I dischi che piacciono solo a me, credo #42

Shirley Bassey – Never, Never, Never (UA, 1973)

Durante i tempi cupi del manicheismo coatto ho sovente dovuto nascondere – mio malgrado – l’insana passione bondiana che da sempre mi attanaglia. “Ma come?” era l’inevitabile stupore conto terzi: Maschilista! Decerebrato! Guerrafondaio! Alcolizzato, persino. O fascio, pure. E stronzo, già. Dimenticavo: stronzo. Da te non me lo sarei mai aspettato e bla bla bla. Che era un po’ come ‘cielo, mio marito!’ declinato misoginia. E invece, guarda un po’ cosa potevo estrarti dal cilindro mentre tutti si facevano rinsecchite pugnette sul Godard (non il Vic, quello piace anche a me) con l’Amuchina. Armi, donne, Martini, motori, scazzottate, improbabili ritrovati tecnologici. Un rupestre, praticamente… Ma che siamo – in definitiva – noi esseri pelosi incapaci di scovare dei calzini dello stesso colore in un contenitore di 50 centimetri? E ancora: cosa volevi dire, a 007? Uno che annetteva gnocca un tanto al chilo, sbarazzandosene per causa di forza maggiore (la morte della tapina, quasi sempre) o noncuranza spiccia. Se ti piaceva James Bond eri fascio. Punto. Vestito bene ma fascio. Il che dimostra quanto possiamo essere stupidi a volte. Quindi zitto e dalla Russia con amore, cioè mosca. Insomma, per alcuni lustri non ho potuto dichiarare stima imperitura verso lo stile (shaken, not stirred) dell’agente segreto più famoso al mondo. Roba da maschi allupati probabilmente, gente con un immaginario basico, uno smoking che non si sgualciva nemmeno sotto una muta da sub e due neuroni due di numero, concentrati su un’unico obiettivo. Che non era la Spectre.

Non ricordo infatti d’aver mai conosciuto foemine seguaci delle avventure del nostro, tolto forse un languorino verso questo o quel protagonista (l’immaginario dice Connery dal 1962, ma sono certo che le gentili donzelle siano all’oscuro del fatto che in OGNI film Sean Connery indossò un parrucchino per nascondere l’incipiente calvizie). Una trappola tipicamente maschile quindi quella di 007, una trappola nella quale sono caduto con gusto da subito e in ottima compagnia se è vero che Dalla Russia Con Amore fu l’ultimo film visto da John Fitzgerald Kennedy (se lo fece proiettare privatamente alla Casa Bianca) e La Spia Che Mi Amava quello al quale assistette Elvis Presley prima di defecarsi cuore e pastigliette sulla tazza del cesso. Una trappola edificata soprattutto su accessori, immaginario e trivia. Tipo la marca di orologio indossata dal nostro (solo Rolex o Omega Submarine); che la pistola è sempre una Walther PKK e che Cary Grant fu la primissima scelta per il ruolo di protagonista. Rifiutò perchè troppo vecchio per la parte (nel 1962 aveva 58 anni). E ancora: sapevate che Ian Fleming era cugino di Cristopher Lee? Quest’ultimo avrebbe dovuto interpretare il Dr. No nel primo capitolo della saga, non andò a buon fine ma si rifece ampiamente col sublime Scaramanga in L’uomo dalla pistola d’oro (1974).

Insomma, ci sarebbero mille indizi per togliere quella patina da Maschio Alfa rimasta appiccicata a 007. Non lo si è mai visto ubriaco, ad esempio (a parte una mezza inquadratura di Quantum Of Solace); in Si Vive Solo Due Volte (1967) evita di guidare l’automobile per tutto il film; in Vendetta Privata (1989) la scena in cui gli si revoca la licenza di uccidere venne girata a casa di Ernest Hemingway (addio alle armi, eh?). Il motto della famiglia Bond è Orbis Non Sufficit, ovvero Il Mondo Non Basta, film del 1999. Non bastasse questo, in sovrappiù vi aggiungo come Fleming si fosse appropriato dell’identità di un famoso ornitologo (autore del libro ‘Uccelli delle Indie Occidentali’), chiamato appunto James Bond.

Ora, siccome ‘senza Golia Davide è solo un moccioso che tira sassi’ mi sono altresì piaciuti in maniera spasmodica persino i vari ‘cattivi’ che si sono avvicendati. Quasi tutti: da Hernst Stavro Blofeld a Julius No; da Auric Goldfinger (con quella faccia alla Benny Hill. Ma i produttori avevano contattato Orson Welles in prima battuta) a Scaramanga; da Hugo Drax a Le Chiffre (enorme Mads Mikkelsen!) e – va da sè – pure tutti i loro scagnozzi: Squalo, il leggendario Odd Jobb, Baron Samedì, Nick Nack, la conturbante Octopussy. Avercene, di nemici così, cristosignore! Che qua, per trovare del sano sturm und drang devi rivolgerti a mezze calzette, sovente piagnucolose, isteriche e con le sopracciglia perfettamente rifinite. Mai che ci sia un cattivo come si deve, quando ne hai bisogno. Ma la leggenda era LUI, lui e le innumerevoli gnocche che si coricavano seco senza troppi ‘a casa mia o a casa tua?’, Tinder e/o gruppi di whatsapp. Qualche nome? Barbara Bach, Jane Seymour, Jill St. John, Diana Rigg, Shirley Eaton (ricoperta d’oro, yummmm), Claudine Auger, Honor Blackman, Ursula Andress, Barbara Carrera (la cattivissima Fatima Blush). Non vi suda la nuca? Un vodka martini e già si rotolavano OVUNQUE.
‘Ooooh, Jaaaaames’
“Tre misure di Gordon, una di vodka, mezza di China Lillet. Versate nello shaker, agitate sino a che è ben ghiacciato e poi aggiungete una bella di scorza di limone”
“Anch’io”
“Anch’io”
“Anch’io”

E poi, la scelta dell’attore. Tasto dolens e roba da dividere il pianeta o farsi picchiare vita natural durante dalle femministe. Per me era perfetto anche  l’odiatissimo Timothy Dalton, o addirittura lo sfortunato George Lazenby per dire, lui e la sua faccia da Oscar Wilde ai Giochi Olimpici. Ho un idiosincrasia solo per Roger Moore (damerino che avrei picchiato ad ogni episodio di The Persuaders) e quel Putin ipertiroideo di Daniel Craig, uno a cui persino lo smoking calza maluccio. Sul mio fotofinish vince Connery, certo, ma di mezza incollatura su Pierce Brosnan… Che come indossava lui i completini nemmeno quel tizio… come si chiama? David Gandy?… quello che esce dalla spuma del mare con la grazie di una nutria (sì, sono invidioso. Ovvio) mostrando muscoli e glutei a Bianca Balti. In ogni caso saremo stati anche maschilisti, porci, guerrafondai (e stronzi, certo) ma l’inguaribile romanticismo che permea le nostre graziose personcine ha sempre un momento di sconforto nel ricordare la povera Teresa ‘Tracy’ Di Vicenzo Draco (Diana Rigg, che donna!), unica nel riuscire a condurre all’altare (sebbene per poche ore) il nostro. Che poi… Agente Segreto? Scherziamo? Tocca davvero citare Moore quando si espresse sul personaggio da lui ininterrottamente interpretato dal 1973 al 1985 con siffatto cinismo: “in teoria sarebbe un agente segreto, eppure tutti conoscono la sua identità e sanno cosa fa per vivere. Appena arriva in un albergo, trova un barman che lo saluta: ‘Bentornato, mister Bond: il solito Martini?’ Andiamo, non ha senso…”. Come dargli torto?

Infine il topos magno: la colonna sonora più riconoscibile di sempre. Va di pari passo con la scelta del protagonista e del cattivo, e solo la suprema e panterosa Shirley Bassey ha potuto fregiarsi di ben tre incisioni ufficiali per altrettanti film. Le note portanti son sempre le stesse, declinate in mille maniere e con mille arrangiamenti ma sono sempre quelle, misteriose il giusto e pietre d’angolo per un tema sonoro riconoscibilissimo. Da Sheena Easton (For Your Eyes Only, carina) a Nancy Sinatra (You Only Live Twice, carina). Dai Garbage (The World Is Not Enough, bah) agli A-Ha (The Living Daylight, bah). Da Lulu (The Man With The Golden Gun, insomma) a Tina Turner (GoldenEye, insomma). Da Tom Jones (Thunderball, da brividi) a Louis Armstrong (We Have All The Time In The World. ENORME). Insomma, senti la canzone e sai a quale episodio del nostro ti stai riferendo, manco fosse un condizionamento Pavloviano. Trovamelo tu, un altro eroe così. Ma si diceva di Shirley Bassey, giusto? La Bond Girl per antonomasia, nel mio parterre sonoro. E quanto ho fantasticato nel vederla recitare la parte della cattivona, magari al posto di Grace Jones, sarebbe stata la quadratura del cerchio perfetta. Va da sè che dire Shirley Bassey significa dire Goldfinger, ovvero il più bel tema di sempre e qualcosa che ti entra in testa e nei pori della pelle da subito. Firmata dalla Sacra Triade John Barry, Lesley Bricusse e Anthony Newley e – si dice – ispirata alla celeberrima Moon River (ma anche Mack The Knife). Canzone dal fascino misterico e misterioso, ammantata di grazia e lascivia, poderosamente interpretata da una Bassey mai così focalizzata e titolare di un acuto finale da brivido nel quale l’intera letteratura bondiana si è sbizzarrita assai. Mille le leggende a riguardo, dalla relazione con il Barry durante la lavorazione del film allo svenimento proprio durante l’acuto, portato a termine con un leggiadro artifizio matematico (lo sfilare del reggiseno per poter incamerare più aria nei polmoni). Fa parte del terzo capitolo della saga ‘007 Missione Goldfinger’ e verrà brutalmente ripresa nell’incedere per il tema portante di Vendetta Privata (1989). C’è tutto un mondo dietro e dentro il tema di Goldfinger, nelle intercapedini delle luciferine aperture orchestrali, nell’animoso climax, nella lussureggiante aria melodica, nello scardinare degli archi, nella chitarra che si fa notturna. A proposito: c’è Jimmy Page che vi suona, lo sapevate? Lui assieme a Vick Flick e l’enorme (non solo nel nome) Big Jim Sullivan. C’è tutta Shirley Bassey in pratica, una che dovette attendere i Propellerheads e gli Yello per avere qualche scampolo di notorietà contemporanea dopo un temporaneo oblìo. E proprio di lei mi piacerebbe parlare, di lei e del fatto che la sua visione mi provochi sempre desiderio spasmodico di riguardarmi qualche capitolo della saga a caso, magari con un bicchiere tra le mani. Insomma (e l’avrete capito), tutto questo pippone è solamente una scusa per trattare il mio sciupafemmine preferito, tramite interposta persona (e disco).

