I dischi che piacciono solo a me, credo #25

Aphrodite’s Child666 (Vertigo, 1972)

Questione tricotica, secondo me. Di barba e di pelo. Facevano impressione, quando non paura. Rettifico: a me facevano impressione. Poi li sentivi cantare o li vedevi alla televisione ed erano (quasi) tutte armonie romantiche, mellotron e vocette angeliche sopra ziqqurat di tastieroni. It’s five o’ clock and I walk through the empty streets… Maaaarieeee Joooolieee… Raaaaaain And Teeeeeears. Vacca boia che romanticiume. E come mi piaceva. Mi piaceva pure che dei Greci avessero tentato di scardinare l’asse rock USA/UK, manco fosse stata una rivincita delle periferie.

Giravano un sacco di dischi degli Aphrodite’s Child a casa mia (assieme a Beatles, Area e Creedence Clearwater Revival), ma credo fosse cosa comune in quei primi anni settanta, lo chiamavano pop e si sentiva alla radio. Punto. Però rimanevo dell’idea che fossero brutti forte, dei ZZ Top del Peloponneso (con l’accento sul suffisso Pelo), o dei Banana Splits all’Horse Meat Disco, tipo. Resta il fatto che tutti quei vinili non erano miei, pure se in heavy rotation su un giradischi scassato sgualcito dalle mie impronte digitali. E quelle copertine colorate e psichedeliche ornate dai tre sovrappeso mi davano da pensare assai. Deve provenire da lì la mia battaglia contro il prog, forse. Una questione meramente tricotica, appunto, fondata sul pelo e sugli appellativi dei titolari: Vangelis Papathanassiou, Lucas Sideras e Demis Roussos. Vi sembrano nomi di popstar o di mezzofondisti ellenici?

Io lo vedo il fruitore di Sniffin’ Glucose, tutto PJ Harvey, Mogwai e Stooges rizzare i (uff, ci risiamo!) peli nell’affrontare la cantilena di un gruppo sinfonico spesso talmente pieno di glucosio da rasentare il diabete. E invece molti non sanno che mondi potessero instillare a chi ancora portava i calzoni corti, a maggior ragione non lo si può sapere oggi, che il mondo ha fatto mille giri (999 dei quali a vuoto) e a 7 anni la moltitudine di mocciosi col capello scolpito han già visto svariate tappe del Comunisti col Rolex Tour, magari accompagnati da Genitore 1 col tribale e le scarpe di legno e Genitore 2 con tette che sfidano la gravità e il saldo del conto corrente. O viceversa, non ho mai capito. Ti toccava immaginartele certe cose, negli anni settanta, e dovevi farlo pure in bianco e nero. Ma quei 75 minuti da passare su 666 mi sentirei di consigliarli assai essendo un vero e proprio capolavoro che di magnifiche sorti et progressive non ha quasi nulla, circumnavigando (e anticipando, pure) l’intero scibile musicale non solo del tempo. Registrato nel 1970 esce quando i tre Figli di Afrodite han cessato di esistere, e viene ascritto al nome della casa madre solo per mere ragioni contrattuali. È un disco solista di Vangelis, né più né meno, coadiuvato in tre brani da Roussos e a sprazzi da Sideras, capolavoro immenso che sigillerà l’avventura prima di far decollare il nostro verso Momenti di Gloria. Un concept album incentrato sul Libro dell’Apocalisse di Giovanni dove viene stivato di tutto, Arca di Noè scritta dal tastierista (aiutato dai testi di Costas Ferris) dove vanno a cozzare spezzoni di folklore, hard rock, avanguardia, prodromi di beat che diverrà brit, drone music, elettronica, ambient pastorale, tentativi di industrial. 4AD e Creation Records, psichedelia e musica concreta; Screamadelica pagana in mezzo ai pastori. Capolavoro l’ho già detto? Lo direste anche voi se vi approcciaste senza tutta quella spocchia che per anni mi ha intasato le sinapsi, accogliendo uno dei dischi più folli e coraggiosi mai apparsi sulle vetrine dei negozi. Nel 1972 (anno di uscita effettiva del manufatto) c’è già Starman a spazzare via dalle classifiche le onanistiche suites in un tripudio di mèches e lustrini; 666 invece va oltre, ci prova quantomeno. Si catapulta agli anni ottanta (inventandone una parte), torna a ritroso alla fine dei sessanta e si invola a rete con un cross dalla fascia laterale che arriva al 1995. Kosmische Musik col Flauto di Pan, Platone e Belzebù, Bafometti e Stone Roses, Black Sabbath e Cosey Fanni Tutti, Stockhausen e funk. Se non vi fa venire curiosità e mal di testa questo allora vi lascio agli Arcade Fire. Un disco stritolato dall’ambizione, dai costi proibitivi (si parlò di 90.000 dollari solo di spese di registrazione), da una tensione maligna e dall’ego spropositato di Papathanassiou. Un via vai di ospiti, baccanali, scazzi, personalità coinvolte: da Giorgio Gomelski (che stava girando con i Magma e i Gong) a Irene Papas, da Yannis Tsarouchis (famoso pittore greco) a Daniel Koplowitz. Un Sgt. Pepper all’ombra del Partenone, un Pet Sounds annegato nell’ouzo. Registrato nel 1970 e messo in frigo dalla Mercury per incapacità di comprendere siffatto suicidio commerciale. Salvador Dalì che viene invitato – nel 1971 – al party indetto da Vangelis per festeggiare il ‘primo anniversario di blocco dell’album’ e quasi quasi ci avrebbe collaborato a quel tripudio di sensi, orgasmi, blasfemie, sfumature che esplodono e follia, dice. Da farci un film di Kenneth Anger, no?

