorno intervallate dal Record And Tape Exchange più vicino. Una macchina da guerra perfettamente oliata con una testa di ponte che era un passepartout infallibile. Molto più anziano di noi, con moglie e figli (non sempre al seguito) e un giro di contatti semplicemente strepitoso. Uno al quale Sister Ray apriva il caveau o semplicemente ammainava il Gran Pavese al suo palesarsi, annunciato da un fax proveniente dall’Italia. Un metro e novanta d’uomo con un passato da cestista ed un presente che ignoro avendolo perso di vista suppergiù all’uscita dei Bluetones.
Insomma, quel giorno – preso da immacolata bontate – mi disse: ‘oggi io e te andiamo all’Ultimate, piglia un paio di copie del giornale per cui sputi inchiostro e lascia fare a me’.
Obbedisco.
Glorioso fu quel settembre degno di tal nome, un settembre come solo negli anni novanta si riusciva a declinare, un settembre nel quale – armati di eccitazione e pazienza – setacciammo Camden in cerca di quel buco maleodorante. Qualche viuzza e un paio di diottrie dopo lo trovammo, sbirciando semplicemente su minuscoli campanelli dalle improbabili calligrafie. Suonammo e una graziosa pseudo crusty dalla pelle diafana venne ad aprirci; non fece in tempo a lasciare uno spiraglio in quella porta a vetri che l’omone vi si gettò come si fosse gettato su furibondo rimbalzo a tre secondi dalla fine. Con una dialettica da rivenditore di Folletto le fece intendere che, se non eravamo i Lester Bangs della Pianura Padana, almeno allo status di Nick Kent ci andavamo appresso di un’inezia.
“La sventurata rispose”.
Una porta a vetri da videoteca porno, due scrivanie piene di vinili e un sottoscala infernale nel quale immaginavamo stivato ogni ben di Dio. Ci guardammo stupefatti: avevano in catalogo i Senser, gli Eat Static, Banco de Gaia, 8 Storey Window, Sidi Bou Said, Children Of The Bong, Belltower, Levitation e – friccicore maximo – i Bang Bang Machine. I Bang Bang Machine! Ci sentivamo predestinati dal Signore per essere giunti al cospetto dell’etichetta che stava per pubblicarne l’album. Nulla o quasi sapevamo di quel quartetto, eccetto le solite due righe sul NME e l’altrettanto solito John Peel, che ne aveva marchiato a fuoco Geek Love (stupefacente EP) inserendolo al numero 1 della sua Festive Fifty del 1992. Lì, sulla sommità, a precedere PJ Harvey, Ministry, Wedding Present, Fall, Sonic Youth e Pavement. Mica pizza e 12”. Era, naturalmente, introvabile dacché edito su fantomatica Jimmy Kidd Rekordz che noi, merdosi provinciali, manco sapevamo pronunciare.
Grande fu la delusione nell’apprendere che l’esigua tiratura di quel singolo (ormai assunto a vero e proprio Sacro Graal) era stata bruciata nel giro di una settimana. Però. Però, disse l’avvenente biondina (o era castana?) non vi mando via a mani vuote, aspettate qui. Scese lungo quel fetido sottoscala per ricomparire un quarto d’ora dopo con un raccolto vinilico che avrebbe fatto piangere di gioia Mosè. Di Geek Love manco l’ombra, ‘che le eccitazioni nella vita te le devi guadagnare. Faceva bella mostra però una doppia copia di Eternal Happines (l’album d’esordio) in edizione limitata con Ep in omaggio, oltre ad una messe ‘due per’ di gran parte del loro catalogo annuale. Pesava assai. Lasciammo un po’ di copie della rivista ‘per la quale sputavo inchiostro’, qualche chiacchiera di prammatica e la promessa di tenerci aggiornati a vicenda tramite carteggi epistolari prima che una frettolosa stretta di mano ci rimandasse fuori nell’aria frizzante di un caotico quartiere londinese. Manco le donne ci davano benserviti così concreti, accidenti.
