Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori (F. De Andrè) – Utopie/Distopie

Edi Rama era stato eletto solo sei mesi prima, ma il suo discorso a Strasburgo aveva lasciato tutti a bocca aperta. Pareva di vedere Nikita Kruscev alla famosa assemblea dell’Onu: si sia tolto o meno quella scarpa, il Segretario del Partito Comunista Sovietico, il 12 ottobre 1960, era entrato nella Storia e così il pugno sul tavolo di Rama, che aveva fatto sobbalzare la solitamente impassibile Von Der Leyen e aveva fatto buttare a terra, sdegnata, l’auricolare alla conterranea Angela Merkel.

E pensare che tutto era nato meno di due anni prima da un’uscita poco felice, alle orecchie teutoniche, del Presidente francese, banchiere e non certo socialista, Emmanuel Macron che in crisi con la sua Francia invasa dal virus, come quasi tutta l’Europa mediterranea, aveva sbottato contro gli atteggiamenti protezionisti della Banca Centrale Europea e dei Paesi del Nord, come sempre modello di bravura nel tenere i conti pubblici e nel far funzionare le loro economie.
E proprio il francese, non certo noto per il coraggio e la vocazione popolare, aveva spostato involontariamente il mattoncino nella fortezza. Altre frasi quasi di circostanza, forse addirittura involontarie, avevano saldato una silenziosa solidarietà nascente: il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, uomo politico arrivato al potere quasi per caso sulla spinta di un partito nato e morto nel giro di un decennio, e diventato un pezzo della Storia italiana a causa di una pandemia, si era rivolto alla donna più potente d’Europa, accusandola di guardare la realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa. Poi, fu il Primo Ministro albanese Edi Rama, con un discorso in italiano il giorno in cui inviava medici proprio nella vicina Italia martoriata dal Covid19, a mettere nel muro dell’Unione Europea il famoso picchetto che di lì a poco avrebbe cambiato tutto. Un discorso così semplice ma così intenso e vero che il Presidente italiano Mattarella lo chiamò al telefono il giorno stesso per ringraziarlo. E così dalla Grecia, dal Portogallo. E, in serata, anche lo snob e ricco Macron.

La pandemia durò mesi, fu un periodo molto duro che tutti ricordiamo: famiglie divise, migliaia di morti, frontiere di nuovo innalzate. Ma, soprattutto, un’economia in ginocchio come nessuno poteva ricordare di aver visto.
Dell’Europa rimaneva solo l’unione economica. Ma, nella realtà, nemmeno quella: il Nord, meno colpito dal virus e dall’economia più stabile, guidato dalla Germania si oppose a politiche di apertura verso i Paesi più in difficoltà. Dopo un iniziale collaborazione con l’emissione degli EuroBond, quasi imposta da Italia, Francia e Spagna che avevano indirizzato una comune missiva al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel in cui si chiedeva l’emissione dei titoli per cinquecento miliardi di euro, ed erano, per la prima volta, passati a fare la voce grossa ricordando che i dieci Paesi della fascia mediterranea producevano il 60% del Pil dell’Unione, a cui di certo non si voleva rinunciare; dopo questa prima misura, la Germania, spinta soprattutto dal governo olandese, aveva iniziato a fare dichiarazioni sul dover chiudere i rubinetti e sul non voler pagare la crisi di Paesi deboli. Ma il 60% del Pil faceva gola, anzi: era necessario e non ci si poteva rinunciare.
E l’Europa non rinunciò, ma col solito malumore da maestrina costretta, emise quei titoli che furono salvagente di economie altrimenti destinate alla catastrofe. Ma non bastava: occorreva rivedere le regole, occorreva poter investire in sanità pubblica, qualcuno tornò a invocare la nazionalizzazione delle imprese strategiche per poter far fronte, come non si era potuto durante la pandemia, a una crisi mai prevista dal libero mercato, mai prima di allora messo così in discussione. Keynes tornò di moda, si parlava di nuovo di marxismo, di bene pubblico al di sopra di quello privato. Qualcuno, addirittura, iniziò ad alzare la voce contro l’inutile investimento militare: cosa ce ne facciamo di finanziare con miliardi di euro i nostri eserciti se ancora abbiamo le basi americane sul nostro suolo a controllarci? Voci che correvano, amplificate dai quotidiani nazionali, innalzando il malcontento generale.
Settori vitali per alcuni Paesi come il turismo per l’Italia, in ginocchio, spostamenti crollati dell’80%, ristoranti che non riuscivano a riaprire, piccole e medie imprese che dichiaravano bancarotta. Già, cosa ce ne facciamo di miliardi investiti in spese militari, quando comunque non possiamo che essere sudditi degli USA, o dover uscire dalla NATO? E come ne usciamo da questa crisi, se non possiamo accettare che per anni non potremo stare nei parametri imposti dalla Banca Centrale Europea? E chi se ne frega di salvare le banche d’affari se non abbiamo i soldi per costruire nuovi ospedali? E l’istruzione gratuita e garantita per tutti, che fine aveva fatto? I milioni agli ospedali privati in Lombardia mentre quelli pubblici chiudevano, le università sempre più abbandonate a favore di aziende straniere mascherate da college, i soldi per far le strade che non c’erano, ma quelli per comprare armi che mai avremmo usato dagli “amici” americani, sì.
L’Europa bolliva.