Dame Shirley Veronica Bassey quindi, gallese di nascita ma ugola planetaria. Una che si è fatta Sanremo 1968 e Canzonissima 1969, che ha inciso canzoni di Memo Remigi (!!!), Elton John, Paolo Conte e Pet Shop Boys. Una che pubblicò Never Never Never, rifacimento di Grande Grande Grande di Mina e la condusse ai primi posti delle classifiche d’oltremanica. Un disco che palpeggio giusto ora, corroborato da una copertina lucida dal cartone spesso, di quelle che ancora si facevano per durare nel tempo, con quella sottile patina adesiva che salvaguardava l’immagine e le eventuali macchie. Le più improbabili, in quei disinvolti anni settanta. Guardo l’archivio e non trovo un solo ellepi della Shirley in mio possesso nel quale compaia Goldfinger, nemmeno in It’s Magic (Starline, 1968) o nello stupefacente The Fabulous Shirley Bassey (Music For Pleasure, 1970). Ripiego dunque su Never, Never, Never, che è sì bondiano sin dalla copertina ma – soprattutto – contiene una manciata di rifacimenti perfetti per un Natale distesi appresso al caminetto, con una Vecchia Romagna tra le mani e delle lenti bifocali a sgualcirti la vista. 12 pepite termiche provenienti dai più disparati repertori, e già il rifacimento della Mazzini aumenta la temperatura corporea di un paio di gradi. Soffice, senza quella malizia sotterranea che era prerogativa di Mina ma con il valore aggiunto di un cinematografico climax spalmato su una interpretazione vocale leggiadra e da brividi. Poi arrivano Baby I’m-A Want You (si, quella dei Bread) assieme a Someone Who Cares scritta da Alex Harvey (non il Sensational Alex Harvey) e portata al successo da Kenny Rogers e il firmamento si spegne per attendere che la cometa Bassey ci disintegri i cuori. O ciò che ne rimane. The Old Fashioned Way è Les plaisirs démodés di Charles Aznavour, soltanto declinata agli immaginari tempi del proibizionismo e persino quella Vecchia Romagna si agita nell’ascoltarla. I Won’t Last A Day Without You (Carpenters) risucchia lucciconi e si sarebbe adagiata da Dio su (e con) un qualsiasi James Bond. A ribadire l’uno due da fibrillazione atriale ci pensano l’immensa Somehow (scritta per lei dalla coppia Hackady/Grossman) dove inizia inventando Amy Winehouse e finisce disintegrando pietre con la forze delle sue ottave e There Is No Such Thing As Love di Anthony Newley che sa già immaginarsi Philly Sound. Quando arriva Killing Me Softly With His Song avete già Santo Stefano che vi garrota il miocardio. Ne dona una versione di jazz arterioso, con le prime luci dell’alba a farvi la respirazione bocca a bocca e un gusto di tabacco tra i capelli e nel risvolto del bavero. Ronnie Scott annuisce e il bar finisce le scorte di whisky, chiudendo le serrande per manifesta superiorità. Going Going Gone (di John Barry, dal musical Lolita, My Love) avanza sorniona con un coltello sotto la guêpière e un 45 giri che risuona su qualsiasi jukebox di Nassau. Scandali al sole ne abbiamo? No Regrets di Tom Rush perde la patina folk blues dell’originale ma acquista una carica ero(t)ica intimista edificata su un’orchestrazione luculliana, qualsiasi cattivone della serie si sarebbe redento seduta stante; Together (siglata Graham Gouldman dei 10cc) scivola sugli interstizi degli archi e delle anime in terracotta screpolate dal gelo con un afflato da french touch anni sessanta. Make A World A Little Younger è invece la sua My Way sul filo di lana, scritta appositamente da Terry Howell, Karen ‘O Hara e Denny McReynolds. Make the world a little younger, let the laughter in yesterday was filled with magic bring it back again.
Grande, grande, grande Shirley, i diamanti come te sono per sempre.

Asciugo le lacrime rimaste (mie, ma anche della Vecchia Romagna) e chiudo il feuilleton bondiano rivendicando a testa alta il mio devoto ardore verso quegli improbabili fumettoni pulp. Li guardo e li riguardo E li riguardo. E li riguardo. E li. E. Sperando di vivere abbastanza per vedere Miss Moneypenny – prototipo della cinquantenne scaltra e disillusa – coronare la sua ormai quasi sessantennale et pruriginosa storia d’amore con il nostro. Sarebbe una bella rivincita, per noi porci maschilisti. E stronzi, già. Perchè un battuta come “credevo che Natale venisse solo una volta l’anno” la si perdona solo a Bond. James Bond.

Buon Natale con i miei cinque 007 preferiti:

Missione Goldfinger
Moonraker: operazione spazio
Dalla Russia con amore
Al servizio segreto di Sua Maestà
Il domani non muore mai

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #41

Wayne County & The Electric ChairsStorm The Gates Of Heaven (Safari, 1978)

Ero già vecchio quando sono diventato giovane; credo sia stato presumibilmente suppergiù nel 1989. La profonda provincia ottusa e campagnola alla riscossa, quella che oggi manco morto cambierei per i vostri apericazzi in centro, a farvi i risvoltini ai pantaloni slim fit o con quel vostro maglioncino color senape defunta aggrappato sulle spalle. Avevo un salario, tempo libero, una relazione, alcune passioni. Dopo eoni di tempi bui l’Illuminismo poteva avere inizio. Alla prima vera vacanza ci recammo a Berlino, 18 ore di treno. In piedi, che ‘tanto chi vuoi che vada a Berlino in settembre’? A Berlino che giorno è, se poi la nebbia entra anche dai vetri. Maledizioni assortite (altrui) e la consapevolezza che non ero mica ‘sto fulmine di guerra come pensavo, impantanato nelle mie paludi che presupponevano un bar, il centro, l’ufficio postale, il campo da basket di cemento armato che faceva tanto Harlem, dei coetanei con la faccia da killer prezzolati (un paio dei quali erano davvero killer prezzolati) e svariate centinaia di ettari di campi incolti. Semola (quello di ‘La Spada Nella Roccia’) in confronto era Vattimo. Non presi nemmeno mai la metropolitana quell’anno, a Berlino. Il sottosuolo non fa per me, che cazzo ci facciamo lì sotto che non si possa fare anche alla luce del sole? Mica siamo gotici, grazie a Ossian. Una bella vacanza, uno strano hotel sopra uno strip club (alla terza notte consecutiva di Barry White, Boney M e gridolini rosè capii che lì sotto si consumavano leggende), un bel po’ di scazzi con i tedeschi (anche pesanti, non siamo disonesti solo noi peninsulari) e un ritorno a casa pieno di sospiri di sollievo. Seduti, stavolta. Con un corregionale logorroico immolatosi sei mesi a far gelati da qualche parte nella Foresta Nera. Un vero stolto, la perfetta macchietta per un qualsiasi remake di Signore&Signori. Salì a Monaco e non gli parve vero, dopo mesi di prigionia tedesca, udire italico idioma, incidentalmente persino con inflessioni corregionali. Non sapeva e non aveva imparato nulla a parte ‘zitrone’, parola che diceva a caso ogni tre per due, manco fosse una bestemmia o un intercalare; estrasse persino le Palline Zigulì per convincerci che limone in tedesco si diceva ‘proppio cussì’. La sua prima volta fuori dal paesello e l’avevano sbattuto in mezzo ai panzer a fare il mulo da soma. Si sarebbe bevuto lo Zyklon B se gliel’avessero chiesto, tanto era sciocco. Se ci ripenso, dopo tutti questi anni, mi assale ancora una tenerezza infinita verso quel povero ragazzo, riprova vivente del motto ‘viajar descanta, ma se te parti mona te torni mona’ (google translate, grazie). Insomma, dopo 3 ore di ciance sulla fabbrica di autoscontri di un lontano parente e sulla famosissima squadra di tamburello del suo paese (sic) lo sventurato decise che eravamo tanto intimi da farci vedere la cosa più preziosa che possedesse. Io e la foemina ci guardammo sgomenti mentre lo stolto ravanava nella zip dei pantaloni per estrarre dalle tasche il malloppo di sei mesi di lavoro. 12 stramaledette ore al giorno.

Guardate qua, valuta forte, saranno un sacco di soldi, no? Il mio titolare ha detto che in Italia con questi posso comprarci un auto usata.

Mi domandai come avesse potuto capirlo, a meno che zitrone non si potesse declinare in mille modi diversi, un po’ come le rune. Ma preferii soffermarmi sul cambio Marco/Lira.

Amico, io non so con esattezza la quotazione odierna del marco tedesco, ma ho come l’impressione che 600 marchi per sei mesi di lavoro sia… come dire… una fregatura.

600 marchi, cristosanto. Questo aveva fatto lo schiavo 12 ore al giorno per 180 giorni senza riuscire a farsi un minimo calcolo. Slave to the Wage. Io, in confronto, ero Vattimo.

