I dischi che piacciono solo a me, credo #29

VV.AA.Hybrid Kids – A Collection Of Classic Mutants (Cherry Red, 1979)

A me sono sempre piaciuti i matti, quelli veri. Sono, in un certo qual modo, rassicuranti nel loro mondo a più dimensioni fatto di verità a noi ancora ignote. È che sovente ho difficoltà a riconoscerli, non sapendo se ci sono o ci fanno, ma – seguendo un semplice assioma – se mi instillano il dubbio tanto a posto comunque non devono essere. Li chiamo ‘matti’ ma avete capito; intendo quelli pieni di spifferi e dirupi; quelli che ad ogni sputar contro rispondono con un sorriso ed una alzata di spalle, incapaci di comprendere il gesto. Quelli che fanno e facevano harakiri per non dare un dispiacere al nemico. Quelli che la favella non la trattengono ma se la rivoltano contro, che non premeditano e sono viscere anziché intelletto, ‘che troppa testa fa male e fa male alla testa. Quelli lì. Non gli eccentrici esibizionisti alla Marina Abramovich, ego buttato nell’acqua calda, robaccia fine a se stessa spacciata per ‘qualcosa’ giusto per strappare qualche gridolino orgasmico ai vernissage finemente ingioiellati. Roba da teste d’uovo, Pinhead col capello pazzo, il lupetto nero, un copricapo eccentrico, Karma Police in cuffia e il flute in mano, gente che non ha mai bevuto una Kambusa One, l’amaricante. O un Punt e Mes. Quelli del: ‘Ah! Il montaggio analogico!”. Lo gradisce un prosecchino?

I matti, i visionari; quelli timidi che rifuggono dal mondo e da questo ne vengono ricambiati. Gente bizzarra, balzana, stravagante, insolita, bislacca, strampalata, dalle immense possibilità artistiche, controllate controvoglia e dissipate in uno scientifico disintegrare e occultare. Personaggi (vivi o morti, poco importa, importa quello che ci hanno lasciato) di cui si sente parlare raramente, volutamente nascosti in un sottobosco nel quale sovente si deve rovistare con caparbietà per trovarne tracce. Sono sicuro abbiate una pantagruelica lista anche voi, magari comprendente Kevin Ayers, Gary Clail, Paul Quinn, Jayne County, Peter Blegvad, Pete Astor, Anthony Adverse, Peter Godwin, Al Comet, Isabelle Antena, Meira Asher, Bram Tchaikovsky, Martyn Bates, Thomas Leer,  Berntholer,  Billy MacKenzie, Herbie Mann, Luke Haines, Gavin Bryars, Harold Budd, Martin Newell, Ed Ball, Bernard Szajner, Terry Hall, Joe Tex, Harry Thumann, Louis Tillett, Bill Drummond, Amon Tobin, Wreckless Eric, Zeus B. Held, Vinny Peculiar, Dominic Sonic, Jean-Claude Vannier, Ann Steel, Louis Eliot, Kim Fowley, Judie Tzuke, Andy Votel, Karen Dalton, Billy Childish, Dan Treacy, Boyd Rice, Jona Lewie, Little Annie, Rudolf Rocker, Mathilde Santing, Andrew Poppy, Bill Pritchard, Poly Stirene, Eleanor Rigby, Paul Simpson, Klaus Nomi, Anna Domino, Bill Nelson, Paul Roland, Sondre Lerche, Vic Godard, Bill Sharpe, Phil Schoenfelt, Virna Lindt, Robert Gordon, Paul Haig, Garland Jeffreys, Pat Fish, Mantronix, Elton Motello, Honey Bane, John Howard, Rachel Sweet, Ute Lemper, David Holmes, Danielle Dax, Virginia Astley, Natacha Atlas, Cath Carrol, Shuggie Otis, Cassell Webb, Beaumont Hannant, Robert Haigh, Tim Hardin, David Harrow, Julie Covington, Richard Hawley, Kevin Hewick, Richard Jobson, Jay Jay Joahnson, John Moore, Cha Cha Cohen, Guy Chadwick, Charles Augins, Anita Lane…

… e Morgan Fisher, ad esempio. Uomo che non ho mai saputo incasellare e per questo m’ha sempre intrigato assai. Hybrid Kids lo acquistai quasi inconsciamente con la mia ignoranza adolescente (virtù che mi porto ancora appresso). Usato, tenuto malissimo ma ad un prezzo invogliante; ne fantasticavo new wave alla Devo, esorcismi Wire, faretre X Ray Spex. Del resto il titolo conduceva da quelle parti, no? Che ne sapevo di dove buttavo i miei sudatissimi soldi? Morgan Fisher era un bel nome e me lo immaginavo nella formazione degli XTC (ci sarebbe stato benissimo, a ripensarci) o a produrre gli Squeeze. Insomma, ero limitato e grandissima fu la delusione al momento di mettere sul piatto quella gracchiante marmellata. Cazzo di roba era, quella? Marcette da cartoni animati? Prese per il culo belle e buone? Esperimenti sociologici della BBC? Dove cazzo stava il rock, il post-punk, la new wave? Non c’era nulla di nulla, manco una reminiscenza Boston o un onanismo Yes. Nulla. Ruttini dopo la porzione di latte in polvere, ecco cos’era. Mi incazzai di brutto, io volevo – se non Spizzenergi – almeno qualcosa che avesse una struttura conosciuta, che mi facesse sentire al sicuro, qualcosa in cui riconoscermi. Hybrid Kids diede una spallata menefreghista a tutte le mie convinzioni, facendomi vacillare. Lo accantonai. Quei pochi fogli da mille erano stati buttati al vento; certo non era la prima volta e sicuramente non sarebbe stata l’ultima, ma questa bruciava più di tutte. Dovetti aspettare qualche anno, centimetri di polvere a depositarsi sopra quella copertina slabbrata e consunta e la consultazione – cartacea – di qualche enciclopedia rock per scoprirne la genesi, ben prima che Google assolvesse al suo compito. Scoprii Stephen Morgan Fisher come uomo proveniente dal rhythm and blues, tastierista eccentrico e deviato conosciuto principalmente per la sua militanza nei Mott The Hoople ma dimenticato con i Love Affair quando – appena diciottenne – ottiene un numero uno nella classifica inglese tramite Everlasting Love. E ancora Third Ear Band e  British Lions (supergruppo sorto dalle ceneri degli Hoople). Pronto – addirittura – ad accompagnare i Queen in tour nel 1982. L’avessi saputo allora avrei buttato quei fogli da mille nel letame, dimostrando invero la mia stoltezza. Avrei dovuto informarmi, chiedere, setacciare il setacciabile, ma il buco del culo del mondo espelle solo scorie, spesso manco digerite, quindi dovetti far di necessità virtute. Mi mancava un pezzo fondamentale del puzzle, per venirne a capo, ovvero quel Miniatures – uscito in sordina nel 1980 – contentente 51 (cinquantuno!) abbozzi di brani da gente quale Residents, John Otway, Robert Wyatt, Fred Frith, Lol Coxhill, Robert Fripp, Andy Partridge, Quentin Crisp, Trevor Wishart, Hector Zazou, Ivor Cutler, Dave Vanian, Half Japanese, Simon Jeffes, Mark Perry, Michael Nyman, David Cunningham, Kevin Coyne, Etron Fou Leloubran, Pete Seeger.

Riprendo fiato per dire che, probabilmente, un disco simile sarebbe stato il colpo di grazia tanto suona alieno ancor oggi, soprattutto per la fatica di raccogliere a corte artisti così disparati. Ma erano altri tempi, e – giochiamoci la carta dei luoghi comuni – tempi in cui poteva accadere davvero di tutto, persino che io gettassi sudatissimi soldi. Miniatures m’avrebbe ammazzato con la sua didascalica voglia di sparigliare le carte, tagliandone gli angoli affinchè ci facessero sanguinare all’atto di gettarle sul tavolo. Brandelli di suono cesellati come quarzo e gettati nelle saline a disgregarsi. L’attesa come stile di vita e ogni cosa a suo tempo (che è sempre galantuomo, bene sottolinearlo), questo avrei dovuto capire. Come che sia Hybrid Kids rimase almeno due lustri negli angusti scaffali dell’epoca. Poi un giorno decisi che avrei dovuto scenderci a patti se volevo progredire e proseguire verso tutto il sommerso che mi attendeva; quel disco avrebbe potuto essere una buona base di partenza verso l’ignoto, tanto più che già l’avevo in casa. Rimasi nuovamente basito nell’ascoltare quell’eccentrico panegirico, farina dell’intero sacco di Fisher, pronto a spendersi nei 13 brani a lui interamente ascrivibili. Certo, le denominazioni di fantasia abbondano, e vi è un intero disco di cover immerse nella soda caustica e fatte a brandelli. Decostruzionismo ornato da una copertina tratta da Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion di Francis Bacon. Avete presente? No? Fate un giro in rete e poi saprete cosa aspettarvi visto che l’interno è esattamente identico, solo virato in una sorta di techno pop schizoide, pirico e avanguardistico (base dalla quale furteranno assai di lì a poco i Silicon Teens di Music For Parties). Che sia la D’Ya Think I’m Sexy di Rod Stewart (siglata British Standard Unit) o una Wuthering Heights irriconoscibile e dub fumata da Jah Wurzel; che siano gli improbabili Punky & Porky che dissacrano e smembrano God Save The Lean e Pretty Bacon (non sono dei refusi) in versioni da ospedale psichiatrico e Lounge Lizards. Che siano i Burtons a giocare ai Madness con Mac Arthur Park; R.W. Atom che opera una autopsia su You’Ve Lost That Loving Feeling; gli U.S. Nurds che ci pigliano per il culo con una Get Back da glam sotto Lexotan o Malcolm Galaxy che zompetta come un Walt Disney ingroppato alla Pantera Rosa sopra Fever. Che sia chi diavolo volete ma il risultato non cambia: un disco che rimane fuso e fuori di testa anche oggi, a 39 anni di distanza, pure se abbiamo imparato ad assimilare di tutto, dall’isolazionismo ai Gerogerigegege. Hybrid Kids non mi strappa un sorriso, né un cinico e dissacrante (nonché liberatorio) ‘vaffanculo’, mi pone solo una cruciale domanda, anzi due: Morgan Fisher era (ed è) realmente un signore bizzarro ed eccentrico? E, se sì: che cosa ne penseranno all the young dudes?