E chissà chi fu il primo ad alzare il telefono per dirlo senza mezzi termini: facciamo fuori il Nord. Lasciamo quei cazzo di Calvinisti al loro onanismo intellettuale su quanto sono bravi e ligi. Fanculo: noi, insieme, siamo più potenti di loro. Tutta l’arte del mondo è qui da noi, tutta la bellezza dell’Europa è qui da noi. Tutto il sole dell’Europa è qui da noi. Fanculo! E al mare ci vadano in Danimarca, i fenomeni!
Chissà se il tono fu questo e chissà da chi, fantastoria o, come si diceva negli anni novanta, dietrologia.
Non possiamo sapere chi fu a chiamare chi, ma sappiamo che ci fu un primo incontro “informale” a Parigi e poi altri a Roma, Tirana, Madrid, Barcellona, Lisbona, Atene. E poi in Estonia, Cipro, Malta, Romania. E, infine, a Dublino, che di stare fuori da quello che stava nascendo, con l’ex Impero Britannico in mutande dopo la folle brexit e i suoi effetti disastrosi e oramai totalmente schiava degli Stati Uniti, non ne voleva proprio sapere: a Londra gli speculatori cinesi andavano a comprare interi quartieri al prezzo di un condominio di Singapore, quello che si era visto a Sarajevo nel ’93 si vedeva ora nella fu capitale del Commonwealth in dismissione.
Poi, solo sei mesi fa, l’incontro ufficiale a Roma, che ad essere il centro del mediterraneo unito era abituata da millenni, e la dichiarazione della nascita di un nuovo soggetto politico unitario deciso a far valere l’unione delle forze, una visione antisovranista ma altrettanto anti troika, fosse questa formata da Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale o chiunque si fosse sostituito a uno di questi soggetti per mantenere la dittatura politico/sociale delle leggi dell’ultraliberismo capitalista.
I paesi mediterranei di “ultra” non avevano mai avuto niente, e di politiche di lacrime e sangue ne avevano abbastanza.
Insomma, come tante cose della Storia, l’Unione delle Repubbliche Mediterranee era nata per un insieme di casualità, spinta dalla più grande crisi economica del dopoguerra, a cui, come al solito, i Paesi del Nord, non volevano prestare orecchio e portafoglio.

Edi Rama e il suo pugno sul tavolo. Il silenzio attonito in sala. Gli applausi di Pedro Sanchez a cui erano seguiti quello di Conte e Macron, i primi fondatori di quel nuovo mondo, e poi Mitsotakis e Antonio Costa, che ancora non salutava il ministro delle finanze olandese dalle sue dichiarazioni al tempo del virus. La strada era chiara e segnata: un’Europa divisa in due, come prima del 1989, ma senza un muro né un nemico a Est.
Rama aveva formulato un discorso semplice e chiarissimo: questa Europa va a due velocità da tanto, troppo tempo: tutti gli accorgimenti presi in caso di crisi, il Mes in primis, non sono mai andati nella direzione della solidarietà ma del giogo: se un Paese è in crisi lo si aiuta sì, ma piegandolo poi per sempre alle politiche economiche e sociali decise e imposte dal Nord, dalla Germania in primis. «Facile decidere la politica economica dell’Europa, signora Merkel» aveva tuonato il nuovo Direttore della neonata UdRM, «quando la moneta stessa europea è stata fondata a suo tempo su quella tedesca, garantendo l’unico vero rapporto uno a uno in Germania e non nel resto dei Paesi dell’Unione!». Potenti applausi in aula, brusio e sguardi attoniti di Mark Rutte e Rasmussen. «Per decenni, avete costretto i paesi mediterranei ad adeguare ogni politica sociale e economica, ogni investimento nel proprio Paese alle vostre richieste, agitando lo spauracchio del MES, dei prestiti ponte per uscire dalle crisi interne. Ero il premier di un Paese non certo ricco, ma che non avrebbe mai fatto scelte scellerate sui tagli al sistema pubblico, alla sanità, se non obbligato dalla paura di non poter rispettare i vostri parametri. I Vostri, sì, perché noi li abbiamo dovuti accettare, non li abbiamo creati assieme a voi. Avete perso due Guerre Mondiali e ne avete innescata una terza a colpi di moneta e mercato. Ebbene, avete perso anche la terza, fortunatamente senza morti sul campo – almeno non dichiarati – ma oggi vi stiamo facendo firmare la resa. Ancora!» e giù il pugno che era risuonato nel momento preciso di silenzio fra la fine del suo intervento e l’inizio della bagarre attesa ma che non ci fu: tutti gelati da quel botto, amplificato da un microfono, forse, involontariamente staccato da una giacca e poggiato sul legno del banco.

