I dischi che piacciono solo a me, credo #49

EggmanFirst Fruits (Creation, 1996)

È bizzarro e anche un po’ anacronistico ritornare col pensiero al tempo in cui, data l’enorme mole di uscite e il livello qualitativo delle stesse, ci si poteva permettere di snobbare o accantonare – se non autentici pezzi da novanta – dei lavori che alla resa del tempo si sarebbero dimostrati ottimi, inserendoli in lunghe liste che mai (o quasi) avrebbero potuto vedere la luce. Che Ratzinger avrà anche abolito il concetto di Limbo ma noi siamo Fra’ Dolcino inside e minimo minimo un Purgatorio ce lo meriteremmo eccome per tutti gli Autodafè che ci siamo imposti negli anni, con una costanza e una caparbietà fuori dal comune. Si faceva l’emigrante giusto per tener fede all’assioma (allora inconsapevole ma sempre stupido) che il pop inglese andasse vissuto assieme agli autoctoni e solo dopo una sanguinosa campagna d’Inghilterra importato con ascolti e manufatti. Una cazzata immane che generò liste (cartacee, chiaro) lunghissime e trasversali. Liste di autori e manufatti che potrebbero agevolmente trovare spazio su queste colonne visto che manco il Terzo Reich generava operazioni Leone Marino con cotanta frenesia e febbrile intensità. Liste che conservo ancora in qualche cassetto, giusto per ricordarmi quando è il caso di separare il grano dal loglio. Volevamo davvero conquistarla, quell’Inghilterra snob, o quantomeno assimilarne i figli più teneri e nascosti alle lusinghe del Virgin Megastore, dove giapponesi con i canini affilati arraffavano compulsivamente tutta la top 40 disponibile. Penso a Booth And The Bad Angel, Butterfly Child, Ed Ball, Care, Doris Days, Ben & Jason (caaaari), Suns Of Arqa, Rub Ultra, Fosca, Jack/Jacques, Colenso Parade, Mo Solid Gold, Polak, Scandals, Rain Band, Medium 21, Pooh Sticks… solo per citare i primi che annaspano nel pavimento, albero a cui sempre tenderò la pargoletta mano. Penso a Eggman, pure. Nome che avevo sepolto nella Fossa delle Marianne dei miei ricordi, accantonato dopo un veloce ascolto al momento dell’uscita e che mi è ricapitato tra le mani per caso qualche giorno fa, mentre cercavo i singoli degli Elcka (altra banda che conservo nella cassa toracica). Ne ho guardato la bucolica copertina cominciando a tirare le fila, tra un sospiro di nostalgia e l’altro. Con i ricordi ci fai poco, un maglione infeltrito di pezze che mai sei riuscito a mettere nella vita, però è anche vero che i ricordi sono degli ipertesti fantastici. Dagli Eggman ai Boo Radleys è stato un attimo, ripensando appunto come First Fruits fosse il disco solista di Simon Rowbottom (per gli amici e i fan: Sice), uno che appunto trainava i Boo Radleys assieme all’altra testa d’uovo Martin Carr. Gente che sapeva scrivere bene per quegli anni scioccherelli, sbarazzini e adidas-osi. Gente seria, fin troppo. Seria e smaliziata musicalmente. Rimembravo frutti succosi e li trovo sorprendentemente migliorati col tempo, sciroppati al punto giusto dalle sempre superbi armonie del Rowbottom, uno lontanissimo dalle toccate e fughe di certi beniamini brit pop coevi. Uno che guardava ai Beatles, agli XTC, a certe paginette zuccherate dei Kinks. Finanche ad una complessa versione britannica dei Love declinati folk. Uno che poteva perdere tutti i treni alla stazione per limare incessantemente un accordo o un arrangiamento. Uno che non avrebbe mai potuto diventare un beniamino della scena, e difatti i Boo Radleys dopo il botto di Wake Up, Boo! (numero 9 in classifica) decisero sdegnosamente di distaccarsi da quel fenomeno isterico nel quale erano stati inseriti di forza. Del resto erano in giro dalla fine degli anni ottanta (l’esordio su ellepi – Ichabod And I – data 1990) e ritrovarsi in compagnia di Cast e carneadi assortiti non era certamente la loro massima aspirazione. C’è gente che ha in uggia le confraternite e ama derapare fuori dalla strada maestra, deturpando il paesaggio. Un po’ – e passatemi il paragone digitale – come i Soft Cell e il synth pop. Il The Art Of Falling Apart dei Boo Radleys si chiamerà C’Mon Kids e andrà a lambire per inerzia il culo della classifica britannica prima di inabissarsi assieme alla band in un buco nero di disinteresse. Qualcuno lo appellerà quale epitaffio vero e proprio del brit pop, qualcun altro andrà semplicemente a liquidarlo come un suicidio commerciale premeditato e annunciato. Per me, che sono bagongo a una dimensione, rimane una perfetta intersezione tra un’idea bizzarra di Sub Pop e un’omelia da primissimi Manic Street Preachers. Un distillato di chitarre da porgere su un piatto d’argento ai Radiohead che – diavoli e satanassi! – ne prenderanno scrupolosa nota eccome. Non così la Creation, stanca di aver onnivori bastian contrari in casa e dunque pronta a nasconderli nello scomparto più inaccessibile di catalogo. Sice si sente soffocare, Martin Carr accusa il colpo e il buio oltre la siepe avanza minaccioso. First Fruits passa inosservato in quella Class Of 96, quasi invisibile quando invece è – vogliate darmi credito almeno stavolta – miracoloso per scrittura, scarno e solerte per arrangiamenti e liturgico per quel suo genuflettersi ai Beatles di mezzo. Vi è (ohibò!) Ed Ball a dare una mano su queste 10 canzoni, assieme a Carr e Cleka dei Boo Radleys, a Kevin McKillop dei Moose e a mezzi 18 Wheeler. E se qualcuno vi dice che allora – forse – erano solo tracce scartate dalla casa madre, rispondetegli con le mot de Cambronne e tirate innanz. Magari soffermandovi su quella Purple Patches messa furbescamente in apertura a sgombrare il campo da qualsiasi equivoco tanto richiama gli Oasis nella loro metà campo prima di spedirli negli spogliatoi. Intro bucolico alla Beatles (anzi: Beadleys) e costruzione armonica alla Gallagher. Ma non si incorra nell’errore di trovare il buon Sice affetto dalla sindrome dell’epigono col fiato corto, che – appunto – quei Boo di poco sopra facevano dischi quando ancora Caino e Abele si rovesciavano le birre addosso l’un l’altro nei pub di Manchester, ruttando. Ve lo spiega con dovizia di particolari anche Tomas, che luccica di spensierata bellezza in un firmamento dove lo spazio ha come coordinate George Harrison, il tempo curva sui Fairport Convention e la luce corre su filamenti Donovan. Oboe, filicorni e una melodia vocale che offusca l’aria di patchouli. La inspiri a pieni polmoni in una serata di nebbia e vino rosso e tutti quei deliziosi fricchettoni vengono a suonarti il campanello, trainandosi appresso un boccale di sidro e Al Stewart. Un’Antologia di Spoon River edificata su arpeggi, altresì dicesi umbratile delicatezza, proprio come la speculare sorellastra, quella That’s That Then (For Now), che c’ho ‘na gioia immensa a riascoltarla e riscoprirmi il magnifico babbione perdente di sempre. E i Beatles ci sono eccome, qui dentro, diosanto. Ci sono e ti prendono per la gola ogni domenica mattina, tra i riverberati rintocchi della chiesa e il profumo di crema pasticcera nel viale principale. Ritornello che sa da curry e Camden Town, le chitarre a schiamazzare felici, i batteristi che muovono i polsi indolenti mentre le vocali si trascinano con uno spleen d’alta quota.

