I dischi che piacciono solo a me, credo #44

Le OrmeVerità Nascoste (Philips, 1976)

Me li ricordo bene i Giochi Olimpici di Montreal. In effetti sono i primi che ricordo con un reale e pressante trasporto; ero davanti alla tv quando Nadia Comaneci bloccò il tabellone elettronico, il mondo intero e il mio ingenuo cuoricino, pieno di palpitazioni verso quella morettina snodabile. Che epifania, signori! Eguagliata dall’altro 10, quello della sovietica Nelli Kim. A Monaco ero troppo piccolo per avere una visione nitida, e oltre al noioso ‘man bassa’ di Mark Spitz, alle spalle da Lou Ferrigno di Kornelia Ender e ai fattacci di Settembre Nero ho una vaga nebulosa. Dell’esibizione di Olga Korbut con il primo salto mortale all’indietro alle parallele asimmetriche non conservo ricordo, per dire. Ed è un bel cruccio. Ma si parla di quasi mezzo secolo fa, siate clementi. A Montreal no; a Montreal ero ben focalizzato, tanto che mi ero ripromesso di finire pure la raccolta delle figurine con una caparbietà a me sconosciuta fino ad allora, impresa che invece mi era riuscita pochi mesi prima solo per il coevo Sandokan (merito della Perla di Labuan, sia chiaro) rimanendo unico traguardo ever.

Che meraviglia quell’album dalla copertina rosso fuoco, e che patema d’animo ogni domenica mattina alle 9,30 quando – con i miei sudatissimi risparmi settimanali e qualche rara mancia – mi fiondavo all’edicola a fare incetta di sportivi mentre la radio mandava In Zaire di Johnny Wakelin. Persino le bustine (non fate della facile ironia) avevano un odore diverso. Passavo i primi minuti seduto sugli scalini del cortile ad annusare quell’aroma speziato da colla e carta patinata. Un godimento inenarrabile e inconcepibile per tutti i figli della rete e delle rate. Come che sia ebbi grandi soddisfazioni da quei Giochi Olimpici, forse gli ultimi con qualche barlume di trasparenza visto che di lì a poco sarebbero giunti i boicottaggi e le superstar. Che poi, non fu esente da boicottaggi nemmeno l’edizione canadese, ma converrete che una cosa è essere privi della Guyana, l’altra degli Stati Uniti. Almeno a livello sportivo, sul resto potremmo agevolmente discuterne.

E poi c’era la DDR, accidenti. Così vicina e così lontana, così piena di affascinanti e terribili misteri, di atleti morfologicamente perfetti, di macchine programmate per sconfiggere il tempo, lo spazio e la gravità che neanche una canzone di Battiato. Un pezzo di misterioso e subdolo oriente racchiuso in uno scrigno d’occidente. Che inno sublime, che divise fascinosamente marziali, che sguardi geometrici e costruttivisti. Se la giocava con la Russia nelle mie preferenze, ‘che quelli avevano rigore, rigidità e un unico obiettivo: il medagliere. In ogni caso ricordo parecchio di Montreal: Juantorena; la Ackermann; il salto di Sara Simeoni; Lasse Viren (diobon, che uomo). Finanche il ripetersi ad altissimi livelli della Ender e l’impresa storica di Fabio Dal Zotto. Ricordo il giapponese Shun Fujimoto che gareggia agli anelli con un ginocchio fuori uso, perdendo i sensi e i legamenti all’uscita dall’esercizio. Rammento pure il primo scandalo per doping nell’atletica leggera (la polacca Danuta Rosani) e l’assoluta mancanza di medaglie d’oro della nazione organizzatrice (non era mai successo). E ancora: la furbata del maggiore sovietico Boris Onishchenko che nel pentathlon – alla prova di scherma – inserì all’interno della propria spada un congegno elettronico che segnalava (a comando) sul tabellone il colpo inferto all’avversario. Degno del miglior cattivone di 007 (per la cronaca: dopo il fattaccio il tenero Boris venne degradato e finì col fare il bagnino nella piscina comunale di Kiev).

Ma più di tutto ricordo quelle figurine profumate.

Stavo schiudendo il bozzolo che mi aveva fatto scudo, cominciavano a piacermi le cose ‘da grande’: i primi numeri di Ciao 2001; le classifiche alla radio; il paginone centrale di Playboy. Attendevo le giostre con ansia immotivata, ultimo scampolo d’estate e l’equivalente di quello che sarebbe stato John Peel o Rockerilla, di lì a poco. Il polso del pop l’avevo tramite i dischi passati in lunghe nottate agli autoscontri, che quei giostrai avevano un fiuto infallibile nello scegliere (e prevedere) i riempipista più torridi. Vi potrei snocciolare decine e decine di pezzi che ad ogni imbrunire mi si spargevano addosso schivando i rumori dei Go Kart, dei dischi volanti (come li chiamate voi?) e di tutte quelle lucine colorate. Da Franco Simone (Tu e così sia) a Anita Ward (Ring My Bell) passando attraverso Non si può morire dentro di Gianni Bella per qualche anno riuscii ad avere il polso della situazione pop del mio paese; impresa eroica che – credo – nessuno dei miei coetanei riuscirà più ad eguagliare. Mi appoggiavo al muro del Municipio alle 19,30 del Venerdì sera e sapevo snocciolare l’intera scaletta degli autoscontri soltanto sbirciando il colore delle copertine dei 45 giri, bissando il palmarès anche la domenica mattina, quando era tutto un florilegio di gonnelline scampanate, teppistume sparso e Umberti Tozzi. Dan Dabadam Dabadam Daba Dam Bam Bam Bam Bam.