E, così, la Storia era cambiata. A causa di un virus che oltre ai tanti morti, aveva portato enormi danni economici, che aveva costretto per mesi a chiudere interi Paesi: nessun viaggio, nessun evento pubblico, nemmeno bar e ristoranti rimasti al palo per quasi dieci settimane e che riaprirono in un bagno di sangue di fallimenti, licenziamenti, famiglie ridotte alla fame. Si era sfiorata la guerra civile, si erano innescati movimenti di protesta sociale che sarebbero potuti sfociare in quello che l’Albania aveva vissuto nel ’91, e forse proprio per questo fu la piccola Albania a guidare la rinascita inventata da Italia, Francia e Spagna. Forse fu quella telefonata di Mattarella, fatta più per cuore che per strategia politica, a dare il la al futuro assetto europeo. Chissà, i libri di storia ne parleranno, oggi noi possiamo solo ricordare quel pugno sul tavolo che nel 2022 ha cambiato di nuovo l’Europa.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #51

Wonky AliceAtomic Raindance (Pomona, 1992)

Lunar Adam, where have you been?
I’ve been to a place that exists in a dream
But the dream is cracked and we are too
I want this world to smother you

La sera, prima di addormentarmi, sono solito fare degli esercizi ‘spirituali’. Fermi, nulla a che vedere con birichinate new age, omelie macrobiotiche o esortazioni a rendere verso qualche divinità. Nulla di tutto questo, mi preme sottolinearlo subito e in maniera netta. Ho una visione abbastanza concreta di ‘sto porco (im)mondo che ci circonda per scialacquarla su preghierine, questue e salmi responsoriali. La divina provvidenza ha dimora altrove dalle mie mura, non essendosi mai rimboccata le maniche preferendo vivere di rendita conto terzi. Li chiamo esercizi spirituali perché ognuno c’ha i suoi pensieri e “I’ve got the spirit but lose the feeling”. Nulla più. Mi soffermo semplicemente a stilare un resoconto della giornata e approntare una veloce scaletta per la seguente. Poca roba come vedete, soprattutto un’ottima scorciatoia per cadere nel più breve tempo possibile tra le braccia di Morfeo. Che non è il capitano della Nabucodonosor nella Trilogia di Matrix, sebbene nel dubbio sia sempre meglio la pillola blu, visto il casino successo con quella rossa. Esercizi difficili, soprattutto di questi tempi, dove l’insicurezza e la paranoia non inducono certamente ad un rapido sonno, che quel sol dell’avvenire splenderà fuori ma dentro di noi le nuvole si raggrumano con ampie volute.

Soprattutto cerco di scegliermi un disco da riascoltare il giorno dopo, aiuta tantissimo l’esercizio mnemonico. Almeno così mi par di ricordare. In ogni caso le immagini random che si presentano (avrò comprato i taralli al peperoncino? Segnare subito) assolvono degnamente al loro compito: penso a cosa indossare, se la camicia necessita di essere cambiata, quando sono prenotate le vaccinazioni dei cani, a chi devo rispondere, la quantità di vino ancora in casa, i problemi urgenti in ufficio, se Kylie Minogue sta bene. Cose che probabilmente molti di voi fanno tra un lavoretto e l’altro, dacché multitasking. Virtù che non mi appartiene. Io ho i miei tempi, e in genere sono quelli dei gloriosi ellepì. 40 minuti circa, otto brani come da manuale. Poi senza accorgermene mi ritrovo con la sveglia che sibila e tutto da rifare. Ricordo solo il disco e non i taralli, in pratica. Fatica immensa ma gioia non da poco avendo davanti un’intera giornata d’attesa verso il padellone nero scelto al caldo del mio lettuccio. Lo posso capire il Leopardi.

