Never give up

Era la fine di un inverno tiepido e malsano, secco e arido come sono secche e aride le giornate in quei momenti in cui la vita pare arrotolarsi su se stessa fra riflessioni impossibili da mal di testa e strade senza uscita.
Era un febbraio finalmente alla fine fra ansie da fine del mondo, virus e gente impazzita pronta a vivere in un medioevo postatomico; crisi climatica ormai conclamata con la pioggia assente da Natale, i video dei ghiacci che si scioglievano e franavano nel mare ogni giorno sui giornali online; crisi umanitarie in mezzo mondo; crisi di profughi su barchini al largo di coste che non volevano o non sapevano più come accogliere; crisi economiche; crisi.
Crisi di mal di testa da due telefonate di quelle che non vuoi sentire mai, di voci rotte dall’altra parte a dirti cose a cui rispondi “stai scherzando, vero?” ma sai che nessuno ti chiamerebbe mai per farti uno scherzo del genere.
Due in poco più di due settimane, entrambe in febbraio.
Anno domini 2020. Anno bisesto, anno funesto, dicevano i veci su dalle mie parti. Febbraio duemilaventi, 02 20 20, forse numerologi astrologi frikkettoni terrapiattisti cinquestelle complottisti pensavano che fosse la data a esser funesta, ma di fatto sta che sia perché bisesto, sia perché il numero, sia per il secco che secca le gole, le fauci, le menti e i cuori; sia per tutte queste cose assieme, era la fine di un brutto inverno e di un mese terribile marchiato da due telefonate che mai avrei voluto ricevere da gente che mai le avrebbe volute fare.

Marzo alle porte sembrava ancora lontanissimo. La primavera, che con marzo arriva a ravvivare la luce spenta di un anno appena iniziato che sa ancora di anno vecchio, non era nemmeno intuibile nell’aria mai fredda e mai pulita e mai fresca e mai nuova.
Tutto sembrava stantio e faticoso: accartocciato in un momento di silenzio, di pausa che sapeva di resa.
Di fronte a certe cose le parole mancano, i cuori si fermano e tutto, all’improvviso, tace.
Il silenzio un po’ malaticcio e fragoroso riempiva quel mese detestabile che si era perso il carnevale e la festa in una quaresima dei sentimenti e delle menti e il mondo appariva color seppia, un po’ triste e rassegnato al non poter essere altro che una cartolina sbiadita dei “tempi migliori” cui non sarebbe seguito altro che un mesto ripensare e sognare senza mai veramente ambire.
Tutto diceva che queste erano le parole e questa la possibilità e questa la necessità.

Ero in cesso, Instagram in mano, da tempo sostituto – meno interessante – delle letture musicali da cesso. Concentrato su tutt’altro che sullo schermo, lasciavo correre foto e frame di video di cui non mi fregava nulla cercando di riordinare nella mente le cose da fare quella mattina e di lasciar fuori dalla testa pensieri che, tanto, non avrebbero mai avuto spazio sufficiente perché ci sono gesti che non possono essere pensati né accettati da chi rimane, li subisce e non può più farci nulla.
Gesti ultimi e senza vie di ritorno che chi li compie non potrà più correggere. E chi se li sente raccontare non potrà mai farci pace.
Avevo avuto la fortuna di partire per un viaggio fra le due telefonate perché per una volta la fortuna aveva deciso di fare proprio la fortuna con me e quindi quel funesto mese di quell’anno bisesto per me era anche e soprattutto il mese di un bellissimo viaggio che mi aveva fatto respirare di nuovo ad un nuovo ritmo: altra lingua, altro sole, altro clima, una luce diversa, diversi colori, profumi, odori e sapori. Strade confusionarie e incerte che avevano alzato il ritmo del battito e fatto venire un po’ di pelle d’oca, quella che arriva quando sei pieno di curiosità e l’adrenalina non ha ancora deciso se accenderti nel cuore la felicità o nello stomaco la paura, e quanto era stato bello non sapere dove andavamo tenendoci per mano e camminare fingendo di essere tranquilli e di avere la situazione in pugno senza capire cosa stava succedendo; quanto era stato bello scoprire una strada mai vista, ascoltare voci mai sentite, ritrovare quell’insegna che ci diceva che eravamo vicini a dove volevamo andare. Quanto era stato bello essere alla scoperta, all’avventura, cercare, immaginare, stupirci. Soprattutto, stupirci.
Ma tutto, si sa, finisce e anche e sempre i viaggi e figuriamoci la fortuna e quindi, appena tornato, fra le solite mille piccole fatiche che la vita ti mette davanti ogni giorno, ecco esplodere la seconda telefonata.
E poi, pochi giorni ed ero in cesso, una mattina, il telefono distrattamente in mano a cercar di distrarre la mente.
Due in poche settimane. Pensieri troppo grandi. Ma erano pensieri che dovevano star fuori dalla testa per non farla scoppiare. Le metriche che non possiamo razionalizzare occupano solo spazio intossicando l’hard disk già bombardato dalla quotidianità. Tenerle fuori dal focus, dall’attenzione.
Scorrevano immagini di paesaggi bellissimi, facce bellissime, torte bellissime, moto bellissime, tutto bellissimo sullo schermo alienato che scivolava sotto il mio pollice, unica differenza tra me e un primate sofferente chiuso in una gabbia di uno zoo che guarda la vita vivere oltre quelle maledette sbarre.

