I dischi che piacciono solo a me, credo #56

The DandysSymphonic Screams (Artificial, 1998)

Le diciotto di un sabato pomeriggio primaverile di fine anni novanta, un imbrunire di pollini e buone intenzioni. Vi è un ragazzo arrampicato su quelle intenzioni in saldo, non è più un adolescente ma nemmeno può ancora considerarsi completamente adulto, nonostante l’età. È costretto lì, in un limbo agrodolce, a starnutire sull’insieme dei microgametofiti prodotti dalle spermatofite. Vaga noncurante tra la schiuma dei giorni, attendendo un segno del cielo o del destino per accorparsi in una parvenza d’uomo. Non lo sa ancora, sta solo cercando di allacciarsi una cravatta amaranto in maniera congrua, segno distintivo del suo approcciarsi al week end. Un dirty weekend. Sovente poco edificante, appunto. È bravo a subirne gli effetti, specializzato nel rincorrere gli eventi soltanto per ritrarsi sdegnato una volta che questi siano conclusi, perché gli errori sono solo intenzioni nascoste. C’è ancora un pulviscolo di luce nell’aria, riflettere esile tra i chiaroscuri di uno specchio troppo piccolo, dove il nostro caparbiamente cerca la quadratura del cerchio, o soltanto il nodo perfetto. Pensieri che tracimano mentre decide che un piatto di riso in bianco sarà il suo parco desinare prima di uscire con il cuore stivato di quelle buone intenzioni di cui sopra. È conscio di averlo detto anche la sera prima, è una delle poche cose che ricorda, quindi conosce bene la materia. Lo dice sempre. “Il pretesto lo sai, quattro dischi e un po’ di whisky”. Ovvero una manciata di ore al bar del quartiere, un’altra manciata in un club appiccicaticcio che odora di fumo, sudore ed essenze dozzinali (la scelta del profumo significa molto, ricordatevelo sempre), un caffè alle prime luci dell’alba e un mesto ritorno a casa con la propria sbiadita e sudata Sacra Sindone impressa addosso. Li ha contati quei dirty weekend, sono all’incirca venti fino a quel giorno di primavera, intervallati da delle camere di decompressione che il suo corpo a intervalli regolari richiede. Stavolta è diverso, si dice. Stavolta il Southern Comfort sarà in morigerata quantità – q.b. come nelle ricette – e gli screwdriver in numero di due. Lo screwdriver, la pizza margherita dei cocktail, semplicità fattasi verbo: 10 cl di succo arancia e 5 cl di vodka. La perfezione allo stato liquido. Tutto questo nonostante gli amici già incalzino e il Motorola abbia l’intermittente lucina verde che ammicca sorniona dal primo pomeriggio. Vogliono la pizza, loro. Lui fa muro invece, ha il riso in bianco con giusto una spruzzata di noce moscata e un filo d’olio d’oliva. Fare diga is the new loud. Mai superare la velocità massima consentita, li sente anche lui i sibili delle mascelle e le mani che prudono, quando passa lungo i bordi della pista, in quel club rugginoso dove trascorre i fine settimana. Qualcuno ha una pistola, dicono. Una pistola e un badile in auto. Svicola da quelle luci al neon e rimane nel suo perimetro, non gli serve altro per affrontare il millennio che già si intravede e che cambierà tutto, si ripete. Ha anche lui un millennium bug in arrivo al quale far fronte. Come tutti.

Alle venti e trenta gocciola pizza alle acciughe su un cartone umido e deformato a casa di un amico. Birre, Brian di Nazareth, barattolo di Nutella da 5 chili, amari e un torbato da sogno del padrone di casa, esteta dei liquidi. Donne zero, il Monte Athos non va deflorato. Poi però prima di andare passiamo al bar, vero? Certo, passo anche per casa a lavarmi i denti, sia mai che… Vai tranquillo, non succederà nulla manco stasera, né ora né mai. Nei secoli fedeli l’un l’altro no? Una mano lava l’altra e il Southern Comfort lava tutto. Lo dice anche il nome, pure se viviamo al nord. Al nord dove tutti, in quel club, incalzano per avere gli Offspring e tu devi attendere – seduto in quel divanetto sgualcito ad osservare gli altri – quei cinque minuti di Elastica o Blur, giusto per far finta di esserci e giustificare quel timbro di inchiostro sul palmo della mano. Una sala d’aspetto affollata di gente che attende Godot senza manco una colonna sonora adeguata. Bisognerebbe fuggire dai propri alibi, non mettersi comodi sopra un divanetto sdrucito ad accoglierli.