Cercai di non infierire, fingendo un’improvviso colpo di sonno. Non mi andava di brutalizzarlo con una verità che avrebbe potuto stenderlo. Storpiai un sorriso e cercai d’appisolarmi guardandolo di sguincio a intervalli regolari. M’aveva messo tristezza quello stolto, carne da macello pronta ad essere sodomizzata ad ogni giravolta della vita. Non so che fine abbia fatto ma ricordo perfettamente che quel finto dormiveglia mi portò dalle parti di Jayne County. Il bottino più eroico di quella trasferta teutonica. Ogni viaggio, mercatino o trasferta ha il podio degli acquisti, consuetudine che mi porto appresso dalla notte dei tempi, da quando Giuseppe Verdi e la Montessori avevano il volto impresso su sgualciti fogli di carta. E, quella volta, Wayne County aveva senza alcun dubbio strappato il podio più netto di tutta la trasferta berlinese.

Jayne County nata Wayne Rogers. Ovvero hai poco da dire ‘il rock and roll’, quell’entità spesso dogmatica della quale in tanti ci riempiamo la bocca soltanto per sciacquarla o occupare giga in rete. Qualcosa che le tue conoscenze (le mie, ok. Non tutte però) in genere assimilano a nomi letti su Cioè negli anni 80 o a qualche cover udita a X Factor tra uno zapping e l’altro. Quel campo magnetico instabile dove per la morale comune orbitano ectoplasmi alla Lenny Kravitz, Roxette e via pedalando. L’elogio dei quasi adatti. Questione di attitudine – spesso – più che di suono e pensate cosa doveva essere in quegli anni se entrambi i fattori andavano a collimare su eruzioni discografiche. Wayne (poi Jayne) County potrebbe far da solo l’intera serie di Babylon Berlin tanto è stato avventuroso, blasfemo, paradossale e rock and roll durante questi quasi 50 anni di onorata e fangosa carriera. Uno che non ha mai realmente assaggiato le glorie dell’industria discografica. Mai osannato come i Television, mai avuto hit come Blondie, mai riverito come i Ramones, mai elogiato come i Suicide, mai preso a modello come le New York Dolls. Eppure è riuscito nella titanica impresa di far convergere tutte queste influenze in un glam punk che – almeno sul finir dei settanta – potè dir la sua. Avrebbe potuto altresì guadagnarci qualcosa, anche economicamente, invece di rimanere nei bassifondi a fare l’Holly Came To LA. Ma il linguacciuto transgender era nato per epater le bourgeois più che pensare ad una vera e propria carriera. Non voleste credere a quest’elegia da seconda media e tutt’altro che natalizia, due cosine due sul Signor Wayne Rogers andrebbero dette. Tipo che a 20 anni si trasferisce a New York dalla nativa Dallas, che è ancora Wayne ma la transizione (umana e sonora) ha inizio tramite dei travestimenti così sopra le righe da far sembrare Renato Zero algido come i Kraftwerk. Partecipa agli scontri di Stonewall, fonda uno dei primissimi gruppi proto punk (i Queen Elizabeth) e recita in Femme Fatale di Warhol assieme ad un’altra deliziosa fuori di testa come Cherry Vanilla. E chissà chi ha copiato chi in quello scontro di malridotte e linguacciute principesse della spazzatura. Cherry frequenta Bowie (ne diverrà pubblicitaria) e anche qualcosa di più visto il flirt che da più parti viene emesso in guisa di gossip; fa addirittura da tramite tra il Rogers e la mega star britannica, tanto da portare i Queen Elizabeth alla Mainman con un contratto di 200.000 dollari. Si risolve in un nulla di fatto ma il David prende scrupolosa nota dell’ambiguità del Wayne, soprattutto dopo che Pork di Andy Warhol viene messo in cartellone alla Roundhouse di Londra. Wayne è la star più licenziosa di quel cataclisma sonoro (ma anche enteroclisma, vista la blasfema sceneggiatura fatta di coprofagia, sesso promiscuo, aspersione di svariati liquidi e ipnotici giochi di luce). David e Angela Bowie sono tra il pubblico e ne restano così rapiti da rasarsi le sopracciglia il mattino dopo e porre le basi per Ziggy Stardust. L’eccentricità del folle Rogers è un’eccentricità fatta di costumi sgarcianti, volgarità spicce, sessualità esplicità, teatrali manifestazioni d’esibizionismo. Come Bowie molti – negli anni – ne prenderanno le movenze a modello. Fa di più l’isterico Wayne, pronto ad accusare di plagio il Duca tramite quella Queenage Baby che – a suo giudizio – è null’altro che il prototipo di Rebel Rebel. Nel 1974 è la volta di Wayne County And The Backstreet Boys, registrano tre brani per la raccolta Max’s Kansas City e si esibiscono regolarmente al CBGB, Partenone Punk dove Wayne diviene il dj residente (sua la deflorazione in America di Anarchy In The UK) e trova il tempo per spaccare una clavicola con l’asta del microfono a Dick Manitoba dei Dictators in una leggendaria rissa omofobica da palco. E ancora: compare nel leggendario (stavolta davvero) Blank Generation, film di Amos Poe. Poi vola a Londra. E’ il 1977, incontra Derek Jarman e recita in Jubilee prima di venire immortalato anche in The Punk Rock Movie di Don Letts. Se mi permetteste di usare l’abusato termine ‘seminale’ lo spargerei un po’ ovunque come Cream In My Jeans, tanto per parafrasare uno dei cavalli di battaglia del nostro. Poi – finalmente – forma Wayne County & The Electric Chairs rubando Henry Padovani all’ex amichetta Cherry. Il chitarrista è appena stato silurato da un terzetto che consta di tal Gordon Sumner al basso (Sting per gli amici e – di lì a poco – per il mondo) e il batterista Stewart Copeland. Sono già i Police comumemente intesi ma non lo sanno, perlomeno fino a quando appunto Padovani viene estromesso in favore di Andy Summer. Ma questi sono incesti rock goduriosi da leggere sebbene poco funzionali alla storia.

Degli Electric Chairs ne lessi con somma avidità e altrettanta ignoranza su un vecchio numero di Popster, dove il solerte Gabriele Ansaloni (in arte Red Ronnie) ne tesseva le lodi, magnificando un mondo rumoroso, promiscuo, caciarone ma pieno di libertà creativa che mi provocava intensa fibrillazione. Un gruppo punk trainato da un travestito sopra le righe. Mica erano i Tubes e il loro innocuo Circo Barnum, vacca boia. Questo titolava i brani Fuck Off o – appunto – Cream In My Jeans e chiudeva i concerti esortando – erm, come dire – gli astanti a sodomizzarlo (If You Don’t Want to Fuck Me, Baby, Fuck Off). Cose dell’altro mondo, per un implume tredicenne. Mi sembrava un marziano, un immaginario abitante delle Pleiadi, Il Jobriath immerso nei Ramones, il Sun Ra del CBGB. Ci vollero 10 anni e quel fantomatico viaggio a Berlino per farlo mio seppure con un artifizio matematico dacché al Wom ne avevano categoricamente negato l’esistenza in negozio. ‘Non è in catalogo‘ disse il solito commesso annoiato, categoria merceologica verso la quale – oltre a provare istintiva avversione – credo di avere calamita emotiva. Ma mica lo freghi un candido provinciale incazzoso provvisto di un pregno e ben più sincero amore verso il rock and roll rispetto ad un coglioncello teutonico. Voi vi vestivate di pelli esprimendovi a grugniti mentre nosotros costruivamo ponti, acquedotti ed eravamo provvisti della più nobile arte oratoria. Quindi fanculo, rastakrautpasta. Io l’avevo visto Storm The Gates Of Heaven. Vinile color lavanda. Originale Safari Records. Era rinchiuso dentro una porticina situata sotto le vasche da dove si palesava ogni ben di Dio. Non ero venuto a Berlino per portarmi a casa un qualsiasi manufatto che avrei potuto agevolmente scovare anche nel capoluogo d’origine. Era lì, intonso, e nessuno mi vedeva. Come rubare il Topkapi in pieno centro città. Lo afferrai, inserendolo nella pila degli acquisti (da dove svettava un Dee Dee King) prima di appropinquarmi alla cassa con la mia miglior faccia di cazzo. La cassiera non fece una piega inserendolo nel computo totale. Era catalogato, dunque. Stronzo tedesco dell’ovest, che l’armata Rossa possa avere il tuo scalpo. Lo avevo cercato per così tanto tempo che necessitava doverosi festeggiamenti, una volta tornato a casa.

