I dischi che piacciono solo a me, credo #54

Butterfly ChildThe Honeymoon Suite (Dedicated, 1995)

Il casello dell’autostrada chiamava come una sirena annoiata, la fila di Tir zigzaganti in una sorta di gara a chi ce l’avesse più lungo (il rimorchio) non invogliava il sorpasso sebbene fremessi per lasciarmeli alle spalle in una sorta di illusoria supremazia sociale, ultimo rifugio degli stronzi. È che quel capodanno di metà anni novanta stava tirando le cuoia: sul nulla. Non avrebbero nemmeno dovuto esserci i Tir in quella fredda serata che si preparava a festeggiare su nubi cupe e divertimenti immersi nell’azoto liquido. Ma nemmeno io avrei dovuto effettuare quella delinquenziale inversione a U solo per approcciare un autogrill visto all’ultimo minuto. Avevo terminato le sigarette e una rabbia famelica stava montando come schiuma di estintore. Non dicevamo una parola. ‘Nè una sola’. Manco una. Era per quello che la radio si attorcigliava sotto i miei polpastrelli in uno zapping sciocco e querulo dove spezzoni di Last Christmas, risate isteriche e ciance di nullo conto si sovrapponevano creando un bolo di silenzio. Segnale Morse afono ma almeno non ci costringeva a parlare. Li avrei ammazzati quegli speaker sbrodolanti, pagati per diffondere divertimenti di seconda mano alle 23,30 di un 31 dicembre del cazzo. Avevo bisogno di trovare qualcosa che fosse più in linea con il momento, con quell’impasse che stavamo vivendo, con tutto il disagio emotivo che immaginavo a seguire. Usavo le cassette come oggi si usano gli emoticon, qualcosa di immediato che servisse per segnalare, perimetrare, disporre, chiamare. Chiudere anche. Terminare. Rovistai con la mano destra sotto il sedile posteriore, dove si appisolava – nascosto – il portacassette, piccolo scrigno che non mi abbandonava mai e al quale iniettavo sempre nuova linfa vitale. Le parole rimanevano ferme lì, bloccate sull’uscio di un ugola arsa.

Magari oltre alle sigarette avrei potuto farmi una Sambuca, pensai. Visto che non vi era stato alcun cenone di prammatica, che quella serata si era ingarbugliata su una noia rabbiosa e parvenze di futuro non si profilavano al’orizzonte una Sambuca sembrava l’antibiotico più adatto. Del resto è Capodanno, chi vuoi che ci sia in giro, oltre a quei bestioni di metallo su ruote o qualche disperato come noi? In cuor nostro sapevamo che non si poteva andare ancora avanti tanto in quelle condizioni. Sembravamo malati. Malati ma incapaci di staccare la spina. Guardavo i Tir con la consapevolezza che i loro ritorni a casa, affrettati e forse a loro modo felici, non avevano nulla in comune con la mia serata senza manco una lenticchia o un prosit. Li immaginavo sulla strada per quell’Est Europa che ancora non ci aveva azzannato le terga con la sua disperazione. Ci sembrava così lontana, dietro una cortina di ferro immaginaria che era caduta sì, ma non nelle nostre convinzioni.

Gente in maniche corte nonostante il freddo polare, gente con dei nomi quasi esoterici. Pjotr, Sergej, Petar, Augustin. Gente con i sandali e la bottiglia di vodka celata dietro il cassone del camion, tra due coperte e una rivista porno a pensare per quanti figli avesse ancora spazio la propria casa. O a lavarsi le ascelle con l’acqua gelida nei bagni di qualche posto di ristoro, salutando con un sorriso spento e gli occhi piccoli, iniettati di sangue e lampioni spenti. Vita immonda certo, ma sovente migliore della mia, che era impiantata da qualche parte e aveva bisogno di un’inversione a U, proprio come quella che avevo effettuato poco prima. Li osservavo parcheggiare negli ampi spiazzi, sperando avessero tutti qualche Ivanka o Anuta ad attenderli, una volta passati quei maledetti confini. Li fantasticavo alzare i bicchieri con la famiglia, tra un dolce fatto in casa con amore e maestria, una chiesa ortodossa, delle noci, fumo stagnante, la foto di Lenin o Tito e una congrua riserva di slivovitz da dividere con i parenti fino al quarto grado. Mi accontentavo delle Multifilter, io. E di girare in tondo, attendendo che quel benedetto scoccare di campane suonasse, per poter vidimare l’ultimo giorno dell’anno freddo come un Natale in casa Malavoglia. Quelli avevano una casa, lontana ma ce l’avevano. Io mi sentivo apolide e oltremodo insofferente. Inchiodato in un’interzona del cuore.

Scesi, acquistai due pacchetti di sigarette e all’ultimo secondo ordinai un caffè invece della sambuca, controllando con noncurante indifferenza tutti i Sergej riuniti davanti ad un bicchiere di qualcosa che – presumibilmente – era liquore alla prugna. Auguri, auguri. Pozdrav. Buon anno. Sťastný nový rok! Si salutavano tutti con una finta indifferenza, maledetti dalle occhiate dei commessi, infastiditi da quell’allegria che si accontentava di nulla, allontanandoli dal loro ritorno a casa. ‘Lo sanno tutti che in caso di pericolo si salva solo chi sa volare bene’ dirà Tiziano Ferro dopo qualche anno con una lungimiranza senza pari. Io ero impiantato a terra invece, e se ci ripenso mi si inchiodano le arterie sul guard rail. Mai passato un capodanno così di merda, a fare inversioni sulle triple corsie di un’autostrada, invidiando camionisti georgiani o del distretto di Blagoevgrad.

Tornai in auto da solo, non aveva nemmeno voluto scendere. Scorsi un viso da inquisizione e sedie elettriche, la solita irremovibile mancanza di favella. What the hell I’m doing here?

Accesi l’auto, la radio squittì quella merda di Walking On Sunshine di Katrina And The Waves che già trovavo irritante al momento della sua porca venuta e da allora e per sempre vidimerà il male. Volevo vomitare bile violacea. L’avrei preso a pugni quel frontalino così radioso nell’eruttare note. Aumentai il riscaldamento al massimo e – con il portacassette sulle ginocchia – estrassi ciò che speravo facesse al caso mio. Ci volle del tempo, tempo sottratto all’indifferenza di colei che stava scaldando con il suo regale culo il sedile del passeggero. Sembrava volessi attendere la mezzanotte nell’indecisione, ma non era così. No, non era così, semplicemente dovevo guadagnare tempo.

C’era un po’ di tutto dentro quel cubo di plastica, pezzi di esistenze che si potevano plasmare alla bisogna, giusto per raddrizzare le pieghe del cuore qualora avessero preso angolazioni di disagevole equilibrio. Ne guardai gli scomparti finemente colorati dalla lunga fila di nastri, esitando quella manciata di secondi in più che servirono a farla sbottare. Cartellino giallo per accentuata melina. Non potevo sprecare un un album e una C90, in quelle condizioni, così richiusi con cautela lo scrigno in segno di resa, avventurandomi verso casa. Non avevo voglia né di fingere allegria né di affrontare altre ore con quel Golgota addosso.