C’è un ragazzo, cammina nel parcheggio di una periferica zona industriale sistemandosi per l’ennesima volta una cravatta amaranto. Ha il fiato corto, un passo da Casablanca e qualcosa che – dentro – gli ha estirpato ogni voglia di ripetere in loop quelle dinamiche settimanali. Saprebbe ritrovare la strada di casa solo decifrando le crepe dell’asfalto. Entrerà nell’assordante e carnascialesco cubo di mattoni pieno di buone intenzioni e fotogrammi da commedia americana, ne uscirà eroso dall’inutilità di un tempo sprecato. Questo lo sa, ci è sceso a patti molto tempo prima. La coda all’ingresso è decisamente corposa, le occhiate in quell’assembramento di esseri umani entusiasti sono significative, un catalogo Postal Market dove già si setaccia la mercanzia, sovente in offerta speciale. L’amico riesce a farlo entrare di straforo millantando conoscenze prima di depositarlo al bancone del bar. Questi sono gli anni novanta, e stanno per finire mia cara. Il solito grazie. Love in the nineties is paranoid. Il bicchiere di plastica è un crimine contro l’umanità se dentro vi è una piscina olimpionica di Vodka e succo d’arancia e tu sei Mark Spitz. Anche il Motorola infastidisce durante le ore notturne, fin troppo ingombrante da tenere in tasca, poi magari qualcuna cade con l’occhio in un equivoco imbarazzante. Rimarrebbe delusa. Ma mica puoi lasciarlo in auto, accidenti. Non ci sono solo quelli con il badile nel portabagagli, qui la disoccupazione notturna è prossima allo zero ed estrarre finestrini dall’abitacolo con geometrico talento è uno sport nazionale, soprattutto se dentro quell’abitacolo vi è anche qualche essere umano. Ci sono camicie a fiori e mani grandi come racchette da tennis, visi squadrati e gente che per denaro darebbe via tutto, persino se stessa. Persino te. Quindi si fa di necessità virtù. Alla spicciolata arrivano tutti, ci si può sedere.

Anzi: mi siedo. Gli altri vagano alla ricerca di tutto quello che non vorrebbero. Oh Lord, protect me from what I want. E ci si può accomodare proprio nel momento esatto in cui gli Offspring eiaculano milioni di watt. Si inizi pure.