Una e una soltanto però – di canzone – in quel finir dell’estate 1976, aveva adombrato la mia cassa toracica; anzi due. Provenivano entrambe da una strana ed ammaliante vocina (quella di Aldo Tagliapietra) che mi è rimasta tatuata addosso e reputo ancor oggi tra le migliori di sempre, non solo in patrio suolo: Canzone d’Amore (rivedetevi sul Tubo la performance al Festivalbar e poi fatevi due conti con l’oggidì) e – poco dopo – Regina al Troubadour. Firmate: Le Orme. Corregionali, dicevano gli amici che potevano avere accesso settimanale a Sorrisi e Canzoni TV. Gruppo (non le chiamavamo ancora band: i Dik Dik erano un gruppo, così come La Strana Società o I Nuovi Angeli) di stanza a Mestre, ovvero due sputi da dove abitavo io. Due sputi ma anche due anni luce se dovevi affrontare il Terraglio, arteria napoleonica con traffico da Città del Messico. Mica sapevo allora che Regina al Troubadour fosse la nostra There She Goes ante litteram. Era una canzone di vaniglia triste e con il piombo ai piedi, pare parlasse di una vecchia amica dei nostri perduta nelle spire dell’eroina, e dietro quella resina armonica lo spleen era pressante assai. Mi ci tuffai di petto.

Verità Nascoste era stato arrangiato da Keith Spencer Allen, fidato scudiero di Vangelis e pronto a transumare ovunque, dai Chrisma con la ci acca a Cocciante. E sono poche le ba… scusate: i gruppi italiani a me così cari. Pochi, pochissimi. Tanto che, una volta più grandicello, potei permettermi di approcciarli con cognizione di causa, scoprendo dischi bellissimi e in particolare uno, snobbato dagli scampanati fan del quartetto: questo. Via Tolo Marton (e la  sua chitarra sovente in odor di blues onanista) e dentro Germano Serafin. Via anche Gian Piero Reverberi, deus ex machina e produttore cum grano salis dei lavori precedenti. Via le suites lisergiche in virtù di un pop certosino dal retrogusto sinfonico. Via tutto, si azzera. È qui che si compie la parabola de Le Orme, catturati in un momento di lucidissimo vezzo popolare. Allontanatisi da certo progressive (anzi: pregressive) più minimalista (citofonare a Peter Hammil che curò i testi proprio per una versione inglese di questo disco) per esplorare definitivamente il pop. A proposito: quella “d’amore” era uscita solo su singolo facendo sfracelli un po’ ovunque con la sua torbida coda in odor di funk. Nulla la riporta alle sonorità di Verità Nascoste, da subito crocifisso come album autoreferenziale, didascalico, scaduto nel più bieco ammiccar di classifica, abbandonando di fatto quella maestria strumentistica che aveva reso Le Orme un autentico patrimonio italiano al pari di PFM e Banco del Mutuo Soccorso. Dovevo spendere soldi in figurine altrimenti mi sarei immolato affinché tutte queste presunte verità nascoste – imboccateci dai soloni del tempo – si palesassero. Se loro non riuscivano a capirlo non era colpa mia, io avevo ore di dirette televisive da seguire. Il 18 febbraio 1977 – dopo aver raggiunto l’aria rarefatta della vetta soltanto due settimane prima – l’album è ancora al numero tre della classifica italiana, dietro Santana e Donna Summer. Le Orme diventano ‘impronte’ pesanti lungo il tortuoso sentiero del pop italiano, e sono proprio le presunte cadute di tono e ispirazione a dare quel quid ad un gruppo che voleva fortissimamente cominciare a capitalizzare.

La Philips non bada a spese, le registrazioni vengono effettuate ai londinesi Nemo Studios di proprietà di Vangelis; la manovalanza dispiegata a supporto è di lusso: dalla biondissima Marlis Duncklau (tecnico del suono che di lì a poco accompagnerà Peter Gabriel) a John Forrester (Frank Zappa); da Sidney Margo (John Barry, Harry Nilsson, Bing Crosby, Grace Slick) a William Skeat (eoni dopo addirittura su Post di Bjork). Un disco che reputo ancora bellissimo nonostante l’ostracismo dei fan terminali, e se vi sembro Vincenzo Mollica dovrei affidarmi a Insieme al Concerto, ovvero i sei minuti e quattro secondi che vanno ad aprire le otto tracce con una nevralgica e muscolosa presa di posizione. Pochi i rimasugli sinfonici che erano soliti contraddistinguere Tagliapietra e sodali. Chitarre e tastiere (da segnalare l’opera del nuovo arrivato Germano Serafin) ad incastrarsi come in un cubo di Rubik armonico. Tolta una coda che farà grande Dave Formula e i Magazine vi è maggior attenzione alla canzone comunemente intesa; un po’ come Ora O Mai Più nel precedente Smogmagica (Philips, 1975). In Ottobre svisa su un funk gelido e bianco, un Blue Rondò A La Turk (già loro singolo del 1973, rilettura dello standard del Dave Brubeck’s Quartet) sotto Lexotan spiegato alle masse dell’austerity; impagabile lavoro percussionistico di Michi Dei Rossi e porta quantica verso l’acustica poesia di Verità Nascoste (Vorrei raccogliere il tuo mondo e liberare i grandi sogni, e colorare i tuoi disegni di disperate notti bianche, e ridere come chi vince la sua vita in un gioco perdente). Quasi un madrigale irrobustito e impreziosito da quartetti d’archi e un diafano flauto traverso. A pareggiare giunge Vedi Amsterdam… complicato e nervoso origami progressive, unica concessione ad un passato prossimo ancora fresco. Contrappunti di assenze percussive, scale mobili armoniche e una denuncia sociale che apre proprio a Regina Al Troubadour ovvero – forse, con quasi sette minuti di durata – uno dei 45 giri meno commercia(bi)li che abbiano toccato la top ten italiana. Un ottovolante di amplessi ritmici, ponti strumentali, cambi strutturali e schizofreniche alternanze tra velocità e brusche frenate. Tony Pagliuca fa gli straordinari con un massiccio uso di Clavinet, Mellotron e sintetizzatori Honer, chiudendo con una maratona che brucia i polmoni. In una parola: insuperabile. Radiofelicità smorza i toni con un geniale synth pop alla Silicon Teens ante litteram (ancora il Moog di Pagliuca) caramellato da trucchi (ad ascoltare con attenzione in sottofondo, a sprazzi, si sente una radio suonare I Can’t Control Myself dei Troggs) e una zampillante strofa acustica. I Salmoni si sarebbe adagiata da Dio su Una Giornata Uggiosa di Battisti con quelle strofe a rincorrere un lavoro percussivo semplicemente straordinario nella sua semplice incisività (Michi Dei Rossi in quel preciso istante è il miglior batterista italiano). Lo sai sì, dobbiamo far così andare sempre in su, controcorrente, risalire il fiume, raggiungere la fonte. Il Gradino Più Stretto Del Cielo anela alla PFM ma finisce con il lambire le terga di certi Queen in salsa hard blues e riesce ancor oggi – 43 anni dopo – a lasciarmi sempre un po’ basito. Scartavo figurine fischiettando “non puoi guarire i mali di ogni uomo con la tua medicina” o “sta girando il sole intorno a nooooiiii, senti il mondo che non grida piuuuù” promettendo a me stesso che – un giorno – avrei approfondito assai questo strano gruppo così schizofrenico nel suo canzoniere, fosse solo per la vicinanza geografica. Così feci, scoprendo un passato intonso (Ad Gloriam; Felona e Sorona) e altre opere meritorie di lì a venire (Storia o Leggenda; Florian; Piccola Rapsodia dell’Ape). Ma è qui, su Verità Nascoste, che l’epopea de Le Orme comincia a disgregarsi in un turbine di litigi, defezioni e battaglie legali nonostante due inutili partecipazioni al Festival di Sanremo in guisa di accanimento terapeutico. Se ne andranno poco alla volta, quasi ‘progressivamente’, come il mio interesse per le giostre.

