I dischi che piacciono solo a me, credo #8

Robert Palmer Clues (Island, 1980)

Se gli occhietti melliflui del Ferry ogni tanto vi andavano indigesti allora era Robert Palmer il gentleman che faceva per voi. Per me, quantomeno. Elegante ma non troppo, educato, buone maniere. Residenze a Nassau e Lugano. Davidoff Gold. Champagne. Per brindare a un incontro. Anzi più d’uno. Segni particolari: un gessato. Lo immaginavi invasato per la topa, come Danny Wilde (The Persuaders) e non avrebbe affatto sfigurato in qualche 007 nella parte del satiro cattivo. Some Like it Hot, no? Ma anche Some Guys Have All The Luck. Figuriamoci lui.

Era però la musica la sua priorità. Io lo scoprii proprio con Johnny And Mary come – quasi – tutti, successo smisurato del 1981; per me faceva trittico on Jacno e Lio. Stesso zompettar da videogame, stessa tensione ero(t)ica che mai si esprime, stesso deflagrar di synth e linee di basso binarie.  Solo che qui (complice forse l’aiuto di Gary Numan nell’album) vi era uno spleen da Moscow Mule, peli del petto in bella vista, cocktail bar alle due di notte e nessun disincanto. Canzone che hanno rifatto un po’ tutti ma recentemente anche Ferry (guarda un po’) quasi a chiudere un cerchio a doppio petto.

Johnny è sempre in giro, Mary sa di stancarsi facilmente.

Bell’uomo il Palmer, sciupafemmine che – andando a ritroso – mai avrei immaginato in quella congrega chiamata Vinegar Joe (assieme a Elkie Brooks), lui sempre così misurato e con quella voce da crooner post coito. Andò pure a Sanremo, sempre nel 1981, per far vedere alle compassate cariatidi che lo stile non era sfrucugliare vestiti da sera e rughe. Bella canzone, minimale e – a modo suo – pure triste. Manco la cantava, si limitava a bisbigliargli in bocca, senza redenzione alcuna e offrendo il fianco a Rod Stewart che la copierà pari pari in Young Turks (prima di riprendere proprio Some Guys Have All The Luck, nel 1984) . Tanto tuonò che piovve e il VUM (Vostro Umile Scriba) appena ebbe qualche possibilità economica in più volle approcciarne l’album, stanco di consumare il 45 giri su impianti sempre più costosi. Fato decise che riuscissi a trovare – in una bancarella scrausa – l’accoppiata vincente, ovvero Clues e il 12″ Some Guys Have all The Luck. Lo ammetto, oggi non ci perdo la testa e quei due manufatti giacciono – near mint – a riposare nelle grandi praterie di Manitù, laddove finiscono i puri di cuore, quelli che, alla fine, mai vedranno il Regno dei Cieli, costretti a girovagare in un limbo di accidia.

Preferivo il 12″, tra l’altro. Perfetto esempio di pop da gravidanza indesiderata, di quelli ‘vieni su da me a vedere la mia collezione di Champion’s League perse?’. Quattro tracce cantate in punta di piedi sempre con il suo inarrestabile aplomb, di quelli che ti sorprendevi a chiederti se stesse registrando le parti vocali per contratto o davanti ad una danarosa platea di umidicce pseudo granny. Bello, senza alcuna pretesa, ma didascalicamente perfetto nel declinare un pop da aperitivi all’imbrunire, con una spruzzata di tastierine Eminflex e il solito sorriso sornione che lo contraddistingueva. C’era il Numan pure qui (in Style Kills) ma si limitava a striminzito compitino. E quindi due parole due su Clues mi piacerebbe spenderle, forse (e fosse) solo per togliere un po’ di polvere all’uomo.

In Clues vi è un bel parterre de roi, e mi piace immaginarlo a Nassau, attorniato da quel mago chiamato Alex Sadkin tra ostriche, champagne, gnocca barely legal e sostanze polverinose (nose: da naso). Vi è Chris Frantz dei Talking Heads a sferragliare pelli nell’iniziale Looking For Clues e pare davvero merce della premiata ditta, mentre il succitato Gary Numan col fido Paul Gardiner s’adopra nella wave-issima I Dream Of Wires. Sulky Girl olezza di southern rock (nel peggiore dei casi) e di Fleetwood Mac (nel migliore) ed è per questo irresistibile. Così come è irresistibile il meretricio B52’s in odor di Rhythm’n’Clues (battutaccia, scusate) di What Do You Care. Vi è persino Andy Fraser dei Free (su Not A Second Time, un AOR da juke box in mezzo al deserto) e Jack Waldman alle tastiere. Chiude la gabrieliana Found You Now. A proposito: come sarebbe a dire ‘chi è Jack Waldman’? Uno degli uomini che ha letteralmente inventato la disco, sorvolando gli arzigogoli soul di Gloria Gaynor, dei Niteflyte, di Richie Havens e poi, via via, girando sulle ottave dei più disparati artisti, da Desmond Dekker a Klaus Nomi, da Rachel Sweet a Billy Idol e Paul Haig, da John Martyn a Aretha Franklin, da Madonna a Whitney Houston. Riprendo il fiato e ripongo l’ellepi. Torno subito.

Insomma, in questo piccolo compendio di ‘Caraibi da Bere’ trovate la più completa, signorile ed esaustiva guida all’abbordaggio anni 70. Pelli d’orso e caminetto compresi. E mi piacerebbe assai aver qualche pruriginoso aneddoto da raccontare a riguardo, pur se conscio che non sia cosa da gentiluomini vantarsi di imprese impossibili. In ogni caso ne sono scevro, ergo il problema non si pone. Epperò la sobria eleganza di queste otto tracce dovrebbe essere resa costituzionale, fosse solo per insegnare a quella fetta di popolazione di sesso maschile come vada abbordata una donna senza risultare un rupestre di immani proporzioni.

Eppure, a dispetto dell’incedere sbarazzino e dal groove possente (per l’epoca) Johnny And Mary raccontava una storia tutt’altro che felice, turpitudine immonda che mal si sposava con la rara signorilità del suo autore. Non lo capii subito, date le mie arcinote difficoltà nel decrittare un testo in idioma sassone, ma qualcosa suonava storto in quell’incedere di amorosi sensi. Alcune terzine mi risultavano sibilline, tipo ‘Mary conta i muri, sa che lui si stanca facilmente… Ma lei rifaceva il suo letto anche quando c’era poca scelta’. Ohibò. Una Every Breath You Take col vaiolo? Violenze domestiche? Semplice matrimonio noioso e annoiato o un nuovo caso Fritz o un anticipo di Natascha Kampus? Non lo sapremo mai, anche se qualcuno – negli anni – ha avanzato l’ipotesi riguardo un surreale e immaginario quotidiano di Adolf Hitler e Eva Braun.

Io, fossi in voi, lo comprerei Clues, lo trovate – spesso a prezzi imbarazzanti e tenuto perfettamente – in qualsiasi bancarella dell’usato, segno che di copie se ne vendettero assai ma altrettanto assai non vennero ascoltate. E’ il destino dell’uomo che sussurra, quello di scivolare a valle senza che nessuno lo raccolga. Lo comprerei sì, certo di trovarvi ancora dei ganci formidabili e uno stile pressochè immutato.

Johnny è sempre in giro, Mary sa di stancarsi facilmente.

Robert invece se n’è andato. Morto per un attacco di cuore (spero in un talamo dal sapore Hefneriano) a Parigi il 26 settembre 2003.