Cercammo Geek Love in ogni anfratto di quella metropoli per una settimana, setacciando ogni fottuto buco che avesse la parvenza di un negozio di dischi. Era una caparbia missione, che si risolse in un nulla di fatto. Il ritorno a casa fu mesto quanto una copula di suini sotto un temporale. Almeno finché non misi sul piatto proprio quell’Eternal Happiness e – immaginereste? – mi fece ringraziare il sussidiario che i romani si fossero fermati al vallo di Adriano. Era esattamente il disco che – lì ed allora – stavamo aspettando. Un melting pot drogato di psichetronica, vocalizzi alla Cocteau Twins, riverberi, bassi tellurici, italo disco (Technologica, pura Valerie Dore strafatta di MDMA). Un impianto rock scivolato sopra dei giradischi. Un doppio vinile che per mesi faticò ad allontanarsi dalla puntina: c’erano i Police per la generazione rave di Give You Anything, il sospiro indie in levare di A Charmed Life, l’umbratile nostalgia per peccatucci d’inguine di Bloodlines, i possenti muscoli d’ebano alla House Of Love di God Based Angels On You (Destroy The Heart è giusto dietro l’angolo). O ancora gli Invaders Of The Heart che giocano ai Red Hot Chili Peppers con gli Orb in cabina di regia nella sublime Love That Burns. Se dev’essere anni e C90 allora che lo siano appieno, come le chitarre di Moon Jelly dimostrano. Che disco, Eternal Happiness! Un disco che – nonostante il massiccio appoggio di John Peel – venne stritolato da ben più titolati colleghi; un disco che nemmeno una produzione cristallina ad opera di Craig Leon e Ray Shulman dei Gentle Giant (tanto per sottolineare l’assioma come, in quegli anni, tutto potesse essere ancora possibile, e il meticciato ancor di più) riuscì a sollevare dall’oblio.
A proposito, ne manca una vero? Esatto: di Geek Love, anche qui, nemmeno l’ombra. Cassata di brutto e inspiegabilmente dalla scaletta del long playing. Dovetti accontentarmi di un nastro gentilmente concesso dal maritato cestista e fare di necessità virtute. Sacro Graal era e Sacro Graal rimase, almeno fino a qualche tempo fa quando – a dimostrazione che tutto appartiene a chi sa attendere – in uno scatolone sperduto lungo i forforosi sgomitanti in qualche fiera del disco mi apparve in tutta la sua beltà. Jimmy Kidd Rekordz, parbleu! I due euro meglio spesi dell’intera vita, con buona pace di Discogs che lo quota giusto un caffè in più.
È qui vicino a me ora, e continuo a chiedergli come potrei fare per spiegare quel suo intreccio sonico tra gli Adorable di Sunshine Smile e i Cranes spogliati dal goticume; o come solleticarne l’acquisto all’infedele che mai avesso potuto approcciarne il profumo, il suo ergersi a tradimento quando scoppia in un abbeveratoio di lacrime e ologrammi Sugarcubes. Splendido nel suo nascondersi agli occhi, conscio che sia questo il vero lavoro di un diamante: celarsi. Lo guardo e mi dico che solo dei pazzi o dei geni potrebbero dare alle stampe un disco screamadelico edificandolo su delle campionature tratte da Freaks di Todd Browning. Non risponde, così passo la palla a voi, sperando stiate digitandone il titolo su Discogs, corazzati dal vostro Paypal. Già che ci siete anche Amphibian (Ultimate, 1995), secondo e ultimo atto prima della diaspora coatta, non disdegnerebbe di trovare la via di casa vostra. È un consiglio del cestista, fidatevi.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #2