L’altra sera, dopo una scorpacciata di Telegiornali, Cassandre e sapientoni ero particolarmente provato psicologicamente. Non tanto per la rarefazione sociale o il domicilio coatto imposto, su quelle cose – da buon orso bruno marsicano – me la cavo egregiamente, potrei vivere una vita senza chiacchiericcio petulante o qualcuno che debba assolutamente rendermi partecipe delle sue turbe. Piuttosto non avevo appigli concreti sui quali far forza e scrutare l’orizzonte. Le notizie erano (e sono) discordanti, tutti sapevano tutto e – cosa non da poco – una buona fetta di chi avrebbe dovuto star zitto seminava cinguettanti haiku di segale cornuta. Mi è salito il Tribunale del Popolo e – con un’ansia ben motivata – sono andato a letto promettendomi un necessario giro di vite: un unico notiziario serale e apparecchio televisivo rigorosamente solo dopo le ore 19. Possibilmente sintonizzato su quel canale a pagamento che ultimamente sono costretto ad appellare come Netflux. Avevo migliaia di dischi nascosti tra le pieghe della memoria, della rete e degli scaffali, non mi sarei fatto circuire così facilmente dagli strateghi della paura. Dovevo far diga, per quanto possibile. Sul comodino giaceva ‘Perché alle donne scappa sempre e agli uomini no?’ di Mark Leyner e Billy Goldberg, tomo sciocchino all’ennesima potenza e quindi antidetonatore potenzialmente invincibile. Mi ci sono messo con tutte le buone intenzioni del mondo, cercando di scacciare quelle immagini da corsia d’ospedale e quell’odore di disinfettante che da qualche luna non mi abbandona mai, in una sorta di memoria olfattiva. Tre pagine e già pensavo agli ellepi. Mi sentivo più sereno nel ripassare ad occhi chiusi sterminate discografie, accurate liste o piccoli manufatti rimasti pressoché sconosciuti. Del resto, come dicevo, ognuno ha i propri esercizi spirituali con i quali far fronte alle avversità dell’esistenza. Per qualche bizzarra concatenazione mnemonica – mentre riponevo il libro sul comodino – una copertina mi è riapparsa davanti agli occhi, improvvisamente e senza alcun motivo preciso. Non l’ho scacciata e anzi. Felice di veder confermata la mia teoria, nella quale il figliol prodigo non è mai scappato di casa ma si è solamente nascosto nel tinello. Ho rivisto nitidamente quell’immagine da space rock abbinandovi subito ricordi di un quartetto decisamente astruso, solito impastare lieviti sonori parecchio eterogenei. Atomic Raindance dei Wonky Alice mi ha circumnavigato la mente tutto il giorno appresso mettendomi una fregola senza precedenti verso l’agognato ritorno a casa. Una doccia, un bel bicchiere di corroborante Lagrein, cinque taralli (ho la scorta, tranquilli) e la febbrile ricerca tra gli scaffali – lì esattamente tra Wonder Stuff e Woodentops – per un bel viaggione tempestato di scorie lunari e ragnatele chitarristiche. Ne avevo bisogno.