Ci salutammo sul cancello di casa con una rassegnazione d’altri tempi mentre tutt’attorno esplodevano fuochi d’artificio di campagna, colorando un orizzonte inutile. Auguri sì. Auguri anche a te. Buon anno. Poi me ne tornai verso la magione, sollevato e desideroso di portare a termine l’ascolto interrotto. Non vi era manco un pub nel catarro dove abitavo al tempo, e anche ci fosse stato ne immaginavo florilegio di ‘meu amigo Charlie Brown’, l’ultima cosa in vita di cui avevo bisogno: una spensieratezza inoculata a forza. Al buio della camera le tensioni parvero quietarsi, guidato dalle tenui luci della piastra Teac mi sentivo equidistante da qualsiasi equilibrio. Infine mi decisi: c’era un nastro arrivato in casa da qualche tempo, gentile omaggio della Dedicated in guisa di promo, genuflesso sulla mia pigrizia. Cosa saggia unire l’utile al dilettevole quando si è in un impasse mortale.

Mi erano piaciuti assai i primi passi di Joe Cassidy, umbratile cantore nordirlandese fattosi le ossa con un paio di pregevoli singoli su quella H.ark! Records di proprietà – come si può evincere dall’attinenza semantica – degli AR Kane. Dream pop terso e shoegaze oceanico, materie che non rientravano tra le mie preferenze ma con lui trovavano nuove prospettive e allora – diomio! – che The Honeymoon Suite fosse davvero la prima nuvola di suono sui cieli di quel 1996. Dal pulsare del mio materasso pensavo a quella faccia schifata mentre in lontananza gli ultimi rimasugli di fuoco esplodevano di gioia altrui. Io mi rintanavo tra i rintocchi di Mother Have Mercy invece, distillato di liquida iridescenza ambient ricamata su una parvenza di canzone pulsante di post rock. Pensavo a Joe Cassidy come un Van Morrison intento a contrastare il brit pop sventolando Astral Week. Vi sono dischi che vanno combattuti sul fondo di un bicchiere, slacciandosi la cravatta e offrendo loro il petto, immolandosi. The Honeymoon Suite è uno di quelli, e se solo una volta avete sentito puzza di bruciato provenire dal vostro cuore allora significa che l’incendio era già stato domato e che questo disco fa per voi. Per voi e le vostre braci febbricitanti che necessitano di carburante per una sprintosa ripartenza. Ne inspirai le sagome armoniche tutta la notte, giusto per vantarmi con gli amici di aver fatto le ore piccole anche io. Lasciai che i dieci brani gocciolassero in quel capodanno scudisciato di viltà. Passion Is The Only Fruit si irradiò nel silenzio con l’inclinazione di una canzone suonata per strada, l’urgenza di Cassidy colava prepotente da ogni anfratto in una fragile melanconia simil jazz, i chiaroscuri della mia camera annuivano e io proseguii con la calma del giusto.

Ghost In Your Shoulder danza in un mondo migliore come dei Dream Academy ai quali han tolto la neve di dosso. Esattamente ciò che serviva perché il sangue riprendesse a scorrere nelle vene e il cuore a pomparne velocità consona. All’arrivo di Flaming Burlesque le lacrime evaporavano lungo la via delle ore notturne. Quasi un anticipo cum grano salis di Coldplay o un angolo caldo tra i Cure di Disintegration e gli Oasis, con una tazza fumante stretta tra le mani. Cassidy unisce tutto con la sua liturgia per labbra secche, chiesa alla quale tutti ci siamo prostrati, perché per provare di avere un cuore bisogna che qualcuno venga a saccheggiarlo. Ladro che va ringraziato per averci adornato di stimmate, indossate a monito e futura memoria. Una collezione incisa sul corpo e buona per tutte le stagioni. Unwashed, Uncool si corica Boy from Ipanema per risvegliarsi Ghost In The Machine. Carolina And The Be Bop Revue bussa alla porta innevata dei Low, post rock pastorale che abbiamo abbandonato in fretta e furia, cozzando contro un mondo dove i petti sono puri e la musica guarisce.

Erano pensieri da convinzioni aliene quelli che sgorgavano alle prime luci del nuovo anno, disteso su quel materasso troppo duro, assaporando già la solitudine dei numeri primi. La mia relazione era finita lì, su quei sei minuti dove Astral Week e i Beatles si univano in un immaginario abbraccio gorgogliante ambient. Le fantasie erano finite, le speranze pure. Quella notte inspirai tutta l’aria che avevo a disposizione, acquisii coraggio e mi costruii una parvenza di scorza per affrontare i cambiamenti e il tenue mondo di Joe Cassidy, il mio Cindytalk degli anni novanta. Lasciai che fossero Deep South e i suoi rumori felpati, o la toccante Louis As Anna con il suo chill out da brughiera a farmi da guida. Da allora e per sempre. Se c’è un disco che sintetizza la perdita allora è The Honeymoon Suite, dove – a dispetto del titolo – l’abbandono assume la forma del probo. Le cose si chiudono prima che la porta sbatta con fragore. Ero pronto ad attendere, ci vuol più coraggio a prendersi la pallottola in corpo che a spararla. Mi rivolsi a Six Urchins e Botany Bay per farmi quel guscio, consapevole che grazie a quelle tenui armonie – sempre in bilico tra acustico ed elettrificato, tra un Prefab Sprout e un Costello vestito d’orchestre – avrei saputo acconsentire ai bivi altrui anche grazie alle canzoni. Soprattutto grazie alle canzoni, compagne fedeli che sanno declinarsi ovunque, persino sull’immaginaria crasi rurale tra Champagne Supernova e Kevin Rowland di Towns Come Tumblin’.

I Shall Hear In Heaven liturgica e rifinita d’archi pareva la messa di suffragio ad un amore sotto accanimento terapeutico; colsi la metafora, attendendo che chiudesse l’album in maniera perfetta, indicando la strada a come avremmo dovuto fare. Ho sempre avuto tutto il tempo del mondo per Joe Cassidy, la sua farfalla di rugiada e The Honeymoon Suite; l’avevo allora e lo conservo oggi che il mio futuro ha la parvenza di una candela che brucia da entrambe le estremità. Quella donna per dieci anni non l’ho più rivista, The Honemymoon Suite invece è ancora qui con me. Per sempre.

Michele Benetello

It can be done

Non erano capitati molti momenti da passare insieme senza una chiassosa compagnia intorno, momenti nei quali il sorriso ed il calore che sprigionavi rappresentavano una sorta di centro di gravità.
Quella notte invece il silenzio nel viaggio che affrontavamo su un’autostrada deserta era a nostra disposizione per essere colmato come più ci aggradava.
Intrisi emotivamente dei racconti di Carrie and Lowell fu semplice assestarci subito su un registro intimo come mai ci era capitato in precedenza. Avevi questa qualità, sapevi ascoltare (dio mio che rara qualità impagabile) e intervenivi sempre con un’osservazione mai banale anzi a rilanciare con ancora maggior profondità il tema affrontato.

Snocciolavamo titoli di film, dischi, libri.. emozioni, entusiasmi e delusioni mentre tu, infinitamente più giovane, prendevi nota mentalmente dei pochi nomi che facevo e che non conoscevi per poi, giorni dopo, mandarmi messaggi con le tue considerazioni su quello che eri evidentemente andato a cercare e studiare con una profondità che avrei voluto possedere alla tua età. Il casello di Borgo Panigale, neanche a dirlo, arrivò troppo presto a porre fine ad una inedita esperienza di vicinanza emotiva tanto profonda quanto spontanea.

Ricordo quando diverso tempo dopo ti affiancai in motorino, affannato con il tuo cappottone e l’onnipresente busta di dischi in mano, su via Castiglione mentre cercavi di correre da un locale all’altro nel minor tempo possibile per non perdere neanche una nota suonata.. “salta su ma sappi che sono ubriaco” lo apostrofai… “anche io Massi!” e scoppiammo a ridere mentre ci avviavamo sbilenchi verso il Covo.