A tutto questo pensavo nel finto dormiveglia mentre la macchietta continuava il suo monologo. Zitrone, zitrone! Pareva Ezra Pound, ostia. E mi stava rovinando l’eccitazione di quel pezzo di vinile, lo stesso che sto riascoltando ora e che non ha perso un grammo della sua malefica e sboccata attitudine rock and roll. Lo ritrovo intonso e con l’attenta produzione di Martin Birch (Black Sabbath, Deep Purple). Storm The Gates Of Heaven mantiene tutte le promesse della sarcastica (e meravigliosa) copertina, santino blasfemo tra un fumetto Marvel, un frammento di qualche categoria di X Hamster e una solenne presa per il culo. Comincia in eccellente e godurosa maniera proprio con la title track, ovvero i Damned (Phantasmagoria è giusto dietro l’angolo) che si fanno cabaret; un tenebroso boogie sopra le righe con un incedere men che formidabile. Non è punk, non è glam, non è new wave, non è rock and roll, ma è tutto questo, legato da un filo di sperma. Ergo singolo perfetto, qualcosa che sta tra gli Alternative Tv di Action Time Vision e un Lou Reed stranamente allegro. Una Alabama Song piena di cazzi e con un cambio armonico che – oltre a farsi storia – se non vi fa muovere il piedino significa che siete morti. Cry Of Angels è un altro bel pezzo da novanta: ha le stimmate del glam, porta in sé l’embrione delle Runaways e dei Blondie, ma in sovrappiù sa inventare parte dello street rock losangelino che di lì a qualche luna andrà a dipanarsi. Speed Demon è una meraviglia contagiosa come il miglior rock and roll anni settanta, il punk lo intravede con il lumicino ma qualsiasi (ripeto: qualsiasi) banda con l’acne che si sia fregiata del suffisso indie negli ultimi 20 anni si è inconsapevolmente rivolta a questi tre accordi, si chiamino Libertines, Jet o Strokes. Speed come il titolo e wikipedia sonora dello scibile rock. Mr. Normal oscilla su un filo teso a venti metri da terra, tra liturgie Alice Cooper, svisate Black Sabbath e un’inconsapevole rivolo bianco di punk; la band sferraglia come se non vi fosse un domani e la Principessa canta come se battesse il tacco sui capezzoli di Julia Roberts. Poi arriva l’altro monolite di carriera, ovvero quella Man Enough To Be A Woman che, oltre ad essere il titolo dell’autobiografia del nostro (Serpent’s Tail, 1996) diviene leggendaria da subito con quell’aria malefica da Velvet Underground, svicola lenta tra chitarre adatte a Clapton accordate su una tensione maligna. Manifesto programmatico di un’artista (e una band) che meriterebbero ben altri consensi. Trying To Get On The Radio pare presa di peso da Berlin tanto si genuflette sulla letteratura Reediana. We’re gonna try to be commercial, just like we did it at rehearsal. Inutile dire che – come la We Want The Airwaves dei Ramones – non ce la faranno mai. Grazie a Dio. Gli Electric Chairs sono patrimonio solo nostro, mio e di voi quattro che sfidate i centri commerciali e i White Christmas, ma in tutto questo gli archi di Trying To Get On The Radio – come Baby, I Love You dei fratellini – è la cosa che più si avvicina al Natale dell’intera discografia. Siamo quasi alla fine e i merletti di Wayne/Jayne riescono a schiaffare ancora luciferine zampate: I Had Too Much To Dream Last Night è la più bella cover di sempre degli Electric Prunes, il nostro la canta come se fosse Kylie Minogue o Lana del Rey e la dicotomia è da lacrimuccia facile e sacrosanta. Tomorrow Is Another Day chiude con un venticello da West Coast per una ballatona – erm… – strappamutande che sa da Perfect Day, rendendo Storm The Gates Of Heaven un disco meraviglioso, senza un solo calo di tensione, corroborato di tracce men che splendide ma ancora troppo sottovalutato. Seguiranno l’interlocutorio Things You Mother Never Told You (Safari, 1979) dove spicca una ramonesiana Wonder Woman e l’incendiario e imprescindibile – ma per davvero – Rock And Roll Resurrection (In Concert) (Safari/Attic, 1980) dove Wayne muore, sostituito da ora e per sempre da Jayne. Registrato a Toronto la notte del 31 dicembre 1979 è un parossistico concentrato di glam e furiose cavalcate hard, cattura la banda in eccellente stato di grazia ma ne rappresenta pure la pietra tombale.

Oggi Jayne ha 71 anni, sembra la vecchia zia pazzerella ed eccentrica, una Maga Magò del punk, un Quentin Crisp in gonnella, passa le giornate a dipingere ed inveire su Facebook contro Trump e gli omofobi. Non riesce nemmeno a vivere di rendita di un tempo che fu. Fa tenerezza e l’impressione è che non se la passi granchè bene. Del resto manco io sono più quel virgulto sbruffone di Berlino. E non ho mai recitato in Jubilee, per dire. Ma ho imparato a dire zitrone.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #40

Enzo MaolucciBarbari e Bar (I Dischi dello Zodiaco, 1978)


Non vado più al bar, da anni. Non c’è nemmeno più ‘un bar’, a dirla tutta. Un bar come si deve, intendo; non quelle leziosità da colazioni e aperitivi che chiudono rigorosamente alle otto (alle ‘venti’, scusate). Cazzo chiudi alle otto? Cosa sei, un furgoncino della Bo Frost? Uno sportello dell’Agenzia delle entrate? L’Ikea? Un supermercato bio? Il bar, soprattutto quelli decentrati – che ‘periferia is the new loud’ – sono dei posti di ristoro mica da ridere, e voi potete smerigliarmi la cippa ad lib con i vostri salatini, la pasticceria mignon e il macchiato in tazza grande con il cuoricino sopra, la soia e il cacao magro. Mavaffanculo te e quegli orrori, amico.

Vuoi mettere un bar come si deve? Di quelli che puzzano di sudore, calce viva e linoleum unto? Di quelli che stanno sparendo e forse solo in qualche sperduto promontorio dell’Appennino o nella provincia meno caotica ancora resistono, tra un vecchio con la testa dentro il calice di rosso e la vegliarda dai capelli blu e le calze sempre smagliate, incazzata col mondo ma pronta a infilare il naso per chiedere i Gratta&Vinci? No, dico… vuoi mettere? Sono spariti, quei bar, hanno fatto la fine della gloriosa mezzala calcistica, impacciata retorica da Stefano Benni o Ligabue e poco altro. La stessa che sto facendo io, chiaro. Non potevi fermare la provincia o certi quartieri periferici delle città di media grandezza, erano organismi che nulla avevano a che vedere con il rispettabile – e molliccio – centro. E non era manco questione di spiccia lotta di classe. Non solo, quantomeno; che a quegli anni settanta un’obiettiva rispolveratina andrebbe fatta, accidenti. Se è pulito non è un bar: regola numero uno. Le brioches devono essere stantìe o quantomeno confezionate: regola numero due. Il gestore deve avere una preparazione junghiana per sopportare gli avventori; regola numero tre. Mica ci fermiamo qui eh. Numero quattro: bestemmie esotiche. Numero cinque: si parla di figa, calcio e rock and roll, senza tanto ciurlare nel manico ed esattamente in quest’ordine. Se vuoi entrare per catechizzarci con Hegel, Baricco o Banksy, beh… Catechizzali a casa tua, che questo è un ring di nasi rotti e venuzze arrossate non un planisferio di cervelli intonsi.

Accidenti, c’ho dei ricordi in quel bar che nemmeno le imboscate nei ripostigli della scuola possono competere. C’era il sosia di Jimmy Somerville, tanto per cominciare. Identico. Uno Smalltown Boy tanto small. Non parlava mai, si appoggiava al banco di prima mattina e beveva una serie impressionante di calici di rosso senza proferir favella. C’era uno stronzo di mezza età che aveva scialacquato una vita a bordelli e – nei suoi momenti migliori, tra un’invettiva maligna e l’altra – alzava le sedie con i denti. C’era un vecchio con tre anelli d’oro grandi come noci che si sedeva sempre di fianco al bancone e non andava assolutamente disturbato, uno che ti raccontava come curarsi lo scolo do it yourself con abluzioni saline. ‘Te lo devi sparare dentro l’uretra con una cannuccia o una pompetta. Brucia e devi stringere i denti, ma così almeno non ti fai maneggiare l’affare da qualche medico ricchione. Perchè io non lo sono, chiaro?’ ‘Ah, beh, certo… grazie per il consiglio’. C’era il satanista buono come il pane, uno convinto di essere un membro dei Black Widow. Solve et Coagula. C’era la mazza da baseball sotto il bancone, scleri assortiti quotidiani e periodi di risse – pesanti – continue. Carabinieri, ergastolani, ragazzine timorate di Dio e Southern Comfort. Tanto Southern Comfort.

E vi posso dire anche il giorno in cui sentii di avere una casa e un’ambasciata in territorio ostile: 5 maggio 1998. “Ei fu”. Un martedì, mi pare. Di ritorno da una cena di pesce decisi di fermarmi per dare una chance a questa nuova gestione, tanto più che vi bazzicavano un bel po’ di personaggi con i quali ero solito trovarmi a mio agio. Una slot machine sopra i gelati, puzza di fumo, appiciccaticcio in terra, una sfilza di bottiglie da paura e una rivista con Asia Carrera (che non era propriamente una Porsche. O forse sì) a svettare. Calendario del gommista a far pendant in duplice filar. Non serviva altro. L’avevo frequentato nei primissimi anni ottanta quel postaccio, in una improbabile gestione edificata su racconti hard core del titolare e sacchetti di patatine. Durò qualche anno e poi andò tutto in malora, innescando una girandola di gestori che non avevano la minima idea di cosa si sarebbero accollati. Almeno fino a quel maggio di fioretti.
E’ il posto che fa per me, mi dissi, e non solo per la Carrera; che non era propriamente una Porsche. O forse sì. E nemmeno per i ricordi delle patatine. Così diventò il mio Buen Retiro e il mio Taj Mahal. Ogni santo giorno che Iddio mandava in terra io ero lì, immolato su quelle rumorose saracinesche e alle bestemmie esotiche (il punto quattro) che trasudavano dai muri. Abbarbicato alle tavole di fòrmica, con il gomito sul bancone e le gambe incrociate a discettare amabilmente di calcio, musica, desaparecidos, ciccette. E della Carrera. Che non era propriamente una Porsche. O forse sì.  Avevo (avevamo, si era un nutrito gruppo) organizzato le uscite comparandole alla quotidianità, ergo dal lunedì al venerdì era tutto un timbrare il cartellino: capatina post lavoro alle 18 per captare chi ci sarebbe stato durante la serata e il tuffo carpiato (spesso con un coefficente abominevole) dopo cena. Una partita a carte, un po’ di MTV nella angusta sala giochi, due colpi al flipper, tre soldini al juke box con la selezione ferma al 1982 (Din Daa Daa di George Kranz un must, lì dentro, cantato da precchi avventori con una impressionante serie di rutti) e un Southern Comfort. Poi nanna, come cherubini. Ma dal venerdì… Oh, dal venerdì era Exile On Main Street. Appuntamento inderogabile alle 21,30, impeccabilmente vestiti. Tequila (non Tila), Southern Comfort, Tequila, Vodka. Tequila. Tequila. E poi via col nightclubbing più sfrenato, spesso portandoci dietro l’amato barista, ‘che quelle saracinesche sferragliavano come Blixa e a noi partiva l’embolo da quanto ci pareva d’essere a Soho nel 1956.