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #28

TYLA GANGYachtless (Beserkley, 1977)

Di loro (di lui) s’è detto negli anni che suonavano come dei Thin Lizzy obesi, degli Attractions senza Costello ma con Jona Lewie, dei T-Rex macho, dei Blockheads che si piegano all’hard rock, degli Stones new wave, dei Cockney Rebel del boogie, degli Heartbreakers aggrappati al bancone del pub. Rock. Che se Chris Lowe avesse scelto un gruppo da dopolavoro ferroviario sarebbe stata proprio la gang del Tyla o che se le New York Dolls non avessero sempre avuto quella voglia di puttaneggiare avrebbero imbracciato chitarre come peni eretti. O come questa banda di debosci. Si è detto persino che inventarono (mi ripeto: inventò) la svolta blues di Tomorrow Belongs To Me della Sensational Alex Harvey Band e che mezzo catalogo della Stiff deve le proprie intuizioni a quegli unici tre minuti di musica (sei con la speculare facciata del vinile) che si degnarono di incidere in guisa di 45 giri. Si è detto tanto, troppo, di tutto su John Michael Kenneth Tyler (detto Sean Tyla) eppure rimane un autentico Carneade delle cronache rock, pur avendole percorse in lungo e in largo sin dall’inizio degli anni settanta, quando soleva accompagnare in tour Geno Washington. Quasi mai assiso alle cronache o alle classifiche però, parimenti quasi mai citato nei tomi che contano (ma vi è una sua discreta autobiografia in giro: Jumpin’ In The Fire, del 2010), mai stato oggetto – e questo è uno scandalo – di rivalutazione postuma. Artistica quantomeno, dacchè l’uomo ne ha compiuti da poco 72 e gode ancora di ottima salute. Quindi… Di cosa parliamo quando parliamo del più illustre degli sconosciuti?

Sono ruzzolato addosso ai Tyla Gang tardi, tardissimo. Troppo tardi mi verrebbe da aggiungere, fuori tempo massimo. E non ho idea come avrei potuto metabolizzare quell’hard rock boogie cafone se mi fossero giunti appresso più o meno all’altezza degli Sparks, dei Mud o di quei Cockney Rebel di poco sopra. Probabilmente li avrei rifiutati in blocco. O ne avrei fatto scaffale comune per osmosi rock. Chissà. È assodato però, e faccio pubblica ammenda, che solo da qualche luna mi posso fregiare del titolo di ‘seguace indefesso dal rutto libero’. Tramite una stentorea lapide in guisa di cofanetto edito dalla sempre benedetta Cherry Red. Si chiama Pool Hall Punks The Complete Recordings 1976-1978, consta di 3 cd, data 2016 e va ad accompagnarsi alle scarne tracce giunte alle mie orecchie negli anni, nello specifico dapprima a quel The Big Stiff Box Set del 2007 dove compare con l’ordigno Styrofoam e poi quella Glitterbest (2004) che è sugosa raccoltona glam ove il nostro sferraglia con i Ducks Deluxe, nome dal quale tocca giocoforza partire.

E’ dallo scioglimento degli Help Yourself che si accorpa la triade Martin Belmont, Ken Whaley e Sean Tyla, più che un nome da band rock and roll un’esortazione visto che, dopo due anni di infruttuosi tentativi acid rock (da avere – fosse solo per curiosità – Beware The Shadow, UA, 1972) i transfughi si accodano all’eterogeneo movimento glam. Han più frecce in faretra che bersagli però le Super Paperelle e – in sovrappiù – un andirivieni in formazione che farebbe impallidire le diaspore della Liverpool post punk tutta. S’imparentano con i Motors, con i Brinsley Schwarz, con i Flamin’ Groovies, con i Man. Finanche con i Rumour di Graham Parker tramite il Belmont che ne diviene socio fondatore. Albero genealogico rock dai rami nodosi e intrecciati ma che porta, finalmente, alla messa in proprio del Tyla, stanco di vedere i Ducks Deluxe come una girevole porta d’albergo dove tutti entrano ed escono senza ricavarne minima soddisfazione commerciale. Che Tyla Gang sia allora, deve aver pensato il nostro, frustrato dal prestare fianchi e manovalanza assortita (sovente nemmeno citata sui crediti) in imprese fallimentari.

Decide di sbagliare in completa autarchia, avvicendando ancora strumentisti (a partire dal fratello Gary) come se piovesse. E’ l’autunno del 1975, guado mirabile dove nulla più è pub rock e nulla è ancora punk ma una strana mistura che ne riporta entrambi gli odori sui vestiti. Serve un attimo perchè la Stiff si accolli spese di registrazione per una manciata di canzoni e ancor meno perchè Styrofoam (scoppiettante singolo estratto dalla penna di Darrel De Vore) diventi un hit sotterraneo. E’ bissato sul lato B da Texas Chainsaw Massacre Boogie e non credo vi debba servire altro per mapparne la consistenza. Una bomba. Rimarrà unico vagito per la stilosa etichetta tanto suonano paludosi, blues, caciaroni, festaioli e tellurici. E rock, immarcescibilmente rock. Rock peloso, masculo e – massì – a tratti ignorante. Dei Dr. John privi dell’allure Gris Gris, ma con i Cheap Trick come session men e con il foglio di via da New Orleans. Dei T-Rex cresciuti a Detroit, dei Television a corte degli AC/DC. O viceversa.

Styrofoam ha dei groove di batteria che avrebbero fatto ‘impallidire’ James Brown o l’Incredibile Bong Band, gira su ceppi accesi di riff da porno in rosa e nero e tiene mutande sporche. In una parola quintessenzialmente yankee tanto da venir appellati per anni (e scherniti, pure) come “i più americani tra i gruppi inglesi”. È difatti la statunitense Beserkley ad annetterseli senza indugio inserendoli in un catalogo dove svettano Jonathan Richman and the Modern Lovers, Greg Kihn (eccolo un altro punto di sutura con quel rock USA) e i Rubinoos. Più chiaro ora? O andrebbe aggiunto che se i Knack e la Steve Miller Band tutta si potessero immaginare stampati in pdf e con un font bluesy suonerebbero all’incirca così?

Ma il tempo e le battute sono tiranne, fratelli e – dacchè è Yachtless l’oggetto del nostro ciarlare odierno – sarei oltremodo ringalluzzito se qualcuno avesse il garbo di far proprio quel cofanetto di cui sopra, scatenandovi appresso chiappe, whisky dozzinale, poster da camionisti, Xtube e chitarre. Un disco che rappresenta esordio e pietra tombale (nonostante Moonprof, dell’anno seguente), zenith e nadir di un gruppo che non saprei indirizzare su nessuna scacchiera del rock comunemente inteso, un gruppo genuflesso sul blues più basico ma pieno di svisate di stiloso boogie, una glassatura da 100 Club e con una crassa ignoranza FM a farcire il tutto. Pop rock da decapitare, nell’anno domini 1977. Cosa che puntualmente avvenne, liquefacendoli in un impietoso anonimato che tuttora persiste. E dunque mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa esser caduto nell’ignoranza coatta per tutti questi anni, ecco perchè cerco di immolarmi anche per i vostri peccati.