THIRTEEN MOONS – Origins (Wire Records, 1987)

La scena è quella solita di un imprecisato e nuvoloso momento degli – altrettanto soliti, imprecisati e nuvolosi – anni Ottanta: una 127 blu con più chilometri che granelli di polvere pronta a scarrozzare quattro campagnoli che si ritengono viveur in un lontanissimo locale, agghindati come dettame dell’epoca impone. Cioè male. Comunque un’epifania avere il poker di disagiati tutti assieme. Era raro insomma che le convergenze astrologiche facessero sì che l’amalgama si accorpasse per qualche serata. Una volta a causa dei soldi, l’altra a causa delle possibilità economiche di casa (la terza per colpa della pecunia) le uscite erano davvero rare, e per questo più sentite. Si preferiva rimanere al bar, con le patatine e la spuma, contando le monetine, a fantasticare o piangersi addosso su quanto potesse essere stato bello vivere lungo le arterie dei giri che conta(va)no piuttosto che in quello sputo beghino dove gli autobus erano ancora chiamati ‘filovie’. Almeno fossimo stati sabaudi, ci sarebbe stata una forte connotazione retrò tutta panna e zenzero a darci manforte e a farci credere d’essere baciati dalla grazia del giusto. Zero, invece. Il solito infame set di Signore e Signori e dialetto da Lino Toffolo. Roba da groppo alla gola, buon dio. Non ricordo quanto costasse il biglietto d’entrata, ma ricordo benissimo le paturnie per arrivare in quel buco buio e maleodorante, situato proprio sotto una pizzeria. Niente parcheggio, una provinciale a lambire le natiche di quella 127, novanta minuti di strada – spesso dissestata e buia – e l’ansia di riuscire a far bastare la benzina a quel serbatoio sempre troppo secco. Roba che in tempi pre social era come andare in Svezia per qualche gara di sopravvivenza spinta. Eppure eravamo tutti gasati al punto giusto, tutti prevedibili. C’era chi si sarebbe ubriacato (con quali soldi non era dato a sapere) dopo una ventina di minuti, appena abituatosi al buio e al terzo pezzo dei Sisters Of Mercy (non io, sottolineo); c’era chi ci avrebbe fatto smadonnare per volatilizzarsi con la prima donzella procacemente regale (il padrone dell’auto. Ovviamente sempre ‘non io’) e c’era chi avrebbe fatto tappezzeria su qualche divanetto, con una bevanda troppo presto calda, che a farci bastare le cose correvamo sempre il rischio di rovinarcele. Tappezzeria assieme a me, sottolineo. Eppure, con la solita pecetta dei ‘bei tempi andati’ sapevamo che su quei divanetti io ‘e l’altro’ non ci saremmo divertiti, ma Parigi val bene una messa, no? Eppure, a dispetto di cotanta tracotanza mascherata da armatura emotiva a me, di Sisters Of Mercy e paccottiglia varia, importava men che nulla. Eran ben altri i dischi che portavo silenziosamente nel cuore e tra i polpastrelli, senza trovare corrispondenza d’amorosi sensi in qualche altro essere umano autoctono. I Breathless di Three Times and Waving, ad esempio. Gli Shamen di Drop, pure. O ancora i That Petrol Emotion di Babble, i Boohoos di Moonshiner. I Felt, Anne Clark, gli Yargo, gli Stump, i Microdisney. I Deacon Blue di Raintown (per Dignity, ovvio, mica mi ero granché avventurato oltre a quei tre minuti di solchi). E la pepita magna: i Thirteen Moons di Origins. Soffuso manufatto che non avevo il coraggio di diffondere all’altra metà del cielo per non incorrere in epiteti che, in quella provincia tutt’altro che accesa dal sacro fuoco del cambiamento, avrebbero potuto crearmi grane, noie e grattacapi. Me lo immaginavo bene il contesto: “i tuoi amici ascoltano Sister, Strangeways, Here We Come, Music For The Masses, Darklands. Finanche Appetite For Destruction… E tu mi esci con questa sciacquatura di trombette e filicorni? C’è qualcosa che devi dirmi, per caso?”. Avrei voluto ribattere che Strangeways, Here We Come non era così distante da Origins, se “proprio proprio”, soprattutto facendo la tara a Johnny Marr. O che i miei amici non avrebbero mai mai mai potuto capire la grandezza di un pezzo come Suddenly One Summer (che mi precipitai a scovare anche nel formato su 12”), un pezzo dove parevano volerti dipingere l’imbrunire di primavera spalmato su un rosso fuoco, o l’aurora boreale che ti si dipana dallo sterno; ma non volevo sembrare presuntuoso e, soprattutto, incorrere in qualche equivoco, così – da allora e per sempre – rimasi in religioso silenzio senza comunicare ad anima viva (che avesse i peli o meno) la mia infatuazione per i Thirteen Moons. Lo tenevo per me insomma, e sono ancora assolutamente convinto d’aver fatto bene, è per questo che il mio outing selvaggio odierno spero possa servire di lezione a qualche anima palpitante e serafica. Un disco notturno, jazzato nel senso meno cerebrale del termine, sprofondato in un pop impalpabile al cui confronto gente come i Prefab Sprout sembravano i Soft Cell di This Last Night In Sodom. C’era poco o nulla dentro Origins, un ellepi edificato su assenze e alcuni grumi di suoni spazzolati. Vecchie ricette e una farmacopea nemmeno troppo originale ma funzionale: canzoni pizzicate provenienti da uno spazio/tempo imprecisato, rigurgiti di anni ’20, banconi di pub e abbandoni di guerra, afflati operistici, brughiere maledette. Un disco che è una permutazione magna di “Heathcliff avevi un carattere come la mia gelosia”. Cose così insomma, e sfido chiunque a darmi torto nel non averlo voluto rivelare al mondo.

