I dischi che piacciono solo a me, credo #21

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Filipponio – Per chi vuol capire (Fonit Cetra, 1977)

Alla fine l’unica cosa che veramente mi importava era il nome. Il nome e come suonava mentre te lo rigiravi in bocca come una Big Babol al bitume. Filipponio. Fi-Lip-Ponio. Sentire lo slalom sulle doppie, l’allitterato parkour, la semplicità geometrica seppur curva di consonanti. Un nome concentrico. Sapeva da fumetti, da piovre e rotonde sul mare, da cartoni animati tipo “Tofffsy (con tre effe – ndr) e l’erba musicale” (questo non ve lo ricordate, vero?); lo vedevo salire su un palco con le mani in tasca e quei riccioli ribelli e partivo per la tangente, chiedendomi chi avesse dato una chance a quello strano gigolò di borgata. Gli mancava il borsello a far pendant con quell’aria dinoccolata a metà tra un lettore di Babylonia e un militante di Lotta Continua scevro di Parka e colpito da amnesia. Non mi piaceva nemmeno la musica che proponeva, ad essere sincero. Io ero in piena pubertà, cercavo i soldatini Atlantic e ravanavo i 45 giri degli Shocking Blue in collezioni altrui; sorbirmi quella triste e noiosa miscela cantautorale che sapeva da night club, femmine procaci, lenzuola spiegazzate e fumo di sigaretta non era ascrivibile alle mie passioni dell’epoca. Nemmeno l’Olanda di Cruijff e Neeskens era tra le mie passioni dell’epoca, ostia. Figuriamoci Donato Filipponio, cantautore sciupafemmine ombroso e in odor (lontano odor, lontanissimo) di Paolo Conte che – per un brevissimo istante – verso la seconda metà degli anni settanta, ebbe un guizzo di notorietà. Mi guardavo ridendo i suoi baffi tra Freddie Mercury e Sandro Mazzola, ascoltavo tutti i filamentosi (con l’accento su lamentosi) birignao gutturali che proponeva e poi passavo ad altro, che fossero Dee D. Jackson, Sandokan o la solita interminabile et solitaria partita al Giocagoal.
Non se lo filava quasi nessuno e lui, di rimando, quando si presentava (raramente invitato, sia chiaro) a quelle insulse trasmissioni tipo Saint Vincent o La Gondola d’Oro rispondeva a tono, esibendosi piacione con noiosa noncuranza e un sorriso caro ad un altro Donato: Bilancia. Pareva un Califano bisex. Stessa voce ombrosa e al gusto catrame, solita sigaretta, identici pantaloni svolazzanti, stessa camicia da mandrillo di riviera pronto a vantarsi di copule multiple e inenarrabili. Amava Brèl e Aznavour invece, il nostro, e io ci misi anni e anni per riuscire a trovare qualche reperto ascrivibile al suo canzoniere, che mica siamo nati con Discogs tra le mani, ‘noi che scavavamo l’oro nel Klondike’. Non era roba da Anima Mia, non era roba per abbronzate nostalgie in fascia protetta di Carlo Conti. Non era (ed è) nemmeno roba per Techetechetè, quella trasmissioncina Rai che ogni tanto un brividino te lo provoca. No, Filipponio era e rimane un desaparecido della musica italiana, completamente rimosso e dimenticato. Non che si sia adoperato tanto per farsi ricordare, lui e la sua avventurosa vita, se persino le notizie della sua morte risultano frammentarie e di difficile reperibilità. Di Filipponio, madre autoctona e padre greco, rimangono solo una manciata di dischi (6 album per la precisione) e una sequenza di canzoni umbratili, equivoche e crepuscolari. Un po’ – appunto – Califano, un po’ chanson française, un po’ night club al limite della legalità.

Musica da Pincio”, la chiamano dalle mie parti. Roba da divanetti sdruciti e smagliature di calze, da rossetti famelici e whisky torbati sorseggiati in penombra. Roba da peli su petto abbronzato e orologi da un chilo; roba da piste da ballo (e non); roba da Francis Turatello e Sammy Barbot. Roba da donne problematiche, in pratica. Roba che gli americani mica erano capaci a farlo così l’amore, con i loro dentoni scintillanti e i Burt Reynolds. C’avranno anche avuto il groove gli yankee, ma a far capitolare una femmina di notte, questi marpioni della canzone italiana erano imbattibili. Pensare che i priapici satrapi d’oggidì sono stati costretti a passare dal Califfo a Biagio Antonacci qualche turba te la provoca eh. Blu blu l’amore è blu e quindi è ovvio che poi ti serve la pastiglietta dello stesso colore se non hai un substrato sonoro che ti aiuti nella missione.
Ognimmodo non siamo qui per farne una questione di tacche sulla pistola (scusate) ma per passare qualche minuto scambiando due chiacchiere su un tizio che esordiva nel 1976 con Una Sigaretta Fumata In Due per la FMA, etichetta di Federico Monti Arduini (per tutti: Il Guardiano del Faro). Ma riesce a far di meglio l’anno dopo quando becca la canzone della vita o quantomeno di una porzione della stessa, quella notturna. Pazzo Non Amore Mio è contenuta su questo Per Chi Vuol Capire, album che feci mio qualche anno fa alla modica cifra di 3 euro tramite una matrona che avrebbe potuto benissimo essere stata una vittima del Filipponio, pronta a svendere cotanto senno assieme a originali reperti d’epoca siglati Branduardi, Jannacci, Conte, Vecchioni, Tofani. ‘Che io sarò anche esterofilo ma c’ho i piedi ben piantati nello stivale. Raccoglievo ellepi come dinanzi a un tiro a segno e guardavo la svanita beltà di quella donna che si stava disossando la collezione vinilica. La osservavo di sghimbescio e mi facevo delle domande maliziose mentre la pila si innalzava. Erano suoi o di un ex amore? Perchè un banchetto zeppo solo di ellepi italiani e francesi? Chi era, la Mata Hari della Ricordi? La Theda Bara della Pathé Marconi? E perchè quegli occhi tristi bistrati da un mascara totalmente anni settanta e forse proveniente proprio da quel decennio? Non aveva nemmeno una borsetta dentro la quale inserire la polverosa mercanzia, ma sono uomo previdente et premuroso e non mi persi d’animo. È a casa che innalzai un film a mio uso e consumo, tramite una infruttuosa ricerca in rete. Poche, pochissime le notizie riguardo Filipponio. Avevo più ricordi di seconda mano io che seri dati oggettivi quell’internet che quando ti serve davvero non c’è mai.

