I dischi che piacciono solo a me, credo #58

Ricky Shayne – I Grandi Successi Originali (RCA, 2002)

Uno dei Mods (Arc, 1965)

8 Luglio 1967: la calda estate dell’amore ha i petali che fioriscono rigogliosi. Una stagione lunga una decade visto che i favolosi anni sessanta hanno in bocca il gusto della possibilità, e figuriamoci quale possa essere per una cittadina come Fiuggi il valore aggiunto nell’ospitare la tappa finale del Cantagiro, in una notte come questa. Quasi tutto il gotha del pop italiano è riunito nella località termale per l’evento. Che siano pezzi da novanta come Adriano Celentano, Patty Pravo e i Nomadi o autentici Carneadi come Brenda Bis, Emilio Roy o Paulo Zavattero è proprio lì che si sono dati appuntamento, nella cittadina in provincia di Frosinone. Facile vederli passeggiare e firmare autografi – accompagnati da solerti manager – nell’arzigogolo dei vicoli o udirli sfrecciare lungo il corso su spider nuove fiammanti già dal primo pomeriggio. Tutto fibrilla sotto la maestosità del Teatro delle Fonti. Siamo allo zenith del beat italiano, i 45 giri si vendono come il pane e la pletora di stelle e stelline nell’industria discografica autoctona mai aveva avuto simili picchi. Occhiate, struscio, le prime minigonne, acconciature che sanno farsi coraggiose e una trasversale sessualità che erutta da questo irripetibile periodo della nostra storia. È quest’aria quasi mistica ad ammantare la sera dell’otto luglio, e poco importa in definitiva chi calcherà quel palco, e con quale canzone. L’importante è poterlo vedere, raccontandolo magari dopo un gelato, un po’ di brillantina Linetti e quattro risate con i coetanei.

Per la prima volta, dopo varie polemiche e vicissitudini, i Big del girone A non entrano in competizione (ma il Radiocorriere indice un referendum tra i lettori che porterà Rita Pavone ad essere la più votata), lasciando l’onere della gara agli esordienti e ai gruppi. La cronaca spiccia rumoreggia riguardo una – ormai certa – affermazione di Massimo Ranieri e la sua Pietà per chi ti ama (sarà così, affiancata dai Motowns di Prendi la chitarra e vai) ma è una notizia in secondo piano davanti al parterre sciorinato in piazza: Bobby Solo, Dino, Rita Pavone, Edoardo Vianello, Little Tony, Mino Reitano, i Dik Dik, Patrick Samson, i Primitives.

E voi vorreste farmi andare al Miami??

Presenta Nuccio Costa, affiancato da uno spavaldo Walter Chiari. È però Radaelli (il boss della manifestazione) ad approcciare i due giusto un attimo prima di entrare in scena per una comunicazione che gela il sangue a tutti: Ricky Shayne, il misterioso belloccio sciupafemmine in gara con Come Moby Dick (prescindibilissima) è uscito di strada con la sua Ferrari 275GTB4. Stavolta l’ha fatta grossa il pruriginoso rocker alla carbonara: è ricoverato in ospedale in gravi condizioni.

Sopravvivere alla propria gioventù è una questione di fortuna sì, ma anche di metodo ed esercizio, che l’assioma di Faron Young (Live Fast, Love Hard, Die Young) ha presa soltanto nell’immaginario collettivo del secolo scorso, diventando ben presto una boutade obsoleta immortalata su fotocamere imbottite di megapixel. L’aggrovigliata vita rock and roll del più grande sex symbol del pop italiano di metà anni sessanta trova definitiva consacrazione e chiusura anticipata in un afflato quasi da James Dean; il rocker imbrillantinato che per 18 mesi era riuscito ad ottenere un’esposizione mediatica al limite dell’isteria conquista nuovamente le copertine dei rotocalchi da un letto d’ospedale. L’imbronciato Shayne, il sogno erotico di un’Italia ancora quasi medievale ma che si sta svegliando dopo secoli di ius primae noctis e patriarcato coatto, ne esce rafforzato. Sesso, droga e rock and roll sono autentici caposaldi per l’uomo che millantava presenza a Woodstock e addirittura in compagnia di Jimi Hendrix. I media si gettano a capofitto su quella notizia che passerà presto in dimenticatoio; un po’ come il suo titolare, più incline alle cronache mondane che alla sommità delle classifiche. Ci vorranno 50 anni e una ghiotta intervista a Il Tempo perchè il nostro ci rida sopra con una voluttuosa scrollata di spalle e – presumo – un sorriso memore di un periodo lontano (“Ricordo solo che mi sono svegliato in ospedale. Ci sono stato quattro mesi, ed è stato fantastico: ho fatto sesso con tutte le infermiere”).