Lo vuoi un tè, caro Sice? Così magari mi spieghi perché ti sei divertito a non essere una star? A svicolare e mettere alla prova i tuoi seguaci alle prime avvisaglie di successo? O mi pizzichi qualche corda, sussurrandomi arie da stazione della metropolitana in zona 6, con il cielo plumbeo che minaccia pioggia su poster sbiaditi e cimiteri e muschio. E. Magari proprio quella di Not Bad Enough, che viaggia da qualche parte in un imprecisato punto degli anni sessanta, e noi dietro col fiato corto in un sussurro da Magical Mystery Tour. E io ne vorrei mille di dischi così, di quelli che sai già cosa aspettarti, giusto per dormire sonni sereni e lasciare le sorprese agli altri, quelli bravi davvero, quelli che dal gomitolo fan sparire il filo. Quelli che ci mettono in soggezione e non sono materia per noi, che in primo banco ci trovavamo spaesati. Che poi alla fine è sempre da queste parti che si torna, ai 45 giri col mangiadischi, alla Tv in bianco e nero, alle classifiche alla radio, al mangiacassette in auto. Perché le canzoni sono come i parenti ed il passato, riappaiono per ricordarti gli incastri della vita ai quali ti hanno sottoposto. Non te li puoi scegliere, te li trovi incastonati nel dna. E questo disco nella sua cristallina bellezza mi ha rivelato la noncuranza sulla quale mi ero immolato, in quella metà di novanta. Con la testa rivolta ad un futuro che ritenevo possibile e il corpo abbarbicato ad un passato necessario. Ma me la recita Sice l’omelia funebre di tanta dabbenaggine, e lo fa con The Funeral Song quattro minuti che spiegano due o tre cosette ai segaioli shoegazer, accordando le chitarre su un mattino di erba e caccia alla volpe. First Fruits è fatto della stessa materia di cui sono fatte le canzoni che si incuneano; un disco che è tutto fuorchè immerso nell’isteria brit che stava strangolando l’Inghilterra in una bulimica corsa alle vendite. Altresì ovvio che la Creation (sufficientemente fornita di Oasis e Primal Scream) non sapesse che farsene di un lavoro simile, relegandolo da subito nelle retrovie di una promozione asfittica. Un solo singolo estratto (il citato Not Bad Enough) e una pacca sulla spalla. Svegliati Boo, sarà anche a beautiful morning ma la fine si avvicina.