Ornato da una copertina immonda che riporta alla mente il peggior – ehm… – yacht rock di Chris Rea o Cristopher Cross Yachtless è un iniezione di vitamine e bourbon che potrebbe rendere anfetaminiche le vostre domeniche mattina. Un Bloody Mary di riff ripieni di peperoncino pronti a sporcare i baffi di questo Russ Ballard sovrappeso. Ma come sferraglia! E come induce al buonumore con le sue 10 tracce che talvolta convergono verso un hard rock elettrico e talvolta verso un inconsapevole punk. Ci mette le mani John Burns (Jethro Tull, Genesis, Traffic, Fairport Convention e Burning Spear tra gli altri), aiutato da Tony Platt (Bob Marley e AC/DC nel palmarès) sebbene l’arrogante Sean ne rivendichi la co-produzione sulla quasi totalità dell’album; è segnale che la Beserkley ci crede e non intende badare a spese, certa di trovarsi in casa e nel catalogo il Cavallo di Troia che potrebbe rivoluzionare le classifiche rock americane. Non sarà così, per quanto il long playing cominci nel migliore dei modi con la cavalcata selvaggiamente hard di Hurricane, onomatopeica nello scartavetrare southern rock e anticipi di Hanoi Rocks (e, perché no? Giuda). E poi Dust On The Needle, unico brano che superi i quattro minuti, giusto per certificare quegli spermatozoi punk di poco sopra. Un pezzo dove par d’avvertire gli Stones di Start Me Up o Steve Jones e le sue Pistole cimentarsi con riff per ricchi annoiati. Un po’ quel che han fatto appunto recentemente Lydon & Co. Solo 40 anni prima. On The Street inventa letteralmente il Sunset Strip di Los Angeles e capelluti alla Motley Crue, rock stradaiolo e sudato come da titolo. New York Stuff è il più bell’apocrifo del miglior Tom Petty, e non nascondo un friccicor de core tutte le volte che dal vinile si palesa. Andrebbe inserito per costituzione sonora in ogni compilation da viaggio che si rispetti, tra un Boss, un Randy Newman, un Bob Seger e – appunto – un Tom Petty. Speedball Morning inventa letteralmente l’heavy metal, solo cazzuto e cazzone; svisate hendrixiane e un retrogusto come da sale sul Margarita che frizza come i Cult di Love. Ma Removal Machine. Tempo di girare il vinile e Don’t Shift A Gear si mangia ancora tutti gli implumi beniamini rock odierni del mondo, banchetto roco tra ZZ Top e Creedence Clearwater Revival, talmente rozzo da risultare irresistibile. Ma non è mica finita, ‘che Lost Angels riporta dalle parti di un muscoloso Lou Reed con tre accordi svogliati e un ritornello quintessenzialmente anni settanta. Se non lo reputate un complimento passate oltre. Magari allo stacco da tatuaggi e peli sul petto che conduce alla fine, quindici secondi che valgono più dell’intera discografia di Lenny Kravitz. The Young Lords è già new wave e non lo sa, ha un incedere svagato tra XTC e Todd Rundgren con in sovrappiù un cantato – a tratti – alla Byrne. Meticciato corrotto che i Ramones devono aver studiato assai per alcune terzine di Road To Ruin. E che dire di Whizz Kids che unisce Motorhead, Pretenders e Dr. Feelgood con un’armonica southern rock al profumo di Lynyrd Skynyrd? Turn Your Radio On abbassa dignitosamente le serrande di un disco memorabilmente macho tramite un lentone strappamutande interpretato in maniera magistrale dalla voce annoiata del Sean. E ti par quasi di sentirlo, in studio, mentre guarda impaziente l’orologio e attende una limousine che lo porti da Rodney Bingenheimer a lumare le pupe.

Chiude così un disco che ai più dirà poco o niente, talmente stivato di rock classico, strasentito e senza troppi guizzi. Ci sarà altresì poca polpa nell’osso dei Tyla Gang. Pochissima. E se di Moonprof s’è già detto (una sciacquatura dell’esordio con in sovrappiù un retrogusto mainstream) non vi è molto altro da dire tolta una diaspora coatta e un sciogliete le righe fisiologico. La carriera in proprio del John Michael Kenneth darà qualche soddisfazione maggiore; Sarà Roger Daltrey a spingere il nostro verso l’avventura solista, dapprima regalando una sessione al Rampart (studio privato degli Who), poi tramite l’intercessione della Polydor che sborsa 250.000 dollari per un contratto di 5 album. Ne registrerà tre, ma saranno forieri delle prime soddisfazioni commerciali, quantomeno in Germania dove il singolo Breakfast In Marin (Classic Rock dalla parte dei Fleetwood Mac) raggiungerà la Top Ten. Di lì sarà sarabanda rock and roll ed eccentricità a mille: dalle registrazioni con Joan Jett per Bad Reputation e I Love Rock And Roll (sì, partecipa il nostro) ai cameo con Mike Nesmith e Carlene Carter per finire alla recente fama britannica in guisa di designer e maestro di cricket. Come avrete agevolmente potuto evincere, con il rock and roll il nostro non si è potuto permettere lo yacht ma – forse – una sana Tyla (Tequila) Gang (Bang). Si spera.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #27

Campag VelocetBon Chic Bon Genre (PIAS, 1999)

Tolti i beneamati Associates (e collegati) non sono aduso ad ossessioni (piuttosto ad idiosincrasie invero: vedi i Genesis di qualche settimana fa), ma qualche bel manufatto tatuato sul cuore, sugli arti e sull’impianto stereo lo possiedo pure io. Non da diventarci completista o accumulatore seriale, ma poco ci manca. Pure non tantissimi i nomi di questa piccola setta che mi porto addosso. Poca roba, pochissima, priva di grossi nomi e numi. Un Partenone senza divinità praticamente, visto che non alberga Dylan e non alberga Young. Ma han stabile dimora Cohen, Walker, Hammill e il Bruce. Potrei continuare per lustri con quest’Overlook Hotel dei cuori solitari. Cioè io. Inutile pure che stia qui a far una noiosa lista di nomi (anche perchè sarebbe oltremodo trasversale, una lista che va dai Therapy? ai Coil passando per Pankow e Menswe@r), chi mi conosce non avrà difficoltà a decodificare queste impronte digitali emotive, e – anche se non fosse – che importa?

Come che sia e senza ciurlare troppo nel manico, l’ultimo vero grosso sussulto del millennio mi giunse con i Campag Velocet. E io so che molti altri sono devoti al culto di questa chiesa pentecostale del pop inglese, molti e variegati pure, ‘che a far proselitismo parevo uno di Dianetics o dei Testimoni di Geova. Pigiavo citofoni con Bon Chic Bon Genre sotto braccio, indossandone orgogliosamente la t-shirt. Non un ‘disco che piace solo a me’, di questo ne sono certo; sia per l’effettivo valore del manufatto e della band sia avendo contribuito in larga misura – e sfido chiunque a contraddirmi – nel renderlo visibile a più persone possibili piazzandone negli anni almeno 50 copie. Campag Velocet e Simon Warner sono i miei beniamini anni novanta ai quali ho dedicato più tempo e porzioni di stipendi, regalandoli a destra e a manca con l’illusione del fanciulletto che alberga in me. Soprattutto Bon Chic Bon Genre però, un disco STUPEFACENTE (in tutti i sensi) e talmente variegato da sembrare una maionese pop impazzita. Un disco che mi colpì prepotentemente proprio durante un soggiorno britannico, uno di quelli che ero solito sobbarcami quando ero giovane, smilzo, capelluto e in auge.

Finire il millennio con una gita a Londinium, una paccata di amici – parecchio eterogenei – e con qualche pesante scazzo attorno non ha prezzo, se ci ripensi con quattro lustri di ritardo. E fanculo Mastercard. Credo fosse stato fine agosto, gli Animalhouse impazzavano in ogni dove e noi eravamo ‘pronti a riceverli’ (dio, che forte che sono). Camminavamo come pazzi da un capo all’altro della città. Pizza Hut, usato sicuro, qualche libro (pochi), molti dischi, birre, intere nottate da Victor de Milo, un taglio di capelli imposto ad uno dei ragazzi dopo una mattinata in un pub, stalkeraggio coatto a due olandesi (non da parte mia, sottolineo) e ai membri dei Menswe@r. Va che scemi, eh? Noi, non la band meglio vestita d’Inghilterra. Infine, una sera, decidemmo di tradire il Victor per andare all’Annexe – pure se fuori tempo massimo con l’età – solo per ritrovarci in una coda epocale con squinzietti e squinziette di almeno 10 anni più giovani. Qualcuno potrebbe scambiarlo per turismo sessuale tipo Thailandia, ma c’era una missione a sottendere l’entrata in quell’asilo infantile di Adidas. Un caldo becco, comunque. Incontrammo delle amiche italiane (alcune lavoravano lì, altre erano in vacanza) e ci mettemmo diligentemente in attesa sotto una stranamente torrida serata albionica. Ricordo le bici scassate con le quali giravano, ricordo il male alla schiena ed un sacco di magliette Pulp e di ‘sayonara’ tutto attorno. Ricordo poco altro, a parte che il rum&cola era scadente. She said “Fine.”
And in thirty seconds time she said…
Poi entrammo. Il dj ospite quella sera era Pete Voss dei Campag Velocet (ad oggi – ripeto – uno degli ultimi Sudditi di Sua Maestà ad avermi entusiasmato per un disco, dopo di lui forse solo Eddie Argos). Agghindato come Querelle de Brest sparò uno dei set più folli mai uditi in vita mia. Non ero uno sprovveduto, negli anni avevo avuto modo di sentire alcuni tra i più bravi miscelatori italiani (compresa parte della Triade Acida), ma quello che fece Voss mi lasciò al suolo tramortito. Assolutamente tramortito e incapace di reagire. Una scaletta eterogenea e perfettamente mixata, dove Britney Spears si incastrava sui Manic Street Preachers mentre Wire e Beastie Boys scorrevano in sottofondo; dove i Prodigy fondevano sui Black Sabbath e i Led Zeppelin leccavano i Suede.

Sempre. Rigorosamente. In. Battuta.

Tutto questo mentre lui si arrampicava ovunque, tarantolato come Iggy. Saltava in piedi sui piatti, abbordava squinziette mai domo (arigato), si aggrappava alle luci del soffitto, mixava contorcendosi come James Chance. Sudava copiosamente, soprattutto. Io invece dovetti sedermi, un po’ per la stanchezza, un po’ perchè effettivamente l’uomo mi aveva steso. Tornammo a casa devastati da cotanto senno armonico, chiedendoci come fosse stato possibile mixare cose così eterogenee e soprattutto ‘lontane’ dal sentire comune. Britney Spears stava dall’altra parte della barricata difesa dai Manics, accidenti. In piccolo – molto piccolo – mi ero reso conto d’aver assistito ad uno sconvolgimento personale, simile a quello che deve aver colpito i fortunati alla visione del Baldelli degli anni d’oro a Lazise o all’Afrika Bambaataa nel Bronx. Si fa di necessità virtute, no? Il giorno dopo – con calma – andai in cerca del 12” di Vito Satan (che era già contenuta nell’album, ma noi siamo malati che ci volete fare?), l’Italia era lontana ancora qualche giorno ma non serviva troppo tempo per capire come quella band fosse – lì e ora – la perfetta intersezione di gran parte dello spettro musicale britannico. Un po’ come il dj set al quale avevo assistito, la notte prima.