A proposito di Svezia: proprio da lì veniva questo straniante terzetto che tutto deve aver assimilato nella sua breve vita eccetto il rock and roll. Tre personaggi dai nomi impronunciabili titolari di altrettanti album (tra i quali Origins era situato esattamente in mezzo) prima di sparire senza lasciar cospicua traccia ai posteri. Come avrei potuto darli in pasto alle fiere di paese? Avevo già approcciato Little Dreaming Boy, giusto un anno prima, e mi ero convinto di aver buttato quelle sudatissime lirette in 14 tracce da femminielli. Troppo tenue, troppo impalpabile nelle costruzioni, troppo scevro da vere e proprie canzoni con i muscoli. Niente filosofia di strada, nessuna università della vita, nessun segno di ‘maledettismo’ così in auge. Me tapino. Rimediai con Origins, che una seconda chance la meritano tutti (lo imparai a mie spese con gli Stone Roses, di lì a poche lune). E improvvisamente capii. Capii la grandezza di una musica senza tempo, debitrice d’arsenico e vecchi merletti come da Satie; una musica che prendeva in egual misura dai citati Blue Nile come dai Talk Talk di Laughing Stock (anticipando questi ultimi, invero) mettendoci in sovrappiù quell’humus muschioso caro al nord europa. Una musica che sapeva di neve come di fiabe, che aveva tracciati siderali al suo interno. Una musica finanche sofisticata lasciata crepitare tra licheni e strumenti non tradizionali quali oboe, violoncello, filicorno e synth minuti. Ma non si incorra nell’errore di associarli a cerebralismi vari o pedanterie armoniche, non vi è nulla di serioso dentro Origins, semmai è una puntuta e aguzza Lancia di Longino che vi si infila nel costato a solleticare nostalgie. Insomma, tanto per rimanere al freddo: dei Fra Lippo Lippi evirati dall’angst Joy Division. O degli Eyeless In Gaza riconvertiti al Vangelo di Nicodemo.

Scoprii che Billy Bragg li aveva voluti appresso a sé nel suo tour di quell’anno, ma – soprattutto – scoprii Origins. La traccia iniziale ma anche l’album. Camere d’eco chitarristiche care a Viny Reilly pronte per la caccia alla volpe. E poi Mowgli And Baloo, che è fatta di niente ma è fatta benissimo con quelle cattedrali di silenzio. E che dire di As The Dreams Meet the Soil? Che se mai c’è stato un brano composto sugli spazi lasciati vuoti dal saltabeccare delle note è proprio questo. File Under: miglior apocrifo mai scritto dal citato Reilly. E se della magnificenza di Suddenly One Summer s’è già disquisito allora che due parole siano spese su quella Camera Obscura (manca solo l’harmonium di Nico) chiamata La Lumiere, tira (e trita) lacrime come poche. Ma due ulteriori parole due vorrei spenderle sul prezioso cesellare chitarristico di Undercurrent, sorta di inno notturno da collegio privato per bimbi speciali, edificato su incroci di vento e lasciato decantare mentre il fuoco crepita e la dispensa emette odorosi suoni di pane. Aveste mai amato davvero una donna gliela declamereste (in vinile!) ogni mattina, al risveglio. Ricordatevelo, un domani, se capitasse.
Trovai il tempo anche per You Will Find Mercy On Your Road (Wire, 1990), ma eravamo cambiati tutti, e non necessariamente in meglio: loro con un afflato leggermente più pop e modernista (ho scritto ‘leggermente’, sia preso alla lettera) prodromo di gran parte di quell’indie nordica che di lì a poco andrà a dipanarsi, io tramortito da Screamadelica, l’acid house e i Disposable Heroes Of Hiphoprisy. Ci salutammo così, senza rancore, tra un filicorno e l’altro.
Matts ‘Magic’ Gunnarsson (colui che con il suo sax diede la classica impronta umbratile e blues alla band) è morto tra l’indifferenza generale nel 2014.
Aveva molti meno chilometri all’attivo di quella stupida macchina blu.