Michele Benetello

The most revolutionary group in the history of rock’n’roll* (Fiver #14.2018)

*Lester Bangs nelle note di copertina della raccolta The Mekons Story 1977-1982

La prima volta che incrociai i Mekons fu sulle pagine di Rockerilla, mi pare. Doveva essere il 1980 o forse l’81 e il loro nome compariva all’interno di un articolo in cui si faceva il quadro sulla nuova scena post punk di Leeds. Si parlava del Futurama, di Scritti Politti, Gang of Four, Delta 5 e non ricordo cos’altro. L’autore del pezzo li descriveva come un collettivo di sregolati studenti d’arte che aveva adottato come propria sigla una contrazione del nome di un fiume del Sud Est Asiatico. Un fiume passato solo poco tempo prima dalle pagine di geografia a quelle di storia come uno degli scenari per la guerra che si era sviluppata lungo il suo corso e attorno al suo delta. Il fiume Mekong.
Ho sempre subito una fascinazione, un po’ perversa e indubbiamente nera, riguardo la guerra in Vietnam. Immagino che questa attrazione abbia fatto leva su una serie di film che mi capitarono a tiro in quegli anni, anni indubbiamente formativi. Film che raccontavano storie che avevano, in maniera più o meno esplicita, quella guerra come loro unico comune denominatore: Taxi Driver, Un mercoledì da leoni, Tornando a casa e naturalmente la magnifica accoppiata Apocalypse Now/Il Cacciatore.
Avrei imparato in seguito che nell’immaginario di quegli studenti iscritti all’università di Leeds in realtà il nome Mekons non aveva nulla a che fare con il Vietnam, essendo viceversa ispirato a un personaggio di Dan Dare, fumetto di fantascienza pubblicato in Inghilterra negli anni ‘50. Poco male, quelli erano tempi in cui la conoscenza si sviluppava seguendo canali molto più approssimativi e avventurosi degli attuali e non mi sento oggi in animo di ascrivere colpe a chi all’epoca mi fornì quella erronea indicazione. I Mekons in ogni caso avevano pubblicato un paio di singoli che erano davvero buoni e questo bastava. Ma quelli erano giorni in cui di singoli buoni ne uscivano a grappoli ogni settimana così il loro nome cominciò a scolorire tra le troppe note segnate in un’agenda sempre più fitta di appunti. Così li persi presto di vista. Non prestai molta attenzione al loro primo album, The Quality of Mercy Is Not Strnen, suonato prendendo in prestito gli strumenti dei Gang of Four i quali, causa errore di un grafico della Virgin, finirono pure nella foto di retro copertina del disco al posto loro. Per scivolare celermente nell’oblio poi i ragazzi ci misero anche del loro disperdendosi rapidamente in altre faccende, tanto che nel giro di un paio d’anni ero già preso dal nuovo gruppo che John Langford, il cantante dei Mekons, stava mettendo in piedi: i Three Johns.

Poi venne il tempo dello sciopero dei minatori inglesi. Un evento che a giudicare dal numero di volte in cui è finito citato nei miei ricordi personali tra le pagine di Sniffin’ Glucose va iscritto senza dubbio nel novero di quei momenti che hanno evidentemente esercitato una notevole e duratura attrazione sul sottoscritto. Alla stregua della guerra in Vietnam, la vita e le opere di Mark E. Smith e gli Sleaford Mods.
Lo sciopero dei minatori occupò un intero anno della moderna storia inglese a cavallo tra il 1984 e l’85, trovando supporto massiccio e costante tra più o meno tutti i musicisti britannici dell’epoca. Billy Bragg, Paul Weller, Jimmy Somerville, Strawberry Switchblade, Kirsty MacColl,  Madness, The The, Heaven 17, Bananarama, Prefab Sprout, Elvis Costello, Beat, Lloyd Cole, Smiths,  Redskins, Housemartins e molti altri. Tanto sostegno ma poco risultato: Margaret Thatcher batte Red Wedge sei zero sei zero, tutti a casa.

Anche i Mekons si fecero coinvolgere incollando assieme i pezzi della band e rimettendosi in strada per una serie di concerti per raccogliere fondi a favore degli scioperanti. Vuoi l’entusiasmo per la causa, vuoi la teoria che a fronte di momenti politicamente e socialmente bui esiste proporzione inversa tra miseria dei tempi ed ebrezza della musica (e dell’arte tutta) che a quei tempi fornisce colonna sonora, vuoi l’ingresso in formazione di un paio di elementi, gente tipo il  batterista dei Rumour di Graham Parker e il bassista di P.I.L. e Damned, vuoi la scoperta di strumenti nuovi quali armonica e – soprattutto – violino, fatto sta che i  Mekons  concerto dopo concerto ricaricarono le batterie trovando pure il tempo di chiudersi in uno studio e spartire tra loro un paio di settimane all’insegna di alcol e paranoia (si perché non bastasse l’incubo Thatcher in casa in quei mesi c’era pure il bonus Reagan di là dall’Oceano).
Ne uscirono con dieci canzoni, poco più di 35 minuti di musica che distribuirono su due facciate di vinile dato alle stampe dalla Sin Records, piccola indie di loro proprietà. Titolo programmatico: Fear and Whiskey.
One of the 50 rock albums every country fan should own.
The seed that sprouted alt country.
The first great statement of shambolic punk.
A sort of concept album about life during wartime.
Queste le prime definizioni che bucano la rete se si imposta la ricerca Mekons+Fear and Whiskey.

I was out late the other night
Fear and whiskey kept me going
I swore somebody held me tight
But now there’s just no way of knowing

I saw your face in a crowded bar
“Excuse me please!”
At least I thought it was you
Now I just don’t know where you are

My suit was smart when I put it on last week
All I could remember as I walked down the street
Was the rain and tears on your face
Oh gee, I guess I’m just a disgrace

Erano gli anni in cui con Massi si era ricominciato a trasmettere in radio. Si passavano dischi per un’ora il mercoledì pomeriggio, il nome della trasmissione – una delle tante che di lì in avanti avrei condotto – era Specchi d’acqua. Come una canzone che stava dentro il primo album dei Diaframma. Il disco dei Mekons, riversato sul lato di una C90 registratami dal mio pusher preferito di allora, un ragazzo del ravennate che poi avrei ritrovato in traiettoria molti anni dopo averlo perso di vista, non mancava mai. In particolare c’era una canzone, la terza in scaletta, che mi faceva letteralmente uscire di testa. Si apriva con questa armonica che sembrava venire fuori da un disco di Bennato (che poi lì invece era il kazoo) ed esplodeva subito dopo dentro una batteria stile locomotiva punk cui andava dietro un coro da ubriaco che neanche la domenica pomeriggio per le vie di New Cross dopo una partita del Millwall. Pensavo, anzi ero convinto, che semmai mi fosse capitato prima o poi di gestire la consolle di qualche club – all’epoca una delle mie massime aspirazioni – quella canzone  l’avrei passata di sicuro. Qualche anno dopo quell’ambito mestiere mi è toccato in sorte, eppure quella canzone, la terza del lato a del terzo disco dei Mekons, non l’ho mai passata.

Never been in trouble
Don’t call me on the phone
Put the blower in the bathroom
Burn the house and start from scratch
Searching for existence
With my red, red wine
It’s hard to be human
Hard to be human again

Anche se contiene una canzone che si chiama Country e un’altra che è una cover di un pezzo di Leon Payne, meglio conosciuta nella versione di Hank Williams (Lost Highway), Fear and Whiskey non è un disco country. Non nella maniera in cui classicamente si intende il country. Anche se come tale all’epoca fu considerato, creando anche qualche problema ai suoi autori, causa il fatto che quello specifico genere musicale è da sempre associato ad aggettivi quali americano e conservatore, non esattamente accezioni positive nell’ambiente che i Mekons frequentavano.
Fear and Whiskey è fondamentalmente un disco in cui cantare di alcol e di politica ma anche e soprattutto di disperazione, un disco che riascoltato oggi possiamo sì affermare anticipi di anni il genere che sarebbe poi stato canonizzato con il termine alt country, abbracciando allo stesso tempo la deriva punk del brit folk avviata in quegli stessi anni dai loro vicini di casa Pogues. Ma non è un disco country. E’ un disco che oltre ad avere uno dei migliori lati b della storia contiene anche una delle mie love song preferite di sempre. La canzone che vorrei avere a portata di mano ogni singola volta in cui sto per affrontare la fine della notte e l’inizio del giorno, la musica sta sfumando ed è ora di tornare a casa senza avere alcuna voglia di tornare davvero a casa.

