I dischi che piacciono solo a me, credo #43

Meanwhile, Back In Communist RussiaIndian Ink (Jitter, 2001)

Mi fiondo in centro di buonora, com’è d’uopo per tenere alto il livello di misantropia. Ho una tricotica missione da compiere e non devo essere disturbato. La città mugugna sopra mattonelle rese sdrucciolevoli dalla nebbia umida; poche anime a percuotere il selciato con passi frettolosi. Topini e topine ebbri d’amore e di ultimi giorni di scuola prima delle vacanze di Natale, ergo inutile presenziarvi. Sono seduti su scalinate intonse, con capelli dai colori arcobaleno e labbra fameliche. Osservano i rari passanti senza guardarli veramente. Ci sono anche io tra quei passanti; io assieme a rapide e scostanti commesse che ticchettano il porfido in un codice morse a tacco 10. Hanno già il veleno addosso e la giornata deve ancora realmente cominciare. Le capisco e tiro dritto. Assolvo il mio compito prima di avviarmi soddisfatto, pascio e satollo verso i portici del corso in cerca di un silenzioso caffè, quello che diventa sempre il più buono della settimana ed è forse l’unico vero momento di relax di questa carretera, di questa vita balera. E’ allora che le vedo avanzare, ondeggianti come Adelina e Guendalina BlaBla. Fermo la tazza a mezz’aria manco fosse il mio Pasto Nudo personale, pago in fretta e mi fiondo fuori perchè Alea Iacta Est. Ostia. Bene bene bene. Non dimentico mai una faccia, soprattutto se appartenente ad una stronza. Figuriamoci due. Figuriamoci se provenienti da un passato remoto ove solevano canzonare per nove mesi l’anno. L’intera durata delle scuole superiori. Non ero il bersaglio prediletto dei loro mantra offensivi, ma non disdegnavano staffilare con gusto anche da queste parti. Oh, erano cittadine, superbamente gnocche, stronze all’ennesima potenza e adoravano i Queen. Noi no. Noi eravamo i campagnoli puzzolenti, i parìa, lo scarto sbagliato, il fastidio dell’ultimo banco e – soprattutto – ai Queen non ci saremmo accostati. Né allora né mai. Different Class. Con noi non si parlava senza indossare una smorfia di disgusto o canzonarci i pantaloni in saldo e le camicie fuori moda. Non eravamo nemmeno degni di essere apostrofati come freak o nerd. Feccia, quello eravamo. Feccia medievale, decentrata e periferica. Puzzavamo, dicevano. Puzzavamo di povero; e non avevamo nemmeno i soldi per farci una ’nafta’ la domenica pomeriggio in centro. Già, non li avevamo, allora? Non venivamo nemmeno in centro se è per questo, ci avreste risputati come organismi estranei, magari facendoci corcare di botte dai vostri muscolosi fidanzati con la Vespa. Ma sono passati tanti anni, giusto? Troppi. Però ora vi vedo avanzare lungo l’arteria principale di questa merda di capoluogo e mi sovvengono un par di cosine in testa. Bene bene. Molto bene. Splendidamente bene. Posso mettere a frutto le mie due virtù principali: la pazienza e il saper riconoscere i tratti somatici. E i vostri li riconosco eccome. E così spero di voi. Un’occhiata inequivocabile, un sorriso sprezzante (mio, stavolta) e la consapevolezza che di tutta quella pseudo nobiltà gettataci in faccia con disprezzo non è rimasto più nulla. Baffute, sfatte, rancorose, rassegnate. Olè! Aveste sotto le mani la foto di fine anno scolastico 1985 vi buttereste nel Sile ghiacciato (e oggi fa freddo, ve lo garantisco) tanto siete cambiate. La vostra beltà aveva un timer incorporato, e probabilmente anche la vostra maligna way of life, accantonata vostro malgrado per cause di forza maggiore quando, improvvvisamente, vi siete ritrovate dall’altra parte della barricata. Questo vi è rimasto appiccicato addosso e io immagino anche il non visibile, perchè solo voi pensavate fossi tonto. Immagino i figli adolescenti che vi sfibrano; il marito che gioca a calcetto due volte alla settimana e torna tardi, stranamente troppo tardi; immagino che facciate i conti ogni santo giorno con questa vita che vi siete disegnate addosso con una matita dalla punta spezzata. Immagino che non andiate al cinema da quando è uscito Il Tempo delle Mele, ma solo Sophie Marceau è rimasta uguale. Voi no. COME. MI. DISPIACE. Immagino il rancore che è salito, salito, salito. Cresciuto e montato come panna acida di pari passo con la consapevolezza che… no, non era quello che vi eravate prefissate quando i vostri bei capelli lunghi e dei fisici spaziali – appositamente in bella vista – bloccavano i corridoi. Immagino che quei capelli (più stanchi di voi) abbiano bisogno di una seduta dal parrucchiere ma non avete tempo o voglia. O entrambe, perchè ‘ormai, tanto…’.