Bon Chic Bon Genre ha tutto: un titolo sufficientemente ambiguo (trivia: preso di peso da una rivista porno s/m francese), una grafica della madonna (peculiarità dei nostri, immediatamente distinguibili) e una serie di canzoni (11, per la precisione) killer e difficilmente etichettabili. 11 canzoni che son sottile fil rouge di quattro lustri di pop indipendente inglese. Già dall’iniziale traccia che dà il titolo all’album si capisce che i nostri non scherzano: techno satura buona per Mad Max o qualche rave con le piattole (e sentitevi la versione contenuta nel 12″ di Vito Satan!), dance come avrebbero potuto intenderla gli MC5 se fossero stati prodotti da Derrick May. Novanta secondi scarsi ma uno dei manifesti programmatici dei nostri, pronti a scegliere quale denominazione sociale le italianissime biciclette Campagnolo. Eppure il bello deve ancora venire, ocio. Only Answers Delay Our Time è il più sentito apocrifo dei primevi Public Image Limited tanto che par di udire in lontananza Levine a rasoiar terzine e Voss a declamare litanie e nonsense (You can ask any crap corduroy question); Cacophonous Bubblegum sterza dalle parti degli Stone Roses, solo immersi in una sorta di liquoroso dub cosmico diretto da Jah Wobble. To Lose La Trek oltre ad essere un calembour fonetico di quelli grossi grossi è pure uno dei massimi ordigni di hip hop meticcio mai esplosi in Gran Bretagna, scarno, smilzo, disossato da ogni surplus ma ammantato di una superba aurea ritmica. Tr-Hip Pop Carveriano.

E poi, cazzo: Vito Satan: ovvero come si costruisce un pezzo indie pop per antonomasia. “Feels so good stood by your graveside head in my hands let me understand my plans I never pried inside your thoughts awaiting your defence”. Brano che – in un mondo ideale – sarebbe stato lo stura classifiche, il singolo capace di far coesistere Waterfall (non a caso mette le mani sul disco Paul Schroeder, già collaboratore di Squire e compagnia) e Psychedelic Furs sullo stesso pentagramma innestandovi una coda acida e rumorosa. Il 45 giri perfetto per chiudere un millennio nel migliore dei modi tramite un arpeggio iniziale semplicemente delizioso. Sauntry Sly Chic gioca con le spoglie mortali del baggy sound; Lunedì Felici di andare in processione da Kurtis Blow. Drencrom Velocet Synthemesc cita Burgess (naughty young devotchka no need for spatchka) ma sferraglia in un Metal Box claustrofobico su intarsi malati di chitarre in odor di Telescopes e kraut rock. Sfinano abilmente la tensione con la simil ambient riverberata di Skin So Soft, onda di petrolio shoegaze sul Mare della Tranquillità. Come avrebbero potuto suonare gli Slowdive con degli elettrodi attaccati al culo e Brian Eno in mente. Emozionante nella struttura e nella spasmodica ricerca del climax. Pike In My Life / Schiaparelli Cat porta Kinks e Pixies dentro un bosco di feedback in cerca di ossature jazz col contatore Geiger. Caught Unawares ha le stimmate dei Primal Scream di Echo Dek inchiodate su una croce On-U Sound con chiodi Spacemen Three. Harsh Shark non saprei spiegarvela senza tirare in ballo la pazzia chimica dei Flowered Up e il Madchester più bieco e completista.

Non vi è altro, ma vi è comunque tanto per ingozzarvi golosamente. O quantomeno abbastanza per iscrivervi a questa messa di suffragio. BCBG è un disco ondivago, che viaggia in apnea e che non ha paura di rollare tra Leftfield, brit pop della seconda generazione, hip hop, rap old school, post punk tirato a nuovo e indie malferma. E io sono certo che – tra di voi – ci sarà qualcuno che mi farà andare in tripla cifra, con quelle 50 copie di poc’anzi. Me lo dovete per avervi schiaffato sotto il naso cotanta regale maestrìa. Ma… ci credereste? Bon Chic Bon Genre, tolto un nugolo di aficionados, non sortì l’effetto sperato. Troppo deboli le ali della PIAS, troppo strano quel trapasso di millennio in altre faccende affaccendato, troppo tutto, anche una certa difficoltà caratteriale dei nostri. Due copertine dei settimanali inglesi, qualche apparizione televisiva, un paio di festival. Adieu. E solo Iddio sa quanto mi piange il cuore non poterne parlare come di un infettato Screamadelica prodotto da Alan Vega.

Serviranno cinque anni per iterare cotanta magia con l’altrettanto ottimo It’s Beyond Our Control, proponendosi stavolta come degli Sly And The Family Stone del rock anglosassone. Un disco che è la perfetta continuazione del debutto, soltanto priva del fattore sorpresa e smaccatamente in bilico tra la black music più bastarda (Ain’t No Funky Tangerine andrebbe proposta quale abbecedario di ogni A Certain Ratio) e incursioni sonore post-punk alla Blurt. Poi basta.

Qualche anno dopo, quando decisi di iscrivermi in quel simpatico ricettacolo di anime candide chiamato Facebook (ben prima dei No Vax e delle scie chimiche), la prima disavventura social mi capitò proprio con una tizia discretamente rancorosa, pronta ad attaccarmi duramente (pure in maniera personale) riguardo i Campag Velocet, manco fossero stati collaborazionisti del regime dei Colonnelli o avessero pisciato sui caffè di Starbucks. Capii immediatamente il significato del termine ‘bannare’.
Motivo in più per amarli.

An old voice from the ashes whispers deja vu, brings you to this space in time, returns this place to you.

Michele Benetello

Abbi dubbi (Fiver #23.2018)


Avevo da poco passato i vent’anni e frequentavo controvoglia la facoltà di Economia e Commercio all’Università della mia città, una delle più antiche del mondo come ci hanno sempre raccontato. Vai a sapere se poi effettivamente lo era; a quei tempi nessuna rete si preoccupava di smentire o confermare qualunque ipotesi. L’età dell’innocenza, bei tempi, certo.
Comunque sia noi ci credevamo ed eravamo pronti al ruolo da comparse di secondo piano alla fiera circense delle celebrazioni per il suo nono centenario. Una discreta pagliacciata a dire il vero.
Non è che mi trovassi granché bene in quell’ambiente, ma lì ero e lì stavo, senza peraltro giovare dei tanti vantaggi fruiti dagli studenti fuori sede, arroccati dentro il perimetro di quelle mura che un tempo delimitavano il centro storico. Abitazioni fruste, addobbate con mobili di formica sbrecciata, linoleum ondulati e materassi informi, manco quegli alloggi fossero impegnati in una eterna sfida all’emulazione del padre di tutti gli appartamenti da fuori sede della città: la leggendaria Traumfabrik di via Clavature 20. Che poi se a quegli studenti miei coetanei avessi azzardato una domanda sui Gaznevada, gli Stupid Set, gli Hi-Fi Bros o i Confusional Quartet quelli neanche sarebbero andati vicino a indovinare di cosa si trattava. Tanto a loro erano sufficienti due dritte su Pentothal e Zanardi per ritenere autorizzata la propria iscrizione al club bohémien degli anticonformisti da weekend. L’importante era credersi parte dell’avanguardia, perché l’avanguardia è un cuneo – si sa – e a fronteggiare quel cuneo in trincea meglio lasciarci gli altri, come ricordava Radio Città 103 col suo jingle in onda ogni mattina all’apertura delle trasmissioni.

Io invece vivevo con la mia famiglia in un borghesissimo appartamento appena fuori Murri, là dove la strada misurava l’arrampicata verso la collina per poi ritirarsi in fretta tornando rassegnata verso la città, prima morbida sulla linea ondivaga di via Fleming, poi giù a strapiombo dritta per via La Castiglia, sfociando come un fiume in piena sul mercato rionale di Chiesanuova.
In quei giorni, a uno dei due cinema di via San Felice che oggi non esistono più, programmavano un film canadese: Il declino dell’impero Americano. Non ricordo con chi andai a vederlo, probabilmente da solo.
Il Sundance non era ancora nemmeno nei pensieri di Robert Redford e io avevo pochi amici che si interessassero ai film del circuito indipendente. Anzi non avevo molti amici in generale, poi mi è sempre piaciuto andare al cinema da solo, per quanto poche volte mi sia in realtà capitato di farlo. Volendo stare in compagnia quell’anno sarebbe senz’altro stato più comodo puntare sul Tom Cruise di Top Gun, il Lambert di Highlander o l’accoppiata Rourke/Basinger di 9 settimane e ½, che peraltro avrebbe anche asfaltato il percorso verso serate di un certo rilievo in compagnia della fidanzata di turno.