A pochi giorni dalla chiusura dei Giochi ero a rota come la regina del 45 giri: mi mancavano tre figurine, tra cui un velocista canadese. Avrei potuto vincere anche io il mio primo oro, se fossi riuscito a portare a compimento l’impresa. Me la giocavo con uno stronzetto tutto gambe e ciuffo, molliccioso assai. Uno che non vedo da 30 anni almeno e con il quale non ci siamo mai presi granché bene – e non per colpa delle figurine, se capite cosa intendo – sebbene avessimo parecchie passioni in comune. O forse proprio per quello. In ogni caso il marrano aveva tre (tre! T.R.E.!) figurine del velocista canadese, e mi ‘tirò scemo’ per un tempo che a me parve interminabile prima di decidere che non avrebbe ceduto il suo malloppo neanche morto. No, neanche dietro uno scambio da usura, nemmeno per una settimana di merendine o qualsiasi altra cosa (legale). “Non hai niente che a me possa interessare” chiosò con aria di sufficienza, mortificandomi assai. Lo sapevo, che diamine, ma non serviva ribadirlo davanti a metà classe guadagnandosi i miei strali in saecula saeculorum. Le Olimpiadi finirono e lo stronzetto si beccò la medaglia d’oro lasciandomi al palo; il suo album rosso fuoco era bello che terminato, con una nutrita dose di doppioni sghignazzanti gelosamente custoditi nel forziere. Io? Io rimasi bloccato a meno tre. Sprangato dentro quelle mancanze. Delle altre due mi importava relativamente – non erano così importanti nel computo – come se avessi potuto scovarle in ogni momento. E’ quel velocista che bruciava e ancora brucia. Di quell’uomo sorridente a piè di pagina ho perduto tutti i ricordi (nome, ecc.) ma quella figurina… Oh cazzo, quella figurina non l’ho mai dimenticata e me la tengo stretta tra i ricordi assieme a Ring My Bell e al santino di Aldo Tagliapietra.

Ora ascolta le mie parole fai posare la mente stanca questo fragile amore folle è tutto quel che hai. Tienlo caro”

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #43

Meanwhile, Back In Communist RussiaIndian Ink (Jitter, 2001)