Al locale ci arrivammo e questi due momenti, in mezzo ad altri, li porto in particolare nel cuore ora che è successo quello che è successo, una cosa che non riesco emotivamente ad affrontare neanche a distanza di tempo, che ha scavato un solco nel cuore di molti e che mai nessuno saprà sintetizzare in termini migliori, universali e personali, di come ha fatto Arturo sulle pagine di Rumore.

Una frase in particolare di quell’articolo è focale e riguarda il patto (forse) mefistofelico stipulato con la musica e quello che gli gira intorno. Il confine niente affatto scontato tra salvezza e dannazione.
Mi è tornato in mente in questi giorni inconcepibili ed inauditi che stiamo vivendo.
Cosa ne sarebbe di noi se non potessimo aggrapparci alla musica, ai film, ai libri che hanno punteggiato le nostre vite e quello che ci hanno insegnato o illustrato?
Senza, per dire, la tenacia di Repeater, la disperata dolcezza di Between The Bars, lo straniamento estatico di Only Shallow, la voglia di combattere e la gioia di vivere senza perdere umanità e tenerezza di Levi’s Stubbs Tears e It Can Be Done.
Non dico come mero riempimento del tempo immobile di questo periodo ma anche per non perdere di vista il senso di quello che siamo stati e che diventeremo.
Sarebbe peggio indubbiamente.
E per capire anche che, comunque, non è abbastanza. Aiuta, certo, ma non è abbastanza.
E allora?
Allora non lo so, non ho risposte, mai come in questo momento non ce ne sono.
C’è troppo in ballo.
Vite stravolte, dolore, paura, rabbia.
So solo che quei momenti dati quasi per scontati di benessere seduti in una sala cinematografica, davanti ad un palco o fuori da un locale con un bicchiere in mano nei quali saluti con un abbraccio gli amici perché un ciao è maledettamente troppo poco sono un pensiero che deve aiutarci a non perdere la lucidità e la giusta rotta.
A cui è indispensabile tornare.
Assaporando ogni dannato istante.
Può essere fatto.

Massimiliano Bucchieri

I dischi che piacciono solo a me, credo #53

Ari-UpDread More Dan Dead (Collision: Cause Of Chapter 3, 2005)

In The Beginning There Was Cagacazzi.

Ne ho incontrati di mentecatti, in questo ricettacolo di casi umani chiamato vita. E quasi tutti orbitanti attorno al mondo dell’arte, vera o presunta che sia: piccati rivoluzionari da salotto, egomaniaci Mastercard, anaffettivi attaccati al complesso di Edipo, imbrattamuri del cazzo, piccoli pezzi di guano foraggiati dalla partita iva degli antenati, compari di Campari. Gentaglia che non saprebbe pigiare il bottone dell’ascensore per tornare nella hall di un quattro stelle – prontamente recensito con stizza su Tripadvisor – ma che si sente in dovere di pontificare sullo scibile umano e che, probabilmente, in un qualsiasi paese dotato di buon senso e buon gusto sarebbe in tutt’altre faccende affaccendata. Tipo in coda per il reddito di cittadinanza urlando ‘onestah!’ mentre si vanta col fidato scudiero della sedicenne circuita nel backstage. Vi erano intere comitive di codesti agglomerati batteriologici circolanti dentro il pop rock italiota, ognuno provvisto del suo bel disagio da traslare conto terzi e della propria visione del mondo politicamente corretta – come se fosse un caffè, cristiddio – da imporre agli altri. Roba da farci una serie su Netflix, o mollarli su un bacino del Rio delle Amazzoni in attesa del Candirù. Non parlo esclusivamente dei vostri beniamini da festivalinoinoino indie o da tour dei quartieri del capoluogo provvisti di liturgico breviario alla Bono. Non solo quantomeno. Ce n’è ancora un’infinità di questi sesquipedali babbei, sebbene stiano progressivamente sparendo soppiantati da algoritmi, a dimostrazione che il progresso e la musica liquida almeno sono serviti a qualcosa. Poco, ma ce lo facciamo bastare. Sono certo abbiate anche voi la Top Ten del disagio rock italiota, la manata di ascari magni che negli anni vi hanno definitivamente atrofizzato i testicoli e fatto voltare il capo verso i Whitehouse o i Type 0 Negative (stronzo per stronzo almeno che lo sia totalmente). Inutile che fingiate di fare altro o che abbassiate il capo come se foste soggetti ad interrogazione di fine quadrimestre. Vi vedo che ce l’avete. Ne sono certo, ce l’avete eccome e dovrete portarvela appresso finchè morte (loro) non vi separi.

Come che sia questa meraviglia di Ari Up l’acquistai incidentalmente proprio da uno di questi cherubini del malessere in un mordi e fuggi che per fortuna non ebbe conseguenze se non quella di rimanermi appiccicato addosso con congruo fastidio. Mi dolgo assai nel ricordare codesti oscuri momenti, quando potremmo invece discernere di tutto il bello che il mondo delle canzoni ci ha inciso lungo tutta la spirale del dna, quindi vi chiedo di scusare lo sfogo, assicurandovi che non sono sempre così, ho anche dei difetti.

Era d’estate, come nella canzone di Sergio Endrigo. Le ultime vestigia di un’estate di metà anni zero, di quelle ancora intasate dall’entusiasmo delle possibilità. Avevo ancora il mangianastri in auto, rudimentale lettore di cassette non ancora soppiantato dal compact disc. Giusto per sottolineare il mio essere sul pezzo. Un’estate euforica ed ‘eurorica’, che quella strana moneta colorata era da non molto entrata in circolazione e tutti credevamo di avere un coefficente d’acquisto pari allo yen. Una di quelle calde come Iddio comanda e con pochi over sessanta dai pantaloni color terra di siena bruciata. Insomma, avete capito. C’eravate. C’eravate e probabilmente eravate intenti anche voi a schivare questi escrementi desossiribonucleici, magari con una bella miscela di C90 in auto (me ne ero fatta una fantastica titolata The Queen Of Eyes dove dentro cinguettavano Cha Cha Cohen e… scusate, sembro il Dottor Divago). Quelli che poi – puntualmente – vi siete ritrovati sui social. E come è dura la vita, passata in gran parte a dribblare tali emissari degli inferi. Ma non tutti i mali vengono per nuocere visto che mi imbattei nel caso umano oggetto della nostra discussione in quanto titolare di un negozio di dischi di stanza in una nota località di villeggiatura.