Ammetto di averli visti tutti e tre quei film, inutile bullarsi del contrario. Anch’io una morosa da accontentare l’avevo e spianarmi la strada con lei mi pareva cosa saggia, anche a costo di pagar pegno di fronte a qualche pellicola di dubbio gusto. Del resto non ho mai fatto coppia con una studentessa del Dams che avrebbe indubbiamente meglio assecondato il mio interesse nei confronti di pellicole certamente più interessanti, tipo Velluto Blu, La mosca, True Stories e soprattutto Manhunter, uno dei miei preferiti di sempre. Tutti film usciti quello stesso anno, ché ora internet esiste, wikipedia pure ed è troppo comodo rivolgerglisi per poter dubitare della sua effettiva onniscienza. Ma, a parte le citazioni a caso appena dispensate, non è effettivamente di cinema che mi interessa scrivere ora. Anche perché se lo facessi cadrei presto in buca con uno dei tanti allievi del Dipartimento di Arti Musica e Spettacolo che oggi, al contrario di allora, conosco e frequento.

Volevo solo ricordare come a un certo punto di quel film canadese uno dei personaggi pronunciasse una frase che da allora si è inserita stabilmente nel catalogo dei miei aforismi preferiti: i migliori affondano nel dubbio mentre i peggiori sono pieni di incrollabile fervore.
Non so perché ma in questi giorni quella frase, che da allora conservo appuntata in una vecchia agenda, mi torna in mente spesso. Anzi il perché lo conosco benissimo ma non ho voglia di trattarlo. Non qui perlomeno.
In un’epoca in cui ogni opinione viene confusa con l’enunciazione di un preciso e incontrovertibile teorema matematico, avere dubbi è talmente fuori moda che ogni volta che me ne sorge uno preferisco tenerlo per me.

Nella vita ho messo in dubbio tantissime cose, ponendomi mille domande riguardo situazioni importanti ma anche rispetto faccende risibili e piuttosto inutili ai fini pratici. Così facendo mi sono terribilmente complicato l’esistenza e di converso non saprei proprio dire se in tal modo mi sia effettivamente guadagnato un posto tra “i migliori”, come recitato dalla massima del film canadese di cui sopra. Né mi interessa a dire il vero, ché tanto coltivare dubbi per me è sempre stata una necessità, non una scelta.
Ma a conti fatti devo ammettere di provare un pizzico di invidia per la stragrande maggioranza delle persone che viceversa detengono uno sterminato elenco di certezze riguardo ogni argomento. Quelli che hanno sempre un’opinione, quelli che non si pongono quasi mai domande, quelli che marciano per sequenze di dogmi senza sollevarsi problemi e non si prendono mai la briga di verificare la correttezza del proprio pensiero.
Il confronto è faticoso e rischia di far vacillare il giudizio, meglio evitarlo.
Vorrei essere come loro, anche solo per un giorno.

Chi dubbi non ne ha chissà cosa farà
dimmi dimmi dimmi dimmi, tu quanti dubbi hai
ebbi dei dubbi già il primo giorno di scuola
e all’Università ebbi dei dubbi ancora
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
nemmeno un dubbio solo sul rock ‘n’ roll!

(Edoardo Bennato)

Consigli per gli acquisti

Terry ” Bureau da I’m Terry (Upset the Rhythm, lp) in uscita il 16/11/2018

Terzo album, terzo centro.

Our Girl “In my Head da Stranger Today (Cannibal Hymns, lp)

Trio femminile di Brighton, album di debutto tra shoegaze e grunge.

The Shifters “Straight Lines da Have a Cunning Plan (Trouble in Mind, lp) in uscita il 21/9/2018

Melbourne oggi (ma anche Glasgow 1979, Auckland 1989, Londra 1986, Olympia 1990).

Bad Moves “Spirit FM da Tell No One (Don Giovanni Records, lp) in uscita il 21/9/2018

Da Washington DC, primo album: a perfect power-pop album, alternately explosive and vulnerable, loud and tender.

Parquet Courts “Wide Awake! – Danny Krivit Re-Edit da Wide Awake Remixes (Rough Trade, 12″) in uscita il 28/9/2018

Dance to the underground, one more time.

Arturo Compagnoni

I dischi che piacciono solo a me, credo #26

Plastic Bertrand – An 1 (RKM, 1977)

Come passa il tempo, quando sei giovane, insofferente e stupido. È davvero un attimo ritrovarsi vecchio, insofferente e stupido. Un piccolo attimo insignificante, un lampo e gran parte della tua vita te la sei già risucchiata in un domino di errori, scelte sbagliate, macigni e responsabilità. Ti guardi e quello che vedi sono cicatrici, adipe attorno al giro vita, rimpianti, stempiature e giorni tutti uguali. Vuoi mettere quando la stupidità era il tuo vero valore aggiunto? Magari condita da quella sicumera adolescenziale che ti permette di farla franca quasi ovunque e figuriamoci in provincia? Non devi vergognarti di nulla quando sei giovane, ampiamente scusato dalla carta d’identità.

Sono qui, in riva ad un mare che non mi appartiene, a rimuginare sulle complessità della vita, attorniato da condizioni climatiche incerte e una probabile pisciata che mi incombe sulla testa. Non so come vestirmi, il sole gioca a tetris con le nuvole, la spiaggia è stranamente deserta e in questo chiosco abbandonato da dominiddio sono – tolto un tavolo di foemine complex – l’unico avventore. The Only One I Know. Adriatico rozzo e incolto, senza patria; unica striscia di terra e risate che si snoda come un’ininterrotta collana di perle e sabbia lungo tutto il midollo spinale del nostro paese. Puoi essere a Grado, Caorle o a Senigallia ma le nostre spiagge sono un brand come il McDonald’s: tutte uguali, tutte con la loro italica impronta. Un misto di Dolce Vita e Sapore di Mare, ferme in qualche imprecisato punto tra gli anni sessanta e gli ottanta. Basta sedersi da qualche parte e ti rendi conto di essere sul set di qualche regista indipendente, non sei tu a muoverti, è la sceneggiatura che ti viene incontro. Ho appena visto passare Serena Grandi, mi attendo un ectoplasma di Tondelli o (dovesse proprio andarmi male) un verboso Jerry Calà. Le Foemine Complex sono un poker di thirtysomething che sembrano di casa in quel pezzetto di Aperopoli e Sangrilandia, forse reduci da un addio al nubilato, forse parenti delle titolari. Forse, più semplicemente, cameriere dello stesso pronte ad azzannare la giornata libera senza pensarci troppo sopra. Resta il fatto che si muovono agevolmente in questa balera alcolica, sembrano viverci. Schiamazzano con inflessioni dialettali e – a modo loro – sono persino simpatiche, tanto che la più spigliata del lotto impone musica proveniente dal suo smartphone alle titolari di ‘sto chiringuito del piffero. Tra una patatina e l’altra (e non si voglian vedere crassi doppi sensi).

Approvo ma senza darlo a vedere, non posso intromettermi, ho delle missioni pregne alle quali far fronte. Tipo farmi venire un’idea riguardo il prossimo disco da trattare per Sniffin’ Glucose. Giovedì è dietro l’angolo e in questa estate ormai deceduta sul filo di lana lo svicolare coatto dagli impegni non può e non deve diventare un alibi. Passo in rassegna files mnemonici e appunti sparsi, mi arrovello, sento addirittura il femmineo poker chiedere ai passanti – rari invero – una fotografia da pubblicare su Instagram. “Ma mi raccomando – sottolinea quella che sembra più nordica – in primo piano che così si vedono bene le tette”. Come no. Non avessi ospiti al tavolo mi sarei proposto per lo scatto, tanto più che la compila spotifai delle squinzie non è nemmeno male e pure il sole fa posto alla vita quando quel Three Of A Perfect Pair rinfresca il palato. Ho ospiti, già: sono con due Americani (non statunitensi: Americani). Martini, Campari e Selz. Selz non conosce una parola di italiano. Quindi sono già tre e per forza di cose uno di codesti dev’essere lo Spirito Santo; spirito nel senso di alcool, Martini senza ombra di dubbio. Di giocare a carte col morto non se ne parla.

Poi Transmission dei Joy Division si palesa sulla spiaggia e lo Spirito Santo si sente chiamato in causa, aleggiandomi attorno davvero: che ci fai qui, Ian? I’ve got the spirit, but lose the feeling. Pare un corto circuito emotivo. I Joy Division in spiaggia. Un concetto che il pensiero non considera. Chiederei un attimo di silenzio e raccoglimento ma nemmeno il bagnino (sorta di vichingo immerso nel testosterone) è deciso a darmi una mano. Così ascolto quella gragnuola di pezzi, tra un sorso e l’altro. In silenzio. Figlia degli anni 90 codesta playlist, mi dico. E così la di lei titolare. Lettrice di Rumore senza dubbio. È oltre l’indie mi sa, a sentire le scelte. Su su, verso il cerebro. Manco un Libertines a farmi muovere le chiappe di cemento, un Blur, un Happy Mondays. Un miagolìo dei Suede, che le donne ne andavan pazze, a quanto ricordo. Ma a caval donato non si guarda in bocca, soprattutto se ti fermi a pensare quale potesse essere l’alternativa, in quel chioschetto sfondato da quel clima stronzo. Una spiaggia deserta tagliata a metà dalle nuvole ma che ti abbronza il volto. Se è vero che qui non viene mai nessuno a trascinarmi via è altresì sacrosanto che questo vento agita anche me, con buona pace della Loredana e di Enrico. Poi si erge il riff di Ça Plane Pour Moi e tutto, improvvisamente si palesa. La combinazione fa scattare la serratura che fa scattare il forziere che prosciuga i bicchieri. Eccolo il disco! È un attimo perché il nastro si riavvolga, i nuvoloni prendano il sopravvento, le quattro paperelle foie gras si gettino in acqua e io veda le ruote del cosmo mettersi in fila, allupate. Eccolo il fottuto, stramaledetto, disco. E avrei dovuto pensarci prima dacchè materia che avevo già avuto modo di vergare per goduria personale qualche anno addietro. La sabbia annuisce, la coppia di Americani anche. Le tizie sono già lontane, perse dietro un immaginario divertimento acquatico: che Bertrandino sia, allora!!