The dance floor’s nearly empty now
Everyone’s gone home
We’re fragmented and broken up
Like love affairs
And as if seeing you for the first time
Something whispered
Looking at you in desperation
Knowing nothing ever happens

I wanted to say fall in love
I wanted to say fall in love with me
I wanted to say fall in love
It’ll be alright

L’ottima Superior Viaduct ha appena ristampato i primi due singoli dei Mekons,  Never Been in a Riot e Where Were You originariamente pubblicati dalla Fast Product nel 1978.

Arturo Compagnoni

I dischi che piacciono solo a me, credo #7

Holger Hiller – Oben Im Eck (Mute, 1986)

Per un certo periodo, si parla dei primissimi anni novanta, venni preso in simpatia da un gruppo di musicofili all’ultimo stadio. Gente seria, giro giusto, spesso con un curriculum da paura. Giornalisti, accumulatori seriali, professoroni, fanatici dei concerti in ogni angolo del mondo, bassisti fretless pastorizzati (da Pastorius) e svangacoglioni come pochi, tanto che – col senno di poi – li avrei preferiti pistorizzati (da Pistorius). E scusate lo sfogo poco politicamente corretto. Quasi tutti ricchi, quasi tutti invasati dal jazz (ahia!) e quasi tutti over 40. Per qualche astruso motivo fui ammesso nel gotha di cotanta sapienza; avevo la metà dei loro anni e una parte infinitesimale delle loro possibilità economiche. Eppure venni ammesso. Forse solo per farsi beffe di me (tipo La Cena dei Cretini) però accadde.

Sapevo che lo scontro generazionale sarebbe stato impari, e che tutte quelle ottave diminuite si sarebbero infrante come Bücherverbrennungen davanti al mio integralismo del tempo. Che aveva un senso, se paragonato alle loro seghe. La mia era ragion di stato e stop. Erano borghesi, illuminati certo ma pur sempre borghesi, quella borghesia latente che si irradia con un fascino discreto, tanto per citare. Si ritrovavano, ad intervalli regolari, nell’attico del promotore di cotanta massoneria pentagrammatica e – dopo alcuni mesi di assestamento durante i quali saggiarono per vie traverse le mie presunte capacità – in un pomeriggio di un torrido giorno d’estate venni convocato. Il mio ingresso in società, nel club più riservato ed esclusivo della città, la loro scimmietta ammaestrata alla quale tirare le noccioline ad ogni capriola eseguita magistralmente.
‘Portatevi appresso un disco’ era scritto in corpo 18 sull’invito. Ahia al quadrato. Già mi immaginavo l’onanistica orgia sonora (incrociavo le dita fosse solo sonora) alla quale andavo incontro, puristi delle frequenze e – ben che fosse andato – genuflessi sul prog più becero. Mi immaginavo le loro primissime stampe di qualcosa a me sconosciuto, tipo sestetti free, lunghissime e spossanti suites, live al Ronnie Scott’s, rarissimi mantra indiani incisi su minuscole etichette. Gli Yes. Un Rotary che mi inquietava, lo ammetto; e al quale non parevano essere ammesse donne. Ahia al cubo. Non avrei saputo ribattere agli astrusi artifizi musical-matematici di quelle teste d’uovo. Gente che andava a vedersi qualche jazzista pronto a tirare le cuoia a Dallas o Kuala Lumpur o spendeva sessantamila lire per un bootleg dal vivo. Che je dici? ‘Ciao, piacere, mi piacciono i Ramones, compro vinili Best Buy e ogni parruccone buono è quello morto’? Sarei stato depennato per manifesta scarsità di note.

Affrontai le scale di un antico palazzo del centro alle due di un pomeriggio equatoriale; un luglio cane, di quelli che fondono l’asfalto e ti smacchiano i peli pubici, con il mio bel long playing sotto braccio, un rivolo di sudore a scendere tra le chiappe e la maglietta pezzata. Erano tutti seduti su divani finemente cesellati, barbuti e panzoni. Ahia all’ennesima potenza. Non ero ancora sufficientemente smaliziato per comprendere cosa potesse nascondersi dietro tutto ‘sto Throbbing Gristle d’ormoni. Al primo che avesse estratto un disco dei Coil – il primo che non fossi io, ovvio – sarebbe arrivato un cartone sui denti, secco. Già mi vedevo saltare dalla finestra (era un terzo piano, addio) mentre la libido degli orsotti si scatenava.

Sbagliavo, grazie a Dio, e ci misi poco a rilassarmi da quel lato. Lato B, per rimanere sul vinile, e scusate il pecoreccio. Ma quando si cominciò ad estrarre i vinili dalle buste capii che era la fine. Il primo era proprio un live di Jarrett. Forse a Montreux, non ricordo. Jarrett. Montreux. Dico Argh! perchè mi sa che “ahia!” l’ho già detto. Un bootleg se ben ricordo, registrato talmente bene che si sentiva il vecchio Keith ravanarsi l’inguine tra un abbraccio e l’altro al suo pianoforte. Chi aveva il coraggio di parlare? Quello era il Trainspotting dell’alta fedeltà! Squirtavo sangue mentre gli altri erano in preda ai più paradisiaci titillamenti, ero certo che qualcuno – di lì a poco – avrebbe avuto un orgasmo squassante tanto colavano terzine. Insomma, due coglioni immensi e grappoli di note alla cazzo che mi scendevano per i padiglioni auricolari, ingorgandoli, prima di infilarsi dentro i boxer ad uccidere ogni segno di mascolinità. Se avessero improvvisato così con le loro mogli signoriddio, invece di contorcersi sul damasco del divano con la beatitudine dipinta sul volto. Volevo fumare. Non si poteva. Alcool? No. ‘Na birretta? No-o, solo Fanta. Parliamo di gnocca? Sia mai. Niet. Verboten. Un colpo di tosse li fece girare schifati. Si immedesimavano, evidentemente. Uscii in terrazzo, un giardino pensile di Babilonia. Nessun portacenere, volevo morire. Mi accesi la sigaretta più triste della storia (sì anche più di quella di Bogey) e attesi il mio turno, gettando il mozzicone sul marciapiede con un lancio perfetto. L’unico momento minimamente Rock&Roll di una giornata da cancellare.

Alle 18 in punto toccò a me, convocato dai chirurghi del suono. Consegnai il vinile da estrarre al Gran Cerimoniere nonchè TDISPCDS (titolare dell’impianto stereo più costoso della storia): Oben Im Eck di Holger Hiller. Tanto valeva suicidarsi con stile. ‘Metti la terza del lato A’ – dissi – ‘si intitola Whippets‘. La calura pomeridiana evaporò su quei gorgheggi da teatro kabuki, furono tre (anzi due, perchè venne proditoriamente tolto dal piatto anzitempo) minuti di gelido silenzio e sguardi smarriti. Il ‘mio’ Keith Jarrett non aveva passato l’esame. Con un aplomb perfettamente equilibrato rimasero sul vago, ma si vedeva benissimo lo sdegno con il quale ritenevano avessi reso impura la stanza d’ascolto e i coni delle casse. ‘Non riesco a comprenderne il senso’ fu il commento più audace; sembravano tutti la Regina Madre quando ti dice che hai inavvertitamente rovesciato della senape sulla corona, e lo trova ‘disdicevole’.