Replace All Your Lies With Truth è l’immaginazione al potere, ha polpastrelli da filastrocche e delicati cambi di tempo quintessenzialmente inglesi. Io ci avrei trovato posto dentro Kingsize dei Radleys, disco che si vuole minore quando non mediocre ma che due zampate due riusciva ad infilarle ugualmente. Ma io non sono Sice e lui poteva permettersi di inserire bellezza anche negli inediti o nei lati B, cremando le note per spargerle al vento. First Fruits è il miglior antidoto alla depressione, è il (frutto) candito che spazza via la tristezza a suon di zuccheri, la mela caramellata che si attacca alle labbra e la strega si attacca al cazzo. È l’amico che ti chiama per una birra alle undici di sera e tu ridi piangendo dentro un locale immacolato di stronzi e denti bianchi con una ristampa in economica di Will Self nella tasca della giacca e nessuna occhiata da ricambiare, pregustandoti il ritorno a casa in solitaria. Magari per ascoltare in loop Out Of My Window, ovvero un altro di quei piccoli tesori di giada che i rari artigiani del pop possono permettersi di nascondere dentro i dischi. Un folk di guazza impreziosito da campi magnetici, archi e tardi anni sessanta. L’ho già detto Beatles vero? Che ognuno di noi c’ha dei campi di fragole da annaffiare e un Revolver caricato a canzoni. Caro Spotify tu lo metteresti tra Nick Drake e i JJ72 (o i Geneva), dimostrando ancora una volta d’aver testa ma non ragione, cuore ma non sentimento, testicoli ma non spermatozoi, giustizia ma non empatia. È per questo che con Sice sarò sempre amico ma con te no. E ancora: Look Up profuma di ballata alla quale han succhiato il midollo prima di lasciarla crepitare accanto al fuoco per fare autunno. Per fare casa. Per fare amore. I’ll Watch You Back vola felice sulle praterie come un Sunshine Superman mentre First Fruits Fall chiude con una chiesastica e gelatinosa invocazione folk in una sorta di prog-ressione brit. Che disco First Fruits! Persino troppo per noi comuni mortali ormai assuefatti alla mediocrità. Eppure, dopo 23 anni, rimane ancora un gigante gentile seduto su un melograno, sorridente.

Magari degli Elcka, dei Butterfly Child, dei Polak, degli Scandals e del mio pavimento parleremo un’altra volta. Perché oggi è il giorno dei giusti: non privatevi di Eggman, non siate ottusi come la Creation. Svegliatevi, piccoli Boo.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #48

Peter CoyleI’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (Big Big Massive, 1988)


Conosco gente (conoscevo, via… il passare dell’età almeno porta consapevolezza e cesoie affilate) che metteva una tacca sulla pistola – no pun intended – ad ogni donna vidimata. Passata per le Forche Caudine, intendo. Consuetudine bizzarra ne convengo, pure molto cafona sebbene ancora in voga anche tra i vostri beniamini pop. Consuetudine che non intendo commentare, tanto più che io l’ho sempre messa in atto con i dischi, che almeno durano molto di più di qualche amore sebbene le gradazioni siano le medesime (da ‘poor’ a ‘mint’, in pratica). Mi spiego: sono in grado – dopo tutti questi lustri – di estrarre dal cilindro tutte le informazioni relative all’acquisto di (quasi) ogni singolo pezzo in mio possesso; perlomeno dei pezzi più importanti. Che poi questi, nel mio caso, rappresentino la quasi totalità del patrimonio è altro par di maniche. Certo, pure di alcune bizzarrie mi è rimasto tatuato addosso e su Filemaker Pro almeno il giorno dell’acquisto o il negozio, e sono consapevole che gettare soldi da Cheapo Cheapo il giorno della Befana 1999 per i singoli dei Younger Younger 28s non sia propriamente da persone che dovreste annoverare tra gli amici. Io ve l’ho detto, poi vedete voi.

