Promised you a miracle

Certe emozioni me le regala solo lo sport.
Intendo emozioni vere: quella cosa che senti salire dalla bocca dello stomaco e senza
neanche accorgetene ti ritrovi gli occhi pieni di lacrime. E mentre piangi maledici la tua
stupidaggine, perché lo sai che non dovresti versare lacrime in quel modo e allo stesso
tempo te la ridi e ti senti comunque disadattato.
Perché i ragazzi non piangono. Quella canzone risuonava nella mia cameretta dell’epoca
ed ero solito cantarci sopra, cercando di comprendere le parole stringendo un microfono
immaginario.
L’estate del 1982. I Cure, il mondiale di Spagna, i miei 15 anni e quella ragazza che faceva
girare il piatto del giradischi, il mio stomaco e chissà cos’altro.
Paolo Rossi mi ha fatto piangere quel tipo di lacrime lì. Una volta sola, al triplice fischio
che metteva fine alla partita del campionato mondiale contro il Brasile. Non mi sembrava
possibile aver vinto contro quella squadra di marziani. Una squadra di una bellezza
vertiginosa, di un’eleganza che probabilmente non ha più avuto uguali nella storia del
calcio. La magrezza e il volto scavato di Paolo Rossi sembravano assolutamente
inadeguati a tutto quello splendore.

Ricordo la folle corsa in sella al mio “Ciao” fino alla piazza del paese, al termine della partita.

Ricordo di aver abbracciato gente sconosciuta, ebbro di una felicità che, avrei scoperto in seguito, avrei provato in pochissime altre occasioni.
Cesare Lorenzi

2020
L’anno più schifoso di sempre.
Perdiamo le certezze, le speranze e le prospettive per il futuro.
Per noi e per chi abbiamo accanto.
Abbiamo perso amici, parenti, miti della nostra adolescenza o della nostra età matura.
Non ho mai pianto per la scomparsa di un personaggio pubblico e non comincerò neanche
adesso ma quando se ne vanno i ricordi della tua infanzia rimani spiazzato.
Smarrisci equilibri sempre più precari.


1978
14 anni.
La musica non aveva ancora affiancato e sorpassato a destra il calcio tra le mie passioni.
Vidi il LaneRossi Vicenza qui a Bologna due volte nello stesso anno, prima e dopo i
mondiali in Argentina.
Me lo ricordo il campione sulla bocca di tutti con la faccia da ragazzino e la maglietta
lunga fuori dai pantaloncini.
Lo ammirai dalla curva San Luca, quella da sempre riservata ai tifosi avversari nel
capoluogo emiliano, in mezzo ai tifosi del Vicenza.
I tifosi avversari m’incuriosivano e mi piaceva immergermi ogni due settimane nei diversi
colori e dialetti delle tifoserie ospiti.
Molto più economico e meno stressante di una gita fuori porta.
Che poi, più in là del Comunale dove dovevo andare io? Con il mio abbonamento al
Bologna (peraltro mai tifato, io condannato a una vita da forestiero senza radici ovunque
abbia mai albergato) ottenuto a prezzi stracciati grazie alla mia condizione di studente.
Io con il k-way a sacchetto legato alla pancia e nello zainetto il panino fatto dalla mamma.
E sì, la grappa me la offrirono tante volte e no, non la bevvi chè all’epoca già la coca cola
mi dava un po’ alla testa.
In quelle due partite Rossi segnò solo un rigore e il Vicenza rimediò due sonore sconfitte
ma ogni suo tocco rubava un mormorio di timore alla tifoseria felsinea.
La musica ancora era una nebulosa all’orizzonte.
Poche settimane prima occhieggiavo Odeon e le prime cronache sul punk,
moderatamente incuriosito, ma quello che volevo veramente vedere era la ballerina che
ancheggiava sulle note di Keith Emerson nella sigla finale.
Di lì a poco mi ritrovai a rigirarmi Lodger tra le mani quando solo pochi mesi prima, per
Natale, mi ero fatto regalare Burattino senza fili e Samarcanda.