Magari titolato come il breve intermezzo che apre il disco (doppio, bene sottolinearlo), quel The System che ripete in loop su una serie di nastri vocali il nobile haiku We Got The System To Fuck The System! 22 secondi di Coil ‘gentili’. È Babylon ad aprire l’orgia vera e propria, e vien voglia di tuffarsi privi di sospensori. Estratta anche su fallimentare singolo eppure vi si possono trovar dentro cantautori inglesi, Supergrass, Teardop Explodes, Who (Pinball Wizard è giusto dietro l’angolo) e i Dodgy alle prese con The Snake di Al Wilson. Loud Loud Loud è un anticipo di Burt Bacharach e Elvis Costello, spiegati con uno spoken word e due accordi di pianoforte. Poi arriva The Four Horsemen e tutto improvvisamente acquista un senso, da questo disco alla vita. I Cavalieri dell’Apocalisse che ti percuotono l’anima centrifugandola dentro uno dei pezzi pop più perfetti di sempre, brano trafugato anche da Beck e i Verve (tra gli altri), salti e stacchi tra pulviscolo ambient caro all’Apollo Records, Ash Ra Tempel e ritornelli shoegazer su una chitarra che John Squire furterà senza ritegno per Love Spreads. Totale. Così come è totale The Lamb, folklore ellenico declinato pop, strutture e terzine che anticipano di decadi un sentire caro a Loop, Follakzoid, Oscillation, Dead Skeletons e il concetto di ripetizione elevato ad arte. Psichedelia tra le pecore, vibrafoni e la world music. Paganesimo e Rinascimento che affiorano anche su The Seventh Seal, laddove Tibet (anche nel senso di David) e Monte Athos s’accompagnano in delicati fraseggi. Ci sono in nuce già i KLF di Chill Out e gli Orb di Little Fluffy Clouds, ma – soprattutto – c’è il verso “and when the lamb opened the seventh seal, silence covered the sky” campionato dagli Enigma per The Rivers Of Belief. Disco che mette a dura prova, 666, sia per un vagare che pare privo di direzione (ma non lo è, ha un metodo nella sua follia) sia per l’immensa mole di musica stivata al suo interno. Siamo solo alla fine del Lato A e già la pecetta ‘capolavoro’ non vuol saperne di staccarsi.

È Aegian Sea ad aprire l’altra faccia del vinile e potrebbero valere le parole di poco sopra, Orb compresa e Pink Floyd in sovrappiù. The Dark Side Of The Child, da Pompei a Salonicco. Le si accorpano addosso per osmosi sia Seven Bowls sia The Wakening Beast forse il trittico più misurato e di maniera dell’intero lavoro. Lament inventa letteralmente i Dead Can Dance (The Host Of Seraphim è qui dentro, nemmeno troppo nascosta) e mezza 4AD; The Marching Beast conduce per mano dei Jethro Tull che si credono Pogues dentro i Van Der Graaf Generator. Senza Hammill. The Battle Of The Locust e Do It sparigliano nuovamente le carte con un hard blues alla Cream in odor di jazz immerso in acquaragia Santana. Senza la prima enne. Jazz e heavy metal che si rifanno vivi anche in Tribulation. La goduria è grande fratelli, e così spero di voi.

Non bastasse ci sono ancora nove brani, uno dei quali – The Beast – è un funkone da blaxploitation e tette grosse che mi aspetterei in qualche compilation di Gilles Peterson. Lascivia e wah wah mentre delle calze 18 denari volano per la stanza. Ofis è un brevissimo mantra tratto dal Teatro delle Ombre del folklore greco, importato dalla Turchia assieme alla marionetta Karaziogis. L’invocazione “exelthe ofi katiramene, dhioti an dhen exelthe essy, tha se exelthe ego! Ou! Ou! Ou!” (Esci, maledetto serpente, perché non esci da te stesso? Ti farò uscire!) Si può riassumere con un Pape Satan, Aleppe declamato da William Burroughs sotto ketamina. Seven Trumpets è uno spoken word che introduce il mega groove di Altamont (non serve spiegare a cosa si riferisca), funk torrido e tribale dove spugnettano Liquid Liquid e Blurt e che ispirerà i Verve di The Rolling People. Esoterico come un calice di assenzio infuocato versato su un piercing genitale rimane uno degli apici del pantagruelico lavoro con il suo miscuglio di ripetizioni percussive, terzine psichedeliche, afflati funk e inflessioni lisergiche. Sfuma sulla world music da Womad di The Wedding Of The Lamb efficacissimo strumentale pronto a gettarsi a sua volta per osmosi dentro a The Capture Of The Beast, drone music edificata su percussioni, psichedelia occulta, esoterismo ed effetti. Pare di avvertire l’arrivo dei Sepultura in ogni momento e invece è l’Immacolata Concezione di Infinity (“∞”) a crollarci addosso con un vento ostile. Anticipo di ogni Diamanda Galas del futuro che quivi però invece si chiama Irene Papas, solerte nel declamare Litanie di Satana fingendo orgasmi plurimi. “I was I am I am to come I was”, una Discipline (Throbbing Gristle) dell’inguine o una Je t’aime, moi non plus in un girone shemale. Brano che certifica in qualche modo la nascita di certa Industrial Music che di lì a un decennio si dipanerà. Poi, come se nulla fosse, ecco arrivare Hic And Nunc e la sua aria da Beatles e Maharishi Mahesh Yogi o – in alternativa – da Donovan e Cat Stevens. Siamo quasi alla fine, tranquilli. Ma prima c’è il buco nero di All The Seats Were Occupied, 20 minuti di maligno raga indiano immerso in lavatrice che diventa funk che diventa un esperimento di musica concreta che diventa pop che esplode in un caotico ammasso di cellule sonore. Incorpora elementi di gran parte delle canzoni dell’album autocampionandosi con somma efficacia e raro acume. Superlativo assoluto e inimmaginabile in quel 1970; dei Chapterhouse che si fanno produrre e remixare dai Future Sound Of London, anzi: dagli Amorphous Androgynous. Apice del genio di Vangelis e prove tecniche di colonne sonore. Chiude Break ed è ancora un gran sentire, la voce di Sideras porta dalle parti di certo pop da spot televisivo, come una innocua pubblicità della Badedas.