You gotta keep ‘em separated

C’è un ragazzo, e quel ragazzo sono io. Dopo tutta questa scapigliata filosofia per rupestri finalmente mi accomodo, ma solo per guardare il culo della biondina, quella che ha i jeans neri e molte molte lune meno del sottoscritto, quella che osservo da settimane, giusto per passare il tempo prima di diventare l’Unabomber dei sentimenti. Deve essere nata all’incirca mentre finivo la raccolta delle figurine di Sandokan e possiede la consapevolezza che tanti – lì dentro – stiano osservando ciò che osservo io. Pure gli Offspring. Avevo passato un pomeriggio perfetto fino all’ansia di prestazione delle ore diciotto. Perfetto, senza alcuna sbavatura. Un percorso netto. Coricato alle prime luci dell’alba e risvegliato con un hangover prontamente curato con patatine fritte e acqua della fontana sotto casa. Quella solitamente appellata ‘un po’ ferruginosa’ come dicevano Stan Laurel e Oliver Hardy. Riso in bianco a way of life. Manco un Cantonese Boy assimila tutto quel riso settimanalmente. Eccetto la sera prima, che il venerdì è sacro. La sera prima avevamo mangiato messicano e i Margarita alla fragola post prandiali avevano fatto perdere senno e strada ad un paio di noi, costretti a girare confusi per le stradine della campagna veneta per sessanta abbondanti minuti. Uno ce lo siamo anche perso, giuro. Però quel pomeriggio era stato ganzo e davvero pieno di intenzioni sane, sì. Quasi apostolico nel suo immergersi in una nuova betoniera di cd arrivati a casa per vie traverse. Ogni ipotesi di ascolto è uno scambio impari, regali alla musica la cosa più preziosa che possiedi: il tempo. Sovente non ne sei ricambiato, ed è per quello che non ti fermi mai e la ricerca è continua. Il tuo tempo è una clessidra impalpabile che erutta note inafferrabili. Proprio come quegli eterogenei compact disc impilati a cazzo di fianco allo stereo. Vi era di tutto in quegli ultimi arrivi. I Dandys ad esempio. Scioccherelli e implumi nel loro inseguire un’idea di brit pop da diciassettenni a bagno maria. Avevo seguito con attenzione i loro singoli scoprendovi melma confusa (You Make Me Want To Scream) e gioiellini cesellati con armonia in numero congruo. L’arrivo dell’album faceva il paio con quel Nuisance dei Menswe@r che aveva marchiato a fuoco il mio 1995. Ma era passata un’era geologica da allora, sebbene nel calendario gregoriano fosse solo una manciata di equinozi buttati nell’acqua bollente. Qui veramente stava finendo tutto mentre noi ballavamo inconsapevoli sull’orlo del baratro. Potevi persino sentirlo l’odore dell’undici settembre, in quel 1998, se spalancavi bene le narici. Però era quello e solo quello tutto ciò di cui avevo bisogno, in quel momento: un pomeriggio apostolico.

Mi ero messo comodo come ogni sabato dovrebbe richiedere: una pregna settimana lavorativa alle spalle, un venerdì notte devastante per azzerare tutto e un disco nuovo da approcciare; non aveva bisogno di molto altro la mia vita a cottimo. Volume sulla tacca numero tre e un Intro inutile ad introdurmi un album che avevo inseguito per qualche tempo e che – alla resa dei conti – pareva una raccolta di singoli, contenendone cinque su un totale di dodici tracce. L’arrivo di Merry Go Round faceva facilmente presagire come avrebbero potuto essere sei, quegli estratti sulla breve distanza. Echi dei Gallagher, un po’ di Manics post Everything Must Go, un riecheggiar di Madchester (circa The High) e alcuni ganci modernisti. In genere rifuggo qualsiasi retaggio mod, ma qui vi era dell’indolenza pronta a sfociare nella noia che illustrava benissimo il mio periodo. Né blu né rosa ma di un’indefinita tonalità di basico pigmento. Un buon sottofondo per chiacchiere e flirt inutili, ecco cosa poteva essere Symphonic Screams. Ero già pronto a seppellirlo sotto coltri di braci e noncuranza quando Drag Queen mi fece alzare un sopracciglio. Uno solo, ma era abbastanza. Ha pastelli (e polpastrelli) dei Blur quando vogliono rifare il tema di James Bond, pensai. Riposi accuratamente i pensieri molesti in un cassetto profumato di lavanda e mi dedicai con rinnovato vigore a quelle dodici tracce; Drag Queen era riuscita a rimettermi il sorriso sulle labbra e una spasmodica voglia di sabato sera (‘aria ruffiana e leggera del sabato sera’, cantava Loretta Goggi), sebbene la voce di Andrew Firth fosse impostata come i dettami dell’epoca imponessero, acuti e svisate comprese. La riascolto ora, con uno iato di 22 anni e un terzo di innocente sorriso senza sovrastrutture ancora esce. A differenza di me, bloccato da un lockdown incerto e senza alcuna meta. E se di You Make Me Want To Scream s’è detto, vi aggiungo una maggior benevolenza data da questo quarto di secolo in sovrappiù. Vi salvo la scala a chiocciola delle tastiere, il tentativo vocale del suddetto Firth di andare oltre e la voglia di uscire da una britannicità di maniera buona solo per le pagine interne di Select che porta dalle parti dei Magazine post mortem. Ma io ho bypassato il mezzo secolo e ogni disco invece rimane lì, ancorato dentro il suo periodo storico. È quella la discrepanza magna quando si parla di musica del passato. Tu sei andato avanti, lei non ne ha avuto la possibilità. Un po’ come le donne, no? O viceversa, non ricordo mai come funzioni questo assioma. Ecco perché English Country Garden è stata una delle mie canzoni d’amore per un biennio abbondante, peccato non avessi nessuno a cui dedicarla. Nessuno che la meritasse, quantomeno. Due ore in un club appiccicoso o qualche stradina di campagna non fanno testo e non meritano lo spreco di una canzone. How many flowers can you find in an English country garden? Vi si possono trovare sementi Gene e bulbi Verve in giardini simili.