1982
Una consapevolezza diversa
I Clash in piazza Maggiore e a Firenze
Un viaggio a Londra e la musica esplosa nei nostri occhi e nelle nostre vite.
Il calcio scommesse e l’approdo alla Juventus FC.
Paolo Rossi è cresciuto e noi con lui.
La tripletta vista su una poltrona a Senigallia in una casa che non c’è più, in mezzo a
persone che non ci sono più.
Il cuore in gola per novanta minuti e poi la gioia.
Forte, decisa, senza “ma… però” come poche volte è poi capitato nella vita. Il calcio, la
musica.
La passione, l’emozione.
Per molti questi tipi di emozioni sembrano inspiegabili o ridicole.
E’ chi non si emoziona mai, chi non spende mai una lacrima, chi crede di sapere tutto,
sempre un passo indietro “per non sporcarsi” con la scelta facile in tasca.
C’è invece chi la tripletta di Paolo Rossi l’ha vissuta col cuore in gola ed un pianto al
fischio finale tenendosi la pipì per un’ora e mezza perché in quel momento credeva
veramente che se si fosse alzato da quella poltrona Zico sarebbe scappato a Gentile e
Zoff avrebbe bucato la prossima uscita.. dipendeva, insomma, tutto da lui e dalla sua
permanenza su quella poltrona.
C’è chi ha viaggiato notti su notti per andare a vedere in postacci maleodoranti un
concerto dove scambiare lividi e lacrime con estranei ed il giorno dopo andare a lavorare
con una faccia stravolta ma con un grosso “sono vivo, cazzo” dipinto sul volto.
C’è chi, oggi, l’immagine di Paolo Rossi l’ha appesa amaramente ma orgogliosamente tra
Joe Strummer e David Bowie non più nella sua cameretta di ragazzo ma sulle pareti
scalcinate che si stanno sgretolando, anno dopo anno, perdita dopo perdita, dentro di lui.
Massimiliano Bucchieri