666 non mostra una crepa o una ruga, né un segno di cedimento dato dal tempo, si libra in un punto imprecisato dato dallo scorrere dello stesso, in una nuova dimensione a latere e priva di coordinate. Fasci di elettroni e partiture che ne certificano la qualità di capolavoro misconosciuto ai più. In 666 c’è l’atomo, il cuore e la madre ma vi sono innumerevoli altre invenzioni che verranno riprese un po’ ovunque, senza citarne la fonte. E – soprattutto – è un disco tutt’altro che prog.

Se per voi la musica rock è una Bibbia, questi Vangeli(s) apocrifi non dovrebbero mancare sul comodino. Un versetto ogni sera prima di coricarsi vi condurrà alla luce, anche se sono le cinque del mattino e cammino attraverso le strade vuote. Thoughts fill my head but then still no one speaks to me, my mind takes me back to the years that have passed me by. Ogni serranda di barbiere mi riporta alla triade Papathanassiou, Sideras e Roussos. E ai loro peli.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #24

Superstar18 Carat (Camp Fabulous, 1994)

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Scozia, sempre un bel posto se vuoi fare pop chitarristico condito da malinconie assortite e arrangiamenti vaporosi, figuriamoci in quella sbornia d’inizio novanta. No? Joe McAlinden in quegli anni è già una mezza personalità a Glasgow avendo fatto parte dei Groovy Little Numbers, dei Boy Hairdressers e – soprattutto – dei BMX Bandits; apprezzato e stimato musicista chiamato pure a corte dei Teenage Fanclub in guisa di arrangiatore essendone amico dai tempi della scuola. Non un pezzo grosso della tumultuosa scena autoctona ma certosino amanuense capace solo (solo???) di sfornare canzoni e arpeggi chitarristici, multistrumentista che preferisce corde e tasti alle parole per espiare peccati o raccontare storie. Ne racconta talmente tante che persino la Creation si scomoda – nel 1992 – per annettersi i Superstar, la nuova creatura del nostro, pronto a chiamare in causa nel progetto Mark Hughes (proveniente anch’esso dai Groovy Little Numbers), Neil Grant e Raymond Prior. Tre carneadi (il terzo finirà nei Telstar Ponies) lesti a dar manforte. Greatest Hits Vol.1 si chiama l’esordio dato alle stampe dalla prestigiosa etichetta. Il titolo confonde e la miscela pure; 6 brani che non quagliano molto e anzi abbandonano subito le forti braccia di Alan McGee per accasarsi altrove in una transumanza che non ha ancora trovato la quadratura del cerchio e dello spartito. Non fa molto meglio Superstar (1994) che – sebbene su minuscola SBK Records – ha la corazzata Capitol alle spalle. Pare già finita e non lo è, come mille altre storie con le quali si è lastricata la storia del pop. Ma qui vi è un motivo preciso e fisiologico: troppo umbratili le composizioni dell’uggioso scozzese, sempre a latere rispetto al ‘glamore’ Suede o alla fenomenologia brit pop che comincia a sgomitare nelle classifiche. Cinque anni di carriera e nessun vero riscontro nonostante l’appoggio di due etichette tra le più quotate del pianeta, roba da distruggere i sogni di gloria di qualsiasi musicista. Non di McAlinden, che – dopo uno stop di 24 mesi – rimpolpa la formazione con Jim McCulloch (proveniente dai Soup Dragons), Quentin McAfee e Alan Hutchinson. Quest’ultimo già collaboratore di Alex Chilton. Girandola di nomi che potrebbe sembrare a vuoto, inutile tentativo di pescare nel mucchio, ma si rivela scelta vincente, fosse solo per levigare e rendere preziose le composizioni del nostro. Il risultato? 18 Carat.