Immagino, posso.

Rallento impercettibilmente per godermi la scena, necessiterebbe un disco adatto a questo regolamento di conti, tardivo ma giusto. Uno qualsiasi, il primo che mi viene in mente magari. Ho tutto il tempo del mondo visto che pare cristallizzarsi proprio ora, mentre proseguo appositamente verso la direzione delle due artiste prima conosciute come stronze. Chi si perde un attimo così, care Adelina e Guendalina? Un attimo atteso e bramato per un terzo di secolo? Sembro Errol Flynn in confronto al vostro misero e stanco trascinare e ne siete consapevoli. Il che è tutto dire. Avete scritto Biagio Antonacci su quei polsi mollicci e quei pori grassi e sudati. Avete scritto Giorgia, Emma, Annalisa, Noemi. Che qui manco un cognome si è più in grado di avere. Le mie stimmate Half Man Half Biscuit non saran state granchè ma – a differenza vostra – le indossavo orgogliosamente e non ero disposto a mollarle a mare al primo avviso di risacca. Insomma, mi servirebbe un disco dalla dicitura lunga, che affoghi nelle sabbie mobili la vostra ignoranza già corposa all’epoca e temo divenuta ormai abissale oggi. COME. MI. DISPIACE. Qualcosa di calibrato, che tanto io ‘ero un coglione perchè mi piacevano le sopracciglia di Brezhnev, eh?’. Un disco cristiddio, uno solo basterebbe. Ma niente, che questo freddo da Unione Sovietica increspa tutto. A proposito, ecco: i Meanwhile, Back In Communist Russia ad esempio, che mi sovvengono giusto quando vi passo appositamente appresso scorgendovi a capo chino e imporporate in viso.