L’avevo portato appositamente, quel disco, e non solo perchè vi era Billy MacKenzie a ululare come un satrapo sulla traccia in questione. No. Non solo quantomeno. L’avevo portato per sottolineare la differenza (nè meglio nè peggio: differente) che intercorreve tra quei fanatici conservatori e il mio modo di approcciarmi alla musica, che non sarà stato certamente il migliore – preso com’ero da paturnie assortite – ma inequivocabimente più aperto del loro. Non riuscii ad illustrare adegutamente il buon Hiller, uomo che proveniva da quella strana architettura sonora chiamata Palais Schaumburg (altro bell’aguzzo tetris di cervelloni, citofonare Thomas Fehlmann) pronto a mettersi in proprio lungo una schiva discografia. Mi sarebbe piaciuto vedere le loro pupille dilatarsi all’ascolto dell’intera opera omnia – Oben Im Eck ne rappresenta il secondo capitolo – ma mi stavo accontentando di Whippets e delle loro facce schifate. Ma lo dico anche a voi: se superate quel massacro sonoro allora siete pronti per l’intero monolite. Che è sagomato su 10 brani (tre dei quali ‘cantati’ dal Billy) ed è composto su fratture operistiche in guisa di cicatrici, beats minimali, campionature astruse di musica concreta, frenate improvvise di lavande cameristiche, tentativi di techno pop pieno di cocci di vetro, suoni astratti. Oben Im Eck si muove in mille territori nell’arco di pochi secondi, schizofrenicamente. Ci sono gli Art Of Noise abbandonati sull’orlo di una Autobahn con una scatola di numeri e un dissenso dada proveniente dalla Nova Akropola dei Laibach (We Don’t Write Anything On Paper Or So); c’è il Momus (grande seguace del nostro) impazzito (Tiny Little Cloud). C’è l’onomatopeica Waltz, che sembra fagocitata dall’epiglottide di un carillon. O ancora il succitato e irresponsabile Whippets, la matrice disegnata col compasso della title track, la guerra batteriologica di Die Blätter, Die Blätter…. C’è un pezzo come Sirtaki e so già cosa pensate, sbagliando. Ci sono i numeri primi. C’è l’avant-garde, se non fosse french for shit. C’è, alla fine, una ulteriore versione di Oben Im Eck che è come guardare fotogrammi di Babylon Berlin innestati su Eraserhead. Insomma: c’è un sacco di roba dentro questo disco, ma niente che sia di primo acchito assimilabile e curvo. Come recita il titolo è un agglomerato di angoli, di schegge, di scarti numerici. Frattali sonori in guisa di equazioni che si inerpicano e si attorcigliano su parvenze di canzoni. Ma è proprio quello il bello, e quei culi seduti in poltroncine art deco mai avrebbero potuto venirne a patti, glassati su irresistibili scioglievolezze.

Pure la vita di questo geniale dilettante andrebbe studiata, invece di provare ‘a comprenderne il senso’. Stolti. Giusto per far la tara a tanti beniamini diet coke che ci ingolfano gli scaffali. Se dei Palais Schaumburg s’è detto (pronto a mollarli dopo il primo album), è ben la sua idiosincrasia sonora a rimarcarne i tratti rilevanti, con una discografia in gran parte inafferrabile. Oscilla dalla natìa Amburgo a Londra, si accasa su Mute ma è insofferente. Vola in Giappone, sposa Izumi ‘Mimi’ Kobayashi dei Parachute. Lei scrive la title track del manga Urusei Yatsura (tout se tiens, vedete?) e poi lavora con Mathilde Santing. Lui è un flipper, incide a Cuba e in Vietnam e poi si centellina in pochi (sette in trentanni) album volutamente ostici prima di sparire dai radar ad inizio millennio con un album (Holger Hiller, sempre su Mute) che poco aggiunge alla sua carriera. Eppure mi guardai bene dal dare uno straccio di informazioni a quei soloni, evitai di dir loro di NON partire da Oben Im Eck, se fossero stati interessati, indirizzandoli invece su quel fantastico 12″ di sghimbescio synth c-rock titolato Jonny/Das Feuer (Ata Tak, 1984), rivisto qualche anno orsono anche da quell’acuto cesellatore di Pilooski. Non dissi una parola. Quelli erano rinchiusi in una riserva dorata fuori dalla quale mai si sarebbero avventurati, pena l’ossidamento degli zebedei. Tenni Holger per me, come se fosse stata una finale di calcio a porte chiuse (HOL-GER, ovvio) e li lasciai sbrodolare dall’alto dei loro Q.I.
Rimasi a cena (una pizza) per una sorta di rispettosa convenzione, chiacchierando del più e del meno ma senza affrontare l’aspetto squisitamente musicale dell’intero pomeriggio. Sembravano tutti Il Conte di Montecristo, ostia. L’Abate Faria di ‘sto cazzo. Fu quel giorno che compresi lo scarto temporale, la differenza tra anticipare e andare a ruota, tra una spinta propulsiva e sollazzarsi nel proprio orticello. Tra il bruciare e il pisciarci sopra per spegnere il fuoco. E’ una questione principalmente di età dacchè l’apertura mentale spesso è come la vi(s)ta, cala con il passare degli anni.

Oggi saremmo io e Holger Hiller a fare la figura delle Regine esterrefatte se qualche ventenne ci schiaffasse sotto il naso dell’esotico dubstep crioterapico o della trap moldava, per dire. Perchè le impronte digitali emotive invecchiano, fanno le rughe, si incartapecoriscono. E alla fine ti lasciano al tappeto. Resta il fatto che fu la mia prima e ultima ammissione a corte, vi fu una seconda possibilità la primavera seguente che però volutamente ignorai con qualche scusa (tipo: ‘devo andare a ritirare il Nobel’). Ciò che invece ancora oggi rimpiango è non aver avuto il coraggio di imporre il ruggito della mia età: urlare – saltando in piedi su quei divani ‘finemente cesellati’ – che Keith Jarrett ‘è una cagata pazzesca!’ e che Sheena Is A Punk Rocker. Sono certo che qualcuno avrebbe estratto dal cilindro i canonici 92 minuti di applausi.
Non è mai troppo tardi per farlo.


Michele Benetello

Il diciassette luglio del duemilanove (Fiver #13.2018)


Pur non essendo un tipo particolarmente superstizioso teneva in dovuta considerazione il prontuario della scaramanzia nelle sue linee essenziali. Niente di complicato ma se capitava di passaggio tra una scala e il muro faceva sempre il giro largo e toccava ferro ogni volta che un gatto nero gli attraversava la strada. Così quando il calendario proponeva l’abbinamento venerdì 17, affrontava la giornata con una certa diffidenza, non potendo fare a meno di immaginare che prima o poi qualcosa sarebbe andato storto. Diciamo che il suo personalissimo sistema di allerta in quelle 24 ore rimaneva tarato su uno stato di costante allarme.

Quel venerdì di metà luglio – manco a dirlo – partì immediatamente in salita presentandosi da subito come il giorno più caldo di una delle settimane più calde dell’anno. E a lui il caldo dava terribilmente fastidio. Dal suono della sveglia in avanti le cose nel loro insieme non andarono granché bene. Niente di disastroso, solo una sequenza di piccoli accadimenti tutti però ostinatamente allineati nella direzione sbagliata, in modo da creargli un costante e poco latente senso di malessere.
Poi arrivò la sera e il buio come sempre sistemò tutto passando il suo spesso strato nero sopra ogni cosa, coprendo errori e cancellando sbavature. Poco dopo le 10 se ne stava mollemente allungato su una sdraio con alle spalle il morbido sciabordio delle onde, un cocktail profumato di zenzero stretto in mano e l’animo equamente diviso tra la volontà di poltrire nello stagno umido e immobile di quel principio di notte e il desiderio di lasciarsi andare all’eccitazione provocata dall’attesa dell’evento cui stava per assistere. Erano tempi in cui lui con l’attesa costruiva un mondo, pompandoci dentro una fiducia su cui fabbricava scenari gravidi di un ottimismo poi spesso eluso dalla realtà dei fatti.