Michele Benetello

Blue Monday (Fiver #10.2018)

Ci sono giorni in cui hai talmente tanto dentro che il mondo là fuori sembra inaffrontabile, che il cielo grigio è lo specchio perfetto di quel che hai dentro, che la pioggia non dà nemmeno fastidio per quanto sorda e cieca tu riesca a diventare al mondo.
Giorni in cui vorresti sederti in un angolo, aspettare che finisca l’inverno, che finisca l’intero anno o l’intero decennio pur di non dover ancora e ancora sopportare e ancora e ancora combattere. Ci sono giorni in cui ti alzi e ti stampi in faccia un sorriso che se lo guardassero gli occhi di un bambino piangerebbe inconsolabilmente dalla paura.
Ci sono giorni in cui non sei tu: è il mondo, è la vita, è il karma o forse solo un flusso di eventi nel quale ti sei accidentalmente ritrovato, ma che non ha niente a che vedere con te, con quello che sei, con quello che immaginavi saresti stato o avresti mai voluto.
E allora respiri, prendi fiato, riempi i polmoni più di coraggio che di aria e stai attento a non farti fottere dalla speranza che domani vada meglio, che quella puttana è fin troppo brava a togliere e mai a dare se finisci per farci troppo affidamento.

New Order- Blue Monday

Affronti le giornate come fossero macigni, guardi gli altri esseri umani come fossero lampadine spente mentre tutto ciò di cui avresti bisogno è un po’ di luce, un po’ di calore.
E nessuno che si accorga mai che siamo tutti meno forti di quello che sembriamo: siamo fragili, fugaci ed effimeri, combattiamo battaglie quotidiane per le quali nessuno ci ha mai preparato, nessuno ci ha mai armato, con le sole nostre forze che poi sprechiamo più a lamentarci per quanto siano difficili quelle battaglie che a combatterle davvero.

Arcade Fire – My body is a cage

La condivisione della gioia, del bello, del positivo, porta presenza e calore. La condivisione del tormento, del disagio, dell’inadeguatezza percepita e subita, porta buio e disincanto. Nessuno vuole il tuo buio, nessuno vuole il tuo disincanto. Nessuno vuole ascoltare le tue lamentele, i tuoi piagnistei, non importa quanto tu ne abbia diritto, non importa cosa tu stia vivendo: ognuno ha la propria croce, e la propria croce è sempre più grande e più pesante di quella dell’altro (quella, invece, la gestiremmo tutti con l’audace maestria di chi i problemi sa solo giudicarli, mai capirli davvero).
I tuoi drammi, le tue angosce, i tuoi lamenti, sono solo tuoi e puoi solo pregare che non lo siano per sempre, ma imparare ad accettarli è tutto quel che ti è concesso fare.

Baustelle – Andarsene così

E allora devi ridere, devi ridere su tutto e di tutto: su quello spazzolino in più che un tempo ti dava gioia vedere nel tuo bagno al mattino, nella casa in cui vivi da sola, e che adesso usi per togliere lo sporco dalle fessure più piccole, anguste e impossibili da raggiungere.
Devi ridere sul sentirti dire che forse è il momento di farsi tante domande, di mettere in dubbio le tue capacità, di chiedersi se sei adatta al mondo che hai scelto. Perché ovviamente se inizi a chiederti come mai le cose vanno in un certo modo miracolosamente le risposte arriveranno, tutto cambierà, arriverà la primavera e fioriranno i ciliegi.
Devi ridere delle assenze, delle mancanze, delle incomprensioni. Del fatto che quando tutto quello di cui avresti bisogno è un abbraccio, arriva l’ennesima strigliata perché non è con il broncio che si affronta la vita.
Devi ridere del capo che ti tratta come “il pakistano che porta i panini a pranzo”, della collega che ti tratta come se non avrai mai alcun valore al mondo.
Devi ridere perché questo è un mondo che non accetta la tristezza, è un mondo che non accetta la resa, è un mondo che non da pausa, nemmeno per un momento.
Devi ridere perché il tuo ragazzo non vorrà mai una persona che si lamenti e autocommiseri, vorrà proattività, forza, volontà, coraggio e determinazione.
Devi ridere perché tua madre non pensi che alla soglia dei trent’anni senti e patisci che della vita non hai capito un cazzo, che ti sei arenata su uno scoglio e ti fa paura persino provare a mettere un piede nell’acqua. Devi ridere nonostante tu sia in mare aperto e nessuno ti abbia mai insegnato a nuotare.
Devi ridere per non essere un peso, per non essere un problema. Devi ridere per accettare che le maschere servono a non mostrare i volti che nessuno vuole vedere, dei quali a nessuno importa.