Io so che voi sapete che io so che un Arcipelago Gulag dove congelare i vostri sentimenti ve lo avrei servito su due piedi, allora. Oggi – che sono diventato buono – no, non più. Rallento ulteriormente mentre la coppia – visibilmente imbarazzata – aumenta il passo, tanto da dedurre che nemmeno loro lo dimentichino un volto sebbene siano passati 35 anni, soprattutto se disprezzato per un lungo piano quinquennale col resto di uno. Sono multitasking quando voglio, ergo riesco ad espellere questi pensieri e rimembrare anche di un cd praticamente passato sotto silenzio eppure meritevole assai. Indian Ink dei Meanwhile, Back In Communist Russia… che nome del cazzo. Talmente sciocco da risultare intrigante. Non ricordo come mi arrivò in casa ma ricordo benissimo le gran remore nell’approcciarlo dacchè lo si indicava come Mare Magnum di post-rock, post-Radiohead, post tutto. Mi si rizzavano (e mi si rizzano ancora oggi) i peli del petto all’imbattermi in siffatto mercimonio di progressive riveduto e corretto. Problema mio, chiaro, e nemmeno quel rimembrare di sfuggita gli Arab Strap riusciva a rendermi partecipe all’ascolto. Eppure ci provai, non so perchè ma ci provai. Forse per noia, per testarmi, perchè ormai tutto era stato detto e ‘questo silenzio, non vale neanche una parola nè una sola e quindi…Stop! Dimentica’. Fatto sta che l’approcciai beandomi delle melmose atmosfere di questo quintetto di Oxford. Oh, intendiamoci, gente che non ha lasciato nessuna traccia nel firmamento rock, nè pre nè post. Gente da cercar di notte suonando campanelli con il gomito, e non fosse stato per la gentilezza di qualcuno provvisto del mio indirizzo di casa mi sarebbe sfuggito senza alcun senso di colpa. Invece vi trovai un solenne divampare di atmosfere plumbee, granito noise, campionature astruse, paesaggi sonori lunari e un goccio di pop. Poco, tanto quanto l’angostura in un buon Americano. Carriera veloce con due soli album all’attivo ma grosse soddisfazioni: dalle lodi di John Peel (tre sessions in cantiere e Morning-After Pill inserito al numero 11 della 2001 Festive Fifty) al dividere il palco con i Pulp. 8 brani per soli 30 minuti di impatti sonori, che con voi due non serve troppo tempo. Intanto rallento e comincio far di conto, mentre Anastasia e Genoveffa non sanno più che pesci pigliare avendo capito il mio gioco. Le tampino a rispettosa distanza, sentono il fiato sul collo e a me invece risuona proprio Morning-After Pill (messa in chiusura), ovvero il monolite di inarrivabile bellezza. Rigurgiti acidi, lunghi droni chitarristici dal volo magico. Sinanche i Breathless dei primi tre miracolosi singoli (Ageless è dietro l’angolo). Pura emozione sulla quale si staglia la voce di Emily Gray a declamare nonsense in una sorta di trance avulsa. Ma, a ritroso di quest’album fosco, quasi psichiatrico e sferzato dalle intemperie, vi sono altrettante magie psicotiche. Now I Am Lifting ad esempio, che suona come dei Bark Psychosis inghiottiti dal permafrost mentre una batteria di macchine pulsanti avanza minacciosa su cingolati noise prima di perdersi nello spazio siderale. Life-Support li riporta nell’atmosfera tramite un arpeggio ripetuto all’infinito o forse solo per tre minuti e quarantadue secondi prima di cedere a pulviscoli pop. Acid Drops è onomatopeica e altro non so dir ma inalo e passo. In Sacred Mountain non è difficile immaginarvi uno Spirit Of Eden (sebbene declinato sugli inferi e col peccato originale) mentre la cavalcata Blindspot/Invisible Bend insegna a tutti cosa avrebbe dovuto essere lo shoegazer se quelle pillole fossero state zeppe di citrato di sildenafil e la saturazione dei suoni avessero avuto un senso compiuto. Delay-Decay-Attack è un carillon che si inerpica su fino al Monte Zion, il Silver Mt.Zion di Mountains Made Of Steam (Horses In The Sky è del 2005, lo sottolineo in corpo 18). Da qui sopra la vista è meravigliosa. I Sovietici assorbono l’aria rarefatta innestandola su rigurgiti di batterie sintetiche. Un disagio spettacolare. No Cigar apre l’album ed la fine che consegno alla coppia per una sorta di legge del contrappasso. Marcia maligna che va a cozzare su pulsare di chitarre acide. I compaesani mezzibusto (Radiohead, per gli addetti) qualche nota a piè di pagina andranno di lì a poco a segnarsela sul taccuino. All’arrivo di My Elixir; My Poison (Truck, 2003), ennesimo accecante bagliore l’avventura è virtualmente conclusa.

A tutto questo riesco a far fronte in un mattino di gelo promiscuo, comprimendo la mezz’ora di musica (coadiuvato da un buon reminder casalingo successivo) dentro l’occhiata definitiva alle ex virago. Una abbozza un mezzo sorriso indeciso, l’altra – probabilmente ancora provvista di barlumi della luciferina virtù giovanile (che non erano le tette) – cerca di risultare altrettanto sprezzante, senza riuscirvi. Sei giù nella catena alimentare, mia cara. Giù giù, a valle. Sei la Fossa delle Marianne della tua disperazione. Chiunque oggi potrebbe incenerirti con uno sguardo, specialità olimpica nella quale eri plurimedagliata in quei primi anni ottanta. C’est la vie, ma chérie.

Mi è servita una lunga fila di anni per pareggiare i conti, ma sapevo che sarebbe arrivato il momento. Alzo la testa e vi squadro un’ultima volta da capo a piedi; contraccambiate ancora lo sguardo, intimidite da quell’ardire al quale non eravate abituate quando possedevate una parvenza di silhouette. La più stronza stavolta arrossisce fingendo di interessarsi a una vetrina. Non serve nemmeno una parola, nè una sola e quindi stop! Dimentica. Giustizia è fatta. Missione compiuta. Meanwhile, Back In Communist Russia. O solo a casa.

Michele Benetello

NazionalPOPolare – La teoria del disimpegno part.3 (Fiver # 01.2019)

Poi la smetto, prometto. Che pare l’inizio di un testo di Carl Brave.