Si era appena alzato per sbarazzarsi del bicchiere ormai vuoto quando assieme a una leggera brezza proveniente dal mare si presentarono anche i tre ragazzi di Detroit, sistemandosi alla belle meglio sulla bassa piattaforma di mattoni incastrata sotto il perimetro della tettoia. Riconobbe subito Mick. Era facile: l’unico nero in giro per la spiaggia a quell’ora con una chitarra in mano e l’asta di un microfono davanti. Mick lo conosceva già, avendolo incontrato qualche anno prima durante un viaggio a San Francisco. Allora a lui piaceva andare in giro per il mondo a visitare i posti che aveva visto nei film o di cui aveva letto in qualche libro e che in un modo o nell’altro lo avevano suggestionato, forgiando in tal modo lo stampo del suo bagaglio culturale. In quell’occasione per dire, la prima giornata a Frisco se l’era giocata tra una passeggiata a Haight-Ashbury, una gita all’isola di Alcatraz e una serata alla Hemlock Tavern dove suonava un certo Jason Anderson, un ragazzo del New Hampshire che si faceva chiamare Wolf Colonel e aveva i Guided by Voices come unico punto di riferimento nella vita. Mick invece lo aveva incontrato la sera dopo alla Great American Music Hall, una bella sala concerti a downtown, dove suonava con i Dirtbombs.
Tornando al gruppo di quella sera sulla spiaggia, oltre che col nero tempo addietro aveva avuto un’esperienza anche con l’altro chitarrista. In quell’occasione il chitarrista, un tizio pallido e smilzo, era truccato da donna e aveva al suo fianco un paio di ragazze generosamente svestite: le Demolition Doll Rods. Tutt’altro genere invece la tipa che quel venerdì sera stava seduta alle spalle del nero e del chitarrista bianco e asciutto. Davanti a un batteria ridotta ai minimi termini era infatti piazzata una ragazza che non aveva mai visto prima e che ai suoi occhi rappresentava un capolavoro di stile: abito nero come i suoi lunghi capelli e occhiali scuri. Dai tamburi tirava fuori un rimbombo secco, minimale e sempre uguale. Due timpani, niente rullate, niente piatti.

Lou Reed una volta affermò che a suo parere esistevano solo due tipi di batteristi: Moe Tucker e tutti gli altri. La ragazza sulla piattaforma, che di nome faceva Peg, apparteneva indubbiamente alla prima tipologia di batteristi: i batteristi “Moe Tucker”. E lui adorava Moe Tucker. La stima nei suoi confronti non si incrinò nemmeno qualche mese dopo di allora, quando uscì la storia del suo coinvolgimento con il Tea Party di Sarah Paulin. Del resto i tempi in cui nel suo sistema di giudizi – in verità piuttosto elementare – le idee politiche contribuivano a definire le persone, erano terminati da un pezzo. Come parametro di riferimento era decisamente più importante la musica. Come nel caso dei Gories, la band in cui suonava quella sera la batterista “Moe Tucker”: il concetto di bassa fedeltà portato all’estremo e scandito a ritmo rock and roll.
A un certo punto Mick, il nero colossale con la chitarra a tracolla, accennò uno stralunato passo di danza assieme al suo amico Dan, il chitarrista smilzo. Fu allora che quel venerdì 17 svoltò definitivamente.
Ruotò uno sguardo a centottanta gradi sulla gente assiepata davanti, a lato, dietro e sopra al palco. Con l’amico lì di fianco commentò che la platea quella sera non era la solita. Le facce erano quasi tutte sconosciute. Del resto il pubblico abituale era probabilmente impegnato qualche decina di chilometri più a nord ad ascoltare quel giovane ragazzo gay australiano che piaceva così tanto al pubblico hipster. La gente che si era radunata lì invece non aveva proprio nulla a che spartire con il termine hipster, qualunque cosa l’aggettivo potesse significare. I ragazzi – non tanto giovani in realtà – avevano pance da bevitori di birra, tagli di capelli improbabili e tatuaggi per niente rassicuranti mentre le ragazze che erano con loro ballavano come fossero comparse di un film di Rodriguez.

Poco dopo, quando gli Oblivians salirono sul palco, la bassa piattaforma era ormai totalmente invasa dal pubblico. A tutti gli effetti pareva un concerto punk, proprio loro che anni prima avevano coniato il motto kill a punk for rock and roll, stampandolo sopra a magliette che avevano fatto il giro di tutti i peggiori garage del midwest.
C’erano ragazzi americani venuti apposta in vacanza in Italia per poter seguire le due date di questo tour: l’estemporanea riunione di due gruppi che in modo diverso ma con importanza simile avevano fatto la storia del garage rock negli anni ’90. Quel genere che sarebbe stato codificato giusto l’anno seguente sulle pagine di We Never Learn, la bibbia scritta da Eric Davidson, il cantante dei New Bomb Turks.
Tra il pubblico due tizi si distinguevano in particolare da tutti gli altri. Infilati in camicie arancioni dal taglio hawaiano, i due potevano avere un età indeterminata tra i 35 e i 55 anni e un entusiasmo infantile, chissà quanto carburato dall’alcool. Quello basso saltava in continuazione su e giù con le braccia allungate verso il cielo. Praticamente la fotografia della gioia. L’altro, una pertica tutto spigoli, portava in testa un cappello di paglia e si muoveva come se al posto dei piedi avesse un paio di molle. Due personaggi che credeva esistessero solo dentro ai film di Hal Hartley, o al più tratteggiati in certi cartoon disegnati da William Hanna e Joseph Barbera. Quando gli Oblivians intonarono il loro inno tutti assieme, quelli appesi alla tettoia come quelli schierati sulla duna a fianco, quelli ondeggianti alla sinistra della piattaforma e quelli affacciati alle finestre del bar aperte dietro al palco, urlarono le parole, come fosse stata l’ultima cosa da dire nella vita, neanche fosse il proprio istantaneo testamento: I say no, I must go / I’m not the one you want, though I know you think so / I’m a bad man.

Fu allora che realizzò quello che stava succedendo. Capì che quella serata era davvero speciale e come tale sarebbe rimasta impressa per lungo tempo nei suoi ricordi finendo catalogata a fianco di tutti quei momenti che erano stati capaci di definire ciò che lui era oggi e quello che sarebbe diventato in futuro. In quell’istante era certo che l’essenza stessa del rock and roll fosse tutta lì: in quel posto, tra quella gente, con quella musica e che in fondo era solo quello che per lui contava.
Alzò gli occhi sopra il banco del bar, l’orologio appeso al muro segnava mezzanotte e due minuti.
Era finalmente sabato, il 18 di luglio.