Bologna, 10 dicembre 2020. Leggo il Corriere appena sveglio: Paolo Rossi, il Pablito del
Mundial 1982, non è più carne e sangue di questa terra, ha seguito di poco il Dio del
Calcio Diego e adesso gioca con lui e tanti altri grandi nelle infinite distese dei Campi
Elisi. L’Eroe di Espana ’82, da stamattina, può diventare Santo.
Pedavena, estate 1982. Mio padre è in viaggio premio aziendale che, per una botta di
culo che nemmeno Dida quando parò tutti i rigori in finale a Manchester, prevede una
crociera nel mediterraneo con base a Barcellona e i biglietti per le partite della fase finale
dei mondiali. Mia madre, incinta, rimane a casa. Non credo sia stato un ottimo momento
per il loro matrimonio, che però durò ancora quasi una decina d’anni, ma di quell’estate il
ricordo è il ritorno di mio padre, baffuto e che vestiva più dei suoi 26 anni, con un
pupazzo di Naranjito, la strana arancia sorridente, mascotte del Mundial 1982 e una
banconota spagnola con sopra le firme di tutta la nazionale italiana campione del mondo.
Lui era in Plaza Catalunya con dei colleghi quando arrivò il bus degli azzurri: gli scesero
tutti davanti al naso e rimasero lì a fare due chiacchiere, erano italiani della stessa età che
s’incontravano per caso in Spagna in un pomeriggio estivo.
La banconota sparì nei primi anni ’90, i miei in quegli anni non erano molto attenti ai
ricordi, o forse avevano altro a cui pensare.
Milano, autunno 1985. Alla Rinascente, il neoacquisto del Milan Paolo Rossi firma
autografi ai tifosi, e in fila ci sono io, accompagnato da mia zia e dai miei nonni per farmi
timbrare quel cartoncino con la foto di Paolo in rossonero. Lui farà solo due goal in quel
campionato, ma entrambi all’Inter in uno dei due derby, e chi segna una doppietta ai
cugini nella stracittadina resta nel cuore anche se gioca poco in annate opache.
Forse lo stesso giorno, ma probabilmente la memoria accavalla gli eventi e in realtà si
tratta di qualche anno dopo, in galleria Vittorio Emanuele era parcheggiata KITT, la
macchina della serie televisiva Supercar guidata dal futuro bagnino (sugli schermi) e
beone (nella vita) Davidone Hasselhof e io, con un giubbotto jeans di cui ricordo ancora la
fantasia dell’imbottitura mostrata nei polsini rivoltati, ebbi l’onore di sedermici dentro e
farmi fotografare lì: capelli ingellati indietro, tanta timidezza e imbarazzo e qualche chilo e
brufolo di troppo e un bell’apparecchio ai denti che non aiutava l’autostima.
Pedavena, estate 1986. Una Saab 900 si accosta alla cancellata che delimita “la villetta”,
così chiamavamo la casa in cui sono cresciuto, dalla via Trento che proprio lì si biforca: un
ramo sale verso il passo Croce d’Aune e le sue piste da sci, l’altro va a Norcen, dove al
limitare del bosco c’è la baita di Giannino, il prozio beone che mi chiamava Scabio, come
il vinaccio cattivo delle bettole che lo aveva portato a lasciarci le penne anzitempo per
una cirrosi.
Macchine come quella, dalle mie parti, se ne vedevano poche e tantomeno che
parcheggiassero proprio a due passi dal cancelletto di casa e, allora, tutti alla finestra a
guardare, tende scostate dal vetro, chi fosse il forestiero dal mezzo lussuoso e sportivo
che sostava in quella calda giornata.
E, così, vidi per la seconda volta dal vivo il da qualche anno campione del mondo Paolo
Rossi che andava a trovare l’amico Ernesto Galli, portiere nel ’77 alla LaneRossi Vicenza,
quando lui ne era il bomber. Di fronte alla villetta, c’erano le case popolari e lì, al centro di
una trifamiliare a schiera, viveva la signora Galli che mi pareva anzianissima e magari
aveva sessant’anni, ma ai tempi del Miundial Bearzot ne aveva 52 ed era per tutti “il
Vecio” e sicuramente una mamma di un adulto agli occhi di un bambino quale ero non
poteva che essere una vecchietta. Ci andavo, album Panini alla mano, a far merenda
ascoltando i racconti delle epiche parate del figlio col “Real” Vicenza, neopromossa in A
nel campionato 1977-78, con tanto di tuffi plastici immortalati in bianco e nero.
Italia, 1982. Un anno fondamentale per il Bel Paese: diventiamo i campioni del mondo, il
mondo si ricorda di noi. Portato in Spagna sacrificando il capocannoniere Pruzzo (che
probabilmente rimane il bomber meno convocato in Nazionale malgrado i risultati in
campionato sia prima del Mundial ’82 che di Messico ‘86, forse a Bearzot non piacevano i
suoi baffi?), Paolo segna sei goal in tre partite: le più importanti. Uccide il Brasile con una
tripletta, elimina la Polonia e segna il primo dei tre alla Germania – il ricordo di quella
partita sarà poi legato all’urlo di Tardelli dopo il momentaneo 2 a 0 – in finale.