Tocca dunque rimetter sul piatto Per Chi Vuol Capire e accendersi una sigaretta sgualcita con un aplomb alla Goemon. Che è il braccio destro di Lupin, non il rapper. Avvicinarsi a Filipponio non è semplice, si corre il rischio di liquidarlo come un Franco Califano in seconda, buono per tardone con la rosa sgualcita tatuata sul seno e l’anellino all’alluce. Vero, ma c’è di più. Poco, ma c’è. C’è uno spleen latente, una tradizione armonica tutta italiana che va da Bruno Lauzi a Luca Carboni, una voce roca fuori tempo massimo. C’è un disco assolutamente non ascrivibile al capolavoro e anzi. Fermo in quei mediani anni settanta, di quelli col Super 8 e la Fiat verde bottiglia, di quelli che persino l’austerity riuscivi a viverla come una elettrizzante novità a colori. Insomma, sto facendo di tutto per non parlare del disco, relegandolo ad una Polaroid sonora di quel decennio, ed è facile che me lo demoliate a mazzate, con comprensibile ragione. Ma a me mancano quei personaggi borderline, di quelli che ti chiedi come potesse davvero essere – allora, in quegli anni – la discografia per avere una visionarietà e un’incoscienza simile. Mi mancano come l’aria le storie sordide o soltanto sfortunate. Mi mancano Fanigliulo, Alfredo Cohen, Enzo Maolucci, Claudio Daiano, Leo Nero. Persino Rossano (che storia truce, ragazzi), Alessandro Bono (uno che prenderà parecchio da Filipponio) e Stefano Rosso. Tutta gente che (chi più chi meno) ha annusato la spazzatura e le briciole dello show business, rimestando nel torbido con la vita, con i pensieri o con le parole. Le omissioni no, mai.

Mentre gira gracchiando rimango con quell’idea primeva che mi colpì dal tubo catodico (Saint Vincent o La Gondola d’Oro? Oppure le retrovie di un Festivalbar? Non lo saprò mai). Per Chi Vuol Capire è un disco che – musicalmente – non lascia segni tangibili, ma ha la grande forza di estrarre ricordi. La title track gratta su un cantautorato vicino a Andrea Mingardi, Tu Mi Confondi prova ad ampliare lo spettro armonico su un’ingarbugliato canovaccio che il primevo Vasco Rossi deve essersi studiato alla perfezione. Il Gioco Della Torre imbarazza con uno spoken word alla Buonasera Dottore, teneramente ingenuo e sopra le righe nel giocare il ruolo del playboy su un sottofondo alla Fausto Papetti. Manca Sidney Rome o Nadia Cassini per estrarre il bingo. Pazzo Non Amore Mio è la sua Tutto Il Resto È Noia mentre Silvia E Andrea continua la ricerca di un cantautorato smarrito e Fuoco si immola su un letto a baldacchino senza infamia né lode. Buono invece il soul funk di L’Avventuriero (estratto anche su singolo), slow motion che avrebbe veleggiato bene sopra un Battisti londinese con uno schioccar di dita ‘quasi’ nu disco. Riesce – da non crederci – a far di meglio la sorprendente Disamore, sublime nel ricomporre uno spleen da distruzione affettiva tramite una coda di sassofono luciferino. Forse il brano più incisivo (lo inserirà anche in Sensazioni Precise, del 1980) di un disco che oggi è solo materia per nostalgici o amanti del trash peloso.

Siamo sinceri e ripetiamoci ad lib: mica è un capolavoro codesto, eh. Nemmeno un gran disco, nel senso comune del termine. Non si anela a De Gregori, non scherza con Gaetano, non si Dalleggia a centrocampo. Si parla di donne, orizzontalmente e verticalmente, con tutte le conseguenze del caso, misoginia compresa. Le uniche vaghe reminiscenze sono – principalmente fisiognomiche, ne convengo, ma anche per una certa maschia noncuranza nell’estrarre le parole – con Paolo Conte e con il Francone più volte citato. E chissà se hanno mai girato assieme i due, magari al Jackie O’, dove il Califfo aveva preso stabile residenza, iniettandovi pure capitali solidi, liquidi e gassosi. Me li sarei visti bene, impavidi nel bloccarti gli ormoni della crescita distruggendo la tua autostima dinanzi ad un agglomerato così tenacemente anni settanta. Polvere sei e – erm – polvere ritornerai.

Ritornerà sulle scene anche Filipponio, riciclandosi brevemente Italo Disco (Love Italiano è un 12” che solo i tedeschi tutto Fanta & Cappuccino potrebbero apprezzare, sin dal titolo) prima di sparire in un anonimato implacabile e in un destino cinico e baro.

Donato Filipponio muore nell’aprile del 1995, pare a causa dell’Aids. Della donna bistrata non si hanno più notizie.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #20

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Nina Hagen – Angstlos (CBS, 1983)

“Der neueste Nightclub macht auf heut’ Nacht”

Mi ripeto spesso che Nina Hagen è responsabile della mia salvezza. Non per convincermene, solo per ricordarmi come alcune volte i bivi della vita affrontino inaspettate curve. Senza derapare. No, nessun miracolo, nessuna auto prossima ad investirmi, nessun meteorite o Torre di Guardia. Nessuna tentazione di tifare Juventus, soprattutto. No, niente di tutto questo; mi impedì solamente di cedere, ritornando sui giusti binari – a scartamento ridotto, bene sottolinearlo – nei quali la mia vita si era instradata. Cose di nullo conto, che credete, ai massimi sistemi non ho mai dato gran credito dacchè sono le piccole cose a renderti davvero pregna l’esistenza, per quanto piccola e miserevole possa essere, e se nasci tondo al massimo puoi morire ovale.