Poi arriva Dirty Weekend ed è un ordigno da pista ornato di Fred Perry e sta press che fa il paio con Famous dei Thurman. Ordigno che mai mancava nelle C90 del periodo. Nelle MIE C90. It’s just a dirty weekend, e io lo sapevo bene che tutto prima o poi acquista un senso se è immerso nella musica. Forse per quello rimanevo seduto mentre passavano gli Offspring, con un bicchiere di brodaglia arancione ormai calda tra le mani. All That You Do si fa crasi della mezza dozzina di canzoni che l’hanno preceduta, a dimostrazione di come questi cinque ragazzetti sapessero fare una sola cosa, zoppicando. Potrebbe essere uno scarto di The Great Escape o – appunto – un brano di Nuisance. La la la la, la la la la la. Anche I Wanna Be Like You deflagra con coriandoli e cocaina come Dirty Weekend, ruzzola a valle tra i Jam, armoniche squittenti e un ritornello killer. A tal proposito vi esorto ad invitarmi se mai – un domani – vi balzasse in testa l’idea organizzare una festa edificata sul biennio 1997/1998 e su una bottiglia di Tanqueray. Porterei un dotazione solo qualche racconto d’epoca, dei cd single dall’alto pedigree e una cravatta bene intonata (non quella del 1998, un’altra), senza disturbare.

Come che sia il meglio arriva ora, mettetevi comodi come feci io quella sera. Walter Ego è una ‘stupeviglia’ brit, un’intenzione Bertolt Brecht; cammina col passo dell’oca in una scioccherella marcetta à la Alabama Song in quel di Camden, dalle parti dell’Electric Ballroom tra intonse Adidas Gazelle e felpe Sergio Tacchini. Annuncia Long Live The King, patchouli anni settanta e stranita suite alla Jethro Tull zeppa di archi, organetti e tamburelli pulciosi ma meravigliosamente arrangiata da Audrey Riley, donna avvezza al Gavin Bryars Ensemble. E sono proprio le sue dita ad impreziosire ulteriormente il vero capolavoro del disco, qualcosa che ho sempre voluto immaginarmi – con una punta di egotica civetteria – nascosta tra le pieghe di Dog Man Star (non ci sentite Brett, qui dentro?), di The Queen Is Dead, di Reveal, di Definitely Maybe, di Urban Hymns, di… Oh, che importa? The Butterfly Song è il goal che ti riesce una volta in carriera, dopo una vita di fredda panchina, posto che ti spetta per censo e nel quale sei consapevole di tornarci, sorpreso dalla tua botta di culo. Una supernova allo champagne. Qualcosa che ‘al cor gentil rempaira sempre amore’ e che olezza di anni novanta lontana un miglio. Devo ancora decidere se questo sia un complimento, so però che la costruzione di un legame passa anche da queste prospettive armoniche. Spotify non la propone e quindi sarà necessario che i puri di cuore si arrangino in qualche altro modo, ma dovesse formarsi qualche coppia, dopo l’ascolto reiterato, esigo il mio nome tra i ringraziamenti, le bomboniere e il lancio del riso (ve l’ho detto che riguardo quel cereale sono un Cantonese Boy). Che altro vuoi blaterare dopo un brano simile? Magari Johnny Foxtrot, che chiude il disco e prova senza successo ad andarci appresso, barcollando. Sfuma su qualcosa d’altro, sorta di ghost track orchestrale, proprio come quella serata primaverile sfumò in un disilluso caffè doppio alle sei del mattino. O proprio come i Dandys sfumarono tra una generale indifferenza, lasciando intonsi i loro lombi armonici su un album e cinque singoli. C’era un ragazzo che come me amava i Dandys e i Lightning Seeds. L’immagine di un culo ventenne, la consapevolezza che dentro quel cubo rumoroso metà fossero strafatti mentre io invece avevo dovuto assumere per via nasale – dietro stretto consiglio dell’erborista – polvere di oleandro per combattere una sinusite cronica. Polvere di oleandro e The Dandys, il mondo è un posto meraviglioso vero?
Il presente è per sua natura imperfetto mentre si dispiega, il passato ha curve a gomito e il futuro è tutto da scrivere, dicono. Peccato tu non possa saperlo prima di ogni stramaledetto dirty weekend.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #55