Per farla breve: potrei dirvi esattamente dove ho fatto mio il primo agognatissimo disco dei Ramones (da Gola, una fredda mattina in cui non c’era lezione. Per me); non avrei esitazioni nel commentarvi il lungo viaggio verso le Marche nel quale mi si svelò The Seduction dei Ludus, in un tardo pomeriggio di sole e Campari. O il fetido scantinato in cui – nel primo settembre londinese della mia vita – arraffai con mia somma gioia et godimento High Holy Disco Mass dei DVA (notate la sottigliezza) e un Fourth Drawer Down gatefold. E ancora: Storm The Gates Of Heaven di Jayne County & The Electric Chairs (vinile rosso) del quale vi ho già ampiamente scartavetrato i santissimi tempo addietro. O Colloquio dei Le Masque, l’unico vinile giunto tra le mie mani in piena notte. E ancora Temptation dei New Order, uno dei primi 12″ arrivati in casa – acquistato alle quattro del pomeriggio del 15 maggio 1982 (un Blue Saturday) e lasciato sul piatto a pulsare per mesi. Up, down, turn around please don’t let me hit the ground.
E poi Coil, Menswear, Dare degli Human League, Cardiacs. I ‘miei’ Garland Jeffreys, presi quasi tutti in blocco durante un week end compulsivo di metà novanta. O la Joan Armatrading di My Myself I che cercai alacremente grazie a Carlo Massarini. O ancora i Passions di Sanctuary, ovvero una delle epifanie della vita, rivelatasi tra una mozzarella in carrozza (alle acciughe, chiaro… mica serve sottolinearlo) e uno sciopero. Insomma tutto ‘sto bla bla bla (non è un gruppo) è conservato dentro quei quattro miseri giga della mia scatola cranica. Non ci credete? Prendiamo The Correct Use Of Soap dei Magazine ad esempio, disco che conservo uno e trino con la prima copia comperata agli albori delle fiere del disco, la seconda – quella USA con titolo in rilievo e copertina bianca – a Camden Lock per due sterline e la terza (quella in cd) in un periodo di riedizioni compulsive assieme a Play e al cofanetto. Potrei altresì dirvi di The Spangle Maker dei Cocteau Twins, costato come un Bulgari in prossimità della Pasqua del 1984 (12.500 lire da Compact Disc. Dodicimilacinquecento!) o Suedehead di Morrissey su 12″, regalo di una bella donna il giorno di San Valentino del 1988. O ancora del mio primo Sulk (Stereoclub, dopo un attesa infinita) e così via fino al Numero Uno, il decino di Paperone del quale sarà necessario parlare in separata sede perché non ne vado granché orgoglioso. Insomma vi potrei fare una mappa della mia vita solo mettendo ordinatamente in fila i miei vinili, come un Rainman a 33 giri che non sa chi gioca in prima base. Li conosco quasi tutti quei figlioli prodighi pronti a ritornare sulla retta via, ovvero la mia umile magione. Quasi, già. Ci sono delle pecorelle smarrite che sfuggono ancora al controllo, mi osservano dall’alto degli scaffali e non mancano di farmi un rassegnato risolino di canzonatura ogniqualvolta – raramente, invero – io li rimetta sul piatto.