Siamo nei primissimi anni novanta, guado sonoro in cui i britannici oscillano tra shoegazer e prodromi di pop che di lì a poco transumerà brit. Yves Altana è mediterraneo di cuore e di pelle essendo nato in Corsica, isola lontana dai palinsesti rock e lambita solo superficialmente dai vari tour che contano. Pochi, pochissimi gli artisti che la inseriscono nelle loro sortite dal vivo, tra questi pochi gli Opposition. Suonano in una chiesa sconsacrata di Ajaccio nel 1981 e il nostro vede la luce e anche qualcosa di più. Scappa a Londra, poi ritorna nell’isola. Poi ci ripensa. Anzi no. Forma i Chrysalids assieme all’ex One Thousand Violins John Wood e infine fissa la residenza in quel di Manchester proprio mentre la città sta diventando Mad. Ma al nostro non interessa; ha un solo amore nel cuore, cresciuto nel tempo: Mark Burgess e i suoi Chameleons. È da qui che prendono spunto e arazzi armonici i Wonky Alice. Servono Sirius e Insects And Astronauts in guisa di singoli apripista perché la particolare poltiglia di Altana prenda forma, ma è dentro al primo che si nasconde l’intera grandezza del quartetto. Lì, nascosta tra le pieghe del 12” vi è una traccia di trasfigurante bellezza dove – da materia informe – si crea la pietra d’angolo per tutto quell’agglomerato chitarristico inglese che lambirà gli anni novanta meno brit, da Whipping Boy a Puressence. Si chiama Stone Circle ed è il quartier generale dal quale scatenare la caccia al tesoro se queste cartelle vi instillassero una pur minima curiosità. Come che sia: all’arrivo di Atomic Raindance le scoppiettanti curiosità del pop coevo hanno poco in comune con una band che fa di Hawkwind meno bellici, post punk delicato e Mercury Rev un osmosi bizzarra. Difficile afferrarla l’Alice, sempre in bilico tra svanite suites sature immerse nel delay e nostalgica new wave, tra space rock anni settanta e post punk dal retrogusto progressive. Degli Ozric Tentacles post punk, volessimo giochicchiare con la forma piuttosto che con la sostanza.

Lunar Adam è inserita in bella mostra ad inizio long playing giusto per mettere in guardia gli sprovveduti. Filastrocca arabeggiante cantata con voluttà Charlatans e ricamata da chitarre Kitchens Of Distinction con un piglio à la Cope. Esplosioni improvvise di sei corde e gragnuole freak che si ergono anche in Radius (ciao Interpol, bello ritrovarvi in questa macchina del tempo) e nella cinematografica Sirius, buona per una Siouxsie assoldata come Bond Girl. Non hai il tempo di metabolizzarne la portata che Son Of The Sun è pura materia con la quale sono fatti i Chameleons, l’anima di Mark Burgess plana dall’alto benedicendo cotanta meraviglia. Origami cristallino su sei corde e dolce mandala rugoso che ancora non ci si crede. Vi basti cotanto dogma per annettervi al culto della traballante Alice, minuti di gioia profonda dove le chitarre si sdoppiano come filamenti di dna siderale, riattorcigliandosi nel freddo del cosmo preda di una psicosi. Bark Psychosis. In sovrappiù faticano sui cinque esatti minuti di Sundance, che brucia come l’astro chiamato in causa senza proferir parola alcuna prima di trasfigurarsi nell’estasi chitarristica. E siano benedetti i miei esercizi spirituali per aver estratto dalla polvere un disco che non ascoltavo da qualcosa come trent’anni, avendoci dato i due giri di prammatica al momento dell’uscita per poi rivolgere le attenzioni a tutt’altro fuoco modaiolo. L’ho lasciato bruciare nell’ignavia per (anche) mia colpa, mia maxima et grandissima colpa. Permetto il diffondersi del suo aroma per casa da giorni solo per espiare, scoprendovi sempre nuove angolazioni. Come il gancio sinistro di Captain Paranoia, brano in cui il cerchio si chiude laddove era iniziato, tanti anni prima, con gli Opposition a marchiare a fuoco un ragazzetto bruciato dalla salsedine, dal timbro vocale di Julian Cope e dalle reti dei pescatori. E, mentre Astronauts e Moon procedono assieme in duplice filar, indissolubilmente legati dai vari suffissi post (che siano punk o rock) il tutto troppo presto si chiude proprio con Atomic Raindance, apocalittica e bruciante nella sua veemenza.

Finisce qui, senza nemmeno un sussulto da NME e sugli ultimi solchi di questa canzone, l’avventura dei Wonky Alice e della loro ingenua psichedelia post punk fuori sincrono. Dimenticati ai quali non è stata data nemmeno l’occasione di una ristampa, indulgenza plenaria che tocca prima o poi a tutti. Tempo che non sempre è galantuomo e che sovente si fa fuorviare da lusinghe e sirene, proprio come me. Rimangono pulviscolo discografico nel grande oceano dai mille gradi di separazione. La diaspora sarà leggera e senza traumi, con Karen Leatham a migrare nei Fall (e a firmare la copertina per Planet Helpless dei Puressence, altro cerchio che si chiude) prima di ritornare dal suo nocchiero Altana, finalmente in pianta stabile con i Chameleons per una proficua collaborazione con il di loro leader (recuperare Paradyning su Dead Dead Good del 1995). Nocchiero che verrà chiamato a bordo anche da The Bardots e I Am Kloot prima di venire inghiottito dal grande oceano degli incompiuti.