Bologna, 10 dicembre 2020. Aldo Cazzullo sul Corriere di oggi scrive che Paolo Rossi
cambiò l’umore dell’Italia, fece sognare un mondo che ancora non c’era: la fine del
terrorismo, la nascita della Milano da bere e, se è vero che l’82 fu ancora un anno
funestato dal piombo e dalla violenza, è vero anche che divenne il trampolino di lancio per
un’accelerazione degna degli F-14 che pochi anni dopo tutti i ragazzini occidentali
avrebbero sognato di pilotare grazie a Tom Cruise e Val Kilmer.
Qualche tempo fa, intervistavo per un libro Riccardo Pedrini – ex Nabat e WuMing -;
parlavamo di punk, della Bologna dei primi anni ’80, del nascente movimento skin. E
dell’anno che secondo lui cambiò tutto: il 1982. Prima erano gli anni settanta: eravamo
periferia del mondo, un paese vecchio e contadino, povero e semianalfabeta, con la
campagna appena fuori dalle città; dopo erano gli anni ottanta come li pensiamo oggi: la
borsa, gli yuppies con le giacche dalle spalline larghe, le hostess Alitalia che vestono
Armani, il Made in Italy, la coca in centro a Milano e l’eroina in tutte le periferie e province.
In tv, da Derrick prima di cena si passa in un attimo all’era di Schwarzenegger e Rambo,
di Tom Cruise, Risky Business e Top Gun, del Michael J Fox di Ritorno al futuro e Voglia
di Vincere. Si comincia a parlare in inglese, più o meno, a discutere di borsa, azioni e soldi
soldi soldi. In un momento passiamo dagli occhialoni da pentapartito nelle infinite e
pacate tribune elettorali, alla tv di Berlusconi e al futuro che ci condurrà dove siamo. Un
mare di soldi e di droga piovono sull’Italia destabilizzando un tempo fino ad allora lento
che diventa cannibale ma pieno di promesse – verrano poi tradite da Reagan e Tatcher e
porteranno ai decenni di crisi iniziati nei ’90, ma questa, come direbbe Lucarelli, è un’altra
storia. Ma Pablito, quando fece piangere il Brasile e impazzire l’Italia, tutto questo non poteva
saperlo. Come scrive Cazzullo, cambiò l’umore di un Paese. A mio modestissimo parere,
cambiò molto di più: l’Italia da “portaerei sul mediterraneo”, divenne la patria dello stile e
dell’esportazione, di cui il campionato più bello del mondo fu per una ventina d’anni,
vetrina planetaria.
A volte, i fatti casuali di costume, diventano involontari detonatori di tutto quello che stava
per succedere e, all’improvviso, accade.
Ma la cosa che mi commuove questa mattina in cui, appena sveglio, ho scoperto della
morte di Pablito, che sa poi di morte di un pezzetto della mia infanzia come è naturale
che sia, è immaginarmi lui, trentacinque anni fa, quando nemmeno ci si immaginava
google maps, fermarsi con la bella macchina in un bar in Culliada, la lunga e dritta strada
che dalla ValSugana porta a Feltre, chiamare dal telefono a gettoni Ernesto che gli spiega:
“vai ancora avanti, arrivi alla rotonda delle caserme, le vedi a destra, sono enormi. Ecco,
tu prendi a sinistra e vai sempre dritto, arrivi a Pedavena, passi la Birreria e poi vai ancora
dritto, attraversi la piazza e poco dopo trovi un bivio; sulla destra c’è una villetta bianca,
puoi lasciare la macchina lì. Attraversa la strada e la casa a schiera nel mezzo è quella di
mia madre. Dai, che ti aspettiamo per pranzo, la mamma ha fatto il baccalà!”
Paolo sarà uscito dal bar salutando, magari avrà risposto a qualche battuta sul calcio,
come fece quell’estate del 1982 in mezzo alla grande piazza di Barcellona, quando
scambiò due parole con mio padre solo perché erano coetanei, lui che era già una stella
del calcio in una nazionale in silenzio stampa.
Non so se fa più tenerezza o amarezza immaginare la stessa scena oggi, con un Balotelli
o Immobile che, cuffie in testa e gomma da masticare d’ordinanza, mentre pensano a
qualche sponsor da postare più tardi su instagram, scappano dalle telecamere e un mio
padre di 35 anni più giovane che non si sogna nemmeno di scavalcare le transenne che
separano le star del pallone dal resto del mondo. Che io so io e voi non siete un cazzo.
Paolo avrà ripreso la sua auto sportiva e, pochi minuti dopo, avrà strizzato gli occhi per
vedere se quella casa bianca poteva essere la villetta sulla destra di cui parlava Ernesto al
telefono. Piano, ha accostato la macchina svedese, è sceso e ha attraversato la strada verso il suo
piatto di baccalà. Dietro alla finestra della cucina di quella villetta, c’era una versione di
me che fatico a ricordare. Fuori, un mondo che a ripensarlo oggi pare di correre indietro di
secoli. Sarà l’età che avanza, sarà colpa di internet, sarà il tempo che dai sei goal di Paolo in
quel mondiale ha accelerato come neanche le McLaren di Senna e Prost di qualche anno
dopo.
Fabio Rodda