Sapete quando ci si riempie la bocca – soprattutto nei luoghi di lavoro – con la fetida frase ‘siamo una grande famiglia’? Ecco, noi lo eravamo davvero. In una maniera difficile da spiegare ma che aveva una solida base, ovvero quella di essere tutti incollati alla stessa classe sociale. Spiaccicati sopra come mosche anaffettive. Nessun principino stizzoso, qualche lupo spelacchiato e un bel po’ di disadattati (categoria, quest’ultima, nella quale non mi riconosco. Sottolineo). Non era raro portare a casa in spalle qualcuno privo di conoscenza. Non era raro scambiare quattro chiacchiere con qualche Scarface dalle nocche tatuate e dal codice fiscale nebuloso. Così come non era raro veder sgattaiolare individui (di entrambi i sessi) dietro la porta che conduceva alla cambusa. Kambusa One, l’amaricante. Beata gioventù, immolatasi su ferite difficilmente rimarginabili e su un’errata percezione di invincibilità che è peculiare per quell’età. Ho visto ragazze piangere e coetanei cadere per terra; coltelli e uomini in divisa. Ho visto botte e baci; schiaffi e copule; bottiglie e proposte di matrimonio. Ho visto un sacco di cose, seduto sulle sedie che s’affacciavano in strada, al freddo e con quell’orrido Jagermeister che fingeva di farmi digerire. Sarebbe stata più funzionale la Carrera, che non era propriamente una…

Parlavamo di dischi, anche. Tantissimi e i più disparati vista l’eterogeneità degli avventori. Non era un Groucho Club, ecco, che se c’era da sporcarsi le scarpe di fango con gli Skunk Anansie, Lenny Kravitz o – addirittura, vedi #30 – Madonna mica ci tiravamo indietro e anzi si faceva notte fonda.

È che allora non avevo la minima consapevolezza che nel 1978 un incazzato cantautore torinese avesse dato alle stampe un velenoso daze bao in musica chiamato Barbari e Bar. L’avessi saputo sarebbe radicamente aumentata la percezione dell’importanza di quei tavoli di fòrmica. Vi cozzai contro tre lustri abbondanti dopo, in modo rocambolesco e Hornby-ano, tramite interposta persona che, a 2 euro cadauno, svendeva la collezione di dischi del cognato. Era audioleso – l’interposto non il cognato – e capirsi fu assai difficile nonostante una discreta lista in word. Insomma, presi una ventina di pezzi, alcuni dei quali a scatola chiusa. Maolucci era uno di quelli. Mi catturò da subito con quell’aria da Luciano Lutring e quei testi crudi e dolorosi che pochi uguali ebbero (e hanno) nella discografia italiana. Cercai di informarmi, scoprendo un misconosciuto ma eccentrico cantautore sabaudo, laureatosi con una tesi dal titolo Beat e Beatles (la prima in Italia di argomento musicale) così come era prima anche la radio libera da lui fondata (Radio Torino Alternativa). Maolucci aveva una carriera antagonista di tutto rispetto, ben lontana dagli afflati prèt-a-porter dei 99 PoSe; aveva organizzato dibattiti per la Fondazione Agnelli e partecipato a L’Altra Domenica di Arbore ai tempi dell’esordio (L’Industria dell’Obbligo – I Dischi dello Zodiaco, 1978). Maolucci era uno che – a tempo perso – suonava la chitarra. Eppure i bar cantati in questi otto brani sono tutti cittadini, completamente diversi da quello che accoglieva le mie terga ogni sera. Qui non vi è spazio per la – appunto – retorica di provincia del volemose bene dopo esserci tirati due pugni. Qui si faceva sul serio: droghe pesanti, violenze, cinismo e sputi. Si immerge nella Torino degli anni di piombo senza mandarle a dire, colpendo furiosamente ovunque con liriche affilate e crude che fanno sembrare L’Avvelenata di Guccini la Barbie Girl degli Aqua. Oggi verrebbe messo al bando senza indugio alcuno ma allora ci si poteva permettere di essere liberi, perchè per esserlo bisogna anche volerlo, sia chiaro.

Lo cerco furiosamente tra le cataste dove il caos acquista una parvenza di ordine e lo ritrovo acuminato e tagliente come ricordavo, intriso di Lolli, Guccini, un Bennato con i canini immersi nelle viscere, eskimo e Lotta Continua. Affianca l’epopea di Finardi e Camerini con una rabbia (e una lucidità) udite poche volte in patrio suolo ma ha anche il grande demerito di arrivare in un momento storico dove la figura del cantautore impegnato è inflazionata. Maolucci va oltre però, usando la penna come un rasoio da killer prezzolato. Un disco, lucido, crudo, anacronistico finchè si vuole ma necessario, e chissà che qualcuno si decida a ristamparlo su adeguato supporto. Comincia subito con la bomba: Torino che non è New York tirando di spada.

Si ammazzano a Torino, Torino che non è New York. La diva, suicida arrapante, ha fatto piangere presidenti americani e la mezz’ala ammazzata per gioco demente ha fatto piangere i romani scemi.
Ad altri basta invece un bel maschiaccio senza poesia, ma ti pesa sai, gioia mia, e ci crepi “vecchia checca”, sangue e rimmel tra le mani…

Scarnifica Pavese, Re Cecconi (o Gigi Meroni, chissà), la Monroe, Buscaglione, Pasolini, Tenco. Ne dissacra le morti su un corposo arrangiamento dal vago sapore rock e mi piacerebbe assai che qualche buontempone avesse l’ardire di pubblicare tutti i testi su un agile volumetto. Così, giusto per esporsi al rancore social o prendersi quel paio di denunce che fanno curriculum. L’apocalisse continua con Al Bar Elena dove, su una base sorniona di pop italiano ‘impegnato’ piscia raffiche infuocate (Al Bar Elena non ci torno più. Entro al Bar Castello, me ne bevo un altro. La padrona con il cancro è sempre là. Da dieci anni non mi fa pietà). Un Giorno da Leone anticipa lo swing di Sergio Caputo innestandolo negli Area e nella PFM in una convergenza parallela da Mariano Rumor. Chi ha interrotto Stockhausen racconta il momento in cui il nostro andava ad interrompere i famosi minuti di silenzio del maestro davanti ad una platea già allora snob. Finisce sulle pagine dei giornali e ci scrive una canzone alla Guccini. Il fascino discreto della borghesia morta anche oggi suonerebbe così. Il Barbaro Ulisse è una rasoiata in pieno petto celata dentro un pop rock di grana fina. “Le ore 7 e 20 minuti di coraggio: la sveglia telefonica è un destino come un altro. Mi può strappare via da un orgasmo tutto mio oppure può salvarmi dall’incubo più vero. Per un sinistro impiegato di lotta come me il primo intervento contro il giorno è una bestemmia (per niente alternativa. Le ore 8 e 20 minuti di erotismo: segretaria premestruale da spogliare in ascensore. Sbadigli interpretati come smorfie di piacere ma la porta si apre sempre mentre sento di venire). La ascolto e mi sento come chi sa piangere, di notte, alla mia età. E scovatelo voi, uno così, oggi. Al Bar di Vasco ha dei fiati meravigliosi e una scrittura gregoriana (da De Gregori) che sa farsi forte (da Fortis). Anche …E grazie Miller è un’introspezione che sa da continuum con la precedente; sono le due ali che conducono alla chiusura, affidata alla title track, un pop rock dai cambi ritmici repentini nel quale la rabbia si annacqua per donare una parvenza di luce alla fine di un disco liricamente non facile.

Oggi, che di barbari siam pieni, quel luogo dell’anima che mi allietò la fine del millennio non esiste più; è stato sostituito da uno di quei postacci alla apericazzo, brioches al pistacchio e crostini al salmone. Lacca, botti, vetri, specchi, bicchieri che pesano quanto un piatto di pasta, sopracciglia sfumate, cocktail, scarpe di legno senza calzini e reggiseno a balconcino. Un erotodromo di mezza età (che Maolucci avrebbe raso al fuoco con l’Agent Orange) dove vige una sola parola d’ordine: “posso aggiungerti al gruppo di whatsapp?”. Il nostro barista è scappato all’estero con la cassa e un buco nero, ma quando se n’è andato il soldo di cacio di Somerville gli ha detto ‘Don’t Leave Me This Way’. Senza alcun falsetto.