Facciamo un salto indietro. O a latere. 1997. Forse in assoluto l’anno in cui ho comprato più dischi in vita, emigrante delle sette note pronto ad affrontare dispendiosi nonché faticosi avanti e indrè verso il Vallo di Adriano. Anno cruciale quello, da qualsiasi parte lo si voglia prendere e non solo per la morte di Billy MacKenzie (gennaio, ero giustappunto in quel di Londra) o di William Burroughs (agosto, ero giustappunto boccheggiante) ovvero due cardini della mia esistenza, ma anche per tutta una serie di vicissitudini personali comunque noiose e di nulla importanza in queste righe. Come che sia quello era l’anno di Mr. Cd, vetrinetta minuscola in quel di Soho dove – con cadenza quasi oraria – arrivavano casse di promo ad un prezzo irrisorio, un buon termometro per farsi un’idea di cosa stesse succedendo all’interno dell’industria musicale britannica o anche solo per passare pomeriggi in una sorta di trance agonistica. Centinaia di uscite, di nomi assurdi, di progetti, di cd single buttati dentro ad uno striminzito cartone e affidati alla corrente, quasi fossero messaggi in bottiglia. Fatica e dovere che assolvevo due volte al giorno, tra un salto a Cheapo Cheapo e il pellegrinaggio ai vari Record And Tape Exchange (Selecta no, Selecta era servita solo per prendere un determinato ellepi, do you know what I mean?). È lì che mi imbatto nei Superstar, in un imprecisato momento di un pomeriggio pieno di sole e di entusiasmo.

Folla sgomitante, una serata a Chalk Farm in arrivo e l’aria autunnale e romantica dell’omonimo singolo che si spende e spande lungo tutto il negozio, immobilizzandone le gesta. Magari non di tutti – parecchio materiale umano era affaccendato a squirtare gridolini su Bjork – ma le mie sì. Qualcosa che colpisce lungo l’aorta, qualcosa che ha la dimestichezza e il perimetro dell’amore quando si rivela e che ti costringe a chiedere lumi al solito commesso scorbutico. L’emaciato capelluto mostra una anonima copertina ornata da un altrettanto anonima scritta recante la dicitura Superstar. Quindi? Quindi niente, l’odiosa mezzala di ‘stocazzo lo ributta nella pila senza dire una sola parola, palesemente scocciato. Non sai se è il titolo, la band o chissà cos’altro. Non lo sai ma ti fidi e torni alle pile e alle scaffalature, certo di trovare il Sacro Graal o – almeno – quel singolo. Nel frattempo (cosa rarissima per una canzone udita in mezzo ad un pubblico infoiato) una lacrima furtiva circumnaviga il tuo corpo cercando una via d’uscita. Quelle chitarre, quel giro chiesastico di tastiere, quella batteria funerea e quella voce imprecisata, sepolta da un missaggio eccentrico e da un riverbero che solo gli abbandoni ti fanno udire, beh… Quella canzone ha ampiamente fatto breccia, trovando il pertugio per l’evaporazione della lacrima di cui sopra. Deglutire è sempre una buona via di fuga quando sei sbattuto al muro.

Guardo gli amici, protesi verso altezze delle quali andar fiero, pronti a setacciare singoli dei Bis, dei Super Furry Animals, dei Death In Vegas, dei Black Grape, dei Prolapse, dei Silver Sun, dei… Oh, che importa quando improvvisamente scorgi la costina ad alzo zero? È lì, tra un Elcka, un Jocasta e un Subcircus. Faccio poker annettendomeli tutti, certo di assolvere al mio dovere. In cassa l’emaciato lungocrinito regala una smorfia snob e – mentre al sole frizzante dell’imbrunire – accendo una sigaretta in attesa dei ragazzi, penso che mi verrebbe voglia di schiaffeggiarlo con la lacrima di poc’anzi, quel coglione. Chi ha il pane non ha i denti, piccolo e arido britannico che passi le giornate a impilare dischi dei quali probabilmente ignori l’afflato emotivo. Hai tanta roba che ti passa tra le mani, ma vorrei sapere quanta ti si sofferma sul cuore, con quella faccia da Slipknot che ti ritrovi. È solo quando ritorno a casa che dimentico la spocchia e il volto di quel Paperoga saccente, ma non posso ricacciare indietro la lacrima britannica mentre Superstar prende vita nel lettore e vi scopro pure un Robin Guthrie Melody FM Mix reso secco come l’aria del deserto mentre sogni il vapore acqueo.

Scoprirò molto altro, con il tempo: scoprirò che quel singolo si è inerpicato con fatica fino al numero 49 delle classifiche inglesi prima di scomparire in un anonimato crudele, scoprirò che persino Rod Stewart ne è stato colpito a tal punto da magari non farci una lacrima ma una cover sì (inserita in When We Were The New Boys, del 1998). Scoprirò una discografia parca ma di difficile reperibilità. Servirà un altro viaggio e l’arrivo di Amazon e Discogs per completare lei e chiudere per due lustri i miei approcci con l’Albione.

Però una cosa voglio dirla, e quella cosa si chiama 18 Carat. Un disco che consta di soli sette brani ma che risplende esattamente come tutti i carati chiamati in causa. E se del singolo s’è detto, arrotondandolo per estremo difetto dacchè meraviglia umbratile e sorniona che ti annienta come un Al Stewart arruolato nei Cocteau Twins o un Mick Ronson in osmosi con i Josef K. Onde di chitarre e di Breathless caduti di faccia sulla Sarah Records, sei corde ruggini iniettate di kryptonite ed effetti, echi di armonie lontane e una voce che spazza l’orizzonte, proveniente da sottocoperta, tra legni, carne essiccata e funi, mentre navighi in mare aperto. Che meraviglia figlioli, e come si vede nettamente terra, da qui. Quanto vorrei rivivere l’esatto istante in cui si rivelò dentro quello sgabuzzino in giorni che ancora si potevano appellare sereni e privi di paturnie. Lo sto riascoltando giusto ora, quasi in loop, richiamando a raccolta quella lacrima datata 1997 e soffermandomi sulla cristallina produzione di Dave Anderson, uomo già seduto in regia di Orange Juice, Al Green, Fine Young Cannibals, Ocean Colour Scene, David Gray e Sundays. Le armonie alla Brian Wilson che surfano sulle fredde baie di The OK Corral e il muro del suono chitarristico che come un onda giunge a riva in Why Oh Why, eretta con i Geneva immaginati sullo sfondo. It Feels So Good To Be With You ha qualcosa da insegnare a Dog Man Star e This Is Hardcore mentre Bumnote chiama a raccolta tutta la scena scozzese, che si veste a festa per rendere omaggio con chitarre, Big Star e pane azzimo. E poi Bad Hair Day a lambire di un soffio la perfezione del singolo, un Neil Young che si fa Bacharach indie prima di condurci alla fine, ovvero Little Picture. Nostalgica elegia edificata in punta di pianoforte con il naso rivolto verso una West Coast immaginata sui mari del nord, magari tra un Elvis Costello e un Elton John pre alopecia.