Apro questo 2019 qui su SG con lo stesso tema con cui ho chiuso il ’18: l’ITpop.
Perché? Perché ho un’altra domanda che mi tormenta e a cui non trovo risposta pur interrogando coetanei e nuovi ascoltatori di musica che hanno l’età che potrebbero avere i figli che non ho.
Perché ascoltate ITpop: Calcutta, Giorgio poi, Canova, Coez, Ghali e chi ne ha più ne metta. Ah già, dimenticavo la nuova scuola romana e tutti quelli il cui nome d’arte finisce con 126 (che per me fino a un anno fa poteva essere solo un mitologico modello di automobile italiana fuori produzione da molto tempo). Ma, dicevamo: perché ascoltate serenamente tutti questi, andate ai concerti di Cosmo con M¥SS KETA, dei Pinguini Tattici Nucleari (ma vi rendete conto di come si chiamano questi e che look hanno? No, perché la musica era una cosa sexy, una volta…) e di Coma Cose e poi schifate bellamente il pop italiano? Il vero e puro pop. Quello da radio commerciale nazionale, per capirci. Perché?
Sono poco ferrato su quello che gira oggi in quel mondo, sulle varie Emma Marrone e non so chi sia l’erede di Nek e Gatto Panceri; ma non fa niente, la domanda è di tipo esistenziale: perché quelli con le felpe brutte sì, gli altri no?
Perché quelli che fanno canzonette pop ma sono cresciuti nei locali indie con venti spettatori davanti sì e il successone radio no? Qual è la differenza?
Non sarà mica una questione di queste famigerate felpe orride primi novanta, vero?
E, soprattutto, se vi piace il cantato in italico idioma, le chitarre quasi rock, gli arrangiamenti facili facili e le rime baciate, come fate a inorridire davanti ai pilastri di quello che ascoltate tutti i giorni?
Mi rivolgo soprattutto a voi, giovani (o ormai ostentatamente diversamente adulte) fanciulle nate una trentina d’anni fa: perché non vi imbarazzate a far vedere che nei vostri top ascolti su spotify ci sono solo italiani dallo stile musicale diciamo discutibile, ma non ascoltereste mai e poi mai quelli che il pop nazionale l’hanno fatto e suonato e cantato riempiendo stadi e facendo innamorare, piangere, urlare milioni di persone? Quelli nazionalpopolari senza vergogna, quelli della persona qualunque, del pubblico dai dodici ai sessanta anni. Quelli che dopo gli anni d’oro dei settanta, hanno mandato avanti l’industria discografica (e non solo) italiana.
Esclusivismo snob, fanciulle?

Perché se poi ci sono sei date di fila del signor Rossi allo stadio voi camminate inorridite radenti ai muri che sia mai che vi venga la maraglite acuta se entrate in contatto coi fan in smanicato e bandana del Capitano. Ma nel vostro bar preferito in prima periferia, nel quartier ex duro adesso più costoso della milanese Montenapoleone, fra uno spritz e l’altro vi ascoltate Paradiso & Co. che non sta poi male fra l’ultima Ferreri e un vecchio pezzo di Levante. Ma oddio che schifo ‘sti buzzurri, ridete del Blasco e i suoi, voi col rossetto perfetto e la foto su Insta hashtag sonoquasiubriacaperfortunaèvenerdì.

Che, poi, che fra ITpop e pop ci sia ben poco e nulla di differente se non un’accurata strategia di marketing che ha rubato quel poco che c’era a disposizione dei gruppi non pop, alternativi (ma ne abbiamo già parlato in part.1 e 2, quindi diamo per scontato); dicevamo: che fra ITpop e pop differenza non ce n’è, l’ha dimostrato poche settimane fa Calcutta uscendo finalmente allo scoperto col suo featuring con Elisa, che penso sia più nazionalpop del Marco se n’è andato via della Laurona nostra di Faenza (l’Emilia Romagna in effetti ha sempre dato tanto al nazpopolare).
Quindi, perché voi giovini che cantate a squarciagola i testi più banali della storia della musica italiana (scusate, ma al confronto di molti, gli Articolo 31 erano dei geni avanguardisti), arrossite solo al sentire i nomi che il pop italiano l’hanno fatto, creato, portato negli stadi?
Perché mollereste subito il bonazzo che alla seconda uscita vi dice che il suo disco italiano preferito è Ligabue, per poi uscire col mingherlino che vi porta a vedere Ketamaecomecristosichiama che male che vada fa cagare ma è divertente (aka cool)?