Post scriptum: e Mao-lucci? C’ho perso il sonno e i polpastrelli per scovare notizie fresche dacchè il presenzialismo non è mai stata la sua arma migliore. Nel 1980 brevetta una chitarra elettrica prodotta dalla Eko (la Short-Gun M33, chi ce l’ha batta un colpo di plettro, grazie), incide una manciata di dischi (L’Immaginata, Tropico del Toro, De Liberata Mente – quest’ultimo mai pubblicato) e poi sparisce per due decadi abbondanti. Oggi il nostro ha settant’anni, portati come ognuno desidererebbe, è il presidente della Federazione Italiana Survival  Sportivo Sperimentale (FISSS), disciplina da lui inventata e promossa nel 1986 a livello nazionale. Collabora con il Salgari Campus, un vero e proprio campo di allenamento di 120 mila metri quadri sulle colline torinesi dividendo il proprio tempo tra spedizioni in zone impervie e primordiali dell’Africa e il meritato relax nella sua casa sulla spiaggia a Msambweni, nella costa sud del Kenya. Torino non sarà New York, ma Nairobi sì.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #39

Pop Will Eat ItselfDos Dedos Mis Amigos (Infectious, 1994)

Io li capisco i fan terminali dei Pink Floyd, dei Cure, dei Queen o dei Depeche Mode. Collezionisti invasati che passano la vita a setacciare – novelli Martyn Mystère ma senza una Diana al fianco – ogni pertugio in cerca dell’ultima reliquia a loro sfuggita. Edizioni indonesiane, 12″ autografati, acetati, white label, stampe con la pecetta errata, singoli usciti solo all’ombra delle piramidi. Che vita di merda, santodio. Un’esistenza passare a rincorrere un Sacro Graal autoduplicante, qualcosa che per sua natura mai cesserà di nascondersi, perchè la discografia è (era) peggio del cartello di Medellin ed è un attimo trovarsi a rota. L’ho fatto anche io, un paio di volte nella mia vita precedente, ed è stato un periodo da TSO e ricovero coatto. Vagavo come uno zombie con la bava alla bocca e gli occhi fuori dalle orbite alla vana (e sovente infruttuosa) ricerca di ‘presunte’ rarità che fossero degli Associates, dei Menswear o  dei Polak, tutta gente dalla scarsa tenuta e dalla parca discografia, tra l’altro. Quindi posso capire cosa significhi scalare il catalogo dei Queen. Dovrebbe essere reso incostituzionale ma lo capisco. Tutto questo per dire che – allo scoccare dei novanta – il qui presente pirla era un figlio del grebo rock. Figliolo degenere ma pur sempre un figlio. Dovevate vedermi, uno strazio; mi mancavano i capelli crusty (fin lì non ci arrivo, è una delle mie due o tre idiosincrasie), ma per il resto ero il perfetto bignamino con le mie scarpone da basket, il giubbotto militare devastato da spille e toppe e le t-shirt handmade scolorite ad arte. Un punk wannabe da dopo bomba fuoriuscito dalla matita di Rob Zombie, tipo. Non un gran vedere, ne sono conscio, ma ero Grebo And Proud.

Eppure fu un bel flirt, qualcosa di sufficientemente nervoso ma sempre con un’aurea ironica a sottendere, radicalmente diverso da quei figli spuri che di lì a pochissimo ne avrebbero preso le intuizioni per renderle blasfeme, seriose e ‘disagevoli’: i Nine Inch Nails. Mi piaceva il non prendersi mai troppo sul serio, l’aria da fumetto malandrino e l’aver riportato i muscoli dentro ad un pop un po’ troppo cervellotico o addirittura scioccherellico (chiedere alla triade Stock, Aitken e Waterman). Non era poco. Mi ero altresì ripromesso di non tralasciare un’uscita dei Gaye Bikers On Acid (il mio Drill Your Own Hole il buco non ce l’ha, per dire), degli Age Of Chance o – persino! – dei Jesus Jones. Eppure al terzo singolo avevo già perso interesse. Così non accadde per i veri maestri del genere, che rimangono a tutt’oggi tra i miei beniamini ‘ever’: i Pop Will Eat Itself.

Con un nome del cazzo, un’immagine tra Mad Max e Paul King e una miscela sonora che – repetita juvant – rappresentava una versione con l’acne dei Big Audio Dynamite era altresì vero che questi disadattati sonori, anticipanti di gran lunga Prodigy e Nin, furono i miei prediletti. Non mi perdevo una sola uscita del bizzarro combo capitanato da quel geniaccio di Clint Mansell (che nei NIN ci finirà davvero, oltre a divenire uno dei più pagati compositori di colonne sonore). Erano strani, non facilmente classificabili, avevano un nome preso da un vecchio titolo del NME riguardante i Jamie Wednesday ma che rappresentava un manifesto programmatico; avevano addirittura dedicato un pezzo a Ilona Staller (Touched By The Hand Of Cicciolina, che sferzava di brutto il Touched By The Hand Of God dei New Order), venivano da una diaspora che avrebbe figliato anche i Wonder Stuff (hai detto niente) ma – soprattutto – erano soliti dividere le royalties in perfetto afflato socialista, accreditando ogni composizione ad un fantomatico Vestan Pance, che io credevo fosse lo pseudonimo di Mansell e invece era la band stessa in toto. Che cazzo di vita avevamo prima di Google, vero?

Mi bastò Box Frenzy (Chapter 22, 1987) per caderci dentro, grazie soprattutto alla cover di Love Missile F1-11 dei Sigue Sigue Sputnik (riletta con il vetriolo) e – soprattutto – There Is No Love Between Us Anymore, pezzone che non mancavo di inserire in qualsivoglia C90 pronta ad uscire dalla catena di montaggio della mia cameretta. Cameretta che – allora – pareva quella di Theodore John Kaczynski (Una Bomber), solo declinata vinile. Due singoli e mi ci catapultai dentro di faccia. ‘Fanculo i Sundays e le loro animucce diaframmatiche e anemiche, io stavo di là della barricata, a lanciare molotov, non sospiri. Perdonate l’irruenza della giovane età e anche la scarsa saggezza data da quei tre o quattro ormoni che mi circolavano in loop, ma a me – fondamentalmente – piaceva scovare il ritornello o il gancio perfetto sepolto sotto tonnellate di rumore o urla belluine. E i PWEI erano perfetti, per questo. All’arrivo di This Is The Day… This Is The Hour… This Is This!!! (MCA, 1989) dove ampliavano lo spettro con un impulso da B-Boy, immettendo elementi hip hop, techno, dance (Bomb The Bass, S’Express) e rap… beh, ero un vero e proprio seguace indefesso. Andrebbe ascritto loro almeno il merito d’aver puntigliosamente remato contro una discografia britannica, un po’ come i KLF ma senza il procedere situazionista. Insomma, tanto tuonò che piovve così decisi di andarli a trovare a Londra; volevo stringere la mano a Mansell e dirgli che il loro lavoro nel pop se è vero che – come recitava la denominazione – era un pasto, era altresì sacrosanto che non tutti riuscivano a digerirlo e questo nel mio basico alfabeto significava essere nel giusto. Pochi concetti, semplici e ben enunciati, che ci vuole? Magari ci scappava un promo firmato. Così organizzai un viaggio a tale scopo.

Suonai il campanello della Infectious un sabato pomeriggio alle 17,00 in punto, previo appuntamento telefonico. Palazzo lussuoso, portiere in livrea impaurito da cotanto ardore (non avevo propriamente una mise nobiliare ed ero sudato come Mario Adinolfi) e conseguente veloce telefonata all’ultimo piano. “Vada” la concreta e concisa risposta. Andai. L’infatuazione grebo mi era scemata da tempo, del resto all’alba dei trenta sarebbe stato oltremodo ridicolo girare vestito come un albo della Marvel (cosa consentita solo a Mark Manning, aka Zodiac Mindwarp), ma le consuete 10 ore di scarpinate londinesi alla ricerca di vinili a 0,50 centesimi cadauno lasciavano comunque dei bei segni sul corpo e sulla psiche. A questo pensavo mentre il lussuoso ascensore mi innalzava al quinto piano di un grattacielo ultra moderno; niente a che vedere con le pulciose case discografiche che avevo avuto modo di approcciare negli anni, buchi su improbabili sottoscala o ufficetti alla Marlowe. Qui c’era lusso, quello vero, pareva un Apple Store o una società finanziaria della City e l’aprirsi delle porte della percezione dell’Infectious confermò l’assioma. Vetri, specchi, metalli luccicanti, uffici da metrature pantagrueliche, scrivanie dal design futuristico. Nemmeno un vinile o un cd a far bella mostra. Qualche disco d’oro alle pareti (mi sono sempre chiesto di chi fossero) ma null’altro che ti facesse pensare di essere all’interno di una casa discografica. Altro che grebo, qua imperava la grana. Orde di twentysomething correvano come pazzi da un lato all’altro di quel triste Pentagono senza degnarmi di uno sguardo, indaffaratissimi nel far credere che lì si stava edificando la storia. Cinque interminabili minuti nei quali avevo finito per giocare la parte del classico gatto intento ad attraversare le corsie di un’autostrada trafficata. Un gioco comprensivo di scatti di reni, svisate di bacino e selvaggio ancheggiare; un hula hoop senza fine atto a schivare quei pupazzi dalla faccia schifata. “Chi che ga pan no ga denti” si dice dalle mie parti; questi erano miracolati dal Signore e si permettevano di sbuffare mentre io – con i miei tre o quattro panorami in loop avuti dalla vita – avrei dato l’ego di Scanzi per essere al loro posto.

Come che sia all’improvviso – proprio mentre pensavo se fosse valsa la pena fare tutto quel casino perdendo mezza giornata e almeno una trentina di vinili – vidi materializzarsi al mio cospetto una valchiria sorridente. Non vedevo l’ora di subissarla di domande sulla band, magari erano proprio negli uffici a firmare qualche contratto di edizioni o impegnati in una gang bang furiosa con le colleghe della valchiria. E’ che Dos Dedos Mis Amigos era davvero un grande album, forse il migliore di una carriera che non era mai decollata sul serio, e io non potevo perdermelo. In nessun modo. Clint Mansell cominciava ad essere richiesto come produttore, le riviste dedicavano copertine ai PWEI e il lavoro si era preso una spolverata di stelle quasi ovunque. Avevano rettificato il tiro quel tanto che bastava per sgommare in faccia a tutti quegli epigoni da wasabi e spezie etniche quali Fun-Da-Mental o Senser. Gran disco Dos Dedos Mis Amigos, vacca boia, così come è grande quel Two Fingers My Friends pronto a rappresentarne la versione corroborata di remix che uscirà di lì a poco (prendetelo e mangiatelo. Tutto). Comincia in pompa magna con il più bel rigurgito antinazista di sempre o quantomeno di fine millennio: Ich Bin Ein Auslander.