Credo che An 1 sia stato – assieme a Trapezio di Renato Zero e una compilation della K-Tel dove svettava Asha Putli – il primo ellepi a me interamente ascrivibile, regalo di compleanno fortissimamente voluto e altrettanto forsennatamente rovinato da migliaia di ascolti coatti tanto da doverne bissare – qualche anno dopo – l’acquisto. Per un emaciato pre-puberale, ingenuo et padano era il punk all’acqua di rose che non poteva fare grandi danni alle sinapsi (sarebbero serviti i Ramones, per quello, giusto un paio di lune appresso). Ne sono legato da una sorta di gioiosa complicità, dall’afflato estivo (suona come dei Supergrass addormentati dall’imperizia alla corte dei Buzzcocks), da delle canzoncine frizzanti e da quella grande truffa del pop che si sarebbe rivelata solo molti anni dopo. Truffa che è (e resta) puro genio del male e del marketing. Del Plastic Bertrand poppettaro sciocco (Supercool fu il mio ultimo acquisto, e vi potrei anche dire quando arrivò in casa se non fosse oltremodo doloroso ricordarlo), del riciclato acid house o del presentatore televisivo contrito non mi interessa nulla. L’avevo abbandonato subito al suo triste destino, usandolo come palestra per fare il grande salto nel mondo che conta(va). Per me, per voi, per tutti Roger Allen François Jouret è innanzitutto quello di Ça Plane Pour Moi e poi – forse – di An 1. Stop. Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che quella canzone contagiosa e malandrina aveva del sale nelle sue ferite. Lo vidi e la udii in una vetusta trasmissione televisiva, lui zompettava querulo dandomi per la prima volta l’immediato significato della parola ‘anfetaminico’ mentre la canzoncina si spandeva elettrica per l’aere, immobilizzandomi come un taser sonoro. Plastic Bertrand, recitava la scritta in sovrimpressione sul tubo catodico, un nome buono per del mangiare per gatti (Wham Bam, Mon Cat Splash!) o un vibratore venduto per corrispondenza. Tre minuti di contagioso power pop punk che mi urtava i neuroni ma che non riuscii a spazzare via nemmeno il mattino dopo quando, nell’unico negozio di dischi ed elettronica del mio paese, domandai il 45 giri. Un anthem power pop più o meno innocuo spiegato alle masse che però conterà innumerevoli (e talvolta regali: dai Sonic Youth a Richard Thompson) riletture nel corso degli anni.

A me ne serviranno venti per scoprirne con mestizia i tristi retroscena, e come dietro a quei centoottanta secondi scarsi ci sia stata – appunto – una delle più grandi truffe del pop organizzata e astutamente congegnata dal vero MacLaren fiammingo: Lou Deprijck, produttore, fac totum (Fuck Totum) e Pigmalione. Con l’accento su Pig. Insomma, è una storia torbida, memore dei Bay City Rollers (dei quali Jouret era la continuazione virata King’s Road) e mai completamente chiarita questa, storia che periodicamente mi piace rimembrare. Seguitemi e sedetevi qui, le squinzie sono in acqua. Offro io.

Siamo nei primi mesi del 1977, i Sex Pistols ed i Ramones hanno già portato avanti la Rivoluzione Copernicana, l’impeto si è esteso in ogni angolo del pianeta e tutti vogliono farsi scompigliare i capelli da quella salutare brezza già pronta a perdere d’intensità; Alan Ward, uomo già del giro dei Damned (aveva militato nei Bastard assieme a Brian Robertson, di lì a poco James), si inventa gli Elton Motello. Vuole qualcosa che tenga l’intensità umorale del punk ma che indugi anche nella scrittura, nella melodia e che abbia canzoni delle quali non vergognarsi, qualcosa che unisca Marc Bolan ai fiori nella spazzatura. Lì fuori – dice – ci sono troppe spille e poche canzoni; io ne ho solo due, ma sono di quelle che possono intrufolarsi in parecchi pertugi aperti dal tellurico sconvolgimento dei Sex Pistols.

La prima soprattutto, si chiama Jet Boy Jet Girl e l’ha scritta assieme a Yvan Lacomblez, uno dei primi punk francesi. Recluta vecchi amici quali Alan Timms, Mike Butcher, Yves Kengen e Nobby Goff. Quest’ultimo (già nei Bastard) siede alle pelli ma l’insofferenza è troppa; lascia subito e viene sostituito da tal Roger Jouret, pronto ad entrare in studio per registrare gli unici due articoli di catalogo, ovvero la succitata e Pogo Pogo, singoletto al fulmicotone che (nelle intenzioni di Ward) avrebbe dovuto essere l’anello mancante tra le Runaways e gli stessi Damned.

Le forti e pruriginose tensioni del testo invece di propugnare salutare scandalo mediatico ne cassano qualsivoglia visibilità. E’ proprio mentre le dinamiche della band cominciano a sfaldarsi che Jouret tesse una tela attorno a Ward. Una tela che sa di ammutinamento bello e buono. Intanto lo silura in silenzio portandosi appresso Timms, Butcher e Kengen prima di contattare spalle discograficamente forti (la RKM) e un paroliere (eccolo, Lou Deprijck) che ne assicuri i passaggi radio e che getti un po’ di confusione nei media; poi in sordina e sempre in combutta con Deprijck chiede di poterne registrare una versione francese. Ward acconsente. Con uno scioglilingua vergato in un francese d’antan, l’appoggio della AMC, un titolo cambiato in Ça Plane Pur Moi e un nome repentinamente convertito in Plastic Bertrand il furbo Jouret – ad un mese esatto dalla versione primigenia – esce in Francia con il singolo.

Mancano 15 giorni al Natale del 1977.

Il 6 Gennaio del 1978 il 45 giri è in classifica in 7 paesi, prima che l’estate sfiorisca va a lambire – dall’alto delle tre ristampe – la Top40 americana. Ward si accorge troppo tardi d’essere stato abbandonato in mare aperto con una scialuppa fallata e una manciata di royalties (poche, pochissime dacché autore del testo inglese) ma le sue spalle non sono quelle della RKM, e gli aggiustamenti messi in atto da Deprijck (aiutato, va sottolineato, da Lacomblez) mettono in cassaforte qualsiasi possibile ingiunzione legale. Cosa più importante: ciò che rimane della band è ovviamente schierata col Bertrand (pecunia non olet, no?) e sul povero autore cade una mannaia ed un silenzio mediatico tra i più feroci.

Fa di più Jouret la scaltra faina, aiutato dal McLaren fiammingo: inserisce nella prima tiratura del singolo persino Pogo Pogo (l’originario lato b), prima di ricredersi per non fomentare ulteriori dubbi da un Ward da allora e per sempre destinato all’oblio con una signorilità d’altri tempi (“è solo la versione francese del nostro pezzo, né più né meno” avrà a dire in tempi recenti, rinunciando a qualsivoglia vis polemica). E, mentre il Lou(rido) scombussola le carte e crea una incredibile, confusionaria e inestricabile ragnatela di date errate e versioni primigenie il Plasticoso Bertrand sopra quei tre minuti costruirà una altalenante carriera da miracolato che dura da quaranta lunghi anni, nonostante il rovinoso outing con il quale ha tentato di gettare l’intera croce addosso al Deprijck, vera – dice – voce nei suoi primi quattro album.

E invece, guarda un po’, nonostante tutto questo shakespeariano sconvolgimento in guisa di sceneggiatura, An 1 è un signor disco che ancora regge e suona bene, forse meglio di allora nonostante sia stato responsabile della rovina di almeno un poker di amicizie (una delle quali ancora m’offende). È rinfrescante, ha una scrittura furba e diretta, è provvisto di canzoni (spesso prese in prestito, come si è visto), e fila via come un Hugo. Che non è propriamente un vero aperitivo, ma ci va appresso di un’inezia, come un muscolo senza fibra proteica. E come quella sciocca bevanda da parvenues anche questo disco non è punk ma ne lambisce le coste, e quante battaglie dialettiche dovetti sopportare sul mio conto da conoscenti più scafati o semplicemente duri e puri per ammettere il mio gradimento verso questi 11 brani. Lo riascolto ora e – tolta – una compressione sonora di fondo davvero fastidiosa – la qualità delle canzoncine mi rimane appiccicata come sabbia salmastra. O come la playlist di queste quattro paperelle che non vogliono saperne di tornare a riva.

Quasi tutto il disco è farina del sacco Deprijck, sin dall’iniziale Le Petit Tortillard, continuazione binaria del mega hit di cui sopra. Ma c’è altro. C’è la isterica versione di Bambino di Dalida (a sua volta presa da Guaglione, firmata Fanciulli/Salerno e portata al successo da Aurelio Fierro), pezzo che avrebbe potuto scalfire qualsiasi classifica, dall’Egitto alla Norvegia. C’è una Sha La La La Lee degli Small Faces che non si fa sacrilegio ma omaggio e si lascia ascoltare col piedin battente e un sorriso beota stampato in faccia. C’è altresì una caraibica Dance Dance, una Naif Song che puote declinarsi reggae senza fatica alcuna (soprattutto nella conclusiva versione Solo Naif Song) e una Pogo Pogo, spogliata dal furore del Motello e resa Ramones così come la minimale ma debole Wha ! Wha! che pare presa di peso da Leave Home. 5,4,3,2,1,0 guarda a New Rose masticando blubble gum e un sax mentre Pognon Pognon è un inutile riempitivo che nulla aggiunge ad un disco sbarazzino ma assolutamente non stupido, a dispetto della sua estetica frizzante.