Nel 1983 avevo un flirt – uno dei rari: piccolo ma significativo – uno di quei soliti flirt senza infamia né lode che ti colpiscono durante i quadrimestri. Un po’ come il raffreddore o la classica insufficienza, inaspettata o meno. Sai che arrivano ma non sai quando. Un piccolo affetto adolescenziale: stesso istituto e stessa sezione. Una misera classe di distanza. Una brava ragazza, incidentalmente agli antipodi rispetto ad un autistico e sciatto appassionato di musica piuttosto borderline quale ero solito essere. Una brava ragazza, ripeto: bravissima, quasi perfetta. Il mio contraltare esatto, l’altra faccia della medaglia fuori corso. Laddove ero insofferente e menefreghista lei era puntuale e presente; dove mi inalberavo in voli pindarici di nullo conto lei aveva la testa sulle spalle ed una maturità fuori dal comune. Pure troppo. Ci frequentammo per un po’, con molto spirito e poco corpo (la precisione carnale di alcune donne è davvero fuori dal comune sebbene debba ammettere che nemmeno io ero ‘sto fulmine di guerra). Fu tutto precipitoso, troppo precipitoso. Precipitoso e inquietante, tanto che – in men che non si dica – mi ritrovai ammesso a corte e ai pranzi di famiglia, senza rendermene conto. Io volevo acquistare i dischi delle X Mal Deutschland e invece mi scoprivo a conversare amabilmente con la nonna; vecchierella simpatica che – forse – aveva già capito tutto. Ero spacciato e non lo sapevo.

Una domenica d’inverno fui costretto ad accompagnare lei e la sua cricca di amiche Fruit Of The Loom nella discoteca più in auge della città. Una discoteca con tutti i crismi, di quelle totalmente anni ottanta, con tutta la loro Italo Disco in rassegna, i Ciao parcheggiati nelle vicinanze e il Bosford in bella vista sul bancone. Un agglomerato di divanetti damascati, giacche a doppio petto, ballerine (le scarpe), cocktail del cazzo e chiacchiere inutili. Non vi ero mai stato per alcune mie scrupolose paturnie relative a nebulosi vincoli morali. La lotta di classe, mi dicevo. Lotta di classe (scolastica e non) uber alles, la stessa che mi rendeva extraparlamentare in quell’istituto dove non è che fossi propriamente un maître á penser. Ero riuscito a non mettervi mai piede, strenuamente bellicoso verso quella riccanza stronza. Ma per amore (o un suo surrogato) i sacrifici sono all’ordine del giorno. Vi andai con la morte nel cuore, devastato dalla consapevolezza che mi stava attanagliando sterno e gonadi.

Un vecchio palazzo in centro città, un novembre triste come Desertshore di Nico, un ingresso costosissimo, decine di coetanei vestiti di tutto punto, una coda immensa. Un gelo – dentro e fuori di me – insostituibile. Ci accomodammo su alcune poltroncine Luigi XVI color porpora ad ascoltare musica di immane bruttezza (Gazebo, Valerie Dore, Irene Cara… avete capito). Vidi biondissimi esemplari diciottenni con le loro cravatte e la dizione blasè, capelluti come Jerry Calais (il contraltare francese, visto l’accento); vidi gnocche imperiali vuote come il frigo che orna la mia cucina; ascoltai conversazioni a sfondo scolastico annuendo svogliato; mi guardai attorno terrorizzato, conscio di ciò che mi sarebbe toccato in sorte, un domani. Sudavo freddo. Guardai anche me stesso, i miei jeans di seconda scelta, la frusta camicia, il giubbotto con le spillette, le mie scarpe dozzinali prese in saldo. Un cretino fuori luogo, che stava prendendo consapevolezza della cosa. Poi, in mezzo ad ore di musica completamente inutile, tra un Sunshine Reggae e un Ryan Paris, il dj mise New York / N.Y. di Nina Hagen, una boccata di ossigeno in quel rarefatto Rotary di ricconi. Parevamo – io per primo – tutti usciti dalla scena finale di Pretty In Pink. Mi esposi, dopo tre ore di monosillabi mi esposi:
Accidenti, bella questa! È il nuovo singolo di Nina Hagen! Balliamo?

Oh no, figurati. Non si viene in discoteca per ballare.
No, certo, che domande. Non. Si. Viene. Per. Ballare. Figurati. Sentii del piombo fuso intrufolarsi all’altezza dello stomaco e nelle mutande. Non in quest’ordine. La tapina si avvicinò per darmi un bacio ma ero già altrove. Capii di essere – lì dentro – proprio come il disco di Nina era rispetto ad una selezione musicale immonda: il rutto sguaiato, la tappezzeria inutile, il volto dispari in una marea di facce pari. Il riempitivo in un 12”.

“What the hell am I doing here?” per dirla col vecchio guercio.

Mi alzai con calma, come se dovessi andare in bagno; recuperai il mio giubbotto liso controllando avesse ancora tutte le spillette al proprio posto. Poi, con serafico autocontrollo e in un silenzio ovattato mi diressi verso l’uscita, allontanandomi da quella tortura coatta senza dire una sola parola o dare una spiegazione. Uno stronzo? Forse, ma ci penserei settanta volte sette – fossi in voi – prima di emettere giudizi. Non misi mai più piede in quel covo di diversamente poveri, ma ringrazio ancor oggi Nina Hagen per avermi aperto gli occhi e salvato da un futuro probabilmente forgiato su appartamentino al mare, segretaria sulle ginocchia, Lezioni di Piano (il film, che non era ancora uscito ma sicuramente mi sarebbe toccato in sorte almeno una volta al mese), pantaloni arancione, pizza & cinema, il calcetto il giovedì sera e una-macchina-grande-per-i-bambini.