Che altro ti serve quando settembre si avvicina?

Ci saranno altre cose in casa McAlinden prima di chiudere l’avventura delle Stelle, alcune interessanti (Palm Tree, dove si puote nuovamente trovare la meraviglia Superstar), altre meno (Phat Dat).  Da qualche anno il nostro si diletta con i Linden, banda senza infamia né lode patrocinata da un altro scozzese famoso: Edwyn Collins. Quella lacrima, nonostante tutti i richiami possibili, non si è più palesata. Ma non dispero.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #23

Genesis… And Then There Were Three… (Charisma, 1978)

Ci vuole una discreta dose di coraggio per parlare di certe cose. Coraggio che va trovato dentro di noi, racchiuso da qualche parte, in scrigni inaccessibili protetti da una spessa coltre di pudore. Merce rara e pregiata che – mi è stato insegnato – non andrebbe mai esposta a facili consensi.
Cavatela con quello che hai, ragazzo, senza cercare facili scorciatoie” era un mantra inculcato dalla più tenera età, ‘che i paracaduti sono imprescindibili certo (non so se mi spiego), ma se riesci ad atterrare privo di quelle mutande di tela allora puoi andare ovunque. Senza mascherarmi per una imbarazzante versione di Karl Ove Knausgård però almeno una volta nella vita un atto di profonda catarsi è cosa buona e giusta, fosse solo per ‘vedere e dire a tutti l’effetto che fa’. Che poi – incidentalmente – questo disco dei Genesis sia (almeno per me) merda purissima, privata delle uniche due sagome a me simpatiche (Hackett e – ovviamente – Gabriel) non ha importanza e vi pregherei di non prendermi troppo sul serio, che il dolore è la cosa più comica che esista, una volta che l’hai superato. È un disco che mi cozzò contro proprio all’uscita e che funestò uno dei periodi più duri della vita. Oh, ma… Niente storie dickensiane, sia chiaro, ognuno di noi è lastricato di sofferenza, l’unica cosa davvero democratica di queste sporche vite a cottimo. Dolori, lutti, crucci, scelte difficili, inciampi. Spesso inestricabili e che cercano continuamente di venire a galla, liberandosi da quello scrigno che – ad ogni passar di luna – diventa simile a un macigno.

Follow You Follow Me la udii da una radiolina scassata in una vetusta trasmissione radiofonica della zona, condotta da un improbabile seguace delle Heart. Le Heart! Una delle band più inutili dell’intera storia dell’umano ingegno, roba che i Texas potrebbero tranquillamente assurgere al rango di novelli Kinks, al confronto. Eppure quel compassato speaker non mancava mai di magnificare l’operato delle sorelle Wilson, proponendo intere facciate, memorabilia, curiosità, continui aggiornamenti sui tour e tutta la letteratura a loro ascrivibile. Due coglioni immensi. Ma io ero lì, abbarbicato a quella radiolina minuscola in precario equilibrio sul tavolo, mentre tentavo di studiare geografia o la nascita della lingua Occitana. Ostinato e caparbio nel cercare di trovarlo simpatico e farselo – per necessità – amico. Il giorno che trasmise il nuovo singolo dei Genesis pioveva a dirotto, un giorno qualsiasi di un autunno davvero duro da superare; mi alzavo continuamente dalla seggiola, incapace di concentrarmi e innervosito da quegli spifferi che entravano da una finestra che aveva visto secoli migliori. Ero a casa da solo, come ormai succedeva da mesi, stritolato da subdole febbriciattole – oggi posso raccontarne con cognizione di causa – probabilmente di origine psicosomatica. Mio padre stava morendo. Accanimento terapeutico lo si chiama con una punta di civetteria oggi, per non appellare le cose col proprio nome. Accanimento terapeutico. Terapeutico, già. Come no. Evito i dettagli più intimi della malattia (vissuta quasi interamente in casa dopo alcuni soggiorni ospedalieri) ma ricordo benissimo il momento in cui venne condannato a morte: mi aveva accompagnato a fare degli esami per tentare di scoprire la natura di quelle maledette febbri, cogliendo l’occasione per sottoporsi ad un check up perché ‘mi sento un po’ fiacco da qualche tempo e ho continui dolori intercostali’. Un uomo forte e robusto di oltre un metro e novanta non poteva essere fiacco, ne andava del proprio ruolo sociale al bar, che diamine! Ricordo benissimo tutto come fosse stamani. Ricordo che uscii dall’ambulatorio e la dottoressa fece un segno a mio padre: “entri, dobbiamo parlarle”. Follow You Follow Me, proprio.