Ricky Shayne, dunque. Il mio primo mito esotico, il rock and roll Plasmon a mio personale uso, consumo e fruscìo. L’alba dei ricordi musicali ai quali ho accesso. Il fascino discreto dell’esotismo prèt a porter di metà anni sessanta. Lo sguardo truce e il jeans stretto, il giubbottino di pelle slim fit e il ciuffo ribelle. Con gli occhi neri e quel sapor mediorientale. Quasi un Alan Vega meticcio. Quanto mi piaceva quel 45 giri che monopolizzava gli ascolti di casa; erano gli anni del boom economico e delle estati invincibili e ti credo che ci han girato un centinaio di film a riguardo (ma L’Ombrellone – di Dino Risi – è inarrivabile) e altrettanti musicarelli (anche con il nostro, certo: La battaglia dei Mods, del 1966).

Trovatemi un giorno di pioggia nelle prime 100 canzoni in classifica nel 1965 (Scende la pioggia del Gianni è del 1968, E’ la pioggia che va dei Rokes data 1966) e vi assicuro che non siete mai riusciti a farvi sorprendere dai sogni, che quando sei giovane piove solo sui matusa e sull’inverno del malcontento altrui.

Gloriosa pecetta ARC, comunque; la stessa – appunto – dei Rokes. Etichetta fortemente voluta da Ennio Melis (direttore generale della RCA) coadiuvato da Sergio Bardotti in guisa di direttore artistico. Vi era di tutto in quella eterogenea casa discografica, da Lisa Gastoni a Ennio Morricone, da un giovanissimo Lucio Dalla a Carlo Pavone (fratello di Rita) passando persino per un imberbe Pippo Franco reo dell’incredibile 45 giri – almeno per il titolo – ‘Vedendo la foto di Bob Dylan’. Stile assoluto quel logo su sfondo verde bottiglia, semplice ma essenziale nel rigirare la carte in casa RCA. Non affascinante come il logo della Fontana ma nella sua essenzialità lo lambiva di un’inezia. Arrivai appresso alla canzone giusto un paio d’anni dopo l’uscita per mere ragioni anagrafiche, ma dentro di me ero consapevole di averla sentita diffondersi anche quand’ero in fasce, secondo Big Bang di armonie dopo quello stupidissimo 45 giri di Adriano Celentano (il titolo? ‘Sono un simpatico’) precisissimo nel farmi sprofondare in sorrisi e sonni profondi. Ma quanto mi aveva invaso Uno dei Mods! I coretti ye-ye, la chitarra che curva su pieghe dell’inguine, quello scivolo armonico misterioso e quei riverberati tamburi da guerra in Africa. Avevo dei Kinks ‘in saor’ (google translate, please) sotto casa e non lo sapevo. Ascoltavo con attenzione le parole del Riccardino, maschio declamare nel quale si disquisiva di vigorose battaglie, balli sfrenati e cavalierato d’altri tempi. Giubbe di cuoio e catene. Pugni, addirittura. Non avevo mai sentito cantare di risse io, anzi pensavo che il massimo dell’impudenza fosse guardare La Freccia Nera dopo l’orario consentito. “Vidi qualcuno cadere da errrroe”. Che storie.