Arturo Compagnoni

Oblivians Italian Tour 2018:
19 maggio @ Monk/Roma
20 maggio @ Bronson/Ravenna
21 maggio @ Bloom/Mezzago
22 maggio @ Spazio211/Torino

I dischi che piacciono solo a me, credo #6

Reload A Collection Of Short Stories (Infonet, 1993)

L’estate del 1994 aveva già il profumo del nuovo millennio; lo vedevi nitidamente avanzare con un berrettino, dei braccialetti tintinnanti, capelli lunghi, le espadrillas ai piedi e un Roland di seconda mano sotto il braccio. Sembrava che il cosmo e gli spartiti avessero trovato la convergenza perfetta, nascosta tra le pieghe e le bisettrici di costellazioni ancora sconosciute. Screamadelica aveva piantato la bandierina sulla luna, ma noi eravamo già in cerca di altri pianeti, possibilmente senza forme di vita. Planet Dog, per essere precisi. E il suo braccio armato, quel buco in Berwick Street chiamato Ambient Soho. Una gioielleria più che un negozio di dischi, visto i prezzi dei manufatti, ma se volevi avere la panoramica di ciò che stava ESATTAMENTE accadendo in quel sottobosco psichedelico e sintetico allora dovevi recarti dentro quella porticina angusta. Macchè Sister Ray, lì ci potevi trovare qualcosa, certo… Ma per la vera realtà dei fatti era Ambient Soho il Nirvana. Weatherall-ate come se piovesse e poi tutta una serie di promo e white a cadenze giornaliere, comprese quelle superbe raccolte che costavano quanto un soggiorno in un 5 stelle ma ti davano vibrazioni migliori. Così passavamo i pomeriggi soleggiati dentro quel minuscolo ingresso, in attesa del Rave migliore, a ravanare 12” totalmente sconosciuti ma dai nomi bellissimi. Un Nirvana che non avvenne mai, ovvio. ‘Che quel Jesus Loves Bass sopra un autobus non ci ispirava gran fiducia e manco le serate in questo o quel buco avevano il mood giusto. Mica eravamo allo Shoom, per dire. Costretti ad armarci di francoboli e nottate insonni – una volta rientrati in patria – per scrivere a questo o quell’agglomerato anarcoide, foriero del DIY più caparbio, in attesa di rivelazioni. Tipo gli Spiral Tribe, i Crass della techno. Continuavamo ad avere il mito del Club Dog (senza la ‘o’ finale, quella è un’altra cosa) ma oltre una maglietta – che conservo ancora – non riuscimmo ad approcciarci. Feed Your Head dicevano, in una strana – erm… – mistura che curvava i Pink Floyd dentro i synth. Ok gli Orb e l’Ultraworld ma volevamo di più. Molto di più. Non ci bastava mai. Così, con le nostre belle felpe XXL da provinciali e i capelli lunghi ci aggiravamo per Berwick Street in cerca di flyers e 12″ pronti a ricrearci le festicciole casalinghe una volta rientrati alla magione. Quattro gatti, che credete. Quattro gatti spelacchiati e pure sottopeso (allora, oggi beh…) ma pieni di entusiasmo per quel ponte che riusciva ad unire gli Hawkwind alla Magic Mushroom Band passando per strani battiti polinesiani, i Material e i Porcupine Tree. Sembrava che la parte del mondo più consona a noi si stesse convertendo in massa. Gli Psychic Warriors Ov Gaia, Children Of The Bong, Eat Static, le discoteche a Colonia con le camere chill out di decompressione, i solstizi all’ombra del campanile, il dub sintetico, le cassette raga nelle quali mixavamo di tutto per darci un tono. Om Mani Padme Hum. Persino i Killing Joke, che sembravano darci ragione con quel monolite lungo 11 minuti in guisa di remix chiamato Requiem (A Floating Leaf Always Reaches The Sea Dub Mix). Hosianna Mantra, ma tanto mantra; ‘na bomba sotto il culo praticamente. L’elogio della lentezza.

Eppure era uno e uno solo il disco che ci stava mettendo d’accordo tutti, anzi due: Skylab #1 degli Skylab e – soprattutto – 76:14 dei Global Communication. Quello strano duo formato da Tom Middleton e Mark Pritchard, due teste d’uovo pronte a prestare le macchine a infinite permutazioni digitali, fossero esse chiamate Jedi Knights o – e qui viene il bello – Reload. Anzi due e quindi tre, ‘che A Collection Of Short Stories (a nome, appunto, Reload) uscito qualche mese prima su Infonet ci aveva davvero mandati tutti via di testa con quel suo passeggiare tra detriti e spiagge deserte di suoni, dando la stura al nostro attaccamento alla matrice ma anche a tutta una serie di vibrazioni e fonemi che avrebbero cambiato per sempre la percezione armonica del ‘nostro’ pop. Un disco catalogato sotto la voce ambient ma che ha molto di più al suo interno, stramaledettamente di più (e non solo per lo splendido libretto che lo accompagna) nei suoi 13 brani titolati come strane composizioni chimiche, prodotti farmaceutici da banco, antiche divinità ammurabiche o signori della guerra nello sperduto regno di Mu. Un disco che sembra partire nel peggiore dei modi con la trance satura da tulipani acidi di Teq. È però con Peschi che comincia la sag(r)a intergalattica: un battito sospeso nel cosmo che si dipana come una spirale di dna tra flutti di suono medievale. Progressive come degli Yes sedicenni fritti di GBH pronti ad abbracciarsi una 808, ebbri d’amore. Scale di Escher che frenano e si attorcigliano sul culo di Aphex Twin in Ahn, immaginaria colonna sonora sperduta nei boschi della Cornovaglia. E così spero di voi. E poi Rota Link, un podcast come solo HAL9000 avrebbe potuto stivare nel suo iPod. O ancora 1624 Try 621, notturno come una battuta di caccia nel bosco di Blair Witch Project. Suoni aguzzi di immaginari animali, cantici di stelle morenti, segnali digitali da qualche galassia lontana, forgiata di niente. E io, povero stronzo, sono qui a cercare di spiegarlo quando l’unica cosa da fare sarebbe approcciarlo senza pregiudizi, magari tramite quel canto gregoriano da club fumoso chiamato Ev-i-loy, quattro minuti e mezzo che da sempre immagino in mano a Mad Professor. Tralasciate le scudisciate alla gabber di Mosh e concentratevi sulla parte finale di questo monolite suddiviso in due 12”. Magari scivolando sopra quella plasticata Ehn che si mangia tutti i cofanetti di Buddha Bar dei quali ci vergogniamo ancor oggi. All’arrivo di Le Soleil Et la Mer non si puote che ringrazia Iddio o chi per lui per la vastità degli oceani. Un cantico delle creature e dell’Ecstasy. Si adagia supina su The Enlightenment e a questo proposito chiederei quei trecento e passa secondi di silenzio affinchè possa sciogliersi all’interno della vostra spina dorsale, irrorandovi il midollo di serenità. The Enlightenment è il suono del liquido amniotico che vi culla, la camera iperbarica atta a curarvi, il satellite che vi orbita attorno, lì dove il cielo al nulla s’accompagna, in un immenso mistero rivestito di rarefatta gravità. Chiude Event Horizon, desiderosa di rovinare tutto lo Stakker Humanoid che c’è in voi. Mi ci vollero mesi per staccarmi da questa Treccani evoluta, enciclopedica vastità di segnali e effetti acustici che ancor oggi porto appresso, in un Pavloviano riflesso condizionato. Datemi un soffice cuscino ambient e io fluttuo in un mare di tranquillità.

Che anni e che vibrazioni armoniche furono quei primi tentativi di 90es, troppo belli per durare, difatti non lo fecero, ma ebbero (e hanno ancora) il grande merito di averci lasciato addosso un’apertura a ‘quel mondo’ che difficilmente ci toglieremo di dosso. Furono 24 mesi universalmente buoni, il nostro 1967 declinato sul suono futuro di Londra e dell’Europa tutta, anche dopo la pioggia. Trance rock e medioevo, ritorno alla natura, smart drugs, amore cosmico, vitamine, vinili colorati e circuiti optical. Mancava Verdone, accidenti, ma avevamo un amico che poteva agevolmente sostituirlo. A Goa ci vanno i ricchi, a Ibiza i poseur che vogliono una botta di vita lunga mezzo week end, dicevamo. Prova a farlo tu, questo, in aperta campagna. Cyberdog però no eh, quelle cose le avevamo già viste un lustro prima al Movida. Un posto dove una sera non ci fecero entrare (lasciando però passare un tossico vestito da centurione romano prima di noi) perchè agghindati come ciclisti acidi. Il vero DIY te lo fai in casa, o dentro qualche buco maleodorante. Niente sesso, siamo ravers. Fanculo l’eurodisco e Tecnique, questo è punk con i piedi sporchi. I Am A Techno Anarchist, pusillanime. Ci aveva stancato subito anche Aphex Twin e il suo tetris aguzzo da Emerson, Lake & Palmer. Renzo Palmer. Parlavamo così, a scatti. Volevamo i Nitzer Ebb a 16 giri e i White Zombie remixati da Trash; i Banco de Gaia che parlavano di Tibet e gli Astralasia che almeno avevano un gran nome. O ancora Higher Intelligence Agency e Young American Primitive, per rilassarci dopo le grandi manovre. Sii ragionevole pretendi l’impossibile. Tipo mezzo accordo sospeso su un arpeggio per otto minuti. Volevamo tutto e finimmo per avere nulla. Poi ci stancammo perchè a furia di voler assomigliare ai Pink Floyd molti i quei beniamini finirono davvero col sembrarlo. E noi tornammo i soliti stronzi di sempre. Ma che disco rimane A Collection Of Short Stories, ostia. Talmente bello che vien voglia di andare a ritroso fino a quei Global Communication che – ora posso ammetterlo – diedero alle stampe il lavoro definitivo di quell’anno e di quel genere.