Da quel momento partì una tregenda ingestibile dacchè il verdetto non lasciava scampo: tre mesi. Una stagione, come le foglie. Un metro e novanta d’uomo barattato con una stagione. Non ci fu bisogno di grandi parole tra noi. Eravamo adulti no? Ero un ometto e avevo capito tutto. Ci guardammo in silenzio. Lo vidi cupo fumare l’ultima sigaretta prima di gettare il pacchetto; il desiderio finale di un condannato a morte, probabilmente. Non disse una sola parola. Dopo qualche giorno era già in ospedale a far da cavia, captai da mezze parole come fosse stata una scelta personale; non vi era speranza ma almeno che quegli esami – invasivi, certo. E dolorosissimi per l’epoca – e quell’operazione effettuata per studiare l’aggressività del male, potessero servire a qualcosa, in futuro. Magari proprio a me. Ripeto, lungi da farne uno spaccato dickensiano, la vita continua e spesso è edificata proprio sulle scomparse altrui, che ti sedimentano dentro e fan da fondamenta per quei domani che corrono sempre troppo veloci. Ne erano passati quattordici di mesi il giorno in cui Follow You Follow Me interruppe la dittatura delle Heart. Quattordici mesi e ancora resisteva, strenuamente e caparbiamente. Ne aveva da erodere quel nemico, prima di far cadere in ginocchio un uomo di quella stazza che non voleva darsi per vinto. Gliene rimanevano ancora nove davanti, ma nessuno poteva saperlo. Il pomeriggio del nuovo singolo dei Genesis avevo compreso tutto da tempo, senza farmene una ragione ma – almeno – il quadro clinico e un futuro incerto mi erano ben chiari. Paradosso vero? Aver chiaro un futuro incerto. Sarebbe stato pianto (poco, avevo fatto la scorza) e stridor di denti. L’incipit di quella canzone ebbe il merito di sigillare quel momento per sempre; che poi incidentalmente fosse anche una signora canzone per me – allora – non aveva importanza. Ne assimilai ogni goccia, simile a quella pioggia che non voleva cessare di battere sui tremuli vetri. Eppure odiavo Phil Collins, odiavo la faccia da Cocker Spaniel di Rutherford, odiavo la mediocre mancanza di carattere di Banks. Odiavo la prosopopea dei vestiti da fiorellino di Peter Gabriel. Parliamoci chiaro: non potevo prendere sul serio uno che si vestiva da margherita. Now I Wanna Sniff Some Glue, mica ballare il Foxtrot.

Odiavo tutto, mi sa. Ma ne avevo ben donde. Su Follow You Follow Me quel pomeriggio crollai. No, nessuna tragedia o sceneggiata, pure se sarebbe stata giustificata eccome per un imberbe pischelletto costretto a relazionarsi da subito con la solitudine, ma crollai. Venni a patti con il senso della perdita e mi entrò dentro, radicandosi. Lo fece proprio su un singolo tratto da un disco di merda. Ma non siamo noi a sceglierci le canzoni, spesso avviene il contrario. Grazie a Dio. E mi sento, ora, di chiedere scusa a tutti quei seguaci dell’agnello sdraiato su Broadway. Non me ne vogliate, ero figlio di quella terra di mezzo di elfica memoria. Troppo giovane per averli apprezzati nel loro momento di massimo fulgore, troppo vecchio per – un domani – poter approcciare la rivalutazione postuma di quei progster mielosi. I Genesis sono stati l’esatto volto del nemico, la truppa avversaria da spazzare via a colpi di maglio e di Mosrite. Il marciume che aveva reso puzzolente un intero pianeta sonoro. Eppure ero lì, aggrappato alle terzine di quelle tastiere e alla voce del già canuto Collins: stay with me, my love I hope you’ll always be right here by my side if ever I need you. Vacca boia ce lo aggiungo io.

Me lo feci prestare dopo qualche tempo quel long playing, molto dopo. Ben oltre i nove cruciali mesi, per essere preciso. Non credo di essere mai riuscito ad ascoltarlo per intero una sola volta, fermandomi quasi sempre alla sega primaria dell’iniziale Down And Out, che – riascoltata – oggi mi farebbe rivalutare gli Asia. Una fatica immensa quel disco, un marshmallow nauseante, una pomposa masturbazione tastieristica, una fatica spezzata da vaghi ricordi di Undertow (graziosa la penna di Tony Banks) e dal profumo postumo di Ballad Of Big, che scopro già prova tecnica di Invisible Touch (e così Scenes From A Night’s Dream). Saltavo sicuramente Snowbound e la sua solita pomposità piena di glutine per arrivare al tormentone strappamutande. Ecco, mi fermerei anche qui visto che … And Then There Were Three… è il più bel disco che odio e si tiene in vita solo grazie al singolo di poco sopra. Tenne in vita anche me, sono sincero, dandomi un momento esatto a cui poter attraccare ogni volta che la vita mi avesse messo davanti un ostacolo. Hai superato Follow You Follow Me e tutto quello che a lei era collegato; adesso puoi superare tutto senza menartela tanto, coglione.