Mi fiondo in centro di buonora, com’è d’uopo per tenere alto il livello di misantropia. Ho una tricotica missione da compiere e non devo essere disturbato. La città mugugna sopra mattonelle rese sdrucciolevoli dalla nebbia umida; poche anime a percuotere il selciato con passi frettolosi. Topini e topine ebbri d’amore e di ultimi giorni di scuola prima delle vacanze di Natale, ergo inutile presenziarvi. Sono seduti su scalinate intonse, con capelli dai colori arcobaleno e labbra fameliche. Osservano i rari passanti senza guardarli veramente. Ci sono anche io tra quei passanti; io assieme a rapide e scostanti commesse che ticchettano il porfido in un codice morse a tacco 10. Hanno già il veleno addosso e la giornata deve ancora realmente cominciare. Le capisco e tiro dritto. Assolvo il mio compito prima di avviarmi soddisfatto, pascio e satollo verso i portici del corso in cerca di un silenzioso caffè, quello che diventa sempre il più buono della settimana ed è forse l’unico vero momento di relax di questa carretera, di questa vita balera. E’ allora che le vedo avanzare, ondeggianti come Adelina e Guendalina BlaBla. Fermo la tazza a mezz’aria manco fosse il mio Pasto Nudo personale, pago in fretta e mi fiondo fuori perchè Alea Iacta Est. Ostia. Bene bene bene. Non dimentico mai una faccia, soprattutto se appartenente ad una stronza. Figuriamoci due. Figuriamoci se provenienti da un passato remoto ove solevano canzonare per nove mesi l’anno. L’intera durata delle scuole superiori. Non ero il bersaglio prediletto dei loro mantra offensivi, ma non disdegnavano staffilare con gusto anche da queste parti. Oh, erano cittadine, superbamente gnocche, stronze all’ennesima potenza e adoravano i Queen. Noi no. Noi eravamo i campagnoli puzzolenti, i parìa, lo scarto sbagliato, il fastidio dell’ultimo banco e – soprattutto – ai Queen non ci saremmo accostati. Né allora né mai. Different Class. Con noi non si parlava senza indossare una smorfia di disgusto o canzonarci i pantaloni in saldo e le camicie fuori moda. Non eravamo nemmeno degni di essere apostrofati come freak o nerd. Feccia, quello eravamo. Feccia medievale, decentrata e periferica. Puzzavamo, dicevano. Puzzavamo di povero; e non avevamo nemmeno i soldi per farci una ’nafta’ la domenica pomeriggio in centro. Già, non li avevamo, allora? Non venivamo nemmeno in centro se è per questo, ci avreste risputati come organismi estranei, magari facendoci corcare di botte dai vostri muscolosi fidanzati con la Vespa. Ma sono passati tanti anni, giusto? Troppi. Però ora vi vedo avanzare lungo l’arteria principale di questa merda di capoluogo e mi sovvengono un par di cosine in testa. Bene bene. Molto bene. Splendidamente bene. Posso mettere a frutto le mie due virtù principali: la pazienza e il saper riconoscere i tratti somatici. E i vostri li riconosco eccome. E così spero di voi. Un’occhiata inequivocabile, un sorriso sprezzante (mio, stavolta) e la consapevolezza che di tutta quella pseudo nobiltà gettataci in faccia con disprezzo non è rimasto più nulla. Baffute, sfatte, rancorose, rassegnate. Olè! Aveste sotto le mani la foto di fine anno scolastico 1985 vi buttereste nel Sile ghiacciato (e oggi fa freddo, ve lo garantisco) tanto siete cambiate. La vostra beltà aveva un timer incorporato, e probabilmente anche la vostra maligna way of life, accantonata vostro malgrado per cause di forza maggiore quando, improvvvisamente, vi siete ritrovate dall’altra parte della barricata. Questo vi è rimasto appiccicato addosso e io immagino anche il non visibile, perchè solo voi pensavate fossi tonto. Immagino i figli adolescenti che vi sfibrano; il marito che gioca a calcetto due volte alla settimana e torna tardi, stranamente troppo tardi; immagino che facciate i conti ogni santo giorno con questa vita che vi siete disegnate addosso con una matita dalla punta spezzata. Immagino che non andiate al cinema da quando è uscito Il Tempo delle Mele, ma solo Sophie Marceau è rimasta uguale. Voi no. COME. MI. DISPIACE. Immagino il rancore che è salito, salito, salito. Cresciuto e montato come panna acida di pari passo con la consapevolezza che… no, non era quello che vi eravate prefissate quando i vostri bei capelli lunghi e dei fisici spaziali – appositamente in bella vista – bloccavano i corridoi. Immagino che quei capelli (più stanchi di voi) abbiano bisogno di una seduta dal parrucchiere ma non avete tempo o voglia. O entrambe, perchè ‘ormai, tanto…’.

Immagino, posso.

Rallento impercettibilmente per godermi la scena, necessiterebbe un disco adatto a questo regolamento di conti, tardivo ma giusto. Uno qualsiasi, il primo che mi viene in mente magari. Ho tutto il tempo del mondo visto che pare cristallizzarsi proprio ora, mentre proseguo appositamente verso la direzione delle due artiste prima conosciute come stronze. Chi si perde un attimo così, care Adelina e Guendalina? Un attimo atteso e bramato per un terzo di secolo? Sembro Errol Flynn in confronto al vostro misero e stanco trascinare e ne siete consapevoli. Il che è tutto dire. Avete scritto Biagio Antonacci su quei polsi mollicci e quei pori grassi e sudati. Avete scritto Giorgia, Emma, Annalisa, Noemi. Che qui manco un cognome si è più in grado di avere. Le mie stimmate Half Man Half Biscuit non saran state granchè ma – a differenza vostra – le indossavo orgogliosamente e non ero disposto a mollarle a mare al primo avviso di risacca. Insomma, mi servirebbe un disco dalla dicitura lunga, che affoghi nelle sabbie mobili la vostra ignoranza già corposa all’epoca e temo divenuta ormai abissale oggi. COME. MI. DISPIACE. Qualcosa di calibrato, che tanto io ‘ero un coglione perchè mi piacevano le sopracciglia di Brezhnev, eh?’. Un disco cristiddio, uno solo basterebbe. Ma niente, che questo freddo da Unione Sovietica increspa tutto. A proposito, ecco: i Meanwhile, Back In Communist Russia ad esempio, che mi sovvengono giusto quando vi passo appositamente appresso scorgendovi a capo chino e imporporate in viso.