Se Certe notti si chiamasse Some Nights e l’avesse scritta Noel Gallagher from Manchester anziché Lucianone Ligabue da Correggio con furore, la cantereste a squarciagola tutti – tutte e tutti alla chiusura di ogni Cool Britannia al Covo, non fate finta di potervela tirare che vi ho viste/visti blaterare parole inesistenti simil causmaibiiiiiyougonnabetheuandeeseivmiiiiii su Wonderwall. Fareste lo stesso e lo sapete -, ma invece è di Luciano nostro che è un po’ così (era): maragliozzo, troppa punta negli stivali, troppe piume nelle collanine, troppi strappi nei jeans. Troppo larghe quelle gambe nei video e le sedie sempre girate al contrario con le braccia a penzoloni dove (dai ma come si fa…) va appoggiata la schiena, ben dritta (siete più per benino dei vostri nonni).
Troppo per il fighetto figlio di papà con le Vans e le camicie abbottonate solo Ben Sherman che i Pavement sono il gruppo più figo del mondo (un minuto di silenzio ora, please).
Ma avete presente che pezzo è Sogni di rock n’roll voi che smanettate da vent’anni su un basso e non ne tirate fuori un cazzo? Quante volte vi siete guardati il video di Ho messo via sentendo una piccola morsa appena sopra lo stomaco? Ma ditela, una volta, la verità, che avete una voglia di farvi un giro tra Carpi e Modena in macchina coi finestrini abbassati e tutto Buon compleanno Elvis a palla nell’autoradio. E i finestrini giù, “non avremo classe, ma abbiamo gambe e fiato finché vuoi”, echecazzo!

E la maglia del Bologna sette giorni su sette? Non si può dire, ma sulle confessioni di un giovane Luca che amava troppo la roba e una certa Silvia ci avete pianto tutte e ci abbiamo fantasticato tutti, con la nostra Silvia del momento in testa. Ma non lo diciamo.
Guilty pleasure?
Luca adesso fa tanto Limoni o Douglas, solo profumi dolciastri da poco e cremine un po’ scadenti. Invece si può cantare Frah Quintale (…). È cool (…).
Ma quel video con la cerata gialla, i capelli tirati indietro malgrado la stempiatura ma col tirabaci che cade sulla fronte, i braghini corti e quella faccia da schiaffi, proprio non potete vederlo.
Mare mare. Era il 1992. E Luca, lasciate stare, era un gran figo. Ma lo sapete che se lo sognano, i vostri beniamini ITpop, un pezzo così? Che un disco come …intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film non esce, esattamente, da 31 anni? Ma li avete mai ascoltati quei pezzi, sentito che parole, che musica, voi che vi gasate per “c’ho una scuola di danza nello stomaco. Ooooooo.” (purtroppo, è una cit.)?

E del Joe Cocker di Reggio (cavoli, ancora Emilia, ma possibile che siano nati tutti qua?), vogliamo parlarne? Adelmo alias Zucchero, uno che nella vita, oltre ad aver suonato ovunque e con chiunque in Italia, ha duettato con Elvis Costello, Eric Clapton, Miles Davis, lo stesso Cocker, Sting, John Lee Hooker, B. B. King e Iggy Pop (passata di cotton fioc nelle orecchie: John Lee Hooker, B. B. King e Iggy Pop sul palco o in studio con te. Potete fare tutti soldout che volete all’Alcatraz con le mamme che aspettano fuori i vostri sofisticatissimi fan dodicenni, ma qui si parla proprio di un’altra categoria, mi dispiace per le famosissime felpe brutte che adesso costano pure tanto per colpa vostra).
Rispetto, 1986, Blue’s, 1987. Nel ’96 vende cinque milioni di copie col suo Best Of, dopo sette album, infinite collaborazioni, testi scritti per altri artisti (il signor Sting, per citarne uno) ed è conosciuto nel mondo come la storia del blues e del soul in Italia.
Chapeau e basta. Anche se le sue mise leopardate e le sue sbronze epiche finite pure in televisione nei novanta (indimenticabile la sua “chiacchierata” con Staffelli di Striscia la notizia a Bologna) e la tragica perdita di vena artistica, comune a tutti questi nostri eroi la cui unica vera colpa è non arrendersi mai, ne hanno appannato la memoria.
Ma io me lo ricordo in sella a una Honda GoldWing, o una similmente maraglia motorona, a fine ottanta fotografato a Milano per chissà quale servizio e ascoltavo bambino la sua Donne e ragazzino Diamante e tutto Oro Incenso e Birra penso che sia un grandissimo album.
Disco, intero, non un singolo ogni due mesi propinati in sequenza per un anno perché scrivere, suonare e produrre un disco intero pare sia chiedere troppo. Tanto contano le visualizzazioni youtube, mica le copertine delle riviste, le vetrine dei negozi di musica. Conta avere più like di Camihawke.