Non comprai subito Angstlos di Nina Hagen, anche se avrei dovuto farlo. Non avevo i soldi. L’entrata in quella coglionissima Versailles mi era costata 10.000 lire (diecimila!!) e per un po’ di tempo non avrei potuto recarmi dal mio spacciatore di fiducia, nemmeno per un 45 giri. Ma presi nota nell’agenda mnemonica, quella che non sbaglia mai e ha mille Tera di memoria Ram. Sapevo comunque che, un domani, sarebbe stato mio. Mi capitò infatti tra le mani qualche anno più tardi, dopo aver assolto al compito del diligente accumulatore; Nina Hagen Band, Unbehagen e Nunsexmonkrock erano già in mio possesso quindi avrei potuto tranquillamente rivivermi la madeleine di quella domenica bestiale senza troppi sensi di colpa. Lp e 12”, praticamente intonsi in un banchetto senza infamia né lode; e mentre ne tastavo la consistenza e la gradazione discografica (Near Mint, per i più pignoli) ritornai a quel pomeriggio uggioso con un bel groppo sullo stomaco. Ormai ero diventato ‘adulto o giù di lì’, potevo tranquillamente soprassedere ad uno sciocco incidente di percorso, c’avevo la scorza e bla bla bla. E invece, una volta a casa, misi in ripetizione coatta quell’eccentrico maxi single, accompagnandolo con un sorriso amaro ai nove brani dell’album. Come suonava datato, e come sono strane le nostre pietre miliari, quelle che ci accompagnano gli snodi della vita anche se sono forgiate con roccia di scarto. Lo ascoltai. Lo ascoltai. Lo riascoltai. Più e più volte, e sempre con lo stesso ghigno sbigottito dipinto sul volto. Che cazzo era quella cosa? Se dell’ode alla Grande Mela (si dice così, no?) in salsa operistica sapevo già tutto avendola ampiamente metabolizzata quella domenica pomeriggio, l’album mi lasciò basito. Che roba era? Funk al calor bianco da matrone impazzite? Hip Hop per centri commerciali? Disco sibillina? High Energy immersa nella pece?

C’era Moroder a sovrintendere – a dimostrazione di come la CBS volesse fare dell’eccentrica diva una Madonna dei rifiuti – c’era prezzemolino Keith Forsey a dare una mano, c’erano Kiedis e Balzary (Flea) degli – allora – misconosciuti Red Hot Chili Pampers (non è un refuso) a dar manforte in Was Es Ist?… C’era un sacco di roba, ed era un sacco di roba che non funzionava. Eppure non riuscivo a staccarmi o solo dimenticare quel pomeriggio ignobile. Avevo delle Sliding Doors alle spalle ed ero convinto (lo sono tuttora) che Nina m’avesse fatto salire sul vagone giusto. Nulla in quel disco aveva attrattiva, né la strana rilettura di “Ich Weiss, Es Wird Einmal Ein Wunder Geschehen” dal repertorio di Zarah Leander (e qui, appunto, ribattezzata Zarah) stratificata di liriche, lirica, frattaglie, campionatur, hip hop e nemmeno la marziale camminata DDR di Lorelei. Un disco che si titolava ‘senza paura’ invocava invece angoscia ad ogni solco. Non vi era più la scanzonata eccentricità da museo delle pulci dei precedenti lavori, qui si era circondati da un’inquietudine camuffata da dance music aguzza. Un museo di orrori sonici suonati col gessetto sulle lavagne, come Fruhling In Paris dimostrava con i suoi squittìi senza senso, una Maniac di Michael Sembello per eroinomani. E I Love Paul, allora? Se ci fosse un solo brano colpevole d’aver distribuito l’HIV sul globo indicherei senza indugio proprio quei quattro fetidi e scarsi minuti. O ancora Newsflash che cerca di fare il verso ai Devo di Freedom Of Choice innestandoli su Amanda Lear. O The Change, Righeira sotto metadone o – se preferite – Eartha Kitt sorpresa in un bukkake. Rabbrividivo.

Insomma, ci sarà un motivo se – negli anni – la critica seria ha sempre rigettato in toto questo pasticcio pseudo danzereccio, rinnegandolo e relegandolo ai margini di una discografia che, per sua natura (tolti appunto i primi due album) non è mai stata campione di senno o solo di santità. Ne presi scrupolosa nota, ‘che le cose non accadono mai per caso, e quella diva scomoda – ne sono certo – si rivolse proprio a me in quel pomeriggio novembrino. Mi ripromisi da allora e per sempre di non tradirla e tenni fede al giuramento. Quando massacrò Ziggy Stardust io ero lì, quando copulò con mezzo mondo per espellere Cosma Shiva io ero lì (beh, non proprio lì ‘lì’), quando si fece attrarre dalle paturnie buddiste… esatto.
Resta il fatto che sono passati 35 anni e io, a New York, non sono mai andato. Ma c’è un motivo: Aspetto Nina.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #19

Jih - The Shadow to Fall fr-small
Jih – The Shadow To Fall (Jungle, 1986)