Stasera, coricandomi, cercherò un altro disco, come sempre. Ma sono conscio che non potrà avere il potere taumaturgico di Atomic Raindance, perché le rivelazioni – anche se di seconda mano – non ti bussano al cuore ogni sera. Allora leggerò qualche pagina svogliata che mi strappi dai brutti pensieri, dalle preoccupazioni di un tempo mai vissuto prima nella sua brutale tragedia e che mi faccia finalmente scoprire ‘perché alle donne scappa sempre e agli uomini no’. Vi terrò informati.

Michele Benetello

La tempesta perfetta

My blood brother is an immigrant
A beautiful immigrant
My blood brother’s Freddie Mercury
A Nigerian mother of three
He’s made of bones, he’s made of blood
He’s made of flesh, he’s made of love
He’s made of you, he’s made of me
Unity
Fear leads to panic, panic leads to pain
Pain leads to anger, anger leads to hate

La tempesta del secolo. La tempesta perfetta. Qualcosa che non potevamo prevedere né immaginare o, meglio, che tanto avevamo immaginato in libri e film scadenti, da non pensare mai potesse divenire realtà. Di poterne avere veramente paura.
Settimane fa, anche io la presi sottogamba, non lo nego e non mi biasimo per questo: non sapevamo, non potevamo capire la portata di quello che stava succedendo. Una brutta influenza, niente di più e forse tanto rumore per nulla.
E invece. E invece vediamo camion mimetici dell’esercito portare via corpi da cimiteri troppo pieni per poter seppellire o cremare altra gente. E invece guardiamo telegiornali che fanno elenchi di morti a centinaia per giorno, di ammalati a migliaia per giorno. E invece quello che stiamo vivendo somiglia abbastanza da vicino a uno di quei castighi da Antico Testamento che forse il mondo del XXI secolo si è meritato.
E io sono chiuso in casa ormai da settimane, da settimane vedo la mia ragazza attraverso lo schermo di un portatile, unica mia finestra su lei e sul mondo. E benedetto sia Skype e la rete veloce che ci permette di fare colazione, pranzo e cena assieme, di guardare lo stesso film io a Bologna e lei in Francia. Ma non posso toccarla, carezzarla e baciarla perché ha fatto la scelta responsabile di rimanere lì, di non affrontare un viaggio a rischio contagio, che avrebbe messo in pericolo molto più gli altri di lei, giovane e praticamente immune a questo virus che non uccide i trentenni in buona salute. E io per questa scelta, che maledico ogni mattina e applaudo in silenzio ogni pomeriggio, la rispetto e amo ancora di più.
A volte occorre fare la cosa giusta, non la più comoda, né la più desiderata.

Us and them
And after all we’re only ordinary men
Me And you

Sono fortunato: non ho parenti o amici malati, nessuna perdita. Sono fortunato: ho una casa calda e asciutta. Io sto bene. Esco una volta la settimana per fare la spesa osservando gli sguardi furtivi degli altri, di chi ancora pensa agli “altri” come se esistesse la categoria degli “altri”. Altri da cosa? Altri da chi? Osservo in quella mezz’ora obbligata di non solitudine i comportamenti mai visti: le persone che si allontanano, si evitano fino a camminare radente i muri, si guardano il meno possibile. Qualcuno ha gli occhi compassionevoli di chi compatisce, di chi ha capito che gli altri non esistono perché siamo noi, perché siamo sulla stessa barca che si chiama pianeta terra, che un virus può mettere in ginocchio in poche settimane. Sono gli occhi stanchi di chi si è isolato, di chi ha rinunciato a tante cose, alla propria comfort zone sia essa l’aperitivo con gli amici, la corsetta, o tornare a casa in un treno affollato per contagiare zie e nonne dove ancora il virus non era arrivato. Poi vedo gli occhi spaventati e ansiosi di chi vorrebbe essere solo, forse l’unico avente diritto a entrare alla Coop per rifornirsi di viveri. Quello che odia tutti e tutto: il virus, il governo che lo obbliga a stare a casa, chi ci sta perché si sente moralmente superiore e chi trasgredisce perché non rispetta le regole. Odia indistintamente. Indossa le mascherine più fantasiose: da quelle da cantiere alle autoprodotte con fazzoletti arrotolati dentro una sciarpa. Poi vedo gli occhi vigili e ansiosi di punire dei tanti piccoli sbirri e ducetti che questa crisi sta risvegliando, di chi dal balcone non vorrebbe affacciarsi per cantare ma per proclamare l’entrata in guerra, l’Impero. Gli occhi che vorrebbero fotografare e denunciare ogni comportamento non allineato, sia esso pericoloso o no non importa: la voglia di esser delatore poco ha veramente a che fare con l’oggetto della delazione. Trattengo il colpetto di tosse nervosa che sento salire dallo stomaco temendo di venir immediatamente fotografato e postato su qualche social con la scritta “untore” sotto la mia faccia.