Un video, bassa qualità, ripresa a infrarossi. Un tunnel che corre verso il buio e una camera fissa a riprendere quello che gli passa davanti. Arriva un coyote, si affaccia, entra nel cerchio che corre verso chissà e poi si ferma, si volta e fa come un salto di gioia, quello che fa il tuo cane quando ti saluta appena torni a casa da lavoro perché è felice di vederti e vuole giocare con te. Entra in scena un tasso che lo segue e i due si avventurano verso il buio. Vicini.
E così, seduto poco poeticamente sul cesso una mattina di un febbraio che poteva essere, voleva essere, doveva e pretendeva essere una mattina di merda di un mese di merda, sono scoppiato a ridere e veniva anche un po’ da piangerci assieme. Un po’ commosso, un po’ divertito un po’ commosso dal fatto che potessi ancora essere divertito dal vedere un coyote e un tasso avviarsi assieme verso l’ignoto e la mia testa ha cominciato a viaggiare e il cuore a battere un po’ più forte, un po’ più allegro.
Dove stavano andando? Come si erano conosciuti quei due? Soprattuto, quanto era bello vederli mentre si cercavano per fare un pezzo di strada assieme, perché assieme il buio fa meno paura, perché assieme è così bello andare a spolpare il buio che anche un coyote e un tasso lo capiscono e allora mi sono lasciato andare e lasciate perdere che dovrei essere ancora seduto su un cesso intento in ben poco poetiche pratiche, la scrittura può rendere magico ogni momento.
E la magia erano due bestiole selvatiche che camminavano vicini e quel fondo buio che chissà cosa porterà e il dubbio e la paura della curiosità che fa drizzare il pelo, lo fa anche a noi che siamo animali anche noi, mammiferi se non vi ricordate, e abbiamo il pelo anche se ce lo togliamo il più possibile – deo gratias! – e anche a noi si rizzano i peli quando non sappiamo bene cosa stiamo facendo ma quel farlo ci fa battere il cuore un po’ più forte. È la pelle d’oca che avevo provato pochi giorni prima in viaggio e allora mi sono lasciato andare a pensare a quanto tempo perdiamo in inutili pose, inutili critiche, inutile noia. A quanta gente sento, ogni giorno, dire male di qualcosa, quasi fosse un vanto non essersi divertiti a quel concerto o non aver goduto al cinema di quel film che era “già visto” o quella canzone “già sentita” e quella band “come negli anni novanta o duemila” o sticazzi.
Quella posa cinico/intellettuale che tutto sa e se non è nuovo o seminale o difficile o triste non me lo filo proprio. Quella roba da adolescenti che quando sei adolescente è normale che tu ce l’abbia e per fortuna: vuol dire che pensi e che cerchi e, siccome sei pieno di rabbia per il solo fatto di essere adolescente, allora ti incazzi e tutto fa schifo.
Ma poi cresci, poi diventa inutile tutto quell’incazzo e allora è solo posa per dire che non era bello. Chissà perché. Chissà perché a qualcuno piace il rompipalle scopa in culo intelletual lamentoso da rivista online che controlla ogni ora se ha un follower in più su qualche social. Quello che non vede mai la magia.