Ma succedono davvero ‘ste cose?” chiedevo con il moccio al naso e i dentini da latte a chi ne sapeva di più e aveva letto di scontri e ‘capelloni’, magari su qualche rivista, tra un cartamodello e un Grand Hotel. Avevo un solo, gigantesco, problema: non riuscivo a decidere con chi schierarmi. A naso i rockers mi sembravano più inclini al mio modo di sentire, più veri. Meno artificiosi. Per quanto un babbeo in fasce potesse avere un ‘modo di sentire’ oltre a delle viscere in fase di accorpamento. Mi immaginavo dunque l’esangue Mary (bionda, ovvio. E con un lupetto nero tipo Eva Kant) e il ciuffo budinoso di Ricky Shayne. Sì, però… ma di dov’è? E’ pugliese. No, è libanese. E’ egiziano. Falso: è francese. Macchè, è britannico. Insomma, dovete dirmelo!

Ve lo dico: George Albert Tabett era nato nel 1944 a Il Cairo da padre americano di origine libanese (manager in una società petrolifera) e madre egiziana (pittrice). Trova fortuna in Italia a soli 20 anni dopo un’infinita transumanza da rocker giramondo grazie a una cofana da Nobel su un viso da Rock Hudson bisognoso di una doccia. Femmine come se piovesse, girovagare da maledetto e Franco Migliacci (colui che aveva scritto Nel Blu Dipinto Di Blu) che lo scova al Piper una notte e – in combutta con Alberico Crocetta – ne fa idolo per teen ager la seguente. Per un paio d’anni Ricky diviene il simbolo sessuale per antonomasia, sintomatica a tal proposito una copertina (mai pubbblicata, e figuriamoci il perché) di una nota rivista per giovani nel quale si presenta completamente nudo, con solo la chitarra a coprirgli le pudenda. Ma è troppo per quel compassato 1965 e lo stesso Shayne la liquida senza troppe pretese (“Credo volessero vendere qualche copia in più”, ebbe a dire). Lo si accosta in una presunta rivalità con Mal – altro emigrante di lusso – ma se quest’ultimo ha l’aplomb e l’aspetto di Lord Brummell Shayne è un animalesco e noncurante Marlon Brando che fa inumidire la fronte delle giovani pulzelle italiane.

Ho avuto un sacco di donne. Centinaia, migliaia, a chi importa? I banchieri contano, io sono un artista. Una volta una giovane attrice mi venne a trovare a casa, a Tomba di Nerone. Suonò alla porta, aveva una pelliccia. Se la tolse e sotto era nuda: wow, man! Era Laura Antonelli”.

Credo d’aver passato più di una torrida e noiosa estate privo di Laura Antonelli ma con un mangiadischi (arancione, color ghiacciolo) e questo 45 giri a far terzetto con Venus degli Shocking Blue e Fire di Arthur Brown in ripetizione illimitata. Padre, Figlio e Spirito Santo, o più paganamente la Trimurti sulla quale mi sono edificato come una ziqqurat di zucchero. Immacolata Concezione Pop. E sono altresì certo che – così come alcune donne ricercano spasmodicamente per tutta la vita in ogni relazione un surrogato del padre – io ho sempre anelato, in ogni mio ascolto a venire, una permutabile crasi armonica tra quei tre 45 giri. Le ritmiche tribali da voodoo spinto, la chitarra che sbuca a far Duane Eddy o il Dick Dale di The Wedge quando meno te l’aspetti, i cori riverberati e primitivi, la pronuncia scoscesa e volutamente eccentrica (sentitelo fare il gradasso nel passaggio “Lui mi risposseromari vieneverai”). La percezione di un futuro radioso e ribelle che anelavo con tutto me stesso. Sapevo che esisteva da qualche parte e sapevo che – lì ed allora – era possibile.

In soldoni: non volevo essere ‘un simpatico’, volevo essere Ricky Shayne.