I’m in the waiting room,
I don’t want the news
I cannot use it
I don’t want the news
I won’t live by it
Sitting outside of town
Everybody’s always down
Tell me why?

Aspettiamo e abbiamo paura, non possiamo fare altro.
La tempesta del secolo, la tempesta perfetta. E nessun modo di ripararsi se non nascondersi nelle proprie tane come animali spaventati dal tuono. Come scriveva Emil Cioran nel suo Sommario di Decomposizione: “il troglodita che tremava di spavento nelle caverne continua a tremare nei grattacieli” e oggi tremiamo a ogni telefonata di un parente che tossisce, a ogni telegiornale che guardiamo aspettando soltanto che un’istituzione, qualcosa di più grande di noi, ci dica che tutto sta finendo, che stiamo volgendo verso l’alba.
Sembra una guerra.
Ma non lo è. La guerra è un’altra cosa. La guerra è quella da cui scappano persone come me, con i miei stessi desideri e sogni e oggi sono in un campo al confine tra Grecia e Turchia, tenuti lì per giochi geopolitici che niente hanno a che fare con buon senso e giustizia. La guerra non è dover rinunciare ad allenarsi al parco. La guerra non è uscire alle diciotto sul balcone a cantare l’inno o battere le mani al vento. La guerra è tutta un’altra cosa e forse mi spaventa ancora di più che le anime di questo tempo siano così annerite da non capirlo da sé, da aver la faccia tosta di pensare che siamo in guerra.
No, non siamo in guerra. La guerra è quella da cui scappano quelli che ci stanno sul cazzo perché “profughi ma tutti con lo smartphone”. Oggi forse qualcuno avrà capito quanto conta quel coso quando è l’unico modo per sentire e vedere che esiste ancora tutto ciò che ami e non puoi più toccare. Qualcuno ci penserà, ma temo troppo pochi.
La guerra non è stare soli in casa e avere le giornate in cui l’ansia per il futuro vuole soffocarti da annegare in una bottiglia di vino fresco, la guerra non è dire “buonanotte” al proprio amore attraverso un monitor. La guerra è veder addormentarsi tua figlia e la mattina dopo trovarne il corpo morto per il freddo. Questo non succedeva solo in Russia durante la Grande Guerra, da cui ci separa poi solo un secolo, accadeva un paio di settimane fa a Iblid, a Lesbo, nel campo profughi di Moria che per migliaia di persone è l’inferno e non è un nome da Signore degli Anelli.
Non siamo in guerra.

This is why events unnerve me
They find it all, a different story
Notice whom for wheels are turning
Turn again and turn towards this time
All she asks is the strength to hold me
Then again the same old story
World will travel, oh so quickly
Travel first and lean towards this time

Ma stiamo vivendo una crisi mai vista, un tempo mai vissuto. Stiamo provando cose che le democrazie occidentali non avevano ancora sperimentato: limitazioni delle libertà individuali inaccettabili per il normale vivere comune, misure economiche mai pensate da quando esiste l’Europa unita, il mondo globale a cui ci siamo abituati. Una crisi che sta mettendo a dura prova il tessuto nervoso della società civile e che modificherà drasticamente il nostro stile di vita una volta passata. Non sono un catastrofista, non credo sia la fine del mondo, ma sarebbe folle immaginarci il prossimo settembre nella ripetizione esatta del pianeta che abitavamo a gennaio scorso: ci aspetta la crisi economica probabilmente più violenta che possiamo ricordare, né il 2008, né il 2001, nemmeno il 1987 furono così. Si bruciarono tanti soldi in borsa, ma non si fermarono le attività che sì, riapriranno, ma quando e come non lo sappiamo. Con che forza non lo sappiamo. Salvando quanti dipendenti non lo sappiamo. Me lo chiedo ogni sera, quando mi assale quel po’ di ansia che mi concedo, non sono un samurai, nel pensare alle oltre settanta persone che vivono di quello di cui vivo io, il cui destino mi è oggi ignoto quanto il mio. Forse fra pochi mesi brinderemo a un mondo nuovo che somiglia molto al vecchio, forse ci vorrà più tempo e ci sarà meno a cui brindare. Non lo so, non lo posso sapere. Posso solo sperare e pensare che faremo tutto il possibile. Tutto ciò che spetta a noi. Tutto quello che rimane a margine di ciò che di noi è enormemente più grande.