E invece guardali lì quei due che vanno assieme verso chissà quale avventura, e nessuno cominci a fare l’etologo e dirmi che in natura succede perché e blablabla: non me ne frega un cristo, per me quei due sono due veri amici a caccia di avventure da raccontare ai nipotini davanti al fuoco quando saranno vecchi e ancora amici perché sento la magia, la sento che mi si muove ovunque dentro. E allora i due amici vanno e scoprono, perché è una sola la cosa che può tener sempre svegli e sempre sul tasto ON anche quando tutto va male e hai paura del buio: la curiosità, il cuore aperto alla magia. La certezza che verremo ancora stupiti.
Ma questo non lo fa il mondo, no: ce lo facciamo, o non ce lo facciamo noi.
L’altra notte ho sognato di essere papà di una bimba che mi chiedeva cos’è il mondo. Io le dicevo “è un po’ come uno scatolone pieno di roba. Non è bello, non è brutto, non è giusto, né sbagliato. È solo pieno di roba e noi ci scegliamo cosa guardare, annusare, assaggiare, e non solo: siamo proprio noi a fare le cose che riempiono quello scatolone che a volte fa paura. Siamo noi a dare i colori, a accendere la luce o spegnerla, a fare le cose che poi scegliamo di assaggiare, annusare, provare e amare”. Siamo noi che possiamo decidere se tenere la posa del cinico e annoiato o godere di una canzone anche se sa di già sentito, di un film che ci ha fatto solo sorridere.
Siamo noi che possiamo prendere un altro come noi e dirgli: “sai che mi cago sotto a entrare in quel tunnel di cui non si vede il fondo, ma facciamo come il coyote e il tasso? Andiamo a vedere cosa c’è lì perché mi fa paura ma sono curioso, ne tanta ho voglia!”
Siamo noi a decidere se qualcosa può superare quel muro di faccia da culo che ci siamo messi su per paura, per posa, per noia, per social. Perché il mondo è solo uno scatolone ma è enorme, ci sono migliaia di posti in cui non siamo stati, migliaia di parole che non abbiamo sentito, migliaia di sapori che non abbiamo provato e questo sì che è il punto.
Il punto è che c’è sempre un motivo perché c’è sempre magia, basta lasciarla entrare. Qualcosa, domani, ci stupirà anche in mezzo al grigio, basta avere gli occhi lesti a inseguire la scia che ogni magia lascia in questo scatolone in cui viviamo quando passa. E dovremmo dirlo e dirlo forte ogni volta che ce lo ricordiamo, perché a volte succede che qualcuno lo dimentica e chi lo dimentica perde la strada e poi tutto si fa buio. Per sempre.

Quel febbraio bisesto, funesto e potente, pieno di gioia e di un dolore sordo che non trovava parole stava finalmente correndo verso i suoi ultimi giorni e il tepore secco e malaticcio stava lasciando posto alla pioggia. Si diceva che una bella tempesta avrebbe riportato l’acqua dove doveva stare, un po’ di fresco in quell’aria stantia; che avrebbe lavato via un mese fosco, il virus, la crisi, le brutture della vita. Che poi sarebbero tornate: ci sarebbe stato di nuovo un cielo secco e spento, ma io avevo capito cosa mi faceva così ridere mentre qualche lacrima cadeva sullo schermo del telefono in una mattina che non era più l’inizio di una giornata di merda: tutto quello non mi faceva paura. Non avevo paura del secco che sarebbe tornato perché io avrei sempre inseguito la scia lasciata nello scatolone: sarei stato sempre quel coyote che saltella per chiamare il suo amico per una nuova avventura. Sarei stato sempre quel tasso che caracolla fiducioso dietro perché sa che, prima o poi, in fondo al tunnel, ci sarà di nuovo della pioggia fresca a bagnarci il muso e farci ballare di gioia.
Lunedì dicono che pioverà. Aspetterò l’acqua dal cielo come un dono che lavi via la polvere, il male, la tristezza. L’aspetterò ballando sul terrazzo una canzone triste che mi farà pensare a quelle due telefonate e quei due abbracci che non darò o anche solo quei due “ciao” che non potrò dire mai più; ma la pioggia laverà via anche le lacrime e poi l’aria avrà quell’odore che ti fa venir voglia di uscire.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #50

Laurent Voulzy y Mama Joe’s Connection Rockollection (RCA, 1977)

Non posso vantare battesimi dorati o imprimatur a 18 carati da sfoggiare nelle conversazioni dotte o in singolar tenzone. Parto già sconfitto perché ero, sono e rimarrò sempre il solito incompiuto poppettaro di provincia, nato predisposto su dischi di guano e risalito con fatica e caparbietà verso medie altezze. Quindi non mi è concesso sventolare quale primo imprescindibile acquisto della mia vita nessun pezzo da novanta. Insomma, non ho perso la mia virginale castità vinilica con un Revolver, un Pet Sounds o un Let It Bleed. Macché. No, nemmeno con un Disraeli Gears, un Ziggy Stardust o un volgarissimo e sempiterno Ummagumma. No. Niet. Sebbene tra le prime cassette compratemi dal babbo spiccassero T-Rex e Suzi Quatro nella scelta del 45 giri interamente ascrivibile a me e ai miei risparmi capitolai di brutto. Ma credo di aver già fatto outing più volte a riguardo, espiando il giusto.