Io so che voi sapete che io so che un Arcipelago Gulag dove congelare i vostri sentimenti ve lo avrei servito su due piedi, allora. Oggi – che sono diventato buono – no, non più. Rallento ulteriormente mentre la coppia – visibilmente imbarazzata – aumenta il passo, tanto da dedurre che nemmeno loro lo dimentichino un volto sebbene siano passati 35 anni, soprattutto se disprezzato per un lungo piano quinquennale col resto di uno. Sono multitasking quando voglio, ergo riesco ad espellere questi pensieri e rimembrare anche di un cd praticamente passato sotto silenzio eppure meritevole assai. Indian Ink dei Meanwhile, Back In Communist Russia… che nome del cazzo. Talmente sciocco da risultare intrigante. Non ricordo come mi arrivò in casa ma ricordo benissimo le gran remore nell’approcciarlo dacchè lo si indicava come Mare Magnum di post-rock, post-Radiohead, post tutto. Mi si rizzavano (e mi si rizzano ancora oggi) i peli del petto all’imbattermi in siffatto mercimonio di progressive riveduto e corretto. Problema mio, chiaro, e nemmeno quel rimembrare di sfuggita gli Arab Strap riusciva a rendermi partecipe all’ascolto. Eppure ci provai, non so perchè ma ci provai. Forse per noia, per testarmi, perchè ormai tutto era stato detto e ‘questo silenzio, non vale neanche una parola nè una sola e quindi…Stop! Dimentica’. Fatto sta che l’approcciai beandomi delle melmose atmosfere di questo quintetto di Oxford. Oh, intendiamoci, gente che non ha lasciato nessuna traccia nel firmamento rock, nè pre nè post. Gente da cercar di notte suonando campanelli con il gomito, e non fosse stato per la gentilezza di qualcuno provvisto del mio indirizzo di casa mi sarebbe sfuggito senza alcun senso di colpa. Invece vi trovai un solenne divampare di atmosfere plumbee, granito noise, campionature astruse, paesaggi sonori lunari e un goccio di pop. Poco, tanto quanto l’angostura in un buon Americano. Carriera veloce con due soli album all’attivo ma grosse soddisfazioni: dalle lodi di John Peel (tre sessions in cantiere e Morning-After Pill inserito al numero 11 della 2001 Festive Fifty) al dividere il palco con i Pulp. 8 brani per soli 30 minuti di impatti sonori, che con voi due non serve troppo tempo. Intanto rallento e comincio far di conto, mentre Anastasia e Genoveffa non sanno più che pesci pigliare avendo capito il mio gioco. Le tampino a rispettosa distanza, sentono il fiato sul collo e a me invece risuona proprio Morning-After Pill (messa in chiusura), ovvero il monolite di inarrivabile bellezza. Rigurgiti acidi, lunghi droni chitarristici dal volo magico. Sinanche i Breathless dei primi tre miracolosi singoli (Ageless è dietro l’angolo). Pura emozione sulla quale si staglia la voce di Emily Gray a declamare nonsense in una sorta di trance avulsa. Ma, a ritroso di quest’album fosco, quasi psichiatrico e sferzato dalle intemperie, vi sono altrettante magie psicotiche. Now I Am Lifting ad esempio, che suona come dei Bark Psychosis inghiottiti dal permafrost mentre una batteria di macchine pulsanti avanza minacciosa su cingolati noise prima di perdersi nello spazio siderale. Life-Support li riporta nell’atmosfera tramite un arpeggio ripetuto all’infinito o forse solo per tre minuti e quarantadue secondi prima di cedere a pulviscoli pop. Acid Drops è onomatopeica e altro non so dir ma inalo e passo. In Sacred Mountain non è difficile immaginarvi uno Spirit Of Eden (sebbene declinato sugli inferi e col peccato originale) mentre la cavalcata Blindspot/Invisible Bend insegna a tutti cosa avrebbe dovuto essere lo shoegazer se quelle pillole fossero state zeppe di citrato di sildenafil e la saturazione dei suoni avessero avuto un senso compiuto. Delay-Decay-Attack è un carillon che si inerpica su fino al Monte Zion, il Silver Mt.Zion di Mountains Made Of Steam (Horses In The Sky è del 2005, lo sottolineo in corpo 18). Da qui sopra la vista è meravigliosa. I Sovietici assorbono l’aria rarefatta innestandola su rigurgiti di batterie sintetiche. Un disagio spettacolare. No Cigar apre l’album ed la fine che consegno alla coppia per una sorta di legge del contrappasso. Marcia maligna che va a cozzare su pulsare di chitarre acide. I compaesani mezzibusto (Radiohead, per gli addetti) qualche nota a piè di pagina andranno di lì a poco a segnarsela sul taccuino. All’arrivo di My Elixir; My Poison (Truck, 2003), ennesimo accecante bagliore l’avventura è virtualmente conclusa.

A tutto questo riesco a far fronte in un mattino di gelo promiscuo, comprimendo la mezz’ora di musica (coadiuvato da un buon reminder casalingo successivo) dentro l’occhiata definitiva alle ex virago. Una abbozza un mezzo sorriso indeciso, l’altra – probabilmente ancora provvista di barlumi della luciferina virtù giovanile (che non erano le tette) – cerca di risultare altrettanto sprezzante, senza riuscirvi. Sei giù nella catena alimentare, mia cara. Giù giù, a valle. Sei la Fossa delle Marianne della tua disperazione. Chiunque oggi potrebbe incenerirti con uno sguardo, specialità olimpica nella quale eri plurimedagliata in quei primi anni ottanta. C’est la vie, ma chérie.

Mi è servita una lunga fila di anni per pareggiare i conti, ma sapevo che sarebbe arrivato il momento. Alzo la testa e vi squadro un’ultima volta da capo a piedi; contraccambiate ancora lo sguardo, intimidite da quell’ardire al quale non eravate abituate quando possedevate una parvenza di silhouette. La più stronza stavolta arrossisce fingendo di interessarsi a una vetrina. Non serve nemmeno una parola, nè una sola e quindi stop! Dimentica. Giustizia è fatta. Missione compiuta. Meanwhile, Back In Communist Russia. O solo a casa.

Michele Benetello

NazionalPOPolare – La teoria del disimpegno part.3 (Fiver # 01.2019)

Poi la smetto, prometto. Che pare l’inizio di un testo di Carl Brave.