Resta il fatto che, del povero Alan Ward, non rimane più nulla oltre quei pochissimi minuti di scanzonato power pop, una tragedia servita a far da palestra a generazioni di musicisti, spesso ignari di osannarne soltanto lo scaltro esecutore e il suo burattinaio. Jouret oggi – tolta una recente e sporadica partecipazione al Grande Fratello Vip belga – si dedica alla sua galleria d’arte. Lo chiamano pop, baby. Ma ora mi alzo e torno in hotel con un temporale che bussa forsennatamente nel cielo e ben altri pensieri da indossare, che quelli han sempre taglia unica e slim fit. Eyes, dark grey lenses frightened of the sun… Dance, dance, dance, dance, dance to the radio.

Michele Benetello

La teoria del disimpegno (Fiver #22.2018)


L’indie è morto. Brindiamo all’indie. Sono anni che sento dire che la musica che amo è morta: le chitarre sono morte, il punk è morto, il rock non ne parliamo; la musica indipendente è morta. Ecco, l’ultimo assunto purtroppo negli ultimi tempi pare trovare molti, ahimè moltissimi, riscontri.

Ma ci vuole un piccolo salto all’indietro per spiegare questo mio pezzo con cui felice torno sulle pagine di SG: avete presente “Il grande Lebowski”? Film culto per quelli che hanno, come me, superato da poco gli anta. Film della premiata ditta F.lli Coen, 1998, con un Jeff Bridges stratosferico detto il Drugo (The Dude in lingua originale) che diede nuova linfa alla voglia di rivendicare il fancazzismo come stile di vita della mia generazione. Il Drugo ama le canne, i white russian e il suo tappeto. E proprio questo, rovinato da un’orinata causata da un maldestro errore, innescherà una vicenda assurda splendidamente partecipata da quei fenomeni di John Turturro, John Goodman e il mio adorato Steve Buscemi. Un film che inneggiava allo stile di vita disincantato e fannullone: il Drugo nella sua vestaglia da casa sconvolto di canne era un inno al disimpegno. Un inno al vaffanculo globale, un inno al nichilismo non devastante e tormentato ma bonaccione e perditempo. La vita non ci fa male, non siamo disperati, semplicemente non ce ne frega un cazzo. Il drugo era l’esempio di come non stare al mondo. Di come, poi, conducevamo più o meno le nostre esistenze universitarie o giù di lì, chi più turbato, chi più sereno; tutti comunque votati ad un consapevole disimpegno. Consapevole. Segnate sulla lavagna la parola, please.

Poi. Poi passa un ventennio (porcamiseria). Passa in un lampo (riporcamiseria), succedono moltissime, innumerevoli cose: dall’esplosione di internet allora solo abbozzato all’avvento degli smartphone e a nuovi modelli di socialità che cambiano le regole di tutto. Ma proprio tutto: mai come dal duemila la norma sociale, il cosiddetto modus vivendi della massa, è cambiato, determinato da nuove tecnologie ormai del tutto fuse alle nostre esistenze. Ma su questi argomenti “alti” orde di accademici staranno già scrivendo più e meglio di me. Noi stavamo parlando del Drugo. Stavamo parlando del fancazzismo. Stavamo parlando del disimpegno. Del vaffanculo – molto prima dei vaffaday, signoremioperdonaci – a tutto senza se e senza ma. Ma con il sorriso bonario di chi ha deciso, studiato, capito che non ne vale la pena e quindi: olè, chissenefrega is the only way of life.

Ma occorre fare un altro saltello, questa volta di lato, per seguire questo mio pezzo con cui vi tedio in questo magnifico lunedì mattina di ritorno a uffici, scuole e lavori vari. C’era una volta la musica alternativa. La chiamavano così. A noi faceva un po’ ridere sentir parlare di quello che ascoltavamo ogni giorno come di un’alternativa. Alternativa a cosa? Beh, a quel mondo che per noi, semplicemente, non esisteva: il mondo dei Cecchetto, dei Festivalbar e del nazional popolare (mi perdoni il grande Vasco del suo primo decennio), dei San Remo e delle classifiche da TV Sorrisi e Canzoni. Quello che ascoltavamo noi non andava in tv, almeno non in quei canali e quando arrivava in classifica creava un “movimento”, un qualcosa di inaspettato (per gli altri) che ribaltava gli schemi. Il grunge ne fu l’ultimo esempio planetario. Ma per il mondo “mainstream” (parola allora ignota ai più) dei sei canali tv nazionali, la nostra musica era “alternativa”. Nascevano addirittura dei festival dedicati a far conoscere quello che altrimenti arrivava solo attraverso il buon vecchio passaparola nei negozi di dischi e grazie alle riviste specializzate (tra cui Il Mucchio Selvaggio, sigh). Comunque, tutto questo discorso sulla musica alternativa degli ottanta/novanta lo trovate molto ben spiegato in un documentario che ho beccato su skyarte un annetto fa: ne parlava Manuel Agnelli e forse lo speciale era proprio sugli Aftehours. Comunque. Perché questo sproloquio? Andiamo al dunque.

Perché la domanda che mi ha attanagliato e non mi ha fatto dormire costringendomi a lunghe notti ai banconi del bar negli ultimi anni – ve l’ho sempre detto che non era colpa mia, che c’era qualcosa che non andava e dovevo capire cosa mi trascinava verso il pub – è stata questa: ma chi se ne frega se l’indie è morto? Tanto, che problema c’è nel vestirsi male – le tute fine ottanta di Tacchini facevano cagare anche allora, ragazzi, sappiatelo – e scrivere canzoni mediobanali se non brutte tutte in italico idioma discutibile per grammatica e costrutto (in analisi logica alle elementari vi davano quattro, vero?) e riempire spazi da migliaia di persone poi vuoti quando vado io a vederci gruppi sconosciuti come gli Interpol (successo a Milano, l’anno scorso: eravamo quattro gatti e una settimana dopo per Ghali non si entrava in tutta l’area del Carroponte). Che male c’è? Qual è il problema? Proprio noi della teoria del disimpegno, del chissenefrega ci lasciamo turbare da gruppi che si chiamano come animali della savana e scrivono cose alla Zarrillo e Nek ma oggi sono indie? Chissenefrega. Ma ascoltati quello che vuoi. Per me puoi anche andare a vederti la Pausini, basta che non si esca mai assieme. Quindi, perché tutti questi pensieri? Poi, una coppia di turisti dell’est la settimana scorsa mi ha servito su un vassoio d’argento, anzi, su un bancone di marmo, la risposta alla domanda che tanto mi turbava.

Ultimo salto, prometto: nella vita di tutti i giorni, oltre ad annoiare il più gran numero possibile di lettori con racconti, romanzi e saggi, lavoro pure in una nota osteria del centro di Bologna, ormai frequentata in buona parte da turisti. Negli anni siamo finiti sulle guide straniere, poi il passaparola, i b&b del centro nati come funghi che ci consigliano, l’orario nonstop, la tagliatella fatta bene a due soldi; insomma, per un sacco di motivi siamo assaltati da turisti di tutto il mondo. Il fenomeno di Bologna iperturistica – mangiatoia per senzapapillegustative se vogliamo fare i cattivi, culla della cultura culinaria se vogliamo fare i bolognesi – è molto recente: sono pochissimi anni che si fatica a camminare per via Rizzoli come fossimo nel Village a NY a causa di orde armate di smartphone puntato verso l’alto a passo lento e dubbioso. Accolsi questa novità al lavoro senza riserve, anzi: era divertente spiegare agli stranieri che no, non si mangia la tagliatella col cappuccino e perché. Che dopo pranzo si beve il caffè e se ti piace il latte, caffè macchiato. Che c’è differenza tra sugo di pomodoro e marmellata, che la pasta scondita non è un contorno e un sacco di altre cose poco note al di là di Alpi e mari. Poi, si sa, la quantità vince sulla qualità e mi sono arreso anch’io. Di fronte alla turista americana che mi ordinò insalata con tonno e uova e caffelatte gettai la spugna. Pazienza: quando sono in forma ci proverò, ma alla fine – e vedete che torniamo all’inizio del mio pezzo – chissenefrega. Il Drugo avrebbe alzato le spalle, fatto un sorso di white russian e sorriso. E così ho cominciato a fare io. Mangia quello che vuoi, bevi quello che vuoi. Se vuoi non capire un cazzo di dove sei, essia, non ho certo intenzione di farti da papà, di educarti. Educarti. Educare, altra parola da segnare, come il consapevole di prima, sempre se non vi dispiace.