L’incipit di La Mia Lotta di Karl Ove Knausgård è chiaro, conciso, talmente banale da rasentare una geniale stupidità: per il cuore la vita è semplice: batte finché può. Poi si ferma. Cuore. Heart. Le Heart, chissà se battono ancora i palchi, se tormentano degli imberbi adolescenti, se hanno ancora seguaci così caparbi nel proporle alla radio. Ma anche i Genesis non furono degli sciocchi titolando il disco …E Così Rimasero In Tre…, quasi fosse un monito e un epitaffio del loro epocale cambiamento. Noi rimanemmo in due invece; il cuore di mio padre si fermò l’undici agosto del 1979. L’album non l’ho mai comprato.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #22

Marxman33 Revolutions Per Minute (Talkin’ Loud, 1993)

Lo sapete riconoscere un bel disco? Sempre? Tutte le volte che vi capita sotto le mani o le orecchie? Siete sicuri? Oppure avete bisogno di lasciarlo decantare, prendere aria, iterarne gli ascolti? Dipende dal disco, risponderebbero i sapienti, con mucho gusto e altrettanta ragione. Che mica sempre gli amori si palesano con colpi di fulmine, e anzi: meglio qualcosa che ha bisogno di tempo per germogliare, innestando radici, sia una donna o qualche solco. Ognuno di noi ha le proprie innumerevoli liste (di dischi, non di donne) ma – sovente – in queste liste i Marxman non vi entrano.

Ed è strano assai visto che, in quel 1993, per un infinitesimale istante sembrarono (e furono) la risposta anglo-irlandese ai Public Enemy. Virata pop celtico. Agguerriti, arrabbiati, pronti a farsi bannare dalla BBC per Sad Affair, brano contenente il motto che ogni britannico ha imparato ad odiare negli anni: “tiocfaidh ár lá“, ovvero null’altro che lo slogan dell’IRA. E invece quei primi anni novanta erano giorni di distensione sonora, di fraseggi e unioni armoniche tra le più disparate. Di proclami guerrafondai affrontati con un certosino gusto pop, la mano tesa e una miriade di produttori. Proprio come questo 33 Revolutions Per Minute (a proposito: c’è mai stato un titolo più bello?), arrivato come una meteora cantata da un angelo (c’è la Sinead su Ship Ahoy, ricordatevelo) e altrettanto velocemente sparito nel cosmo dopo un ulteriore prova (Time Capsule) datata 1996. Altri tempi, e hai voglia poi a dire che lo sciocco guarda il dito anche durante l’eclissi visto che ora persino l’ultimo giannizzero della bachata ha 12 album alle spalle e una miriade di singoli. Liquidi. Solo sette in carriera invece per i Marxman (e nuovamente a proposito: c’è mai stata denominazione sociale più bella? Forse sì, ma pure questa non scherza). Sette singoli, tre dei quali estrapolati da questo esordio pressoché perfetto. E quanto eravamo entusiasti e grati a queste nuove sonorità che si palesavano per l’aere come un matrimonio misto, dove gli Shamen viravano dalla psichedelia all’elettronica senza sembrare opportunisti; dove Gary Clail bruciava immolandosi con uno dei dischi più belli dell’intera storia britannica (Emotional Hooligan); dove gli Orb ridisegnavano l’UFO Club; dove la On-U Sound si apriva al mondo vestendo di nuovo come le brocche del biancospino il ritorno di Little Annie (Short And Sweet. Favoloso per non dire immenso). Quanto fu rivoluzionario quell’impeto danzereccio virato in mille salse, quanti mondi ci diede l’opportunità di conoscere, quanto ci aprì – in definitiva – gli occhi con uno di quei giochini da cruciverba emotivo che, con un unico filo, univa i puntini da God Save The Queen a Firestarter rendendoci consapevoli che – forse – c’era stata più rivolta incontrollata in un qualsiasi white label degli Shamen passato allo Shoom che in tutti i mariachi col pugno alzato e la chitarra belluina dei Rage Against The Machine. Oppure no, ma era comunque bello confondersi.

Cotanto senno invece non attecchì, sembrando soltanto l’ultima moda in fatto di meretrici ritmici, qualcosa da batterci il piedino il venerdì sera con una pinta in mano (non c’erano ancora le aperiminchie tutto chiacchiere e latino-americano). Ma quanto armeggiavo con questi suoni, dentro una camera che pareva un Loft di Mancuso campagnolo e in seconda, provvisto di 12” sparsi per terra, cavi, giradischi spaiati e un mixer di legno (giuro!) che sembrava provenire dagli scontri di Stonewall tanto era vetusto. Aveva solo due canali e mi era costato 70.000 lire, il decennio prima. Lo considero ancora come il decino di Paperone e nulla al mondo mi toglie di dosso quel sapore di tavole fumose, vinile gracchiante, liquido per pulire i solchi e copertine appiccicate dal caldo. Da farci un profumo alla Davidoff solo per noi, vecchi bacucchi del vinile che ancora innalzano barricate a tutte le pubblicità Vodafone con la scosciata di turno. Ridateci Britney, che almeno cantava Toxic.

Ma sto divagando.

Sto divagando quando invece mi piacerebbe riaccendere quella febbrile ansia positiva che ci colpiva su ogni disco pronto a portare più avanti (o di lato, che così non offri mai la schiena al nemico) la nostra idea di rivoluzione. Che accadeva 33 volte al minuto. RPM, giusto. Invece mi sento come uno di quei coglioni alle Termopili, uno inutilmente indaffarato a mettere le dita nei buchi della diga. Un giapponese nascosto nella foresta, 25 anni dopo la fine della guerra. Un coglione, l’ho detto. E così spero di voi, assicurandovi che – alla fine – è un complimento. Perché nessuno ci toglierà mai quel batticuore, quella voglia di scoprire ed informarsi, quella fatica (anche fisica) che si doveva mettere in atto per recuperare e poi comprendere un disco. Pesano i dischi, accidenti. Pesano un botto, non ci stanno sull’iPhone, non hanno un suffisso punto wav, necessitano cure e non li puoi eliminare con control alt canc. Te li tieni, a monito e futura memoria di cosa eri in quel determinato passo della tua esistenza. E anche se siamo di bocca buona, abbiamo scheletri negli armadi (talvolta vere e proprie salme) e siamo affetti da lune nostalgiche e sciocche retromanie quanto avremmo bisogno oggi come oggi di quei tempi, fosse solo per stringerci come legione romana dinanzi a “gli ultimi posti in aereo storie di palme nel cielo foto con l’hashtag io c’ero andale, andale portami giù dove non si tocca dove la vita è loca andiamo a ruota questa notte è nostra faremo come il vento da 0 a 100”.