Apro questo 2019 qui su SG con lo stesso tema con cui ho chiuso il ’18: l’ITpop.
Perché? Perché ho un’altra domanda che mi tormenta e a cui non trovo risposta pur interrogando coetanei e nuovi ascoltatori di musica che hanno l’età che potrebbero avere i figli che non ho.
Perché ascoltate ITpop: Calcutta, Giorgio poi, Canova, Coez, Ghali e chi ne ha più ne metta. Ah già, dimenticavo la nuova scuola romana e tutti quelli il cui nome d’arte finisce con 126 (che per me fino a un anno fa poteva essere solo un mitologico modello di automobile italiana fuori produzione da molto tempo). Ma, dicevamo: perché ascoltate serenamente tutti questi, andate ai concerti di Cosmo con M¥SS KETA, dei Pinguini Tattici Nucleari (ma vi rendete conto di come si chiamano questi e che look hanno? No, perché la musica era una cosa sexy, una volta…) e di Coma Cose e poi schifate bellamente il pop italiano? Il vero e puro pop. Quello da radio commerciale nazionale, per capirci. Perché?
Sono poco ferrato su quello che gira oggi in quel mondo, sulle varie Emma Marrone e non so chi sia l’erede di Nek e Gatto Panceri; ma non fa niente, la domanda è di tipo esistenziale: perché quelli con le felpe brutte sì, gli altri no?
Perché quelli che fanno canzonette pop ma sono cresciuti nei locali indie con venti spettatori davanti sì e il successone radio no? Qual è la differenza?
Non sarà mica una questione di queste famigerate felpe orride primi novanta, vero?
E, soprattutto, se vi piace il cantato in italico idioma, le chitarre quasi rock, gli arrangiamenti facili facili e le rime baciate, come fate a inorridire davanti ai pilastri di quello che ascoltate tutti i giorni?
Mi rivolgo soprattutto a voi, giovani (o ormai ostentatamente diversamente adulte) fanciulle nate una trentina d’anni fa: perché non vi imbarazzate a far vedere che nei vostri top ascolti su spotify ci sono solo italiani dallo stile musicale diciamo discutibile, ma non ascoltereste mai e poi mai quelli che il pop nazionale l’hanno fatto e suonato e cantato riempiendo stadi e facendo innamorare, piangere, urlare milioni di persone? Quelli nazionalpopolari senza vergogna, quelli della persona qualunque, del pubblico dai dodici ai sessanta anni. Quelli che dopo gli anni d’oro dei settanta, hanno mandato avanti l’industria discografica (e non solo) italiana.
Esclusivismo snob, fanciulle?

Perché se poi ci sono sei date di fila del signor Rossi allo stadio voi camminate inorridite radenti ai muri che sia mai che vi venga la maraglite acuta se entrate in contatto coi fan in smanicato e bandana del Capitano. Ma nel vostro bar preferito in prima periferia, nel quartier ex duro adesso più costoso della milanese Montenapoleone, fra uno spritz e l’altro vi ascoltate Paradiso & Co. che non sta poi male fra l’ultima Ferreri e un vecchio pezzo di Levante. Ma oddio che schifo ‘sti buzzurri, ridete del Blasco e i suoi, voi col rossetto perfetto e la foto su Insta hashtag sonoquasiubriacaperfortunaèvenerdì.

Che, poi, che fra ITpop e pop ci sia ben poco e nulla di differente se non un’accurata strategia di marketing che ha rubato quel poco che c’era a disposizione dei gruppi non pop, alternativi (ma ne abbiamo già parlato in part.1 e 2, quindi diamo per scontato); dicevamo: che fra ITpop e pop differenza non ce n’è, l’ha dimostrato poche settimane fa Calcutta uscendo finalmente allo scoperto col suo featuring con Elisa, che penso sia più nazionalpop del Marco se n’è andato via della Laurona nostra di Faenza (l’Emilia Romagna in effetti ha sempre dato tanto al nazpopolare).
Quindi, perché voi giovini che cantate a squarciagola i testi più banali della storia della musica italiana (scusate, ma al confronto di molti, gli Articolo 31 erano dei geni avanguardisti), arrossite solo al sentire i nomi che il pop italiano l’hanno fatto, creato, portato negli stadi?
Perché mollereste subito il bonazzo che alla seconda uscita vi dice che il suo disco italiano preferito è Ligabue, per poi uscire col mingherlino che vi porta a vedere Ketamaecomecristosichiama che male che vada fa cagare ma è divertente (aka cool)?

Se Certe notti si chiamasse Some Nights e l’avesse scritta Noel Gallagher from Manchester anziché Lucianone Ligabue da Correggio con furore, la cantereste a squarciagola tutti – tutte e tutti alla chiusura di ogni Cool Britannia al Covo, non fate finta di potervela tirare che vi ho viste/visti blaterare parole inesistenti simil causmaibiiiiiyougonnabetheuandeeseivmiiiiii su Wonderwall. Fareste lo stesso e lo sapete -, ma invece è di Luciano nostro che è un po’ così (era): maragliozzo, troppa punta negli stivali, troppe piume nelle collanine, troppi strappi nei jeans. Troppo larghe quelle gambe nei video e le sedie sempre girate al contrario con le braccia a penzoloni dove (dai ma come si fa…) va appoggiata la schiena, ben dritta (siete più per benino dei vostri nonni).
Troppo per il fighetto figlio di papà con le Vans e le camicie abbottonate solo Ben Sherman che i Pavement sono il gruppo più figo del mondo (un minuto di silenzio ora, please).
Ma avete presente che pezzo è Sogni di rock n’roll voi che smanettate da vent’anni su un basso e non ne tirate fuori un cazzo? Quante volte vi siete guardati il video di Ho messo via sentendo una piccola morsa appena sopra lo stomaco? Ma ditela, una volta, la verità, che avete una voglia di farvi un giro tra Carpi e Modena in macchina coi finestrini abbassati e tutto Buon compleanno Elvis a palla nell’autoradio. E i finestrini giù, “non avremo classe, ma abbiamo gambe e fiato finché vuoi”, echecazzo!