Ed eccoci allora alla risposta servita dalla coppia del far east, nuova terra di partenza del turista culinario contemporaneo che riempie qualunque baracca in cui si cucini qualsiasi cosa oggi a Bologna. Finito il pranzo, lei chiede un cappuccino, lui un double expresso. Sarò stato in giornata grilloparlante o rompipalle o chissachè, ma risposi “no”. Sorpresi, lei assume l’espressione offesa tipica dell’oltrebalcani che ormai conosco a memoria; lui, più mansueto, domanda “perché?”. E allora io spiego loro che con caffè lungo – il double expresso è una stronzata inventata da Starbucks peggio del babbo natale rosso della cocacola – e cappuccino ci si fa colazione, con i biscotti. Che alle tre del pomeriggio si prende caffè macchiato e caffè espresso, che siamo in Italia e this is the way here, poi, liberi tutti I’m an anarchist, you can drink what you want. Lui ridacchia, lei stessa espressione glaciale da oltre cortina di ferro. “Ve li offro io, provate, al massimo non vi piace, no? Che vi costa?” Bevono i due caffè. Lei immutabile nel viso ammonitore e marmoreo, lui, sempre più bonario, sorride, alza le spalle e “non l’avevo mai provato, buono” e se ne vanno verso la loro vacanza. E allora? Questo cosa avrebbe a che fare con le felpe brutte dei rapper, trapper, indiepopper di oggi e le loro canzoni – ecco, come dire, non trovo le parole – non proprio capolavori immortali? Ho scoperto grazie a double expresso ordinato in osteria cosa mi turba da anni. Educare. Educazione. Ecco il cuore del problema: la non educazione. Non nel senso di maleducazione, ma di assenza di educazione. Il non sapere. Il non aver provato, assaggiato, sentito che ha atrofizzato le papille gustative, come gli occhi, le orecchie. I cervelli. I cuori. Se sei abituato a mangiare precotti da discount, non capirai la bontà di una pasta fatta in casa con del tartufo fresco grattugiato sopra. Così, se vivi in mezzo al brutto e all’improvviso ti catapultano agli Uffizi, pochissimi saranno illuminati dalla bellezza della Primavera del Botticelli, moltissimi non lo capiranno e non per colpa loro, ma perché non sono abituati al bello, a una tela che trasmette emozioni profonde. Così, se ascolti merda dalla mattina alla sera, non solo non ti accorgerai mai di qualcosa che defecazione non è, ma non la capirai nemmeno quando l’avrai sotto gli occhi, pardon, le orecchie. Non te ne accorgerai perché le tue orecchie saranno abituate da troppo tempo a sentire robaccia da rima baciata, brutture in autotune, testi sgangherati, o così banali che Fabio Volo al confronto è Dante, che la mia prof delle medie m’avrebbe bocciato senza neanche passare dagli esami di settembre. E tutto questo, I-N-C-O-N-S-A-P-E-V-O-L-M-E-N-T-E. Ecco la tragedia: non è dispimpegno, non è nichilismo punk, non è essere il Drugo. È che non te ne accorgi più. Che a forza di sentire stronzate in sottofondo, quel sottofondo riempie la stanza, la testa, la vita e diventa il fondo. Il fondale su cui dipingi le tue giornate.

Ma che noia da vecchiume che state leggendo. Ma che palle con ‘sti qua che rivendicano un’epoca dell’oro della musica pre youtube sconosicuta ai millennials. E, infatti, chissenerega. Non è un problema che cosa volete ascoltare e chiamare musica. Ma che sia una scelta. La VOSTRA scelta. Se chi ascolta trap fosse anche solo minimamente conscio che esiste Battisti e che cazzaggiare con Sferaebbasta è – ok, non dico niente – legale; se ci fosse una minima cognizione del fatto che musica può essere qualunque cosa e che puoi ridere di un tormentone estivo e conoscere nota per nota le montagne russe dei violini di Vivaldi, allora io sarei sereno. Se ti va il cappuccino dopo pranzo, se ti piace, allora bevitelo. Ma tu non lo sai se ti piace, lo bevi perché te l’ha detto Starbucks. Se ti piace la musica che “va” oggi, ma benvenga. Se ti piace perché la trovi più bella di quella di dieci, venti, cinquanta anni fa. Se ti piace Giusy Ferreri e conosci la Bertè, ma affari tuoi. È che temo che tu non sappia neanche chi era Mia Martini. Temo che ascolti quelle stronzate che scrivono (oddio l’ho detto) Takagi e Ketra perché te l’ha detto Spotify, non perché tu, amante del bel canto italico e profondo conoscitore di Jimmy Fontana, Alan Sorrenti, Fiordalisiso – senza scomodare De Andrè, Ciampi, Tenco, Conte e blablabla – poi hai scelto i pezzi di Tommy Paradiso. Perché se è così va benissimo, liberi tutti. Ma se non lo è c’è un problema molto più grosso di quello che potrebbe essere che musica ascolti. C’è che non sai più scegliere. Ma non solo: c’è che ti sei diseducato a sentire qualcosa di bello. E allora ti faranno sentire quello che vogliono e tu lo ascolterai. E da lì è un passo leggere quello che ti daranno e comprare i libri di Selvaggia Lucarelli e non sapere chi è Ennio Flaiano. E così via, sempre più in basso, sempre meno liberi con in mano l’accesso a tutte le informazioni e nessun gusto per trovare una direzione in cui cercare. Ma che rompipalle. Alla fine, come diceva Bennato – chi?– sono solo canzonette, no? Eggià. Canzonette. Libretti. Quadretti. Amorucci. Votini. E quindi, chissensefrega, caro Drugo?

E, invece, un problema c’è. Perché poi succede che, dopo essere stati a Berlino a mangiare un panino, prendendo due paracetamolo cinquecento col cuore a mille, pensate che questa roba qui sia musica e che tre metri sopra il cielo sia letteratura e le croste del primo stronzo che decidono di spingere sui social sia arte e allora poi andate a votare e votate cinque stelle e lega perché pensate che quella roba lì sia politica e credete che le cose non abbiano a che fare e invece è tutto figlio della stessa non attitudine a vedere la bellezza, a sentirla: the miseducation (magari fosse quella di Lauryn Hill, grandissimo disco). E senza bellezza i cuori si restringono, i cervelli si atrofizzano e a forza di non vedere mai un bel quadro smetterete di emozionarvi per un tramonto e a forza di smettere di emozionarvi per il colore del cielo al crepuscolo smetterete di sentire quello che vi sta attorno e e non proverete più niente. Per quello che domanda una moneta davanti alla Pam. Per chi sbarca qui dopo mesi, anni di violenza e torture in un lager libico. Vi berrete le stronzate che scrive Il Giornale o Libero, crederete davvero che esiste un’invasione dei mori peggio che ai tempi delle crociate, che c’è un problema immigrazione e che i grillini con la loro onesta ignoranza in ogni cosa faranno star su i ponti che i comunisti non hanno curato e quindi cadono. E poi potrete lasciar cadere una cartaccia in piazza San Marco e non raccoglierla e mettere i piedi a mollo nella fontana di Trevi che fa caldo. Il brutto uccide l’anima. Il brutto rende bruti. Fatti non fummo per viver come. Ma allora, la musica che fu indie e oggi è indiepop, indierap, indiesticazzi è la causa di tutti mali? Ma no, ridiamoci su. Alziamo il bicchiere, Dude. No, no amici miei. C’è molto, molto di peggio. Ma le cose non sono slegate, mai: siamo della stessa sostanza dei sogni, diceva il Bardo. Siamo i nostri sogni: se non diamo loro lo spazio per vivere nella bellezza, smetteremo di sognarli. La sostanza è una, l’attitudine è una e si rivolge a tutto e allora ascoltatevi quello che volete, ma non fate che quello che “capita” diventi il virus che vi fotte l’hard disk del cervello. Perché a mettere la capoeira e la cachaca di fianco alla favela perché avevi solo voglia di staccare, magari poi è un attimo frullare tutto e non capirci più un cazzo. Ma non di musica, nella vita, in generale.

Cazzeggiare è bello, Calcutta è pure simpatico e ha scritto cose ironiche e divertenti. Tanta roba che senti è solo la versione brutta di quello che già si sentiva trentacinque anni fa – TheGiornalisti docet, a riguardo – e non fa male ascoltarla e canticchiarla. Ma col cervello sempre acceso e le orecchie tese che c’è anche altro. Anche qui a due passi. Escono dischi belli e intelligenti come quelli di Nicola Setti e Ofeliadorme o divertenti come quelli di Baseball Gregg e Laser Gayser o potenti come quelli degli Stormo e di qualunque cosa tocchi Jonathan Clancy e la lista è infinita proprio in quel mondo che si chiamava alternativo e adesso non so più come. E nei club da cinquanta persone val la pena andare. Anche se poi vi sparate i concertoni indiepop e fate po poroppo po po come allo stadio – ma lì era roba da buzzurri, adesso è sdoganato – dieci anni e più fa. Ma la differenza tra Salmo e Carl Brave la dovete riconoscere. Tra un testo cretino come Amore e Capoerira e una canzone di Claudio Lolli dovete riconoscerla. Poi magari vi ascoltate Baby K e Myss Keta, chissenefrega. Però fatelo come esercizio: andate a una serata della Barberia Records, al Freakout, a un festival di Maple Death e ascoltate i loro artisti e vedete se riuscite a capirli. Non se vi piacciono, quello è gusto; ma se vi comunicano qualcosa, se arrivano. Se non succede, il virus è entrato. Ma tranquilli: basta fare un refesh. Andate subito a una mostra qualsiasi in una galleria importante o in un museo della vostra città, comprate un libro di Franco Stelzer, o di Pavese se non volete stare a cercare al Libraccio; ascoltate, mentre leggete, tutto Battisti – mannaggia, non si trova online – o Mina, o se non siete legati all’italico idioma qualunque cosa esca per Sacred Bones, Domino Records, To Lose La Track – avete capito il gioco di parole? No? Subito al museo, di corsa! – e tantissime altre. Poi, con una strana pace sconosciuta nello stomaco ritornate a Frah Quintale e Coez. Magari vi piacciono davvero lo stesso. E allora, alla Drugo, sorrido sincero e brindo con voi.

Fabio Rodda