Certo, ero stato svezzato da una nutrita collezione di singoli del parentado; 45 giri che mi sollazzavo a far ruotare ogni stramaledetto giorno che Iddio mandava in terra, più e più volte. Ma non erano propriamente ‘miei’ e quindi non so se si possano considerare ufficialmente vidimabili, sulla lunga distanza. Ne ricordo tre – fra i tanti – in particolare: Venus degli Shocking Blue, Uno dei Mods di Ricky Shayne e – soprattutto – Fire di The Crazy World of Arthur Brown. Anzi quattro, perché pure Let’s Dance di Chris Montez era – per me – un bell’ordigno pop da sculettare in camera. E se proprio volessi far tombola anche Minuetto di Mia Martini era in heavy rotation in quei primissimi anni settanta. Ma nulla poteva contrastare Arthur Brown. Quanto rimanevo incollato sulla diabolica copertina di Fire, e per quanti mesi ho tentato di decifrarne lo strano e brividoso copricapo fiammeggiante. Bastava mettessi sul giradischi (si chiamavano giradischi, allora) quel 45 e già l’urlo iniziale mi mandava fuori di testa. Mica sapevo cosa dicesse (per la cronaca: I am the God of hell fire, and I bring you!) però come lo diceva, accidenti! Immaginavo un mondo alieno che – ancora – non sapevo si chiamasse rock and roll. Sarebbe bastato questo 45 giri per tirarmela fino alla fine dei miei giorni. Invece.

Quando – all’atto dell’acquisto del mio primo pezzo di vinile – dovetti fare la scelta magna ruzzolai miseramente, battendo i denti sul selciato. Oh, sono sicuro che gran parte di Voi Eletti abbia ben altri titoli con i quali schiaffeggiare la mia stoltezza, ma io faccio pubblica (e pubica) ammenda: le mie prime 800 lire le buttai per un successone di quelli che riempivano i luna park, inciso pure da un emerito Carneade, sparito dalle classifiche internazionali (ma saldamente assiso a quelle francesi e fiamminghe, come ho scoperto giusto pochi minuti fa) quasi subito dopo aver infamato il pianeta con una sorta di Stars On 45 ante litteram: ovvero il Laurent Voulzy di Rockollection. Death Of A Disco Dancer, già. Uno che aveva la faccia da Chicco Mentana creolo. Ehi, perché chiudete la pagina? Mi piaceva. Molto, Quello che non ricordavo era di averne discusso per una intera estate con la francesina destinataria di un fitto carteggio linguistico extra scolastico; serviva per rinfrancare il mio francese, dicevano. Le avevo già parlato di Renato Zero, ricevendo in risposta – dentro una busta rosa confetto e una calligrafia gallica – un flyer del concerto degli AC/DC in quel di Tolosa. Più bel tacer non fu mai scritto, eh? Provai a ribattere tramite i Chrisma (quelli con la ci acca), ma senza successo.

Abitava a La Union (Lobo Hombre In Paris, qui vi voglio) ed era già sufficientemente sgamata – dall’altoaltissimo dei suoi 16 anni – per seguire Kiss, Peter Frampton e – appunto – AC/DC. Ad ogni missiva proveniente d’oltralpe io scivolavo sempre più giù nel suo ranking musicale, finendo con lo svernare lì, dove languiscono i Ciro Sebastianelli a Sanremo. Si parla del 1976/1977, sia chiaro. Un fitto e minuzioso carteggio in un mio improbabile idioma francese durato alcuni anni, vocabolari, artifizi linguistici e fatiche. Almeno fino al momento in cui non giunse una risposta nella quale la Giovanna d’Arco del rock espresse severe riserve sul mio entusiasmo verso il neonato movimento punk. “Sono sporchi e fingono di suonare“, disse (anzi: scrisse). Ahia.