Cigarettes after sex – Apocalypse

E poi devi fermarti, respirare ancora, e stavolta portar dentro solo silenzio. E con quel silenzio devi fare solo ciò che può davvero far bene a te, che può darti pace, che può darti vita: e allora piangi, o corri, o leggi, o rivedi per la milionesima volta i film con cui sei cresciuta da bambina che ti riportino tanti di quei bellissimi ricordi che forse, pensi, persino nella realtà i Patronus esistono davvero.
Ti rialzi, ti rimbocchi le maniche, conti su l’unica persona sulla quale puoi contare nonostante le mille intorno che sai essere tu, tu e nessun altro. Ci riprovi ancora e ancora ad affrontare una vita che è tutta una beffarda presa in giro, ingiusta e malefica come nemmeno la peggiore trama fiabesca avrebbe saputo dipingerla.
E poi, alla fine, quando avrai abbastanza forza da affrontare ancora e ancora tutto questo, dovrai fare una scelta.
Puoi spiegare che non c’è niente di sbagliato nel soffrire, non c’è demonizzazione nella tristezza, non c’è colpa, non c’è vergogna, puoi tentare di raccontare il tuo mondo, quello che provi, quello che vivi. O puoi tacere, tacere per far un favore a te stessa e a nessun altro che tanto non sarebbe in grado di capire, non sarebbe in grado di cambiare o, peggio, non ne avrebbe nessuna voglia, nessuna intenzione, nessun reale motivo.

Godspeed you! Black emperor – We drift like worried fire

Roberta Gallo*

*La musica non dovrebbe mai essere solo un sottofondo quando la si ascolta, dovrebbe dar voce a tutto quello che non riusciamo a esprimere, a ciò che teniamo dentro bloccato nella speranza si tramuti in altro. Io faccio questo, scrivo non di musica ma grazie alla musica, grazie a tutto il bello che ogni pezzo che amo riesce a trasmettermi.
Laureata in lettere, amante del latino, finita nel web marketing perché la vita a volte fa scherzi davvero strani. Scrivo sempre per qualcuno o per qualcosa, soprattutto quando penso che non dovrei farlo.

I dischi che piacciono solo a me, credo #1

P.S. I LOVE YOU – Heart of Stone (Rocket Girl, 2002)