E la maglia del Bologna sette giorni su sette? Non si può dire, ma sulle confessioni di un giovane Luca che amava troppo la roba e una certa Silvia ci avete pianto tutte e ci abbiamo fantasticato tutti, con la nostra Silvia del momento in testa. Ma non lo diciamo.
Guilty pleasure?
Luca adesso fa tanto Limoni o Douglas, solo profumi dolciastri da poco e cremine un po’ scadenti. Invece si può cantare Frah Quintale (…). È cool (…).
Ma quel video con la cerata gialla, i capelli tirati indietro malgrado la stempiatura ma col tirabaci che cade sulla fronte, i braghini corti e quella faccia da schiaffi, proprio non potete vederlo.
Mare mare. Era il 1992. E Luca, lasciate stare, era un gran figo. Ma lo sapete che se lo sognano, i vostri beniamini ITpop, un pezzo così? Che un disco come …intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film non esce, esattamente, da 31 anni? Ma li avete mai ascoltati quei pezzi, sentito che parole, che musica, voi che vi gasate per “c’ho una scuola di danza nello stomaco. Ooooooo.” (purtroppo, è una cit.)?

E del Joe Cocker di Reggio (cavoli, ancora Emilia, ma possibile che siano nati tutti qua?), vogliamo parlarne? Adelmo alias Zucchero, uno che nella vita, oltre ad aver suonato ovunque e con chiunque in Italia, ha duettato con Elvis Costello, Eric Clapton, Miles Davis, lo stesso Cocker, Sting, John Lee Hooker, B. B. King e Iggy Pop (passata di cotton fioc nelle orecchie: John Lee Hooker, B. B. King e Iggy Pop sul palco o in studio con te. Potete fare tutti soldout che volete all’Alcatraz con le mamme che aspettano fuori i vostri sofisticatissimi fan dodicenni, ma qui si parla proprio di un’altra categoria, mi dispiace per le famosissime felpe brutte che adesso costano pure tanto per colpa vostra).
Rispetto, 1986, Blue’s, 1987. Nel ’96 vende cinque milioni di copie col suo Best Of, dopo sette album, infinite collaborazioni, testi scritti per altri artisti (il signor Sting, per citarne uno) ed è conosciuto nel mondo come la storia del blues e del soul in Italia.
Chapeau e basta. Anche se le sue mise leopardate e le sue sbronze epiche finite pure in televisione nei novanta (indimenticabile la sua “chiacchierata” con Staffelli di Striscia la notizia a Bologna) e la tragica perdita di vena artistica, comune a tutti questi nostri eroi la cui unica vera colpa è non arrendersi mai, ne hanno appannato la memoria.
Ma io me lo ricordo in sella a una Honda GoldWing, o una similmente maraglia motorona, a fine ottanta fotografato a Milano per chissà quale servizio e ascoltavo bambino la sua Donne e ragazzino Diamante e tutto Oro Incenso e Birra penso che sia un grandissimo album.
Disco, intero, non un singolo ogni due mesi propinati in sequenza per un anno perché scrivere, suonare e produrre un disco intero pare sia chiedere troppo. Tanto contano le visualizzazioni youtube, mica le copertine delle riviste, le vetrine dei negozi di musica. Conta avere più like di Camihawke.

Ron, Tozzi, Raf, Ruggeri. I Matia Bazar. E parliamo di pop superpop easy, neanche voglio tirare in ballo (già fatto) la coppia dei gemelli del goal Battisti-Mogol, i cantautori (Ciampi, De Andrè), gli impegnati (Guccini), gli intellettuali (Conte), i predestinati a un altro mondo (Tenco).
Non prendo i nomi da libri di storia, ma da storia delle classifiche italiane, delle estati che tutti hanno nelle orecchie se nati prima del 1980.
Parlo di chi ha venduto dischi. Centinaia di migliaia, milioni. Di chi ha fatto i palazzetti senza mettere i rotoli di tnt nero su interi settori e regalato qualche migliaia di biglietti per dichiarare un tour completamente soldout. Ma fammi il piacere e guardati un video da Fronte del palco, valà. Di chi ha fatto gli stadi appena allargati per Italia ’90 da riempire di tante decine di migliaia di braccia alzate.
A proposito, e che dire di quel signore di Zocca che risponde al cognome più diffuso in Italia di tal Rossi? Nome, Vasco. E non dico quello dei capolavori. Sì, perché Vasco Rossi ha scritto, cantato e registrato, che vi piaccia o no, dei capolavori come Bollicine, uno dei dischi italiani più belli di sempre, e Non siamo mica gli americani, che averne nel 2019 penso che potrei tornare ad ascoltare quotidianamente musica italiana post 1994; ma parlo del Vasco dei ’90, quello che a San Siro registrava Fronte del Palco con musicisti pazzeschi come Braido, Martinez, Innesto, Devoti, Rocchetti. Ricordo l’intro di Muoviti con Vasco che grida “Il cielo lasciamolo ai passeri, noi stiamo con i piedi per terra” e la gente e poi quelle chitarre così spaccone, così esagerate, così, cristo, POP come oggi non ce n’è una minima idea. Pop che ti fa cantare, saltare, urlare, sudare. Ho visto Vasco una sola volta nella vita, allo stadio di Bassano del Grappa nel 1993, stesso anno, stesso stadio del concerto dei Litfiba per il loro Terremoto Tour; ma era il Gli spari sopra tour e credo che il primo pezzo fosse Lo Show. E poi tutta l’infilata di classiconi da Canzone a Vivere, Stupendo, Liberi Liberi per chiudere con tutto lo stadio che canta Albachiara e sì, è stato meraviglioso e anche se avevo poco a che spartire con la maggior parte di chi era lì, beh, questa non è la vita? Non è la realtà? Si suda assieme anche a chi ha nulla a che fare con noi oltre quelle due ore di live. Questa è la magia della musica: unire, per un momento. Banale, no?
Ma voi avete presente l’arrangiamento di Vivere una favola, 1987? Quel sax, quella batteria: Ma ti rendi conto che se fosse stato un pezzo inglese dei Talk Talk adesso tu, dottorando trentacinquenne al DAMS, che bazzichi in cineteca, ne sai a pacchi di semiotica del teatro e pugnette affini e vai a fare l’aperitivo in Bolognina o Cirenaica pedalando sulla Cinzia rossa con gli occhiali grossi da pentapartito (cit.) diresti che è un pezzo fondamentale della fine degli ottanta? Che quel basso suonato come una lamiera era avanti di dieci anni su tutto quello che si sentiva in Italia?