 

I dischi che piacciono solo a me, credo #59

Fleetwood Mac – Mirage (Warner Bros, 1982)

“I Have No Fear, I Have Only Love”

Ammiro profondamente quelli bravi e preparati, quelli altamente professionali, senza uno scaffale fuori posto. Li ammiro perché non sono mai riuscito ad essere focalizzato e con gli ascolti intonsi o soltanto pressochè perfetti. Mai. Anzi, sovente sono scivolato su pavimenti irrorati da pianti e stridor di denti. E dischi di merda, chiaro. Per quello mi rivolgo altrove se devo conoscere dati tecnici, emozioni, qualità delle canzoni. A me principalmente interessa chi scopa chi, in un ellepi. Poco altro. A proposito: Stevie Nicks. Credo si sia trombata il mondo all’epoca. Volava alto, più o meno in prossimità delle aquile. Quando acquistai il 45 giri di Gypsy (in una mia ipotetica classifica uno dei tre brani definitivi da sottofondo zompabile) dovetti attendere qualche anno prima di fare outing. Lo nascondevo in mezzo ad un Athletico Spizz 80, perché – in quel 1982 – non stava bene ammettere un amore per i Fleetwood Mac. Era disdicevole. Lacca patinata per yuppies rampanti. Quelli bravi mi spiegavano con dovizia di particolari tutta la storia, il blues, Rumours, Peter Green, Tusk, Lindsey Buchingham no mai, eccetera eccetera. Era tutto vero eh, stramaledettamente vero. Soprattutto l’ostracismo verso il povero Lindsey, compositore e musicista sopraffino, reo di aver accompagnato Stevie Nicks nel talamo per anni. Ragione e sentimento, insomma. Solo che io mi focalizzavo esclusivamente sulla seconda variabile. Guardavo la copertina di Mirage e facevo un sospiro. Così come facevo un sospiro all’apparire del video di Gypsy. Punto. A sedici anni non è che ti serva In Rainbows o un triplo degli Yes per filosofeggiare sul mondo e su quello che ti si sta muovendo giù a valle. Ti serve Stevie Nicks. Le sottane svolazzanti della Stefania mi hanno sempre provocato un turbamento, nascondevano davvero un miraggio a me inavvicinabile, un maelstrom di amorosi sensi. Avrei bevuto persino una cedrata con lei.