Non sta scritto da nessuna parte che si debba sempre essere perfetti, focalizzati sul pezzo, integerrimi (beh, magari anche sì…) e devoti all’obiettività. Sono quelli bravi, a far così. L’onesta manovalanza, i gregari, i portatori d’acqua hanno un sacco di manfrine, ripensamenti, cadute di stile, vergogne occulte, paturnie e figurine stampate male. Di quelle che non appiccichi su nessun album, perché nessun album è atto a contenerle. Così, anche chi scrive, vista la contagiosa Magnificent Obsession (notate la citazione dotta, please) verso gli Associates, negli anni si è andato a setacciare tutto un sottobosco nel quale si potesse ascrivere la coppia d’oro MacKenzie/Rankine. Non è stata nemmeno una gran fatica, a dirla tutta, vista l’assoluta mancanza di coraggiosi studenti e ancor più assoluto vuoti di manufatti atti a certificare l’assioma. E se della regale magniloquenza di Sulk s’è scritto in ogni dove, trovando seguaci eccellenti (da George Michael a Naomi Campbell) è anche vero che pochi, pochissimi prenderanno da lì per entrare in classifica, figuriamoci per cercare di ricrearne le costose (in termini sonici) atmosfere. Delle due l’una: o ci provavi pedissequamente, e allora dovevi tornare a chi mise lo spermatozoo primigenio sulla coppia (un’altra coppia: i Mael) oppure provavi a prendere in prestito la visione decadente e la puntigliosità sonora per farne ‘altro’, conscio che avresti potuto essere esposto al pubblico ludibrio fino alla fine dei tuoi (modesti, invero) giorni. C’era una terza alternativa, la più bieca, quella che negli ultimi anni ha devastato intere generazioni, Ebola in 4/4 che non ha risparmiato nessuno e nessuno ha cercato di fermare: diventi una tribute band, magari tuo malgrado.

Credo che a Grant McNally la terza opportunità andasse benissimo, e – soprattutto – fosse scevro di quella forsennata e bipolare ambizione che il suo nume tutelare (Billy Mackenzie, che diamine! Chi altro?) aveva disseminato in una carriera che, al tempo dell’uscita di questo disco, era già sufficientemente fottuta in una discesa libera di patimenti e dissennati passi falsi. Quale essere umano sano di mente avrebbe potuto, nel 1986, prendere a modello gli Associates per edificarvi sopra una carriera discografica? Vedo che siete tutti d’accordo con me. The Shadow To Fall è quintessenzialmente una brutta copia degli Associates, chiariamolo subito. Ingenua, caracollante, scevra di ottave, piena di buona volontà ma conscia che dinanzi al sovrano ci si può solo genuflettere cercando di non sbucciarsi le ginocchia, altro che togliergli il trono da sotto il culo. Una brutta copia appunto, né più né meno; un tentativo di imitazione (di omaggio, meglio) senza la grandeur, senza i ricami chitarristici di Alan Rankine, senza la vastità degli arrangiamenti alla Scott Walker e – soprattutto – senza la tensione che rendeva grandi i pezzi di ‘quei due’. Eppure, da non crederci, vi è Dave Ball che ne produce metà; Howard Hughes (già braccio destro del Billy in quel leggendario pasticcio chiamato Perhaps. E un giorno – giurosuddio – qualcuno dovrà raccontare la vera storia di quei nastri spariti sul più bello); Steven Reid (altro sodale); due fratelli MacKenzie (John e Jimmy); Virginia Ball e Martin McCarrick. Tu chiamali – se vuoi – turnisti ma riunione di famiglia andrebbe meglio.

Questo Basquiat vergato dall’ultimo dei teppisti di una scuola periferica esce nel 1986, a giochi ormai fatti. L’esposizione mediatica di Party Fears Two ha ormai 48 mesi sulle spalle e una plètora di scelte sbagliate ad immobilizzarne le caviglie e le royalties. Gli Associates comunemente intesi non esistono più e pure noi eravamo in piena crisi, per questo. McNally proviene anch’esso da Dundee, conosce Billy e la sua famiglia da un po’ di tempo e ha vaghe ambizioni di cantante. Chiede aiuto. Lo ottiene. La band fondamentalmente non esiste ma al Grant serve una sigla per confondere un po’ le acque e non dare in pasto ai leoni la sua religiosa devozione verso gli illustri concittadini. Ha idee, dice, e un santino ululante in tasca. Che qualcuno lo benedica, signoriddio! Non sarò certo io a farlo ora, da queste colonne, pur avendo in saccoccia l’intero (ma risicato) scibile di questa congrega di bucanieri da villaggio vacanze, simpatici e guasconi. The Shadow To Fall è ironico, ha il fiato corto, prova a vestirsi elegante con gli scarti della Caritas, sfiora l’imbarazzo, cerca di arrampicarsi su vette altissime ma non arriva nemmeno al campo base. Eppure fatti non foste a viver come bruti ma per seguire Billy e Alan. E allora passate 30 minuti a sorridere e far di conto, oppure buttate quel cinquino e riponetelo adeguatamente vicino alla casa madre o ‘nel quarto cassetto verso il basso’, magari con la pecetta di tentativo mal riuscito.

Insomma, non è bello ma piace, perlomeno a sprazzi. Piace per il coraggio, l’ingenuità, la totale mancanza di pudore. Piace per la scrittura zoppicante e assolutamente derivativa. Piace per l’angst truce riverberato da stratificazioni d’archi di Big Blue Ocean, piace perché non si vergogna d’anelare ai peggiori passi di Perhaps e This Gift è qui per dimostrarlo, raro caso in cui si faccia meglio del vascello fantasma. Piace per il Bowie declinato The Affectionate Punch della title track, piace perché – alla fine – McNally c’ha una voce che lèvati ma serve poco essere un Maradona se stai giocando a Subbuteo. Piace meno per l’unica idea spalmata su 9 tracce che sa comunque farsi luciferina e drammatica alla bisogna, come il post punk vulcanico di As U Fall dimostra con le sue chitarre Rankiniane, tensione inespressa che un brividino ancora lo provoca. O la solarità wave di Let The Sun Beat Down On Me, dove si cerca il distacco da ‘chi-sapete-voi’ tramite un sax malandrino e una vaga sensibilità pop riconducibile a degli umbratili Wham e similari. O Come Summer Come Winter, frizzante, androgina e subdola nel ricreare una nostalgia fuori tempo massimo anche per una macchina del tempo come questa. Un bel pasticcio, vero? Ne sono conscio. The Shadow To Fall è un fast food deserto e con le pietanze fredde eppure invoglia come un Overlook Hotel qualsiasi, ricoperto dalla neve e abbandonato al proprio destino.