Ma forse la questione è, come spesso succede, un’altra: Raf, Tozzi, Bennato, Vasco, Ligabue, Carboni, Zucchero e chi più ne ha più ne metta sono solo vecchi.
Forse chi ascolta l’ITPop di oggi non ascolta il pop di ieri perché questo suona vintage, lontano: i fiati in una canzone, ma che sono? Le batterie gonfie? Sa di roba del papà, di cassetta della mamma. Di pezzi che stanno bene nelle “serate anni…” ma che non hanno a che fare con la scuola, l’università, il bar, il negozio, l’ufficio del primo lavoro, insomma: con la quotidianità.
Niente lo-fi, niente felpe brutte e stempiature nascoste sotto la cuffietta. Oggi non può andare.
E poi forse c’è che quando invecchi racconti sempre la tua giovinezza, anche quella che non ti è mai appartenuta: quella del POP, de gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph (cit.); dei dischi che non hai mai comprato, degli artisti che non hai mai seguito solo perché, comunque, sono più “tuoi” di quello che gira adesso e che a te non può piacere.
Mia madre non sopportava i lamenti di Ok Computer tutti i giorni nello stereo (e definiva il Black Album dei Metallica “la lavatrice”) e mio nonno diceva che il di lei quarantacinque giri di Anna (lato b di Emozioni, sigh) non era neanche musica, lui che ascoltava Claudio Villa.
E la storia si ripete e a me l’ITPop nella migliore delle ipotesi non dice nulla e per chi ascolta Calcutta e i suoi figliastri, semplicemente, tutto quello di cui ho parlato qui è roba vecchia.

C’è solo un però. Uno solo.
Quest’anno a San Remo (San Remo, quella roba che odiavamo, quella di Baglioni e Baudo, del vecchiume, della noia, del “che schifo, ancora San Remo!) andranno Ex-Otago, Motta e Zen Circus: hanno suonato tutti al Bolognetti Rocks di Bologna tra il 2011 e il 2015 (lo so bene perché lo organizzavo assieme al Covo Club). Era la cosa più indie e cool che ci fosse. Assieme a loro suoneranno Renga e Negrita, che quando avevo vent’anni io suonavano rock ed erano, Renga con Pedrini a formare i Timoria, le due band alternative “giovani” rispetto a Afterhours e Massimo Volume.
Andranno a San Remo.
Nei locali indie non ci sono più i gruppi alternativi ma i popposi della nuova generazione, che non sono alternativi a nulla se non al buon gusto (perdonate la freddura, era troppo facile per non farla).
Ergo: i tempi cambiano, il male cambia faccia e si fonde col bene. Forse. Bisognerebbe chiedere a Luke Skywalker e Darth Vader, o Dart Fener se vi piace di più.
O male e bene non esistono e si tratta solo di ricordi che vanno fuori posto, che si decontestualizzano perché il contesto è mutato e, facile facile, non mi piace più. Mah.
Quindi, basta turbe: il pop si è preso tutto, un po’ come il capitalismo dopo gli anni della guerra fredda. Oggi il concetto stesso di “alternativo” non ha più senso, ma questa credo sia più roba da sociologia che da me.
E io ho finalmente capito il perché di questa mia sofferenza nel vedere le liste di nomi che riempiono nei weekend i club un tempo indie e cool: la colpa è mia, o meglio, della mia data di nascita. Ci sarà, d’altronde, un motivo per cui a vent’anni esci e vai ai concerti a caso e a ballare tutte le sere e a quaranta vai ai concerti (meno e un minimo selezionati) e poi te ne torni a casa.
Forse, solo, non è tempo per noi (cit.) o forse, ancora meglio, la musica va ascoltata, non va capita. Va amata col cuore fresco del presente.
Io a mia figlia farò ascoltare anche il pop italiano, chissà se ci sarà ancora memoria del fenomeno ITpop. Lo scopriremo solo vivendo (cit.)
E allora, grazie: mi avete fatto sfogare e adesso sto bene. Adesso mi sento in pace e torno ad ascoltare Daydream Nation o In Utero. Anzi, mi immalinconisco un po’ e metto nello stereo il cd di Disintegration (al tempo i vinili quasi non si stampavano più e il vintage non esisteva); posso smettere di occuparmi del problema nazionale del nuovo italico canto: non mi piace, non mi appartiene perché son vecchio. E sia. Ascoltate quel che vi pare, basta che vi piaccia, che siate felici e che non lo prendiate troppo sul serio. Che, alla fine, non mettetemi alle strette e con quanto fiato ho in gola vi urlerò: non c’è paura! Ma che politica, ma che cultura, sono solo canzonette! (cit.).
Pace.

Fabio Rodda