L’orario era quello della vasca serale sul corso, in un florilegio di tatuaggi e muscoli abbronzati, quello strano imbrunire che non è più meriggio ma non si può ancora vidimare come cena. Lo chiamano aperitivo. La porticina invogliava sebbene avesse un poster dei Blink 182, dei cofanetti strizzavano l’occhio dalle vetrine spartane, la noia bussava impellente e i Gin Tonic avrebbero tranquillamente aspettato visto che ero andato stramaledettamente lungo con i tempi. Potevo non entrare? Potevo non rimanere deluso davanti a 200 metri quadri di nulla? Anzi: di un brutto nulla? Una cattedrale nel deserto, edificata su magliette di dubbio gusto (Green Day, Skunk Anansie), cestoni da autogrill, poster che manco alla Standa dei tempi d’oro e un nulla spinto che era quasi prassi in quegli anni confusi. La discografia stava cambiando a passi veloci e nemmeno Darwin avrebbe potuto immaginarne l’evoluzione, di lì a poco. Nemmeno io, che stavo girando deluso. Delusissimo, estremamente deluso. Ero sicuro di riuscire a trovare il souvenir della vacanza (mi porto sempre a casa un disco da ogni luogo che visito) ma non c’era verso di scovare qualcosa di potabile in mezzo a quei Cardigans, Anouk, Luca Dirisio, No Doubt, dARI (ve li ricordate?) e Gazosa. A svettare su cotanto senno un probabile fan dei Muse in guisa di titolare. L’omuncolo mi scrutava sospettoso, ricambiato, in un gioco di specchi del cazzo. Illo forse pensava a una manovra di taccheggio, io invece ero certo fosse un cagacazzi epocale. Così, sulla fiducia. Sulla fiducia e su quei tratti somatici rancorosi e annoiati al limite del vilipendio. Ne ebbi conferma una volta avvicinatomi alla cassa, incuriosito da alcune vaschette con la dicitura ‘offerte’ in corpo 72. Manco fossimo stati in chiesa. Vaschette che stivavano al proprio interno a due euro (d-u-e-e-u-r-o) una bombazza di roba proveniente in massima parte della gloriosa distribuzione Wide Records (Iddio li abbia sempre in gloria, le mie preghiere serali e seriali non mancano mai di santificarne le gesta, la distribuzione e i manufatti). Cominciai a setacciare e annettermi gran parte di quel ben di Dio, un talamo dove in un meretricio di amorosi sensi le più disparate categorie della musica ‘che ci piace a noi’ s’accompagnavano. Di qualcosa ero fornito (Glomming Geek, Transmisia, Il Generale e Ludus Pinski, Yellowcake) ma parte di quel bottino era a me destinato (due nomi? Mark Stewart e la raccolta New York City Salsa). E per censo e per ‘virtute e canoscenza’. Ma non vorrei star qui a rovinarvi una giornata che immagino già incasinata di suo ergo mi concentrerò sull’espressione infastidita del sommo, visibilmente irritato dalla mia bulimica pila, pronto a piantare i gomiti sul bancone, magari credendosi Barry di Championship Vinyl. Con un’unica, piccolissima differenza: quest’ultimo spargeva per l’aere la Beta Band mentre il babbeo non aveva manco uno straccio di filodiffusione. Pezzente su tutta la linea. The Story of a Charmless Man. Sembrava gli stessi facendo un affronto personale. Lui era lì per appioppare i Luca Dirisio a bavaresi sprovveduti, non per farsi sottrarre via a due euro la Soul Jazz. Ero l’unico avventore di quell’ora che volge al desìo i commessi e forse per questo si sentì in dovere di cominciare un annoiato ma fastidioso interrogatorio che abbracciava in maniera funesta gran parte dell’umana esistenza, dai dati sensibili alla situazione sentimentale passando per il supporto fonografico preferito. Io la vedevo la legge sulla privacy – lì sotto – immolarsi con un rantolo. Era incazzato nero, l’arrogante bottegaio, e avrei davvero voluto esplodere con un tono metallico standard che “quando io ascoltavo i Dead Kennedys tu nemmeno bla bla bla”. Invece mi cassai la favella – ‘che le energie vanno sprecate per chi davvero merita – limitandomi a contare la pila sopra il bancone, seguito dalle convulse occhiate della persona che stava con me; occhiate che oscillavano dal ‘paga e andiamo via, è un babbeo’ a ‘che aspetti? Mandalo a quel paese‘. Non con queste parole. Sborsai quel foglio colorato e misi tutto dentro la capiente sacca che mi portavo appresso perché figuriamoci se il neurone aveva buste. Giammai.

Ma non poteva finire così. Lo diceva anche Ramazzotti Eros da Roma, l’uomo dalle adenoidi taurine: “e allora no non può finire qui, la vita inventerò ancora per un po’. No che non può che non può finire così, qualcuno troverò, E rinascerò” Mi bastava molto meno ma potevo capire colui che per una intera esistenza aveva anelato a una terra promessa; così – prima di uscire – perimetrando con lo sguardo la pulciosa cattedrale nel deserto sentii sibilare la mia accompagnatrice con un font chiaro ma neutrale (un Times New Roman corsivo, tipo) qualcosa che non ricordo con esattezza ma era pressochè riconducibile a ‘Ma che problemi ha questo pirla, che tu a 25 anni avevi già più dischi di questo postaccio’. ‘Già, e senza Luca Dirisio‘, mi trovai costretto a replicare.

Uscii con il mio cuoricino da ghepardo pascio, mi sentivo sollevato e libero di lanciare un’anatema al rancoroso titolare di partita Iva. Soltanto una volta arrivato a casa realizzai la portata di ciò che ero riuscito a far mio, con il valore aggiunto dato da un disco immenso e criminalmente passato sotto silenzio: quello di Ari Up. Inutile tracciarne curriculum o legami familiari, chiunque si sia mai trovato a passeggiare da queste parti ha dentro i propri scaffali l’esordio delle Slits (per inciso: sia lode e gloria a Dennis Bovell). Senza dilungarsi troppo: è cosa buona e giusta, quel disco. Così come è altrettanto buono e giusto Dread More Dan Dead, per noi, che c’abbiamo tutti un reggae da piangere. Il mio è questo. Disco enorme, provvisto di tracce in numero di 12 più un video a condire, di apertura alare congrua, di liquoroso levare in alto tasso alcolemico e di carbonara resistenza all’esposizione. Non se l’è filato nessuno, in soldoni, e sappiate che mi piange il cuore non aver potuto comunicare in alcun modo alla titolare come questa sua opera mi abbia accompagnato durante questi 15 anni. Non vi è cambio di stagione o periodo che oscilla dall’euforia alla paturnia che Dread More Dan Dead non si sparga per la casa con quel suo saltellare al sanguinaccio, quei carpiati lovers rock, quei martedì grassi di dancehall, quell’electro sguincia sotto falso nome. C’è del punk, c’è del dub, ci sono afflati politici e ninne nanne d’amore folk, colorate filastrocche e ritmati accenni jungle. C’è della techno apolide e dell’electro in candeggio. C’è tutto quel mondo di Ariane Daniela Forster che abbiamo imparato ad amare e seguire saltando in una gioiosa e giocosa ribellione sin da quell’imprescindibile ‘taglio’ sfregiato al mondo da quella meravigliosa congrega di caramello nucleare chiamata Slits. Siamo da quelle parti, solo nell’altro emisfero e con le unghie ripulite dal fango di quella copertina.

Molotov felici, lamette con i petali e guerrieri fioriti (True Warrior, dedicata al compagno deceduto), di questo è fatto Dread More Dan Dead. Un disco – nonostante tutto – pieno di gioia di vivere, come si evince sin dall’iniziale Baby Mother dove su una base di zabaione, ganja e zenzero Ari è libera di scorrazzare su prati trip hop, electro e dub&bass in una felicità contagiosa. Ma è proprio True Warrior il pezzo forte di un disco che fa della serenità la sua arma mortale, reggae ventricolare in un declamare di preghiere e amore. Un solo amore. One Love. Exterminator ha la statura di una colonna sonora post-apocalittica innescata su suoni sinistri pronti a deflagrare in pieno petto a Me Done (ma non sarebber perfetto Tiga qui dentro?) e Young Boy. Che con due canzoni così ci fai una zuppa di rocksteady. Vi vedo che state scuotendo la testa e con essa degli immaginari dreadlocks. Bashment è già un’intelaiatura trap solo che indossa le culottes di Rihanna e agita le terga negli sobborghi di Kingston. Kill Em With Love pascola sui prati del lovers rock e non ho difficoltà ad immaginarla in una top ten britannica post Brexit mentre Allergic è un Atari Teenage Ari(ot). Però no. Can’t Share suona come delle Bananarama incazzate e sia chiaro che è un complimento. Can’t Trust the Majority Mass si spiega dal titolo e dagli intricati zampilli ritmici che vi fanno sudare le orecchie. Uno strumentale di Baby Mother buono per tutte le stagioni (da James Bond a Goldie) e la traccia vocale di Me Done sigillano l’ultima avventura di Ari prima di lasciare questo mondo.