Techno TwinsTechnostalgia (PRT, 1982)

Di Nina Hagen, Mute Records e soldi mai fatti.
Vediamo di esser seri senza svicolare su pericolose paludi o fare la melina della Polonia ai Campionati Mondiali del 1974. Col techno pop venni a patti quasi subito, glam rock fuori tempo massimo spiegato alle masse tramite due tastierine senza tutto il machismo a condire e per questo – forse – ostracizzato in massima parte da una critica fallocratica (dio che banalità), incapace di trovar senso in quei ritmi sintetici, quelle movenze ridicole, quei basici cambi di tonalità, quei capelli disegnati da Escher. Quel pulviscolo di idee – pure – spesso permutate all’infinito come i preset del Korg sul quale si immolava. Intendiamoci, non che non sapessi discernere tra un Metamatic e un Buggles qualsiasi, sia chiaro. Come in ogni fase pop vi eran maestri indiscussi del genere (le vite torbide dei Soft Cell, quelle che arriveranno a frugare nel fango Suicide di This Last Night In Sodom), poppettari discreti (i Blancmange di Happy Families, ma solo di quel disco), teste di ponte (i Depeche Mode, per un breve periodo gli Human League), band che erano più della somma delle loro parti (gli Yazoo, andrebbero rivalutati) e una pletora di artisti del nulla, gentaglia aggretagatasi al trend pur di tirar su qualche soldo, un po’ di figa e una manciata di ingressi al Camden Palace. Poi vi era anche chi non sapevi dove inserire (gli Associates, tipo) ma quello è un altro discorso. È che presi una discreta sbornia di Casio e compagnia squittente, cercando di approcciare in maniera più esaustiva possibile il genere, prima di distaccarmene nauseato quando fu un’unica poltiglia indistinta. Love Hangover esatto, giusto per citare. Non sapevi più dove finisse il synth e dove cominciasse l’Italo, per dire. Ma I Wanna Be Your Lover dei La Bionda potrebbe essere uno steccato agevole da scavalcare. Cercai qualche altra rivelazione in mezzo a pile di 12” che ingolfavano i negozi ogni settimana, senza gran successo. Nomi quali Leisure Process, B Movie, New Musik, Landscape, Mathematiques Modernes, Endgames potevano anche avere frecce in faretra ma da qui a colpire il bersaglio ce ne correva.