And Now I Got An Engine,
A Big Perverted Engine,
It Runs On Strength of Will…
Who Could Deny Me the Right to Fly?

E mi manca il respiro, ogni sera, per un po’. Mi faccio domande a cui non posso rispondere, cerco di pianificare un futuro che rimane ignoto. Domande che oggi sembrano sceme: esisteranno ancora i voli low cost e potrò viaggiare tanto come negli ultimi dieci anni? Torneranno i turisti e gli studenti in città ad affollare le tavolate delle osterie? Ci saranno i concerti e i festival da migliaia di persone quest’estate? E la prossima? Potrò vivere come ho vissuto negli ultimi anni? Esisterà ancora l’Europa o torneranno le frontiere fra paesi che eravamo abituati ad attraversare come fossero quartieri della stessa città?
Tutte domande a cui non posso rispondere. Nessuno può. Lo scenario futuro è più che mai ignoto, di sicuro c’è solo che siamo in crisi, in crisi come non siamo mai stati. Tutto l’occidente lo è, tutto il mondo, probabilmente, lo sarà. E dalla crisi nascono sempre due cose: lo shock e l’occasione.
Lo shock rende obsoleto tutto ciò che era normale prima del punto di svolta, della rottura: è un meccanismo psicologico involontario e inevitabile, non possiamo farci niente. I politici che prima avevano spazio nel loro sbraitare come da decenni non troveranno più una platea attenta, saranno improvvisamente vecchi. Le abitudini consolidate saranno discutibili, il modus vivendi intero sarà all’improvviso rivedibile; sta già avvenendo: accettiamo di stare chiusi in casa, accettiamo di stare lontani dalle persone a cui vogliamo bene, accettiamo ciò che fino a un mese fa era inaccettabile. L’uomo è un animale che si adatta a tutto. È la sua salvezza ed è la sua condanna allo stesso tempo. Ci adattiamo e accettiamo il nuovo e rimodelliamo le nostre vite su questo: è il meccanismo che ci ha portato da branchi di cacciatori-raccoglitori, in alcune migliaia di anni, a costruire New York e lanciare satelliti nello spazio. Ci adattiamo, e qui entra in gioco la seconda conseguenza della crisi: l’occasione. Abbiamo l’occasione di cambiare il futuro presente: possiamo modellarlo. Potrà essere, la nostra, una vita più attenta, più aperta, più intelligente e comprensiva; questa crisi può essere un’occasione per chiudere relazioni infelici, per lasciare un lavoro soffocante, per chiederci quanto tempo abbiamo perso e quanto non ne vogliamo più perdere. Per cercare di somigliare a ciò che vorremmo vedere nello specchio, quando ci svegliamo la mattina. Per ripartire a domandarci “cosa ci fa veramente bene?”, a cosa vogliamo dedicare la manciata di anni che abbiamo a disposizione su questa pallina rotante che chiamiamo mondo. Oppure possiamo diventare bravi soldati, ancora più sordi e ciechi e irregimentati in un esercito che non esiste ma che è il tessuto delle nuove dittature timocratiche, occhi e orecchie di un potere che si autogenera, che esiste perché noi ne siamo inconsapevoli costruttori. Possiamo rimanere stupidi, anzi: possiamo peggiorare, odiare ancora di più, cercare l’untore, cercare il nemico, volerlo punire, volerlo bruciare in nome del pensiero unico che così è e così deve essere. Possiamo riprendere la nostra storia e scriverla verso quello che crediamo giusto e bello, oppure lasciarci andare al ventre molle e diventare il peggio che questa società può produrre.
Ma, possiamo. Possiamo cedere o credere. Possiamo volere. Who Could Deny Me the Right to Fly?

Fabio Rodda