Mi manca, la smilza figlioccia di Lydon, quella che ebbe per padrini Udo Jürgens e Jon Anderson. La Baby Whitey di Woman Wheh Yu Pride ma anche la Rude Girl quattordicenne pronta a farsi insegnare da Joe Strummer i primi accordi sulla chitarra. Mi mancano le sue arrabbiature in levare e il suo carattere dinamitardo, fuori dalle righe e – spesso – talmente irragionevole da portarla ai limiti, come quando decise di crescere i due figli nella foresta del Belize, costringendosi poi a darli in affido a Nora e a Lydon in quanto incapaci di leggere e parlare correttamente. O ancora la Ari Up che, già malata – pur di non perdere i dreadlocks – rifiutò qualsiasi cura chemioterapica preferendo affidarsi ad uno stregone giamaicano. La Ariane Daniela Forster; una Typical Girl, proprio.

Sono dieci anni esatti che Ari Up non è più tra noi, e cinque in più dalla scoperta in casa dell’arrogante bottegaio, capitolato pochi mesi dopo quell’infausto giorno per manifesta inferiorità. Con lui sono spariti tutti i Luca Dirisio del mondo. Al posto dei 200 metri quadrati di nulla ora credo ci sia un negozio di cornici. Già me lo vedo quel poster dei Blink 182 racchiuso in una elegante intelaiatura del secolo scorso.

Michele Benetello

Catartica – Il mondo di prima

«Ma, tu ti ricordi il mondo di “prima”?»
«Certo che me lo ricordo, che domande… avevo più di quarant’anni quando tutto è successo.»
«Sì, lo so, certo. Ma, intendo, te lo ricordi ricordi? Nel senso, se chiudi gli occhi vedi tutto quello che mi racconti o sai che è successo? Anch’io so che esistevano i concerti nei locali, tutti ammassati a sudare assieme – che mi fa anche un po’ schifo, non so come facevate a stare tutti pigiati con un sacco di sconosciuti, bleah, ma comunque – ho visto i video, le foto, c’è tutto in rete.»
«Esatto, anche tu puoi vedere tutto quello che ho visto io. E pensa che quando ero ragazzo si fumava pure in quei posti. Tutti sudati e pure affumicati!»
«Mi fai ridere.»
«Per fortuna. Voi giovani non ridete mai, almeno, quelle poche volte che vedo dei giovani che non sia tu, mi sembrano tutti così tristi…»
«Ma no, sono solo degli atteggioni. Ma, quello che volevo dire è: ti ricordi quelle cose, tipo che puoi ancora sentirle? Sentire gli altri addosso? Le vibrazioni delle casse? Quelle vere, intendo, non la musica 32 d che sentiamo adesso che “simula” anche la vibrazione del pavimento quando ci sono certe frequenze. Intendo, le senti?»
«Certo, tesoro. Ovvio che le sento. Non si dimentica quello che si è vissuto.»
«Ma è proprio questo, papà, che vorrei capire: io dimentico. Dimentico tutto. Se non ci fosse il diario digitale che mi ricorda le cose, credo che mi dimenticherei anche le facce dei miei amici. Come fai tu a ricordare cose che sono successe più di quarant’anni fa e “sentirle” ancora?»

«Non lo so. Questa è una bella domanda. Mi viene da dire che io le ricordo perché le ho vissute così, sulla pelle, a contatto. Toccare. Una cosa che voi ragazzi del “dopo” sapete poco. Toccare a caso, toccare per sbaglio. Te l’ho raccontato mille volte dei bistrot a Parigi dove io e tua madre andavamo sempre e di dove lavoravo io: la fila fuori dalla porta e i tavoloni grandi.»
«Sì, e le tavolate con gente sconosciuta che si sedeva a dieci centimetri uno dall’altro.»
«Sì, lo so che te l’ho raccontato mille volte. E, i tavoli erano così affollati…»
«Che ci si sbatteva contro per forza.»
«E persone che non si erano mai viste si trovavano a toccarsi e, quindi, a parlarsi. Ti passavi il sale e attaccavi bottone. Ci si toccava per chiedere scusa se giravi l’angolo e, distratto, sbattevi contro qualcuno. Ci si toccava se eri in fila al pub, ai concerti, sai quanti ne ho fatti con qualcuno letteralmente appoggiato addosso? Qualcuno mai visto prima e che mai ho rivisto dopo.»
«Senza contare il sesso.»
«Già, senza contare il sesso. E che noi eravamo più bacchettoni dei nostri genitori, ma era normalissimo incontrare una al bar e finirci a letto e, magari, non incrociarla più per anni. O mai.»
«I miei compagni di facoltà ci farebbero la firma col sangue e poter tornare indietro di una trentina d’anni, al 2010 o giù di lì. Mi ricordo quella foto: come si chiama il locale in cui andavi sempre e c’era la fila sulle scale per entrare?
«Il Covo, a Bologna.»
«Vero. E quello della maglietta dei METZ che mi hai regalato? Non l’avevi comprata sempre a un concerto?»
«Sì, certo. Al Freakout. Ne sono uscito con un orecchio che mi fischiava e non ha smesso per due giorni. Avevo paura di essere diventato sordo.»
«Ah ah ah, che matti che dovevate essere. Forse per questo ti ricordi le cose: perché eravate matti.»
«No, amore, me le ricordo perché le ho sulla pelle, perché si vivevano con la pelle e sulla pelle. Perché tutto era toccare ed essere toccati, dentro e fuori.»

«Vorrei che mi abbracciassi, papà.»
«Presto amore, appena torni a casa.»
«Quest’anno sembra che non sia particolarmente aggressivo. Dicono che forse coi primi caldi si potrà addirittura uscire senza tuta.»
«Lo so, l’ho sentito anch’io.»
«Non mi dire che ti sei rimesso a guardare i telegiornali!»
«No, no, tranquilla: è da metà anni ‘20 che non guardo un tg, da poco dopo che sei nata tu. Tua madre m’informa. La rete non posso staccarla che è obbligatoria, e poi senza non potrei vedere te. Anche se vederti attraverso lo schermo…»
«Lo so, lo so, papà che ti disturba.»
«Non è che mi disturba, è che poi mi manchi.»
«E ti ricorda di quando tutto è cominciato e tu eri a Bologna e la mamma a Parigi e per settimane…»
«Mesi, amore. Sono stati mesi.»
«Per mesi, dai però solo un paio…»
«I due mesi più lunghi della mia vita.»
«Per mesi vi siete visti solo attraverso lo schermo del portatile. Pensa che almeno adesso con la tecnologia che c’è possiamo simulare un sacco di cose. Con gli ologrammi possiamo guardarci non solo in faccia. Anzi, tiene bene la rete lì in mezzo al niente dove state tu e mamma? Se il segnale oggi è forte ci facciamo una passeggiata?»
«Sì, il segnale è al massimo e poi io e tua madre non stiamo in mezzo al niente, la casa della nonna te la godresti anche tu adesso: io stamattina ero fuori a tagliare l’erba del prato e sentivo gli uccelli cantare, il rumore del torrente che scroscia. A loro non gliene frega mica niente di noi chiusi nelle nostre tane per paura del virus…»
«Hai ragione, lì è bellissimo. Allora, andiamo?»
«Si, dai, Sofia. Dove?»
«Bosco? Città? New York del ’30. Del ’30 del ‘900 intendo, e andiamo a vedere se incrociamo Capote?»
«No, no, ormai l’algoritmo l’ha capito e quando ci vediamo lì se non sbatto contro Capote che passeggia, di sicuro vedo Hopper in un bar o c’è una lettura di Fitzgerald in qualche teatro. Ormai lo so e mi prende male.»
«Allora, dove?»
«La nostra spiaggia?»
«Sì, dai. Aspetta che preparo. Hai il casco?»
«Sì, lo metto?»
«Metti, metti che sono diventata velocissima. Un minuto e siamo sui sassi.»
«Ci sono.»