Con loro – va da sé – decine di assolute nullità. Poi fu un attimo trovarsi ingarbugliati, confusi, persino irritati (dove inserire October Love Song di Chris & Cosey?) e di conseguenza fottersene belluinamente della cosa. Non era materia da e per duri e puri? Bon, me ne sarei fatto una ragione, magari mentre estraevo dalla busta Comici Cosmetici di Alberto Camerini, che tanto prima o poi la pizza arriva fredda a tutti. Eppure, in tutto quell’ingorgo discografico, non avevo mai avuto modo di arrivare appresso ai Techno Twins e me ne dolgo assai, oggi. C’avrei potuto perdere il sonno e un bel po’ (pochi per la verità, vista la striminziata discografia) di lire. Così, complice un’influenza sopravvalutata dal medico di base – e grazie a dio, visto il periodo – mi ritrovo a setacciare il lungo scaffale della pre-morte, quel posto tipo cimitero degli elefanti dove mando a svernare manufatti acquistati al cambio di qualcosa di più di un baratto ma meno di un aperitivo. Manufatti ai quali non darei uno sguardo manco di sguincio se non costretto, rimandandone l’ascolto al momento dell’eventuale pensione, ricordando a me stesso che ascoltare dischi potenzialmente di merda chiuso in casa è sempre meglio che fare l’umarell in mezzo alle balle di chi si fa il mazzo. Eppure oggi volevo mettere un po’ di ordine in quei metri quadri polverosi, per tenermi occupato e per scansare con forza pensieri molesti che – dopo qualcosa come 70 giorni – cominciano a farsi pressanti. Così, tra un Perspex Whiteout e un ottimo Karl Biscuit, mi è capitato in mano Technostalgia. L’ho guardato per un sufficiente numero di secondi, incapace di decidermi se il titolo fosse l’ennesima pacchianata e quella copertina fosse stata colorata con gli Uniposca. Completamente scollata pure, a dirla tutta. Da quanto giaceva in quelle fosse comuni? Dove l’avevo comprato? E, soprattutto, perché? Beh, il perché lo conosco: costava poco. Tanto valeva darci un giro, approfittando del tubetto di Pritt e di qualche sito specializzato.

Tempo tre fontanelle di synth malinconico e mi ritrovo a rota come un seguace del Krokodil nello scoprire come l’autarchica congrega formata dalla coppia (anche davanti alla legge) Steve Fairnie e Bev Sage, aiutata dal polistrumentista Dave Hewson smanettava già dal 1977 e – addirittura – che si vuole ascrivibile a loro l’invenzione del suffisso technopop quando erano soliti trafficare con i rudimenti del repertorio. Roba da indagarci appieno e scoprirci proto tentativi sotto il nome Writz, crasi cabarettistica tra Eurythmics, Bandiera Gialla e Deaf School. Siamo nel 1979 e la diaspora miliardaria del sestetto (qualcuno finirà a corte degli U2, qualcun altro di Paul McCartney e George Michael) porta la coppia a concentrarsi sui mai abbandonati esperimenti sintetici e casalinghi. Una rapida firma per PRT (già Pye Records) e Falling In Love Again sperona il numero 70 della classifica inglese. Il brano – ripreso anche dai Beatles – proviene dal repertorio di Marlene Dietrich ed è rivisto con smanceria e sbarazzina verve. Quel numero 70 è poco, ma quanto basta affinchè si decida per un album. Che avrebbe suonato da Dio su Mute, mi dico con l’espressione seriosa di ‘chi ne vuol sapere’. Sì, perché c’è qualcosa in Technostalgia che mi irretisce e mi inquieta con lo stesso spleen umbratile che ti coglie quando rivedi un vecchio flirt (ascoltate “Il Mio Ex” di Giovanna – Rifi records, 1979. Poi mi dite).

Non è soltanto quell’intuizione di seconda mano pronta a indugiare e far cassa (poca, per la verità) su riletture di vecchie canzoni del passato. No, ve l’assicuro. Nemmeno il soffermarsi su nostalgie che – nel 1982 – parevano antitetiche ad un futuro prossimo che si preannunciava radioso e sorridente. È un borbottìo canaglia che non riesco a fermare, emorragia di suoni pronti a insinuarsi lentamente tramite un disco che fa di tutto per sembrare stupido – forse per venire a patti col periodo coevo – e invece ha il sapore di una festa dopo che è finita, quando ti senti come quelle lattine o quei bicchieri di plastica. Usati, pieni di tracce di rossetto rapprese e ricordi frastagliati. Dunque inutili. Io lo so adesso cosa pensate, tra una alzata di spalle e un labbruccio increspato. Pensate ad una sorta di Silicon Teens per sprovveduti, ad un plink plonk costruito in fretta e furia per capitalizzare su qualcosa che al tempo si annusava avesse una scadenza come il latte. Quando invece mi piacerebbe che tutti voi deste una possibilità – iterandone l’ascolto – a questo disperato erotico pop dove si comincia a marciare verso Weimar tramite una Swing Together (I Wanna Be Loved By You / In The Mood) che è farina del sacco Babylon Berlin, morfina e spie russe comprese. Gone With The Wind e Kings And Queens Of Pleasure si inchinan soavi con i loro intermezzi da Yellow Magic Orchestra Big Babol, o ancora Can’t Help Falling In Love, pronta ad aumentare gli ottani grattando la luccicante carrozzeria degli Ultravox di Reap The Wild Wind. Ciambelle zuccherose sì, ma che non sempre riescono col buco, e infatti Beautiful Women In Bermuda Shorts pare Heather Parisi con Enzo Avallone. Lei canta ululando alla luna, a Lene Lovich e alle smorfie di Nina Hagen, ma il più delle volte si immola quale Christina Moser d’Albione sussurrando come una Six Sed Red qualsiasi mentre lo stralunato consorte sfodera un baffo da combattimento. Dei Krisma sciocchi durante la Notte di Valpurga. Ci sono le incongruenze di casa Deaf School, c’è una spolverata di Thomas Dolby ma – soprattutto – l’inarrivabile miraggio di un’altra coppia ben più blasonata: Dave Stewart e Barbara Gaskin.