Come che sia io Mirage me lo portai a casa, consumandolo d’ascolti. Certo, era levigato, pieno di glucosio, plastificato, inzuppato di mestiere e buone maniere, finto persino. Un disco pensato con malizia per le classifiche. Ma, accidenti… che canzoni aveva?? Eppure era il lavoro meno considerato dalla critica. Sensi di colpa a manetta, sì. Deponevo la puntina e Love In Store (firma Christine McVie) mi catapultava su una Cadillac, capelli al vento e sigaro a lasciare lapilli in mezzo a un deserto rovente. Non fumavo ancora ma mi sentivo ganzo; era puro suono Mac anni ottanta, di quelli alla Pac Man, di quelli che ho introiettato assai e non riuscireste a togliermi senza scorticarmi l’anima o togliermi il derma. Che è l’anagramma di merda. Lo riascolto giusto oggi Mirage, in questa giornata di pioggia e umbratile sentimento calcificato e pieno di scorie. Mi riporta a nostalgie perniciose, tempi in cui credevo ancora che si sarebbe potuto cambiare tutto, magari senza stringere la penna o i fucili, magari solo abbracciando qualcuno, chiunque fosse, ammettendo i propri limiti e senza fare puerile retorica come sto facendo ora. Magari solo ascoltando chi ne avesse avuto bisogno, privo di residenza nell’anima e domicilio nel cuore. Magari proprio con dischi come Mirage, che non avrebbero mai mai mai mai cambiato le sorti del pop ma un’ora di serenità, beh… quella sì ce l’avrebbero fatta passare. Quindi sono qui che saltello su Can’t Go Back, ovvero Lindsey Buchingham che rivendica la paternità sulla band, il suo essere capo branco dentro e fuori dal cuore della Nicks. Un piccolo power pop dai rubini sixties. Al primo ascolto io – in quel 1982 – c’ero dentro completamente. That’s Alright è intestino della Stefania al cento per cento, un po’ Dolly Parton un po’ mignottaggine spinta al limite della volgarità sonora. Fienili, il bar con le Bud fredde, la chiesa Battista, i mandriani, Un’America sempre troppo lontana, che non ci piace ma ci fa bene immaginarla da lontano, magari dalla nostra provincia decentrata. Book Of Love è il suono Fleetwood Mac declinato nel 1982, impasti vocali degni dei Beach Boys, Buckingham che fa lo sborone tra gli Asia e i Supertramp e noi che cadiamo al tappeto, annichiliti. Quel giorno dovetti riprendere fiato prima di affrontare Gypsy, che – appunto – conoscevo su 45 giri, ma stesa qui in mezzo avrebbe potuto scatenarmi un attacco di angina pectoris. Pectoris soprattutto, pensando alla Nicks e a cotanto sen(n)o. Pezzo clamoroso, ma che ve lo dico a fare, forse la cosa migliore mai uscita dalla scrittura della donna alla quale dovettero ricostruire le mucose nasali. Non so se si coricasse con mezzi Eagles (cioè, lo so ma ancora fa male pensarlo) di sicuro qualcosa aveva introiettato nel frequentarli. La sua voce anodina, l’inflessione da alcool alle tre di notte, le vocali imperiose, il suo essere ferma in qualche imprecisato punto degli anni settanta. Stevie Nicks non canta, flirta con te, solo con te. E ancora il ponte che conduce per mano al ritornello, in un saliscendi di ottave semplicemente incredibile. Autobiografica da far male e proprio per questo conservata qui, dentro qualche pertugio ancora disponibile. Tutto era perfetto su Gypsy, e Spizz mi avrebbe perdonato se gliel’avessi sfilato da sotto le ali per consegnarlo al posto che gli spettava, lì tra gli scaffali pieni di muffa e di fuffa. Ne conservo ancora l’aroma, e non passa mese che non vada ad approcciare quei quattro minuti e ventisette secondi nei quali sono racchiusi i miei sedici anni. Compresi e compressi. Mi viene il magone vacca boia, ma tiro dritto che non sta bene mettere in piazza gli affari con le donne della tua vita, nemmeno se si chiamano Stevie Nicks.

Dritto su Only Over You allora, che è quella che mi piace meno con il suo retrogusto yacht rock da aperitivo babbeo e da tardone all’imbrunire. Ha il merito di condurmi su Empire State (ma come stracazzo suona la batteria?) che mi immaginavo su un disco solista di qualcuno dei Kiss, magari proprio Ace Frehley. O ripresa dai Devo. Il solito Buckingham in stato di grazia, per un brano erroneamente sempre definito minore. Avercene, ostia. E ancora Straight Back. E Hold Me. E Oh Diane. Una trinità da pelle d’oca e da autoradio bollente. Cristosignore, quanto bello è Mirage? Rettifico: quanto bello è ‘ancora’ Mirage? Dopo trentotto anni di polvere, scazzi e indurimenti di cuore? E quanto sono stato fortunato ad essere lì, in quel momento storico, per approcciarlo in tempo reale sebbene malmostoso e in tempesta? Potrei fermarmi qui, perché per il mio vocabolario emotivo Eyes Of The World non ha mai aggiunto fonema e così la conclusiva Wish You Were Here. Ma poco interessa. Pochissimo. Mirage ce l’ho qui, nella terra di mezzo, dove lo stomaco non è ancora viscere e dove i miei sedici anni non sono mai diventati adulti. Per fortuna. “So I’m back to the velvet underground back to the floor that I love to a room with some lace and paper flowers back to the gypsy that I was to the gypsy that I was”. Attesi Tango In The Night come se avessi dovuto aspettare Stevie sotto casa per portarla al 7-11 in una notte piovosa. Ne valse la pena, ma so che qualcuno, lì fuori, non sarà mai d’accordo con me. Go Your Own Way.

Michele Benetello