Non avrà futuro questo suicidio commerciale ampiamente annunciato, ‘che se della casa madre si erano perse le tracce figuriamoci quanto avrebbero potuto interessare dei falsari, per quanto simpatici proprio per la loro imperizia. Chiuderanno senza ritegno, gli Jih, quando – nel 1988 – getteranno la maschera con l’ultimo respiro di discografia. Take Me To The Girl il titolo di quel 12” ruffiano che certifica – se mai ce ne fosse stato bisogno – il divenire una vera e propria tribute band, dacchè proveniente dal repertorio del Billy. Che, guarda caso, produce godendosela un mondo a rifarsi il verso e i coretti. Divertimentificio imbarazzante che non conserva un grammo della magniloquenza dell’originale, ma noi ci teniamo anche le adozioni, mica solo i figli dei nostri lombi.

Insomma, The Shadow To Fall è un disco che piace solo a me. Credo.

Michele Benetello

Soul Radio (Fiver #21.2018)

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Trascorsi gli ennesimi giorni di grande tormento si interrogò sui momenti felici andati perduti.
Cos’era successo?
BODEGA – HOW DID THIS HAPPEN?!

Frugò nel proprio animo e si trovò a ripensare, per la prima volta dopo parecchio tempo, ai molti anni spesi dietro al microfono della piccola ma leggendaria emittente cittadina.
Realizzò che quelle laide quattro mura erano state, probabilmente, uno dei luoghi più felici della sua vita.
Curioso come guardando indietro si scopriva a pensare con tenerezza a momenti allora ritenuti banali attribuendogli, ora, significati all’epoca impensabili.
HOUSE OF LOVE – CHRISTINE

La sede della radio era in un piccolo sottoscala di un bel palazzo in una strada signorile.
Secondo le leggi della fisica non saprebbe dire quanta polvere possa accumulare una moquette ma direbbe che tra quelle mura, in qualche particolare momento storico, tale leggi erano state sovvertite e piegate allo scorrere inesorabile degli eventi.
Il bagno, onestamente, non credeva di averlo mai visto funzionare. Ricordava solo un cartello comparso improvvisamente un giorno: “Soccia regaz, nel basket per beccare il canestro ci vuole talento, per centrare questo buco basta solo un po’ di buona volontà..”.
Diciamo che la cura dell’immobile non era al primissimo posto tra gli interessi dei presenti.
ESSEX GREEN – DON’T LEAVE IT IN OUR HANDS

La sala regia era lo stanzone dove si stazionava per la maggior parte del tempo quando non si era in trasmissione. Non ricordava il colore del tavolone, forse non l’aveva mai visto, ingombro come sempre era di bottiglie, lattine, comunicati stampa, dischi e cassette.
La sala trasmissione contava tre metri per uno e mezzo di metratura.
Due sgabelli per la conduzione, spesso effettuata in coppia, e fare entrare un terzo, un ospite, un amico, era operazione che comportava contorsionismi circensi.
Nella sala era situata la reliquia più adorata. Il muro delle cassette.
Un’ incredibile parete ideata da un pazzo furioso (un genio nella sua opinione) dove erano più o meno impilate ordinatamente centinaia e centinaia di cassette.
La regola era, se adocchiavi qualcosa, diciamo Double Nickels On The Dime, dovevi prenderla subito perché a una seconda occhiata in quella che credevi essere la medesima posizione ti ritrovavi tra le mani i Prefab Sprout o Miles Davis. Smaterializzata. Ritrovarla non era un picnic
All’epoca gli piaceva pensare trafugata da minuscole creature probabilmente di nero agghindate. Fantasticava sui party infuocati che si tenevano tra queste minuscole creature una volta spente le luci dell’ultima trasmissione.. storie d’amore, pogo selvaggi, bevute interminabili.
E lo spirito di tutto ciò albergava tra quelle sozze, prodigiose mura.
MINUTEMEN – THIS AIN’T NO PICNIC

La linea editoriale era un po’ come la prima regola del Fight Club.
Non esisteva linea editoriale.
Oppure, un’indicazione di base ritagliata sulle “competenze” (ahahahahaha, nel mio caso) di ciascuno c’era ma la libertà era massima.
Una palestra fenomenale. Buttavano nel calderone gli Slint, i Seam, i Whipping Boy.. quell’accidenti che gli pareva, insomma, e qualche pazzo gli telefonava pure per complimentarsi o argomentare lungamente sugli Smithereens o i Godfathers.
SEAM – NEW YEAR’S

La redazione. Una piccola lega di donne e uomini straordinari di cui si onorava di fare parte.
Politica, musica, cinema, sport trattati con competenza ed entusiasmo.
Ma, soprattutto, ci si guardava e ci si “riconosceva” animati da un comune sentire.
Scalcinati idealisti e fedeli compagni in una guerra impossibile.
Poi gli anni passano.
La radio in realtà è ancora lì, non fisicamente in quel luogo, ma continua imperterrita animata da vecchi e nuovi combattenti da amare e rispettare.
E’ lui che non c’è più.
Dimentica. Trascura. Sovrappone strati che spesso non hanno neanche un decimo del valore di quelli che sta ricoprendo.
Scorda i sorrisi, la stima, gli abbracci, le risate, i pianti.
Scorda la sua vita.
Dopo tanto tempo cerca la radio, l’accende e la porta automaticamente sulla frequenza 103,1 MHZ.
Un sorriso compiaciuto gli illumina il volto per la prima volta dopo diversi giorni.
BILLY BRAGG – WAITING FOR THE GREAT LEAP FORWARD

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo # 18

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Patty Pravo – Patty Pravo (RCA, 1979)