Proseguo caparbiamente con una malcelata tristezza di fondo solo per scoprire che Hi-Tech non serve a nulla, nemmeno ad una pubblicità di rasoi; che Donald & Julie Go Boating e Romantic Nights sono (s)pezzoni che han del clamoroso e che I Got You Babe viene riletta con un pathos da Blade Runner ergendosi a punto più alto di un disco che fa di tutto per dimostrarsi sciocco quando invece nuota nello spleen più magmatico. L’avvilupparsi del ritornello riporta appunto a Dave Stewart & Barbara Gaskin e alla loro rilettura di It’s My Party. Sovviene certa amputata Canterbury, magari stirata a novanta gradi, sovviene che eri giovane e mica te la potevi permettere una malinconia così. Fairnie sussurra sornione mentre la di lui moglie piange lacrime radioattive con un vestitino da discount. La ascolto in loop da qualcosa come 20 minuti e mi chiedo quanta gioia vi sia nel fingere di avere una sola dimensione per portare a casa il risultato quando anche una canzone come Angels Of Mercy sfuma con un aplomb da riso amaro su un blues fantasma. Tanz Bambolina.

Da allora e per sempre non vi sarà più nulla a nome Techno Twins. Tolto un calembour sonico a nome Techno Orchestra (Casualtease – Street Tunes, 1982) dove andranno a rileggere Lili Marleen – ribattezzata Lily Marlene – da par loro, con la casata degli Asburgo ad azzannare i glutei e una autoctona Berlin Ballerina declinata minimal a far pendant. Si chiuderà lì, su quei preset figli di un Korg minore, con la bizzarra coppia pronta a defilarsi giusto un attimo prima che tutti gli inferociti Blitz Kids andassero a prendere possesso delle classifiche. Essere dimenticati è un lusso, dimenticare una virtù. E ora sono qui dunque, a grattarmi gli occhi umidi senza manco un barattolo di Amuchina a farmi compagnia. It’s my party and I cry if I want to, certo.

P.S. “La cosa che più odio di me stesso è la completa incapacità di ricavare soldi dai miei progetti” dirà Steve Fairnie (riciclatosi come insegnante) prima di morire per un attacco d’asma mentre passeggiava in compagnia dei suoi alunni.

Michele Benetello

I don’t want to get bitter, I want us to get better

Troop zero è un piccolo film consigliatomi dall’amico Massimo Sterpi, impareggiabile firma “cinematografica” di questa pagina, e la gara per trovare degli aggettivi adatti a descriverlo è improba. Bislacco, buffo, commovente, divertente con un finale fantastico e la musica più bella del mondo a sottolinearlo (a mio contestabilissimo parere ovviamente).
Mi ha fatto sentire meglio.
Negli occhi della protagonista Christmas (!) la caparbietà e uno sguardo che non si pone limiti, che si spinge dove altri non sanno neanche si possa arrivare.
Quello sguardo come radici di alberi che si irradiano silenziose (beh, mica sempre silenziose) in mille imprevedibili direzioni diverse e di cui ritrovo quotidiano esempio nella giovane extraterrestre che condivide il mio spazio osservandone le incomprensibili traiettorie evolutive e capendoci molto poco o forse nulla.
Ma ringrazio il fato, Buddha, Dio, Alex Chilton, Liz Fraser o qualsiasi altra entità ultraterrena in cui si voglia credere per avermi portato a vivere quest’ avventura spaventosamente affascinante.