«Eccomi. Ciao papà!»
«Ciao tesoro, come sei bella!»
«Come se non ci fossimo visti fino a un secondo fa.»
«Le cose belle…»
«Bisogna dirle ogni volta che ci si pensa. Lo so, me lo ripeti da quando…»
«Hai tre anni. Lo so anch’io: mi ripeti che ti ripeto le cose da quando ho cinquant’anni. E ormai ne sono passati un bel po’.»
«Facciamo due passi? Saliamo fino alla chiesetta?»
«Sì, ho ancora abbastanza fiato, direi. E poi, mica cammino davvero, no? Senti il rumore del mare. È quello lì, quasi quello che sentivo qui venticinque anni fa.»
«La mamma sta bene?»
«Sì, è di là che cura le rose, lo sai quanto è fissata.»
«Ma non eri tu quello fissato con le rose?»
«Certo, ma mi piace dar sempre la colpa delle mie fisse a tua mamma.»
«Ah, ah, che belli che siete. E che bello sarà quando la connessione sarà abbastanza potente da poterci trovare tutti e tre assieme.»
«Che bello sarà quando potrai tornare a casa e stare un po’ con noi davvero.»
«Lo sai che verrei anche domani. Ma poi, come faccio? Due settimane di quarantena lì con voi e altre due qui quando torno. E poi costa tantissimo l’aereo.»
«Che ridere, pensa che quando ero bambino io gli aerei costavano più o meno come adesso. Appena poco di meno, ma si viaggiava tutti attaccati lo stesso. Poi, quando avevo trenta, quarant’anni volavi al costo di un pranzo fuori, spesso a meno. Una volta sono venuto in Francia per trovare tua madre e ci siamo incontrati proprio in aeroporto qui vicino e io avevo speso meno a prendere quell’aereo per fare mille e passa chilometri, che lei per un’ora di bus da Parigi. A pensarci, era un mondo strano anche quello lì, in effetti.»
«Che bello poter girare così tanto senza pensieri.»
«Sì, il mio più grande dispiacere per te, Sofia, è proprio questo: che il tuo mondo è tornato grande e lontano com’era cento anni fa, anche se completamente connesso. Siete ovunque in ogni momento, ma non potrete mai andare veramente nei posti che visitate ogni giorno con questi ologrammi e la realtà aumentata e il virtuale e tutti quei programmi che non so usare.»
«Lo so. E credo che dispiaccia più a te che a me, che a noi: per noi è sempre stato così. Non ci mette la malinconia che mette a te camminare su questi sassi e non poterli prendere in mano. Ci basta la sensazione di sprofondare coi piedi fra di loro, di più non abbiamo mai avuto ed è difficile rimpiangere ciò che non si conosce.»

«Lo spero. Io ho sempre sentito la malinconia per ciò che non conoscevo, ma, in effetti, non molti capivano questa cosa. Meglio così, spero che abbia ragione tu, amore mio. E, poi, chissà: io non smetto di sperare che tutto finirà. Noi, dopo la grande crisi abbiamo avuto qualche anno di ripresa prima del lockdown definitivo, dopo la seconda mutazione del virus.»
«Quando sono nata io, no?»
«Poco dopo. La prima era stata aggressiva ma poco contagiosa, si erano solo ristabilite le misure di contenimento della prima volta: distanze nei ristoranti, chiusi i cinema e le sale concerto, ingressi uno per uno nei negozi. È allora che tutto è cambiato. C’è chi dice che lo hanno fatto apposta, per creare questo mondo di isolati su cui dominare è ancora più facile, a cui vendere servizi diventati indispensabili come la consegna a domicilio, l’energia, internet. Io non lo so, ma mi sembra folle. Però sono vecchio e tutto mi sembra folle da molti anni. Mi sembrava folle anche allora.»
«Non sei vecchio. E, cosa ti sembrava folle allora?»
«Bah, un sacco di cose, tesoro. Gli allevamenti di maiale così intensivi da avere centomila bestie ammassate in uno sterminato capannone, animali nati e messi in un box fino al giorno del macello. O batterie di galline in gabbia, una sopra l’altra per decine di metri con luci che si accendevano per simulare il giorno e la notte per far produrre uova. E queste masse, forse, sono state colpevoli della diffusione dei virus in questo secolo: troppi animali troppo vicini e in un lampo un virus si diffondeva più della peste nel Medioevo. E tutto questo perché bisognava poter pagare un hamburger un dollaro come pubblicizzava McDonald’s, la benzina che inquinava ma doveva costare poco e per duecento anni ci siamo mossi e scaldati bruciando petrolio e gas, come se le tecnologie non permettessero altro.»
«In effetti, non era un mondo molto sensato neanche allora.»
«No, non lo era e credo sia questa la causa del mondo in cui vivi tu: quello che vi abbiamo lasciato è la spazzatura di un secolo, di quando vivevamo prima da irresponsabili perché ignoranti e poi da irresponsabili colpevoli perché sapevamo cosa stavamo facendo al pianeta, ma lo facevamo lo stesso perché le regole del mercato volevano così.»
«E la Terra si è ribellata.»
«In un certo senso, sì. Non credo che il pianeta possa avere una coscienza e aver prodotto un virus per farci fuori, però la storia è andata così: abbiamo spinto troppo sull’acceleratore, ci siamo allontanati troppo dalle leggi del pianeta e come Icaro al cospetto del sole cadde, così noi abbiamo creato le nostre condanne. E, adesso, tesoro mio, ve le beccate voi. E a me questo spezza il cuore e lo stomaco.»
«Non è colpa tua.»
«No, ma è stata colpa nostra. Di chi ha la mia età e rideva di chi profetizzava catastrofi. Lo sai che a fine anni Ottanta facevo il volontario per il WWF? Ero solo un bambino, ma avevo letto un articolo su di un giornale che diceva che con quel ritmo di inquinamento, nel giro di cinquant’anni Berlino avrebbe avuto la temperatura di Bagdad. Allora, prima del 1990, a Berlino la temperatura d’inverno scendeva di venti gradi sotto lo zero e più e tutti a sbeffeggiare chi la pensava come quel giornalista e chi parlava di ambiente, di coscienza. Poi cominciò davvero a fare sempre più caldo, ma quasi ci piaceva poter star seduti fuori dal bar in tutte le stagioni. Poi cominciammo a preoccuparci, ma era già troppo tardi e malgrado tutto, tanti continuavano a deridere chi faceva la raccolta differenziata della spazzatura, chi stava attento a cosa comprava, chi parlava di etica dei consumi. Oggi a Berlino a gennaio si gira con la giacca di pelle e d’estate si superano i 40 gradi, poco diverso da com’era Bagdad nel 1990. Siamo stati prima stupidi e poi criminali. E questa è la colpa che le generazioni della fine del ‘900 devono portare addosso.»