Le estati una volta erano scandite dai ritmi circadiani dei gelati. Le mie estati, quantomeno; quelle che bussarono alla porta sul finir degli anni Settanta. Il mattino era allenamento, zingarate e schemi: discesa in cortile, due fischi per le convocazioni, un paio di puntuali marachelle, l’ira funesta del macellaio bestemmiante, qualche canzone dalle varie radioline dislocate strategicamente in tutto il paese. Roba tipo Rubettes, Alunni del Sole, Middle Of The Road, Mia Martini, Abba. Drupi. O il sempiterno Lucio Battisti, che a Radio Capodistria pareva non possedessero altri dischi, maledetta la logorrèa di Luciano Minghetti! E poi ci si poteva dedicare alla certosina compilazione del programma completo della giornata. Che poteva significare Mundialito del quartiere tramite un pallone sfondato-ma-sfondato-davvero nel campetto dietro casa (macchè Brasile, dovevate venire in Veneto durante i mediani anni Settanta. Il look Mario Kempes è nato qui); le biglie dei ciclisti (il mio Marino Basso era imbattibile); una spedizione in avanscoperta verso nuovi quartieri che stavano nascendo; l’invenzione dei “Giochi Senza Frontiere” effettuata chiamando a raccolta tutti gli ‘underqualcosa’ del paese. Oppure un battagliare pallido e assorto contro la vicina stronza e cafona.

Optavamo quasi sempre per l’ultima soluzione, da bravi babbei visto che vendeva gelati e spuma (se non avete mai bevuto la spuma siete degli Axl Rose qualsiasi) a 10 metri da casa. Tradire il suo bar fumoso e umido significava salvarsi dal tetano ma anche dover attraversare la trafficatissima arteria principale, strada napoleonica dalla quale i nostri genitori ci mettevano in guardia appena uscivamo dall’utero materno tanto era pericolosa; quindi l’acquisto dalla megera era obbligato. Non era nemmeno vecchia, a dirla tutta. Era proprio stronza, palesemente stronza e pronta ad accusarci di qualunque cosa avvenisse nel raggio di un chilometro dal suo localaccio infame. Il nostro mattino era sempre lastricato di buone intenzioni e di un sole con un gusto e un odore radicalmente diverso da quella palla di fuoco che incendiava il pomeriggio, dopo l’abbuffata e il pisolino. Il mattino non aveva polvere, sapeva già di siesta, ti entrava nelle narici assieme al panino con la mortadella che alle dieci veniva recapitato da un catering sbrigativo e tutt’altro che premuroso. Erano comunque tutte ore che ci separavano dal gelato, categoria merceologica che – allora – poteva vantare un marketing sopraffino e irraggiungibile. Quanto ci piaceva sentire il rumore dei coperchi nero pece che si chiudevano su quei gusti da Prima Repubblica: cioccolato, limone, vaniglia, fragola. Stop. E vaffanculo i vostri Grom.

Quanto fantasticavamo sopra quei cartelloni pubblicitari in metallo pieni di immagini e colori accesi. Il ghiacciolo era un must, proletario ma dall’alto rapporto qualità/prezzo. Potevi ciucciarlo mezz’ora fino ad indolenzirti la mascella, come le foglie di coca per i boliviani. Io prendevo anice. O il Fortunello, che invece era sfigato come pochi (anzi: afigato, con la A privativa) e che sapeva da cartone per imballaggi, O ancora… come si chiamava quello con la pubblicità disegnata da Jacovitti? Eldorado? E poi l’insulso Dalek e il miraggio Toffy. O il Twister, l’orrendo Zaccaria (ma si puote chiamare un gelato Zaccaria?) e il suo contraltare proletario, ovvero Gommolo. Il Lemonfragola, freddo come un disco dei Pan Sonic. E ancora: il Gran Kros della Tanara, sorta di Gronchi Rosa dacchè tutti ne parlavano ma pochi l’avevano effettivamente mangiato, e quindi a noi pareva quasi un millesimato. O il Camillino, un gelato che sapeva di ristrettezze economiche sin dallo stupido nome. Il Piedone, fuffa per sprovveduti. Il Rocket Besana. L’Hippy (non Lippi), svanito come Paperoga. Il Pepito Toseroni. Tu dimmi se non è genio semantico questo. Le coppette erano ancora un lusso inavvicinabile, avrebbero dovuto arrivare le Olimpiadi di Mosca per permetterci di posare le labbra sulla Coppa dei Campioni Motta. Quindi ogni pomeriggio – alle 16 in punto – rimanevamo dieci minuti buoni a guardare e toccare i cartelloni pubblicitari, facendoli vibrare manco fossero dei Theremin.

E poi c’era il Paiper che faceva storia a sè.

Ovvero il gelato più buono di tutti i tempi, inarrivabile per il prezzo ma concupito dall’intero scibile umano del quartiere. Riuscii ad ingurgitarlo solo un paio di volte prima che sparisse nei meandri della globalizzazione, ma tale fu la foga che morsicai pure il tubo di plastica per non cedere un grammo di quel nettare. Best. Ice. Cream. Ever. E di quella pubblicità vogliam parlarne? Con Patty Pravo a recitare la terzina più bella di sempre (“Posso dire una parola? Lo sappiamo, c’è un Algida laggiù che ci fa gola”). Più che un gelato un pensiero stupendo.