“No, non è vero”.
“Sì che è vero”.
Les escargots qui vont à l’enterrement
Addio.

A nulla valse sventolarle Ciao 2001, i Sex Pistols e i Tubes (avevo delle idee approssimative, vogliate scusarmi), quella carta porosa edificata su un peu d’amour, d’amitié e beaucoup de musique si bloccò lì, morendo d’inedia.

Insomma, tutta questa noia soltanto perché stamattina ho risentito Rockollection alla radio, innescando una madeleine di ricordi e sensazioni che avevo sepolto chissà dove, così come avevo dimenticato d’aver comprato negli anni – oltre al 7″ e al 12″ – l’aberrazione magna su LP, sempre titolata Rockollection (RCA Victor, 1977), a nome Lourent Voulzy y Mama Joe’s Connection. ‘Na roba brutta forte, credetemi, un vero imbarazzo da nascondere nella credenza della nonna. ‘Na roba dove a far da corollario al successone vi erano stivate altre otto nefandezze pop-disco che mai ho avuto coraggio di approcciare nella loro interezza. Addirittura una resa barbarica di quella Deep Purple datata 1939 a firma Parish/De Rose. Vi esorto a starne alla larga, ho già fatto io da cavia – al tempo – immolandomi. Nove canzoni da festa alcolica dell’ufficio del catasto, tra stempiature sorridenti, Brigittebardòbardò, pugnette e multisala erotici. La fille en papier, L’amour est un oiseau, Peggy (Bye Bye), Le Miroir (una malgiogliata con gli strass), Milady (Polnareff alla crema pasticcera)… Insomma, mi fermo: sono 40 minuti di Torquemada per le orecchie. La morte vera. Un disco da tenere lontano, un virus malevolo che negli anni sono riuscito a sconfiggere e dal quale vi esorto a starne alla larga. Però c’era Rockollection e tanto bastava al mio basico alfabeto.

L’inclusione in un loco amoenus quale Sniffin’ Glucose dove – in questi due anni – sono riuscito ad accatastare un bel po’ di roba trasversale è un autodafè doloroso seppur necessario. Ma la radio andava, la strada era sufficientemente sgombra, il volume era congruo e io continuavo a battere il piedino sui tappetini, seguendo quel giro di basso strafico, canticchiando “On a tous dans le coeur une petite fille oubliée, une jupe plissée, queue de cheval, à la sortie du lycée”. Già, la sapevo a memoria al tempo. Volevo chiudere una volta per tutte il mio più che quarantennale contenzioso con Laurent Voulzy. Ne ho dunque approfittato per soddisfare alcune curiosità sulla carriera post successone internazionale, e – ci credereste? – l’uomo è ancora saldamente assiso alla sommità delle classifiche di lingua francofona come un Vasco Rossi qualsiasi e – addirittura – ha in carnet un singolo dal titolo Les Nuits Sans Kim Wilde (del 1985) che andrò senza indugio a sentirmi dacchè si vuole al sapor di Pet Shop Boys.

Nuits e Kim Wilde sont des mots qui vont très bien ensemble.

Di quel battesimo del fuoco ho conservato vergogna per anni, stimmata impura pronta a marchiarmi un cammino che avrei potuto rendere più agevole con un piccolo sforzo, ci sono voluti anni di terapie  e autoconsapevolezze armoniche per venire a patti e riappacificarmi con quell’unico momento topico. Mi rimetto alla clemenza della corte dunque. Ho un alibi oltre alla carta d’identità, ma non credo sia abbastanza di ferro per salvarmi dal verdetto: lì dentro, in quei pochi minuti di Rockollection, c’erano le riletture casalinghe di parecchi successi del rock and roll (da I Get Around a Gloria, da Mr. Tambourine Man a The Locomotion) e io – con un unico singoletto – avrei potuto averne un assaggio. La prima dose è sempre gratis, no? Non importa se subito dopo con i miei sudati risparmi mi fiondai sui Kraftwerk, su Amanda Lear (ehi, The Model!), sui Knack e sui Ramones. Rockollection non mi salverà dalle fiamme dell’inferno e dal carcere duro destinato agli impuri, ma a mia discolpa posso dire che l’album alla prima occasione l’ho sbolognato per due dindi e poi – negli anni – per espiare ho svolto milioni di ore di pop socialmente utile, Vostro Onore. Perché, come dicono i francesi, tout se tiens.

Michele Benetello