Il tempo cambia molte cose nella vita, il senso le amicizie le opinioni” cantava il vecchio guru. A riguardare quegli scaffali sembra che sia trascorso invano dacché avverto ere geologiche scivolate tra le dita invece dei soliti canonici 15 anni o giù di lì. In 15 anni puoi farci un sacco di cose, sono quasi quattro edizioni dei Giochi Olimpici. Un mucchio di tempo. Quello che non hai più e forse è anche meglio così, che a ritornare ai Campionati Mondiali in Corea mi girerebbero ulteriormente. A togliere la polvere dalla consunta copertina di Heart Of Stone ero convinto fosse uscito più o meno ai tempi di Piccoli e Fanfani (da farci un nome per un gruppo, no? The Fanfanis. Emo, chiaro) invece era il Berlusconi Due. Un po’ come la Loggia. Entra in circolazione l’euro, l’Argentina annuncia il default, i cd costano un botto, il Nancy vince l’ultima Coppa Korac. Muore Schiaffino. Anche carta e penna non se la passavano granché bene, stritolati dalle mail.
Ora non ricordo quale scimmia m’avesse colpito in quel lasso di tempo, molti dei miei beniamini se n’erano andati o semplicemente avevano smesso (per cause di forza maggiore, spesso) di produrre musica. Di nuovi Campag Velocet all’orizzonte neanche a parlarne. Facile che avessi riposto anche i dischi degli Ikara Colt, Gluecifer, Six By Seven, Ooberman, Crescent. Ecco, i Ladytron magari. Che per mezzo nanosecondo mi fecero volgere lo sguardo. Ricordo bene invece lunghe (lunghe: discrete, via) conversazioni epistolari con Vinita della Rocket Girl. Aveva un bel catalogo e – sebbene fosse in odor di shoegaze, materia onanista ‘che Slowdive a casa mia non si nomina – m’attizzava alquanto. Aveva pur sempre dato alle stampe i Silver Apples, Windy & Carl, un tributo agli Spacemen Three, i Piano Magic, gli Gnac, i Füxa. I Füxa diomio. Tutta roba buona, che dopo l’immersione più o meno forzata nel brit pop una camera di decompressione era d’uopo.
Un giorno mi parla di David Stroughter e io cado dalle nuvole. “Devi sentirlo” dice “Dopo i My Bloody Valentine sono la cosa più bella mai capitata. E non è nemmeno inglese. Te lo mando”. Magari non con queste esatte parole ma il succo era quello. Ci pensai a lungo con l’arroganza del prevenuto ma all’arrivo di Heart Of Stone non potei non fare un balzo dalla sedia e darle ragione su tutta la linea. Non sui My Bloody Valentine, quello no, mi ritenevo abbastanza scafato per alzare al massimo un labbro come Billy Idol. Ma che ci fosse un mondo dentro le pennellate bituminose di Stroughter non potevo non prenderne atto. Un mondo tutto suo, un mondo che mi immergeva in un paradosso cartesiano, quasi come se l’ultimo trend del globo fosse stato quello di celebrare il penultimo. Lo shoegaze, appunto (mai nome fu più stupido e imbalsamante) però io vi avvertivo i Velvet Underground, un certo gusto per la ripetizione coatta (che con me attecchisce sempre), l’indie scozzese più umbratile e dell’ambient sognante alla quale venivano strappate le mutande. Suonava quintessenzialmente inglese, insomma. Vi era pizzicar di corde (sei, per la precisione), confusione magna (Irish Fuzz ha un’introduzione che non avrebbe sfigurato su Urban Hymns), pennate indolenti, spruzzate di Stone Roses (Anna, uno dei vertici, dedicato alla tennista Kournikova), ritmiche catatoniche (Camel Toe) e voglie pop delle quali vergognarsi. 12 tracce talentuose che ben s’adagiavano sulla Rocket Girl, vacca boia. Mi toccava darle ragione su tutta la linea ma in sovrappiù ci mettevo vanitosamente gli A.R.Kane o quell’accozzaglia di deflagrati mentali chiamata Dr. Phibes & The House Of Wax Equations. Non che Stroughter fosse tanto più sano di mente, visto le disparate notizie col contagocce che arrivavano faticosamente (eravamo Senza Rete, come il programma RAI). Si sapeva che il solito John Peel ne era rimasto conquistato; che quel singolo Where’s The Fuck Is Kevin Shields (superbo: a riprenderlo in mano non ha perso un’oncia di smalto) aveva travalicato gli angusti confini del formato canzone per diventare slogan tra i più citati in quel 2002 sanguinolento. Magliette, adesivi, borse. Campeggiava ovunque. A me rimanevano le cavalcate fuzz di Amsterdam, le estetiche movenze in guisa di bradipo chitarristico di No Sharks Allowed, il Madchester in odor di grunge di Burnout Girl (so che andrete a cercarla) o i sospiri 1992 di Unless I See You Again. E poi quella bizzarra entità titolata Set The Controls For The Heart Of Liverpool (và che titolo, eh?) summa teologica di due lustri di pop chitarristico inglese che ho sempre immaginata perfetta per qualche scena di Alta Fedeltà, magari quando Rob si rotola nel fango – sotto la pioggia – mentre cerca di non farsi vedere da Laura. Strano, per un figlio della Detroit più rumorosa. Forse anche poca roba per seguire il nostro a ritroso nei Majesty Crush, la sua prima band. Lo misi nei capienti e vanitosi cassetti dei molto amati (da me) et molto incompresi (dagli altri); quei cassetti che apri ogni tanto per vedere se stanno tutti bene e un saluto a casa. Dear Kate (su Witchcraft, del 2005) non lo comprai; con Vinita non ci sentivamo più.
Forse feci un errore (anzi due) ma sono sempre in tempo a metterci una pezza.
Non così Stroughter, morto il 1 febbraio 2017 assieme al suo talento.
Kevin Shields non pervenuto.

 

Michele Benetello

Good Stories are Bad Lives (Fiver # 09.2018)

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Le persone dal pianto facile non mi hanno mai persuaso. Le lacrime sono una faccenda importante e non andrebbero spese invano, un po’ come le parole.
Così come le parole più belle sono quelle che non si ha il coraggio di pronunciare, le lacrime più belle sono quelle trattenute. Quelle che velano lo sguardo e pare vogliano straripare da un momento all’altro ma restano lì, frenate dagli argini del pudore. Un tempo mi capitava più di frequente di vivere certi momenti, quelli in cui il pianto galleggia sul bordo delle ciglia come acqua di un fiume a un passo dall’esondazione dopo un diluvio. Ora è molto più raro. Se è vero che le lacrime possono rappresentare lo sciogliersi dello strato di ghiaccio che avvolge l’anima (questa non è mia, confesso), dovrei ammettere – non senza dispiacere – che il tempo ha reso sempre più spessa la coperta di ghiaccio che come un drappo funebre incarta la mia di anima, rendendo in tal modo arduo il disgelo.
Quando capita tengo il momento in debita considerazione e ne faccio tesoro.