Con le consuete sinapsi irrecuperabilmente compromesse e immerse in un brodo primordiale dove anche l’avvistamento di arance e limoni sul banchetto dell’alimentari sotto casa gestito dal taciturno Samir mi porta a pensare agli Xtc più che a spremute o succhi mi sono piantato davanti al bidone dell’umido e, ragionando sulle molte fantastiche interpreti di cui ho avuto la fortuna di testimoniare la grandezza sotto un palco, il pensiero di due in particolare mi è salito alla mente un attimo prima di essere riassemblato dolorosamente da un suv che sparava “Andrà tutto bene” a volume irragionevole.
C’è stato un periodo che considero veramente fondamentale nel mio personalissimo tragitto ed è quello che va da fine anni 80 a meta degli anni 90.
Leggerezza e passione, entusiasmi mai più rivissuti in quella misura anche se sempre di piccoli Peter Pan stiamo parlando, in realtà fortunatamente condannati a non crescere mai, e a portarsi dietro un bagaglio di memorie che si riaccendono emotivamente a comando su una frase, una musica, una foto.
Ci sono condanne peggiori.
In quel periodo parve naturale sfidare il gelo albionico, mascherato da primavera solo per il calendario, per concentrare in pochi giorni una serie di concerti tale da farmi azzerare la salivazione ancora oggi e un pellegrinaggio incessante nei pagani luoghi di culto di noi adepti.
Fall, Moose, Mercury Rev, Ride, Catherine Wheel, Curve, Adorable, Moonshake e.. Polly.
Nelle analogiche tasche pre google note dei miei jeans trovava albergo un foglietto a quadretti dove era riportata una lunga lista di oggetti vinilici tra i quali accanto al nome Dry campeggiava fieramente un n. 9. Pazzo sì ma in buona compagnia.

In Neals yd ammirai le tavole da skate al piano superiore e mi incantai a riconoscere le firme sulla bassa volta di Rough Trade. Il commesso non batté ciglio alla mia richiesta inconsueta, album in versione elettrica ed acustica in tiratura limitata. Mi sembrava di investire sull’arca dell’alleanza praticamente.
Più tardi, sfuggiti per un pelo all’ipotermia, venimmo ospitati nell’aula magna della Ulu dove potei certificare la potenza e la promessa di quella giovane struccata in striminzito giubbotto di pelle dagli occhi dardeggianti e voce affatto titubante.

Dana Margolin ha corti capelli biondi e vive ancora a Brighton, vicina alla spiaggia.
Ha nella testa e nel cuore parole e suoni che rimandano a quando rumore e melodia si sposavano assumendo forme sempre nuove e dalle quali ci facevamo avvinghiare felici in un tempo lontano da tutta questa amarezza.

I don’t want to get bitter
I want us to get better
I want us to be kinder

Dana urla e sussurra testi dedicati o, meglio, intimati ad una She che non si sa se reputare fortunata o meno ad essere bersaglio di tale animosità ma forse l’importante è essere veicolo ed oggetto di cotanta passione che dell’indifferenza non sappiamo che farcene.
Proprio come le improbabili eroine di Troop Zero.

And I forget what I came here for
I forget what I stay here for
And I’m wasting your time

Perché una volta che saremo usciti da questa sospensione malsana è giusto che l’indifferenza e l’amarezza non trovino più domicilio qui. Abbiamo mille abbracci in sospeso, bottiglie da stappare, extraterrestri da osservare preoccupati ed estasiati sulla spiaggia di Brighton o nei parcheggi delle nostre periferie, non importa.

I don’t want to get bitter
I want us to get better

Massimiliano Bucchieri