Listen to the victim, abused by the system the basis is racist, you know that we must face this

E se provate a immaginare Trent Reznor che veste i panni dei Primal Scream di XTRMNTR ci andate vicino: bordate maligne, electrorock saturo, riff metallici e un campione di Kashmir dei Led Zeppelin a infettare un pop da classifica che davvero aveva cominciato a cannibalizzarsi. Singolone perpetuo nella mia top 50 di sempre grazie ad un riff contagioso e un ritornello metallico. Ma mica è tutto qui, che Kick To Kill due o tre cosine ai Rage Against The Machine le insegna ancora, solo con più stile, e Familus Horribilus con il suo cinismo hip hop impererebbe in quella sciacquatura di piatti odierna. “We’re a nation of shoplifters, we’re druggies, petty crooks. It seems to be our style, we haven’t horsey looks”. Un po’ luna park con fame chimica, un po’ Garland Jeffreys che si fa Benjamin Button. E ancora Underbelly, che con la sua osmosi slow core si pone come pietra d’angolo di tutti i Prodigy ascoltati a 16 giri che verranno. Vera Music For A Gilted Generation. Fatman è un ordigno di elettro industrial senza la pacchianeria del genere; dei Public Image Limited pronti ad intravedere il millennio dall’alto dei loro ventanni avrebbero probabilmente suonato così, ovvero Trent(a) spanne sopra la Interscope, etichetta che – ohibò! – declinerà il disco negli Stati Uniti, prendendo scrupolosa nota. Non vi è un attimo di respiro in questi undici brani, ma quando arriva Home capisci che le frecce in faretra sanno sì essere velenose ma anche solo ferire organi vitali. Un Beck che guarda ai Beastie Boys per un ethno rock da rivolta bianca. Pakistanistan in Transglobal Underground, Kick Out The PWEI, Motherfuckers! Cape Connection spariglia ancora una volta le carte con il suo intro chiesastico spolverato d’ambient (e cosa non è il Secret Knowledge Trousered Up Remix! Cosa. Non. È.) prima di farsi Bjork, perdersi nei ritmi Balinesi e inventare gli Apollo 440. Stupefacente. Respirate a lungo prima di approcciare Menofearthereaper, pochi minuti che potrebbero farvi avere miraggi uditivi con il suo porgersi da Stone Roses. Poi però arriva l’Incredible Bongo Band sotto eroina (o qualcosa che vi assomiglia) e un nubifragio di ritmi ancestrali e patterns astrusi prendono il sopravvento sull’ombra spettrale di Brown e Squire, ammantando tutto di un deja vu techno. Inseritela nel vostro prossimo dj set e verranno giù i muri. Everything’s Cool esce su singolo e io sono sicuro che non avete mai sentito dei Nine Inch Nails fare simile, lancinante e uncinante sinteticheria popolare. Are PWEI Electric?

L’entusiasmo era alto dentro quegli uffici mentre attendevo qualcuno che mi degnasse di uno sguardo o quantomeno di un promo, così ripassavo la scaletta di un disco che – allora – mi pareva fondamentale. Pure R.S.V.P. viene edita in formato ridotto, è l’unico punto di contatto col passato (similitudini con There Is No Love Between Us Anymore compaiono in più di un passo) ma in sovrappiù dei fiati falsi come Giuda e un afflato cinematografico ne rendono commestibile il risultato. Babylon chiude con una immersione totale negli anni novanta grazie ai suoi spazi riverberati, alle chitarre quasi shoegazer, ai tamburi nascosti da un missaggio punitivo e ad un’impronta slacker impressa sul pentagramma: Chill Out Or Die. Punto debole – inserito non a caso in chiusura – di un disco pressochè necessario (al tempo) e rugoso (ora). Edificato su muri di rabbia intelligente, Dos Dedos Mis Amigos era (ed è ancora, a maggior ragione in un periodo storico come quello odierno) un pamphlet antifascista come pochi e una macchina da singoli perfetta. Un pisciante cavallo di Troia che sbatte il batocchio all’interno delle classifiche inglesi, lungo le quali si inerpicherà fino ad un dignitosissimo numero 11, indicando una strada di hard rock sintetico, etnico e meticcio a buona parte dei novanta.

E se di Mansell s’è detto (Loving Vincent e The Wrestler nel suo palmarès) si nominino pure Richard ‘Fuzz’ Townshend che – prima di diventare commentatore televisivo per National Geographic – due cosine in proprio con i Bentley Rhythm Ace, i Pigbros e un paio di discreti dischi solisti (Far In e Fuzz Townshend) riuscì a farli. O ancora Richard March che finirà collaborando a sprazzi con i Charlatans e i Misty’s Big Adventure.

Io però ero ancora lì in piedi, abbandonato in mezzo a questo lussuoso obitorio e in preda ad un deficit di attenzione da Guinness dei Primati. Cos’altro aspettarsi allora da questo fagocitante pop che stentava a palesarsi, pensavo mentre la valchiria parlava senza sosta. Farfugliavo a vanvera timide domande ma si percepiva nettamente che la band non era più all’apice delle loro preferenze (e, di lì a poco, neanche delle mie). Avevano qualcosa di meglio mi fece capire, mentre mi porgeva un pacchettino ino ino di cd freschi di stampa, gran parte dei quali immondi. Poi, con un sorriso a 64 denti pari al Commodore, tutta orgogliosa e gongolante come se stesse porgendomi l’ostia consacrata dell’Ultima Cena mi offrì due singoli di una nuova band di sedicenni. Cercai di nascondere la delusione con un sorriso mentre la sua espressione estatica andava pericolosamente appresso a quella di un filatelico dinanzi al Gronchi Rosa. “Tieni”, squittì, “questi sono davvero il futuro dell’indie britannica”. Volevo andarmene al più presto ma avevo una e una soltanto domanda in canna. Alla fine trovai il coraggio e chiedetti dove fossero i Pop Will Eat Itself e Vestan Pance (non ero tremendamente naif?). Mi rispose che erano negli Stati Uniti per delle date e io feci finta di bermela appieno, perché campagnolo e auslander finchè si vuole ma non così sprovveduto. Poi guardai quelle due copertine orrende senza fare una piega e cominciando a far di conto. Erano gli Ash.

Nos Nonos Mis Amigos, per nientes.

Michele Benetello

Cosa resterà di questi anni dieci? (Fiver #26.2018)

La teoria del disimpegno part.2

Il decennio degli anni zero è cominciato col botto. E che botto: era un martedì mattina sui cieli di NY. Primo pomeriggio qui da noi. Si dice che quando capitano eventi epocali ci si ricorda di dove si era o cosa si stava facendo e con chi. Io mi ricordo dov’ero quando cadde il muro di Berlino, quando Bush senior iniziò a bombardare l’Iraq che sembrava di vedere, nel buio del tg notturno, le lucine di un videogame per l’Amiga 500.
E ricordo benissimo quel primo pomeriggio di settembre. Ero a casa mia: un appartamentino che io e Cristina avevamo rimesso a posto all’inizio di via Marconi e quel giorno mia sorella, quella grande, arrivava a Bologna per cominciare l’università.
Suonò il campanello che da poco il Boeing della United si era infilato in diretta mondiale nella torre sud del World Trade Center. Il sabato dopo lavoravo come barista (il barman o bartender con misurino annesso al tempo non esisteva) in discoteca e, malgrado il mio storico antiamericanismo, ricordo di aver apprezzato la quantità di stelle e strisce sulle striminzitissime canotte e minigonne e shorts delle bariste e clienti del Kinki.
Facebook non esisteva. Instagram meno che meno ma già da tempo si parlava di “società dell’immagine”. Gli anni novanta erano finiti da un secolo (il 5 aprile 1994) e le camicione a quadri, i jeans rotti e la musica cattiva avevano lasciato il posto a una seconda ondata di cocaina, dance music e a una nuova generazione edonista in stile anni ottanta piuttosto confusa che avrebbe riempito le strade dei quartieri ex popolari delle città, spostandone le comunità autoctone o adottive ai margini.
Nemmeno Air b&b esisteva e non si faceva couch surfing né si viaggiava con Blablacar. Abitare a Berlino e Barcellona costava meno che a Bologna e la società liquida di Bauman si stava per surriscaldare fino a evaporare nella società gassosa o frammentata o spezzettata o nella nessunasocietà della fine dei nostri anni ’10. Ognun per sé e dio per tutti. E sticazzi.

Disorientato. Così ricordo l’inizio del millennio. Nell’aria c’era la fine di qualcosa e l’inizio di un totalmente altro che, potevamo intuire, non avremmo mai compreso appieno. Né ne avremmo fatto pienamente parte. Lo annusavamo già da un decennio: i novanta, almeno i primi novanta con quella frittata di cyberpunk, grunge, party e il nascente pop ignorante ma acchiappone, da cori allo stadio, che arrivava dall’Inghilterra erano la coda di qualcosa; la fine di un periodo storico. Di un secolo forse, quello breve. Di un’era sociologica. Del Crash di Cronenberg e della macchina che diventava corpo, o del corpo che si fa macchina. Degli incubi di Giger. Della pillola rossa o blu e segui il coniglio bianco. Del postminimalismo americano ucciso dalle mille pagine di Infinite Jest. Da Le Correzioni di Franzen e da Murakami.
La fine di Trainspotting (libro e film), della Yoshimoto e qui da noi di Fluo, che per l’Italia mainstream le pagine della Santacroce sono state uno schiaffone in faccia. Del Castelvecchi editore fighissimo e poi Fazi di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Di Minimum Fax e la Milano rabbiosa di Genna.
Di un filone che era nato coi Beatles e si chiudeva con gli Oasis, o era nato coi Led Zeppelin e si chiudeva con gli Alice in Chains, per spararla a gradi linee.
Di lì in poi, si sentiva, stava per accadere qualcosa che non potevamo prevedere.
Nella vita e nella musica. Che poi, è buona parte della nostra vita.