A dirigere cotanto sferragliare stava l’orchestra di Luis Enriquez, uno che di lì a poco si sarebbe fatto conoscere come Bacalov. Mi girava la testa. Diabolik (anzi: Dorellik) e Adamo, Lola Falana & Don Lurio (“Punta tacco baby one two three”), Cento Giorni e ‘i tuoi ochi son farri aballianti’. E ancora: “noi non abbiamo paura della bo-o-omba” e il Chris Montez di Let’s Dance (la riprenderanno i Ramones, a dimostrazione che nulla avviene per caso). E poi le foto in bianco e nero del Piper e quel disco della Strambelli (Concerto Per Patty, 1969. Indovinate l’etichetta) dove io – in copertina – una strafiga così non l’avevo mai vista e queste sono cose che ti segnano. La notte è piccola per noi, troppo piccolina. C’avevo tutto un mondo (dentro e attorno) e nessuno al quale confessare i miei dubbi su quella prateria ritmica polverosa che non voleva smettere di roteare. Poi vidi Mary lontano da me, venni colpito e la testa girò. Brividi e immaginazione allo stato puro, una Paint It Black alla vaccinara. E se avete ancora qualcosa da ridire sghignazzando su cotanto battesimo del fuoco ricordatevi che nessuno mi può giudicare. Nemmeno tu.

Ho sempre vissuto al 101 per cento: fumo, marijuana, anche Lsd una volta in India. Ora ti mando una copertina di “Ciao amici”: guarda che occhi, ero strafatto! Oggi ho 74 anni e certe cose non le faccio più ma allora al Piper trovavi di tutto. Droga, ma soprattutto ragazze”.

Hai. Capito. Il. George.

E benedetti nei secoli siano Migliacci, Mantovani e Meccia, lesti e talentuosi nel ricreare quello spirito beatnik di seconda mano che irrorerà una stagione fantasmagorica. Si distaccherà subito da quella Brighton sul Tevere con un ulteriore 45 giri (Vi Saluto Amici Mods, Arc, 1966) prima di pubblicare ancora una manciata di bagatelle assolutamente ininfluenti – Mamy Blue a parte, un gospel nero pece preso dal canzoniere di Hubert Giraud – e ricrearsi star in Germania dove andrà a mietere ulteriori scampoli di notorietà divenendo una leggenda sotterranea grazie a quella Ich Sprengen Alle Ketten scritta da un giovanissimo Giorgio Moroder. Ma mica è finita, che ‘dopo dieci anni ho rivisto l’amico Ricky’ e infatti è notizia di questi mesi la presentazione all’ultima Berlinale di “Mutwilling Shayne”serie tv dedicata alla sua vita, diretta da Stephan Geene.

La roba che cantavo negli anni Settanta? Era merda, e ho provato a trasformarla in oro. E forse ci sono anche riuscito”.

E’ passato mezzo secolo, il signor Tabett è un distinto vecchietto che però conserva ancora quel lampo magnetico negli occhi; divide la sua vita tra Berlino e Glasgow mentre io – nel mio sovrano rincoglionimento – non ho mai dimenticato quell’ingenuo eppure superbo anthem.

Sono qui dunque, in un sabato mattina edificato su paturnie di nullo conto, a fantasticare in modalità vintage con un doppio cd da cestone di autogrill, scovato per caso mentre svernava stritolato tra una noce di prosciutto al pepe e una confezione di taralli da un chilogrammo. E mi piace pensare che gran parte degli ascolti ai quali porgo preghiera mattutina si siano incanalati su quei binari. Avrebbe potuto andare peggio. Avrebbe potuto piovere, ad esempio, o avrei potuto essere qui a genuflettermi su trottolino Amoroso (nel senso di Alessandra) per colpa di Al Bano o di ‘Io tu e le rose’. Ma, soprattutto, ho finalmente capito chi avrei aiutato, in quella Guerra delle Due Rose tra Mods e Rockers. Che io – parkaboia! – di quelli come Bob, che misurano la distanza tra la fine dei pantaloni e l’inizio delle scarpe, continuo a non fidarmi. Ah, della Ferrari 275GTB4 non si hanno più avuto notizie.

Michele Benetello