Appro e posito della Strambelli: quanto avevo adorato quella donna (quasi quanto quel gelato, ovvio), che a me già allora sembrava futuristica e fantascientifica. L’avevo udita ovunque in tenera età, superstar autoctona che nel mio ranking sonoro ha sgommato in faccia a Mina per gran parte di carriera, dalla scelta degli autori alle interpretazioni. Concerto Per Patty (ARC, 1969) era un must nella discografia parentale, Pazza Idea (RCA, 1973) immenso grazie a quel Morire Tra Le Viole sdegnosamente e snobisticamente rifilato sul lato B dell’omonimo 45 giri. Insomma, dopo il recente successo di Miss Italia (album contenente Pensiero Stupendo e – soprattutto – la superlativa Johnny) Patty era tornata, ed era tornata proprio in prossimità dell’estate con un nuovo disco che io dovevo accontentarmi di seguire da una scassata radiolina. Munich Album veniva chiamato quasi ovunque, sebbene fosse un semplice ‘Patty Pravo’ il titolo. Cosa aliena nel panorama italiano, come sempre era stata aliena Patty. Registrato a Monaco in preda a fregole assortite e a un nuovo compagno (anzi due, in transumanza: Jack Johnson dei Flamin’ Groovies e Paul Jeffery), con inserti disco, vaneggiamenti elettropop, krautismi geografici, glam rock e un occhio alla solita leziosità Lou Reed virata synth. Musicisti stranieri e un nugolo di autori pronti a consegnarle alcune canzoni, da Cristiano Malgioglio a Ivan Cattaneo passando per quel Maurizio Monti che rimane uno dei più eclettici e raffinati compositori di pop italiano (sua la Johnny di poco sopra e quella Per Una Bambola che ammutolirà l’intero Festival di Sanremo del 1984). Sebbene oggi suoni ingenuo e iperprodotto il singolo Autostop impazzò un po’ ovunque in quell’estate 1979, anche dalle nostre radioline; audace e vetriolico stomp elettronico interpretato con la solita noiosa e svagata magniloquenza: “…mi fermai, salì il deficiente, autostop”. Un po’ Kraftwerk, un po’ disco frattaglia, gommosa quanto basta eppure indissolubilmente tanto Patty Pravo.

Ma vi era ben altro all’interno di quelle 10 tracce assolutamente avulse dal percorso artistico di quella donna straordinaria e altrettanto straordinaria interprete, sin dall’iniziale New York, pezzo già portato a Sanremo qualche mese prima dalla Carneade Lorella Pescerelli e scritto – tra gli altri – da Flavio Paulin, uomo transumante dai (non rabbrividite) Cugini di Campagna ma titolare in proprio di uno dei dischi elettronici più interessanti del nostro angusto paese (Paulin, RCA, 1979). Un pezzo che è già Prins Thomas senza saperlo; e chissà davvero che ne farebbe lui, oggi, di cotanto pulsare se solo gli capitasse a tiro. Every Dream (Is A Bit Of A Heartache) è un delizioso cremino avanzato dagli anni Settanta più glam, tra Suzi Quatro e coretti Slade. Si alza l’asticella con Il Re, forse il pezzo più incisivo del disco, quasi sette minuti di proto-wave dal testo dada immersa in una interpretazione fuori dal comune con complicate svisate vocali e una coda alla Eno/Byrne/Fripp. Stica & Meco. E poi Male Bello dove – tra Amanda e Diamanda – porge l’altra guancia della sofferenza, una Pazza Idea che si scontra con la realtà, inventando letteralmente la prima Gianna Nannini:

Dai, parcheggia sul mio corpo
senza farmi tanto sanguinare!
Tu sei il male bello da masticare…

Io Che Amo è una malgiogliata che prende corpo con gli ascolti e si ascolta con il corpo; Dimensione rimane aulica, algida e teutonica, spazzata da venti strambellici; una Space Oddity in Riva degli Schiavoni, di notte. Cry Cry Gotta Worry è prescindibile come un singhiozzo di Neymar a fine partita. C’è pure Keith Forsey (come ‘chi è Keith Forsey?’) a ornare Donna Do You Wanna (A ‘Summer Song’) rock disco plasticosa che si fa altrettanto prescindibile. Chiude Tie A Ribbon Round My Soul e di Bonnie Tyler non ne voglio parlare.

Se in generale l’impressione è che la voce di Patty Pravo perda numerose sfumatore quando alle prese con la lingua anglosassone è altresì vero che mai, come in questo disco, cerchi di ampliare le sue possibilità vocali. Immane esborso economico della RCA e vendite deludenti a seguire, con l’immediato ripudio da parte della titolare. Da allora e per sempre si vuole Patty Pravo passo interlocutorio (quando non minore) di una discografia pantagruelica, stilosa, stivata di gemme pop e – sovente – coltissima (se vi avanzano quattro euro fate vostro senza indugio Mai Una Signora, del 1974).

Mi piacerebbe invece che, a 40 anni di distanza, vi approcciaste con orecchie smaliziate a questo coraggioso Bignami di pop sintetico e italianissimo a dispetto del parterre de roi dispiegato, moltissime delle vostre convinzioni sullo stato della musica italiana potrebbero vacillare sotto i colpi di questo strano Golem bavarese, ennesima riconferma della lungimiranza di un’artista assolutamente unica e – soprattutto – mai (sottolineo mai e sottolineo Mina) doma o solo disposta a rinchiudersi nelle dorate prigioni della noiosa tranquillità artistica.
Siamo alla fine, ancora un piccolo sforzo.

Patty Pravo non quadra ma sigilla un cerchio, consegnando ai posteri una Nicoletta Strambelli mutante e radicalmente diversa. Ad una delle vette di carriera va infatti a contrapporsi la discesa agli inferi della sua insofferenza umana: il disco viene promosso pochissimo dalla titolare (Autostop solo ottantottesimo tra i singoli più venduti del 1979), pronta di lì a poco a trasferirsi negli Stati Uniti per tre anni eufemisticamente definiti dalla letteratura pop ‘avventurosi’. Tra foto soft core per Men e Le Ore, pettegolezzi su una presunta tossicodipendenza e rigetto della discografia in toto questa ‘fuga da New York’ (il brano) ma anche da Monaco sigillerà per sempre la Patty Pravo universalmente conosciuta. Bisognerà attendere il Festival di Sanremo del 1984 per rivederla, quando – agghindata come una geisha robotica – presenterà al pubblico la meraviglia siglata Monti della quale si disquisiva poco sopra. Ma poco importa come e cosa ha fatto Nicoletta Strambelli dopo quel 1979 (oggi sembra Lord Voldemort, ne convengo), per me rimane sempre La Ragazza del Paiper.
Il gelato, ovviamente.

Michele Benetello