Ron, Tozzi, Raf, Ruggeri. I Matia Bazar. E parliamo di pop superpop easy, neanche voglio tirare in ballo (già fatto) la coppia dei gemelli del goal Battisti-Mogol, i cantautori (Ciampi, De Andrè), gli impegnati (Guccini), gli intellettuali (Conte), i predestinati a un altro mondo (Tenco).
Non prendo i nomi da libri di storia, ma da storia delle classifiche italiane, delle estati che tutti hanno nelle orecchie se nati prima del 1980.
Parlo di chi ha venduto dischi. Centinaia di migliaia, milioni. Di chi ha fatto i palazzetti senza mettere i rotoli di tnt nero su interi settori e regalato qualche migliaia di biglietti per dichiarare un tour completamente soldout. Ma fammi il piacere e guardati un video da Fronte del palco, valà. Di chi ha fatto gli stadi appena allargati per Italia ’90 da riempire di tante decine di migliaia di braccia alzate.
A proposito, e che dire di quel signore di Zocca che risponde al cognome più diffuso in Italia di tal Rossi? Nome, Vasco. E non dico quello dei capolavori. Sì, perché Vasco Rossi ha scritto, cantato e registrato, che vi piaccia o no, dei capolavori come Bollicine, uno dei dischi italiani più belli di sempre, e Non siamo mica gli americani, che averne nel 2019 penso che potrei tornare ad ascoltare quotidianamente musica italiana post 1994; ma parlo del Vasco dei ’90, quello che a San Siro registrava Fronte del Palco con musicisti pazzeschi come Braido, Martinez, Innesto, Devoti, Rocchetti. Ricordo l’intro di Muoviti con Vasco che grida “Il cielo lasciamolo ai passeri, noi stiamo con i piedi per terra” e la gente e poi quelle chitarre così spaccone, così esagerate, così, cristo, POP come oggi non ce n’è una minima idea. Pop che ti fa cantare, saltare, urlare, sudare. Ho visto Vasco una sola volta nella vita, allo stadio di Bassano del Grappa nel 1993, stesso anno, stesso stadio del concerto dei Litfiba per il loro Terremoto Tour; ma era il Gli spari sopra tour e credo che il primo pezzo fosse Lo Show. E poi tutta l’infilata di classiconi da Canzone a Vivere, Stupendo, Liberi Liberi per chiudere con tutto lo stadio che canta Albachiara e sì, è stato meraviglioso e anche se avevo poco a che spartire con la maggior parte di chi era lì, beh, questa non è la vita? Non è la realtà? Si suda assieme anche a chi ha nulla a che fare con noi oltre quelle due ore di live. Questa è la magia della musica: unire, per un momento. Banale, no?
Ma voi avete presente l’arrangiamento di Vivere una favola, 1987? Quel sax, quella batteria: Ma ti rendi conto che se fosse stato un pezzo inglese dei Talk Talk adesso tu, dottorando trentacinquenne al DAMS, che bazzichi in cineteca, ne sai a pacchi di semiotica del teatro e pugnette affini e vai a fare l’aperitivo in Bolognina o Cirenaica pedalando sulla Cinzia rossa con gli occhiali grossi da pentapartito (cit.) diresti che è un pezzo fondamentale della fine degli ottanta? Che quel basso suonato come una lamiera era avanti di dieci anni su tutto quello che si sentiva in Italia?