Michele Benetello

(2-3-4-1) I remember my dreams (Fiver #12.2018)

imperialteen
“Partiamo? Dai, andiamo. Ti passo a prendere oggi pomeriggio, alle cinque.”
Dall’altra parte del filo, lo si capiva dal tono imbarazzato, la proposta preoccupava. Ma il fascino dell’avventura proibita è talvolta irresistibile. In quel caso lo fu anche per lei. Disse di sì ma nessuno dei due sapeva bene a cosa.
La decisione presa quel giorno avrebbe messo la parola fine alla loro giovinezza ma ancora non potevano nemmeno immaginarlo, lo avrebbero scoperto qualche mese più tardi. Ad averlo saputo in anticipo, almeno lui, non si sarebbe preoccupato più di tanto. Era sulla strada da quando ne aveva diciotto, ormai aveva quasi trent’ anni. Per la prima volta aveva un lavoro stabile che gli permetteva di guadagnare bene ma sentiva un’inquietudine che non aveva mai provato in precedenza. Aveva nostalgia degli anni di spensieratezza disperata dell’università, quando si guadagnava da vivere con lavoretti saltuari, con lo scrivere di musica, con qualche contratto semestrale in una radio importante, con i lavori estivi.

Era pronto a tutto, in quel momento. Non partiva per andare in vacanza. Aveva in testa un pensiero strano: non era sicuro di voler tornare. Non sapeva letteralmente ancora dove andare ma sentiva che se avesse trovato la situazione giusta si sarebbe fermato, magari a diecimila chilometri da casa. Voleva cambiare, proprio adesso che per la prima volta aveva qualcosa di stabile sotto i piedi. Si diceva che era un pensiero stupido, infantile. Se lo ripeteva in continuazione. Ma continuava a farlo.
Giunsero in aeroporto che era tutto chiuso, mezzanotte passata da un pezzo. La mattina dopo osservarono velocemente le offerte last-minute e qualche ora dopo si ritrovarono a noleggiare una macchina. In California.

Atterrare a Los Angeles in piena notte fu un’esperienza incredibile, quello straordinario tappeto di luci che si distendeva sotto di loro gli ricordò mille immagini legate alla musica che era solito ascoltare. Pensò che una foto fatta in quel momento sarebbe stata una copertina perfetta. È un pensiero che fa ancora, a distanza di così tanti anni, quando vede un panorama, uno scorcio, un viso che gli piace pensa immediatamente alla possibile copertina di un disco.
Nessuno dei due aveva mai guidato una macchina con il cambio automatico. Rischiarono di tamponare due volte mentre uscivano dal parcheggio della Hertz. Presero una stanza in un motel vicino all’aeroporto e decisero che la mattina dopo sarebbero andati verso sud.

Era l’estate del 1996.

Il problema si prospettò il giorno dopo, quando ormai avevano imboccato la freeway numero 5: l’autoradio non aveva il cd ma solo un lettore di musicassette. La stazioni radio in FM, scoprì con un po’ di sorpresa, trasmettevano soprattutto i classici del rock anni settanta. Avevano percorso poche miglia ed era praticamente in crisi di astinenza: aveva bisogno di musica giusta.
Giunti a San Diego, come prima cosa, cercò sulla cartina un negozio di dischi che si ricordava essere uno degli spacci di riferimento della zona. Trovarlo costò qualche peripezia e una serie di smadonnamenti che pareva di stare in Toscana, altro che California.
La selezione di cassette non era fornitissima, rimase però colpito dalla bruttezza di una copertina con una grafica spartana e la foto di un delfino.  Degli Imperial Teen aveva letto qualcosa sul Melody Maker. Se ne parlava in termini entusiasti e in particolare si faceva il nome delle Breeders. Ai suoi occhi il problema era che uno della band suonava nei Faith No More, aveva letto pure questo particolare.
Lui odiava i Faith No More ma amava le Breeders.

Si fece convincere, alla fine. UscÌ dal negozio, infilò la cassetta in macchina e finì per ascoltare quelle canzoni per 14 giorni consecutivi. Gli piaceva il suono di quella Telecaster suonata sempre velocemente. Gli piaceva che i due maschietti si alternassero alla voce con le due ragazze della band. Amava il fatto che sapessero spingere sull’acceleratore per poi, improvvisamente, togliere il piede dal gas. Rimase sotto quel disco come gli capitò poche altre volte nella vita. Passò sopra al fatto che quell’album portasse un titolo, Seasick. Pensava che i dischi di debutto dovessero avere solo il nome della band ma se ne fece una ragione, avevano intitolato la canzone che apriva l’album con il nome del gruppo, del resto. Una scelta che gli aveva fatto guadagnare un sacco di punti, ai suoi occhi.

La strada da San Diego li portò nel deserto. E poi di nuovo a Los Angeles ma si fermarono quasi esclusivamente sulla spiaggia di Venice. E poi ancora più sù fino a San Francisco. Tanti chilometri, tante ore in viaggio, ed una sola cassetta. Ogni tanto alzava il volume, altre volte lasciava andare la musica semplicemente in sottofondo. Si accorse che, quel disco, andava bene per tutt’e due le cose. Non sapeva se piacesse pure a lei, aveva un certo timore a chiederglielo. La sua paura era legata al fatto che se ne dovesse in qualche modo separare e ricominciare ad ascoltare quella maledetta radio.
Amava la semplicità di quelle canzoni. You’re One e Butch comprese immediatamente che erano dedicate a Kurt Cobain. La seconda in particolare pensava che suonasse come una cover dei Beatles fatta dai Chills dopo aver ascoltato i Nirvana più pop. Un pezzo memorabile, insomma. Ascoltato oggi fa ancora quell’effetto lì, del resto. Certe canzoni non riescono proprio ad invecchiare.
Imperial Teen, la canzone, gli faceva una strana impressione: la voce di Roddy si capiva immediatamente non era quella di uno abituato a stare in prima fila. Troppe fragilità, insicurezze e voglia di tenersi lontano dai riflettori. La amava proprio per quello. In seguito si ritrovò a pensare a quel brano ogni volta che gli sarebbe capitato di ascoltare la versione più eterea di Yo La Tengo.
Ma quello che lo conquistò davvero era il tono quasi amatoriale dell’album:sembrava una cosa nata in cantina o nel soggiorno di casa. Nessun tipo di pretenziosità, La semplicità vera di suonare due accordi, preoccupandosi solo di trovare la melodia giusta dove infilare un ritornello che, tempo due ascolti, non riesci più a toglierti dalla testa.