Iceage “Pain Killer

La musica mi entusiasma sempre meno. Ma non è colpa sua. Anche perché in realtà non è solo la musica a coinvolgermi poco. Ne parlavo l’altro giorno con un’amica. Si discorreva a proposito degli ultimi film visti; arrivato alla fine di un lungo elenco mi sono accorto che di quei film non ce n’era uno che mi avesse davvero convinto, nessuno adatto a far scattare la scintilla. Encefalogramma tendente al piatto, averli visti o non averli visti tutto sommato non ha spostato nulla. Allora ho provato a ampliare il discorso. Magari si tratta solo di un periodo sfortunato per la creatività di sceneggiatori, registi e attori. Sono andato indietro nel tempo per quanto potessi ricordarmi ma niente, ancora il vuoto.

Parquet Courts “Almost Had to Start a Fight/In and Out of Patience

Da un paio d’anni ho deciso di riprendere a leggere libri con una certa costanza. Mi sono iscritto alla biblioteca comunale ché ormai nella libreria di casa mia non ho più spazio per la carta. E ho cominciato a macinare pagine. Da allora mi sono passati per le mani una cinquantina di libri, per lo più romanzi di narrativa contemporanea. Franzen, Albinati, Cognetti, Zadie Smith, Lauren Groff. Di quanto ho letto mi è rimasta addosso solo qualche frase a effetto che ho diligentemente appuntato sul quaderno. Citazioni buone per catturare l’attenzione di qualche interlocutore impreparato. Nessuna storia che valesse sul serio il tempo speso a leggerla. Livello di coinvolgimento personale non pervenuto.
Suppongo sia normale dopotutto. Sono quasi sicuro che dipenda da me e non dagli autori. Immagino che arrivati a una certa età la mancanza di entusiasmo sia inevitabile, soprattutto se negli anni si sono fatte molte cose. Tutto visto, tutto ascoltato, tutto analizzato e discusso. E’ una storia vecchia.
Negli anni ho divorato film, libri e dischi con frenesia, con la febbrile impazienza di scovare ciò che mi piaceva, quello che pensavo avrebbe alzato il livello, migliorato la qualità della mia vita. Forse avrei fatto meglio a rallentare la ricerca dosando le scoperte. Avrei dovuto tenermi qualcosa per dopo. Rimanere leggero e scivolare sopra le cose anziché provare a passarci attraverso.

Insecure Men “I don’t Wanna Dance (with My Baby)

Non mi piace più andare ai concerti. No, non è vero. Non è che non mi piaccia più, del resto andare in un locale a vedere suonare qualcuno è la sola forma di attività sociale che per quanto mi riguarda abbia sempre avuto un senso. Però non mi diverto più, questo è innegabile. Per lungo tempo ho pensato che a un concerto gli assenti avessero sempre torto. Qualunque cosa succeda sul palco vale sempre la pena essere lì davanti, a guardare e ascoltare. Ultimamente non ne sono più così sicuro. Al netto del contorno accessorio ad un concerto (amici, bar e qualche sporadica occasione di flirt per quelli che ancora ci credono), mi trovo sempre più spesso a confrontare la qualità del piacere sperimentato nel tempo trascorso in un club per il solo gusto di assistere a un live, con quello che avrei provato facendo altro. E il risultato del confronto non mi piace per niente. Anche perché “l’altro” che avrei potuto fare ha a che vedere perlopiù con i cuscini del mio divano e uno schermo a led, che sia il video di un televisore, il monitor di uno smart phone, di un tablet o di un pc poco cambia.

Go-Kart Mozart “When You’re Depressed

E’ per tutto questo e in questo personalissimo contesto che i dischi di Will Toledo valgono così tanto per me. Un ragazzo che ha meno della metà dei miei anni, che è nato a Leesburg (Virginia), vive a Seattle e ha orientamenti affettivi, definiamoli così per non offendere nessuno, diversi dai mei. Tanto per misurare tutta la distanza che c’è tra lui e me. Eppure Will Toledo è uno che scrive canzoni che dicono davvero qualcosa riguardo la mia vita. Uno che arriva a toccare punti che nessun altro lambiva più da tempo, sia con la musica che con le parole. Uno che frantuma le difese e raggiunge dritto il centro.
Mi ricorda quello di cui ogni tanto ho bisogno e che sempre più spesso dimentico di cercare.
La necessità di piangere.
E la voglia di sanguinare.

Car Seat Headrest “Bodys

Arturo Compagnoni