Le note del 2000 per me sono quelle di Turn On The Bright Light. La voce di Paul Banks che sussurra il suo “NY cares” mi fa ancora venire i brividi. Nulla di più adatto a una città, ma quella città è un mondo, che voleva rialzarsi dal cumulo di macerie cui la Storia l’aveva gettata.
E proprio in quella città nacque l’ultimo grande “movimento”. Ovvero qualcosa che identifica soprattutto giovani per look, attitudine, uso di determinate sostanze e non altre, musica ascoltata, artisti idolatrati, programmi tv cult. Ecco l’indie. Ecco che la musica alternativa diventava un genere. Qualcosa che usciva dalla nicchia: un fenomeno.
Com’era successo dieci anni prima al grunge di Nevermind, accadde di nuovo con il rock di Paul & Co., poco importa fosse derivativo, non seminale, già sentito nei club da 100 persone. Ora arrivava a tutti, esattamente come l’ondata di Seattle. Se avevi una camicia a quadri (ma piccolini, da nerd, magari col taschino e la indossavi dentro i jeans) e la barba, se venivi da NY, se suonavi lo-fi, se cantavi rigorosamente in inglese con suoni che richiamavano la new wave senza rifarla da manierista. Se idolatravi le serie tv anni novanta ormai vintage alla Friends, se mettevi magliette bianche coi jeans skinny neri e il chiodo. Se avevi il berrettino di lana. Se facevi fotografie con la Canon fine ottanta di papà e mettevi la camicetta bianca e il rossetto rosso alla Mia Wallace, se leggevi l’altro Wallace con prima il Foster. Se ti piaceva la musica folk, qualunque cosa avesse a che fare con una chitarra, se vivevi a Williamsburg o Brick Lane (Shoreditch era ancora avanguardia) o Prenzlauer Berg (Neukolln era ancora off limits se eri un vero duro). Se ti piacevano i tatuaggi old school e gli occhiali con la montatura grossa. Qualche anno dopo, quando già il fenomeno si storicizzava, sfilacciava e dissolveva, li avremmo chiamati Hipster: un mischione di caratteristiche anche lontane tra loro ma che indicavano una e una sola cosa. Che aveva molto a che fare con la musica e con le chitarre.
E da noi? In Italia con i soliti anni di ritardo, lo stesso: dopo il pop di madonna e le ragazze vestite da cavallerizza, dopo l’implosione del rock con i Radiohead che pubblicano in fila KidA e Amnesiac, dopo un momento di smarrimento in cui sembrava che nessuno avrebbe più suonato se non con “le macchine”, ecco arrivare Is This It e Whatever People Say I Am, That’s What I’m not e i locali storici punkrock mettono un “Club” dopo il nome e boom: fila all’ingresso e invece che i soliti quattro nerd fissati con la musica lo-fi ecco schiere di rossetti e capelli pettinate, camicette e jeans selezionatissimi. Anche qui l’indie diventa moda e per un po’ quasi mainstream. Piace a tutti, soprattutto a tutte. Festa grande.

E poi, questi anni dieci? Che è successo? Che anni saranno nei nostri ricordi? Gli anni dei muri tirati su pochi decenni dopo averne abbattuti altri? Della politica che si suicida eleggendo i più stupidi e meno istruiti possibili? Della democrazia che arrivando alla sua assoluta compiutezza – il popolo oggi è veramente al potere in molte repubbliche, sicuramente da noi e in America c’è popolo nella sua accezione più popolare, quello della faciloneria, dell’ignoranza e della diffidenza, dell’amore per la paura e per il far west – si suicida portandoci a nuove forme di governo che si studieranno nei libri di scuola del terzo millennio?
Chissà. Per ora, per noi che li viviamo, sembrano solo un po’ tempi bui: una spruzzata di medioevo culturale (terrapiattisti, rettiliani, antiabortisti prolife, furttariani novax e rincoglioniti di ogni specie ci assediano), un po’ di noia sul fronte artistico/letterario con le solite (per fortuna) stupefacenti eccezioni che rendono la vita degna di andare avanti.
Il tempo ha subito una strana, brusca, decelerazione. Dopo il decennio del turbo – la rete che da email inviate in diversi minuti divenuta partner inseparabile e in real time delle nostre vite e così il concetto di sharing. I social, Spotify e un nuovo modo di ascoltare, vivere, consumare la musica – ci siamo trovati in uno stagno. Le grosse rivoluzioni, soprattutto tecnologiche, le sentiamo come qualcosa che appartiene al decennio scorso. La crisi economica è ormai pane quotidiano da Goldman Sachs. Gli attentati jihadisti non fanno nemmeno più così paura. La sensazione di smarrimento è relegata al privato: ognun per sé ma dio ha fatto le valige e se n’è andato in vacanza. E sticazzi di nuovo.
E la musica? La nostra, non quella da stadio né da televisione, che storia ha vissuto? Le chitarre che dovevano morire sono morte? Il pop che doveva invaderci ci ha invaso? Il rap che doveva soppiantare il rock l’ha ucciso?

L’indie è morto, o forse è solo tornato nicchia. È tornato “alternativo” a qualcosa. Ma non soltanto a San Remo e XFactor, ma anche alla riscoperta della musica italiana. All’It Pop, così lo chiamano.
Al Covo il venerdì sera non ci sono più le file di gnocche da disco e non si ballano i pezzoni folk alla Edward Sharpe. Loro, le gnocche da disco, sono diventate grandi e le sorelline minori sono tornate a sculettare proprio nelle disco. A ballare rap, trap. Nei club che frequento io – ormai poco, l’anagrafe ha le sue pretese – magari passa ancora il pezzone che fu della pubblicità Vodafone come passano i Los Campesinos!: qualcosa di bellissimo che abbiamo amato. Qualcosa che fa parte del passato. Che fa andar giù di testa chi ha la patente da almeno quindici anni. Così come le tracce riempipista di MGMT, The Naked and Famous, Clap Your Hands Say Yeah. Gli anni zero sono stati, abbiam detto, gli anni delle chitarre. Dei “bei tempi” per chi amava l’alternativo, il lo-fi, il rock che non andava nei palazzetti e poi, all’improvviso, riempiva le arene.
E in Italia? Qualche giorno fa Mainstream di Calcutta ha compiuto tre anni. Inutile negarlo: quel disco – quello e il mondo che gli gravita attorno, ma quel disco come simbolo, riassunto di un’attitudine – ha ribaltato gli schemi. It pop. Dieci anni fa se non cantavi in inglese qui da noi non facevi date. A meno che non fossi da “Amici” o “X Factor”. Oggi se non canti in italiano nei club indie non suoni. Qualcosa dev’essere successo.

It pop. Un po’ di Luca Carboni, Tozzi, tastierine anni ottanta, pezzi semplici e ritornelli che dopo il primo ascolto si piazzano in testa. Felpe anni novanta comprate in Montagnola. Il berretto, che se lo metteva Bon Iver lo mettiamo anche noi che fa citazionismo del decennio passato, dei fratelli maggiori.
Piaccia o no, la scena è cambiata. E, piaccia o no, tre anni fa tutte voi avete postato su Instagram una foto di una pizzetta con il commento “mangio la pizza e sono il solo sveglioooooo”.
Quindi, onore al merito. Ma la mia domanda è: e adesso? Citando il Raf scopiazzato da Paradiso and friends, “cosa resterà di questi anni” Dieci? C’è chi dice da un po’ che dovevano essere gli anni della fine delle chitarre. Ma Courtney Barnett, Kurt Vile e Ty Segal? Mac DeMarco e Angel Olsen? Quel ragazzino di King Krule che mi ha lasciato a bocca aperta con un live pazzesco questo aprile a NY? Oltre l’It pop c’è vita?
Chiedo aiuto ai maestri.
Arturo, già ti vedo scuotere la testa col tuo piglio da “non mi gaso più veramente per un nuovo disco dai tempi della battaglia di Waterloo”, però, aiutaci tu: cosa resteraaaaaaaaaa, di questi anniii dieciiiiii?
Fabietto, sindaco del Pigneto e cugino di Mac (si dice anche marito di Angel Olsen ma c’è chi vocifera sia solo gossip), almeno tu che stai sul pezzo, che di musica e vini nessuno ne sa più di te, dimmi qualcosa. Anzi, dicci di più con Merola, che mi illumina su Kalporz.
Fabio Nirta, che di mash-up e tendenze ne sai a pacchi più di me, indicami la via.
Palla e Mazz, voi che della musica fate il vostro pane quotidiano, ditemi voi.
Damir, che lo so che sotto sotto ridacchi e godi perché il clubbing ha ormai soppiantato i concerti e pure il rap gode di nuova giovinezza mentre noi rocker ormai non sappiamo più contare le rughe, dimmi qualcosa tu.
Cosa ricorderemo di questi anni dieci? Soprattutto di quello che ci circonda, della nostra musica nelle nostre città.
Vero, l’Italia non è il mondo e forse questo momento dei figliastri del buon Edoardo che fanno soldout nei club che noi amavamo, pardon, amiamo; dei quasi rapper deroma che fanno doppio soldout all’Estragon (e non cominciamo a snocciolare i nomi di chi non riempie neanche il Freakout che mi metto a piangere) forse è solo una fase. Qualcosa che passerà e qualcuno tirerà un sospiro di sollievo e gli altri, semplicemente, dimenticheranno.
Ma qualcosa è successo anche lì fuori. O no?
Non lo so. Spesso noi italiani tendiamo a italianizzare il mondo e pensare che davvero tutti abbiano un DiMaio al tg e un Canova soldout. Però non lo. Ho una certa età e poi, si scrivono pezzi così un po’ per provocare, un po’ per divertirsi che comunque è musica e non fa male a nessuno: quella brutta basta non ascoltarla.
Ma adesso sono davvero curioso e quindi, dopo tutto ‘sto pippone sugli ultimi vent’anni, giovani, voi che siete più sul pezzo di me, che avete ancora le orecchie fresche e sicuramente più piene di me di attitudine pop, rnb e magari sopportate la trap eccetera eccetera, ditemi.
Cosa resterà di questi anni dieci?

Fabio Rodda