Farei anche io come il vento, un ghibli rovente che deterge e cauterizza stando attento, ma non mi è concesso perché lo chiamano progresso. Lo so fare anche io il rappettino, stronzetta. Rap prima di te. Posso invece solo fare come il giapponese e fingere di non aver perso la guerra, magari ascoltandomi ancora e ancora – in loop – cotanta meraviglia chiamandovi tutti a raccolta. Da 0 a 100.

Oisin Lunny e Hollis Byrne erano i Lenin e McCarthy dell’hip hop isolano, pronti a salpare sulla scialuppa marxista prima di autoaffondarsi in mare aperto, resistendo alla tentazione del riciclo o del recupero. Non vi saranno altre note, band o progetti da parte della coppia, con il primo pronto a dedicarsi alle colonne sonore (Derailed consta di un suo pezzo) e il secondo sparito in un anonimato coatto. Così si fa, altro che ‘mille e non più mille’. Eppure quanta roba sono riusciti a stivare in quella scialuppa chiamata 33 Revolutions Per Minute, a partire dall’hip hop balcanico e celtico di Theme From Marxman, traccia che apre il disco con impagabile sagacia (Here to break necks and make socialist sex I flex like Marc Bolan from T.Rex) e che passa il testimone a All About Eve, altra meraviglia che unisce in osmosi il campione di High Steppin’ Hip Dressin’ Fella delle Love Unlimited innestandolo su uno Stevie Wonder d’annata (I’d Be A Fool Right Now). Stupeficio da anime candide, che siano Soul II Soul o De La Soul. Non porta una ruga addosso e non ha nemmeno bisogno di chirurgia plastica tanto è perfetta di suo. Father Like Son spinge sulla frizione della protest song in bilico su tempi grami, che siano stati di John Major, della Guerra del Golfo o dell’ex Yugoslavia. Mantra metallico che sa sì da Al Stewart ma posto sotto ipnosi da Chuck D. Mi entusiasmo ancora per questi 10 brani, e come potrei non farlo quando si palesa Ship Ahoy, forse uno dei 5 singoli più importanti degli anni novanta. Quattro minuti di perfezione assoluta dove cozzano balli irlandesi, Van Morrison, i Massive Attack e un bhangra rap. L’impossibile che si fa divino. Hip Hop che diventa ‘altro’ mutando pelle e riflessi mentre i quattro (oltre a Byrne e Lunny sono della partita anche MC Phase e DJ K One) gettano macchie di colore su una tavolozza intonsa proveniente da altri tempi. Sublime come il fiato sul collo di notte in riva al mare, sventolando una bandiera del cuore ad una nave che non arriverà mai. Sarebbe difficile far di meglio dopo cotanto senno e invece Do You Crave Mystique s’innalza alle stesse altezze rarefatte. Proveniente dalla penna di Gladys Shelley, trasmuta la grande tradizione orchestrale americana in un Unfinished Sympathy alla Prince. Prodotto da Barry Manilow, però. Sad Affair alza il livello dello scontro tramite un proclama contro la dominazione inglese in Irlanda. Invettiva durissima, sputata e spietata che i nostri incollano al muro con un retrogusto trip hop così barricadero da rimanerci incollato anche tu. Droppin’ Elocution sarebbe stata bella indossata da Lee Perry o Dr. Alimantado con quelle ritmiche aride e disossate (Revolution is not anarchism not cynicism or an anachronism there’s isms and schims, the cast iron prisms). Un po’ Consolidated un po’ no. Dark Are The Days percuote flauti e vero hip hop tramite l’innesto di Leroy Quintyn (già collaboratore di Chaka Khan) mentre Drifting è un acid jazz che avanza come una pantera di notte, in cerca di copule tra amanti. Curvilineo, sensuale e prodotto – pensa un po’ te! – dai Gang Starr. Chiude Demented ed è un ottimo sigillo di classico hip hop dinoccolato.

Mi sembra meno amaro questo sole acido e incattivito dal suo continuo roteare dopo l’ascolto ripetuto dei Marxman e – sebbene sia passato un quarto di secolo – non ho perso la speranza di un mondo ‘altro’ e non allineato. Un mondo con pochi scarti sociali e ancor meno umani. Magari non serviranno 33 rivoluzioni per cambiarlo, ‘che una ben assestata basta e avanza. Fatelo vostro se amate celarvi all’urlo belluino della folla, se vi piace sezionare le parole col coltello invece di gettarle alle ortiche o solo agli sciocchi, 33 Revolutions Per Minute rimane ancor oggi una risposta forte e decisa; una risposta sociale, emotiva, marxista. E geografica dacché continua a dimostrare che anche Dublino poteva essere Bristol.

Dica trentatrè.

Michele Benetello