Non sa ancora se in qualche modo quel disco avesse avuto un ruolo nel suo cambiamento d’umore. Probabilmente fu la compagnia di quella ragazza che gli fece apprezzare le cose in maniera differente, più che la musica. Il pensiero di tornare a casa non era più un peso, quella presenza al suo fianco faceva in modo che le cose fossero vissute ed osservate da una prospettiva nuova. Si era liberato di un peso, si sentiva leggero, pronto a ritornare alla solita vita ma con uno spirito differente. Sentiva che aveva afferrato quella opportunità fugace che si era presentata in sorte e non se l’era fatta scivolare via dalle mani.
Quella ragazza, quella musicassetta non lo avrebbero più abbandonato.
Quando decollarono per il ritorno guardò fuori dal finestrino: la nebbia avvolgeva le colline a nord della baia. Pensò che sarebbe stata una copertina perfetta. Gli ricordava quella di un disco dei Triffids.

Cesare Lorenzi

I dischi che piacciono solo a me, credo #5

Girlfrendo – Surprise! Surprise! It’s Girlfrendo (Siesta, 1999)

Ma cosa significa esattamente indie, per te?”
Lo dice come se fosse effettivamente ignorante in materia, ben sapendo invece di stuzzicarmi. Oddio, non che sia ‘sta cima il tizio, però un moto di stizza me lo strappa eccome, perchè da quella prima classifica indipendende mai pubblicata (Numero 1: Where’s Captain Kirk? degli Spizzenergi; data: 19 Gennaio 1980) di denominazioni e mutazioni quella didascalica convenzione è cambiata un botto; e sono finiti i tempi in cui sfogliavo l’NME cercando di imparare la top ten come se fosse un passo della Divina Commedia (dell’Inferno, chiaro).
Già, cosa significa? Tutto quello che non ascolti tu, vorrei rispondere; che se va bene hai Violator e poco più in casa. Magari su cassetta. Magari stritolato tra la Morrissette e i No Doubt, perché ti vedo benissimo che sei un figlio degli anni Novanta più biechi. Uno che si comprava i dischi dei Bluvertigo pensando di avere i Kajagoogoo della Brianza. Ma sarei uno stronzetto tout court. E allora ci penso; ci penso e mi ingarbuglio da solo. E’ solo un’espressione sonora, nemmeno tanto incasellabile ‘che negli anni ci abbiamo schiaffato dentro di tutto: dal post punk più tribale agli adolescenti col ciuffo ribelle; dai dub-biosi politicizzati agli arrabbiati tout court. Persino i Depeche Mode, che erano su Mute. Pensa te. Violator, ovvio, così ti faccio contento. Non lo so, so solo che serviva per farci capire da che parte stavamo forse; ovvero in fondo, giù, nel sottoscala di ogni lista seria e laccata che si rispettasse, almeno finché quelle classifiche non hanno cominciato a mescolarsi sempre più pericolosamente e noi siamo precipitati in una confusione totale. Proprio come ora. Quindi… non so cosa significhi esattamente il termine in generale però so cosa ha significato per me.

Certo che lo so. Lo so benissimo: Ramones. Deriva tutto da loro, che sembravano stupidi ma c’avevano un tiro dritto come un fuso, tanto che nessuno è riuscito a copiarne l’impeto e la capacità melodica. Nessuno, sottolineo. L’essenza dei Ramones non aveva gravità ma un batterista con i fiocchi, preciso, diretto e senza troppi fronzoli. Un po’ come Charlie Watts. Provateci voi a rifarlo, un missile così. Un missile di Beach Boys e Phil Spector, di Dusty Springfield e Monkees. Privo di pertugi nei quali incunearsi e scevro da sbavature che invece gli accoliti hanno usato come piede di porco. Ne han preso e mangiato tutti, dal Galles alla Scozia, da Olympia ad Athens, da Colonia a Stoccolma. Spesso con l’aggravante del ‘decentrato è bello’ che ti poteva giustificare dall’imbarazzo dell’incapacità. Almeno per un po’.
La mia indie è questa, è fatta di ragazzini stronzetti ed entusiasti che non sanno suonare (a differenza dei Ramones, checchè i soloni si siano sperticati a sottolineare il contrario per decenni) ma ci mettono ciuffi di capelli colorati, fusa e urletti. L’indie è fatta da 120 secondi di Talulah Gosh o Bis, Flatmates o Urusei Yatsura o – ancora – questi Girlfrendo. Che arrivavano da Goteborg e – fossero stati scrittori – avrebbero fatto sembrare Carver un adiposo cesellatore di parole. Dei Ramones spogliati dalla velocità, appunto. O dei Beach Boys implumi e senza alcuna perizia, dei Lloyd Cole con il viso impastato di mele caramellate. Ragazzetti infreddoliti capaci di permutare due accordi scozzesi – spesso al ralenty – declinandoli al grigiore svedese, srotolando un’unica incessante canzone per tutta la loro – parca, invero – discografia. Surprise! Surprise! It’s Girlfrendo uscì nel 1999 per la rispettosa Siesta, dopo aver trovato asilo (giusto l’anno prima) tra i sudditi del Sol Levante tramite la malinconica Bambini Records. Già potremmo chiuderla qui.

Gruppo da singoli invero, il quintetto svedese, tra i quali non dovrebbe mancare quella miagolosa freccia in faretra chiamata Gives You a Lovebite (Piao!, 1997) che è puro zucchero non raffinato, pronto a farvi esplodere il colesterolo con la sua aria da Teenage Kicks al luna park. Non è inclusa in questo debutto ma ne porta appresso l’incipit in quasi ogni canzone, che sono 15 e si snodano in un continuum deliziosamente noioso. Quadretti pop da burro e marmellata, buoni come sottofondo per una mattinata primaverile di pulizie casalinghe, anelanti all’Inghilterra ma per loro natura già Brexit. Linee di basso tweepop (Homework); gattine che squittiscono (Make Up); vapori èl Records (Air); spazzolate Bacharach irrorate di vodka dozzinale ai party di fine anno scolastico (Sad Birthday Song); Cocktail Music bondiana (12); modernismi fuori luogo e per questo irresistibili (First Kiss Fellings Vs Everyday Sensations); singoletti sixties (Cat Heaven); interludi giamaicani (Girlfrendo Sound System); elettropop senza ipofisi (Crushed); piccoli e inconsapevoli capolavori (Delicatessen, ove si inventano letteralmente i Camera Obscura). Quindici stramaledetti pastelli da tre minuti che si spremono le meningi per quadrare un cerchio alle cui estremità stanno Sheena Is a Punk Rocker e Common People. Senza gli strumenti adatti. Un pi greco infinito e per questo destinato a fallire.

Tutta roba assolutamente inutile, ne convengo; e totalmente riciclabile. Un po’ come quelle caramelle con il frizzante dentro, di quelle che ne avresti ingurgitate cinquanta, una dopo l’altra, prima di stramazzare a terra con le coliche, maledicendo te e loro. Difatti è morta, ricoperta di marshmallow colorati e riverberi, di coretti 60es e accordi approssimativi. Andata, finita, kaputt. Come i Girlfrendo, appunto. Che dopo un’ulteriore album (So You Are Here Again, Shadow? Bambini, 2001) schiatteranno senza infamia né lode prima di riciclarsi come lampade votive del lo-fi sotto la denominazione Love Is All.

La mia indie è pop, non rock e fa il paio con la mia indole. Vi possono essere gli svolazzi di cosce dei Saint Etienne ma non i Belle And Sebastian (che sono già qualcosa d’altro, troppo impreziositi da acume cerebrale post Morrissey). No, l’indie è birra, ormoni, jeans da varicocele, chitarrine sempre sull’orlo dell’accordatura e ventidue anni. Io che ne ho più del doppio e forse quasi il triplo (mai stato acuto in matematica) posso solo osservarla col disincanto di una pinta, grattandomi l’ombelico e dandovi un morso, anzi ‘A Lovebite’.
Senza cadere nel tranello di quei tristoni degli Editors. Quella si chiama fuffa, e non bastano classifiche di sorta per contenerne il piagnoso olezzo.

Michele Benetello