Peter Coyle è uno di queste pecorelle. L’uomo preda dei sogni adolescenziali di tutte le mia compagne di classe (tolta la testa d’uovo dall’immenso Q.I. che trovava arrapante Freddie Mercury), l’uomo sorridente a Top Of The Pops con il sodale Jeremy Kelly in quel tenue declinare pop di Eyeless In Gaza chiamato The Lotus Eaters. L’uomo che dedicava singoli a Louise Brooks (It Hurts), l’uomo titolare di una discreta attività in proprio pure (sei album a tutt’oggi). Nemmeno dopo una infinita serie di rimandi e incroci ho ricordi dell’acquisto del suo debutto, quel I’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (carino il titolo, vero?) che ho riesumato giustappunto qualche giorno fa, giusto per vedere e dire a tutti l’effetto che fa (o solo provare ad espandere quei quattro giga di poco sopra). Niente, zero. Un vero e proprio buco nero. L’archivio dei file di casa – sorta di Babele delle buone maniere – non ha altresì aiutato: nessun cenno sulla data, zero informazioni riguardo il prezzo pagato per cotanto manufatto, nessuna collocazione geografica d’acquisto. Lo ritrovo tra quelli archiviati (e vidimati, dunque già con la tacca sulla pistola) ma non ne conservo memoria e questa è una cosa che certifica l’essere bacucco. Insomma, tra queste quattro mura Peter Coyle non ha coordinate; è un apolide senza alcun documento, privo di passaporto vinilico. A dar retta alla morale imperante andrebbe lasciato affogare su mp3 o aiutato a casa sua, ma qui gli scaffali sono aperti a tutti, come giustifica quel Giovani Giovanotti ancora sigillato che occhieggia dall’angolo più remoto della truppa di quelli formerly knows as ‘ancora da ascoltare’.

Lo prendo (Coyle, non il Cherubini), lo prendo e lo riguardo nel suo splendore – stavolta sì ‘mint’ – scoprendovi all’interno meraviglie mai assimilate appieno, tra un foglietto da amanuense e una timida cartolina. Chissà da quanto giace speranzoso di una seconda chance. Chissà quando l’ho comprato. Chissà perché, pure. A parte lo strepitoso titolo. Ma la prima mattinata di freddo della stagione incalza e quell’orrendo ellepi dei Tulpä (arraffato qualche giorno fa solo perché erano su Midnight Music) reclama pulizia dei padiglioni auricolari. Umbratile clima da Coyle allora, laddove unire piacere e dovere si chiama fare di necessità virtù: Hungry comincia al suo meglio quasi fosse uno scherno Psychic Tv (circa Ov Power) declinato su un’alcova etero in odor di trip hop. La sorpresa è grande ma il difetto di memoria ancor di più se è vero che Mouth Of Need si immagina adagiata su una Motown in riva al Mersey: groove aguzzo, sospirar di riverberi e un sacco di domande a frullare in testa. Hey Hearthlings bissa lo stupore scoprendo sempre più un Coyle dall’afflato black. Peter And The Family Stone. Sì, ma… aspetta: O My God sarebbe stato un succoso successo indie, se solo ce ne fossimo accorti al tempo. Non è mai troppo tardi. O quantomeno non lo è ancora se diamo ascolto a quel loop di arpeggio secco di funk bianco che spaia la geografia britannica tra un Bristol, un falsetto arido e un Jamiroquai che non è difficile tratteggiare indie. L’invocazione ci sta tutta. Black Angel non sai se proviene dalla giugulare di Barry Adamson o dalla colonna sonora di Shaft. Solo vergata da Trent Reznor. Ci credereste che l’efebico mangiatore di loto si potesse scoprire così nerborutamente peloso? Dovrei recuperare le compagne di classe, per chiederlo, ma temo siano su qualche gruppo di whatsapp ad organizzare vendite di Olio31 per la Just. 8 Orgasms si spiega da sé ma di mio vi aggiungerei un fattore sorpresa scoprendovi sull’attacco una vocalità da teatro kabuki. Drumming feroce e sibillino, qualche ‘surface noise’ di synth e Coyle che rincorre gli incastri ritmici per quattro minuti. Peter Gabriel III in osmosi con il Tricky di Maxinquaye o soltanto Liverpool che sa farsi Sheffield prima di ritornare alle brughiere umide della casa madre senza alcun senso del peccato (questa la capiremo in tre, mi sa) con Dawn With No One. Così fa Moonshine, che svicola in un synth pop ondivago, nervoso e schizofrenico. E ancora il funk all’aceto di Suck On The Sugarbone, più adatto ai Renegade Soundwave e alla Mute o la schizoide Say Something che quasi quasi ti par di udire Danielle Dax e invece non credi alle tue orecchie. Vedi un po’ il Coyle cosa ti combinava, ostia. Whore Me Whore You continua con un’irrequietudine sacrificata sull’altare della bizzarria armonica ma è con la soavità post coito di Into The Waves che ci accendiamo la sigaretta, stremati ma appagati.
Lo ripongo tra i casi irrisolti e penso che al cambio attuale l’esordio di Peter Coyle consta di 12 tracce, metà delle quali valevano ampiamente il sacrificio del titolo.

Michele Benetello