Ma forse la questione è, come spesso succede, un’altra: Raf, Tozzi, Bennato, Vasco, Ligabue, Carboni, Zucchero e chi più ne ha più ne metta sono solo vecchi.
Forse chi ascolta l’ITPop di oggi non ascolta il pop di ieri perché questo suona vintage, lontano: i fiati in una canzone, ma che sono? Le batterie gonfie? Sa di roba del papà, di cassetta della mamma. Di pezzi che stanno bene nelle “serate anni…” ma che non hanno a che fare con la scuola, l’università, il bar, il negozio, l’ufficio del primo lavoro, insomma: con la quotidianità.
Niente lo-fi, niente felpe brutte e stempiature nascoste sotto la cuffietta. Oggi non può andare.
E poi forse c’è che quando invecchi racconti sempre la tua giovinezza, anche quella che non ti è mai appartenuta: quella del POP, de gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph (cit.); dei dischi che non hai mai comprato, degli artisti che non hai mai seguito solo perché, comunque, sono più “tuoi” di quello che gira adesso e che a te non può piacere.
Mia madre non sopportava i lamenti di Ok Computer tutti i giorni nello stereo (e definiva il Black Album dei Metallica “la lavatrice”) e mio nonno diceva che il di lei quarantacinque giri di Anna (lato b di Emozioni, sigh) non era neanche musica, lui che ascoltava Claudio Villa.
E la storia si ripete e a me l’ITPop nella migliore delle ipotesi non dice nulla e per chi ascolta Calcutta e i suoi figliastri, semplicemente, tutto quello di cui ho parlato qui è roba vecchia.

C’è solo un però. Uno solo.
Quest’anno a San Remo (San Remo, quella roba che odiavamo, quella di Baglioni e Baudo, del vecchiume, della noia, del “che schifo, ancora San Remo!) andranno Ex-Otago, Motta e Zen Circus: hanno suonato tutti al Bolognetti Rocks di Bologna tra il 2011 e il 2015 (lo so bene perché lo organizzavo assieme al Covo Club). Era la cosa più indie e cool che ci fosse. Assieme a loro suoneranno Renga e Negrita, che quando avevo vent’anni io suonavano rock ed erano, Renga con Pedrini a formare i Timoria, le due band alternative “giovani” rispetto a Afterhours e Massimo Volume.
Andranno a San Remo.
Nei locali indie non ci sono più i gruppi alternativi ma i popposi della nuova generazione, che non sono alternativi a nulla se non al buon gusto (perdonate la freddura, era troppo facile per non farla).
Ergo: i tempi cambiano, il male cambia faccia e si fonde col bene. Forse. Bisognerebbe chiedere a Luke Skywalker e Darth Vader, o Dart Fener se vi piace di più.
O male e bene non esistono e si tratta solo di ricordi che vanno fuori posto, che si decontestualizzano perché il contesto è mutato e, facile facile, non mi piace più. Mah.
Quindi, basta turbe: il pop si è preso tutto, un po’ come il capitalismo dopo gli anni della guerra fredda. Oggi il concetto stesso di “alternativo” non ha più senso, ma questa credo sia più roba da sociologia che da me.
E io ho finalmente capito il perché di questa mia sofferenza nel vedere le liste di nomi che riempiono nei weekend i club un tempo indie e cool: la colpa è mia, o meglio, della mia data di nascita. Ci sarà, d’altronde, un motivo per cui a vent’anni esci e vai ai concerti a caso e a ballare tutte le sere e a quaranta vai ai concerti (meno e un minimo selezionati) e poi te ne torni a casa.
Forse, solo, non è tempo per noi (cit.) o forse, ancora meglio, la musica va ascoltata, non va capita. Va amata col cuore fresco del presente.
Io a mia figlia farò ascoltare anche il pop italiano, chissà se ci sarà ancora memoria del fenomeno ITpop. Lo scopriremo solo vivendo (cit.)
E allora, grazie: mi avete fatto sfogare e adesso sto bene. Adesso mi sento in pace e torno ad ascoltare Daydream Nation o In Utero. Anzi, mi immalinconisco un po’ e metto nello stereo il cd di Disintegration (al tempo i vinili quasi non si stampavano più e il vintage non esisteva); posso smettere di occuparmi del problema nazionale del nuovo italico canto: non mi piace, non mi appartiene perché son vecchio. E sia. Ascoltate quel che vi pare, basta che vi piaccia, che siate felici e che non lo prendiate troppo sul serio. Che, alla fine, non mettetemi alle strette e con quanto fiato ho in gola vi urlerò: non c’è paura! Ma che politica, ma che cultura, sono solo canzonette! (cit.).
Pace.

Fabio Rodda