«Ma non è colpa tua, papà. Non puoi tormentarti per questo.»
«Sarebbe comunque inutile: troppo tardi. Chissà che la lezione sia servita. Chissà se la gente capirà. Chissà se questo sistema pazzo finirà. Forse, per fortuna, siamo alla fine; forse voi farete in tempo a vedere un mondo diverso, a fare un mondo diverso: quello che io ho sognato tanto tempo fa, quello che noi vecchi non siamo più in grado di pensare.»
«Chissà. Chissà se sapremo come si fa a stare fuori casa tanto tempo.»
«Già, chissà. Ma io lo sogno ogni notte. Lo sogno per te. Vorrei che potessi camminare su questa spiaggia e fermarti a raccogliere un sasso, sentirlo freddo e liscio nel palmo della tua mano e poi lanciarlo in acqua, contro un’onda, solo per il gusto di farlo. Perché tanto l’onda lo ributterà sugli altri, qui sulla spiaggia.»
«Papà, va tutto bene? Mi sembri triste.»
«No, tesoro, tutto bene. Sono solo un vecchio rimbambito e mi commuovo a pensare a certe cose. Quando sarò del tutto rincretinito che mi verranno i lacrimoni per ogni cosa, buttami nel mare!»
«Ah, ah, che tipo che sei. Che bella la vista da quassù. E senti che vento freddo.»
«La prima volta io e tua madre ci siamo seduti proprio qui e c’era un vento spaventoso e abbiamo parlato di te. Ancora non sapevamo se ti saresti chiamata Emma o Sofia.»
«Fu quella volta che dovevate andare a Parigi e poi tu hai deciso di venire a Nord per vedere il mare?»
«Sì, quel magnifico colpo di testa. E tua madre, che non è poi tanto seria come sembra, faceva quella che “forse non è il caso” ma non stava nella pelle e l’ha trovato lei questo posto. Lei è sempre stata magica per trovare la meraviglia che gli altri non vedono, quella dietro l’angolo di cui nessuno si accorge.»
«Che bello quando mi racconti, papà. Io sono stata qui da piccola, vero? Intendo qui per davvero.»
«Sì, certo: ogni anno finché si è potuto siamo venuti qui tutti e tre. Direi ameno tre volte o quattro. Ma dovresti chiedere alla mamma, lei si ricorda tutto, altro che io. Noi venivamo qui ogni anno e abbiamo continuato con te.»
«Vorrei abbracciarti, papà.»
«Non sai quanto lo vorrei io. È per questo che poi questo coso dell’ologramma mi mette di malumore. Ti vedo a un palmo da me ma non posso toccarti. Lo sai, noi vecchi che tutto passa per la pelle contro la pelle non ce ne facciamo una ragione.»
«Ma smettila di dire che sei vecchio, papà: hai sessant’anni. Ma anche io non vedo l’ora di stringerti.»
«Sessanta passati e volati. E mi sento vecchio, ma non importa. Guarda che onda, laggiù! Qui si veniva a fare surf, una volta abbiamo visto due ragazzi che avranno avuto la tua età uscire dal mare con il surf a febbraio, o marzo. Faceva un freddo che noi stavamo sulla spiaggia coi cappotti e loro erano andati a farsi una surfata.
Allora, te l’ho già chiesto, ma quando pensi ti fermarti un po’ a casa?»
«Non lo so. Forse per Pasqua. Se riesco a organizzarmi con gli esami e la tesi posso stare tutto il tempo che serve per fare la quarantena da voi e poi di nuovo da me a casa. Per l’università non c’è problema, però dipende da come continuerà in queste settimane.»
«Da com’è quest’anno. Ovviamente.»
«Dicono che forse non sarà brutto come quello dell’anno scorso.»
«Dicono così. Speriamo sia così. Che bel sorriso che hai, Sofia.»
«Che bella luce. Inizia a tramontare il sole.»
«Sì, magnifica. Sembra vera.»

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #52

Alice In SexlandAlice In Sexland (Casal Gajardo 1991)

Inutile accapigliarsi nel fare approfondite ricerche in rete, vi trovereste sommersi da pagine di manga giapponesi (quando va bene, dacchè esiste un fumetto con un nome simile) o di porno fantasioso ed equilibrista (e non è detto che sia un male). Non sono state tramandate notizie in misura abbondante e congrua riguardo quel disco da pomi d’ottone e manici di scopa a nome Alice In Sexland, banda inspiegabilmente scomparsa tra le pieghe del tempo a dispetto di un esordio incredibilmente variegato. Godurioso assai aggiungo, e che potrebbe fare la gioia di tutti i trenta-e-qualcosa innamorati dell’indie rock più sbilenco e inclassificabile. Gli Alice in Sexland, già. Banda che sei lustri orsono, mese più mese meno, era la ‘grande cosa’ sotterranea del rock italiano. Ma grande davvero, per quanto apostrofarli semplicemente rock sia delitto di lesa maestà dinanzi a cotante diagonali armonie. Eravamo tutti convinti fossero destinati a gloria magna, capitalizzando intuizioni personali che pochi – allora come oggi – avevano avuto il coraggio di affontare. Invece la vita è come è perché è stata come è stata e Alice rimane nome dimenticato, scivolato a valle, nascosto da tonnellate di ciarpame ‘italiano cantato in italiano’ di cui i mercatini van ghiotti (nel pagarveli 3 euro) e fieri (nel rivenderveli a 25). Ed è un peccato – ma anche una fortuna per gli sprovvisti, magari a causa di striminzita anagrafe – che al costo di un foglio da cinque possiate ancora portarvi a casa questo incanto nel fulgore del vinile gatefold.

Il 1990, anno sabbatico e screamadelico, guado e Giano Bifronte tra un prima rigido e conservatore e un dopo anarchico e (volendo) danzabile. Gli Alice In Sexland erano lì, perennemente in equilibrio, indecisi sulla direzione da intraprendere e per questo pronti a crearne una interamente ascrivibile a loro. Laddove tutti diaframmaticamente litfi(s)bavavano loro andavano ad abbeverarsi in mari di LSD & MDMA, di heavy appuntito, progressive saltellante, cantautorato eccentrico (chi ha detto Kevin Ayers?) e di ritmiche indolenti. Un casino, insomma. Ma un casino bello, eccitante, strappamutande, persino fastidioso nella sua bulimia sonora. Misteriosi, sessualmente arroganti, mancuniani nei fraseggi, prog(ressisti) nelle involuzioni. Insomma: unici in un panorama che davvero stava cominciando a creare scene, scenette e canoni standardizzati. Parevano una comune di viveur in bolletta, guidata da quel Michael Hutchence nebbioso a nome Davide ‘Marte’ Martinello, sempre Eight Miles High e dal personale vocabolario convesso che puntualmente si riversava nelle fumose liriche da bardo seicentesco. Credo di averli visti in azione una mezza dozzina di volte, all’epoca, e credo che in nessuna di queste volte io mi sia sentito soddisfatto appieno. Non mi piacevano, o meglio: non li capivo. Troppo molli per il mio sciocco sentire asserragliato su un sistema binario che andava da 808 State a EON e viceversa. Eppure continuavo a seguirne le gesta sui palchi; intrigavano, ammaliavano, erano una sorpresa continua. Potevano incazzarsi tra loro (accadde: al Fener Music Festival) e poi raccontare fiabe surreali di copule tra gufi e civette. Ma era il 1990, no? Dove nulla era vero ma tutto era permesso; anche avere la lungimiranza magna di acquistarne comunque il debutto (uscito dopo Let’s Roll Another One, nastro autoprodotto) e provare ad approcciarli cum grano salis al ritorno dal negozio, nel caldo della fumosa magione. Ed è lì, tra quei tormentati scaffali e quel bradisismico periodo, che ne compresi la reale grandezza venendo risucchiato dentro i solchi di un mondo surreale.

Prodotto da Carlo Casale di Frigidaire Tango fama assieme a Alessandro Pizzin dei Ruins l’eponimo debutto su ellepi dei transumanti rockers di stanza tra Padova e Rovigo (indecisi anche nella geografia) è davvero qualcosa di alieno e avverso per l’Italia di quegli anni. E come provare ad innescarveli addosso senza usare iperboli fuori luogo o sembrare il solito vetusto retromane? Immaginate la recente svolta dei Jennifer Gentle soltanto con un amore a sottendere verso band del sottobosco coevo (Telescopes, Thousand Yard Stare). Immaginate gli immensi e autoctoni Gurubanana/NanaBang (ne parleremo approfonditamente, prima o poi). Immaginate un inconsapevole anticipo di Janes’s Addiction e Flaming Lips (assieme) o un Syd Barrett felice d’ecstasy ai tempi del Madchester. Immaginate i Teardrop Explodes (quelli di Everybody Wants To Shag, ovvio) assieme a Le Orme di Verità Nascoste e gli Eat di Sell Me A God. O i They Might Be Giants nati nel delta del Po(p). O. Immaginate, potete. Psichedelici loro malgrado, pop in senso lato, heavy nelle sortite, lenti ma capaci di accelerazioni armoniche improvvise. Freaks in un mondo di rockers, con glam e un po’ di Canterbury nella zip dei pantaloni e organetti Doors/Inspiral Carpets a massaggiar loro il culo mentre ficcano le dita nel naso degli Yes. La porca Alice è questo, ma è anche molto di più. È l’indugiare in lunghe suite o in canzoncine perverse, è una sorta di indecisa gang bang tra il Banco del Mutuo Soccorso e i primissimi Blur, è un’invasione di arpeggi, accordi, cambi di tempo. E pop. Tanto pop. Ma un pop che viene da lontano e forse neanche dall’America (ma ci sono i Doors) che è lontana, dall’altra parte della luna. Facile allora farsi prendere la mano da fantasmi albionici: e se di Barrett e Ayers già s’è detto (ma loro non sarebbero d’accordo) vi aggiungo coriandoli baggy di Donovan col Fentanyl. L’Italia comincia ad accorgersene in quel sgomitare di decennio, il pubblico accorre sempre più numeroso, finiscono addirittura alla TV cecoslovacca per un esibizione che ancor si mormora ‘fantasiosa’. È tutto pronto, manca il disco. Sono appunto i corregionali Casale e Pizzin a prendere in mano e imbottigliare l’esotica essenza freak del quartetto (con l’innesto alla batteria di J.M. Le Baptiste di Frigidaire Tango) in studio. Ne emergono, tra doppisensi hardcore e pericolose marcette pallide, con una meraviglia unica, simil-paisley e irripetibile. Difatti non si ripeterà.

Ornato da una copertina a metà tra un manga tetragono (eccoli), un’opera incline a Emerson Lake & Palmer o Yes e una sigla per cartoni animati bizzarri si entra subito nel mondo strampalato e bislacco di questi bizzarri Duchi della Stratosfera padana. Quarantasei secondi di intro psych come il caramello che cola dalle cosce di Judy Garland e già partono fuochi colorati con la suprema End Of His Nose dove già ti immagini al Marquee nel 1974 a sputare sangue e sudore sopra un riff killer sul quale Marte cerca disperatamente la sua Alabama Song prima che la canzone svicoli altrove, rincorsa dai nostri. Che inseriscono anarchici spezzoni di XTC, Walt Disney (Bibbidi Bobbidi Boo!), un ponte (di corde) che oscilla pericolante tra Santana e la Mahavishnu Orchestra e una chiusura che profuma di patchouli. Ma mica è finita, aspirate profondamente e rilassatevi davanti a quella Hail To Thee che dorme serena e umida tra le lenzuola del Morrison Hotel prima di trasformarsi in qualcosa di croccante alla Happy Mondays. Non fai in tempo a gioirne che The Sentinel spariglia. Farebbe invidia a Damon Albarn o al pardo Jason Pierce ma è troppo pigra per sventolar loro addosso cotante armonie. Ladies and Gentlemen we are floating in Sexland. Svogliata e svagata si invola dalle parti di una immaginaria marcetta sudista da blues cubico diretto da Julian Cope. This is the story, this is the glory. The story and the glory will never die. Cadere nei misteri e nel bianconiglio superdotato che si fa giga irlandese di Do You Believe In Magic? o ancora nella dermatite da solchi Gong di The Itch-Hitcher (And The Legendary Discovery Of The Water) è un’esperienza lisergica e sibillina. I sei minuti di Spiderella si vestono malsani e balcanici dentro una filastrocca buona per uno spezzone drogato di Fantasia diretto da Stan Ridgway o soltanto i Mekons di Crime And Punishment. Sei minuti nei quali cambiano timbro e registro più volte innestandovi un rizoma di pop italiano ai limiti del prog e della PFM. O Here I Am! che chiude in bellezza tra strani drappi di brit pop d’ansie. Avete l’emicrania, vero?

Parrebbe fatta dinanzi a cotanto (fuori di) senno armonico, eppure, nonostante una bulimica caccia da parte delle etichette, la cosa non quaglia e anzi: Marte – vero direttore d’orchestra del pornazzo – è insofferente, si tuffa nell’elettronica, poi riemerge ma ha fame di suoni. Si sciolgono, anzi no. Si fermano tre anni, un’enormità per la grande corsa del treno rock and roll. Quando tornano, nel 1995, con il nome Aliceversa e la forzata conversione all’italico idioma è finito tutto. “Perché di solito Alice dava degli ottimi consigli, poi però li seguiva raramente”. O solamente perché dopo un orgasmo vi è un fisiologico periodo refrattario a seguire. Ore Disturbate (Pick Up, 1995) perde tutta la rubiconda follia dell’esordio assestandosi su una onorata manovalanza in odor di rassicurante e metallico hard prog.

Di Alice si sono perse le tracce suppergiù 25 anni fa tra un Brucaliffo, una Lepre Marzolina, un Cappellaio Matto e le più disparate categorie di Youporn, dove qualcuno – magari svagato come questi Paperoga del pop italiano – ci inserisce pure Blonde On Blonde. Le otto tracce di Alice In Sexland invece si spargono ancora ariose, bizzarre e contemporanee oggi più di allora, nonostante i quasi trent’anni di onorata – seppur vergognosa – sottoesposizione. Provatelo. Il sottoscritto, Xhamster e il Gatto del Cheshire lo consigliano assai. Credo dovreste essercene grati.

Bada al senso, e i suoni baderanno a se stessi” (Lewis Carroll)

Michele Benetello